Dice il ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia di «sentirsi a casa con i 5 Stelle: stesse idee su ambiente, giustizia sociale, sviluppo». E che per questo la notizia dell’accordo in Umbria non può che essere un «ottimo inizio, un’esperienza da riproporre anche nelle altre regioni: il governo nazionale non è un freddo contratto ma un’intesa di idee che si può riproporre in tutti i territori». Come? «Innanzitutto chiamando le cose per quello che sono. Bisogna riconoscere al Movimento 5 Stelle un passaggio storico per chi aveva sempre rigettato ogni alleanza». Diventerà però più difficile altrove, come in Campania o in Puglia dove ci sono governatori di centrosinistra uscenti. «Questo è il momento di rilanciare, non certo di quello dei veti. Esiste una maniera comune di pensare il mondo. Ora è necessario scendere dal piedistallo e smettere di considerare gli altri come usurpatori, evitare quel riflesso incondizionato che ci porta a dire: eravamo meglio noi, la nostra generazione, la nostra parte. È il tempo di trovare nei giovani, nella società il nostro futuro. Voglio dire: l’esperienza di Michele Emiliano aveva anticipato i temi di questo governo nazionale. Non possono esserci pregiudiziali». In un’intervista a “Repubblica” Pier Luigi Bersani chiede di andare oltre il Pd. Che ne pensa? «Lo dico con il massimo dell’affetto per Pier Luigi, ma penso che il momento storico abbia dimostrato come invece il Pd sia necessario come non mai. In questa crisi è stato la barra stabilizzatrice della democrazia. E sono costretto a dire che, in riferimento alla loro scissione, avevamo ragione noi: era un errore. Quando ci si trova in minoranza in un partito è peccato gravissimo cercare la scorciatoia e uscire. È necessario, e so di cosa parlo per essere stato all’opposizione interna per anni, invece parlare, se necessario gridare per far sentire le proprie ragioni. Lo stesso discorso vale oggi per Renzi: la loro scelta di uscire dal Pd è stata incomprensibile». Come ministro ha anche la delega alle Autonomie. Oggi incontrerà i primi governatori del Nord, Zaia e Bonaccini. Domani sarà a Milano da Fontana. Andrà a dire che l’autonomia differenziata è un progetto da mettere nel cassetto? «No. Andrò ad ascoltarli con la Costituzione sotto il braccio. Per spiegare da cosa il Governo si farà guidare. Io penso che l’autonomia non debba essere usata, come in parte è stato fatto da alcuni fino a oggi, come un manganello. Non è la rappresentazione di una bugia, gli efficienti contro gli spreconi. L’autonomia è sussidiarietà. È un nuovo modello sociale». Ieri Landini ha apprezzato questa sua interpretazione delle cose. «E sono contento, perché le parti sociali devono essere dentro questo discorso. Ma non butteremo tutto quello che è stato fatto. Penso al lavoro fatto dal governatore Bonaccini con il presidente Conte dal quale ripartiremo. Il punto è: fissiamo minimi livelli di assistenza su alcuni temi. Scuola, chiaramente, sanità infrastrutture. Rispettati quelli, ogni Regione può poi muoversi in autonomia. Ma non prima. Questo sistema premia le giuste richieste delle regioni del Nord. Ma rientra nel principio alla base di questo governo: la lotta alle diseguaglianze. Tra Nord e Sud, certo. Ma anche tra Sud e Sud e Nord e Nord dove esistono situazioni diverse». I governatori leghisti non la prenderanno bene. «Ho scelto di andare nei loro territori, e non convocarli a Roma come si era sempre fatto, non per forma ma per sostanza. Voglio ascoltarli, ho il taccuino vuoto. Sono pronto a ricevere le migliori indicazioni e a cambiare anche idea. Ma, sia chiara una cosa: non sarà possibile spostarsi di un centimetro dalla Costituzione. Tutta».
È il voto in Umbria, insieme al referendum elettorale, la priorità di Matteo Salvini in questo momento che rimane critico, nonostante l’esito delle Europee e i sondaggi sembrino dare regione alla Lega. Per il segretario i risultati delle regionali del 27 ottobre sono di fondamentale importanza. Sarà quello il primo, vero test dopo l’addio al governo gialloverde e la crisi conclusasi in modo totalmente diverso dalle attese: «l’inciucio» tra Pd e M5s, come continua a definirlo Salvini, e non le elezioni politiche sulle quali lui aveva scommesso tutto. Ancora ieri, nel pieno del dibattito assai acceso sul futuro del centrodestra, i suoi obiettivi polemici sono rimasti il governo Conte e il presidente della Repubblica: «Anche oggi il governo abusivo litiga su nuove tasse, nuovi tagli e nuove poltrone. Presidente Mattarella, non sarebbe stato più giusto, democratico e rispettoso far votare gli italiani?». Poi, per mantenere alta la visibilità pop, si è concesso alla prima serata di Barbara D’Urso su Canale 5 con Asia Argento e Alba Parietti. Ma al di là dell’immagine, per Salvini vincere o perdere in Umbria è la vera questione di vita o di morte per testare oggi la forza elettorale leghista oltre i confini del Nord Italia, e per comprendere se davvero regge contro l’urto dell’alleanza tra il Pd e i grillini. Salvini ha scaricato anche Luigi Di Maio, che pure durante le consultazioni al Quirinale aveva continuato a proporre come presidente del consiglio. Se dovesse vincere l’inedita accoppiata giallorossa, «il governo ne uscirebbe legittimato», è il ragionamento che si fa ai vertici del Carroccio, e per il segretario leghista sarebbe uno stop del quale sarebbe impossibile non tenere conto. A breve è previsto il tavolo con Forza Italia e Fratelli d’Italia sulle regionali in tutta Italia. Il leader leghista insiste sull’«allargare» verso qualcosa di diverso dall’antico centrodestra, «un fronte aperto» per vincere le sfide elettorali e non «un ritorno al passato» che ha escluso più volte. A meno di repentini cambi dell’ultima ora, trascorrerà a Roma solo la serata di oggi e domani mattina, tempo adatto all’incontro con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Per il resto, campagna elettorale e incontri in tutta Italia o «gazebate» per le firme contro il governo. Per il resto prevale la scelta movimentista e quasi di guerriglia politica di Salvini. Toni alti. Dopo le accuse al presidente del consiglio, Giuseppe Conte («ha qualcosa da nascondere?»), particolarmente insidiose perché arrivano dall’ex ministro dell’Interno, i social dell’ex vicepremier hanno messo sotto attacco un’antileghista che a Padova, dopo un accesissimo scontro verbale, ha sputato in direzione del gazebo della Lega. Salvini è tesissimo anche sul fronte referendario. Il maggioritario rimane per lui l’unico modo di far valere la forza da primo partito, se le elezioni lo confermassero tale. Con un sistema proporzionale, in un uno contro tutti, i rapporti di forze sarebbero ribaltati: non conta chi arriverà prima, ma quanto è ampia la compagnia con la quale taglierà il traguardo.
«Sono uno che si commuove, purtroppo». Vincenzo Bianconi è reduce da una giornata di decisioni e di commozione. «Il mio telefonino sta esplodendo, l’ho lasciato a mia moglie Claudia», si scusa per non avere risposto subito. Ha appena detto di sì alla candidatura alla presidenza dell’Umbria che Pd e 5Stelle gli hanno offerto. Sarà l’apripista di un’alleanza civica che fino a venti giorni fa nessuno avrebbe neppure immaginato. La Bianconi family – come la chiamano a Norcia e nella Valnerina piagata dal terremoto – è abituata a non arrendersi: due giorni dopo il sisma del 2016 hanno riaperto l’ albergo storico («Rischiando tutto, senza una prenotazione»), altri due sono da demolire, un altro da ristrutturare. Bianconi, quale sarà il suo motto, il suo manifesto? «A tutti coloro che ho avuto modo di incontrare, ho ripetuto che io sarò sempre lo stesso. Con la stessa schiena dritta che hanno sempre visto, che a volte gli è piaciuta e altre no. É a tutti gli umbri che intendo rispondere. Nella mia famiglia facciamo gli albergatori da sei generazioni, dal 1850: noi siamo abituati a servire senza essere servi, come ricorda Roberto Benigni in un suo film. Questo è quello che mi sento di fare». Come mai ha accettato? È una sfida con un’alleanza del tutto inedita. «Ho detto sì perché ho cercato sempre di contribuire al cambiamento. Faccio vita di sindacato di categoria da quando avevo 16 anni. Per dieci anni sono stato presidente dei giovani albergatori italiani, quindi presidente della Federalberghi umbra. Ma ora per questa candidatura mi sono dimesso da tutto. Più precisamente, mi sono sospeso, anche dalla Confcommercio, anche da presidente dell’associazione del biodistretto di Norcia. Perché? Per ragioni di correttezza, di trasparenza, di integrità morale». Chi l’ha convinta a candidarsi, più Di Maio o Franceschini? «Mi hanno convinto le associazioni, le liste civiche e ho parlato anche con Di Maio e Franceschini. Ma ho capito che poteva funzionare durante gli incontri con Walter Verini per il Pd e Andrea Liberati per i 5Stelle». Ha posto delle condizioni? «Ho detto che sulla mia integrità morale non transigo. Se dovessi metterla in discussione, allora lascerei». Ma lei per chi vota? «Per le persone che mi piacciono e mi convincono, mai per lo stesso partito. Alle ultime comunali qui a Norcia per Nicola Alemanno, un civico di centrodestra, perché mi sembrava il più convincente. Sono un uomo libero di pensiero e di azione. Chi mi conosce lo può testimoniare». È la prima candidatura sostenuta da un’alleanza 5Stelle-Pd si sente una responsabilità in più? «Non è verso Pd e 5Stelle che mi sento responsabile ma come cittadino umbro che ha una grande opportunità di cambiare, di migliorare questa regione così come tanti umbri hanno sempre sognato. Posso promettere agli umbri che sarò lì ad ascoltare e a scegliere il meglio nella squadra di governo per tutti, non per qualcuno. Ci vuole un grande sogno». Suo padre Carlo ha contato nella decisione? «Non solo mio padre, che è la pietra miliare, ma mio fratello Federico, mia moglie Claudia, mia cognata Chiara. E per prima cosa l’ho detto ai miei figli, Francesca di 4 anni e Carlo di 7. Ho spiegato: papà ha deciso di combattere la battaglia per una Umbria migliore per tutti e anche per voi». Lei sarà apripista di nuovi patti regionali giallo-rossi? «Mi auguro sia una bella apertura di pista».
Il candidato cambia, ma l’accordo Pd-M5s tiene, e gli alleati di governo riescono a chiudere l’intesa in Umbria, in vista del voto del 27 ottobre. A guidare la coalizione “giallo-rossa” sarà Vincenzo Bianconi, imprenditore del turismo di Norcia, presidente di Federalberghi Umbria, a lui il la missione di fermare il centrodestra a guida Salvini in una regione una volta “rossa”. Un profilo esterno ai partiti, come aveva chiesto Luigi Di Maio proponendo il «patto civico» al Pd, ma come del resto gli stessi dem volevano, dal momento che in prima battuta avevano puntato su Andrea Fora, ex presidente di Confcooperative. Bianconi ha dato l’ok dopo il passo indietro di Francesca Di Maolo, avvocato, presidente dell’istituto Serafico che assiste ragazzi disabili. Era già stato contattato da giorni, perché la Di Maolo aveva fatto capire che non se la sentiva di abbandonare il suo ruolo. «La mia vita scorre al Serafico – ha spiegato – a stretto contatto con bambini e ragazzi con disabilità grave. Difficile interrompere una corsa appassionata quando potrebbero derivarne conseguenze per le persone che ami». Con la regia del commissario Pd umbro Walter Verini e di Andrea Liberati, M5s, l’imprenditore ha definito i dettagli della sua candidatura, parlando anche direttamente con i vertici democratici e 5 stelle. «Ho parlato con Di Maio, Zingaretti, Franceschini e molti altri», spiega Bianconi al telefono. «Ma il lavoro sul territorio l’ho fatto con Verini e Liberati e sono rimasto colpito nel sentir dire a entrambi: “Ti chiediamo di costruire una squadra di governo che sia la tua squadra”. Ecco, questo è lo scenario migliore, era quello che avrei chiesto». Non ha mai fatto politica attiva prima, precisa, anche se ammette di avere votato anche il centrodestra: «È una mezza verità, ho votato sempre partiti diversi, più che altro sempre persone diverse, quelle che ritenevo essere la scelta migliore per il Paese». La prima grana da risolvere sarà siglare un’intesa anche con Andrea Fora, il candidato su cui inizialmente aveva puntato il Pd e che ieri, prima della candidatura di Bianconi e dopo il passo indietro della Di Maolo, ha pubblicato un post polemico su Facebook: «Anche Di Maolo rifiuta la candidatura. «A questo punto è chiaro che c’è qualcosa che non va e che deve essere risolta al più presto. Mi prendo qualche ora per riflettere». Bianconi ha già parlato con Fora e nelle prossime ore lo incontrerà: «Andrea ha fatto un grande lavoro e vorrei che insieme potessimo trovare convergenze e costruire anche un progetto unitario. Sono certo che riusciremo a incontrarci e a far bene». Verini è ottimista: «La candidatura di Vincenzo Bianconi è in grado di ridare all’Umbria speranza di nuove pagine di cambiamento. Sono convinto che il patrimonio di idee, programmi e risorse umane messo in campo da Andrea Fora possa essere protagonista fondamentale di questa alleanza per l’Umbria». Nicola Zingaretti parla di «una candidatura fortissima, civica, che viene dal mondo produttivo di una regione operosa e produttiva». Luigi Di Maio, poi, definisce Bianconi «una persona super competente, che non si arrende mai. Noi ci siamo e lo sosterremo con lealtà in campagna elettorale e poi in Giunta». Franceschini si spinge oltre, per lui l’alleanza con i 5 stelle va resa strutturale, l’intesa in Umbria «è un altro passo verso la creazione di un campo riformista in grado di battere la destra e cambiare l’Italia». Proprio quello che non bisogna fare secondo Matteo Renzi. Anche Anna Ascani, renziana rimasta nel Pd, la scelta di Bianconi è «giusta e coerente», ma bisogna evitare «automatismi» nelle alleanze con i 5 stelle.
Ventisei deputati, quindici senatori. E per ora poco altro. Ieri il sindaco del Comune di Sorbolo Mezzani e segretario provinciale del Pd di Parma, Nicola Cesari, ha annunciato che aderirà a Italia viva di Matteo Renzi: «In tanti anche fra i miei colleghi sindaci fanno finta di essere indecisi, ma…». Sarà vero? In Toscana, tutti i dirigenti del Pd, nazionali e locali, renziani compresi, hanno confermato la loro fedeltà al Nazareno. In Umbria si sono schierati con Renzi solo il vicesindaco di Corciano Lorenzo Pierotti e il segretario di Nocera Umbra Vincenzo Laloni. Dopo la Leopolda di ottobre (dal 18 al 20) si vedrà. Ma intanto il segretario Nicola Zingaretti sorveglia la mappa e si mostra sicuro: «Nelle Regioni non ci saranno ripercussioni, nessuna scissione, poca roba. Anzi mi dicono che è scattata la voglia di tesserarsi al Pd». Dal 3 al 6 ottobre si apriranno i gazebo in tutta Italia. Le scelte Sui territori, chi va da Renzi lo fa in ordine sparso. Per restare in Emilia-Romagna, oltre al sindaco Cesari, hanno fatto le valigie in tre: il consigliere di Lugo Fabrizio Lolli, l’ex sindaco di Sasso Marconi Stefano Mazzetti e l’assessore di Ravenna Roberto Fagnani. Ma sembra interessato pure un ex dirigente Pdl, Fabrizio Pezzuto, consigliere comunale di «Parma Unita Centristi». Poi si creano situazioni paradossali. Ad Ancona la sindaca dem, Valeria Mancinelli, ha perso il suo portavoce, Francesco Fiordomo, ex sindaco di Recanati, passato con Italia Viva. I giovani Tra i millennial invece ci sono meno freni: «Vecchi miti e vecchi metodi, tutte cose a cui bisognava mettere un punto — dice Simone Silvestro, 22 anni, segretario (ex) dei Giovani democratici di Pisa —. Non per fare un dispetto, ma perché l’Italia ha bisogno di più innovazione e coraggio». E così pure Arianna Furi, 21 anni, ha detto addio alla direzione nazionale Pd, di cui era la più giovane rappresentante. La seguiranno i consiglieri Renzo Averia, 24 anni, del Municipio 3aMilano; Matteo Brizzi, 23 anni, del comune di Massa e Cozzile (Pistoia); Mariano Scuotri, 21 anni, di Aversa. E poi Francesco Pompeo, 19 anni, della direzione di Ferentino (Frosinone) e Fabio Maglione, 27 anni, del direttivo regionale campano. Il lavoro duro lo sta facendo Ettore Rosato, il deputato triestino a capo degli oltre mille Comitati d’azione civica renziani (costituiti finora da una media di 5-10 persone l’uno e con una donazione minima sul web di 5 euro) che sta girando l’Italia: è statoaBolzano, Brescia, andrà a Ferrara. E poi forse in Molise dove sembra tentato l’ex governatore, Paolo Di Laura Frattura. Lì Rosato è amico del segretario regionale del Pd, Vittorino Facciolla: chissà che non lo convinca. In Basilicata, invece, forse si divideranno i fratelli Pittella: Marcello, l’ex governatore, con Italia viva e Gianni il senatore che resta nel Pd. Nei Comuni del Lazio finora solo il sindaco pd di Minturno Gerardo Stefanelli e l’ex deputato centrista pontino Federico Fauttilli hanno manifestato una certa disponibilità. A Torino, invece, ha deciso di scindersi Joseph Gianferrini, vicesegretario Pd, che ha già postato su Facebook un selfie con Renzi. Come il sindaco di Coccaglio, mosca bianca in Lombardia, Filippo Filippini, che ha appena ufficializzato il suo addio. In Sardegna, poi, andrà con Renzi l’ex assessora di Cagliari Claudia Medda; in Puglia il consigliere comunale di Martina Franca, Vincenzo Angelini; in Campania il sindaco di Sassano, Tommaso Pellegrino; mentre in Sicilia sembra orientatoafarlo l’ex sindaco di Siracusa Giancarlo Garozzo, così come in Calabria l’ex deputata Pd Stefania Covello. La selezione Alla fine, comunque, neanche è detto che tutti gli aspiranti saranno accolti a bordo. Renzi dovrà fare una selezione: in Sardegna si è proposta Francesca Barracciu, già sottosegretaria nel governo Renzi (2014), a maggio condannata a3anni in appello per spese illecite con i fondi del gruppo Pd in Consiglio regionale. E in Sicilia si è detto entusiasta del progetto Totò Cardinale, 71 anni, l’ex ministro centrista delle Comunicazioni nei governi AmatoeD’Alema. Che come sua figlia Daniela, ora deputata nel Gruppo Misto dopo aver lasciato il Pd quest’estate, starebbe pensando di votarsi al nuovo partito. Il viaggio in ogni caso è iniziato, la geografia del renzismo è in faticosa evoluzione.
«L’alleanza si fa, procediamo»: Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio — che trattano direttamente la questioneUmbria — si sono sentiti venerdì, dopo il voto della piattaforma Rousseau che ha dato il via libera all’intesa tra Partito democraticoeMovimento Cinque Stelle, e poi, di nuovo, ieri. Tra i due, ormai, le telefonateeimessaggi sono frequenti, e, pur avendo stabilito entrambi di lasciare alle realtà locali la loro autonomia, hanno deciso di prendere la vicenda in mano per arrivare presto a una soluzione. La candidata c’è, ma non è detto che voglia scendere in campo. Francesca Di Maolo, esponente del mondo cattolico molto radicata nel territorio e presidente dell’Istituto Serafico, che raccoglie ragazzi con disabilità psichiche e fisiche, ancora ieri sera non aveva sciolto la riserva. «Quello che sto facendo adesso è molto importante e non so se posso lasciarlo», aveva spiegato Di Maolo. Perciò ora sia il Pd che i Cinque Stelle sono appesi a lei: se si sfila è un problema perché bisognerà ricorrere a un’altra soluzione. Il candidato di riserva sarebbe un uomo di cui ancora ieri nessuno voleva fare il nome. Ma bisogna affrettarsi: i tempi sono strettissimi. Senza contare il fatto che i grillini non sono compatti: questa scelta di allearsi con il Partito democratico, ossia con quello che fino a qualche mese fa veniva considerato il nemico, non trova tutti d’accordo. Tant’è vero che anche su questa vicenda umbra ci sono state perplessità e manifestazioni di disagio. Dopo la presa di posizione del presidente della commissione Cultura della Camera Luigi Gallo, che ha confessato di aver votato «no» all’accordo con il Pd, è stata la volta di Stefano Buffagni. Ai giornalisti che sollecitavano una sua opinione su questa intesa, il viceministro dello Sviluppo economico ha risposto con disarmante sincerità: «Io soffro sempre quando andiamo con qualcun altro, quindi non sono un buon partito a cui chiedere questo parere». Nonostante le difficoltà, i dem non disperano affatto di convincere Di Maolo ad accettare l’offerta. «Andiamo avanti con questa alleanza civicopolitica», esorta il commissario del partito in Umbria Walter Verini. Secondo Zingaretti, comunque, già la sola volontà di arrivare a un’alleanza è «un fatto positivo». Il segretario del Partito democratico, però, non si spinge oltre. L’intesa siglata in Umbria non comporta a suo avviso nessun «automatismo»: «Non è un modulo ripetibile automaticamente», ripete il leader del Pd. Si spinge ben più in là, invece, Dario Franceschini, che, intervistato dal Tg1, spiega: «Dall’esperienza di questo governo può nascere un percorso comune che costruisca un campo riformista capace di cambiare il Paese e battere la destra». Anche l’ala sinistra della maggioranza che regge il secondo governo Conteèsulla linea Franceschini. È il caso di Roberto Speranza, per esempio. Il ministro della Salute non ha nessun dubbio in propositoedice: «Il dialogo tra centrosinistra e Movimento Cinque Stelle non è un incidente di percorso ma una scelta strategica per il futuro dell’Italia». E Massimo D’Alema, che è riuscito a entrare in contatto con Davide Casaleggio e ci tiene a mantenere buoni rapporti con quel mondo, prefigura già un «nuovo bipolarismo», con un’«alleanza democratica tra centrosinistra e Cinque Stelle» in grado di battere Matteo Salvini.
Presidente Sangalli, immagino che la richiesta prioritaria di Confcommercio al nuovo governo sia di bloccare l’aumento dell’Iva. «Voglio sperare che non sia solo una nostra priorità. Cinquanta e più miliardi di euro di maggiore Iva tra il 2020 e il 2021 si tradurrebbero in effetti economicamente recessivi e fiscalmente regressivi. Perciò accogliamo in positivo la conferma da parte del ministro Gualtieri dell’impegno all’annullamento». Che impressione le ha fatto il governo alle prime battute? «Il discorso programmatico tenuto alla Camera dal Presidente Giuseppe Conte ha delineatoicontenuti di un’agenda di lavoro ambiziosa, che tiene insieme riforme istituzionali e riforme economiche e sociali». Ma? «Ora bisogna però chiarire come, in concreto, verrà tradotto il principio del perseguimento di una politica economica espansiva senza che vengano posti a rischio gli equilibri di finanza pubblica». Ci sarà presto occasione con la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanzaepoi con la Legge di bilancio. «Sì, prima si fa meglio è. Al “fermo macchine” dell’economia italiana e ai venti direcessione internazionale bisogna reagire perseguendo con determinazione, nel nostro Paese ed in Europa, riforme che rimettano in moto crescita ed occupazione». Anche questa è una richiesta ormai consueta… «Mai abbastanza se Mario Draghi, presidente della Banca Centrale europea (che ha fatto la propria parte) ha dovuto ricordare, ancora una volta, che la sola politica monetaria non è sufficiente e che i governi devono agire efficacementeetempestivamente». Quali misure immagina per ristabilire la coesione sociale e territoriale e garantire gli equilibri di finanza pubblica? «Ora più che mai rilanciare il progetto europeo significa anzitutto ripensareafondo l’impianto del patto di Stabilità. Ad esempio, scorporando gli investimenti strategici in innovazione, formazione ed infrastrutture dal computo del deficit rilevante ai fini del Patto: il green new deal passa anzitutto da qui. Ma occorre anche completare l’Unione bancaria con una garanzia europea sui depositi e va risolto il nodo di un’equa web tax». Parliamo di Fisco. Va bene il taglio del cuneo fiscale? «Certo, se ne gioveranno potere d’acquistoedomanda interna. Ma va affrontato, a vantaggio della competitività e dell’occupazione, anche il capitolo della riduzione delle componenti del cuneo che sono oneri per le imprese». Rinunciamo ancora a una riforma complessiva dell’Irpef? «Assolutamente no: il giusto il principio del “pagare tutti per pagare meno” è stato richiamato dal presidente Conte. Così pure resta confermata la necessità del rilancio degli investimenti pubblici e privati in innovazione ed infrastrutture, anche valorizzando le risorse del sistema delle Pmi e del nostro turismo». È tornato il ministero per l’Innovazione. «Servirà a cogliere le opportunità della sfida digitale: circa 35 miliardi di euro all’anno per risparmi e recupero di evasione e circa 20 miliardi per la maggiore produttività delle imprese. Purché il piano Impresa 4.0 venga reso effettivamente accessibile alle Pmi e al sistema dei servizi». Dove sono le risorse per questo “libro dei sogni”? «Il percorso è obbligato: spending review, uso accorto di ogni margine di flessibilità di bilancio negoziato e/o conseguente al miglioramento dello spread ed al minor costo del servizio del debito pubblico, contrasto e recupero di evasione ed elusione». La tassa sul contante va in questa direzione? «Al netto delle buone ragioni che la ispirano, sarebbe un errore: colpirebbe i tantissimi che certo non sono evasori e che semplicemente fanno ricorso a moneta legale sotto forma di cartamoneta o di moneta metallica». Cosa suggerisce? «Il ricorso ai mezzi elettronici di pagamento si può incentivare col credito d’imposta in favore dei consumatori sugli acquisti di beni e servizi effettuati mediante carte, o introducendo detrazioni e deduzioni fiscali sui pagamenti tracciabili. E poi siriducano le commissioni che gravano su consumatori ed imprese per l’utilizzo e l’accettazione delle carte. Anche qui col credito d’imposta. Andrebbero poi sgravati da commissioni i “micropagamenti”, e ancora si potrebbero distribuire carte prepagateeBancomat senza costi per gli ultra 65enni». Palazzo Chigi ha riaperto il dialogo sociale, partendo con i maggiori sindacati. Lo aspettavate? «Serviranno scelte impegnative. Proprio per questo, vediamo positivamente la riapertura tra governo e parti sociali di una fase di confronto intenso e strutturato». Esiste un confronto già aperto sul salario minimo. Come pensa sia meglio risolverlo? «Con una soluzione fondata sulla valorizzazione della contrattazione collettiva tra chi realmente rappresenta il mondo delle imprese e del lavoro».
Uno sguardo a New York, dove domani è previsto il suo intervento al vertice mondiale indetto dall’Onu sulla lotta al cambiamento climatico. Un altro a Berlino, per non essere scavalcato dalla Germania della cancelliera Merkel che venerdì ha lanciato un piano “verde” da 54 miliardi entro il 2023, che potranno arrivare a 100 dal 2030, tassando chiunque ricorra all’uso di fonti fossili. Due eventi che il premier Giuseppe Conte ieri ha tradotto in una proposta politica che guarda alla prossima le legge di bilancio. Conte ha lanciato un «patto tra le forze politiche che sostengono la maggioranza con tutto il mondo industriale e produttivo» per quello che si può definire la via italiana per «un Green New Deal». L’idea del “nuovo corso verde” è stata avanzata dal premier intervenendo ieri ad Atreju 2019, la manifestazione organizzata all’Isola Tiberina da Fratelli d’Italia. Una risposta alla domanda che in questi giorni sale dalle piazze di tutto il mondo per un maggiore impegno dei governanti di tutto il mondo in favore dell’ambiente. Ma, allo stesso tempo, anche un messaggio alle forze politiche che compongono il governo appena eletto, per evitare fughe in avanti in vista della manovra. Le proposte già emerse, dal taglio agli sgravi sul diesel del ministro dell’Ambiente Sergio Costa per trovare risorse alla rottamazione delle auto inquinanti alla tassa di 1 euro sui biglietti aerei per finanziare la scuola sponsorizzata dal ministro all’Istruzione Lorenzo Fioramonti, vanno tutte bene. Ma andranno viste all’interno di un «progetto» e non frutto di interventi in ordine sparso. Lo stesso vale per la cosiddetta tassa sulle merendine e sulle bevande zuccherate per finanziare scuola, ricerca e asili nido gratuiti, tutte ipotesi che Conte ha definito «praticabili». A cui vanno aggiunte le rassicurazioni arrivate, sempre ieri, dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli sugli incentivi alla ristrutturazione e riqualificazione energetica degli immobili che in questi anni hanno attenuato gli effetti della crisi del settore delle costruzioni. «Io chiederò un patto alle forze politiche che sostengono la maggioranza con tutto il mondo industriale — ha annunciato il premier — perché non posso dire che introduco un incentivo o una tassa senza avvertire o programmare. Io devo poter orientare il nostro sistema produttivo ma non posso da oggi introdurre meccanismi incentivanti o disincentivanti senza una progressione e un progetto, altrimenti mi ritrovo i lavoratori sotto palazzo Chigi». In pratica, si aprirà in confronto. Positiva, come era prevedibile, la risposta di Confindustria, con il presidente Vincenzo Boccia che ha promosso il “Green Deal”: «Per le imprese è essenziale cavalcare la dimensione ambientale e se questo è il percorso saremo coprotagonisti di una stagione diversa in un confronto legato agli effetti dell’industria italiana». Critiche le opposizioni. In particolare, è intervenuto il leader della Lega Matteo Salvini che, come è sua abitudine, si è affidato a una messaggio via Twitter: «Nascondete subito crostatine, flauti, cornetti e bonbon: arriva la tassa sulle merendine!!!» Per poi aggiungere: «Quando c’è da tassare, a sinistra si eccitano e superano i confini del ridicolo. Questi sono senza speranza…».
L’evasione corre sulle tre cifre, il recupero dell’evasione su due. Ogni anno lo Stato non riesce a incassare 109 miliardi, tra imposte e contributi. Ogni anno ne recupera 16, saliti ultimamente a 19 solo grazie a rottamazioni e condoni. Malgrado i recenti progressi, la montagna dell’infedeltà fiscale è ancora là, integra e minacciosa. E ci impedisce di andare avanti, in tutti i sensi. Facile il conto di cosa potremmo fare con 109 miliardi: tagliare le tasse riducendo il cuneo fiscale di dodici punti (quelli che ci separano dalla media Ocse), ma anche disinnescare l’aumento dell’Iva e coprire al tempo stesso il fabbisogno che serve per rimediare al dissesto idrogeologico e per mettere in sicurezza le scuole italiane. Resterebbero persino una ventina di miliardi per ridurre il deficit di oltre un punto percentuale. Sogni? Sicuramente. Ma per qualcuno non del tutto. Nel suggerire una manovra-monstre contro l’evasione fiscale Romano Prodi ha ripreso un progetto che qualche anno fa l’ex ministro Vincenzo Visco aveva proposto partendo dall’imposta che più di ogni altra si presta ad essere evasa: l’Iva. Nel complesso, avremmo potuto recuperare tra 50 e 60 miliardi. Iva, autonomi e imprese L’Iva, in effetti, occupa il primo posto nell’evasione made in Italy: 35 miliardi. Seguita a ruota dall’Irpef di lavoratori autonomi e imprese: 34 miliardi. Staccate: Ires, Irap e Imu con gettiti mancati tra 5 e 7 miliardi. Se guardiamo invece la propensione a evadere, balza in testa l’Irpef non pagata da autonomi e imprese: ogni cento euro dovuti, ne sfuggono 67. Ma in termini assoluti, il buco nero più profondo è quello dell’Iva. Su questo terreno, gli ultimi governi non sono stati in realtà con le mani in mano. Anzi, una delle colonne portanti del piano Visco è una misura che il governo Gentiloni ha già introdotto: l’estensione della fatturazione elettronica a partire dal gennaio 2019 anche tra i privati con partita Iva. Il vantaggio? La trasmissione in via telematica al fisco delle informazioni contenute nella fattura, consente controlli in tempo reale e impedisce così l’omessa dichiarazione di cessioni e acquisti regolarmente fatturati. Che è il sistema più usato per evadere l’Iva. I risultati dei primi mesi sono positivi, tanto che malgrado la stagnazione dei consumi, il gettito Iva per gli scambi interni sta salendo del 3,6%, e i 2 miliardi in più preventivati nel 2019 potrebbero in realtà raddoppiare alla fine dell’anno. Le armi spuntate Tutto bene, dunque? Non proprio: recuperare due o quattro miliardi è poca cosa se vogliamo arrivare ai cinquanta complessivi. In realtà, nel suo piano Visco parla di 14 miliardi ottenibili con la fatturazione elettronica, ma avverte anche che a questo si può arrivare estendendo la misura a tutte le partite Iva e prevedendo sanzioni più forti di quelle attuali. Oggi invece ben 2,2 milioni di contribuenti sono esentati dal nuovo obbligo: tutte le imprese e i lavoratori autonomi in regime forfettario o di vantaggio, i medici, le farmacie, i piccoli produttori agricoli, le società sportive dilettantistiche. Insomma, con una mano si impugna una efficace arma anti-evasione e con l’altra la si spunta subito, escludendo soprattutto le categorie che già pagano le tasse a forfait o in regime di favore. Categorie che il governo giallo-verde ha contribuito ad ampliare. Producendo nuove discriminazioni a danno dei lavoratori dipendenti con lo stesso reddito e creando nuove finte partite Iva. Come è ridotto il Grande Fratello Anche un’altra arma anti-evasori rischia di non dare i frutti sperati. Ricordate le grida all’indirizzo del “Grande Fratello Bancario”? In realtà l’anagrafe dei rapporti finanziari, che otto anni fa il governo Monti tentò di mettere in piedi, oggi è ben diversa dal Superfisco-spione che spulcia meticolosamente tra i saldi e le giacenze bancarie di tutti noi. Questa volta, a spuntare la nuova arma degli 007 tributari è intervenuta l’Autorità per la Privacy, che con ripetuti ostacoli ha praticamente neutralizzato la nuova anagrafe. Solo ora si muove qualcosa ma è nulla di più di una piccola sperimentazione: qualche centinaio di lettere ad altrettanti contribuenti con un limitatissimo numero di operazioni consentite. Eppure le nuove tecnologie permetterebbero un massiccio utilizzo e incrocio dei dati finanziari senza compromettere la sicurezza delle operazioni. Insomma, sembra di capire che i nuovi e più ampi margini di azione contro gli evasori consentiti dalla tecnologia si scontrino con ostacoli in parte burocratici e in parte politici. In questo scenario, resta appesa la sorte di altre proposte non meno importanti: lo scontrino telematico (che metterebbe in comunicazione le casse dei negozianti con l’erario); l’imposizione Iva spostata dal venditore al compratore (la sua sperimentazione con la pubblica amministrazione, ossia lo split payment, ha dato buoni risultati); l’accorpamento della stessa Iva a due sole aliquote per evitare l’arbitraggio tra acquisto e vendita; un sistema generalizzato di ritenute ai fini delle imposte sui redditi; la riduzione dell’uso del contante. Proveremo a introdurre tutte queste misure con un po’ di coraggio, o resteremo ancora una volta immobili davanti alla montagna?
«Bisogna cambiare il capitalismo». Il proclama lanciato nei giorni scorsi a Londra non proviene dal socialista Jeremy Corbyn, bensì dalle pagine del giornale che del capitalismo è la bibbia: il Financial Times. Il cui più importante commentatore economico, Martin Wolf, ha scritto un j’accuse nei confronti della City, dell’industria, dell’economia di mercato odierna, paragonabile alla celebre lettera aperta di Emile Zola contro l’antisemitismo. «Troppa diseguaglianza, corporation che eludono legalmente il fisco, monopoli digitali che dominano il mondo, stanno facendo perdere alla gente fiducia nel capitalismo democratico», dice a Repubblica l’autorevole columnist «Se andiamo avanti così, il sistema rischia di non sopravvivere». Cambiare il capitalismo, mister Wolf, sembra uno slogan di Corbyn: come mai viene dal Financial Times? «È una buona domanda. La differenza è che io voglio migliorare il capitalismo, mentre il leader laburista probabilmente vorrebbe abbatterlo». Perché proprio ora questo appello? «Sto scrivendo un libro sulla crisi del capitalismo democratico. Ho anticipato al mio direttore che avrei voluto affrontare lo stesso argomento in un articolo. Immaginavo che potesse essere difficile pubblicare un verdetto così radicale sul giornale che del capitalismo è una bandiera. Ma il direttore Lionel Barber è rimasto convinto dalle mie argomentazioni e ha detto che compito del nostro giornale è raccontare la verità: per cui lo ha pubblicato con grande rilievo». E quale è stata la reazione dei lettori? «A qualcuno non è piaciuto. Ma sono rimasto sorpreso da quanti, all’interno della comunità della finanza, degli affari, dell’imprenditoria, si sono detti sostanzialmente d’accordo. È certamente l’articolo che ha suscitato maggiore interesse fra tutti quelli che ho scritto per il Financial Times». Cos’è che non va nel capitalismo? «È ovvio che l’economia nei paesi occidentali non sta funzionando bene. I problemi che si sono accumulati negli ultimi quattro decenni, e in particolare negli ultimi dieci anni, si possono riassumere in tre punti: calo della produttività; aumento della diseguaglianza; strapotere finanziario». Con quali conseguenze? «Una profonda disillusione da parte della gente: l’impressione che il sistema capitalista non distribuisca più un benessere diffuso, ma premi i pochi a discapito dei molti». E questo ha generato l’ondata di populismo che sta sconvolgendo il mondo, a partire dalla Brexit nel Regno Unito e dall’elezione di Trump negli Stati Uniti? «L’elenco può continuare: la crescita della Lega in Italia, del Fronte Nazionale in Francia, di partiti estremisti in Germania e Olanda. Tratto comune a tutti: il nazionalismo. Con la tendenza a dare la colpa del malessere a fenomeni esterni, come la globalizzazione e l’immigrazione. Ma i fatti non sostengono simili accuse. Se in Italia non entrasse più un singolo immigrato, i problemi italiani resterebbero immutati. Incolpare globalizzazione e immigrazione è una frode. La colpa è del capitalismo che non funziona più». Cosa bisogna cambiare, dunque? «Il settore finanziario non fornisce sufficienti benefici all’economia reale. La competitività diminuisce, specie in campo digitale, con giganteschi monopoli e una mentalità da vincitore prende tutto. Il management aziendale ha redditi troppo alti rispetto a dipendenti e lavoratori medi. Le grandi corporation non pagano le tasse: non hanno bisogno di evaderle, basta l’elusione fiscale, diventata ormai una vasta industria in grado di nascondere legalmente immensi capitali in paradisi fiscali». Nel suo articolo parla di rischio per la democrazia… «Se il sistema non cambia, la gente perderà fiducia nella capacità del capitalismo democratico di funzionare bene per tutti. Sembrerà un sistema truccato, in cui si applicano certe regole ai ricchi e regole differenti a tutti gli altri. E questo farà perdere legittimità al sistema. Non c’è da sorprendersi che, in queste condizioni, l’opinione pubblica non si fidi più della competenza ed onestà delle élite che la governano. Se le cose non migliorano, non possiamo essere certi che il sistema sopravviverà». Un libro appena pubblicato in America, “A crisis wasted”, sostiene che la grande crisi finanziaria del 2008 fu un’occasione sprecata di riformare il capitalismo. «Avremmo dovuto fare di più per riformare la finanza. Ma dieci anni fa, nonostante il rallentamento dell’economia, le democrazie occidentali sembravano solide. Ci si preoccupava per l’Italia e il Giappone, ma sembravano problemi specifici». Qualche commentatore scrive che Obama non fece abbastanza. «Dopo la crisi del 2008, Obama ha dato la priorità a riportare la situazione alla normalità. È vero, ci sarebbe voluta un’azione più radicale. Ma non aveva abbastanza sostegno al Congresso. Ed era in una situazione ben diversa da Franklin Roosevelt, che andò al potere dopo tre anni di spaventosa recessione, con la disoccupazione al 25 per cento e l’urgenza di trasformare a fondo l’economia, come fece con la politica del New Deal». E in Europa? «L’eurozona nell’ultimo decennio è stata salvata da Mario Draghi. Ora la Banca Centrale Europea ha esaurito le manovre a disposizione e Draghi non c’è più. Christine Lagarde merita stima, ma non è Draghi. Siamo ancora nel mezzo della crisi. Anzi, forse solo all’inizio, perché se l’Occidente cade in recessione ognuno darà la colpa all’altro con rischi per l’eurozona». Come giudica i politici di oggi? «In Gran Bretagna siamo consumati dall’idiozia della Brexit. Il Labour è al collasso, forse sarebbe andata diversamente se David Miliband, non suo fratello Ed, ne fosse diventato il leader dopo Blair e Brown. Quanto al partito conservatore, è irriconoscibile: è diventato un partito nazionalista. Sul continente, Macron sta provando ad andare nella direzione giusta. Nel partito democratico Usa, mi pare che la senatrice Elisabeth Warren ponga le domande giuste. Ma nella maggior parte dell’Occidente, centro-destra e centro-sinistra hanno espresso una carenza di vitalità morale e intellettuale, lasciando un vacuum nel quale prosperano demagoghi di destra e di sinistra. Si avverte un’eco degli anni Trenta del secolo scorso. Solo che allora la risposta fu il New Deal e c’erano intellettuali come Keynes a predicare la necessità di un cambiamento. Adesso mi pare che siamo peggio equipaggiati, sia come politici che come intellettuali».