«Vede, oggi c’è questo problema di fondo. La morte deve apparire bella. Solo che non lo è, mai. La morteèmorte». Il cardinale Edoardo Menichelli ha la voce profonda e appena arrochita, era arcivescovo di Ancona quando Francesco nel 2015 gli diede a sorpresa la porpora, un modello del pastore prediletto dal Papa, quello con l’«odore delle pecore». E lui il pastore lo aveva fatto davvero, dopo la morte dei genitori, «badare alle pecore era il lavoro più semplice per aiutareinonni», raccontava. Oggi il cardinale è assistente spirituale dell’Associazione nazionale medici cattolici. Il clima che si avverte dopo la sentenza della Consulta sul suicidio assistito lo conosce da tempo. «Credo sia arrivato il tempo di rieducarci tutti al senso della vita e della morte. Perché, se non lo faremo, avremo una società che bandirà quelli che soffrono, come scarti». Eminenza, lo scrittore Antonio Scurati scriveva sul Corriere che «ogni individuo deve poter scegliere liberamente, non solo come e dove vivere, ma anche quando porre fine alla propria esistenza in base alla sua personale, irriducibile, inalienabile concezione della dignità di essa». È una convinzione che appare sempre più diffusa. Lei avverte una difficoltà a spiegare le sue ragioni, oggi, anche ai cattolici? «La avverto sì, soprattutto nel parlare ai giovani. La realtà della morte e del dolore sono esorcizzate dal mondo contemporaneo. Che peraltro li circonda di guerre, delitti, sangue: e i nostri ragazzi che giudizio ne possono mai avere?». Abbiamo rimosso la morte? «Direi proprio di sì. Eppure è l’unica nemica che abbiamo. Ed è una nemica che non possiamo sconfiggere. Poi, certo, chi ha fede nella resurrezione sa che non rappresenta la fine, ma questa mia speranza non la posso imporre con una iniezione di fede. Siamo di fronte a un problema molto serio». Che genere di problema? «Un problema educativo. Spero che il pronunciamento della Consulta sia un’occasione di discussione serena, senza scontri all’arma bianca, ma rispettosa del mistero che ci portiamo addosso. Dobbiamo abbandonare le posizioni di parte e riconoscere il mistero della nostra vita e della nostra morte. Sappiamo ben poco. La vita la riceviamo per dono, non sappiamo quando viene né quando finisce. Di fronte a tutti, senza giudicare nessuno, mi permetto di richiamarne la sacralità e la bellezza. La vita è bella in se stessa. La bellezza è che ci sia: ogni persona c’è. Tutti vorrebbero una vita senza dolore ma, di fatto, non è così. La vita è un cammino, una vigilia misteriosa. E sono convinto valga anche quando non è feconda o produttiva. Che si debba celebrare la vita in pienezza, con le possibilità eidoni che uno ha, senza pretendere che sia diversa e singolare. La vita è, semplicemente». Ma qui non si tratta della vita. Si tratta del dolore che si fa insopportabile, della sofferenza fisicaepsicologica. Della libertà di ciascuno di poter dire: basta. «Di fronte al morire non è vero che dobbiamo sopportare la croce all’infinito. Non sto dicendo questo. La Chiesa è contro qualsiasi forma di accanimentoedi cura sproporzionata. Ma esistono, per lenire il dolore, le cure palliative. Il problema è: se anziché lenire il dolore lo assumiamo come criterio per interrompere la vita, dove cominciamo, qual è la linea di demarcazione? Vogliamo creare una società di perfetti? Se si arrivasse ad una legislazione bisognerà pensarci bene, perché aprire strade pericolose è facilissimo mentre è assai difficile tornare indietro». Ciascuno lo decide per sé, non siamo liberi? «La libertà Dio non l’ha mai conculcata. I suicidi esistono, ci sono sempre stati. E io credo che un suicida troverà sempre il Dio misericordioso che sa leggere nel labirinto della nostra vita. Ma un contoèquesto, un altro che io chieda a qualcun altro: fammi morire. Pensi a un medico: come la mettiamo con la sua coscienza? Lo Stato obbliga un medicoafare quello che gli dico io?». Marco Cappato ha spiegato che in Paesi come la Svizzera il medico non è obbligatoanulla e si limita a «prescrivere la sostanza letale»… «Un medico non prescrive medicinali di morte, ma per curare. Deve rispondere al suo giuramento, al suo codice professionale, alla sua coscienza». Lo Stato non obbliga nessuno, lascia che ciascuno abbia la libertà di scegliere. «Lo Stato ha questo potere? Il potere di legiferare sul nascereesul morire? Se io decido di morire lo Stato mi deve dire sì? E in base a che cosa si stabilisce chi deve nascereechi morire? A una convenzione sociale? Ma di convenzioni ne cambiamo una al mese. Non tutto ciò che è legale è anche morale. No, l’unica cosa da fare è dibattere, approfondire. E per chi crede, mi faccia aggiungere, invocare l’aiuto di Dio».

Più che un’elezione, una rivoluzione. Sebastian Kurz sbanca il tavolo del voto austriaco, portando la Övp al secondo miglior risultato della sua storia. Al trionfo dell’ex e futuro cancelliere si accompagna una radicale mutazione del paesaggio politico viennese, che vede il crollo dell’estrema destra, un grande successo dei Verdi sul modello dei loro gemelli e suggeritori tedeschi, la conferma di una crisi socialdemocratica, che tuttavia in Austria non acquista dimensioni esistenziali come in Germania. A soli 33 anni, Kurz è certo di formare il suo secondo gabinetto, quattro mesi dopo essere stato costretto alle dimissioni dallo scandalo che in maggio aveva travolto i suoi ex alleati di estrema destra della Fpö. Sarà ancora il più giovane capo di governo al mondo. Ma dalla scelta degli alleati, tutta e solo nelle sue mani, dipenderà il fatto che resti nel solco della sicura continuità austriaca, ovvero passi alla storia come il pioniere di nuovi equilibri politici in Europa, facendo dell’Austria un laboratorio. Le prime proiezioni danno la Övp oltre il 37%, quasi 6 punti in più rispetto al 2017. Solo nel 2002, con l’allora cancelliere Wolfgang Schüssel, i popolari avevano fatto meglio con il 42%. E’ un trionfo che Kurz può intestarsi da solo, con una campagna fortemente personalizzata e carismatica, giocata sulle percezioni più che sui contenuti. La Spö si ferma al 22%, anche se il voto per posta potrebbe regalarle diversi decimali in più. E’ il peggior risultato di sempre per i socialdemocratici e un calo di quasi 5 punti rispetto al 2017. Non è servito il volto nuovo di Pamela Rendi-Wagner, ex ministra della Sanità entrata in politica pochi anni fa. Ma la Spö resta secondo partito ed è uno degli alleati possibili per Kurz. Viene punita severamente la Fpö, che paga gli scandali e le nuove accuse di corruzione sull’ex vice-cancelliere HeinzChristian Strache, l’uomo in canottiera che in una villa di Ibiza prometteva contratti pubblici in cambio di tangenti e favori a una giovane silfide, sedicente figlia di un oligarca russo: l’estrema destra perde 10 punti, passando dal 26% al 16%. Esplodono i Verdi di Werner Kogler, anche grazie alla centralità della difesa del clima in campagna elettorale: esclusi dal Parlamento nel 2017 con il 3,8%, ci tornano in forze con il 14%. E ottengono un buon successo i liberali di Neos, che passano dal 5,3% a poco meno dell’8%. Sul piano dei numeri, Kurz ha ora solo il disagio dell’abbondanza. Avrà «colloqui con tutti», come ha annunciato ieri sera nelle prime dichiarazioni davanti al suo popolo in delirio. Ma l’ipotesi di riformare l’alleanza con la Fpö sembra esclusa, non ultimo perché il segretario generale Harald Vilimsky ha già detto che il posto del partitoèall’opposizione. Resta una Grosse Koalition con i socialdemocratici. Stabile, relativamente facile da negoziare vista la tradizione di precedenti, sarebbe però in conflitto con la narrazione del cambiamento e del nuovo inizio sulla quale Kurz ha costruito il suo personaggio. Non ultima, si staglia la vera novità: l’alleanza a tre con Verdi e Neos, anche se la sorpresa del voto è che la Övp disporrebbe di una piccola maggioranza nel Nationalrat anche alleandosi solo con i Verdi. In entrambi i casi, Kurz aprirebbe una nuova frontiera, ma non sarà semplice. Pragmaticoedel tutto flessibile, o senza principi come accusano i critici, per convincere i Verdi il futuro cancelliere dovrebbe abbandonare in tutto o in parte la sua linea dura sull’immigrazione e le promesse di rendere più snello il generoso welfare asburgico.

Non sono bastati nemmeno il pianto di Andrea Marcucci e le lacrime di Anna Ascani: sui renziani rimasti nel Pd continua ad aleggiare loro malgrado il sospetto che prima o poi raggiungano il leader di un tempo. O che giochino di sponda con lui spiazzando il partito. Infatti le ultime mosse dell’ex premier, come quella di bloccare la rimodulazione dell’Iva, hanno messo in difficoltà i dem. Non solo: Renzi ha sorpreso Andrea Orlando dando ragione al ministro Alfonso Bonafede sul metodo del sorteggio per i membri del Csm. Ironica la replica del vice segretario del Pd: «Sulla giustizia non è l’unica affinità tra i due». Dunque, i vertici del Pd sono preoccupati per le uscite dell’ex segretario. E Matteo Renzi non li rassicura quando annuncia al Foglio: «Questa nostra casa si ingrandirà, avrà a breve più di cinquanta parlamentari, centinai di sindaci, una cinquantina di consiglieri regionali, migliaia di amministratori e soprattutto un sacco di comitati e di semplici iscritti». A dire il vero la maggior parte dei renziani fa mostra di non volersene andare. Però non c’è niente da fare: i dubbi e le voci sirincorrono. E non è sfuggito a nessuno l’accenno di Orlando nell’ultima Direzione. «Chi è indeciso se restare o meno lasci gli incarichi». Affermazione riferita ai dirigenti locali, poi rettificata dallo stesso vice segretario, ma che la dice lunga sull’aria che si respira al Pd. Guardata come una sorta di «quinta colonna» dell’ex premier, l’ala renziana (o almeno gran parte di essa) in realtà ha rotto da tempo con il «capo». Più precisamente dal novembre del 2018, quando in un convegno a Salsomaggiore il leader spiegò che ormai si stava disimpegnando dal partito e che perciò occorreva che ognuno nuotasse da solo: lui sarebbe rimasto in disparte. E quando, nel luglio di quest’anno, l’ex premier ha cominciatoaconcretizzare la nuova operazione, non ha nemmeno chiesto di seguirlo a chi sapeva che non lo avrebbe fatto. Non a Lorenzo Guerini che gli aveva spiegato il suo punto di vista: «Secondo me così dividi solo il campo riformista del Pd». Non a Luca Lotti : «Matteo stai sbagliando». O ad Andrea Marcucci: «Io ti rispetterò sempre, ma stai commettendo un errore». Con la scissione, dunque, c’è stata una rottura politica vera tra Renzi e i «suoi». Non è stata una finta. Renzi conosceva bene la situazione quando ha deciso di procedere. E non è un caso perciò che alla fine non abbia voluto sponsorizzare la candidatura di Anna Ascani per un dicastero, preferendole l’attuale ministra per la Famiglia Elena Bonetti. La prima infatti è rimasta, mentre la seconda lo ha seguito in Italia viva. E certamente l’ex premier non si aspettava che Dario Nardella si imbarcasse nella stessa sua avventura. Il sindaco di Firenze glielo ha spiegato e Renzi gli ha risposto. «Va bene così». Comunque Nardella alla Leopolda ci andrà, come primo cittadino del capoluogo toscano. Qualche delusione, però, l’ha avuta anche l’ex presidente del Consiglio. Era convinto che Salvatore Margiotta, sottosegretario del governo giallorosso, andasse con lui, ma così non è stato. Nemmeno Patrizia Prestipino, neodeputata ultrà renziana si è ancora mossa. Eppureatutte le kermesse dell’ex segretario era sempre in prima fila. Voci dai palazzi raccontano di un possibile abbandono del senatore Tommaso Nannicini, però lui smentisce con forza: «Io resto». Un tam tam dava in allontanamento anche Emanuele Fiano, che replica secco: «È una voce del cavolo». E se si chiede a qualche esponente di Italia viva chi saranno i prossimi parlamentari del Pd che aderiranno al nuovo soggetto politico si ha come risposta per lo più un «boh». Non lo sanno sul serio, non arriva nessun altro o i nomi sono «coperti» fino alla Leopolda di ottobre per decisione del regista della kermesse fiorentina Matteo Renzi?

«Noi offriamo a 60 milioni di italiani la possibilità di scegliere una legge elettorale certa, efficiente, moderna: chi prende un voto in più, vince e governa». Matteo Salvini prova a rilanciare se stesso e la Lega con un’iniziativa sulla legge elettorale. Per scavalcare la maggioranza contraria in Parlamento, la Lega prova la carta del referendum popolare. Nessuna necessità di trovare 500 mila firme, come previste dall’articolo 75 della Costituzione, perché i leghisti possono usare l’altra leva, ovvero i Consigli regionali. Ne servivano cinque, e invece ce ne sono ben otto, a guida centrodestra. Oggi il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, con altri esponenti del partito, sarà alla Corte di Cassazione alle 11 per il deposito del quesito per il referendum sulla legge elettorale. In sostanza si tratta di abrogare la parte proporzionale dell’attuale legge, il Rosatellum, per farlo diventare completamente maggioritario. Una mossa strategica perché, com’è noto, fatta una legge elettorale, poi si finisce per andareavotare subito. Forte dei sondaggi, la Lega vuole tornare al più presto alle urne. Ma il referendum avrebbe anche due altri effetti positivi. Il primo sarebbe quello di bruciare sul tempo i tentativi delle altre formazioni politiche di riformare la legge elettorale. Necessità che si pone soprattutto dopo il taglio dei parlamentari, che rischia di privare le Regioni e i territori di rappresentanza. La tentazione della maggioranza è quella di varare una legge su base proporzionale, che quindi annacquerebbe la forza della Lega e consentirebbe alleanze tra più formazioni. Anche se una parte del Pd preferirebbe un maggioritario a doppio turno. Il secondo effetto positivo, questo ai fini della propaganda, sarebbe quello di sbandierare il volere del «popolo». Ai piani della Lega ci potrebbe però essere un impedimento definitivo: la Corte Costituzionale. L’iter è chiaro: entro il 30 ottobre la Cassazione farà pervenire le sue osservazioni sul quesito; entro il 20 novembre le Regioni hanno tempo per poter fare le loro eventuali controdeduzioni; entro il 15 dicembre si pronuncerà la Cassazione. Per questa fase non si prevedono sorprese. A quel punto, l’ufficio centrale della Corte di Cassazione manderà il tutto alla Corte Costituzionale. La prima seduta sarà entro il 20 gennaio, poi la Consulta ha tempo fino al 10 febbraio per deliberare. Molti i pareri di giuristi che ritengono che la Corte boccerà il quesito, perché non autoapplicativo. Entrerebbe in vigore una legge frutto della mannaia del referendum abrogativo, con la quale non si potrebbe votare subito, ma che avrebbe necessariamente bisogno dell’intervento del Parlamento. Ma la Lega tira drittoeSalvini spiega che la nuova legge «eviterebbe menate, inciuci, cambi di maglie, come per le Regionali: spero che almeno su questo, non rubino al popolo italiano il diritto di esprimersi e di votare».

Se quello l’ha chiamato «Porcellum», questo come lo chiamiamo? «Io lo chiamerei Popolarellum, visto che lo deciderà il popolo». Roberto Calderoli, senatore leghista di lungo corso, grande esperto di leggi elettorali, attivissimo nell’escogitare trappole parlamentari e nello scovare cavilli perfrenare la maggioranza, racconta la sua strategia per aggirare il potenziale blocco anti Lega in Parlamento. Si comincia con il deposito della richiesta di referendum popolare, firmata da otto Consigli regionali di centrodestra. «Sì, domani (oggi per chi legge) andiamo in Cassazione a depositarlo». Cosa si chiede? «L’abolizione della parte proporzionale del Rosatellum, l’attuale legge. Con un lavoro di taglio e di cesello, verrà fuori una legge completamente maggioritaria». L’iter è lungo e non privo di insidie. «Se tutto va bene, il 10 febbraio la Corte Costituzionale delibera e dà il via libera». Molti giuristi sostengono però che è un referendum anticostituzionale, perché non è autoapplicativo. «Ma no, ci sono molti esempi che smentiscono questa tesi. Sia l’Italicum sia il Rosatellum prevedevano decreti legislativi per definire i collegi. Lo stesso avverrà per la riduzione del numero dei parlamentari». Il Parlamento dovrebbe completare una legge che non vuole? «Non il Parlamento, ma il governo. Comunque sarei molto cauto a dire di no: se il governo si rifiutasse, tornerebberoiforconi per le strade. E questa volta non sarebbero solo per l’agricoltura». Il Parlamento ha più di tre mesi per intervenire. «Non ce la farà, è fantascienza». Gli altri partiti volevano fare una legge contro di voi? «Ma noi li freghiamo. Volevano tornare al proporzionale con governi raccogliticci fatti da partiti e finti partitini». E con il Popolarellum? «È il sistema anglosassone, ci ispiriamo al maggioritario puro inglese. Chi vince va a governare. Si tornerebbe a bipolarismo o tripolarismo». Il Pd è diviso. «Un primo effetto della proposta è che sono tornati a parlare Prodi e Veltroni e chiedere il maggioritario. Del resto al Pd il Mattarellum è sempre piaciuto da matti». Forza Italia che dice? «È ondivaga. Prima ha detto no, poi libertà di coscienza, poi sì. Forse vorrebbe una quota di proporzionale». E quindi? «E quindi prima parla il popolo, senza impasticciare tutto. Prima si costruisce la casa, poi al limite si mettono le tendine». I referendum sono un rischio, a Renzi non hanno portato fortuna. «Sono strasicuro che lo vinceremo». Il Porcellum, che fece lei, fu un pasticcio, come si capisce dal nome che gli diede lei stesso. «In realtà l’ho subito. Ogni partito ci aggiunse un pezzetto e ne uscì un pasticcio. Stavolta non andrà così».

Lega nel Ppe? La mossa di Giorgetti: non lo escludo.

Il sasso nello stagno lo ha gettato l’ex sottosegretario del Carroccio alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: «La Lega nel Partito popolare europeo? Non lo escluderei a priori. Con la Csu bavarese, ad esempio, ci sono molti elementi di consonanza», ha risposto a Lucia Annunziata che lo intervistava a Mezz’ora in più. Un’apertura a quel Ppe che a Bruxelles e a Strasburgo la Lega sta combattendo con forza, ma che comprende anche Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orbán, «alleato» di Matteo Salvini, come lo ha definito il leader magiaro nella lettera di saluti al termine del governo gialloverde. Il Carroccio ha fondato un proprio gruppo al Parlamento europeo — Identità e democrazia — che include i deputati francesi del Raggruppamento nazionale di Marine Le Pen e i tedeschi di Alternativa per la Germania. Il presidente è il leghista Marco Zanni. In ogni votazione, a partire da quella per l’elezione della presidente Ursula von der Leyen, la Lega ha votato in modo contrario al Ppe e il suo leader Salvini ha sempre dichiarato di volere un’altra Europa, non quella incarnata da popolari, socialisti e liberali. Ma in politica le cose cambiano, come dimostra la recente alleanza giallorossa. E dunque non chiude la porta alla Lega ma pone delle condizioni Antonio Tajani di Forza Italia, l’italiano più autorevole tra i popolari, ex presidente del Parlamento Ue: «Non basta dirsi cristiani per fare parte del Ppe — spiega —. Ma se la Lega condividerà le nostre posizioni europeiste e a favore dell’euro, abbandonando il sovranismo che è in contrasto con la nostra idea di Europa, allora potrà essere aperto un percorso. Oggi non ci sono le condizioni». Per la presidente dei senatori di FI, Anna Maria Bernini, «è una buona notizia e un significativo passo avanti per la costruzione di un centrodestra più credibile e competitivo» perché «se il sovranismo diventa isolazionismo finisce per remare contro l’interesse nazionale».

Mike Pompeo arriva in Italia per sondare il nuovo governo su Cina e Russia. Ma saranno i dazi a tenere banco negli incontri con il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. La visita del Segretario di Stato americano cade proprio in giorni di grande tensione nei rapporti commerciali tra Stati Uniti ed Europa. E quindi anche Bruxelles seguirà con attenzione i segnali in arrivo da Roma. Export a rischio Oggi il Wto, l’Organizzazione mondiale del Commercio, decide qual è l’importo dei dazi che gli Stati Uniti potranno imporre all’Unione Europea, come compensazione dei danni subiti per la concorrenza sleale di Airbus. Il contenzioso era iniziato nel 2004, con un ricorso anche della Ue contro i sussidi pubblici ricevuti dall’americana Boeing. Secondo le indiscrezioni la penalità imposta dal Wto dovrebbe aggirarsi intorno agli 11 miliardi di dollari. La Casa Bianca, però, ne vorrebbe 20. Robert Lightizer, rappresentante per il Commercio e c onsiglier e di Donald Trump, ha fatto preparare due elenchi di beni da colpire: uno incide su un volume pari a 21 miliardi di dollari; l’altro comprende 89 merci, per un ammontare di4miliardi. I dazi potrebbero salire fino al 100% del controvalore importato. Il problema è che l’agroindustria italiana pagherebbe un prezzo molto pesante. Basta scorrere le due liste di Lightizer: Parmigiano Reggiano, Grana, pasta, olio, vino. Il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, ha spiegato ieri al Corriere che i prelievi su Parmigiano e Grana, per esempio, potrebbero balzare da 2 a oltre 20 euro al chilo, «con un crollo dell’export pari al 90%». Certo, il cibo non c’entra nulla con gli aerei. Ma c’è una spiegazione politica. L’intransigente Lightizer vuole mettere in difficoltà l’Unione Europea fino a che non accetterà di spalancare i mercati al «made in Usa», partendo proprio dai prodotti agricoli. Il «verdetto» del Wto offre all’amministrazione americana uno strumento, forse inaspettato, di pressione sugli europei. Conte e Di Maio proveranno a convincere Pompeo a calibrare in modo più equilibrato l’ondata di dazi, evitando quello che è, oggettivamente, un accanimento contro le produzioni più pregiate dell’agroindustria italiana (e anche francese). In cambio l’Italia si impegnerà a favorire la ripresa del negoziato più complessivo sull’interscambio tra Unione Europea e Usa. L’operazione non è facile sul piano diplomatico, perché gli aiuti ad Airbus furono decisi da Bruxelles e quindi la responsabilità politica è di tutti i partner Ue. Cina e 5G Nei mesi scorsi Pompeo è stato durissimo con quei Paesi, fossero anche degli alleati, pronti ad acquistare la tecnologia delle telecomunicazioni 5 G dalla cinese Huawei: «Se lo fate vi taglieremo fuori dallo scambio di informazioni sensibili». Il governo gialloverde fu tra i più convinti ad aderire alla «Via della Seta», il piano di investimenti in infrastrutture promosso da Pechino. L’Italia ha adottato il cosidetto «golden power» per tranquillizzare Washington. In sostanza l’esecutivo può imporre alle aziende che operano in Italia di inserire clausole di sicurezza negli accordi stretti con società cinesi. Ma per gli americani il discorso non è chiuso. La rete 5G, che consentirà per esempio la guida senza autista, può interferire con gli impianti satellitari del Pentagono e della Nato. Gli esperti americani verificheranno l’efficacia delle misure adottate dal governo. Pompeo vuole anche capire se siano cambiati gli equilibri politici. Nell’esecutivo precedente la diffidenza di Matteo Salvini compensava le aperture di Luigi Di Maio. Russia e Vaticano Pompeo verificherà la tenuta dell’Italia sulle sanzioni economiche imposteaMosca dopo l’annessione della Crimea. È il minimo sindacale, ma finché Trump sarà alla Casa Bianca, Washington non può chiedere di più ai suoi alleati. Il Segretario di Stato proverà anche a migliorare i rapporti in Vaticano: prevista un’udienza privata con Papa Francesco.

I ncalzato in tv da Lucia Annunziata, il nuovo responsabile dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha fornito qualche traccia sui lavori in corso per definire il testo della legge di Stabilità. Il suo è stato un intervento da ministro pienamente «politico», visto che già dalla scelta del lessico ha voluto segnare una discontinuità rispetto alla tradizione di un Mef guidato in tante occasioni da (validi) ministri tecnici. Ma proprio perché si capisce subito che Gualtieri è un animale politico e ha un peso rilevante nel governo di cui fa parte, ne deriva la necessità di porre la massima attenzione all’indirizzo complessivo della sua azione e ai messaggi che fa arrivare. Procediamo per gradi. Sappiamo che quanto ad entità la manovra è di taglia large, 30 miliardi come ha annunciato lo stesso Gualtieri, di cui 23 destinati a neutralizzare gli aumenti dell’Iva. Il resto (7 miliardi) dovrebbe andare a finanziare una serie di interventi che spaziano dalla riduzione del cuneo fiscale ai provvedimenti green. È vero che in virtù di quella che i tecnici del ministero chiamano «rimodulazione selettiva» della stessa Iva Gualtieri spera di riuscire a recuperare — acrobaticamente — qualche miliardo, però risulta chiaro che le misure pro-crescita non potranno avere quell’impatto che meriterebbero per tentare di tirar fuori il Paese dalla stagnazione. In più, come ha ammesso ieri il responsabile del Mef, il governo nella sua collegialità ha scelto di farsi carico della continuità di ben tre provvedimenti-bandiera del precedente esecutivo gialloverde (quota 100, reddito di cittadinanza e mini flat tax), misure che Gualtieri considera sbagliate e non azzera solo per senso di responsabilità. Tradotto: per evitare disagi reali e contraccolpi di consenso nelle platee interessate (pensionandi, poveri e partite Iva). Già solo sommando questi vincoli è facile capire come il percorso della prima Stabilità della stagione giallorossa si presenti tortuoso. Nel linguaggio degli sport invernali verrebbe definito uno slalom. Il Paese però non chiede ministri capaci solo di aggirare gli ostacoli, non cerca virtuosismi contabili, ma vuole capire il senso di marcia, che cosa la politica ha in mente per i prossimi due-tre anni. Domanda più che pertinente visto che il Conte 2 si fa vanto di voler arrivare a fine legislatura. Per rispondere a quest’esigenza il politico Gualtieri farà bene, dunque, a inserire nella manovra la prima tranche di una serie di misure per la crescita ma è chiamato anche a indicare le scelte di medio termine. Nei prossimi tre anni quale riduzione del cuneo fiscale si punta ad ottenere, come si intende governare la spesa previdenziale, quali scelte di politica industriale si vogliono implementare per recuperare il ritardo italiano nella trasformazione digitale, come intende il governo affrontare la questione dell’Iva nei successivi bilanci. Sono domande che si pongono non solo gli elettori ma anche gli investitori stranieri, e una comunicazione chiara e trasparente in questi casi è la risposta migliore che si possa dare.

Nonostante le tensioni sulla manovra nel vertice notturno, il primo mese di governo è parso tranquillo. Certo, c’è qualche scaramuccia a rendere il clima più frizzante. Ma — che si parli di giustizia, riforme costituzionali, elezioni regionali, economia (soprattutto quella verde), migranti —isummit tra Partito democratico e Movimento cinque stelle sono stati sereni: i plenipotenziari delle due formazioni uscendo da quei vertici lasciano intendere che, a parte qualche dettaglio, si sono trovati in sostanziale armonia. Se poi i grillini hanno problemi di compattezza e di tenuta, immediatamente mettono in chiaro che non è certo per colpa del partito di Nicola Zingaretti. Insomma: una luna di miele abbastanza soddisfacente. Vien da chiedersi se non abbia peccato di pessimismo Mario Tronti quando ha definito l’accordo estivo tra Pd e M5S un «suicidio assistito». In un’intervista a Carmine Fotia («L’Espresso») l’ottantottenne teorico dell’operaismo italiano, già senatore del Pd, non ha concesso attenuanti al patto che ha portato alla nascita dell’attuale governo. Alla sinistra italiana ha rimproverato di esser corsa a salvare i seguaci di Grillo proprio «mentre affondavano». Di essersi poi sottratta all’opportunità di «sfidare sul campo e sconfiggere in battaglia» la destra.

Tronti ha inoltre sostenuto che Zingaretti avrebbe dovuto puntare i piedi contro i «governisti ad ogni costo» che hanno in mano le correnti del suo partito. Anche al prezzo di «mettere in gioco la segreteria». Perché? Per il fatto che «un conto è se al governo ci arrivi meritandoti un mandato di fiducia dal basso… un altro se ti affidi sempre ai trucchi di una legge elettorale o, peggio, alla solita congiura di palazzo». Il Pd, gli si obietta, giustifica l’accaduto sostenendo che l’8 agosto è scattata un’emergenza che «imponeva» di arginare Matteo Salvini. Possibile, si è chiesto di rimando il filosofo, «che l’unico modo di iniziativa della sinistra debba sempre essere quello di sventolare un pericolo che incombe sulle nostre teste, sempre di segno autoritario, un Annibale alle porte, contro cui chiamare a una union sacrée di tutte le forze responsabili del destino del Paese o del Continente?». Non è pazzesco che nessuno si renda conto che così si sacrifica ogni volta «la rappresentanza, la cura, la difesa della propria parte, con il risultato di consegnarla a un’altra parte?». Attenzione, era il monito trontiano: «dalle auto blu ministeriali» la sinistra non riuscirà mai a vedere il mondo reale. E la storia del Novecento ci ha consegnato una «lezione magistrale»: «una sinistra senza popolo lascia il popolo alla destra». Analisi impietosa, come può esserla quella di un uomo assai colto, devoto alla causa (fin dai tempi in cui era ancora ben vivo il Partito comunista) e soprattutto personalmente disinteressato. In alcune parti il suo ragionamento coincide con quello di Emanuele Macaluso che in «anzianità di servizio», acutezza e disinteresse personale non gli è da meno.

Ma, a giudicare dal primo mese di vita della coalizione, forse sia Tronti che Macaluso peccano di catastrofismo. Nel senso che l’integrazione di governo tra Pd e Cinque Stelle procede meglio di quanto si potesse ipotizzare. Il clima, ad esempio, è molto diverso da quello assai più competitivo che si produsse tra M5S e Lega nell’estate del 2018 quando i sondaggi iniziarono a segnalare la crescita di Salvini a danno di Di Maio. Oggi i due più importanti partiti di governo sono dati sostanzialmente alla pari (con una lieve prevalenza del Movimento di Grillo). Per giunta — cosa che con la Lega non è mai accaduta — si è addirittura data vita ad un’alleanza elettorale in vista delle consultazioni in Umbria del prossimo 27 ottobre. Ed è evidente che se tale alleanza dovesse vincere—cosa non impossibile — essa potrebbe essere riproposta in successive elezioni amministrative, forse anche alle prossime politiche. Il leader di Sinistra italiana Paolo Cento ha già proposto di sperimentare l’intesa Pd, Leu, M5S in un turno di elezioni suppletive che si terranno a Roma in gennaio.

Di fatto il movimento fondato da Beppe Grillo è tornato nella sua collocazione originaria, ai confini della sinistra. E, pur senza rinunciare del tutto a quel che resta della propria identità, sta gradualmente prestandosi alla costruzione di un multiforme soggetto politico in grado di reggere al confronto elettorale con la destra. Avessero scelto, i Cinque Stelle, un anno e mezzo fa di andare al governo con i democratici, questa prospettiva sarebbe adesso irrealistica. Perché, reduci (allora) da un clamoroso successo elettorale, probabilmente Di Maio e i suoi non avrebbero resistito alla tentazione di imporsi a un Pd umiliato nelle urne. E per il movimento grillino, in caso di flessione elettorale alle europee, sarebbe stata allettante la prospettiva di andare all’abbraccio con Salvini. Più o meno quel che è accaduto quest’estate, ma a parti invertite.

In questo caso però la sinistra si sarebbe ritrovata sull’orlo di un baratro e senza potenziali alleati con i quali rimettersi in competizione. L’abbraccio del 2018 avrebbe potuto rivelarsi, quello sì, come l’anticamera di un suicidio. Adesso invece quel fronte imperniato su Pd e Cinque Stelle può strutturarsi in qualcosa di più stabile e duraturo. A maggior ragione se le due forze politiche otterranno una vittoria in Umbria dove pure si presentano in condizioni sconfortanti, con un candidato di incerta identità politica, Vincenzo Bianconi, che sostiene di non ricordare per chi ha votato alle elezioni politiche del 2018. I Cinque Stelle tra una settimana potranno alzare la bandiera del taglio dei parlamentari. E forse troveranno casa tra i Verdi europei il cui copresidente Philippe Lamberts, però, prima di accoglierli pretende qualche chiarimento sul ruolo di Davide Casaleggio. Il Pd queste delucidazioni non le esige; si compiace piuttosto di aver ricondotto i partner di governo ad una ragionevolezza, in campo economico, compatibile con i dettami europei e di averli indotti ad accettare il principio della cittadinanza peri figli degli immigrati (il cosiddetto ius culturae). Risultati non trascurabili.

Resta il dubbio—riconducibile alla riflessione di Tronti — se la creatura di Grillo e Zingaretti sarà adesso in grado risvegliare il proprio «popolo» e di provocare in esso emozioni che lo inducano a trasformarsi in un elettorato. Alla destra, un anno fa, quest’operazione è riuscita (anche se adesso dai sondaggi si intravedono segni non trascurabili di smottamento). Il nuovo fronte, imperniato su Pd e Cinque Stelle, deve ancora cominciare. Dovrà cioè identificare un tema identitario che non potrà essere soltanto quello della contrapposizione a Salvini. Vedremo. Di una cosa però si può fin d’ora essere certi: quel tema non potrà scaturire dalla riproposizione del più che ventennale dibattito sulle riforme costituzionali ed elettorali. Dibattito che presto si riaprirà su questioni certo fondamentali, ma che si sono (anche recentemente)rivelate inadatte a scaldare il cuore del popolo di cui si è detto.

Onorevole Graziano Delrio con i 5Stelle avete trovato l’accordo sullo ius culturae. Si concretizzerà? «Intanto è molto importante che si discuta del tema di dare più garanzie e più diritti senza pregiudizi. Si tratta di ragazzi e bambini che sono nati, vivono e studiano in Italia. Questo accordo, che è più moderato rispetto al nostro testo originario, è aperto ai contributi di tutti coloro che non fanno propaganda sulla pelle di questi ragazzi ma riconoscono che la democrazia ha tutto da guadagnare nel dare più diritti. Come è avvenuto per il diritto di voto ai poveri nel Novecento e per le donne, che hanno rafforzato la democrazia e la società. Del resto, anche in Forza Italia hanno presentato una proposta di legge sul tema». Non temete di perdere voti e regalarli a Salvini? «Salvini ha usato l’immigrazione come strumento di propaganda per distrarre l’elettorato dal fatto che, quando era al governo, non si occupava della sicurezza del nostro Paese. Faceva la guerra a poche centinaia di persone che arrivavano sulle Ong, mentre in migliaia entravano clandestinamente, creando problemi di ordine pubblico. È chiaro che Salvini continuerà a fare la sua propaganda, ma questo non è un buon motivo per non fare lo ius culturae». A proposito di consensi persi, il sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato ieri dal «Corriere» rivela che voi avete subito un calo. «Noi abbiamo un problema di assestamento dopo una scissione sbagliata e grave: è andato di là un ex segretario del Partito democratico che ha governato il Pd quattro anni ed è stato e presidente del Consiglio per tre e quindi credo che chi sottovaluta il problema sbagli. Anche perché in generale chi assume la responsabilità di governo non viene subito premiato. Speriamo che i risultati facciano cambiare idea agli italiani rendendo sempre più attrattivi il Pd e questa alleanza». Nicola Zingaretti vuole fare un partito nuovo e azzerare gli equilibri congressuali… «Zingaretti ha fatto un passo molto coraggioso. Nello scorso congresso si confrontarono due tesi. Una di discontinuità con la segreteria di Renzi, l’altra sosteneva che non bisognava allearsi con i 5 Stelle. Sono due problemi, sia Renzi che il no all’alleanza con i5Stelle, che non esistono più. Ora dobbiamo confrontarci con le grandi sfide di oggi: una economia amica dell’ambiente e città ricche di trasporto pubblico. Dobbiamo occuparci di lavoro e di famiglia. Inoltre dobbiamo rilanciare un’altra visione della società come una comunità. I giovani che sono in piazza vogliono dirci che insieme si può. Sono queste le parole chiave di una grande partito di centrosinistra oggi. Perciò mi fa piacere che il segretario guardi avanti e dica che il congresso va azzerato. E sono contento che dica che le correnti non fanno bene soprattutto se non si preoccupano di produrre idee e contributi ma di promuovere assetti di potere». Alle elezioni politiche vi alleerete con i 5 Stelle? «Io sono convinto che prima del matrimonio ci sia un periodo di convivenza. È molto importante perché la cosa diventi stabile e solida che ognuno di noi non rinunci a quello che è. Il Pd deve continuareaessere il partito che difende la giustizia e la uguaglianza nella democrazia liberale. Ora stiamo tentando di trovare una sintesi tra diversi. Sono convinto che se farà passi avanti è possibile che si estenda, ma non bisogna avere fretta». Il 7 ottobre arriva il taglio dei parlamentari, che voi non volevate, la riforma elettorale inveceèscomparsa nelle nebbie. «Con la riforma del bicameralismo, poi bocciata dal referendum, avevamo tagliato 318 senatori. Quindi non siamo contrari in linea di principio alla diminuzione dei parlamentari. Il problema è che il taglio previsto da questa riforma mette in discussione la rappresentatività dei territori: ci sono regioni che rischiano di non avere nemmeno un senatoreopartiti del 10-15 per cento che potrebbero non avere un parlamentare. Perciò abbiamo deciso di comune accordo, perché non c’è bisogno di un notaio, di avviare la discussione sulla riforma elettorale e su altre garanzie costituzionali. Non sappiamo se sarà proporzionale o maggioritaria a doppio turno. É necessario tempo anche perché occorre il contributo di tutti, non solo della maggioranza, e comunque dobbiamo fare un lavoro serio».