Alla fine di una giornata estenuante, piena di polemiche e veleni, c’è un’unica certezza: mentre ciascun protagonista difende strenuamente la propria posizione di potere aggredendo quella del rivale, non c’è nessuno che, ad oggi, appaia davvero interessato a parlare seriamente della riforma dello Sport. E così, il giorno dopo la pubblicazione su Repubblica della lettera riservata con cui il 31 luglio scorso il presidente del Coni dettò al Cio il testo della minaccia di revocare il riconoscimento olimpico all’Italia (mettendo in dubbio sia la partecipazione a Tokyo 2020 sia l’organizzazione di Milano-Cortina 2026), si risolve in un fuoco di fila di dichiarazioni incrociate. Alcune, a favore del n.1 dello sport italiano. La maggior parte, contro. A difendere Malagò sono per lo più i suoi amici di sempre. I due membri Cio Franco Carraro e Ivo Ferriani, il mitologico Mario Pescante, il presidente della Federgolf Franco Chimenti. L’argomento ufficiale cavalcato da questo schieramento è quello — per la verità un po’ claudicante — secondo il quale Malagò avrebbe ottemperato a un suo preciso dovere di membro Cio. Un atto dovuto, insomma. Quello ufficioso — che poi è anche quello vero — è che «sullo sport in Italia c’è una guerra, e in guerra si spara«. In un certo senso è lui stesso ad ammetterlo: «In questa storia — dice in mattinata — c’è un aggressore e un aggredito. E quando uno è aggredito è normale che si difenda«. “L’aggressore” sono i sostenitori della riforma Giorgetti-Valente. Quella che prevede l’istituzione di Sport e Salute, e di fatto lo svuotamento economico del Coni. Ed è dalle file di questi sostenitori che ieri si sono levate le voci più dure contro Malagò. I più agguerriti sono i 5Stelle. Alessandro Di Battista accusa il capo del Coni di “alto tradimento”. «Il funzionario pubblico Malagò mentre pubblicamente terrorizzava gli atleti italiani (…) segretamente scriveva al Cio chiedendo di punire l’Italia e di escluderla da Tokyo 2020. Il Coni è un ente pubblico non un organo da deviare per fini lobbistici e clientelari di Malagò. In qualsiasi Paese civile il governo pretenderebbe le immediate dimissioni». Di Battista è sempre stato molto critico, ai limiti del pregiudizio, nei confronti di Malagò, tuttavia in questo caso la sua dichiarazione assume un notevole rilievo politico in considerazione del ruolo da poco assunto dal suo compagno di movimento, Vincenzo Spadafora, ministro dello Sport. Gli attacchi a Malagò sono arrivati anche dal mondo dello Sport. «Quelle due lettere — dice il presidente della Federtennis, Angelo Binaghi — parlano da sole. Anziché attaccare tutto il mondo, Malagò le chiarisca il prima possibile. Un atto dovuto? Non mi vedrete mai scrivere una lettera contro la mia federazione». Parole di contenuto simile, quelle del n.1 del nuoto Paolo Barelli, altro rivale storico di Malagò. Al chiasso procurato in Italia dalla notizia riportata da Repubblica, ha fatto da contraltare uno spettrale silenzio proveniente da Losanna (a parte una presunta smentita cercata dall’Ansa). Nella realtà il Cio — non senza un certo fastidio — ha scelto di stare ben lontano da questa storia e non ha emesso nessuna comunicazione ufficiale. Del resto sarebbe molto difficile smentire l’evidenza di una lettera, quella inviata dal Cio, che riprende parola per parola l’imbeccata riservata firmata da Malagò, ivi compreso un malizioso e non ininfluente errore: tanto il n.1 Coni nella sua lettera quanto il Cio parlano infatti di “decreto legge” quando invece si trattava di una legge delega.
Annuncia un grande piano di investimenti per la scuola al Sud: «Metto a disposizione 15 miliardi di euro». E avvisa i renziani che minacciano di andar via dal Pd: «Le scissioni non portano mai bene». Il ministro per il Sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, ha scelto la sua Sicilia, e Palermo, per fare la prima uscita pubblica e annunciare il programma del governo per il Meridione, ma non solo. Lei da anni studia i problemi del Mezzogiorno e adesso può passare dalla teoria alla pratica. Da dove comincerà? «Dalla discontinuità. Dopo un anno e mezzo il cui il Paese ha parlato solo di immigrazione io voglio parlare dell’emigrazione. Mezzo milione di giovani sono andati via ma noi abbiamo parlato di qualche decina di poveri naufraghi sulle navi. È stato un impazzimento generale». Ma in concreto, come pensa di poter fermare la fuga dal Sud? «Dobbiamo mettere insieme gli strumenti per sancire il diritto a restare. Non faccio la retorica dell’emigrazione: i giovani devono essere liberi di andare e liberi di tornare. Noi dobbiamo creare le condizioni perché possano restare». La prima cosa dalla quale vuole partire qual è? «Oggi (ieri, ndr) sono a Palermo a denunciare lo scandalo moderno: la povertà educativa minorile. La scuola deve tornare a essere luogo di emancipazione, mentre spesso oggi riproduce le disuguaglianze sociali. Partiamo dalla scuola valorizzando i suoi veri protagonisti, gli insegnanti. Per questo ho voluto incontrare la professoressa Rosa Maria Dell’Aria, che subisce ancora gli effetti di un provvedimento ingiusto». Come si può fare questo? «Dobbiamo aprire le scuole tutto il giorno, non solo ai bambini ma anche ai genitori. E investire sugli asili nido riducendo le rette per le famiglie a basso reddito e allargando l’offerta al Sud, anche per liberare il potenziale delle donne. Metto a disposizione 15 miliardi di euro dei fondi di coesione. Invito tutti a fare progetti». Ma al Nord che chiede autonomia come spiegherete che le risorse oggi servono più al Sud? «Zaia e Fontana volevano trattenere le risorse sul territorio spaccando il Paese. Ma su Scuola, Sanità e Welfare c’è già una Italia di seria A e di serie B. Noi dobbiamo capire se vogliamo cristallizzare questa situazione o invertirla. Io voglio combattere le disuguaglianze e puntare sulle aree interne abbandonate anche al Nord». Zaia l’ha definita un “teorico dell’assistenzialismo”. «Io voglio investimenti, il contrario dell’assistenzialismo. E se investi 10 euro al Sud, 4 tornano al Nord come domanda di beni e servizi. L’intervento nel Mezzogiorno è stato uno degli elementi decisivi del miracolo dell’Italia e del Nord nel Dopoguerra». Il segretario del suo partito, Nicola Zingaretti, spinge per una alleanza su larga scala con i 5 stelle. Lei era dubbioso anche a una intesa per il governo. «Questo esecutivo nasce da una emergenza: fermare l’arroganza di una destra la cui avanzata appariva incontenibile. A differenza di quello precedente non si fonda su contratti. Ora abbiamo una sfida: passare dal programma a una idea comune di Paese. Ma attenzione, il governo non basta per battere la nuova destra sovranista. Noi del Pd dobbiamo recuperare l’insediamento sociale e i 5 stelle devono maturare a fondo l’esigenza dell’alternativa alla destra. Solo così l’alleanza politica sarà davvero credibile e vincente». Intanto però anche dentro il Pd non mancano le tensioni e aleggia sempre lo spettro della scissione dei renziani, soprattutto dopo l’assenza di toscani nel governo. «Nessuna discriminazione e poi tutti i componenti del governo devono operare nell’interesse esclusivo della nazione. Sa quanti siciliani ho visto operare contro la Sicilia? E poi le scissioni, nella storia della sinistra, sono foriere di sventura. Sconsiglierei di praticarle».
«Questo governo non è contro il Nord ma amicodel Sudperché così è amico di tutta l’Italia», dice convinto Giuseppe Provenzano, 37 anni, siciliano, nella sua prima intervista da ministro del Sud a un quotidiano. E precisa: «Non basta essere meridionali per essere anche meridionalisti, anzi la storiaci ricordachespesso sono stati proprio i meridionali i principali nemici del Mezzogiorno. Conta quello che ha detto il presidente del Consiglio nel discorso programmatico. E cioè la centralità del Mezzogiorno per la crescitadelPaese. Sepenso a tutte le volte in cui in analoghe circostanze ilSud venivaa stentocitato non possonon sottolineare il valorediquesta impostazione». Bisogna tradurre i valori in scelte concrete, perché nel frattempo il divario continua ad aumentare.Come? «Ne siamo tutti consapevoli. Il Sudnon èunacausapersa enon è destinato a rimanere fuori dal processo di modernizzazione del Paese. Deve essere sempre più chiaro, specie ora che l’Europa deve fare i conti con la recessione, che ilMezzogiorno è la vera, grande opportunità. Già adesso per ogni 10 euro investiti al Sud ne ritornano 4 al Nord sotto forma di domanda aggiuntiva di beni e servizi a riprova di una interdipendenza ormai inconfutabile. Se ammazziamo il mercato interno che ancora oggi garantisce il 14% del Pil, zavorriamo pesantemente anche le impresedelNord». Ma la crescita del Mezzogiorno da dove deve ripartire? Lei ha lavorato sumolti temi anche in qualità di vicedirettore della Svimez, che idee puòmettere in campo? «Partiamo dal rapporto con l’Europa,che è strategico per il nostro Paese. Io sonomolto preoccupato per il grado di assorbimento dei fondi europei e una delle mie priorità sarà quella di mettere al sicuro le risorse dell’attuale ciclo perché ne sono state spese finora troppo poche e rischiamo il loro disimpegno da parte dell’Ue. Il presidente Conte ha posto con forza la necessità del sostegno di Bruxelles ad un piano straordinario di investimenti per il Sud sul quale il governo punta moltissimo per invertire un trend assai negativo che negli ultimi anni ha penalizzato duramente un’area di 20 milionidiabitanti». È il piano che prevede lo scorporo del cofinanziamento nazionale dei fondi Ue dal Patto di stabilità come chiesto dall’Europarlamento? «Questo è uno degli obiettivi di cui farà parte il dialogo appena iniziato con la nuova Commissione. Ma come ha detto proprio ieri ilministro dell’Economia Gualtieri, all’Europa chiederemo subito di concordare piani di investimenti pubblici in particolare sui temi della sostenibilità ambientale e sociale che andranno scorporati dal Pattodi stabilità ecrescita». Ma c’è ancora fiducia nell’industria come fonte primaria di occupazioneesviluppoalSud? «Assolutamente, non ho mai pensato che il futuro del Mezzogiorno potesse dipendere solo da turismo e agricoltura, che pure hanno potenzialità inespresse. Sono fortemente convinto invece che il Sud possa diventare l’area naturale di sperimentazione del green new deal, la vera priorità strategica del governo. Questo vuol dire investimenti per il riassetto del territorioma anche interventi sulla mobilità sostenibile, sull’efficienza energetica, sulle città e sulla loro vivibilità. E per me vuol dire restituire un ruolo alle aree interne dimenticate dalla politica, rilanciando con forza la Strategia nazionale, perché questo tema è decisivo anche al Nord». Lavoro e occupazione: troverà posto nella nuova legge di bilancio la decontribuzione piena per inuovi assuntialSud? «Per la verità si sta ragionando sulla strutturale riduzione delle tasse sul lavoro, a vantaggio dei lavoratori. Le misure temporanee non danno i risultati attesi. Il taglio del cuneo riguarda tutto il Paesemapuò aggredireproprio il nodo del disagio economico e occupazionale concentrato soprattutto al Sud, tanto è vero che si inizierà proprio dai redditi medio-bassi. Bisogna partire dalla qualità delle produzioni e del lavoro, incentivando chi vuole investire in quest’area. Non cadrò nella retorica dei tanti giovani che lasciano ilMezzogiorno, facciano le loro esperienze anche all’estero. La nostra sfida è attrarre, offrire condizioni di vita e di lavoro altrettanto competitive, per il “dirittoa restare”». Le imprese chiedono che venga potenziato il credito di imposta per chi investe al Sud, si può fare? «Certamente, questa misura dovrebbe trovare posto nella legge di bilancio, diverse analisi hannomostrato quanto sia stata utile a incoraggiare gli investimenti nel Mezzogiorno. Penso però che sia essenziale aggredire il nodo del trasferimento tecnologico. È l’anello di congiunzione, fin qui mancato, tra nuove politiche industriali e investimento in istruzione, che da solo altrimenti rischia di preparare l’emigrazione didomani». Lei sarà in prima fila nella definizione della riforma dell’autonomia rafforzate delle Regioni, pur non essendo di sua stretta competenza. Che ruolo intendesvolgere? «Ho le mie idee sul regionalismo, ma mi riconosco nell’impegno assunto dal governo a una riforma giusta, che sancisca l’unità indivisibile del Paese sulla quale non ci possono essere ambiguità. È fondamentale stabilire i livelli essenziali delle prestazioni che devono essere uguali al Nord e al Sud e attuare quella parte della Riforma Calderoli rimasta nel cassetto, che prevedeva l’istituzione del Fondo di perequazione per compensare iritardi e glisquilibri delle Regioni più deboli. Il governatore Zaia può continuare ad attaccarmi, ma se ora dice di condividere il principio della coesione nazionale mi sembra una novità dicui essere soddisfatti».
Dopo tanti rinvii, l’incontro alla fine si fa. Matteo Salvini si reca nell’ufficio milanese di Silvio Berlusconi in via Rovani per un colloquio che comunque non è facile. Il leader di Fi aspetta da mesi che Salvini vada “a Canossa”, resuscitando il centrodestra. Il capo della Lega, invece, di riunificazione della vecchia alleanza non vuole sentir parlareo. Il colloquio di fatto è interlocutorio, anche se Berlusconi al termine sfoggia ottimismo: «Siamo in piena sintonia». Il leader della Lega invece non rilascia dichiarazioni, gesto significativo per chi solitamente parla in pubblico ogni tre ore. Il fatto, appunto, è che i due hanno trovato per ora solo alcuni punti dai quali ripartire. Salvini, raccontano, non gradisce la competizione aggressiva di Giorgia Meloni ed è preoccupato che Fi possa non tenere in Parlamento: l’ex ministro dell’Interno ora vuole evitare che gli “azzurri” diano sponda alla legge elettorale proporzionale inserita nel patto Pd-M5s. Non solo, Salvini teme anche che interi pezzi di Fi possano aggiungersi alla maggioranza, se Matteo Renzi dovesse davvero decidere di creare gruppi autonomi in Parlamento. Berlusconi avrebbe assicurato l’impegno a fare una battaglia comune sulla legge elettorale, ma Salvini vorrebbe un impegno a favore del maggioritario mentre il Cavaliere più genericamente ha parlato di leggi che prevedano coalizioni definite prima del voto. Il leader di Fi, invece, stoppa con nettezza i possibili sostegni “azzurri” al progetto renziano. In una nota diffusa dopo il colloquio manda un messaggio a chi, a cominciare da Mara Carfagna, viene spesso associato nei retroscena all’ex leader Pd. «La coesione del partito è un valore irrinunciabile», dice Berlusconi. Quello appena nato è il «governo più a sinistra della storia d’Italia. Chi lavora per sostenerlo lavora anche contro Forza Italia e si pone fuori dai suoi gruppi parlamentari». Per il Cavaliere «è necessario ricostruire l’unità del centrodestra di fronte a questa minaccia». Il problema, appunto, è che Berlusconi parla di «unità del centrodestra», ipotesi che per Salvini non esiste. La Carfagna commenta dicendo di condividere «il richiamo del presidente Silvio Berlusconi». Salvo aggiungere che vanno anche fermati «i quotidiani atti di sottomissione alla Lega hanno fatto precipitare in pochi mesi Fi al 6%». Inoltre, il leader della Lega ha invitato formalmente Berlusconi alla manifestazione del 19 ottobre a Roma e il Cavaliere ha risposto che considera l’iniziativa un’ottima idea ma che deve sottoporre la questione agli organismi dirigenti di Fi per decidere le forme di partecipazione del suo partito. In Fi, infatti, non ci sono solo le perplessità della Carfagna, di Salvini ormai si fidano in pochi. Mariastella Gelmini si augura che si tratti di un «nuovo inizio per ricostruire un centro-destra plurale e coeso» e avverte: «No a pretese di autosufficienza, la manifestazione del 19 ottobre deve essere la piazza di tutto il centrodestra». Lo stesso Berlusconi, a quanto pare, deciderà solo all’ultimo se partecipare, perché un conto è fare una manifestazione per attaccare la politica economica del governo, altra cosa è essere coinvolto in kermesse sovraniste che gridano al golpe. Un primo accordo, però, Salvini e Berlusconi lo avrebbero siglato sulle regionali: definito il sostegno di Fi ai candidati leghisti in Umbria ed Emilia Romagna, mentre Calabria e Campania dovrebbero toccare agli “azzurri”.
Il soldato sloveno in mimetica, fucile mitragliatore a tracolla, caricatori di riserva ed elmetto appeso al giubbotto tattico avanza nella boscaglia. Baffi e pizzetto biondi chiude la pattuglia con un altro militare davanti e un poliziotto in mezzo. Al loro fianco si srotola nella vegetazione il filo spinato per fermare i migranti sul confine fra Slovenia e Croazia di Podgorje. Il punto di passaggio più ambito dal flusso di clandestini che arriva dalla Bosnia, a soli 13 chilometri dall’Italia. I militari, che si mimetizzano fra gli alberi in assetto da combattimento, sono quasi tutti veterani delle missioni all’estero dal Mali all’Afghanistan. La Slovenia non si vergogna, come da noi, di mobilitare l’esercito e innalzare una barriera lunga 179 chilometri di reticolato e pannelli nella «guerra» contro l’immigrazione illegale. Quest’anno sono stati intercettati dal confine croato 10.040 irregolari fino al 9 settembre. Altri 5048 sono riusciti a passare in Friuli-Venezia Giulia da gennaio secondo i dati della prefettura di Trieste. Se lo sommiamo ai diecimila fermati in Slovenia i migranti arrivati dal fronte terrestre sono due volte e mezzo superiori ai 5.793 giunti via mare. «Il nostro compito è osservare, monitorare e proteggere la polizia nella lotta all’immigrazione illegale» spiega il maggiore Nataša Zorman, donna alta e vigorosa. Un elicottero Bell 206 pattuglia dal cielo individuando anche di notte i migranti con la camera termica. Nelle immagini dall’alto si vedono dei puntini neri avvicinarsi alla barriera. I migranti seguono il tragitto via google map condiviso da chi li ha preceduti e usano delle cesoie per aprirsi un varco nel filo spinato. L’esercito sloveno ha messo in piedi tre basi lungo il confine con la Croazia. E schierato nei pattugliamenti cinque plotoni di fanteria, 150 uomini, che utilizzano visori notturni, camere termiche e droni. «Per sorvegliare il confine una squadra specializzata lancia i velivoli senza pilota tattici, che hanno un raggio di azione di 40 chilometri» spiega il maggiore Zorman. Viljem Toškan, comandante della polizia di frontiera di Capodistria (Koper) che parla italiano, ne ha viste tante. «In Slovenia gli immigrati illegali si nascondono e marciano di notte per non farsi scoprire – osserva l’ufficiale – Quando raggiungono l’Italia camminano apertamente per strada e aspettano che la polizia venga a prenderli. Il loro obiettivo è arrivare da voi». E fare domanda di asilo politico anche se non ne hanno diritto. Ogni settimana sono previste 4 pattuglie miste con i poliziotti italiani lungo il confine fortemente volute dal precedente ministro dell’Interno Matteo Salvini. Da luglio hanno rintracciato appena 95 migranti. I poliziotti sloveni perlustrano i sentieri nel bosco del castello di San Servolo che domina Trieste e ci portano su uno dei punti di passaggio trasformato in improvvisato bivacco. Accanto a un rudere nascoste dalla fitta vegetazione ci sono ancora le coperte distese a terra dai migranti. «Si cambiano i vestiti usati durante il viaggio per rimettersi in sesto prima di scendere da questo sentiero che porta all’Italia» spiega un agente. Più che un sentiero è un budello nella boscaglia, che attraverso una scarpata spunta nella zona industriale di Trieste. Tutto attorno sono stati abbandonati un paio di scarponcini in buone condizioni, vestiti sporchi e laceri oltre a zainetti vuoti. I poliziotti fanno notare una bottiglia d’acqua minerale usata durante la traversata: «Guarda la marca. Viene dalla Bosnia». I migranti illegali arrivano soprattutto dal Pakistan, dall’Afghanistan, ma pure dal Bangladesh, Turchia e Algeria. «Talvolta quando li fermiamo ci chiedono: “Siamo in Italia?”» racconta uno dei poliziotti. «Il viaggio completo dal Pakistan può costerà fino a 10mila € – rivela il comandante Toškan – Dalla Bosnia pagano sui 2mila € il pacchetto completo per arrivare alla destinazione finale che può essere l’Italia, ma pure la Francia. Oppure 300-500 € ad ogni passaggio di confine». L’aspetto incredibile è che i passeur «vengono a prendere i migranti illegali anche da paesi del Nord Europa con auto a noleggio, furgoni o camper. E usano pure i taxi». Un gruppetto di migranti pachistani davanti alla stazione ferroviaria di Trieste spiega candidamente: «Siamo arrivati la scorsa notte a piedi dopo avere camminato per 15 giorni dalla Bosnia attraverso Croazia e Slovenia fino in Italia». In mezzo al gruppetto dei nuovi arrivati ci sono due «facilitatori» pachistani che parlano italiano e vivono in città. I migranti hanno il loro numero di cellulare e ascoltano i «consigli» su come andare a fare la richiesta di asilo e del permesso di soggiorno in Questura o prendere il treno per Milano, Bologna o Firenze. Tutto alla luce del sole, come se fosse una rete ben collaudata. E forse sarà per questo che due giovani del Bangladesh incrociati su una strada del Carso ammettono: «Siamo venuti dalla Bosnia perché l’Italia is good».
Il cellulare staccato, dopo l’ultima telefonata con Franceschini, mentre infuria la notte di battaglia sui sottosegretari. La scusa per i meno intimi, «perdonami, sono in Israele», quando il fuso è di un’ora appena. Il fatto è che Matteo Renzi non ha voglia di smarrirsi in una polemica sugli incarichi di sottogoverno, «potevano starci attenti, ma chi se ne frega, calma e gesso». Il fatto è, soprattutto, che l’ex premier deve ormai decidere una sola cosa: «Se rompiamo, rompiamo alla Leopolda». Gli indizi che fanno immaginare una resa dei conti quasi immediata ci sono tutti. «Qualsiasi cosa accada – ha spiegato l’altro giorno Ettore Rosato a un emissario di peso della segreteria di Zingaretti – c’è una certezza: noi garantiremo la tenuta del governo». La maggioranza non si tocca, insomma, perché tutti hanno bisogno di tempo. E poi ci sono le prime crepe nelle correnti, sfumature di renzismo che sbiadiscono. Come si è capito ieri nella chat di Base Riformista. «Vito De Filippo ha lasciato il gruppo»: ecco il buongiorno del deputato ai parlamentari che aderiscono all’area targata Lotti e Guerini, la più corposa del Pd con cinquanta deputati e una ventina di senatori. Il politico lucano, insoddisfatto degli ultimi mesi di navigazione, si allontana dai renziani morbidi e sembra abbracciare la causa dei falchi. Critiche più o meno dure per la gestione del Pd pare coinvolgano anche Andrea Romano, Gennaro Migliore, parlamentari veneti, toscani e campani come Piero De Luca, il figlio del governatore. Per non parlare del siciliano Davide Faraone. Delusi per la composizione del governo, delusi per tutto il resto. Ecco, il renzismo accelera – nessuno può dire se solo tatticamente – verso una scissione. La Leopolda è il punto di approdo, ma c’è chi giura che un’eventuale rottura sarà anticipata da un documento che qualche parlamentare, molto in segreto, sta provando a impostare in queste ore. Ci sarebbe la disponibilità ad aderire al progetto da parte di 26 deputati e 5 senatori. Così pochi a Palazzo Madama? I renziani spiegano che lì basta poco per orientare la maggioranza. Che il renzianissimo Andrea Marcucci resterebbe comunque alla guida del gruppo del Pd, almeno finché lo vorrà Zingaretti. E che, infine, da Forza Italia arriverebbero nelle settimane a seguire senatori come piovesse. A capo della fronda renziana ci sono ovviamente Maria Elena Boschi ed Ettore Rosato, al loro fianco Luigi Marattin. Ora, che l’ex ministra sia in freddo con Luca Lotti è questione antica, tanto che nessuno si stupisce che provi a portargli via qualche parlamentare deluso. Ma è chiaro che l’operazione ha bisogno di individuare da qui alla Leopolda ragioni politiche che giustifichino la separazione. «I bersaniani – ripete non a caso l’ex ministra – sono praticamente tornati nel Pd, noi non possiamo restare». Di più: l’hanno informata che un ex parlamentare del Pd vicinissimo a Bersani sarebbe stato assunto a Bruxelles dal gruppo dem all’Europarlamento, come fosse un altro segnale del ritrovato amore a sinistra. «C’è spazio per un soggetto liberal che competa con la destra sovranista e la sinistra movimentista frutto dell’alleanza organica tra Pd e Movimento». Un contenitore che prenda slancio dai comitati civici affidati a Ivan Scalfarotto e Rosato. Nella chat di questi comitati gira di tutto, negli ultimi giorni. Si parla del nuovo partito senza che nessuno censuri le aspirazioni di chi vuole partecipare: «La linea – scriveva l’altro giorno un promotore siciliano dei comitati – è quella di costruire in tempi medi un nuovo soggetto politico per cattolici, liberali, socialisti, repubblicani». Sembra l’atto costituente di Forza Italia, ma in decine soffiano in questa direzione. Renzi, per adesso, attende e arma la mano della Boschi. La Leopolda non è così lontana e lui calcola vantaggi e svantaggi dell’operazione. Il fattore tempo consiglierebbe di mollare gli ormeggi, ora che il leader di Rignano è tornato «vincente». E poi ci sono le nomine di primavera e la voglia di sedere al tavolo di chi decide tutto. Contro, il suo istinto: non ha mai mollato nelle sconfitte, dalle prime primarie fino alle ultime Politiche, perché farlo adesso? Un indizio, però, fa propendere per lo strappo: «State pronti», ha fatto sapere a Mara Carfagna negli ultimi giorni. «State pronti», è il messaggio arrivato anche a Beatrice Lorenzin. Manca l’ultimo passo. «Ma la scissione- ripete un po’ a tutti Boschi in questi giorni – è già tra noi, è già nei fatti…».
«Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 agosto, ciò vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un c…, ma proprio eticamente». È il 19 ottobre 2018, due mesi dopo il disastro del ponte Morandi. Andrea Indovino, responsabile della sorveglianza di Spea, oggi indagato per falso ideologico e interdetto ieri dal gip di Genova Angela Maria Nutini, parla in questi termini con una collega della stessa società, Serena Alemanni. Oggetto della conversazione telefonica è il viadotto Pecetti sulla A26, gestito da Autostrade per l’Italia, dove la notte tra il 21 e il 22 ottobre doveva transitare un trasporto eccezionale di 141 tonnellate. Indovino, che non sa di essere intercettato, si dice preoccupato perché dalle analisi eseguite, l’opera è «estremamente tirata». Segnala che la verifica di transitabilità non è soddisfatta. «Più andiamo oltre e più rosicchiamo i margini di sicurezza… soprattutto perché siamo tutti consapevoli che nessuno ha fatto la tac a quel viadotto… è un viadotto che ha delle problematiche… alcune sono manifeste…». Indovino parla di mancanza di «sensibilità» con una struttura che viene portata «al limite della sua resistenza… con un ponte che è appena venuto giù». Due giorni prima il manager aveva inoltrato una mail alla stessa collega, scrivendole che «il viadotto restituisce esiti appena superiori all’ammissibilità e quindi privi di significativi margini di sicurezza… riceviamo incongruenza nei documenti d’archivio». Ci sarebbe un’incongruenza fra progetto e costruzione. «Non avendo livelli di sicurezza soddisfacenti… risulterebbe una bocciatura del transito» aggiunge. La decisione è difficile, Indovino sente di dover bloccare il tir, anche il collega Ferretti (responsabile della direzione opere d’arte di Spea, finito a i domiciliari) gli consiglia di rimandare tutto al mittente, cioè Autostrade (Aspi), ma lui però tentenna perché «il mittenteèpesante». Pesanteespregiudicato, secondo il gip di Genova, che ricorda come Gianni Marrone, il direttore dell’ottavo tronco di Aspi arrestato ieri peril ponte Paolillo, eviti deliberatamente di consegnare all’ispettore del ministero dei Trasportiealla polizia giudiziaria della documentazione su quella struttura. «La logica di un simile generalizzato comportamento sembra da ricondurreauno spirito di corpo aziendale, probabilmente motivato dal tornaconto economico», scrive il giudice, ricordando una conversazione fra Paolo Berti e Michele Donferri, l’ex numero tre e l’ex direttore manutenzioni di Aspi indagati per il disastro del Morandi, nella quale il primo «manifesta il proprio disappunto per essere stato condannato ad Avellino, lamentandosi che avrebbe potuto dire la verità e così mettere nei guai altre persone. Donferri gli risponde che non ci avrebbe guadagnato nulla mentre così può “stringere accordi col capo”». Spirito di corpo che, tornando alla vicenda del camion da 141 tonnellate, avrebbe spinto Indovino, nonostante la preoccupazione, a temporeggiare «prima di dire no secco (al transito, ndr), perché poi alla fine ti chiedono nuovamente il perché, mi sembra corretto esplorare tutte le possibilità in modo razionale». Richiede, dunque, più informazioni sul ponte. E decide di scrivere una mail a Massimiliano Giacobbi (domiciliari) e Massimo Meliani di Spea, nella quale sottolinea «la situazione di non perfetta efficienza del manufatto…». Risultato? Spea firma per il transito, il tir passa nella notte tra il 21 e il 22 ottobre. E tutti tirano un sospiro di sollievo. «È transitato». «Ok va bene».
Tra il viadotto Pecetti, 132 metri su due campate, uno dei giganti dell’A26 che dal Piemonte scende giù al mare di Voltri, e l’area in cui sorgeva il ponte Morandi ci sono 15 chilometri di distanza. Venti minuti al massimo, in macchina. In quei 15 chilometri si dipana l’inchiesta arrivata, qualche settimana dopo l’anniversario della tragedia del 14 agosto, la messa cantata, la commemorazione delle 43 vittime, alla prima grande svolta giudiziaria. Non è il corpo principale dell’inchiesta per la sciagura di Genova. Ma è la prima risposta alle richieste di giustizia e delinea, in quello che la procura ricostruisce, un quadro inquietante della gestione della sicurezza. Finiscono ai domiciliari Massimiliano Giacobbi di Spea, la controllata di Autostrade per le manutenzioni e la sicurezza, e due pezzi grossi di Aspi della direzione VIII tronco, Gianni Marrone e Lucio Torricelli Ferretti. Poi in sei vengono sospesi dai pubblici servizi per 12 mesi: Maurizio Ceneri, Andrea Indovino, Luigi Vastola, Gaetano Di Mundo, Francesco D’antona e Angelo Salcuni. Altri sei rimangono indagati a piede libero. E fanno 15. Tutti nel mirino dei pm, con diverse sfumature, accomunati da un’accusa che i magistrati scandiscono in cento pagine fitte di ordinanza in maniera precisa. C’era un disegno per edulcorare i test e le verifiche, per far sì che le criticità e i potenziali pericoli venissero sottovalutati. Il giorno prima del Ferragosto dell’anno scorso il Morandi crolla, portando con sé il suo carico di morti e dolore. Cambia, questa sciagura, il modo di agire? Pare di no, perché uno degli indagati intercettato ha un sussulto di dignità e ammonisce il suo interlocutore: «Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 di agosto, vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un c. ..». La vicenda, nelle carte della procura, si svolge parallela su un asse lunghissimo che congiunge la Liguria alla Puglia, con due ponti sotto osservazione. Riparte da qui, sotto al viadotto Pecetti. Il grande ponte che dal basso fa paura, sentimento rinforzato dalle fotografie scattate dagli abitanti della zona. Le pagine dei magistrati sono complesse, sia in punto di diritto che in considerazioni ingegneristiche. Ma il senso vero può esser riassunto così: i tecnici rilevano che si è rotto uno dei cinque cavi costituiti da trefoli intrecciati. La falsa ricostruzione Da quel momento scatta il tentativo, sempre nella ricostruzione dei pm, di negare la verità. Il cavo spezzato è uno dei tre principali. Però viene accreditata una ricostruzione alternativa e falsa: che in realtà sia uno dei due secondari, meno importante. Perché così il pericolo viene sminuito. Perché così non si deve vietare il transito ai mezzi più pesanti. Perché così transita anche quel trasporto eccezionale da 141 tonnellate, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre dell’anno passato. Erano consapevoli, gli indagati, di quel che stavano facendo? Gli inquirenti dicono di sì: per evitare che le conversazioni telefoniche venissero intercettate, c’è anche chi ha usato il jammer, un dispositivo che le protegge. L’altro caso, scoperto nelle prime fasi dell’indagine del Morandi, è più lontano nello spazio. Il viadotto si chiama Paolillo, si trova sull’A16, in Puglia. Spiega la procura che è stato costruito in maniera differente rispetto al progetto, ma anche in questo caso si è cercato di occultare la verità. Eppure, proprio per le differenze accertate, le relazioni di calcolo e di contabilità non potevano garantire nulla sulla reale sicurezza. Non era più il viadotto progettato, quei dati non significavano più nulla. Qui emerge un altro elemento choc dell’inchiesta. «C’è una disinvoltura degli indagati a modificare le relazioni tecniche – scrive il gip – in spregio alle loro finalità di sicurezza». C’è chi, come il dirigente dell’VIII tronco di Bari Marrone, è già stato condannato in primo grado l’11 gennaio alla pena di 5 anni e 6 mesi per i reati di omissione di vigilanza e alla manutenzione del viadotto Acqualonga, «ma ha perseverato durante il dibattimento nelle proprie condotte». Il riferimento è all’incidente del 28 luglio 2013 con 40 vittime: un pullman con i freni rotti, tradito dalla mancata resistenza del guard rail, precipita giù. La replica di Autostrade Autostrade, ovviamente, reagisce. I due viadotti, sostiene, sono assolutamente sicuri: «Gli interventi di manutenzione sono stati conclusi diversi mesi fa e la società ha inviato il 4 dicembre 2018 al ministero delle Infrastrutture e Trasporti un report contenente il dettaglio degli interventi manutentivi realizzati e delle verifiche effettuate sui viadotti della rete, tra cui il Pecetti e il Paolillo». Per il caso-Pecetti, sottolinea, aveva già «provveduto a cambiare la sede operativa dei due dipendenti interessati dai provvedimenti». In serata, poi, le determinazioni del Cda di Atlantia, la holding di cui Aspi fa parte: un audit da affidare a una «primaria società internazionale» per verificare la corretta applicazione delle procedure aziendali da parte delle società e delle persone coinvolte. Arriva anche la dichiarazione del presidente della Regione Giovanni Toti: «Quanto emerge sconcerta, in particolare chi amministra una città e una regione che hanno vissuto la tragica esperienza di ponte Morandi. Pretendiamo verità, processi brevi e pene esemplari per chi sarà giudicato responsabile. Genova, la Liguria e i familiari delle 43 vittime meritano verità e giustizia».
La tegola giudiziaria arrivata da Genova rimaterializza in Borsa l’incubo del ritiro delle concessioni autostradali ai Benetton — tema delicatissimo sul fronte dei rapporti Pd-M5s — e affonda il titolo Atlantia: le azioni del gruppo hanno perso a Piazza Affari quasi l’8%, bruciando in una seduta 1,6 miliardi di valore. Le misure interdittive chieste dai pm per nove manager del gruppo — accusati di aver compilato rapporti “ammorbiditi” sullo stato di alcuni viadotti in gestione — hanno mandato in frantumi, almeno in apparenza, il delicatissimo compromesso che sembrava essere stato raggiunto tra i Dem e i grillini per la gestione di questa partita: quella «progressiva revisione delle concessioni» anticipata dal premier nel discorso sulla fiducia al governo che pareva escludere un loro ritiro tout court. I pentastellati però, appena le agenzie di stampa hanno battuto la notizia, sono tornati all’attacco: «Se proponiamo un provvedimento così soft, io non sono più in grado di garantire la tenuta del movimento», ha fatto sapere informalmente Luigi Di Maio al presidente del consiglio Giuseppe Conte. Una posizione puntellata subito dagli affondo dei “falchi” grillini: «Chi ha causato la morte di 43 persone non può continuare a gestire le nostre strade — ha detto il neo-viceministro alle infrastrutture Giancarlo Cancelleri — . L’imperativo è proseguire sul percorso tracciato dall’ex ministro Toninelli, ossia quello della revoca delle concessioni ai Benetton». Il cerino è tornato così in mano a Conte che già nel pomeriggio di ieri era al lavoro per disinnescare il dossier Autostrade, uno dei primi seri ostacoli del nuovo esecutivo giallorosso, con l’obiettivo di arrivare a una proposta in tempi stretti. L’idea che starebbe prendendo forma in queste ore sarebbe quella di togliere ai Benetton la gestione della A10, la tratta ligure del viadotto Polcevera. Una soluzione di compromesso che consentirebbe a Di Maio di presentare uno scalpo al proprio elettorato, potrebbe convincere anche il Pd — dove sul tema convivono posizioni molto differenti — e in fondo potrebbe rappresentare anche per Atlantia il male minore. La A10 Genova-Ventimiglia rappresenta in fondo solo una goccia nell’impero autostradale del gruppo: 158 km. di asfalto sui 3.020 gestiti da Autostrade per l’Italia. Una tratta breve che ha generato nel 2018 solo 158 milioni di ricavi (sui 4 miliardi complessivi) e un utile di 35 milioni. Briciole rispetto ai 622 milioni messi assieme dalla rete tricolore di Ponzano Veneto. La holding dei Benetton per ora non commenta queste indiscrezioni e in passato ha minacciato cause miliardarie contro chiunque avesse provato a toglierle anche un solo chilometro di autostrada in anticipo rispetto alla scadenza dei contratti. Il cda della società ha deciso invece di avviare subito un’indagine interna sui fatti emersi dall’inchiesta ligure, affidandola a una società internazionale. Obiettivo: verificare la corretta applicazione delle procedure aziendali da parte delle società e delle persone coinvolte. I provvedimenti del tribunale di Genova è stato ieri una sorta di fulmine a ciel sereno per i Benetton, convinti su questo fronte di essersi lasciati ormai il peggio alle spalle. In parte grazie al ramoscello d’ulivo teso alla politica con l’intervento per salvare Alitalia ma soprattutto in virtù della mediazione di Conte che si era già speso anche all’epoca del governo gialloverde per evitare provvedimenti draconiani sulle concessioni. Le autostrade rappresentano oggi la quasi totalità dei profitti delle casseforti della famiglia veneta. E malgrado la tragedia del ponte Morandi (costata finora in bilancio oltre 500 milioni tra cause legali, abbattimento del ponte e risarcimenti), Atlantia ha continuato a macinare utili, staccando 740 milioni di dividendi anche nel 2018. Il titolo, dopo essere scivolato del 25% nei giorni immediatamente successivi al crollo del viadotto, aveva ormai recuperato quasi tutto il terreno perduto, prima della nuova retromarcia di ieri che ha ridotto il valore della società a poco più di 18 miliardi.
L’alleanza appena archiviata – quella tra M5s e Lega – risulta oggi la meno gradita agli italiani. Tuttavia, le preferenze in merito alle coalizioni che dovrebbero governare il Paese in futuro delineano un quadro più complesso rispetto alla tradizionale contrapposizione fra centrosinistra e centrodestra. La nuova coalizione creata dalla convergenza fra M5S, Pd e LeU a sostegno del Conte Bis – che alcuni esponenti del partito di Zingaretti vorrebbero riprodurre anche nelle consultazioni Regionali – ottiene l’apprezzamento di circa quattro persone su dieci (40%), tra gli intervistati dell’Atlante politico di Demos. Un consenso appena inferiore rispetto a quello raccolto dalle possibili coalizioni di centro-destra: nella formula tradizionale Lega-FI-FdI (41%), oppure in quella “sovranista” Lega-FdI (43%). Gli elettori del Pd (74%) e del M5S (68%) approvano largamente la nuova intesa promossa dai rispettivi leader, sebbene rimangano settori dell’elettorato di entrambe le formazioni ancora critici. In generale, restano elevati i consensi, dentro gli elettorati dei principali partiti, per la riproduzione dei blocchi del passato: ipotesi non realistiche, almeno nel corso della attuale legislatura. L’85% degli elettori del Pd approverebbe una coalizione di governo limitata al centro-sinistra (composta da Pd, LeU e altri di sinistra), anche se del tutto inadeguata a competere con il centro-destra. Il 90% degli elettori forzisti preferirebbero d’altra parte riproporre il centro-destra di governo nella composizione tipica della Seconda Repubblica. Gli elettori di FdI (71%) e ancor più quelli della Lega (82%) esprimono però un gradimento più elevato per una alleanza che escluda il partito di Berlusconi. Va sottolineato, infine, come sia per la Lega sia per il partito di Di Maio rimangano settori non trascurabili che valutano positivamente l’esperienza dei 14 mesi del primo governo Conte. Quasi un terzo di chi destina il proprio voto al Carroccio (32%) e quasi la metà di chi si dice intenzionato a votare per il Movimento (46%) sarebbero disposti a sostenere una futura coalizione di governo Lega-M5S: per non pochi elettori, la critica al sistema dei partiti e la domanda di cambiamento restano più importanti della divisione tra forze di centrodestra e di centrosinistra.