E pensare che avrebbe dovuto fare il medico e poi l’attore. Invece Enrico Lucherini (classe 1932) si è inventato tutto un altro mestiere che, in Italia, non esisteva ancora: l’addetto stampa. «Mio padre era un medico piuttosto importante negli anni Cinquanta e, naturalmente, desiderava che suo figlio seguisse le sue orme. Per accontentarlo, mi iscrissi a Medicina e frequentai la facoltà per un paio d’anni e poi un giorno, passando per Piazza della Crocerossa, dove all’epoca c’era la sede dell’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico, vedo un gruppo di ragazzi vestiti in maniera strana… una specie di tuta. Chiedo loro che cosa stessero facendo e mi rispondono che dovevano fare un provino per entrare in Accademia. Ho subito deciso che quella era la mia strada. Mi iscrissi per fare il provino anche io». E lo superò… «Certo! E mio padre, quando scoprì che non frequentavo più l’università, ma studiavo per fare l’attore, mi cacciò di casa. Mia madre, piangendo, preparò le mie cose e mi disse: vai, figlio mio, vai a fare la tua vita». Un autentico dramma familiare. «Altroché! Però io andavo dritto per la mia strada e dopo un paio d’anni, quando cominciavo a fare le mie prime apparizioni in scena, invitai i miei genitori a vedermi al Piccolo Eliseo. Non ricordo quale fosse lo spettacolo, ricordo invece molto bene la reazione di mio padre: voleva chiamare la polizia oimedici d’igiene mentale…». Addirittura! «Sì, perché trovava lo spettacolo orribile e ridicolo: considerava me, suo figlio, un matto da rinchiudere». Il dramma che si aggiunge al dramma… «A metà anni Cinquanta inizia il mio percorso importante con la Compagnia dei Giovani, con Rossella Falk, Giuseppe Patroni Griffi, Romolo Valli, Giorgio De Lullo… I più grandi attori del momento. Però io avevo piccoli ruoli e guadagnavo pochissimo, dalla famiglia non mi arrivavano soldi, se non un piccolo sussidio, e quando andavo a cena con i miei compagni di teatro, infilavo la mia forchetta nei loro piatti… Fame nera». E proprio con la Compagnia dei Giovani comincia a fare esperienza da press agent, giusto? «Io ero l’ultimo arrivato e, evidentemente, non avevo la stoffa per diventare un grande interprete, così i colleghi cominciarono, ogni tanto, ad affidarmi il compito di occuparmi dei rapporti con i giornali. Ma fu quando andammo a svolgere una lunga tournée in Sud America che scattò definitivamente la molla: in America già esistevano gli uffici stampa, capii come funzionava la cosa, cominciai a specializzarmi e i grandi Falk, Valli, De Lullo, rendendosi conto che ero più bravo a fare questo piuttosto che a recitare, mi chiesero definitivamente di diventare il loro addetto stampa». Suo padre sarà stato contento… «Assolutamente sì, dato che come attore gli apparivo ridicolo, mentre invece per questo mestiere mi riteneva più adatto. E addirittura mi regalò un appartamento che diventò non solo la mia casa, ma anche il mio ufficio: quello dove vivo e lavoro tuttora. Ma la mia attività non si svolgeva solo in casa, molto di più nei tavolini di via Veneto: era lì che avevo ilrapporto con gli attori, i registi, i produttori e soprattutto con i paparazzi… e ancora non era nata la vera Dolce vita». Perché proprio via Veneto? «Non so perché sia diventata il centro di tutto il cinema di allora. Forse perché i famosi attori americani alloggiavano tutti da quelle parti, quindi frequentavano i bar, iristoranti… Era diventata una passerella pertutti. La strada però accoglieva diverse fazioni». In che senso? «Da una parte c’era il gruppo di Luchino Visconti, Patroni Griffi, Raffaele La Capria… dall’altra c’erano gli Ennio Flaiano, i De Feo, i Fellini… e poi c’era la terza sponda, con gli intellettuali di sinistra, guidata da Michelangelo Antonioni, Monica Vitti… Per me iniziò la grande avventura». E le grandi invenzioni: quelle che verranno definite «lucherinate». «Ne racconto qualcuna?». Assolutamente sì! «Bè per esempio, perlanciare il film Sepolta viva, convinco Agostina Belli a far finta di annegare in una piscina: la trovata appariva talmente vera che qualcuno chiamò un’ambulanza. Oppure quando Rossellini stava girando Vanina Vanini con Sandra Milo: era un film in costume e l’attrice indossava una ingombrante parrucca bionda. Per movimentare il set e far interessare la stampa, d’accordo con il regista, la facciamo avvicinare a un candelabro: la parrucca prende fuoco, e subito le viene strappata via dalla testa in fiamme… E poi quando imbastisco una finta tresca amorosa tra Richard Burton e Florinda Bolkan che era ancora una sconosciuta e io dovevo lanciarla. Approfittando del fatto che la Taylor, in quel periodo, era in clinica per altri motivi, convinsi i giornalisti che l’attrice americana aveva tentato il suicidio per gelosia… Ma non solo… per pompare un altro progetto cinematografico, feci buttare Antonella Lualdi, Rosanna Schiaffino e Anna Maria Ferrero nella fontana delle Tartarughe al Ghetto: quando uscirono con i vestiti appiccicati sulla pelle, l’effetto fu più erotico che se fossero state nude». La «lucherinata» di cui va più fiero? «In Adulterio all’italiana di Pasquale Festa Campanile, Catherine Spaak indossava un tubino che era composto unicamente di perle: un filo che le girava intorno al corpo. Sul set vedo spuntare un chiodo e mi viene l’idea: dico all’attrice, bellissima, vai vicino a quel chiodo e cerca di impigliarci il filo. Lei ubbidì e le perle cominciarono a scorrere una dietro l’altra finendo a terra e lasciandola praticamente nuda. Venne fuori uno scatto indimenticabile». L’incontro più importante, però, fu con Sophia Loren. «Mi chiamò Carlo Ponti per La ciociara, dicendomi: ti raccomando mia moglie, devi costruire intorno a lei qualcosa di speciale. Sophia era giovanissima, bellissima, veniva dai successi negli Stati Uniti e dovevo inventarmi qualcosa di diverso per lei che, qui, era la mamma disperata di una ragazzina “marocchinata”. Il set era a Sora, vicino a Roma, e io facevo in modo che venisse avvicinata dalle paesane locali con i loro bambini: lei li abbracciava, li baciava nelle foto di scena doveva apparire una madre, non una diva». Un’altra diva era Monica Vitti… «Non avevo mai lavorato con Antonioni, finché un giorno mi chiama proprio lui per seguirlo in Deserto rosso: voleva portare il film alla Mostra del cinema di Venezia e aveva bisogno di pubblicizzarlo. Vado nella casa dove abitavano, alla Collina Fleming. Mentre eravamo seduti in salotto a parlare del progetto, accade un fatto curioso: Monica si alza, va vicino al pianoforte, lo comincia a toccare e inizia a sussurrare “Michele sta parlando! Michele sta parlando…!”. Antonioni balza in piedi, la raggiunge e anche lui esclama: è vero, parla! E io, come un cretino, chiedo: che sta dicendo?». La risposta? «La risposta? Un silenzio assordante. Si limitarono a fissarmi come fossi un deficiente». Non solo «lucherinate», lei è diventato celebre anche per tante battute feroci. «È vero, ma non posso dirle tutte…». Solo qualcuna? «Definivo Tinto Brass “il fascino discreto della porcheria”, Adriano Celentano “il ragazzo della via Crucis”, Luciano De Crescenzo “l’Arbore delle zoccole”, Aurelio De Laurentiis “momenti di boria”… ». L’attrice con cui non andava d’accordo? «Catherine Deneuve: sul set di Bella di giorno litigammo furiosamente, era spocchiosa». Il regista? «Con Fellini non posso dire di averci litigato: era un uomo gentile, ma molto falso. Diceva continuamenteatutti “ciccino, ciccino…”, tanto che una volta sbottai e gli dissi : “A Federi’ non siamo tutti uguali!”. E so per certo che non andava d’accordo con Visconti, con il quale io ho avuto il grande piacere e onore di lavorare nel mitico Gattopardo. Una volta ero in auto proprio con Luchino, ci fermiamo davanti al celebre bar Canova. Ci viene incontro Fellini e Luchino mi intima di chiudere il finestrino dell’auto. Gli chiedo il perché e lui ribatte: “Ho paura che ci sputi dentro la macchina”». Un suo rammarico? «Ho preso in giro tanta gente… forse qualche volta ho esagerato».
Letti uno di seguito all’altro sono i numeri di una disfatta: 21 per cento nel Lazio, un ragazzo su cinque; 23 per cento in Molise, quasi uno su quattro; 25,7 in Basilicata e 26,8 in Puglia. E poi: Campania (31,9), Calabria (33,1), Sicilia (37) e Sardegna (37,4). Sono tantissimi e sono i ragazzi e le ragazze che il nuovo studio dell’Invalsi sulla «dispersione scolastica implicita», firmato da Roberto Ricci, considera perduti dal nostro sistema scolastico. Quelli che non finiscono le scuole superiori più quelli che arrivano sì al diploma finale ma con un livello di conoscenze così basso che quel pezzo di carta non gli servirà a nulla. Di solito questa seconda categoria non si conta nei dati ufficiali, quelli che hanno fatto dire al premier Giuseppe Conte nel discorso di insediamento che «la dispersione scolastica resta un’emergenza». Negli ultimi due anni, complice la crisi, i giovani fra i 18ei24 anni che hanno abbandonato la scuola prima del traguardo finale sono tornati a crescere attestandosi sopra il 14 per cento. Siamo quartultimi in Europa. Peggio di noi fanno solo Romania, Malta e Spagna, mentre siamo stati superati anche dalla Bulgaria. Questi ragazzi che la scuola perde sono condannati alla marginalità sociale. Molti finiscono nei cosiddetti Neet: non studiano né lavorano e nei contesti più svantaggiati diventano preda della criminalità. Ma non ci sono solo loro. C’è un altro esercito di ragazzi che la scuola «perde» anche se arrivano in fondo. A farli uscire dal cono d’ombra ci ha pensato l’Invalsi, usando i dati delle rilevazioni fatte all’ultimo anno delle superiori. Ragazzi che pur avendo in tasca un diploma di scuola superiore non sono in grado di capire un libretto di istruzioni di media difficoltà, figuriamoci un modulo assicurativo o bancario. Qualcuno potrà pensare che paragonarli ai «dispersi» veri e propri sia un’esagerazione retorica. Ma (purtroppo) non è così. Quelli che nei test Invalsi arrivano al massimo al livello due su cinque in italiano e matematicaesotto il B1 di inglese sono studenti che stanno per prendere il diploma ma è come se non avessero frequentato la scuola perché hanno le stesse competenze di ragazzini di terza media o al massimo di seconda superiore. In Italia sono il 7,1 per cento, nelle scuole del Nord non superano il 3-4 per cento, ma in regioni come la Calabria sono più del doppio. Se si sommano a quelli che hanno abbandonato la scuola prima di arrivare al traguardo, il totale è da brivido: 22,1 per cento, più di un giovane su 5. Ma le differenze regionali sono enormi, tanto da disegnare una mappa dell’Italia spaccata in tre parti, dove solo Veneto, Friuli-Venezia Giulia e provincia di Trento riescono a stare vicino o sotto l’obiettivo europeo del dieci per cento di giovani che abbandonano la scuola in anticipo, mentre le altre regioni del Centronord sono fra il 15 e il 20 e al Sud si supera il 25% con punte ben oltre il 30 in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. Eppure sarebbe possibile individuare precocemente i soggetti più a rischio, se solo lo si volesse. Sono coloro che già alla fine della terza media non raggiungono i traguardi attesi: il 14,4 per cento su base nazionale, fra il 25 e il 30 per cento al Sud e nelle isole. Questiragazzi a 14 anni hanno accumulato un ritardo negli apprendimenti che è quasi impossibile recuperare «dopo». Di fronte a un fenomeno di questa gravità l’impegno dei singoli docenti e delle singole scuole non può bastare, perché è evidente, come dice la presidente dell’Invalsi Anna Maria Ajello, che «la dispersione è prima di tutto un fenomeno sociale e poi scolastico. E inizia fin dalla composizione delle classi, visto che in certe aree del Paese si dividono ancora gli studenti per provenienza e censo».
Da pochi giorni si sono spente le ceneri dell’ultimo deposito di rifiuti andato a fuoco. Quello di Codogno, in provincia di Lodi, è il rogo di rifiuti numero 690 negli ultimi t re anni. L’emergenza è nazionale e l’imperativo del governo è prevenire nuovi incendi. Si pongono però tre questioni: 1) per evitare incendi occorre impedire lo stoccaggio nei capannoni e discariche abusive; 2) dove porti irifiuti non riciclabili?; 3)i danni prodotti dai roghi chi li paga? Chi paga i danni? Il 14 ottobre dell’anno scorso prese fuoco un deposito alla periferia di Milano, e la puzza si sentì fino a piazza Duomo. La «Terra dei fuochi» si era definitivamente estesa anche al Nord, con discariche e depositi ricolmi di scorie distrutti da autocombustione o incendi dolosi. La legge prevede che a farfronte alle spese di bonifica sia il proprietario dell’immobile. Ma se non lo fa, interviene la pubblica amministrazione, con i fondi di una fideiussione bancaria. Negli ultimi anni sono state queste garanzie obbligatorie a mitigare i danni. Anche nel caso milanese, la titolare dell’impianto di via Chiasserini aveva presentato una garanzia finanziaria di un milione di euro, ma poco prima del rogo era subentrata un’altra società che, non avendo presentato la fideiussione, non aveva titolo ad operare. Quando la Città Metropolitana ha escusso la polizza, è arrivato il ricorso davanti al Tribunale Civile di Milano, che ha bloccato tutto. Ma la bonifica non può attendere i tempi dei tribunali, e per il momento deve pensarci la Città metropolitana di Milano che ha dato inizio ai lavori stanziando 2 milioni di euro. I responsabili irreperibili o falliti La bonifica di roghi e rifiuti abbandonati sta diventando un corposo capitolo di spesa. Solo la Regione Lombardia negli ultimi anni ha sborsato 12,4 milioni per quattro siti dei quali non è stato possibile risalire al responsabile della contaminazione. Altri 13,5 milioni sono andati a coprire le spese di bonifica di 13 depositi pericolosi per la comunità: in questi casi i responsabili sono falliti o irreperibili, e sarà necessario affrontare un processo per il risarcimento delle spese. Secondo l’Ispra, ogni tonnellata di rifiuti data alle fiamme produce 1,8 tonnellate di anidride carbonica. Ilrogo di via Chiasserini, ne ha bruciate oltre 5.000 tonnellate. Quasi tutti questi impianti contenevano scarto non riciclabile del trattamento dei rifiuti, definito in gergo «sovvallo». Nel 2017 ne sono state prodotte 37,6 milioni di tonnellate. I volumi aumentano sempre di più così come i prezzi di conferimento all’inceneritore. Secondo Borsino dei rifiuti, società di servizi specializzata, ogni tonnellata smaltita costa in media 160 euro, con picchi di 240. Cinque anni fa il costo non superava gli 80 euro. Più conveniente della droga La filiera illegale nata nelle pieghe di quest’emergenza è descritta negli atti dell’inchiesta condotta dalla pm Donata Costa sul rogo milanese del 14 ottobre, il cui processo è alle battute finali: «I produttori di rifiuti li conferiscono ad aziende formalmente munite di autorizzazioni ma in realtà operanti in un regime di illegalità». In questa fase entrano in giocoibroker specializzati in capannoni industriali dismessi, che, come annotano gli investigatori, «vengono stipati di rifiuti senza alcuna precauzione per l’incolumità pubblica». Secondo la legge se lo spacciatore di droga rischia non meno di dieci anni di carcere, per il trafficante dirifiuti la pena prevede da uno a sei anni. Per il gestore della discarica non autorizzata di via Chiasserini, accusato anche di calunnia, il pubblico ministero non ha potuto chiederne più di 6 anni e 8 mesi. In sei mesi aveva fatturato 1,4 milioni di euro. Per gli altri imputati, accusati di aver trasportato illegalmente dalla Campania migliaia di tonnellate di scorie plastiche, le pene richieste si aggirano tra i 3 e i 4 anni. La miniera dei capannoni dismessi I capannoni industriali dismessi sono le praterie su cui scorrazzano i trafficanti. In Veneto sono quasi 11 mila, e il Veneto importa oltre 4,3 milioni di tonnellate dirifiuti all’anno da altre regioni. La Lombardia 11,7. Insieme all’Emilia-Romagna, attraggono il maggior numero di scorie prodotte in Italia, poiché qui si concentra il maggior numero di impianti di smaltimento, e di capannoni, dove abbondano roghi e abbandoni di enormi cumuli di rifiuti. Nel solo Nord Italia, il Noe dei Carabinieri ne ha scoperti 34 in sei mesi. Quasi tutti erano stipati di materiale plastico. Il solito «sovvallo». Un tipo di rifiuto non riutilizzabile, e che secondo le aziende di rigenerazione costituisce il 30 per cento del totale. La paura degli inceneritori L’unica possibile destinazione finale per questa tipologia di scorie è l’inceneritore, o il termovalorizzatore, che bruciando i rifiuti produce anche energia: Brescia alimenta così l’80% del riscaldamento di tutta la città. In Italia quelli attivi sono complessivamente 40, contro i 96 della Germania e i 126 della Francia. Nel nostro Paese i timori legati alle emissioni ne ritardano la diffusione. Ma anche le paure andrebbero aggiornate ai nuovi traguardi della tecnologia. Sul tetto del nuovissimo inceneritore di Copenaghen si potrà sciare: è alto 85 metri, con emissioni molto al di sotto dei limiti di legge. A Bolzano emissioni quasi a zero Sulle emissioni in Italia abbiamo fatto di meglio con l’impianto di Bolzano, controllato al 100% da una società pubblica, la Ecocenter. Utilizza una delle tecnologie più all’avanguardia nel mondo e l’obiettivo è la copertura dei costi con gli eventuali utili interamente reinvestiti nel sistema. Produce energia elettrica e termica che viene immessa nella rete di teleriscaldamento, ed è in grado di riscaldare 10.000 alloggi e illuminarne 20.000. Dal camino dell’impianto di Bolzano escono emissioni di gas, idrocarburi e metalli molto al di sotto dei limiti europei. La media dei valori delle polveri sottili totali è di 0,05 milligrammi per metrocubo, a fronte di un limite europeo di 10. Ugualmente per la diossina: 0,00003 nanogrammi nel 2018, meglio dell’inarrivabile impianto di Copenaghen, che si ferma a 0,002. Il limite europeo è di 0,1. Diossine fino a 100 volte i limiti Nei giorni successivi al rogo di via Chiasserini nell’aria si è diffusa una quantità di diossina fino a 100 volte il limite europeo, con un picco 22 volte superiore al valore guida fissato dall’Oms (0,3). «Andrebbe verificato l’impatto epidemiologico di una simile catastrofe — dichiara Alberto Zolezzi, medico e deputato M5S —. Oltre ai problemi respiratori, a lunga scadenza ci potrebbe essere un picco di malformazioni congenite». Quindi in attesa che si differenzi di più e meglio, e prima che l’economia circolare diventi una realtà, che si fa? È meglio che i territori sprovvisti adottino qualche impianto modello Bolzano, oppure dobbiamo continuare a intossicarci di roghi, discariche abusiveecamion che vanno su e già perl’Italia? Con buona pace per i trafficanti visto che a nessuno viene in mente di aumentare le pene.
Oggi alla Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo si comincerà a discutere del «Fine pena mai»: il carcere ostativo che esclude dai benefici carcerari chi si è macchiato di reati di mafia e terrorismo e non collabora con la giustizia. Gherardo Colombo, secondo lei non c’è il rischio che molti possano tornare liberi? «Il carcere ostativo, previsto dall’articolo 4 bis del nostro ordinamento penitenziario, impedisce al giudice di verificare caso per caso se il detenuto possa ottenere benefici. E di valutare se dopo un numero di anni (particolarmente elevato) di pena scontata possa accedere alla liberazione condizionale. Non vedo perché togliere al giudice questa funzione». Si applica per reati di grave allarme sociale. Il detenuto può riottenereibenefici se collabora. Non basta? «C’è anche chi non può collaborare. Ad esempio chi è dentro da vent’anni, come fa? Oppure chi ha un figlio che vive accanto a un boss mafioso e teme vendette». Non è una misura voluta da Falcone contro la mafia? «Non so quanto Falcone si sia interessato a questa legge del ‘91. Ma il punto è un altro. Perché precludere al giudice la valutazione? E poi ci sono anche una serie di altri reati inclusi nell’elenco. Ad esempio la corruzione». Che non prevede l’ergastolo. «Però per tutto il periodo della detenzione il condannato per corruzione non può avere permessi, né lavorare all’esterno». Sorprende che lo dica lei, ex membro del pool Mani Pulite, accusato di essere una «toga rossa» giustizialista. «In realtà sono uscito dalla magistratura 12 anni fa proprio perché credo che il sistema “carcere e basta” non garantisca la sicurezza dei cittadini. Occorre un sistema complessivo che deve puntare al recupero, fondato sull’educazione e sulla prevenzione: è meglio che i reati non siano commessi piuttosto che punire la loro commissione. Invece lo sa quanti sono i detenuti all’ergastolo?». Quanti? «1.790.Eall’ergastolo ostativo, per quel che mi risulta, 1.255. Oltre il 70%. Tra questi ci sono i boss, ma anche i picciotti che, magari a vent’anni, hanno ucciso durante uno scontro a fuoco, e sono passati già trent’anni da allora. Potrà un giudice valutare se possono essere reinseriti nella società? Perché lo può fare per chi ha ucciso la moglie e per loro no? Bisogna far sapere come nasce questa discussione». Dalla sentenza di Strasburgo in favore di Marcello Viola: condannato per associazione mafiosa, sequestro di persona, omicidio e possesso illegale di armi. «Esatto. Il 13 giugno la Corte europea dei diritti umani gli ha dato ragione. L’Italia ha impugnato di fronte alla Grande Camera. Se dovesse decidere che il ricorso non è ammissibile la sentenza diventerà definitiva. Peraltro anche la Corte Costituzionale a fine ottobre dovrà decidere sull’articolo 4 bis». Pensa sia incostituzionale? «Secondo me sì. Le dico una cosa che può apparire scandalosa. Se escludiamo la pena di morte, che per fortuna non esiste più, per certi versi abbiamo reso la legge penale meno liberale di quella elaborata dai fascisti. La Costituzione afferma che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Mi pare che l’ergastolo ostativo contrasti entrambe queste statuizioni».
Secondo la Procura nazionale antimafia, dopo ventitré anni di carcere Giovanni Brusca può finire di scontare la pena agli arresti domiciliari. E sulla base di questo parere per la prima volta favorevole il killer di Capaci, l’uomo che ordinò di sequestrare e poi uccidereesciogliere nell’acido il figlio del pentito Santo Di Matteo, divenuto a sua volta collaboratore di giustizia dopo la cattura nel 1996, provaaribaltare l’ennesimo rifiuto del tribunale di sorveglianza. S’è rivolto alla Corte di cassazione, e la prima sezione penale si riunirà oggi per decidere sul ricorso presentato dall’avvocato Antonella Cassandro, che con il collega Manfredo Fiormonti assiste l’ex boss mafioso. Il legale contesta che nell’ultimo rifiuto del marzo scorso, il nono dal 2002, il tribunale di sorveglianza di Roma non ha tenuto nella giusta considerazione le valutazioni del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che dopo i precedenti no ha detto sì all’ipotesi che il pentito sia detenutoacasa. Assenso motivato dal fatto che «il contributo offerto da Brusca Giovanni nel corso degli anni è stato attentamente vagliato e ripetutamente ritenuto attendibile da diversi organi giurisdizionali, sia sotto il profilo della credibilità sogvanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo eitre agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, ha già usufruito di oltre ottanta permessi premio. Ogni volta esce di prigione per vari giorni e resta libero 11 ore al giorno (la sera deve rientrareacasa), solitamente trascorse con il figlio oggi ventottenne. Dando prova della «affidabilità esterna» certificata dagli operatori del carcere romano di Rebibbia, che aggiungono: «L’interessato non si è mai sottratto ai colloqui e partecipa al dialogo con la psicologa, mostrando la volontà di dimostrare il suo cambiamento». Ma il tribunale di sorveglianza ha continuato a negare la detenzione domiciliare. Ritenendo che per un mafioso del suo calibro, dalla «storia criminale unicaesenza precedenti», responsabile di «più di cento delitti commessi con le modalità più cruente», che in virtù della collaborazione è stato condannato a 30 anni di prigione anziché all’ergastolo (che sarebbe stato ostativo a benefici o misure alternative), il «ravvedimento» dev’essere qualcosa che va oltre «l’aspetto esteriore della condotta». Non basta comportarsi bene, insomma; ci vuole «un mutamento profondo e sensibile della personalità del soggetto»; una sorta di «pentimento civile» che vada oltre le dichiarazioni rilasciate davanti ai magistrati. Anche attraverso un «riscatto morale nei riguardi dei familiari delle vittime» che non sarebbe mai avvenuto. In passato Brusca ha incontrato Rita Borsellino, la sorella di Paolo morta nel 2018, su iniziativa della donna: circostanza che «non dimostra che vi sia stata una richiesta di perdono alla signora né ai discendenti di Paolo Borsellino o ai familiari delle altre vittime dei delitti commessi, e neppure al dottor Pietro Grasso», l’ex magistrato che il pentito voleva far saltare in aria nell’estate del ‘92. La difesa di Brusca ribatte che l’ex boss mafioso ha più volte chiesto pubblicamente perdono alle vittime, e di poter effettuare attività di volontariato duranteipermessi in segno di concreto ravvedimento, ma «non gli è stato concesso per motivi di sicurezza». Di qui ilricorso in Cassazione, contestando la pretesa di «un ravvedimento ad personam modellato sulla figura del Brusca». Che in ogni caso, a 62 anni di età, è ormai arrivato in vista del traguardo del fine pena: calcolando i tre mesi sottratti per ogni anno di detenzione scontato, la scadenza dei trent’anni dovrebbe arrivare a novembre 2021.
È netto il giudizio del costituzionalista Massimo Luciani sulla riforma che taglia di un terzo il numero dei parlamentari, il cui passaggio definitivo inizia oggi alla Camera con voto finale previsto per domani: «Da studioso non entro nel merito nella decisione politica, ma sul metodo seguito devo dire di essere davvero sconfortato…». Professore, eppureisostenitori del «taglio», a partire dal M5S, assicurano che porterà un «notevole risparmio» rendendo per altro «le Camere più efficienti». «Sono molto addolorato perché la prima cosa che colpisceèl’assenza di qualsivoglia analisi di impatto di questa riforma. Il risparmio mi sembra risibile rispetto alla posta in gioco. Mentre l’annunciata maggiore efficienza delle Camere non poggia su alcun elemento probatorio: perché 400 deputati e, per esempio, non 580? Perché 200 senatori e non 290? È vero che negli Usa si eleggono solo 100 senatori ma in quel sistema gli eletti alla fine sono satrapi: siamo sicuri di volere questo? Forse, questa riforma, nata con finalità antielitarie, in realtà finirà per rafforzare una rappresentanza parlamentare ancor più appannaggio di una élite…». Sono davvero troppi i parlamentari italiani? «Con le Camere ridotte il rapporto tra popolazione ed eletti sarebbe più basso rispetto alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Germania. Con il voto ai sedicenni di cui sorprendentemente si parla, poi, si ridurrebbe ancora». La maggioranza sta predisponendo i correttivi per bilanciare il «taglio» che, però, verranno approvati in seconda battuta. «Se, come conseguenza di questa riforma, occorre mettere mano alla Costituzione, alla legge elettorale e ai regolamenti parlamentari, io mi domando: perché correre con il taglio dei seggi? Non ho ragione di augurarmi il fallimento di questa maggioranza, ma, se per caso il governo dovesse cadere, esiste il rischio concreto di rimanere appesi a una riforma che, per ammissione dei suoi stessi sostenitori, sarebbe malfunzionante senza i correttivi. Per evitare sorprese, il “pacchetto” di riforme andrebbe varato in un’unica soluzione». All’Italia serve una legge elettorale proporzionale? «Il sistema elettorale è tanto meno proporzionale quanto minori sono i seggi in palio: per questo servirebbe un correttivo. Però il proporzionale ha molte variabili: ci sarà uno sbarramento? E un premio di maggioranza? E come saranno le candidature di genere? Sono da sempre favorevole al proporzionale con correttivi, ma finora si è discusso ben poco di queste variabili, che non sono secondarie». Si propone pure la fiducia chiesta al Parlamento in seduta comune: quali effetti avrebbe sul bicameralismo? «È un meccanismo che non avrebbe alcuna possibilità di funzionare. Certo, un governo con una maggioranza molto limitata in una delle due Camere potrebbe evitare, con la fiducia, di cadere in caso di imboscate. Ma poi dovrebbe pur sempre convivere con la Camera in cui è debole. Sicché o dovrebbe ricorrere sempreaquella grave forzatura che è la questione di fiducia o dovrebbe correre gravi rischi. E si può star certi che, alla prima occasione, quella Camera gliela farebbe pagare cara. Una vera eterogenesi dei fini: si vuole la stabilità, ma in realtà o si indebolisce il governo o si mortifica ulteriormente il Parlamento».
Lotteria degli scontrini; stretta sulle compensazioni dei crediti Inps; software antifrodi, in particolare nei settori a maggior rischio evasione; incentivi all’uso della moneta elettronica. Sono queste le principali misure sulle quali lavora il governo per trovare, con la manovra di bilancio per il 2020, i 7,2 miliardi indicati alla voce «lotta all’evasione fiscale» nella Nota di aggiornamento al Def (Documento di economia e finanza) approvata dal consiglio dei ministri il 30 settembre. Alla maggior parte degli addetti ai lavori l’obiettivo sembra ambizioso, per non dire irrealistico. Ma il governo è convinto di farcela, anche sulla scorta dei risultati ottenuti quest’anno con l’obbligo della fatturazione elettronica: nei primi sei mesi dell’anno si sono infatti riscontrate maggiori entrate Iva per circa 2 miliardi di euro, nonostante il prodotto interno lordo sia fermo e gli scambi con l’estero in calo. Si è invece assistito a un aumento del 3,6% degli scambi interni, che i tecnici attribuiscono appunto al ridursi dell’evasione. Alla fine, nel 2019, col contributo della fatturazione elettronica potrebbero entrare circa 4 miliardi in più di Iva, grazie anche alla maggiore facilità con cui si stanano truffe e frodi, sottolineano gli stessi tecnici. Questi risultati avranno un trascinamento sul 2020 e si sommeranno agli effetti delle nuove misure, scommette il governo. Biglietti virtuali Prevista dalla legge di Bilancio 2017 (governo Gentiloni) è stata più volte rinviata perché essa presuppone l’obbligo degli scontrini elettronici, che scatterà appunto dal prossimo gennaio (dallo scorso luglio è già in vigore per chi ha un volume di affari superiore a 400mila euro). La lotteria, già sperimentata con alternirisultati in alcuni Paesi (Portogallo, Slovacchia, Malta), dovrebbe spingere tra l’altroiconsumatori a pagare con moneta elettronica. Vediamo perché. Su ogni acquisto verranno emessi dei biglietti virtuali per partecipare alle estrazioni dei premi. Tre ogni mese. Primo premio da 50 mila euro, secondo da 30 mila e terzo da 10 mila. Dal 2021 le estrazioni dovrebbero avere cadenza settimanale. Ma ci sarà anche, già dal 2020, un’estrazione finale ogni anno, che rimetterà in gioco tutti i biglietti, con un premio da un milione di euro. Bene, chi pagherà con carta di creditoebancomat avrà una probabilità doppia di vincere perché, a parità di importo, il sistema gli assegnerà un numero doppio di biglietti virtuali rispetto al pagamento in contanti. Inoltre, mentre a chi paga con la moneta elettronica il sistema attribuirà automaticamenteibiglietti, chi usa il contante dovrà invece dare il proprio codice fiscale all’esercente. I cittadini potranno controllare su un sito dedicato i biglietti loro assegnati e le estrazioni della lotteria. Compensazione crediti Non sarà più automatica la compensazione dei crediti Inps, in forte aumento (7 miliardi in più nel 2018). È allo studio una piattaforma per la certificazione degli stessi. Per usarli in compensazione, per esempio per pagare un debito con l’erario, bisognerà in sostanza avere una preventiva autorizzazione dalla stessa Inps o dall’Agenzia delle entrateodai commercialisti. E non è escluso che la stretta sulle compensazioni riguardi anche i crediti fiscali sui quali le verifiche sono successive e a campione. Obiettivo: eliminare le operazioni indebite. Frodi Iva Il governo lavora in particolare su alcuni settori, come quello dei carburanti, per debellare pratiche fraudolente di costruzione di ingenti crediti Iva del tutto falsi. Nei primi sei mesi dell’anno, grazie all’operazione «ghost fuel» (carburante fantasma) sono stati scoperti acquisti fittizi di carburante ai quali corrispondevano piccoli volumi di vendita. Verificata l’assenza delle necessarie fatture elettroniche, sono stati bloccati 700 milioni di fasi crediti Iva. Per questo si sta studiando una piattaforma di incrocio dei dati e di certificazione dei crediti. Cash back È il riaccredito sul conto corrente di uno o due punti di Iva per chi fa acquisti con la carta di creditooil bancomat. Un piccolo sconto sul prezzo che, unito alla lotteria degli scontrini, dovrebbe spingere sempre più persone a preferire la moneta elettronica al contante. Sempre che non prevalga la cattiva abitudine di accettare lo sconto in cambio del pagamento senza ricevuta.
«Io avevo accuratamente evitato di tirare fuori l’argomento quando ho incontrato Mike Pompeo proprio perché adesso il dossier è nelle mani di Giuseppe Conte e perché la mia fiducia in lui è piena. Però il programma degli F-35 va senz’altro rivisto, rimodulato. Perché…». Dietro il disappunto che Luigi Di Maio affida ai fedelissimi ieri mattina — quando la rivelazione del Corriere della Sera sulla promessa del presidente del Consiglio italiano al segretario di Stato statunitense («rispetteremo gli accordi sugli F-35») è già rimbalzata di chat in chat fino a far salire all’inverosimile la temperatura del confronto interno — c’è la marea montante che rischia di riaprire una ferita mai cicatrizzata nel Movimento 5 Stelle. Un malessere che in serata costringe il presidente del Consiglio Giuseppe Conteafare marcia indietro rispetto alle rassicurazioni forniteaMike Pompeo con una stringata nota di Palazzo Chigi per dire che «il premier è d’accordo sulla rinegoziazione» degli F35. L’atlantismo dei pentastellati non è oggetto di dibattito come lo sarebbe stato un tempo e nessuno, men che meno nella robusta delegazione di governo, si sogna di metterlo in discussione oggi. E non tanto, o non solo, perché l’ormai celebre endorsement di Donald Trump a «Giuseppi» Conte rappresenta ancora un passepartout di prestigio per il neonato governo giallorosso in campo internazionale; quanto perché, in tempi di guerra dei dazi, aprire un altro fronte con gli Stati Unitirischia di portare più costi che benefici. Ma la ferma opposizione all’acquisto degli F-35, come aveva ben sperimentato l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta durante l’avventura del precedente esecutivo, fa parte di quel bouquet storico di proposte del Movimento che scalda ancora il cuore della base. Se non ai livelli della Tav, giusto un gradino sotto. E l’apertura messa a verbale dal presidente del Consiglio durante l’ultimo incontro ai massimi livelli con gli Usa — incastonata nella complessa trattativa che riguarda, oltre ai dazi, anche il 5G — riesce a provocare una mezza rivolta. Rivolta a cui dà voce a metà pomeriggio, dopo che per tutta la giornata la brace della ribellione s’è alimentata sotto la cenere, il capogruppo M5S in commissione Esteri del Senato, Gianluca Ferrara. «Il Movimento5Stelle ha sempre criticato il programma militare che, così com’è, ci indebiterebbe di almeno 50 miliardi di euro per i prossimi quarant’anni». Secondo l’esponente pentastellato, da sempre termometro degli umori dell’ala ortodossa del Movimento, aggiunge poi che «un ridimensionamento di acquisto consentirebbe di liberare miliardi di euro da investire in scuole, ospedali, trasporti pubblici. I cittadini ci chiedono questo, non bombardieri strategici con capacità nucleare». Eccolo, il punto. L’incrocio del dossier F-35 con la legge finanziaria. La paura, insomma, che mentre altre forze di governo (leggasi, Italia viva) puntano a lucrare consensi nel Paese smarcandosi sistematicamente da Palazzo Chigi, il M5S finisca schiacciato in quella posizione di «partito responsabile», per giunta su un tema che non scalda certo i cuori dell’opinione pubblica. «Non possiamo fare il Pd della situazione», ammette a denti stretti un big vicino a Di Maio. Il capo politico tenta una mediazione che giocoforza lo allontana dalla linea del premier. E così lo scontro inizialmente sottotraccia viene in superficie. «Chi ci ha fatto entrare in questo programma (degli F35, ndr) dovrebbe essere preso a calci in c…o. È sempre la stessa storia. Ci fanno entrare in programmi fallimentari, poi ci dicono che sono sbagliati ma è tardi per uscire perché i costi sarebbero esagerati. Sono vili traditori della Patria, sono i cosiddetti esperti che danno degli inesperti ai portavoce5Stelle», scriveva nell’agosto del 2017 Alessandro Di Battista. Non poteva immaginare, all’epoca, che qualche mese dopo il Movimento sarebbe finito al governo con la Lega, che un anno dopo sarebbe nato un nuovo governo col Pd, che i due governi si sarebbero schierati a favore degli F-35 e che lui sarebbe rimasto fuori da entrambi. A osservare gli altri sostenere la tesi governista dell’«è tardi per uscire». Dalla Tav, dalla Tap, così come dagli aerei promessi l’altro giorno da Conte agli Usa.
La missione italiana di William Barr apre un altro fronte polemico anche negli Stati Uniti. Secondo la ricostruzione del New York Times, il ministro della Giustizia arrivò in Italia a metà agosto senza neanche comunicare il motivo della visita ai funzionari dell’ambasciata Usa. Barr era accompagnato dal procuratore federale nel Connecticut, John Durham, ora a capo di un team al Dipartimento di Giustizia con un incarico speciale: condurre una controinchiesta sul ruolo dell’Ucraina nelle elezioni del 2016 e sulle origini del «Russiagate», l’inchiesta del Super procuratore Robert Mueller. Barr e Durham si muovono sulla base di una teoria cospirativa. L’Fbi avrebbe iniziato a scavare nei rapporti tra il comitato elettorale Trump e il Cremlino su ordine dell’amministrazione di Barack Obama. Ieri lo stesso Trump lo ha spiegato così ai giornalisti: «Ero io sotto osservazione». Non basta, Obama avrebbe chiesto la collaborazione di governi alleati, della Gran Bretagna, dell’Australia, dell’Italia. Questa è la tesi di George Papadopoulos, consigliere per un breve periodo della campagna elettorale di Trump: ha raccontato prima all’Fbi e poi nel suo libro Deep State Target che era stato il professor Joseph Mifsud a rivelargli l’esistenza di mail rubate dai server di Hillary Clinton. Papadopoulos aveva incontrato Mifsud a Londra e poi a Roma e, nel frattempo, aveva riferito tutto all’ambasciatore australiano nella capitale britannica e a funzionari del governo greco. Il team speciale di Durham sta percorrendo tutte queste tracce, ma in modo irrituale, come se fosse una questione privata da sottrarre ai normali canali diplomatici. È singolare, però, che Barr non sia andato nell’unico posto davvero utile per i suoi accertamenti: Mosca. L’intelligence Usa e Mueller hanno raccolto le prove che dimostrano come siano stati i russi a tramare contro Hillary Clinton.
La linea è decisa, almeno per ora. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non cederà la delega sui servizi segreti, ma anzi «dopo l’audizione di fronte al Copasir si occuperà personalmente di un chiarimento interno all’intelligence». La posizione che filtra da Palazzo Chigi al termine dell’ennesima giornata di tensione sul Russiagateegli F-35, fa ben comprendere la fibrillazione all’interno della maggioranza per la scelta di far incontrare il ministro della Giustizia William Barr con i capi degli 007. Ma anche per le rassicurazioni fornite una settimana fa dallo stesso Conte al segretario di Stato Mike Pompeo sul mantenimento degli impegni all’acquisto dei 90 velivoli da guerra. Argomenti che Conte dovrà chiarire di fronte al Comitato di controllo, per fugare il sospetto di aver aperto un canale privilegiato con gli Stati Uniti anche grazie alla condivisione di informazioni riservate. La convocazione Si torna dunque a Ferragosto quando il direttore del Dis Gennaro Vecchione — legato da antica amicizia con Conte — incontra Barr. Il ministro americano ha avviato una «controinchiesta» sulrapporto Mueller convinto che siano stati proprio alcuni servizi segreti europei a fornire elementi sui rapporti tra Donald Trump e la Russia per danneggiare la candidata democratica alle presidenziali del 2016 Hillary Clinton. È Conte ad autorizzare il colloquio. Quando e da chi è stato chiesto? E perché si è deciso di consentireaun esponente politico dell’amministrazione americana di avere contatti diretti con l’intelligence? Il contenuto del faccia a faccia rimane segreto, ma è presumibile che in quella sede Vecchione si sia impegnato a fornire le informazioni richieste visto che appena un mese e mezzo dopo parte una lettera di convocazione per il direttore dell’Aise Luciano Carta e per quello dell’Aisi Mario Parente. Poche righe per fissare ora e luogo della riunione — la sede del Dis in piazza Dante — specificando che «è gradita la presenza» di tutti. Link Campus Venerdì scorso, il 27 settembre, Barr torna a Roma accompagnato dal procuratore John Durham. Quando si presenta all’appuntamento quasi tutte le domande vertono sul ruolo dell’Università Link Campus nel Russiagate. Proprio lì lavorava infatti Joseph Mifsud, il professore maltese che nell’aprile 2016 aveva rivelato al collaboratore di Trump George Papadopoulos l’esistenza di migliaia di mail «compromettenti» per la Clinton acquisite dai russi ma poi ritenuto dallo stesso presidente americano e dal suo staff un «agente provocatore» dei servizi britannici e italiani per incastrarlo. Al Copasir Conte dovrà chiarire se i servizi segreti italiani abbiano fornito a Barr documenti o notizie riservate. Ma anche spiegare come mai, appena qualche giorno dopo abbia fornito assicurazioni sugli F-35 senza consultareiministri competenti. Il dossier sui contratti per l’acquisto dei velivoli era stato infatti trasmesso a palazzo Chigi dall’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta ma Conte aveva l’impegno di rivalutare l’entità della spesa e il rispetto delle scadenze. «Tutto regolare» A chi lo incontrato in queste ore Conte ha ribadito che «tuttoèstato regolare, ma ci sono fonti che evidentemente vogliono screditare l’operato dei nostri servizi e alterare la realtà. È chiaro che si sta approfittando dell’occasione per ricamarci su, ipotecare e ostacolare future riorganizzazioni dei servizi». A Palazzo Chigi viene ribadito che «il presidente è determinato ad evitare che questo screditamento avvenga, sono giochi interni che ci sono sempre stati in passato ma che ora Conte non accetta più». E dunque la linea è tracciata: «Lavorare con il massimo riserbo e nel rispetto dei vincoli di legge alla sicurezza nazionale. Solo in questo modo si dimostra lo spirito di servizio». Alla fine non è escluso che qualche testa possa cadere, anche se al momento Palazzo Chigi sembra escludere che sia quella di Vecchione.