«Psi-Italia Viva» è un esempio di ossimoro, figura che accosta concetti opposti: e qui,in effetti, abbiamo qualcosa che dovrebbe essere vivo accostato a qualcosa dovrebbe essere morto, o almeno lasciato in pace. Il tombarolo e imbalsamatore in questo caso in chiama Riccardo Nencini, unico senatore del fantomatico «Psi», uno che ora, finalmente, grazie a una fusione coi renziani, potrà avereunaformazioneautonoma (un gruppo parlamentare al Senato) dopo vent’anni di gruppo Misto. I socialisti – chiamiamoli – non avevano un loro gruppo parlamentare dal 1994-1996, dodicesima legislatura. Hanno avuto degli eletti nelle Camere, ma non erano mai abbastanza peravere unaformazione tutta loro. Ora però, appunto, sono arrivatigli scissionisti del Partito democratico chehannoiniettato sangue vivo nell’unico senatore «Psi» (virgolette obbligatorie) che potrà ossequiarsi al regolamento del Senato, secondo il quale possono nascere solo dei gruppi di forze che si sono presentate alle elezioni. Al Senato. Alla Camera invece la norma non è prevista, e i renziani di «ItaliaViva»formeranno il loro gruppo senza bisogno di fusioni imbarazzanti per tutti: perRenzi, perNencini – che evidentemente se ne frega – e soprattutto perla storia del Partito Socialista italiano, oltreché che perla pubblica decenza. L’operazione politica ha una sua logica e peròfa schifo lo stesso. I «socialisti» (virgolette obbligatorie) si sono affrettatia specificarein una nota del segretario (hanno anche un segretario, si chiama Enzo Maraio, mentre Nencini è presidente) che loro non si fonderanno con i renziani: «Manterremo la nostra autonomia politica e la nostra identità», hanno scritto. Pensano quindi di avere un’autonomia politica e un’identità. Hanno anche garantito che «il sostegno al governo giallorosso rimane responsabile e leale. Il gruppo parlamentare avrà un taglio riformista che rafforzeràla nostraazione politica, nell’ottica dell’allargamento del centrosinistra». Tutto questo sarebbe Nencini: responsabile, leale, taglio riformista, azione politica, allargamento del centrosinistra.Nencini. In concretoavere un gruppo significa avere una segreteria, un po’ di soldi, un paio di stanze, queste cose. Potete immaginare, per il resto, quanto gliene possa fregare ai renziani del taglio riformista (dal barbiere, forse) e dell’identità politica di chi non ne aveva una neanche prima, visto che da tempo in Parlamento i «socialisti» non solo non esistono (cioè sarebbero Nencini) e non solo meritano le virgolette, ma forse meritano solo queste, tipo « ». BANALITÀ Le considerazioni da fare sono quindi un po’ come Nencini:estremamente banali. Infondo c’è solo da chiedersi se il nome e l’identità socialista (senza virgolette) nonvalgano un po’ di più di una parte dei soldi che il neo gruppo «Psi-Italia Viva» (l’ossimoro) percepirà. Ma è una domanda oziosa, in quella pietraia a cui è ridotta la politica intesa anche come somma di idee. In secondo luogo c’è un tizio meno banale, Matteo Renzi, sulla cui compatibilità con l’identità socialista è lecito interrogarsi. Intervistato da Fabio Fazio nell’ottobre 2014, chiesero a Renzi se preferivaCraxi o Berlinguer. «È una risposta facile», tagliò corto il toscano ex democristiano:Berlinguer,inteso come Enrico. Cioè: il decisionista Renzi non preferiva il Craxi del turbo-decreto di San Valentino (1984) o la risposta di lotta dura del referendum voluto da Berlinguer e dalui perso clamorosamente nel 1985; preferiva il Berlinguer della tradizione sconfitta dalla Storia, quella di Gramsci e Togliatti,l’icona,l’immaginetta. BettinoCraxiinvece rappresentava Filippo Turati, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni e tutto ciò che nella Storia aveva vinto ed era stato ormai metabolizzato: senza contare che Renzi, mentre parlava, risultava aderente ai Socialisti europei. Non solo. Due anni prima, da sindaco di Firenze, aveva detto che non avrebbe dedicato una via a Bettino Craxi (proposta dal Pdl) perché la cosa non aveva «un valore pedagogico». Gli chiesero pure se avrebbe dedicato unavia, damorto, a SilvioBerlusconi: rispose di no. Parlava mentre a Firenze c’era viale Togliatti e in altre località della Toscana c’erano strade dedicate a Ho Chi Min. Gli chieseroalloraachi si poteva dedicare una via, lui rispose «Iqbal Masih». L’avevamo tutti sulla punta della lingua. IL CONFRONTO Comodomoralismo opportunista, quello di Renzi? Non diamo risposte affrettate, ma sì: certo che lo è. Perché col cacchio che Renzi in realtà preferisse o preferisca Berlinguer. Lo dimostra un dettaglio gustoso. Nell’ottobre 2015,mentreil quotidianoRepubblica cercava di recuperare copie con una clamorosa operazione-nostalgia verso Enrico Berlinguer (non andò tanto bene) L’Unità neo-renziana faceva il contrario: pubblicò con grande evidenza un articolo dell’85enne Biagio De Giovanni secondo il quale Berlinguer, oggettivamente, aveva preso delle topiche colossali, tanto che aveva predetto il declino del capitalismo poco prima «della più grande rivoluzione capitalistica di tutti i tempi». Sarà un caso. E dovremmo credere che Renzi, rispetto al riformismo craxiano preferisse e preferisca la stessa sinistra da cui ora sta fuggendo con tanto di scissione: quella di Berlinguer, che storicamente perse il referendum sulla scala mobile, scelse di non schierarsi con gli Usa e flirtò semmai con i sovietici che intanto puntavano missili nucleari contro il nostro Paese, non volle trattare durante il rapimento di Aldo Moro, rifiutò ogni autonomismo e ogni riformismo che erano appunto cavalli di battaglia dell’odiato Craxi. Cioè: Craxi no, Nencini sì: dovremmo credere questo.Ma si può credere qualsiasi cosa, nel Paese in cui ancoraRenzieancora suRepubblica– sempreper quellacampagna nostalgica del 2015 – riuscìadireche Berlinguer «è stato il leader che per primo ha portatola sinistraitaliana dalla parte giusta della storia». Cioè il contrario della verità. Berlinguer oltretutto era quello che si schierò contro gli euromissili, che cercò di salvaguardare lo zoccolo duro comunista ma che perse di vista i ceti emergenti, che rimase comunista («l’eguaglianza è molto più importante della libertà») e non si staccò mai del tutto dall’abbraccio con Mosca, anche perché sennò i rubli non sarebbero più arrivati. Ma parliamo dell’oltretomba, siamo sottoterra: torniamo sulla Terra, torniamo al presente e torniamo – diosanto – a Nencini, perché questi sono i politici di oggi. Che resta da dire? Niente. «Speriamo che almeno Renzi chieda scusa per aver detto che la via a Craxi non era pedagogica», ci dice Stefania Craxi, che invece, su Nencini non vuole dire una parola. Segno che vorrebbe dirne troppe.

Aiuto, è tornato. Il partito di Renzi è nato solo martedì scorso e il primo sondaggio, di Masia con EMG Aqua, l’ha stimato al 3,4%. Ma due giorni dopo Pagnoncelli con Ipsos giàlo dava al 4,6eieri, per D’Alimonte dellaWinpoll-Sole24Ore, Italia Viva risultava addirittura al 6,4%. Va bene che il panorama a sinistra è affollato di partiti ma deserto di leader e proposte valide, però la crescita è tanto spettacolare quanto sospetta: benché l’uomo sia in tutte le rilevazioni il politico del quale meno si fidano gli italiani, la sua creatura guadagna un punto al giorno. Le spiegazionici sonoe non silimitano al ritorno, che pure c’è e già si avverte, dei lecca-Renzi, ovverosia l’esercito mediatico che per tre anni e mezzo ha lusingato l’ex segretario del Pd e si è asservito festante a lui fino a fargli perdere il senso della realtà e portarlo alla sconfitta, prima al referendum e poi alle Politiche. Il punto è che, per tutto il mondo che non si riconosce nel centrodestra in generale e in Salvini in particolare e non detesta la sinistra, il Matteo fiorentino restalamigliore opzione possibile. Non a caso Italia Viva cresce a spese di Più Europa, del Pd e di Forza Italia, ma non ruba voti a Lega, FdI e grillini. Il capo è galvanizzato e ormai parla tutti i giorni, disegnando gli scenari del Paese, forse perché si crede di nuovo premier, forse perchévuolfarpensare questoagliitaliani. L’ex leader dem non ci è mai stato simpatico, soprattutto perché ha aperto le porte dell’Italia in maniera irresponsabile a centinaia di migliaia di clandestini, e ora questo governo, da lui ispirato, già ha ricominciato a farlo. Però, come non vedere che, a confronto di Zingaretti, è un gigante? Matteo, da segretario, non si sarebbe mai fatto fare contro la sua volontà un governo in faccia dal capo di una corrente minoritaria del proprio partito, come invece capitato a Nicola. Lo avrebbe sfidato in campoapertoe costrettoad andarsene, anziché prima cedergli e poi subirne l’addio. Renzi cresce a spese del Pd perché il Pd non ha un leader e neppure uomini forti al governo che possano rubarela scena alfiorentino. Ennesimo errore tragico di Zingaretti, che non ha voluto far parte dell’esecutivo e neppure ha consentito ad alcun pezzo da novanta del partito di entrarvi. Ma l’ex premier aumenta anche ai danni di Più Europa, sfinita dallaleadership petulante, inconcludente e logora della Bonino, dal nome che ammazzerebbe un toro e da continui litigi e divisioni tra personalità di nessuna presa sull’elettorato. E uccide in culla il tentativo di Calenda e il suo Siamo Europei. Moderato di nome e non di fatto, europeista, distante dal popolo, non di sinistra ed espressione dei poteri forti: se uno ha l’originale (Matteo) a disposizione, perché dovrebbe sceglieregliimitatori? La crescita di Renzi è anche un campanello d’allarme per Forza Italia e Berlusconi. Se gli azzurri continuano a tenere una posizione ambigua, stando nel centrodestra ma facendo gli occhi dolci a Conte e al governo, criticando Salvini e lodando la Von der Leyen,finiranno per regalare tutti i loro voti a Italia Viva, il cui nome è già un’Opa ostile verso i berluscones.Renzi conil patto del Nazareno ha dimezzato Forza Italia portando consensi alla Lega, ora potrebbe farla sparire, rubandole gli ultimi elettori. Infine, il piccolo boom di Matteo dimostra che Conte è uomo e avvocato di sistema ma non di popolo. «Il premier non mi deve temere, l’ho messo lì io» ha praticamente dichiarato Renzi nella sua ultima esternazione al Messaggero, parlando addirittura dalla Cina. Una frase minacciosa con la quale l’ex premier ricorda a quello attuale che ne tiene in mano il destino e la poltrona. Il gioco è chiaro, Renzi nel governo giallorosso vuol brutalizzare M5S, Conte e il Pd come Salvini durante l’esecutivo gialloverde ha fatto con Di Maio, sperando di emulare almeno in parte il boom del leader leghista. Deve stare attento però: questo governo non l’ha fatto da solo ma con l’aiuto di Europa e Chiesa, che non gli lasceranno gestire la baracca a piacimento. Con il bluff di M5S che si sta rivelandoa tuttiinmodo sempre più evidentee clamoroso,il Pd che vuol tornare a D’Alema e Bersani, Forza Italia né carne né pesce e una serie di improbabili leader moderati che inseguonoil centro,il panorama politico oltre Salvini e la Meloni è cosi povero cheforse diventerà possibile anche quel chefinoaieri erainimmaginabile: la resurrezione del Rottamatore rottamato.

Dopo l’uscita di Renzi, aumentano le ragioni di un ulteriore impulso al rinnovamento del Pd, avviato con la segreteria di Zingaretti. Non sottovaluto il trauma prodotto dal fiorentino. Eppure non ho provato alcuna sorpresa, per i motivi che in altre sedi ho chiarito. Da tempo, almeno due anni, la rottura era nell’aria. E Renzi, francamente, non ha fatto nulla per smentirla con i fatti e i comportamenti concreti. Lo ha ricordato con molta efficacia Lucia Annunziata; sostenendo che in questo caso non si sentiva di avanzare critiche nei suoi confronti circa la sua condotta. Dunque, subito al lavoro, come hanno suggerito in molti nel Pd. C’è tanto da fare e a nessuno debbono tremare le gambe. Il futuro dipende da noi. Macaluso, anziano e grande dirigente della sinistra italiana, ci invita a ritrovare il popolo. Sono d’accordo. Ma la domanda che mi sale dentro è: cosa è oggi il popolo? Dove abita politicamente? Quali riferimenti lo orientano? Non esiste un popolo ideale, coeso, cosciente della propria forza e della classe a cui appartiene. Sono cose note. Non c’è un popolo che aspetta la parola chiara riformista, di sinistra, socialista che avremmo tradito e qualora la dovessimo finalmente ritrovare accorrerebbe per impegnarsi e per votarci. Il popolo che abbiamo di fronte è un magma confuso. Incerto ed emotivo. Senza radici e pronto a farsi illudere, infiammare, agitare dalle parole dei demagoghi. Questo è il popolo, ci piaccia o meno, con cui dobbiamo fare i conti. Ed esso si trova parimenti nell’astensionismo, nel voto rabbioso alla Lega e, in maggior parte (basta analizzare i flussi elettorali), nell’elettorato arrabbiato del M5s. Questo popolo non si è sentito solo colpito dalle politiche restrittive che l’Europa del rigore ha imposto e che noi flebilmente abbiamo contrastato. Si è sentito marginalizzato in un cono d’ombra. Estromesso dal linguaggio “corretto” di un’élite alla quale, in un modo o nell’altro, siamo stati assimilati anche noi. La vecchia sinistra del dopoguerra, con tutte le sue arretratezze, impose alla sua classe dirigente colta di mischiarsi non solo con i diseredati, ma (lo ricordo a Roma) con la plebe ignorante e sfuggente. Persino con i ladroni delle borgate. Per civilizzarli, ma anche per civilizzarsi essa stessa, per evitare di diventare “aerea”, autoreferenziale e ceto separato. Noi abbiamo dato la sensazione di schifare la brutalità della condizione esistenziale nella modernità e la conseguente rozzezza e persino il degrado di un popolo che non è più popolo; piuttosto una massa spesso informe che soffre un disagio, senza avere gli strumenti per decifrarlo, per elaborarlo e per combatterlo con efficacia. Ecco perché considero il nuovo governo non solo come una provvidenziale risposta al dilagare della Lega e alle emergenze economico-finanziare della Repubblica; ma l’occasione, ho detto, per mescolare gli elettorati dei rispettivi partiti. Mi si vuole troppo male se si pensa che intendo costruire un contenitore unico e confuso. Dico semplicemente che per noi ci può essere l’occasio – ne di conoscere un mondo (ripeto, in gran parte popolare) che abbiamo pregiudizialmente considerato nemico, uguale o peggiore al salvinismo, da condannare. Questo contatto, se è sincero e creativo, può aiutare a far valere le nostre ragioni, a spiegarci, a cambiare gli altri e anche noi stessi, che veniamo da cocenti sconfitte. Il contatto può produrre nuove sintesi e un avanzamento generale. Riferendosi al mio ragionamento, Fabio Martini, un amico e valente giornalista, suggerisce che un certo elettorato è meglio perderlo che trovarlo. No. Quanto ne dobbiamo perdere ancora per sentirci pochi ma buoni, i migliori, i colti e i civili? Eppure un sentimento unisce grande parte del popolo italiano. Lo sdegno per i troppi squilibri e per l’ingiu – stizia, che in questi anni è grandemente aumentata. Non solo nei redditi, ma nelle occasioni di vita, di istruzione, di lavoro. La questione l’abbiamo tematizzata all’ultimo congresso. Ma non è ancora “centrale”. E’ più presente nei programmi e nelle proposte rispetto al passato. Tuttavia non è diventata la cifra della nostra visione alternativa. La nostra immediata identità. Salvini ha martellato sull’arrivo di qualche migliaio di migranti. Ne ha fatto motivo essenziale della sua battaglia valoriale e concreta. Possibile mai che non riusciamo a fare altrettanto, circa la drammaticità dei dati del disagio sociale? La giustizia non è un pezzo di un programma. E’ una idea di come va costruita una nazione. E’ il vero antidoto alla solitudine, all’insicurezza, allo sradicamento, a quel senso di abbandono che ha colpito troppi. Una società in cui si accorciano le distanze è più coesa, armoniosa, ordinata. In essa ognuno trova la motivazione per costituirsi in comunità. Cogliere la radicalità di questa esigenza non è di sinistra o di centro. Non c’entra niente la geografia politicistica. C’entra, semmai, la capacità di cogliere felicemente quella attenzione alla persona umana che sta alla base delle culture fondatrici del Pd. La sinistra, l’azionismo laico e repubblicano e il mondo cattolico; quest’ultimo capace di dire parole “inusitate”, in quanto a forza, nella condanna della povertà. Francamente questo nucleo di pensiero non viene colpito dall’uscita di Renzi. Non c’è alcuna divisione di compiti tra una sinistra che ritorna stancamente a fare il proprio mestiere e un ipotetico centro che ha costantemente avuto, in questi ultimi anni, più eletti che elettori. Piuttosto, stiamo parlando di un Pd aperto e plurale, in grado di intervenire nella storia di oggi. La giustizia è un principio di ordine. E’ la condizione per sviluppare l’empatia, il dialogo, il riconoscimento dell’altro, liberi dai vincoli stringenti del proprio bisogno e della propria minorità. Nella giustizia si produce meglio. Le imprese aumentano la loro competitività, la qualità della produzione, in un clima di maggiore partecipazione e motivazione dei lavoratori. Nella giustizia le persone ritrovano il senso di una loro responsabilità verso il mondo, l’ambiente, indispensabili per la vita delle generazioni future. La giustizia è un atto positivo, costruttivo, non una rivendicazione di una parte contro un’altra. Non punitivo, ma di speranza. Punisce solo gli approfittatori; gli scandalosamente ingordi; gli evasori fiscali, incredibilmente tanti, come ha ricordato con sdegno Prodi. Colpisce le rendite, tutte le rendite, che sono il vero vincolo, assai più dei parametri europei, che blocca lo sviluppo italiano. Questo tentativo del Pd di riaggregare, riequilibrare, armonizzare è in controtendenza rispetto alla spontaneità dei fenomeni sociali, culturali e, direi, antropologici che sono in atto. Non torno su cose note. Zygmunt Bauman ha definito la nostra società “liqui – da”, Giuseppe De Rita “sabbiosa”, Byung-chul Han, grande filosofo coreano di formazione tedesca, uno “sciame” confuso e cangiante. Prevale la dispersione. Ognuno tende a espellere “l’altro” per affermare un egocentrismo patologico e improduttivo. Dire questo, non è cosa di poco conto. Si “deformano” le “forme” sulle quali si è sviluppata l’azione di progresso e di riscatto di milioni di esseri umani nei secoli passati. Un mondo senza forme è un mondo che scardina lo “spirito” dell’occidente: la centralità della costruzione razionale di un mondo migliore, attraverso un impegno soggettivo, individuale o collettivo. Le forme non sono solo un modo per regolare la politica e organizzare la società. Sono la condizione, fin dalla nostra nascita, per nominare, distanziare e dare un senso al mondo. Che altrimenti ci sovrasterebbe con la sua misteriosa e minacciosa casualità. Dentro le forme che noi stessi ci siamo dati ci “accomodiamo” per vivere. Sono la nostra casa, nella quale esprimiamo i talenti, i sentimenti, i piaceri che siamo in grado di provare. Certo sono le “nostre” forme; e appartengono solo a noi umani. Sublime Leopardi, quando nello “Zi – baldone” osserva come un bel giardino, per noi un vero godimento e motivo di sentimenti radiosi, nasconda, in realtà, nelle sue viscere combattimenti, sofferenze, disparità indescrivibili per tanti altri esseri viventi. Lo sfaldarsi delle forme rende la nostra vita insensata, nuda e indifesa. Ecco perché la paura, più che in altre epoche, ha fatto irruzione nel nostro presente. La sinistra e il Pd hanno colto fino in fondo questo poderoso sradicamento? Sembra a me che, molto più di noi, la destra abbia agito in questa nuova condizione. In Italia, innanzitutto la Lega è riuscita a proporre le sue “forme”. Intollerabili. Ma “forme”. De Rita ha osservato che nei momenti di incertezza le persone tendono a ritrarsi nei valori e nelle strutture sociali basiche. La famiglia. Il territorio. L’impresa. Non è questa l’operazione che sta facendo Salvini, naturalmente in chiave reazionaria, populista, illiberale? La sua azione non ha quasi nulla di programmatico, da poter verificare sperimentalmente; è simbolica, identitaria, emotiva; volta a conquistare le coscienze secondo modelli astratti, “archetipi” comportamentali; il suo rituale è quasi religioso, ed evoca ragioni sovraordinate alla politica quotidiana. Noi dobbiamo ribaltare questa potenza di fuoco, che non vedo allo stato attuale decrescere rapidamente. Negli anni passati siamo stati percepiti sia come i difensori strenui dei diritti individuali (e questo è sacrosanto), sia come esecutori delle compatibilità e delle regole di bilancio europee. Questo intreccio tra allargamento degli spazi di libertà personale e restringimento di quelli di una vita dignitosa, non ha prodotto coesione e nuove “forme” civilizzatrici. Piuttosto, per certi aspetti, ha accompagnato l’individualismo imperante e colpito la coesione sociale. Abbiamo realizzato tante cose, che vanno nella direzione giusta. Ma il segno complessivo è stato questo. Ed è così che abbiamo perso il popolo, lasciandolo alla deriva. Andrebbe ragionato di più quel 41 per cento conquistato da Renzi nel voto europeo del 2014. Quanto esso fosse collegato a un momento magico del fiorentino, durato davvero poco, legato alla sua capacità di interpretare in quel frangente la rabbia contro il sistema politico e l’esigenza di rispondere a condizioni materiali sempre più pressanti: la rottamazione e gli 80 euro, così stupidamente dileggiati. Le persone non possono vivere nell’incertezza; è su questo che il Pd deve intervenire. Comprendere che ognuno vuole ritrovare la propria “casa”, la propria “terra”, vuole poggiare i piedi su qualche solidità che lo protegga. Per questo la libertà non basta se non è accompagnata dalla responsabilità; e non basta criticare, decostruire in un impeto di perenne “nuovismo” che nel nostro campo non ha consolidato nulla. Se Salvini propone le sue “forme”, noi ne dobbiamo proporre di alternative. Non ci bastano scampoli di un buon programma. Da quanto non proponiamo ai giovani un nostro modello di società, comportamentale, di valori costitutivi? Da quanto non azzardiamo scelte di fondo, in grado di collocarci nel tempo, ma anche oltre il tempo? Da quanto diamo pochi esempi di coerenza, nella pratica politica concreta? Non sono una mammoletta. Ma non si può invocare il noi, se poi ci dividiamo in aspre contese interne per il potere, o “odiamo” gli altri come se fossimo la sola forza salvifica e nel giusto. Se dovessi preparare un nostro momento fondamentale di discussione sui nuovi compiti che si impongono, direi che occorre superare l’elenco di proposte sui singoli aspetti (seppure utile e da tener presente) per concentrarci sui punti di riferimento a cui vogliamo attenerci. Non solo le varie proposte sulla famiglia, ma che idea abbiamo della famiglia. E poi: cosa intendiamo per sicurezza, comunità, coesione, radicamento territoriale? Cosa diamo e cosa chiediamo alle imprese? Come valorizziamo il loro lavoro, la loro creatività e il loro coraggio? Come facciamo della lotta all’evasione fiscale una martellante campagna identitaria; di valore concreto, per recuperare risorse, e ideale, per affermare un patto di lealtà tra i cittadini e lo stato democratico? Quale senso diamo alla parola “patria”; e come spieghiamo che essa sempre più non coincide con i confini di una nazione, ma con una idea storicamente forte dell’Euro – pa? E, ancora, come diveniamo il partito della riscossa del Mezzogiorno e quello della difesa della “debolez – za”, contro l’idea dominante che ha valore solo la “for – za”? Se non si ricuciono i frammenti di queste realtà, non saremo mai in grado di strutturare le nostre “for – me” civili. Matteo Orfini, persona intelligente e combattiva, ha detto che se non definiamo un campo largo da Fratoianni a Calenda siamo destinati all’estinzione. E’ stata per molti anni, quella del campo largo, la mia proposta politica, mai presa in considerazione pienamente. Dicevo circa dieci anni fa: perché non uniamo quello che nel popolo è già unito, piuttosto che sancire le differenze tra i vari partiti per mantenere il proprio potere personale o di gruppo? Ora la situazione è cambiata in peggio. E si va verso logiche proporzionali (dannose almeno quanto lo sbilenco sistema maggioritario senza il doppio turno che abbiamo vissuto in Italia). Ma nulla è perduto. Per questo considero il governo una possibilità. Perché nel lavoro concreto possono prevalere le preoccupazioni più costruttive e dialoganti; a patto che vi sia lealtà e senso di responsabilità come tutti dichiarano di voler praticare. Occorre fare in modo che una ripresa di dialogo in un campo democratico avvenga non solo nel “palazzo” ma nella società e tra le persone. Solo così si può determinare uno schieramento ampio per contendere elettoralmente alla destra risorgente le redini della nazione. E dico a Orfini che, oggi, non basterebbe neppure un campo da Fratoianni a Calenda. Non basterebbe perché saremmo sempre “noi”, con un punto o due di percentuale in più o in meno. Piuttosto occorre allargare ai Cinque stelle o a loro pezzi. Vale a dire, a quella parte di popolo che negli anni passati ha scelto l’antipolitica e che oggi, invece, si è imbarcata con noi in una esperienza autenticamente politica e democratica. Come Emanuele Macaluso, ho grande fiducia in Zingaretti, Orlando, Gentiloni, Delrio, Franceschini e molti altri. Sono saggi e puliti. Ma per diventare classe dirigente plurale, ma solidale e unitaria, occorre che ognuno trasformi la propria corrente o campo di influenza, in un lavoro di elaborazione comune, di ricerca e di proposta mettendolo a disposizione di tutti. Costruire un nuovo ordine, che è il senso di ogni vera rivoluzione, non si improvvisa. Le leadership non si possono più misurare sulla forza interna, ma sulla forza del pensiero, sull’egemonia culturale, su un riconoscimento ampiamente democratico. Solo allora gli iscritti e i militanti potranno mischiarsi tra loro. Discutere e decidere. Riconquistando lo scettro di una sovranità perduta. Il Pd, così cambiato, potrà essere in un modo credibile il motore di un campo-rete insieme ad altri partiti, formazioni e movimenti che lavorano per il riscatto dell’Italia. Sono fiducioso e pronto a fare la mia parte.

È una sorta di chip, una puntata minima in grado di aprire i tavoli giusti. Un finanziamento per il gruppo di estrema destra Generazione Identitaria è stato il passepartout per un imprenditore italiano attivo ad Hong Kong, affascinato dal verbo leghista. La carta giusta per arrivare ad Armando Siri, con in tasca la promessa di un finanziamento per diffondere «il messaggio di Salvini». La storia inizia il 12 maggio del 2017. Nel porto di Catania un gruppo di giovanissimi militanti di Generazione identitaria, guidato dal ventenne Lorenzo Fiato – oggi militante attivo della Lega – blocca con un gommone l’uscita della nave Aquarius della Ong Sos Méditerranée. È la prima azione in mare dell’organizzazione, che due mesi dopo affitterà la nave “C-Star” per dare la caccia alle imbarcazioni umanitarie impegnate nei salvataggi dei migranti. Passano meno di 48 ore, il video dell’azione finisce sui social mentre sull’account Paypal di Generazione Identitaria arriva un versamento da mille euro. Una cifra che i militanti non avevano mai visto, l’inizio di un flusso di finanziamenti rimasti senza un nome. Il mittente? Un imprenditore sconosciuto, Stefano Del Vecchio. Sessant’anni, originario di Udine, è attivo nel settore del design italiano tra Usa ed estremo oriente, senza nessun passato politico noto. I dirigenti dell’organizzazione mandano subito una email di risposta: «La tua donazione ci commuove ed onora», si legge nel testo, pubblicato nel database del consorzio di giornalismo investigativo Occrp insieme ad altre comunicazioni di dirigenti della Lega, sottratte lo scorso anno da alcuni hacker. Passano due giorni e l’imprenditore gira l’email di ringraziamento a Patrizia Rametta, responsabile donne del partito di Salvini a Siracusa, attiva sui social nella propaganda anti Ong. Quel testo parte subito per Milano: «Caro Armando, ti faccio copia e incolla della email che ho avuto da Stefano – scrive Rametta in una email a Siri – te la invio per farti capire che è uno che ci crede, ha i mezzi e non si ferma. Mi auguro che possa essere un aiuto consistente per Lega Noi Con Salvini». Il contatto è ormai avviato. Nei giorni successivi c’è un fitto scambio di messaggi tra Rametta, l’imprenditore, Armando Siri e il suo assistente Marco Perini. L’appuntamento viene fissato per l’11 giugno 2017 presso l’associazione Spazio Pin. Il motivo dell’incontro era chiaro fin dall’inizio: un «finanziamento per attività che possano espandere il messaggio di Salvini», scrive Patrizia Rametta. La dirigente leghista di Siracusa assicura a Repubblica che l’incontro fu negativo. Secondo la sua versione era stata contattata da Del Vecchio su Facebook. Salvini e Generazione identitaria si sono più volte incrociati, con una convergenza evidente sul tema delle migrazioni. Nell’agenda del leader della Lega del 29 settembre 2017 – pubblicata sul database Occrp – c’è un riferimento a «un pranzo o una cena al circolo Ra Ca’ Dur Barlich di Varese con il ragazzo di Generazione identitaria». Rapporti antichi, nati all’interno del movimento identitario francese da almeno dieci anni e curati per lungo tempo da Mario Borghezio. Legami che tornano in nome della battaglia contro le Ong.

In due soli giorni il governo giallorosso ha gettato la maschera della pacificazione nazionale per dichiarare guerra alla maggioranza degli italiani. Il sinistro arsenale non si compone solamente di altre tasse: l’attacco al cuore dell’identità si chiama ius soli. Anzi ius culturae, che ne è la versione politicamente più presentabile anche se non meno incidente. Due giorni fa era stata la ministra boy scout, Elena Bonetti, renziana titolare delle Pari opportunitàe della Famiglia,a corredarela buona proposta degli asili gratuiti con un ritorno alle velleità democratica di fine legislatura 2018: «I bambini nati e cresciuti qui e che chiudano un ciclo scolastico come le elementari o le medie, devono avere la cittadinanza. La loro identitàèitaliana. Lo Statoinveste su dilorocon un percorso educativo (…)(…) e poi li ostacola: che senso ha? Si creano solo situazioni di disagio». A stretto giro, ieri, le ha fatto eco l’alleato grillino (tendenza Roberto Fico) Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali alla Camera: «Io credo che sia arrivatoilmomento di ragionare sullo ius culturae, che ritengo una norma di civiltà: un bambino nato in Italia da genitori che siano regolarmente residenti da un certo periodo di tempo nel nostro Paese, che abbia completato un ciclo di studi in Italia, si può ritenere italiano». L’ACCELERAZIONE Naturalmente questaè anche la posizione dominante nel partito democraticoe tuttolascia credere chel’accelerazione in materia di cittadinanza allargata non sarà un falso scopo. Con il che, la sinistraitaliana ei pentastellati nella loro versione aggiornata al governo Conte 2.0 s’incamminano a passo spedito verso la definitiva impopolarità e la probabile estinzione. Già dovrebbe far riflettere il tono assertivo con il quale la Bonetti affronta il tema, quel verbo “dovere” inflitto senza l’ombra di un dubbio, l’affiorare di un dibattito, la possibilità di un confronto che per lo meno – per quantomanodotto adarte sul portale di Rousseau – i Cinque stelle ancora lasciano balenare. Era e rimane, del resto, la posizione di Pier LuigiBersani, leader di LeU e animatore principale del dialogo giallorossofin dal 2013. È stato lui, non più di sei mesi fa, a confidare in televisione con quale spirito punitivo si stava allestendo il grande set cinematografico-politicoimmigrazionista: «Avevo nel cassetto parecchie cose nel casofossimo andatial governo,ma la primain assoluto è loius soli. È contrario a quello che pensa l’80 per cento degliitaliani? Nonme nefrega assolutamente niente». È esattamente questa l’epigrafe scolpita a lettere di fuoco in calceal palinsestodel nuovo potere: chissenefrega della volontà popolare, della sensibilità diffusa fra gli elettori, deglieffetti collaterali socialmente incendiari provocati da un umanitarismomilitante che potrebbe perfino derivare dalle migliori intenzioni, salvo ritorcersi contro l’interesse di ognuno. Èappenail caso di ricordare che, oggi, chi è nato in Italia al compimento dei 18 anni può già diventare cittadino se dimostra la residenza legale ininterrotta dalla nascita. Malgrado le restrizioni introdotte dai decreti sicurezza di Matteo Salvini (l’ex ministro dell’Interno ha sancito il diritto di revoca della cittadinanzain caso digravissimi reati), l’Italia continua a essere una nazione ospitale che tende a proteggersi dall’immigrazione clandestina ma provvede a regolari, gigantesche regolarizzazioni. E in questo senso si è distinto proprio quel centrodestra che figura sempre sul banco degli accusati (l’accusaèovviamente quella di razzismo): nel 2002, all’entrata in vigore dellaleggeBossi-Fini che prevedeva il reato d’immigrazione clandestina,l’Italia ha datocittadinanza a 647 mila immigrati, la sanatoria più ampiamai realizzata in Europa. Da lì in poi, altre sanatorie sono seguite sotto la dicitura di “decreto flussi”: il terzo governo Berlusconi,nel 2006, ha regolarizzatoaltri 170milalavoratori stranieri; il quarto governo Berlusconi, nel 2009, altri 300 mila immigrati e il successivo esecutivo tecnico di Mario Monti l’ha imitato prontamente conaltre 99mila posizioni sanate. Il tutto conannessi ricongiungimenti e assegni sociali. BATTAGLIA IDEOLOGICA Tantobasterebbe per comprendere che ci troviamo di fronte a una battaglia per lo più ideologica, ed è la cosa peggiore: Salvini ha governato il fenomeno migratorio in nome della paura d’un flusso di stranieriforse sopportabilein astrattoma difatto gestito in modo squinternato, con pesantissime ricadute sull’ordine pubblico,il decoro urbano e la legalità nel sistema dell’accoglienza. I nemici che l’hanno spodestato (con il suo contributo decisivo) adesso replicanolo schema capovolgendolo: brandisconola paura della xenofobia e oppongono a un inesistente razzismo la necessità di radicare a forza una pedagogia sociale ingegneristica. Il sospetto che vogliano costituire un corpo elettorale alternativo a quello dei nativi è probabilmente eccessivo, così come il retropensiero di una connivenza con le grandi imprese che puntano su un esercito di manodopera semischiavile permantenere rasoterrail livello dei salari. Ma in assenza di una grande, capillare consultazione del popolo, ogni timore acquisisce cittadinanza.

L’ultima volta che un governo ci ha chiesto di quanta manodopera straniera abbiamo bis o g no ? ”. Al presidente di Confindustria viene da ridere. A Cernobbio si stanno chiudendo i lavori del Forum Ambrosetti e Vincenzo Bocciainfila una lunga serie di interviste. Dopo aver ragionato di crescita, cuneo fiscale, investimenti, l’ultima domanda sembra un po’fuori luogo. O forse no. “Da tempo non affrontiamo più certe questioni”, riparte subito Boccia, ma il tono si fa serio: “Se blocchiamo i porti creiamo un blocco anche su questi temi”. I dati dicono che siamo ultimi in Europa per numero di permessi di lavoro agli stranieri: 0,23 nuovi ingressi per mille abitanti nel 2018, record negativo di una parabola imboccata ormai da anni. Eppure il Paese invecchia e la natalità ai minimi storici mette a repentaglio il futuro del nostro welfare. Possibile che nel 2018 gli ingressi per lavoro siano appena 13.877? La Polonia ne conta 600mila. Tanto che il Gruppo di Visegrád vanta da solo il 60% degli ingressi in Ue per ragioni occupazionali (elaborazione Fondazione Leone Moressa su dati Eurostat 2018). Ma il paragone che preoccupa la classe produttiva presente a Cernobbio è quello con l’Italia del passato. Che nel 2007 emanava decreti flussi da 250mila permessi di lavoro e in meno di dieci anni è scesa a poche migliaia (dati Viminale). È vero, c’è stata la crisi. Ma quali sono oggi le reali esigenze del sistema Italia? In base a quale criterio si sono decise le quote (identiche) degli ultimi cinque anni? Rispondere è quasi impossibile, perché il Documento di programmazione triennale previsto dalla legge non lo redige più nessun governo: l’ultimo è del 2006, c’era Prodi. Sarà che il nostro sistema produttivo può fare a meno degli stranieri? Esattamente l’o ppos to, stando a quanto affermano i suoi rappresentanti. “Il nostro centro studi”, racconta Emanuele Orsini di FederlegnoArredo, “calcola che da qui al 2021 il nostro settore avrà bisogno di 20mila nuovi occupati”. E chiarisce che si tratta soprattutto di piccole e medie imprese dove la maggioranza della manodopera è straniera. “Gli immigrati sono un ambito dove formare questa manodopera, un grosso innesto per la nostra economia”, fa eco Achille Colombo Clerici di Assoedilizia, altra associazione di settore a elevata presenza di extracomunitari. E c’è chi va oltre. Per il presidente di Brembo, Alberto Bombassei, “non è solo questione di numeri”, e chiede “un progetto politico sull’i nt e g ra z i on e degli extracomunitari”. “Poi”, aggiunge l’ex deputato di Mario Monti, “abb ia mo tanti italiani disoccupati”. Che la concorrenza tra italiani e stranieri sia un fenomeno marginale e circoscritto ad aree a bassa specializzazione lo dice il il nuovo Rapporto su stranieri e mercato del lavoro pubblicato a luglio dal ministero del Lavoro. “Gli immigrati fanno lavori molto diversi dai nativi”, si legge. Ma statistiche e numeri non bastano a rassicurare quanti continuano a sentirsi minacciati dall’i mmigrazione. “Proprio perché la disoccupazione è elevata bisogna ragionare in termini selettivi”, ribatte Riccardo Illy. “D omanda e offerta spesso non combinano e le aziende non trovano i lavoratori di cui hanno bisogno”.Raffaele De Nigris dell’omonimo e storico acetificio la mette giù dura: “I livelli apicali non li trovi perché fuggono all’estero, e la manodopera è scarsa perché i canali per intercettare quella straniera sono insufficienti. Siamo in mezzo a un guado”. Quindi il lavoro ci sarebbe? “Sic uramente ”. E allora? “E allora l’immigrazione va gestita”, insiste Illy, che rilancia la richiesta di un cambio di paradigma: “Oltre alla gestione degli arrivi servono inserimento e integrazione”. Meno ingressi regolari, più economia sommersa Altro che “discontinuità” col governo gialloverde. Stando ai numeri e alla normativa vigente, le proposte raccolte sembrano più una rivoluzione. “L’Italia non ha più una strategia in merito, ed entrare regolarmente per lavoro è ormai impossibile”, commenta William Chiaromonte, ricercatore di diritto del Lavoro all’Università di Firenze. “La causa principale è la disciplina legislativa che pretende di far incontrare domanda e offerta quando l’aspirante è ancora nel suo Paese d’origine”, dice, spiegando che il nostro è un mercato del lavoro dove la chiamata è spesso nominativa, tra persone che già si conoscono. Eppure, in un Paese che da qui al 2023 avrà bisogno di tre milioni di nuovi occupati (dati Unioncamere), non c’è alternativa. Al contrario c’è chi ci guadagna. Se il percorso regolare si estingue, gli immigrati economici ingrossano le fila dei richiedenti asilo allungando i tempi della burocrazia d el l ’accoglienza. Poi, visto che nessuno può assumerli e nessuno li rimpatria, entrano nel mercato nero. “Una distorsione che arricchisce la criminalità e ha sconvolto settori macroscopici come edilizia e agricoltura”, denuncia Chiaromonte. Le dimensioni del fenomeno? Gli stranieri sono il 74% dei lavoratori domestici, il 56% dei badanti, fino al 40% dei braccianti di agricoltura e allevamento (Istat). Facile immaginare cosa significhi la drastica riduzione dei permessi di lavoro in settori già caratterizzati da ampie quote di sommerso. Sono uomini e donne che non pagano tasse, contributi, che non contribuiscono alla crescita del Pil. Lo straniero conviene: l’incasso supera la spesa “Se investissimo nelle persone che arrivano in Italia probabilmente ne caveremmo molto di più rispetto alla sensazione che vengano a fare solo lavori di bassa qualità, peraltro lavori dei quali in Italia continuiamo ad avere un gran bisogno”, sostiene il presidente del gruppo Falk, Enrico Falck. È convinto che tanta parte dei lavoratori stranieri sia sovraistruita rispetto alle mansioni che svolge. A voler verificare si scopre che si tratta del 37,4% degli stranieri, mentre tra gli italiani è il 22% (Idos 2017). Ma sono tempi duri per chi la pensa come Falck. Fondi europei sprecati: non si vuole l’inte grazione La giunta leghista della Provincia Autonoma di Trento ha appena rinunciato a 1 milione di fondi europei (Fondo asilo, migrazione e integrazione) destinati ai corsi di italiano per stranieri. Soldi che l’Italia non riceverà. Mentre il Friuli Venezia Giulia, sempre a guida Lega, sta tentando di usarli per i rimpatri volontari. Che manchi un piano unitario è evidente. Come ci siamo arrivati? Lo chiediamo ad Andrea Stuppini, per anni rappresentante delle Regioni nel Comitato tecnico nazionale sull’i m m igrazione. “Nei primi anni Duemila i decreti flussi rispondevano alle associazioni datoriali che chiedevano centinaia di migliaia di stranieri – racconta – Già allora il grande assente era la politica per l’integrazione. Così, in mancanza di un progetto robusto, una legislazione già ridimensionata dalla Bossi–Fini venne definitivamente travolta da crisi economica ed emergenze umaFa re la valigia Gli Italiani che vanno a lavorare all’estero sono un costo per l’It a – lia Ansa nitarie. E i permessi di lavoro diventarono un fenomeno da limitare al massimo”. Un esito che imputa “a scelte politiche”. Vie d’uscita? “R i c ostruire un rapporto forte tra lavoro e integrazione, cambiando le norme e ripristinando l’istituto dello sponsor, che permetteva ad associazioni pubbliche di garantire per la persona, così che l’incontro con il datore potesse avvenire anche in Italia”. Da ultimo, “serve un dialogo con i Paesi africani di provenien za”. Un parere diffuso tra gli industriali: “Un modo per dare ordine ai flussi è formare le persone a monte”, ragiona Giampiero Massolo di Fincantieri, che nel Nordest fatica “a trovare carpentieri e saldatori che dobbiamo importare dal Bangladesh”. E Boccia di Confindustria ha già la proposta: “L’industria europea a partire da quella italiana, attraverso partenariati industriali in quei paesi e col nostro governo, può fare un’o p e r azione rilevante nell’in teresse di tutti”. Ma proprio tutti. Dalla sanità alla scuola, dai servizi sociali all’a c c o gl i e nza, lo Stato spende per gli immigrati meno di quanto non incassi in tasse e contributi dai 2,3 milioni di stranieri che dichiarano redditi. I dati sono quelli del 2016, anno record per numero di sbarchi. Eppure il saldo è positivo: tra +1,7 e +3 miliardi di euro (Dossier statistico immigrazione 2018 Idos). “Tra invecchiamento e natalità ai minimi, in 20 anni i residenti in età da lavoro passeranno da 36 a 29 milioni: fossimo un paese normale, ci i nt er ro gh er emmo sul nostro futuro”, commenta il portavoce di ASviS ed ex presidente Istat Enrico Giovannin i. E sul futuro aggiunge un aneddoto: “Un anno fa proponemmo al governo di istituire un centro di studi sul futuro accanto alla presidenza del Consiglio, come in molti altri paesi. Ci è stato risposto che non è una proposta interessante. Ora che il governo è cambiato speriamo che anche certe risposte possano cambiare”.

 

I cervelli in fuga ci costano ben 3,5 miliardi ogni anno.

S e i flussi in entrata sono al lumicino, altrettanto non si può dire di quelli in uscita. Che hanno un costo proporzionale al livello di formazione, ma non solo. Con i cosiddetti cervelli in fuga lo Stato spesso ci perde due volte: quando partono e quando rientrano. Perchè non riesce a trattenerli e non ottiene il gettito fiscale aggiuntivo che deriverebbe dalla permanenza stabile in Italia. A quasi vent’anni dall’inizio delle politiche di incentivo al rientro dei cervelli è difficile, se non impossibile, farne un bilancio puntuale. È possibile però fare qualche stima per avere idea delle cifre in ballo. In soli due anni (2016-2017), secondo l’Istat si è trasferito all’estero un “patrimonio”da 56mila laureati su cui le casse pubbliche hanno investito poco meno di 7 miliardi per un costo d’istruzione pro-capite di 121.500 euro (dato Cnr). Chiaramente si tratta solo di stime alle quali si deve aggiungere anche il costo legato a tutti gli altri conterranei all’estero con un titolo di studio medio-alto (156mila nel 2017), nonché tutti quelli che già da tempo hanno abbandonato il Paese. E poi una valutazione costi-benefici sul sistema di agevolazioni per il rientro dei cervelli su cui l’Italia punta dal 2001. All’epoca, il governo stanziò 40 miliardi di lire. Una cifra analoga arrivò l’anno dopo, ma poi le somme si assottigliarono fino ai 10 milioni appena stanziati nel decreto crescita. L’obiettivo era far rientrare i cervelli in fuga che, nonostante i vantaggi fiscali, avrebbero comunque portato gettito aggiuntivo. Una visione con cui concorda anche il gruppo Controesodo, associazione che tutela i cosiddetti “impatriati”. IL PUNTO è però che finora molti “impatriati”, terminate le agevolazioni, sono tornati all’estero. Secondo C on t r oe s o d o, ogni anno il 25% delle persone che hanno beneficiato della legge sul rientro dei cervelli, è poi ri-espatriato con una doppia perdita per l’Italia. “La nuova formulazione degli incentivi nel decreto crescita risolve questo problema, in modo intelligente, puntando sul radicamento permanente di chi rientra con uno sconto fiscale che può essere esteso nel tempo se si hanno figli o si compra casa. Insomma, a condizione che ci si fermi a lungo”, spiega il presidente di ControesodoMi – chele Valentini. Ma solo a coloro che sono rientrati dal luglio 2019 producendo una “d i sc r i m i na z i one insensata” sulla base della data di rientro, come puntualizza C o ntroesodo che in questi giorni si sta battendo per evitare che il decreto tagli fuori dai benefici 12mila persone rientrate in Italia dal 2011 in poi con la legge per il rientro dei cervelli. Pena “il rischio di esacerbare il fenomeno del ri-espatrio”. Un fenomeno molto diffuso soprattutto nel mondo della ricerca scientifica che, secondo l’Associa – zione dottorandi e dottori di ricerca (Adi), nell’ultimo decennio ha visto fare i bagagli a 30mila cervelli. “Vista la situazione in Italia con continui tagli e ridimensionamenti, difficilmente chi torna, riesce poi a restare”, spiega Maria Carolina Brandi del Consiglio nazionale delle Ricerche Irpps. Con un doppio danno per le casse pubbliche.

Più che lecifresulla ripartizione dei migranti, quello che si apre oggi aMalta è il vero test su quanto sia concreta la solidarietà europea. In che modo una parte degli Stati membri intendarealmentecambiare metodo, farsi carico di chi arriva sullecoste italiane e avviareun processodi revisionechepotrebbe portare, poi, alla modifica del Trattato di Dublino, quello del primo porto diarrivo. L’Italia ha voluto presentarsi al vertice con un atto significativo: il via libera – concesso ieri sera – allo sbarco dei 182 migranti da sette giorni a bordo della Ocean Viking, la nave delle ong Sos Méditerranée e Medici senza frontiere. Potrebbe essere letto come un messaggio inviato alle cancellerie degli altri Paesi seduti al tavolo, una conferma dellanuova linea italianachepur ribadendo il diritto di controllare le proprie frontiere non dimentica il dovere di salvare chi è in mare. Sono comunque in corso le trattative per ripartire fra diversi Stati europei il carico dei 182 naufraghi sbarcati. LA BOZZA In queste settimane i ministeri dell’Internohanno lavorato per trovareun accordo generale sulle redistribuzioni. Anche se quello che verrà discusso oggi, secondo quanto riferito da chi ci sta lavorando, presenta molte zone ancora vuote, sottolineate in rosso e tra parentesi. Come dire che c’è tanto ancora da aggiungere edadiscutere.Seduti intorno al tavolo delle trattative ci saranno i ministri dell’Interno di Italia, Francia, Germania, Malta. Saranno presenti anche la Finlandia, comepresidentedi turno delConsiglio europeo, e la Commissione Ue. Ma nello sfondo ci saranno tutti quei paesi sui quali l’intesa conta molto: la Spagna, la Grecia, l’Irlanda, il Lussemburgo, il Portogallo. Quella coalizione di “volenterosi” che già durante gli ultimi 14 mesi, quando l’Italia ha dovuto fronteggiare 25 situazioni di crisi in mare durante i soccorsi effettuati dalle navi delle ong (secondo un rapporto redatto dall’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale), è intervenuta per offrire la sua collaborazione. L’accordo che il nostro governo spera di riuscire a trovare sarà un “Predictive temporary allocation programme”,ovveroun’intesa temporanea e su base volontaria, ma automatica, e non valutata volta per volta, cosí come è accaduto in passato. Anche se il vero nodo da sciogliere rimane quello dei termini della ridistribuzione. La Germania sembra orientata ad accettare i migranti economici, oltre ai richiedenti asilo o ai rifugiati. La Francia, invece, fa ancora resistenza e immagina accoglienza solo per coloro chehanno grosse possibilitàdiottenere lo status di rifugiato. La storia degli accordi precedenti sulle relocationciha insegnatochesonostati un fallimento, perché la media degli Stati membri non l’ha rispettata e i rapporti in Europa si sono fatti molto tesi, anche per via di questo accordo, soprattutto con i paesi che hanno aderito al patto di Visegrad. Di buono nella bozza di intesa che verrà discussa c’è che, almomento, si parla solo di migranti economici edirichiedenti asilo enondi rifugiati. E questo potrebbe rappresentare un punto a favore per l’Italia, perché molte delle persone che arrivano sulle nostre coste non si qualifica con questo status. Per Italia e Malta, comunque, se si trovasse un accordo unicamente sui richiedentiasilo sarebbeunnettopasso indietro. L’Italia è tredicesima per domande di richiesta di asilo, rispetto a Cipro che è in cima alla lista, alla stessa Malta e anche alla Francia e alla Germania. E quindi, se il meccanismo di ridistribuzione coinvolgesse anche altri paesi costieri, alla fine potremmo ritrovarci a dover accogliere, invecechearicollocare. GLI ALTRI PUNTI Oltre a questo ci sono in ballo i rimpatri, di cui ha promesso di occuparsi Bruxelles e la rotazione dei porti, sulla quale contano in pochi. Restano tante,quindi, ledivisioni.E c’è chi come Michael Farrugia, ministro dell’Internomaltese, sembra parecchio scettico sui risultati. «L’Europa è divisa in tre gruppi – afferma -: i paesi di frontiera che sopportano il grosso dei flussimigratori, i paesi dell’est che bloccano i cambiamentipositivi a livello europeo e i paesi che vogliono restare neutrali.Tre diversi interessi, tre diverse prospettive, e questo, senza vericambiamenti, continuerà a impedirci di raggiungere un accordo».

I l capo del governo Giuseppe Conte vuole spennare gli italiani con l’introduzione di nuovi balzelli. Luigi Di Maio e Matteo Renzi si vergognano e prendono le distanze dal premier esattore. Sulle tasse si apre lo scontro nella maggioranza giallorossa. Dalla festa di Atreju di Fratelli d’Italia, il premier anticipail piano dell’esecutivo: tassare merendine, bibite e voli aerei. Parole che fanno infuriare gli alleati,mentreMatteo Salvini si appella ancora al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Non sarebbe stato meglio il voto?». Paradosso nel paradosso, l’altolà a Conte su tasse e merendine arriva da Di Maio. Peccato che a promuovere i balzelli siano stati due ministri del M5s: Lorenzo Fioramonti (Istruzione) e Sergio Costa (Ambiente). Il primo alt arriva dal senatore Renzi, leader di Italia Viva, che in un’intervista al Messaggero boccia subito l’annuncio di Conte: «Noi siamo per un grande piano di investimenti verdi sul modello di quellolanciato dallaMerkel e se possibile più ambizioso, ma questo non significa che per essere verdi dobbiamo alzare le tasse agli agricoltori o ad altri: se lo facessimo faremmo un danno a chi cura il territorio. Ci faremo sentire non con spirito polemico ma costruttivo. Per difendere l’ambiente dobbiamo coinvolgere gli agricoltori, non tassarli». Il secondo stop arriva dal ministro degli Esteri, che in un post su Facebook smentisce il premier. E anche i suoi che hanno fatto le proposte: «Fermi tutti. Noi abbiamo come obiettivo quello di abbassare le tasse, non di aumentarle. E secondo me è totalmente sbagliato scatenare un dibattito ogni giorno per parlare di nuovi balzelli. Un governo che pensa ai cittadini lavora per bloccare l’aumento dell’Iva, che avrebbe comportato una spesa di più di 500 euro a famiglia, l’anno prossimo. Ed è questo governo che noi sosteniamo. Un governo che vuole fare il bene delle persone toglie tasse sul lavoro per permettere alle imprese di assumere nuova gente. Ed è così che avrà i nostri votiin Parlamento. Lavoreremo al documento di economia e finanze per permettere agli italiani di vivere un 2020 migliore. Questo è il nostro obiettivo ed è così che vogliamo andare avanti. Qualcuno dirà che stiamo dando un ultimatum al governo. Ma io non sono stato eletto per passare le mie giornate a dire che non è così. A noi interessa parlare chiaro e portare a casa i risultati». Un doppio pugno in faccia al presidente del Consiglio. Pentimento? Pare che ora anche la sinistra abbia paura di tassare i cittadini. Dal fronte Pd e Leu appoggio alla linea del premier. Conte incassa lo stop degli alleati. E dalla festa della Cgil di Lecce invoca chiarezza programmatica: «Bacchette magiche non ce ne sono; se cominciamo a lavorare con sistematicità possiamo otteneremolto». Però non abbandona l’idea di metterele mani nelle tasche degli italiani. Il ragionamento del premier è meno esplicito, però la sostanza non cambia. L’avvocato del popolo chiede tempo. E soprattutto una legislatura completa: «Il nostro fisco ha bisogno di una riforma profonda perché nel complesso lo giudico iniquo e inefficiente. Quello fatto fin qui ha bisogno ora di una riforma organica. Dobbiamo pervenire a una disciplina organica che crei una vera alleanza tra contribuente onesto e l’amministrazione finanziaria. Il fisco non deve essere percepito come un nemico da cui difendersi. La riforma, non riguarderà solo la questione delle aliquotema anche dei tempi della giustizia. Nello stesso tempo dobbiamo alleggerire la pressione fiscale, non abbiamo molte risorse ma dobbiamo già da quest’anno liberare risorse e dare potere d’acquisto a favore dei lavoratori con il cuneo fiscale. Già quest’anno dobbiamo fare un passaggio significativo su questo fronte ma è chiaro che per un progetto riformatore dovete darci almeno due o tre anni, fino alla fine della legislatura».

Il dilemma è questo: è la Cgil che la pensa come Giuseppe Conte, o è Giuseppe Conte che la pensa come la Cgil di Maurizio Landini? Perché al Teatro Apollo di Lecce va in scena un inedito assoluto: il patto del Salento o il patto di San Maurizio (per via dell’onomastico – coincidenza davvero curiosa – della giornata). Insomma l’abbraccio tra il sindacato rosso e il premier giallo-rosso. Senza passione, sì; ma pur sempre un abbraccio. Un abbraccio tattico tra l’ex tribuno del popolo (quando vestiva i panni del leader della Fiom) e l’ex avvocato del popolo (quando guidava il governo giallo-verde). Così, nell’ultima delle Giornate del lavoro della Cgil, solo applausi dai 700 in sala, ben divisi tra burocrazia sindacale, delegati nei posti di lavoro, e un po’ di leccesi selezionati. Per oltre un’ora Conte e Landini si confrontano sul palco da pari a pari, rispondendo alle domande, assai preparate, di alcuni delegati. Mai successo che un presidente del Consiglio accettasse un tale format. Di più: l’ultimo capo di governo a parlare ad una platea della Cgil fu Romano Prodi, al congresso di Rimini del 1996. All’epoca si parlò di un “governo amico” della Cgil, con la Cisl che si infuriò. Un’altra èra politica e sindacale. Nel 2014 Matteo Renzi non ci andò neppure all’assise cigiellina. Nemici, a sinistra. Parlano della manovra che verrà, Conte e Landini. E sono d’accordo su tutto. Anzi: «d’accordissimo», o «molto d’accordo». Variante: dicono di «apprezzare» o «condividere» quel che è stato appena sostenuto. Tralasciando sui «mi fa piacere che Landini…», e viceversa. La trama politica, e non solo di buona educazione, è chiara. Definita nei dettagli prima di Lecce. Dunque, intesa sul taglio al cuneo fiscale per aumentare i salari, come sulle necessarie assunzioni nella pubblica amministrazione perché «ormai siamo in un sistema infotelematico», dice Conte che però evita di impegnarsi sulle risorse per i prossimi rinnovi contrattuali nel pubblico impiego. Lotta all’evasione fiscale fino a evocare la manette. Applausi. C’è l’emergenza Mezzogiorno con il rischio di deindustrializzazione (anche se sul caso Whirlpool Conte non sa, più o meno, cosa dire) e l’idea impegnativa di uno sviluppo sostenibile, a cui la Cgil era approdata ben prima che ci arrivasse anche il professor Conte. Si abusa del verbo «cambiare» (sottinteso l’Italia) e quasi sempre lo si fa facendogli seguire l’avverbio «insieme». Conte spiega che per lui il confronto con i rappresentanti degli interessi «è naturale», per quanto nel Conte 1 qualche défaillance c’era stata e non solo per colpa della democrazia digitale. Accenna a un metodo di governo che fa venire in mente la stagione della concertazione con Carlo Azeglio Ciampi a Palazzo Chigi. Eppure Conte e Landini sono proprio diversi. Basta osservarli, lì seduti sulle due poltroncine bianche, fianco a fianco sul palco del teatro. Conte è il solito Conte: completo blu di ottima sartoria, cravatta azzurra, scarpe inglesi, la fedele pochette al taschino, orologio importante, capigliatura immobile, oratoria prolissa. Landini no: niente cravatta, la solita maglietta della salute, vestito grigio da grande magazzino, calze bordeaux, scarpe nere con suola blu e lacci beige, e qualche inciampo sul congiuntivo. Due mondi (non solo estetici, va da sé) che hanno deciso di provare a camminare “insieme” perché conviene ad entrambi. Alla Cgil che potrebbe portare a casa vantaggi per chi rappresenta; a Conte in cerca di un suo autonomo consenso rispetto a quelli dei partiti della maggioranza. Conte, quindi, non è un “compagno”. Forse “un quasi compagno”? «È sulla buona strada», risponde Paolo Italia, della federazione della scuola della Sicilia, uscendo dal teatro. «È stata una piacevole sorpresa. Ci ha dato l’opportunità di un confronto che Renzi ci aveva negato». «No, no: non è né un compagno, né un quasi compagno. È un nostro interlocutore – spiega Giuliana Mesina della Cgil Toscana -. Noi siamo sindacalisti: aspettiamo i risultati, le firme sugli accordi. Aspetterei per le sviolinate». Per Pier Alba Fraddanni della Filcams (il commercio) di Livorno «Conte è un uomo delle istituzioni. Ha fatto un bagno di umiltà venendo qui ad ascoltare». Aggiunge Mariapia Cominci della Fiom di Reggio Emilia: «Io ho apprezzato il metodo di Conte. Ha preso degli impegni pubblici. È iniziato un percorso trasparente. Con il precedente governo non andò in questo modo, ma non basta per rivalutare le persone». La Cgil aspetta di leggere la legge di Bilancio. Ma intanto alla fine del confronto non partono – come quasi sempre – le note di “Bella ciao”. Ci sono quelle dei Toto con “Africa”. Tutti d’accordo.

Quando il segretario generale della Cgil Maurizio Landini è entrato nel Teatro Apollo di Lecce, platealmente e perfettamente affiancato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in modo da “chiamare” l’applauso dei suoi quadri, si è capito che la regia puntava a consolidare il disgelo in atto da alcuni giorni tra il nuovo governo e il più rappresentativo sindacato italiano. Poi, tra gli applausi della platea della kermesse estiva della Cgil, i due – pur dialogando a rispettosa distanza («Presidente Conte, la ringrazio», «Landini, la ringrazio») – si sono scambiati ripetuti messaggi d’intesa. Il leader della Cgil: «A noi gli uomini soli al comando non sono mai piaciuti», «è la prima volta che un presidente del Consiglio accetta il nostro invito…». Un assist alla Platini per Conte, che non si è lasciato pregare, anzi: «Come può un decisore politico prendere decisioni senza maturarle nel confronto? Per me sarebbe impossibile. Con il confronto mi aiutate: stare chiuso nel palazzo è una iattura». Il disgelo rispetto al recente passato è spettacolare, ma per un accordo nel segno della concertazione, da siglare davanti alle telecamere, la strada da fare è ancora tanta. Certo, si parte da una novità di sostanza: ormai da 5 anni, con l’approdo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, ma poi anche col Conte-1, i sindacati confederali non toccavano palla e ora invece Landini può scommettere sull’ambizione di Conte e sul suo atteggiamento dialogante. Nel clima idilliaco di Lecce non c’è spazio per i distinguo, ma la trattativa è già cominciata, ben sapendo – in Cgil – che Conte ora aprirà un dialogo serrato anche con Confindustria e con le altre parti sociali. Ma nella trattativa con i sindacati il primo messaggio lo ha mandato, per vie informali, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri: se puntiamo ad un intervento corposo sul cuneo fiscale e siamo d’accordo su questo, sugli altri dossier bisognerà ridurre le aspettative. Ovvero, stabiliamo una scala di priorità, perché le risorse sono poche. È quello che ha ripetuto dal palco Conte: «Dobbiamo alleggerire la pressione fiscale. Sul cuneo a favore dei lavoratori, faremo un passaggio significativo, ma avremo due o tre anni per lavorare al disegno di ridefinizione del fisco». Come dire: anche la riduzione del cuneo si può modulare e incrementare nel tempo. Ma la trattativa sarà proprio su questo. Lo ha fatto capire Landini: «Siamo favorevoli al taglio del cuneo fiscale perché noi rappresentiamo chi le tasse le paga facendo il proprio dovere di cittadini. Ma siamo anche favorevoli a che si torni a un criterio di progressività per il quale chi più prende, chi più possiede deve pagare di più». Certo, un cuneo che favorisca salari medio-bassi ma la Cgil punta a portare a casa misure che non sono ancora esplicitamente sul tavolo: ritocchi sulla scala mobile per pensionati e redditi bassi, contratti del pubblico, defiscalizzazione dei contratti nazionali. Conte ha lasciato Lecce gratificato dagli applausi, ma consapevole che i problemi cominceranno quando si tratterà di mettere nero su bianco la legge di Bilancio. Le schermaglie delle ultime ore sulle merendine, con il plateale smarcamento di Luigi Di Maio da una proposta di un ministro cinquestelle, hanno fatto capire al premier un rischio che in passato ha logorato alcuni governi: l’affastellarsi di effetti-annuncio in contraddizione tra loro. E d’altra parte ottobre sarà per il governo il mese della verità. Il 9 ottobre si riuniranno ad Assago i delegati di Cgil, Cisl e Uil per un giudizio sullo schema di Finanziaria quasi ultimato, che dovrà essere presentato in Parlamento entro il 15 ottobre. Quattro giorni dopo, Matteo Salvini chiamerà a raccolta il suo popolo. Nella spianata che per tanti anni è stata monopolio della sinistra: piazza San Giovanni a Roma.