L’idea, in verità, c’è da tempo. E non a caso i vertici del Pd emiliano avevano già provato, nei giorni scorsi, a sondare il terreno. “Un’alleanza elettorale? Dobbiamo chiedere a Roma”, s’erano sentiti rispondere, dai consiglieri regionali grillini, gli uomini di Stefano Bonaccini. E infatti subito il dibattito s’è trasferito a livelli più alti. “Ne ho parlato con Luigi Di Maio”, dice il modenese Michele Dell’Orco, sottosegretario uscente ai Trasporti e uomo forte del M5s in Emilia, “ma abbiamo convenuto che non ci sono le condizioni. D’altronde, il regolamento parla chiaro”. E il regolamento del M5s, appena modificato, consente delle alleanze territoriali solo con liste civiche. E insomma, a guardarla dal fronte grillino, questa ipotesi di riprodurre l’alleanza rousseagialla anche nelle regionali emiliane sembra solo una suggestione di fine estate. E lo stesso vale per l’Umbria, a giudicare dalla nettezza con cui il senatore ternano Stefano Lucidi sentenzia che “No, la possibilità che noi del M5s, che abbiamo contribuito a far cadere la giunta del Pd, ora andiamo insieme al Pd, non esiste”. E però, se Dario Franceschini ha deciso di rilanciare con tanta veemenza l’ipotesi di un’intesa per le regionali, e se Nicola Zingaretti ha subito condiviso l’appello, forse è perché ci credono davvero – soprattutto il primo – di riuscire a iniziare i nuovi alleati grillini alle regole semplici e spietate del realismo politico. “A Franceschini va riconosciuto di essere l’uni – co a recitare un ruolo coerente in questa commedia di basso livello”, osserva Pier Ferdinando Casini. E allora ben venga l’offerta prospettata al M5s di sostenere congiuntamente un candidato grillino in Calabria, in cambio di un’intesa speculare, ma a parti invertite, in Emilia (“Non c’è stato ancora nessun vero contatto, e del resto le stesse proposte ce le sentivamo fare dal leghista Furgiuele settimane fa”, dice Riccardo Tucci, grillino di Vibo Valentia). E bene venga anche l’idea – che il Pd sta valutando, dopo aver pensato invece di accelerare i tempi – di ritardare le regionali in Emilia e Calabria così da dare all’accordo i tempi necessari per la maturazione. Ma dietro la convenienza contingente, quella cioè di scongiurare la razzia salviniana nelle terre che un tempo erano rosse, c’è forse anche qualcosa in più. Qualcosa che ha a che vedere coi destini del Pd, e del governo nazionale. E infatti Chiara Gribaudo – deputata vicina a quel Matteo Orfini che non a caso è stato tra i primi a rigettare la proposta di Franceschini (“Un grave errore di prospettiva pensare al M5s come a una costola della sinistra”) – dice che sì, “la mossa di Dario contribuisce ad aprire il portone di uscita per Matteo Renzi, che è lo stesso che Bersani e altri userebbe per rientrare”. Perché è evidente che l’idea di considerare questo governo nato in condizioni d’emergenza come l’embrione del nuovo centrosinistra, consentirebbe all’ex premier di rispolverare il suo “#senzadime”, portando fuori dal Pd una sua pattuglia, magari già alla Leopolda del 19 ottobre come lui va promettendo (o minacciando, a seconda dei casi). Chi ci starebbe? “C’è fermento, al centro”, dice Casini, dopo avere chiuso una delle molte telefonate con parlamentari di Forza Italia che provano a fiutare l’aria. E in effetti, proprio la capacità o meno di uscire dal Pd senza terremotare il governo, ma anzi rafforzandolo nei numeri alle Camere, potrebbe essere il discrimine tra l’azzardo e la follia, per Renzi. “Noi di Base Riformista”, dice Enrico Borghi, “mercoledì abbiamo ribadito che, in ogni caso, non andiamo via dal Pd. Ma è chiaro che se Renzi aggrega anche una parte del centrodestra stabilizzando l’esecutivo, diventa naturaliter un punto di riferimento di qui alla fine della legislatura”. Ci riuscirà? “Tutto è in movimento”, risponde Renato Brunetta. “L’ipotesi di un allargamento del perimetro della maggioranza nell’area moderata, può diventare concreta solo se risponde al bene degli italiani. Se il centrodestra è quello liberale di matrice berlusconiana, non si discute. Se diventa la destra sovranista, viva il centro, Renzi o non Renzi, purché sia un centro plurale”.

Vorrei aggiungere il mio ai tanti ricordi di Piero Scaramucci, di cui ha scritto qui ieri il suo allievo, collaboratore e amico Ivan Berni. Perché gli voglio, gli vogliamo, molto bene, e perché è stato un esempio di capacità, onestà e indipendenza per noi anche in tempi in cui aspiravamo a fonderci, ad affidare la nostra realizzazione personale all’im – pegno comune. Era un militante di Lotta continua, e non ha mai smesso di rivendicarlo, ed era un giornalista democratico, prima, durante e dopo quella stagione. Un giornalista prestigioso e libero – una volta gli arrivò la proposta di un incarico di gran rilievo nazionale alla Rai, e preferì dire no. Poteva succedere che quel connotato, “giornali – sta”, gli venisse affettuosamente rinfacciato, da suoi compagni per i quali il giornalismo era soprattutto agitazione politica. Mercoledì, dopo che Catia Giarlanzani mi ha scritto per dirmi che Piero era morto, ho cercato notizie più recenti su lui: l’avevo visto, grazie a un bel festival di Radio Popolare, un’esta – te fa, in una sera mista di figli e nipoti, e di ironia affettuosa e amicizia. Ho trovato – la cosa che mi ha colpito di più, e mi ha colpito di non averne saputo – che lo scorso 25 aprile Piero, invitato dal Comune di Pavia a ricordare la Liberazione, ne era stato all’ultimo momento escluso, censurato, da un presidente di provincia che aveva proclamato: “O lui o io!”. In un certo senso, nel senso raddrizzato, aveva ragione. Piero disse il suo discorso, all’ora in cui l’avrebbe tenuto in piazza, alla Radio Popolare, la sua creatura più cara, e là lo si può riascoltare. Un discorso bellissimo, di un’affabile solennità. E’ te – merario oggi essere solenni, anche solo impiegare la parola solenne, senza graffiarsi di ridicolo o di retorica. Piero, che aveva un impegno lungo nell’Anpi e nelle sue opposte generazioni, confidava nella Costituzione. Il fiore del giornalismo italiano, donne e uomini, si misurò con lo stato della strage, dell’eversione fascista e dei servizi segreti, gli attori che si erano dati appuntamento nelle stanze della questura milanese fra il 12 e il 16 dicembre di cinquant’anni fa. Percorrendo quella strada, irta di pericoli e di ossessioni, quei giornalisti, e Piero ne fu un campione, fecero la materiale scoperta del conflitto fra l’eversione e la legalità, e dell’antifascismo come fedeltà alla Costituzione. Per gli altri militanti confidenti nella rivoluzione, la legalità e la stessa Costituzione erano valori dimezzati e invalidi, per lo schermo che offrivano alla cospirazione eversiva e per l’uguaglianza che pretendevano di offrire ai diseguali. Ci fu una divaricazione, benché non un’opposizio – ne, nel comune antifascismo militante e nella fiducia nella giustizia. Tradita comunque, ma finalmente capace di far fronte, nella piazza del Duomo del 16 dicembre e, molto più tardi e tortuosamente e parzialmente, in qualche tribunale. Quella tenace resistenza è raccontata da Piero Scaramucci nella testimonianza in video lasciata appena l’aprile scorso ai curatori di un progetto intitolato “Giuseppe Pinelli: una storia soltanto nostra, una storia di tutti”. Piero vi rievoca la sua più bella fatica, l’intervista a Licia Pinelli, “Una storia quasi soltanto mia”, del 1982, raccolta quando Licia aveva taciuto per dieci anni. E ora aveva deciso lei di raccontare Pino Pinelli e se stessa, tuttavia stentando a vincere l’of – fesa, il riserbo e la pena. Mai, ricorda Piero, avevo fatto un’intervista durata due anni. Hanno messo ora in rete la testimonianza di Piero, guardatela. Qualcuno dei vecchi riconoscerà il bravissimo inviato della Rai di tanti anni fa, nei luoghi dei disastri civili passati per naturali, delle mene eversive, delle guerre lontane, delle domestiche guerre di mafia: il giornalista rigoroso e senza demagogia, che somigliava a Yves Montand. I ragazzi, per i quali soprattutto queste testimonianze sono raccolte, sentiranno a quale rovina si andò vicino, a quale costo se ne uscì, come facilmente ci si può tornare. Potranno chiedersi come sia successo che all’uomo che raccontava queste cose, che aveva animato il giornalismo libero, che aveva fondato Radio Popolare e le aveva insegnato ad andare sulle proprie gambe, che aveva ricevuto dalla sua città l’Ambrogino d’oro, sia stato revocato il 25 aprile del 2019 l’invito a parlare della Liberazione, da un’autorità che aveva detto, con quanta ragione!, “O lui o io”.

L’ eredità di Mario Draghi è una Banca centrale europea schierata con tutti i suoi bazooka, caricati e con qualche colpo che partirà già da novembre, sulla trincea che separa l’Eurozona dalla recessione. Ma l’esito della battaglia –il presidente della Bce lo chiarisce ancora una volta –, dipende dalla politica fiscale: spetta ai Paesi con margine di intervento sulla spesa pubblica, prima di tutti la Germania, decidere se il continente dovrà sprofondare in una nuova crisi. Le decisioni del Consiglio dei governatori della Bce, nella riunione a Francoforte di ieri, sono quelle attese dai mercati, ma con qualche spezia in più: per la prima volta dal 2019 la Bce taglia i tassi di interesse, che passano da -0,4 a -0,5 per cento. Aumenta la penalità per le banche che lasciano la loro liquidità sui conti della Bce invece che immetterla in circolo. Per limitare il costo che questo comporta per le banche, la Bce introduce anche un sistema di tiering, cioè di “st rati”: una parte delle riserve viene esentata dai tassi negativi. Per le banche c’è anche una nuova fase di Tltro, finanziamenti agevolati che servono a mantenere le stesse condizioni favorevoli introdotte all’inizio del mandato di Draghi, nel 2011, con le prime Tltro. Tutto questo perché – ric orda Draghi – , l ’ e con om ia dell’eurozona si regge sulle banche, a differenza di quella americana che dipende dal mercato. E quindi la Bce deve “preservare” il canale bancario di trasmissione della politica monetaria. I TASSI DI INTERESSE nega – tivi, però, creano problemi perché implicano un ribaltamento delle condizioni n o r ma l i , quando le banche devono pagare per finanziarsi presso la Bce e poi farsi remunerare dai propri clienti, imprese o famiglie. A ll ’inevitabile domanda del giornalista tedesco che chiede se la Bce stia considerando tutte le conseguenze negative delle sue politiche non convenzionali, Draghi risponde: “Ci sono banche che hanno costi completamente sproporzionati rispetto ai ricavi, sia nei confronti di altri istituti della zona euro, sia nel resto del mondo”. Traduzione: care banche tedesche, non date la colpa alla Bce dei vostri guai che dipendono d al l’incapacità di adeguare un modello di business antico all’età della tecnologia. La Bce riattiva anche l’App, il programma di acquisto di titoli più noto come Quantitative easing: 20 miliardi al mese da novembre, più gli acquisti necessari a mantenere invariato lo stock già in bilancio quando i titoli comprati negli anni scorsi arrivano a scadenza. Si continuerà “finché sarà necessario”. Su quest’u l t ima misura Draghi ammette che non c’è stata unanimità all’interno del consiglio direttivo della Bce, dove i Paesi c a p i ta n a t i dalla Germania sono contrari a un secondo round. Non è detto che tutto questo basti. Nell’ultimo trimestre la crescita della zona euro si è dimezzata, dal già risicato 0,4 a 0,2 per cento. L’inflazione resta la metà di quella che è l’obiettivo della Bce (2 per cento). Colpa anche della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina. Il presidente Donald Trump twitta subito contro la Bce: “Stanno provando, con successo, a deprezzare l’euro contro un dollaro molto forte, danneggiando l’export americani…”. Draghi replica lapidario: “La Bce non ha come obiettivo il tasso di cambio. Punto”. LA POLITICA monetaria può fare molto, ma non tutto, per evitare una recessione che – dice Draghi – è un rischio “basso ma in aumento”. Tocca ai governi, con la politica fiscale, cioè la spesa pubblica. Nella conferenza stampa, Draghi invita tutti a studiare la parte del comunicato sul tema, che per la prima volta usa parole molto diverse dal solito: “In vista dell’i n d ebolimento del quadro economico e della permanenza dei rischi al ribasso, i governi con spazio fiscale dovrebbero agire in modo rapido ed efficace. Nei Paesi con alto debito pubblico, i governi devono perseguire politiche prudenti che creino le condizioni per il funzionamento degli stabilizzatori automatici”. L’esortazione a politiche di bilancio espansive sostituisce l’usuale richiamo alle “riforme strutturali”. È ora di spendere, ma devono essere i Paesi come la Germania a farlo, spetta a loro fermare la crisi. Il deficit in Italia, è il senso delle parole di Draghi, aumenterà quando arriverà la recessione, perché ci saranno da pagare ammortizzatori sociali e sussidi vari. Non è quindi una benedizione finanziare la lunga lista della spesa presentata dal nuovo governo Conte. IL DESTINO dell’eurozona è come al solito in mano a Berlino. I tedeschi continuano a protestare perché la politica monetaria dei tassi negativi ha ridotto i rendimenti per i loro risparmi ma, ricorda Draghi, ha anche portato “11 milioni di posti di lavoro”, la Germania ha beneficiato degli interventi di Francoforte senza fare la sua parte, prima arriveranno interventi di politica economica, prima la Bce potrà ridurre i suoi stimoli. Se l’eu ro zo na finirà in recessione e se alla lunga gli effetti collaterali della politica monetaria della Bce supereranno i benefici, è il messaggio di Draghi, la colpa sarà della Germania. Non della Bce.

A nche un cieco lo c ap ir e bb e .. . ” . Che cosa, professor Feltrin? “Che Salvini in autunno non avrebbe potuto dare l’autonomia a Lombardia e Veneto. Se lo avesse fatto, avrebbe perso 5 milioni di voti nel meridione. E così sarebbe stato sancito il contrasto tra l’interesse nazionale della Lega di Salvini e l’obiettivo autonomista della Liga Veneta-Lega Nord”. Già ci ha pensato di suo, Matteo Salvini, ad apparire come un re nudo, un premier in pectore disarcionato. Ma il politologo trevigiano Paolo Feltrin, una vita trascorsa a studiare movimenti politici, mette il suggello a un dubbio che in questo anno e mezzo di Lega al governo molti avevano coltivato. Possibile che la concessione dell’autonomia restasse al palo, nonostante un ministro (Erika Stefani) completamente dedicato e un esecutivo in cui la componente leghista è cresciuta di peso mese dopo mese? “A ottobre, dopo la lettera ultimativa di Luca Zaia e del governatore lombardo Attilio Fontana, Salvini avrebbe dovuto decidere. Anche per questo si è sentito stretto in una morsa. Ma non solo. In Europa apparentemente aveva vinto, in realtà era ormai isolato. Sapeva che non avrebbe potuto fare la riforma fiscale da 50 miliardi che aveva promesso. E si è trovato in mezzo a una guerra di dossier con Usa e Rus sia”. Inquietante… “B e’ – allarga le braccia Feltrin – se attacchi l’Europa, non c’è da stupirsi se quelli rispondono. E Trump il bacio in bocca avrebbe dovuto darlo a Salvini, invece lo ha dato a Conte…”. Alla vigilia di Pontida, con un migliaio di pullman già pronti a partire per il pratone dove sventolerà per il secondo anno il tricolore, simbolo di una Lega che cambia, inizia da questi scenari il viaggio in un Veneto per metà leghista. E quindi non più rappresentato dal governo a cui lo stesso segretario ha staccato la spina. STARANNO ANCHE aspettan – do la rivincita, ma fa ormai tenerezza Zaia che un giorno sì e un altro ancora diffonde dichiarazioni autonomiste, sempre meno belligeranti. L’ulti – ma: “Siamo pronti a firmare un documento dove si affermi che unità nazionale, coesione, sussidiarietà e solidarietà sono prerequisiti indispensabili d el l ’autonomia, come da Costituzione. Così sgomberiamo il campo da chi usa, a sproposito, questi argomenti per non far procedere il negoziato”. Proprio lui dovrebbe essere il più arrabbiato con Salvini (invece lo è con i 5stelle) per l’in – concludenza governativa. Ma non c’è dubbio, il Veneto leghista non punterà il dito contro il segretario. Il solo Giancarlo Gentilini, ex sindaco-sceriffo di Treviso, forte dei suoi novant’anni, ha dichiarato: “Sal – vini ha sbagliato, un capo deve vedere più in là degli altri. E deve pagare”. “Non succederà, spiega Flavio Tosi, già sindaco di Verona, che della Lega Veneta è stato segretario fino a quando il Capitano lo cacciò per aver coltivato ambizioni di leadership nel centrodestra. “Dentro la Lega non succederà niente perchè Salvini ha normalizzato il partito. Ha cominciato con me, poi ha emarginato Maroni e Bossi. Ma Umberto un’idea di democrazia interna ce l’aveva, Salvini no”. Eppure non è che qualcuno un pensierino lo stia facendo? “I competitori sarebbero due. Ma Giancarlo Giorgetti non si metterà mai contro il segretario. E Zaia pensa alle regionali, quando a fare le liste sarà Salvini”. Q ue s t’ultimo, nel frattempo, ha fatto completare al Direttorio istituito alcuni mesi fa (con a capo l’ex ministro Lorenzo Fontana) una rivoluzione interna. Sono stati nominati una settimana fa sette commissari per reggere le sette province venete. I commissari non sono eletti dalla base, infatti dovrebbero durare in carica non più di tre mesi. Invece ora sono stati istituzionalizzati, con il ferreo controllo del segretario. Molto più di un semplice cambio organizzativo. Dissensi? Solo uno. L’avvo – cato Luisa Serato, presidente leghista della concessionaria autostradale Cav, ha postato: “Al mio partito, che invoca con forza la sublime prova democratica delle elezioni, che cosa vieta di convocare da subito regolari congressi per dar voce, finalmente, anche ai militanti?”. Sono piovuti consensi e “mi piace”. Ma secondo la stampa locale, il Direttorio non ha gradito. Si profilano provvedimenti disciplinari. Amaro commento di un leghista vicentino di lungo corso, il vicentino Stefano Stefani, che fu tesoriere nazionale con Bossi. “Questa non è la Pontida che abbiamo creato”. E IL MONDO produttivo di un Nordest che guarda più alla sostanza che alle ideologie? Matteo Zoppas, numero uno regionale di Confindustria: “Il Paese non può più aspettare, bisogna invertire il trend negativo riportando la centralità dell’impresa, che crea lavoro e occupazione”. Al governo cosa chiede? “Stabilità e certezze, uno shock di ‘fiducia’ per far ripartire investimenti, produzione, consumi e occupaz io n e”. Naturalmente, anche “razionalizzazione dei costi”e “riduzione del cuneo fiscale”. A proposito di fatti, Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza, accusa: “Il precedente governo ha mostrato scarsa attenzione ai bisogni delle imprese, si autoproclamava del cambiamento, ma ha continuamente rinviato qualsiasi decisione, salvo accontentare le proprie reciproche sacche di voto”. Innegabile che sullo sfondo ci sia la questione settentrionale, con la sotto-rappresentatività politica del Nordest. Paolo Zabeo, coordinatore Ufficio studi della Cgia di Mestre: “C’è il rischio concreto che il profondo Nord finisca ai margini dell’azione del nuovo governo. Le sei regioni presiedute da governatori di centrodestra rischiano di non avere molta voce in capitolo anche se producono quasi la metà di Pil, gettito tributario e investimenti del Paese”. E il segretario della Cgia, Renato Mason: “Governare il Paese con il Nord all’opposizione non sarà agevole”.

S i lavora nell’Ue a un meccanismo di ridistribuzione dei migranti permanente che eviti il trauma di un estenuante negoziato a ogni arrivo di imbarcazione con richiedenti asilo in un porto europeo. Il cambio d’atteggiamento dell’Italia verso l’Ue può essere una carta vincente. Il piano di ridistribuzione per la Ocean Viking, attivato “con una forte adesione dei Paesi Ue”, anticipa quanto, in un prossimo futuro, potrà forse avvenire in modo automatico, con la regia della Commissione. Ma il cammino è lungo, le insidie non mancano: la prima trappola da evitare è lo scambiare i propri desiderata con intenti comuni. UN SEGNALEpositivo è arrivato in queste ore da Bruxelles, con la decisione di prorogare per altri sei mesi l’operazione europea anti-scafisti Sophia, che va avanti nel formato attuale. Un paradosso, visto che ora è priva dei suoi mezzi navali. Riuniti nel Comitato politico e di sicurezza dell’Ue, i rappresentanti dei 28 hanno dunque tenuto aperta l’ipotesi d’una sua rivitalizzazione, alla luce di quanto avverrà nel prossimo futuro. A Bruxelles si pensa a un meccanismo di ridistribuzione cui, in un primo tempo, potrebbero aderire un numero di Paesi ristretto: quelli di approdo, Grecia, Malta, Italia, Spagna, e quelli che accettino di farsi carico di parte dei migranti, Francia e Germania sicuramente, i Paesi del Benelux con l’incognita Olanda, forse il Portogallo, forse i Paesi Nordici con l’incognita Danimarca. L’iniziativa potrebbe poi allargarsi fino a diventare una cooperazione rinforzata nell’ambito Ue: è una formula prevista dai Trattati, che richiede il coinvolgimento di almeno 12 Stati, in fondo già attuata sia per l’euro, che riguarda 19 dei 28 Paesi membri, che per Schengen. Passi avanti e chiarimenti potranno venire la prossima settimana, mercoledì 18, quando il presidente francese Emmanuel Macron sarà a Roma e il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a Berlino. E un momento decisivo potrebbe essere rappresentato dal Consiglio europeo del 18 ottobre, a Bruxelles. Ma sarebbe forse prudente non aprire troppi tavoli negoziali insieme, tenendo inoltre conto del fatto che gli interlocutori a Bruxelles si stanno sovrapponendo: il dossier migranti è ancora gestito dal commissario uscente, un greco, Dimitris Avramopoulos e il suo successore, pure greco, Margaritis Schinas, entrerà in carica, come tutto l’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen, solo il 10 novembre. Per il momento, però, si registra un ottimismo inconsueto e una certa dose di disponibilità, nonostante le incognite siano molte: ad esempio, il meccanismo riguarderà solo i richiedenti asilo o anche i migranti economici? Chi gestirà il rimpatrio di coloro la cui domanda di asilo sarà respinta? E chi deciderà in che porto sicuro una nave con migranti a bordo potrà attraccare? Conte, dopo gli incontri a Bruxelles con la Von der Leyen, il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel e i loro predecessori Jean-Claude Juncker e Donald Tusk ha spiegato che “chi non parteciperà” alla ripartizione dei migranti ne pagherà le conseguenze “in misura consistente sul piano finanziario”. Ma fin quando il meccanismo sarà volontario o frutto di una cooperazione rinforzata, come è ora allo studio, è impossibile che questo avvenga. L’idea di superare il protocollo di Dublino, che lascia al Paese di ingresso tutto l’onere dell’accoglienza dei richiedenti asilo e della verifica del loro diritto, è condivisa dalla Francia, che prospetta una “politica dell’asilo europea”, il “rafforzamen – to di Frontex” – l’operazione di controllo delle frontiere esterne – e “un’evoluzione” del regolamento di Dublino. Parigi avverte, però, che molte proposte sono già state messe sul tavolo e non sono divenute decisioni. Per riformare quel testo serve l’accordo di tutti i Paesi, che al momento è assai lontano. Qui c’è una nota dolente italiana. Il regolamento di Dublino poteva essere cambiato a maggioranza: c’era una proposta della Commissione e c’era pure un parere favorevole del Parlamento europeo. Ma nel Consiglio europeo del giugno 2018, il Vertice d’esordio nell’Unione del premier Conte e del suo governo giallo-verde, l’Italia condivise un’iniziativa che vincolava all’unanimità tutte le decisioni sull’immigrazione, rendendo di fatto impossibile la riforma di Dublino, osteggiata dai Paesi del Gruppo di Visegrad, e facendo pure cadere il meccanismo di redistribuzione del 2016, che procedeva a rilento in buona parte per l’opposizione del Gruppo di Visegrad. ANCHE per questo, ora il commissario Avramopoulos auspica che “tutti gli Stati membri capiscano che questo è il momento d’adottare un meccanismo permanente”, piuttosto che di parlare di riforma di Dublino. Il responsabile Ue è “molto deluso dalla posizione adottata da alcuni governi” sull’immigrazione: “A lc un i credono che sia un problema lontano, che riguardi l’Europa meridionale. Non è così. Quello che stiamo cercando di fare è adottare una strategia per tutta l’Europa”.

La Russia di Vladimir Putin si è rivelata il convitato di pietra del recente Summit G7 di Biarritz. Se l’obiettivo prioritario dell’incontro, come in una dichiarazione del presidente francese Emmanuel Macron, era ridurre le tensioni commerciali infiammate dai dazi di Donald Trump ed evitare che la guerra commerciale esplodesse ovunque, in pratica i leader hanno rinunciato a trovare un accordo con il presidente americano. E ciò, tanto sul commercio e sui cambiamenti climatici quanto sulla stessa Russia che Trump vorrebbe riammettere nel “club”, dopo la sospensione nel 2014 per l’annessione della Crimea, come partner utile per risolvere le dispute internazionali. Va detto che l’idea di una Russia pragmatico alleato dell’Occidente era stata esplorata anche da George W. Bush e da Barack Obama all’inizio delle loro presidenze. Col senno di poi, si può affermare che la priorità data al conseguimento degli obiettivi di Washington ha condotto talvolta a sottovalutare o a distorcere le finalità politiche di un autocrate come Putin. Il gioco a somma zero con cui il Cremlino persegue il suo revival nazionalistico, visto da Washington, può sembrare talora vantaggioso. Adesso, un presidente spregiudicatamente realista come Trump lo ritiene conveniente per indebolire sia Pechino sia l’Ue. Tuttavia, è opportuno valutare più a fondo la consistenza della vicinanza della Russia alla Cina. Malgrado esse siano unite nella non accettazione dei valori occidentali, l’asimmetria economica di questo rapporto mostra che la Russia è un gigante dai piedi d’argilla. Pur essendo Pechino il secondo maggior partner commerciale di Mosca, dopo l’Ue, per i cinesi il mercato russo è secondario: Mosca, per scambi complessivi, non rientra fra i primi dieci partner. Altrettanto squilibrata è la configurazione dei commerci. Secondo Leon Aron, direttore dei Russian studies all’American enterprise institute, i tre quarti dell’export russo in Cina sono costituiti da materie prime, in particolare greggio, legno e carbone. Invece, la Cina esporta in Russia prodotti manifatturieri composti al 45% da beni di consumo e al 38% da prodotti tecnologicamente sofisticati come elettronica e macchinari. Perfino il completamento entro l’anno del gasdotto siberiano amplierà tale divario sancendo il ruolo di Mosca come fornitore di materie prime con un modello di scambio che un tempo si sarebbe definito “coloniale”. Il gasdotto per Pechino risponde più a logiche di diversifica zione delle fonti di energia rispetto a fornitori come Turkmenistan, Australia e Qatar che a mere scelte di alleanze strategiche con Mosca. Può sorprendere che un Paese con ambizioni di grande potenza militare, nel 2018, abbia ricavato dall’export agricolo più di quanto abbia ottenuto dalla tradizionalmente robusta vendita di armamenti. Con Putin, nel 2016, la Russia è tornata a essere, per la prima volta dai tempi degli zar, il principale esportatore di grano. Mentre scarseggiano gli investimenti in tecnologia digitale e infrastrutture fondamentali per favorire un sistema economico moderno. La bassa potenzialità di crescita resta una dura sfida per la Russia anche a giudizio della Banca mondiale. L’interdipendenza fra le economie russa e cinese rimane limitata. L’economia cinese è più di sette volte più grande e, al contrario di Mosca, esporta tecnologie avanzate come Ict, computer e auto. Pechino è assai più interdipendente con Europa e America di quanto lo sia con Mosca. Secondo il Rhodium group, il colosso asiatico, nella sola prima metà del 2019, seppur con un netto calo rispetto al 2018 dovuto alla guerra dei dazi, ha investito 8 miliardi di dollari sul mercato Ue e circa 5 miliardi negli Stati Uniti. Ma in quattro anni, dal 2014 al 2018, ha impiegato in Russia 24 miliardi, molto meno di quanto dedicato ad alcuni Paesi subsahariani come la Nigeria. D’altronde, la storia dei rapporti fra le due nazioni è densa di contrasti. Stalin e Mao avevano visioni contrapposte del modello comunista. I dissidi continuarono anche dopo la morte del segretario del Pcus, giungendo alla rottura nel 1959-1960. Fu l’America, con il presidente Nixon e il suo abile consigliere Kissinger, ad aprire alla Cina la strada che l’avrebbe condotta a essere la seconda potenza economica mondiale. Il punto è che sullo scenario internazionale Mosca può essere un muscoloso guastatore, ma non ha più le carte per un ruolo di leadership. La recente escalation sui missili nucleari con gli Stati Uniti, è un’ulteriore dimostrazione delle rovinose logiche che sottendono questi rapporti asimmetrici. Benché il Cremlino destini il 3,9% del Pil alle spese militari (contro il 3,2% degli Usa), il suo sistema economico ristagna. La Russia dipende dalla Cina assai più di quanto la Cina dipenda dalla Russia e, pertanto, non può confrontarsi con essa. Un’anacronistica nostalgia del passato alimenta le ambizioni geopolitiche del Cremlino che risultano, perciò, altrettanto velleitarie che pericolose.

In questi giorni si è improvvisamente riacceso il dibattito sul Ceta e sulla sua ratifica da parte del Parlamento italiano, con qualche scintilla nell’ambito della maggioranza. Alimentare di nuovo polemiche è l’ultima cosa di cui il nostro Paese ha bisogno, specie, come sarebbe nel caso del Ceta, su questioni che coinvolgono la nostra appartenenza all’Unione europea e la nostra capacità di trovare alleanze. Ma il problema non è gettare acqua sul fuoco per sopire le polemiche: piuttosto, questa può essere un’occasione per “rigirare” in positivo, come opportunità e banco di prova della volontà di collaborare anche dell’Europa, una questione spesso affrontata – sia dai sostenitori che dai detrattori del Ceta – con semplificazioni talvolta eccessive. Per la cronaca, il Ceta (Comprehensive economic and trade agreement) è un trattato internazionale di ampio respiro che prevede – accanto ad altre forme di cooperazione – un accordo commerciale di libero scambio tra Canada e Unione europea. Il trattato, conformemente alla procedura prevista in questi casi dalla Ue, è stato negoziato dalla Commissione europea ed è entrato in vigore in forma provvisoria, il 21 settembre 2017, in attesa della successiva fase di ratifica da parte degli Stati membri della Ue. Va anche ricordato, al riguardo, che i parlamenti dei singoli Stati membri non hanno alcun potere di emendare l’accordo, né di porre condizioni alla sua ratifica: possono solo decidere di non ratificarlo, esercitando una sorta di potere di veto, con conseguenze che sarebbero molto pesanti non solo e non tanto perché metterebbero a repentaglio la definitiva entrata in vigore dell’accordo, ma perché minerebbero alla base la credibilità della Commissione europea come negoziatore in qualunque futuro negoziato internazionale. Al momento, sono 15 gli Stati membri che hanno già ratificato il Ceta (Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Spagna, Portogallo, Danimarca, Croazia, Lituania, Lettonia, Malta, Svezia, Finlandia, Regno Unito e Francia) e le recenti turbolenze innescate dagli agricoltori francesi, che hanno dato non pochi grattacapi al presidente Emmanuel Macron, confermano che per il settore agroalimentare si tratta di un tema controverso. Dal punto di vista dell’analisi economica, come vale del resto per tutti gli accordi di liberalizzazione commerciale, il Ceta è destinato a generare benefici ampi e diffusi, specie per i Paesi, come l’Italia, vocati all’esportazione e portati comprare all’estero materie prime da trasformare: meno dazi significa importazioni più a buon mercato e maggiori possibilità di accedere ai mercati esteri per lo sbocco delle proprie esportazioni. In più, il diffondersi di accordi di liberalizzazione può essere un antidoto alla globalizzazione “muscolare” alla Trump – scandita dai continui e repentini “stop and go” di minacce e riappacificazioni – nel cui ambito un Paese piccolo come l’Italia non può che affidarsi alla partecipazione cooperativa alla Ue e al rispetto degli accordi che essa sottoscrive. Dunque, in questa prospettiva e nel suo complesso, il Ceta converrebbe, per cui mettersi di traverso nella procedura di ratifica a livello nazionale non avrebbe molto senso. È pur vero, tuttavia, che sul fronte del commercio agroalimentare l’accordo presenta non pochi punti sensibili e controversi: la poca trasparenza delle trattative, la mancata occasione di estendere la lista dei prodotti a indicazione geografica tutelati dall’accordo, le problematiche sulle barriere non tariffarie su salute, ambiente e lavoro, il rischio che esso possa generare un abbassamento degli standard di qualità e che dia sempre più diritto di cittadinanza a prodotti di Italian sounding che possono danneggiare il processo di valorizzazione del vero made in Italy (Parmesan, San Daniele canadese, etc). In ogni caso, il tema è complesso e la discussione politica non si può semplificare nel posizionamento pro e contro il Ceta, specie quando questo si basa sul richiamo di dati estemporanei di export o import degli ultimi anni o mesi, che di per sé non dimostrano nulla, essendo molte altre le variabili in gioco. Insomma, si può e si deve evitare di buttare il bambino con l’acqua sporca, ma non è giusto chiedere all’agricoltura di fare comunque buon viso a cattivo gioco. Come si diceva all’inizio, la questione si può rigirare in positivo avviando immediatamente, ancor prima della discussione in Parlamento, un percorso di riflessione in sede europea per integrare l’accordo esistente per la parte agricola: una sorta di Ceta 2, o se si preferisce un allegato al Ceta, da negoziare con il Canada – stavolta in modo più trasparente e partecipato – ed esplicitamente rivolto a tenere meglio conto delle esigenze e della distintività di ampie realtà dell’agricoltura europea. Con un po’ di ottimismo, si può credere che ci siano le condizioni per una operazione virtuosa di questo tipo: il bisogno del nuovo governo di dimostrare la sua capacità di generare cooperazione politica più che conflitti da dirimere; il suo orientamento europeista e la migliore posizione dell’Italia negli equilibri della Ue rispetto al recente passato; il comune interesse che su questo terreno condividiamo con la Francia; il fatto che Phil Hogan, il nuovo commissario al Commercio, viene dall’esperienza del portafoglio agricolo e dunque avrebbe tutta le conoscenze e le sensibilità necessarie per negoziare al meglio un Ceta 2 di interesse agricolo. Su questa linea sembra essere anche l’ultima dichiarazione della nuova ministra Teresa Bellanova: «Il Ceta è in vigore, abbiamo bisogno di fare un ragionamento con il mondo della rappresentanza, analizzare i risultati e capire insieme cosa fare in sede europea per apportare le modifiche che dovessimo ritenere fondamentali». Sono dichiarazioni di buon senso, un punto da cui partire. Direttore generale dell’Ismea.

A Sembrava «un’autostrada a sei corsie» che, invece, curva dopo curva, si sta rivelando una provinciale sulla quale procedere con estrema cautela. La metafora sulla nuova legge elettorale proporzionale — che la maggioranza giallo-rossa si appresta a mettere in cantiere anche per mettere in difficoltà la Lega di Matteo Salvini —èdel capogruppo di Leu, Federico Fornaro, che essendo uno studioso accanito della materia ha subito individuato le criticità di un percorso assai complicato. Al punto che i partiti di governo (M5S, Pd e Leu) hanno già preso tempo, rinviando all’autunno il voto sul taglio dei parlamentari che, secondo gli accordi, dovrebbe accompagnarsi alla correzione proporzionale del «Rosatellum», la legge in vigore che prevede un 37% di maggioritario (232 collegi uninominali alla Camera e 116 al Senato). Il primo ostacolo è apparso in casa del Pd. Da un lato ci sono i renziani che, non escludendo una scissione, fanno il tifo per un proporzionale con sbarramento basso (3-4%) e quasi tutte le altre anime del partito che remano in questa direzione per non fare saltare l’accordo con il M5S proprio sul terreno più scivoloso. Ma nel partito nato nel 2007 con una forte vocazione maggioritaria, perl’alternanza delle coalizioni al governo, sta montando la voce forte e chiara dei padri fondatori. Quella del professor Romano Prodi, innanzitutto: «Io dico che il Paese si regge sulla continuità che può dare il maggioritario. L’Italia ha bisogno del maggioritario per dare continuità di governo». E anche le parole spese da Walter Veltroni non possono essere fraintese: «Se noi tornassimo al proporzionale sarebbe il festival della frammentazione. Il Paese ha bisogno di governabilità». E anche sul taglio dei parlamentari voluto dai grillini, Veltroni lancia un avvertimento: «Deve essere visto in un contesto altrimenti ha dentro di sé dei rischi». Invece il capogruppo dem al Senato, il renziano Andrea Marcucci, è convinto che si «va verso una legge proporzionale con il taglio del numero dei parlamentari». Così, davanti a questa diversità di opinioni, il segretario Nicola Zingaretti ha dovuto evocare la necessità di un passaggio del pacchetto riforme nella direzione del partito: «Sulla legge elettorale non c’è alcuna decisione maèsaggio che di fronte a un taglio importante come quello chiesto sul numero dei parlamentari si apra una riflessione». Ma ora in campo ci sono anche le opposizioni, con l’esclusione di Forza Italia, che condivide in pieno la formula proporzionale. La presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, parla di «scempio» e si rivolge direttamente al presidente della Repubblica, chiedendogli di «farsi garante della volontà degli italiani»: «Il ritorno al proporzionale sarebbe gravissimo e andrebbe contro la volontà che gli italiani hanno espresso nel 1993 con il referendum popolare». Matteo Salvini, poi, ha già pensato a una raccolta delle firme contro la legge elettorale proporzionale che punta a ridimensionare la Lega.

Pensa che l’accordo sui migranti sia lì, a un passo. E mentre a metà giornata attraversa il cuore di Bruxelles, stritolato tra un vertice e quello successivo, Giuseppe Conte consegna a Repubblica la promessa che nulla sarà più come prima. «Qui – premette – ho trovato molta attenzione sul fatto che dobbiamo proseguire una politica di rigore contro l’immigrazione clandestina. Nello stesso tempo c’è la consapevolezza che il meccanismo europeo di redistribuzione deve operare in modo immediato e automatico e non come è stato fino ad ora, con la conseguenza che abbiamo tenuto imbarcazioni in mare per settimane con disperati a bordo prima di farli comunque sbarcare». Ecco il segnale che aspettava il Pd: basta con i porti chiusi ai naufraghi, basta con i bambini per settimane in balia delle onde, basta con la guerra ideologica ai soccorritori. La gioia è una benzina preziosa quanto il gusto della vendetta. Ecco perché l’avvocato sorride all’Europa che brinda alla decapitazione di Matteo Salvini. Sente, crede, che alla fine i partner concederanno qualcosa in più del dovuto, un vero e proprio “patto con l’Unione”, pur di chiudere con la stagione del ministro del Papeete. E pazienza se il leghista attaccherà. Per il capo dell’esecutivo si è trasformato in una specie di (ex) ministro della propaganda: «La nostra politica di contrasti ai traffici illeciti e all’immigrazione clandestina – spiega al cronista prima di precipitarsi a incontrare il resto dei vertici continentali – sarà ancora più rigorosa. Ma senza propaganda». Non è una trasferta internazionale, stavolta. È una passerella cercata dopo un’estate matta e senza ombrellone. Sorride la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, lo abbraccia l’uscente Donald Tusk, che vive un’infatuazione politica per il bis-premier – «con lui ho avuto la mia migliore esperienza qui a Bruxelles» – gli fanno le feste pure l’arcigno Jean Claude Juncker e il sobrio neo presidente del Consiglio Ue, Charles Michel. Per questo, Conte sente in tasca un accordo sui migranti che in realtà è ancora sfumato, in bilico, possibile ma chissà quanto vantaggioso. Ma vuole mostrarsi ottimista: «Dobbiamo attivare subito un meccanismo temporaneo che consenta l’immediata redistribuzione». L’asticella che indica è altissima: «L’obiettivo – è l’ultima domanda a cui risponde – è creare nell’immediato un automatismo per cui se arrivano 100 migranti, 10 restano in Italia e 90 vengono redistribuiti nei restanti Paesi Ue. Quanto al meccanismo definitivo, se ci saranno Paesi che non parteciperanno alla redistribuzione dovranno essere pesantemente penalizzati in termini di minori risorse finanziarie da parte dell’Unione. E anche sui rimpatri non siamo soddisfatti, ma oggi abbiamo ricevuto piena attenzione». Eppure, nel chiuso dell’incontro con von der Leyen il presidente del Consiglio deve prendere atto di un quadro nuovo, ma che resta complesso. C’è chi frena, chi minaccia ritorsioni. Alla fine, Roma potrebbe accontentarsi di una redistribuzione tra pochi Paesi volenterosi e limitata ai migranti garantiti dalla protezione internazionale. Per cambiare i trattati, invece, serviranno mesi, forse anni: «Ma su Dublino – giura – siamo abbastanza avanti». La verità è che Conte vende soprattutto fiducia – quella per un governo europeista e senza Salvini dj in spiaggia – e chiede in cambio qualche jolly da poter giocare in patria contro gli ex amici sovranisti in camicia verde. «La Francia – risponde subito il governo di Parigi – condivide la necessità di avere una politica europea dell’asilo e la necessità di fare evolvere il regolamento di Dublino». Chiede flessibilità sui migranti, il premier. E ne ha bisogno anche sui conti pubblici. Nel faccia a faccia con von der Leyen, propone di scorporare dal deficit gli investimenti sul green e il digitale, i due pilastri della nuova Commissione, già nell’imminente legge di bilancio. La presidente resta cauta, ma fa sapere di aver avviato un «buono scambio su migrazione e economia», anche se al momento «senza risultati concreti, come del resto era previsto». Dovranno arrivare presto, i fatti. Perché il credito ai giallo-rossi svanirà in fretta. «Sul lavoro e sul fisco – confida davanti a un gate di Fiumicino Maurizio Landini a nome della Cgil – servono segnali in manovra. L’autunno è freddo, un po’ di legna per scaldarlo ci vuole…».

Il blitz da circa 35 miliardi della Borsa di Hong Kong per papparsi quella di Londra (che ha in pancia Piazza Affari, e a luglio offrì a sua volta 27 miliardi per papparsi l’ex ramo dati di Thomson Reuters) ricalca la vignetta in cui il pesce grosso mangia il pesce medio che sta per mangiare il pesce piccolo. Una mossa inattesa, ma non imprevedibile sullo scacchiere di un settore già reso dalla globalizzazione il più consolidato al mondo. Ma in tempi di deglobalizzazione, con Brexit alle porte e la Cina tetro rivale dell’Occidente, la giocata di ieri può produrre ogni risultato. Con possibili sorprese anche in Italia, dove il dossier è seguito con qualche apprensione perché nel 2007, per 1,6 miliardi, la City comprò con Borsa spa anche Mts, prima piattaforma di scambi del debito del Tesoro. Poiché l’offerta della società mercato di Hong Kong a Lse è per tre quarti in carta, sarà centrale vedere la reazione del titolo Hkex, ieri già chiuso all’annuncio. Più scende più la scalata si complica, mentre per Lse, ai massimi storici con il +6% di ieri, un premio del 23% sui prezzi potrebbe non bastare; specie la precondizione posta dall’Asia (di cancellare l’offerta per Refinitiv), sgonfiasse il galoppo del titolo Lse da luglio. Analisti e osservatori convenivano sul fatto che l’offerta di Hkex (di cui lo Stato dell’ex colonia britannica è primo socio) ha forte valenza industriale, per la capacità di unire i mercati d’Europa e Asia, e la forte complementarietà geografica. Per Marco Mazzucchelli, consulente di Bain & Company ed ex membro del cda di Lse, sarà difficile per gli azionisti della City (tutti privati, dal fondo sovrano del Qatar al 10% a tre fondi anglosassoni sopra il 5%) respingere un’offerta che «crea un polo che consoliderebbe Londra come la vera alternativa a New York, perché consentirebbe di negoziare titoli asiatici in continuità di fuso orario, coprendo 16 ore di scambi lasciando a Wall Street l’ultimo terzo». Un modo per evitare la marginalizzazione dell’Europa azionaria, benché sotto insegne “cinesi”. Ma la teoria economica può scontrarsi con la volontà politica, che a Londra peraltro vive momenti convulsi. Non è chiaro quali siano le misure che il governo possa opporre all’offerta, in un Paese storicamente liberista: ma che pure vorrebbe far della City l’araldo di una Gran Bretagna non più europea ma globale. Già la fusione tra le Borse di Londra e Francoforte, fino a due anni fa, s’è arenata più volte su veti politici e di antitrust. Poi c’è il caso di Piazza Affari. Che una volta era delle banche italiane, poi entrate in forze in Lse prima di vendere la gallina dalle uova d’oro. No comment dall’ad Raffaele Jerusalmi e dal presidente Andrea Sironi, che sono anche nel cda del gruppo. Ma tra hard Brexit e padroni cinesi qualche rischio per gli interessi strategici italiani potrebbe pure darsi. «Nel momento in cui cambia l’azionista o cambiano le regole che disciplinano i flussi informativi tra Paesi, l’Italia deve essere coinvolta, anche se non ha voce in capitolo sul fronte azionario — dice Gianluca Garbi, ad di Banca Sistema e dal 1998 al 2007 ad del gruppo Mts — . Non siamo un satellite supino e senza armi: esiste un interesse pubblico in tutti i mercati regolamentati, tanto che il Testo unico della finanza prevede il commissariamento qualora ci siano interessi nazionali non tutelati». Spetta a Consob chiederlo al Tesoro sul lato Borsa, e a Bankitalia riguardo a Mts.