L’allarme suona a ogni ora, soprattutto di notte. E i militari italiani corrono nei bunker sotterranei, sentendo i missili esplodere a poche centinaia di metri. Succede molto spesso, da più di un mese. Da quando anche l’aeroporto di Misurata è diventato zona di combattimento, l’ultimo fronte della guerra civile libica. Tra crisi di governo e ferie agostane abbiamo dimenticato il conflitto in Libia. Ma le battaglie sono sempre più feroci, con armi tecnologiche di nuova potenza. Di fronte agli insuccessi sul terreno, il generale Haftar risponde con i raid dei droni cinesi forniti dagli Emirati Arabi. E ha preso di mira anche le brigate di Misurata, la forza più addestrata al fianco del governo di Tripoli. Il problema è che nell’aeroporto della città dal 2016 si trova l’ospedale militare italiano della missione Ippocrate: sul tetto ci sono una grande croce e una mezzaluna, entrambi rossi, simboli universali a protezione dell’attività medica. Dentro una cinquantina di letti, reparti di pronto soccorso e terapia intensiva, sale operatorie e laboratori d’analisi. Negli scorsi anni hanno curato i feriti della lotta all’Isis, adesso lì trecento militari assistono solo la popolazione civile, nel segno della neutralità verso i contendenti dei due schieramenti. Per quasi quattro mesi Misurata è stata risparmiata. Poi il 26 luglio è cambiato tutto. I bombardieri teleguidati di Haftar hanno planato sugli hangar dell’Air College, dove si ritiene avessero trovato riparo i droni forniti dalla Turchia, alleata di Tripoli. Con una raffica di ordigni a guida laser hanno spazzato via l’installazione e una batteria di missili. Le immagini diffuse dalla propaganda mostrano gli effetti dell’incursione: la zona devastata è esattamente a 400 metri dall’ospedale italiano. Da quel giorno non c’è stata più pace. Il 3 agosto la contraerea misuratina, forse usando un’arma laser turca, ha abbattuto un aereo senza pilota cinese Wing Loong, potente come i celebri Reaper statunitensi. La rappresaglia è arrivata dopo 72 ore. In piena notte, i droni di Haftar hanno centrato un gigantesco aereo cargo ucraino appena atterrato sulla pista. Era carico di munizioni, che hanno illuminato l’oscurità con dozzine di colossali esplosioni riprese dai video degli abitanti: uno spettacolo terrificante. Le foto evidenziano la sagoma carbonizzata del velivolo: dista circa cinquecento metri dalla nostra base. Non solo. In quegli stessi minuti un Hercules della nostra aeronautica si stava dirigendo verso Misurata, con i rifornimenti settimanali per l’ospedale: appena scattato l’attacco ha invertito la rotta ed è tornato in Sicilia. Gli allarmi, veri o falsi, sono proseguiti senza interruzione. Domenica 18 agosto un nuovo assalto notturno, condotto da un’intera squadriglia di droni. Come rapaci, sono rimasti a lungo in circolo sul bersaglio scagliando tredici missili. C’è un filmato che mostra le scie degli ordini e il bagliore delle denotazioni, le stesse che hanno fatto tremare i rifugi dei soldati italiani. «Il fatto che Misurata ospiti il sostegno bellico turco la rende un obiettivo legittimo dei nostri bombardieri», ha dichiarato il quartier generale di Haftar. Palazzo Chigi è stato informato della situazione d’emergenza. Ma c’era altro a cui pensare: Giuseppe Conte stava preparando il discorso al Senato che ha aperto la crisi. Da allora nessuno se n’è occupato. E le soluzioni non sono semplici. L’Italia sostiene il governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma dialoga anche con il maresciallo Haftar: una mediazione condotta senza sosta dall’inizio dei combattimenti dagli emissari dei servizi segreti. A Bengasi ovviamente non vedono di buon occhio il nostro ospedale all’interno della base nemica: ci sono stati proclami infuocati a cui sono seguite rassicurazioni ufficiali, nel carattere levantino delle trattative libiche. In tutte le sedi, Roma ha ribadito che non lì non assistiamo i feriti della guerra civile, ma solo la popolazione. E ha dato concreta disponibilità, anche con il trasferimento in Italia dei casi più gravi, a curare le vittime di entrambi i territori rivali. Questo però non ha evitato che la missione di Misurata finisse in prima linea. Sin dall’8 aprile gli americani, che avevano un contingente nello stesso aeroporto, hanno portato via tutto il personale. La posizione italiana invece è più complessa. Un ritiro da Misurata verrebbe visto come un tradimento dal governo di Tripoli e subito esaltato da quello di Bengasi: comprometterebbe il nostro ruolo di mediatori. Insomma, siamo in una trappola diplomatica nel mezzo di un conflitto sempre più caldo. Per precauzione, il nostro Stato maggiore ha ridotto la presenza al “minimo tecnico”: trecento tra uomini e donne con un centinaio di veicoli, quello che serve per mandare avanti l’ospedale e difenderne il perimetro. I comandi sul campo sostengono che i pericoli sono limitati, perché gli attacchi vengono condotti con armi di precisione. Vero. Ma come si può essere certi che la distruzione di un deposito di munizioni o la ricaduta di un missile della contraerea non coinvolga i nostri soldati e gli aerei Hercules che li riforniscono? L’ultima incursione è stata segnalata il 30 agosto. «Teniamo sotto controllo l’aeroporto di Misurata ogni ora del giorno», ha minacciato il generale Ahmed al-Mesmari, portavoce dell’aviazione di Haftar. Quello che sta accadendo è un segnale chiaro per il nuovo governo: la crisi libica deve essere una priorità d’azione. Perché è lì che si decide il flusso dei migranti e il futuro delle nostre risorse energetiche. E perché adesso ci sono trecento italiani che ogni giorno rischiano di finire sotto i bombardamenti.

Pons “Gramsci ci insegna ancora tanto Felici che il ministro sia uno di noi”

Un simbolo della sinistra novecentesca nel cuore dell’economia. La nomina di Roberto Gualtieri alla guida del ministero di via XX settembre ha anche l’imprevedibile effetto di riportare al centro della scena la Fondazione Gramsci, considerata dai meno avvertiti come un residuo di archeologia politica. Qui sono cresciute generazioni di intellettuali comunisti, incluso il neo titolare dell’Economia. E a rimarcare un’appartenenza – non solo culturale ma anche nutrita da legami di amicizia – è la nomina a capo della sua segreteria personale di Ignazio Vacca, figlio di Giuseppe Vacca, che dell’Istituto Gramsci è da venticinque anni guida indiscussa. Come leggere queste inatteso matrimonio tra la famiglia gramsciana e il mondo economico? «Potrei rispondere che quando a New York dico di essere il presidente della Fondazione Gramsci vedo accendersi le lampadine», sorride Silvio Pons, professore di storia contemporanea alla Normale di Pisa. Professor Pons, avete festeggiato la nomina? «Sì, Roberto continua ad avere un ruolo rilevante nella Fondazione. E siamo stati felici che venisse riconosciuto il suo valore intellettuale oltre che politico». Uno storico al ministero dell’Economia è una novità, vista la scarsa considerazione che si ha per la storia e per chi la coltiva. «La storia è sempre più ignorata dalla politica. Ed è uno dei motivi della decadenza della vita pubblica. Il suo incarico può essere letto come la possibilità di recuperare un mondo marginalizzato». Nell’immaginario collettivo l’Istituto Gramsci evoca un simbolo del Novecento. «Chi frequenta il Gramsci sa che non è un museo che custodisce la memoria del passato, ma un luogo dove si fanno convegni internazionali e attività di ricerca». Ma come si concilia la matrice gramsciana con la Bce? «Intanto l’ispirazione gramsciana è proprio nel rapporto tra cultura e politica che Gualtieri incarna: è la necessità di creare un osmosi tra l’azione politica e l’elaborazione intellettuale legata alla tradizione socialista e comunista». Qui le cose si complicano. «Sì, ma fermiamoci a un punto fondamentale: l’ideale europeista. Fare oggi di Gramsci il propugnatore dell’europeismo sarebbe assurdo, ma la tradizione comunista italiana del dopoguerra – innervata dal pensiero di Gramsci – ha aderito all’ideale europeo. Ora la domanda è: l’Ue riflette questo ideale? No. Ed è qui che deve intervenire una politica economica di sinistra: per un’Europa più sociale e più democratica». Perché dice che il nome di Gramsci fa accendere le lampadine? «È un autore globale. Viene studiato ovunque, nelle discipline più diverse. La sua teoria dell’egemonia circola in tutte le scuole politiche del XXI secolo. La fortuna di Gramsci è cominciata con la fine del comunismo: impossibile oggi chiuderlo in soffitta».

Vigilia carica di attese per il battesimo del fuoco del nuovo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che domani debutta a Helsinki per l’Ecofin. Ieri Gualtieri ha sentito per telefono il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno e nei prossimi due giorni avrà un fitto programma di incontri bilaterali con il collega francese Le Maire e con la coppia uscente dei commissari Moscovici-Dombrovskis. Al vertice, il ministro italiano porterà le prime indicazioni su una manovra difficile da scrivere. Tra sterilizzazione Iva, altre spese e la solenne promessa di un taglio del cuneo fiscale per i lavoratori, le risorse scarseggiano. L’unico documento è quello lasciato dal predecessore Giovanni Tria: prevede 6 miliardi di tagli alle spese e 6 miliardi di minori sgravi fiscali. Interventi assai complessi sul piano sociale e del consenso. La cosiddetta “spending review” non dà mai più di 1-2 miliardi all’anno; se si vuole andare oltre si deve incidere sulla sanità e sulle spese correnti. Ma già i Cinque stelle, e anche il Pd, dicono che non se ne parla neppure. L’intervento, che varrebbe circa un miliardo, sui cosiddetti sussidi dannosi per l’ambiente, battaglia della grillina Laura Castelli (viceministro all’Economia uscente e non si sa se riconfermata) sponsorizzata da un grosso calibro come Enrico Giovannini, si scontra con gli interessi di petrolieri, armatori e la nervosa lobby dei Tir. Tutto ciò se Roma – grazie al nuovo clima, alle capacità di Gualtieri che in sede europea è di casa e a quelle del neocommissario Ue Gentiloni – riuscirà a negoziare uno 0,7% di Pil di flessibilità, entro le regole attuali, pari a 12,6 miliardi. Il che consentirebbe di far salire il rapporto deficit/Pil del prossimo anno dal tendenziale fissato dopo l’assestamento di bilancio del luglio scorso all’1,6 per cento fino al livello del 2,3 per cento. Anche in questo caso, comunque, resterebbero da trovare più di 20-22 miliardi. Per rimpolpare i risparmi si conta su tre voci: spesa per interessi, reddito di cittadinanza e Quota 100. È vero che i risparmi già stanno nei conti del prossimo anno ma tutte e tre le poste potrebbero dare qualche miliardo in più. La posizione del governo sembra quella di non toccare Quota 100 anche se i dati diffusi ieri dalla Ragioneria dello Stato indicano che il costo della misura voluta dai leghisti nei prossimi 18 anni sarà di 63 miliardi e che la spesa pensionistica sul Pil, dopo la frenata del biennio 2017-2018, nel 2022 tornerà a salire a quota 15,9% del Pil, in crescita di 0,6 punti. Non c’è la ancora la quadra al ministero anche sulla scelta di chi guiderà la “sala macchine”. In alto mare la designazione del capo di gabinetto: dopo la rinuncia di Roberto Garofoli, che era stato con Padoan, si oscilla tra la conferma di Luigi Carbone, che ha lavorato accanto a Tria, e altri consiglieri di Stato, tra i quali Oberdan Forlenza, Paolo Aquilanti (che fu con la Boschi) e Rosanna De Nictolis. Qualche schiarita invece negli ambiti che Gualtieri ha più vicini: la scelta del capo della segreteria – che prenderà il posto di Renata Pavlov, che seguiva da vicino i rapporti internazionali – dovrebbe cadere su Ignazio Vacca, responsabile delle Risorse umane a Poste spa e figlio del più noto Beppe, protagonista insieme a Reichlin e Biagio De Giovanni della celebre “ecole barisienne”, composta da intellettuali del Pci degli Anni Sessanta. Riempita anche la casella del capo della segreteria tecnica: sarà Federico Giammusso, a fianco di Padoan nel continuo braccio di ferro con Bruxelles. Per il resto anche le caselle dei viceministri sono ancora vuote: per il Pd è confermato Antonio Misiani, responsabile per l’economia della segreteria, mentre la M5S Laura Castelli ancora soffre la concorrenza del collega di partito Stefano Buffagni, uomo delle nomine della squadra pentastellata.

Caro direttore, rimediare al fallimento sulle migrazioni deve essere la priorità di questo inizio di legislatura europea, la missione fondamentale dell’Italia. Negli ultimi anni, infatti, l’assenza di un’efficace politica migratoria europea ha provocato cesure profonde ed effetti drammatici. Ha fatto del Mediterraneo un cimitero, onta che rimarrà nella storia tra le pagine più disonorevoli di sempre. Ha provocato terremoti impensabili, dalla Brexit alla emersione delle destre xenofobe e populiste un po’ ovunque, Italia di Salvini in testa. Ma perché non si è avviata una politica migratoria europea in grado di conciliare rispetto dei diritti umani e gestione controllata dei flussi alle frontiere? Perché, quattro anni dopo i picchi del 2015, siamo ancora al bivio tra “porti chiusi” e “facciamo entrare tutti”? Se non si risponde a questi interrogativi, il dibattito rimarrà caotico e inconcludente. E in assenza di soluzioni avranno la meglio populisti e xenofobi, che speculano sulle paure e si alimentano di semplificazioni. Che il corto circuito sia stato tale lo dimostra la proposta, inaccettabile, di usare per la Commissaria europea la denominazione di “protezione del nostro stile di vita” legata alla questione. Lancio qui una proposta in grado, a mio avviso, di dotare l’Ue di una vera politica migratoria. Con un fenomeno di simile intensità e durata, soluzioni solo nazionali si rivelano inefficaci alla prova dei fatti. Solo al livello europeo possono arrivare determinazioni dirimenti, con la massa critica necessaria a un radicale cambiamento. Ma cosa non ha funzionato e come cambiare? L’Ue si è mossa sulla crisi con strumenti vecchi e non ha trovato la forza di modificarli, per egoismi diffusi e per il veto brandito da Ungheria e altri Stati membri. Il Trattato di Dublino – quello per cui il Paese di primo ingresso sopporta tutto il peso degli arrivi – è un congegno creato decenni fa in funzione di altri scenari, precedenti alla instabilità e alla mobilità determinatesi dopo le primavere arabe. Per cambiarlo serviva l’unanimità e nonostante i nostri tanti sforzi italiani non si è mai riusciti a convincere i più riottosi. Paradossale, per inciso, che proprio i più riottosi, Ungheria in primis, siano poi diventati alleati dell’Italia salviniana. Di fronte allo stallo è evidente che la via dell’unanimità va abbandonata. Con i veti ungheresi si rimane nel guado, i migranti continuano a morire in mare e le pubbliche opinioni se la prendono con l’Europa di Bruxelles e non, appunto, con chi pone veti. Il punto è trovare il coraggio sulla questione di uscire, temporaneamente, dai Trattati Ue. Scelta radicale, ma necessaria. Scelta, tuttavia, non inedita, visto che la si è fatta in almeno due casi emblematici: per Schengen e per la creazione di quel Fondo salva Stati, al quale UK e Repubblica Ceca non parteciparono, e che ebbe un ruolo chiave nell’uscita dalla crisi finanziaria. Occorre un nuovo Trattato tra i paesi europei che ci stanno. Purché, però, chi ci sta accetti la regola della maggioranza e si assuma la propria parte di responsabilità. Questo nuovo Trattato – firmarlo a Lampedusa sarebbe un atto politico e simbolico fortissimo – dovrebbe sostituire quello di Dublino, sopprimendo anzitutto la norma sulla responsabilità tutta in carico al Paese di primo accesso. Il Trattato di Lampedusa dovrebbe contenere strumenti nuovi coi quali organizzare l’accoglienza e suddividerne equamente il peso tra i Paesi firmatari, creando automatismi per scongiurare le penose aste al ribasso cui abbiamo assistito in questi anni a ogni arrivo di una nave. La Francia ne prende venti, la Spagna quindici, la Polonia zero e giù con insopportabili dosi di cinismo e ipocrisia. No, questi agghiaccianti tira e molla sono stati l’immagine peggiore dell’Europa! Devono cessare e far posto a meccanismi automatici di ricollocazione gestiti da un’autorità centrale europea, dotata di poteri idonei e autorizzata ad applicare criteri di umanità, come i ricongiungimenti parentali. Con la centralizzazione si renderà possibile una gestione diversa dei flussi dei richiedenti asilo e dei migranti economici; allo stesso tempo, si dovranno promuovere i doveri, a partire dall’imparare la lingua locale. Tra gli altri capitoli il controllo della frontiera esterna Ue, il rapporto coi Paesi terzi e il coordinamento con le norme sulle attività di salvataggio in mare. Sul punto l’esperienza insegna che deve essere un compito prioritariamente in mano a dispositivi statuali o intrastatuali, come fu per Mare Nostrum, la missione militare umanitaria italiana che salvò vite umane e al contempo portò all’arresto di tanti trafficanti. La intollerabile criminalizzazione delle Ong del Mediterraneo, denunciata con forza anche da Zingaretti, è oltremodo contraddittoria. Le si attaccano perché compiono, come possono, compiti che dovrebbero essere svolti da quello Stato che decide di astenersi dal compierli. E l’Ungheria? Coloro che mettono il veto non sono a questo modo i grandi vincenti? Non si finisce così, paradossalmente, per fare un favore a Orbán? Rispondo con un richiamo al principio di realismo. L’Ungheria, se anche accettasse di accogliere i migranti, per le sue dimensioni ridotte, se ne vedrebbe assegnate quote simboliche. Non sarebbe decisiva. Decisiva, invece, lo è stata eccome in questi anni, nel bloccare qualunque avanzamento collettivo. Un po’ come la Gran Bretagna fece sui temi economici e monetari, con la differenza che Londra consentì agli altri di andare avanti con il Fondo salva Stati del 2012. Ora serve coraggio. L’Italia deve essere in prima fila: chi meglio di noi e della Germania? Il più grande Paese di primo ingresso e il più grande di destinazione finale. Conte e Merkel dovrebbero preparare una proposta da far condividere anzitutto a Francia e Spagna e poi agli altri. La Commissione dovrebbe essere coinvolta nell’iniziativa soprattutto perché gli strumenti centrali che ne deriverebbero dovrebbero essere ad essa collegati. Una simile iniziativa ha però bisogno del sostegno della società civile e in particolare dei giovani. Per questo lanceremo il progetto del Trattato di Lampedusa a Cesenatico dove oggi si apre l’anno accademico, il quinto, della Scuola di Politiche. Una iniziativa fondata proprio per dare ai ragazzi italiani borse di studio che li aiutino ad amare la buona politica e conoscere le istituzioni. Con il nuovo governo in Italia questa proposta non è più una piccola utopia. Può diventare la svolta europea sulle migrazioni. L’onta del Mediterraneo come mare di morte rimarrà indelebile. Il futuro, però, può essere diverso. Enrico Letta, Pd, ex premier

Tutto procede come da copione (e in parallelo a quanto accade a Bruxelles). Dopo Facebook eGoogle, finiti nell’ultima settimana nel mirino di indagini antitrust bipartisan di nove e 50 Stati, è il turno di Amazon. Secondo un’anticipazione di Bloomberg, la Federal Trade Commission americana ha iniziato a indagare sul doppio ruolo del colosso di Seattle su Amazon.com, dove agisce sia come venditore sia come proprietario e gestore dell’intera piattaforma, all’interno della quale vendono i loro prodotti anche altre imprese. Un gruppo di avvocati e almeno un economista della Ftc ne hanno ascoltate alcune per valutare se Amazon usi o meno i loro dati in suo possesso per agire in modo anticoncorrenziale, cioè per migliorare «in anticipo» le proprie offerte. La Commissione europea si è posta gli stessi interrogativi e ha aperto un’indagine analoga a metà luglio, l’ultima zampata dell’allora solo commissaria per la Concorrenza Margrethe Vestager, che nella nuova Commissione è anche vicepresidente esecutiva per l’agenda digitale: un portafoglio allargato che la rende una delle più potenti (se non la più potente) autorità regolatrice sul mondo della tecnologia al mondo. La linea del colosso è quella di definirsi «un venditore che compete insieme ad altri venditori, online e offline»: e, secondo questa definizione allargata, la sua quota di mercato negli Stati Uniti è del 4 per cento. Se però si considera il «solo» versante del commercio online, la quota di mercato del colosso fondato da Bezos passa al 40 per cento, e il numero cresce (molto) se si considerano segmenti verticali (ad esempio, la vendita di libri online). Una domanda-chiave posta dal team americano è inoltre relativa alla percentuale del fatturato che ogni venditore ricava dalle vendite su Amazon, rispetto al totale dei ricavi legati al commercio elettronico: la Ftc sembra quindi intenzionata a capire se la piattaforma di Jeff Bezos sia di fatto una scelta obbligata per le aziende che vogliono vendere online (alcune di esse hanno dichiarato di ottenere lì oltre 90% dei loro ricavi). Se così fosse, lo sarebbe anche il rispetto delle sue regole, che possono essere cambiate da un momento all’altro. Come nel caso dell’indagine della Commissione europea, dovremmo trovarci di fronteaun caso di attivismo istituzionale, non di semplice reazione a critiche (documentate) portate da concorrenti. Negli Stati Uniti Amazon è anche fra le società sui cui il Dipartimento di giustizia sta indagando da luglio per valutare lo stato di salute dell’intero mercato del digitale. Le altre sono Apple, Facebook e Google. Autorità federali e statali per ora stanno viaggiando in parallelo, ma la storia insegna che potrebbero unire le forze (20 anni fa lo fecero per chiedere lo smembramento di Microsoft e ottennero un’apertura alle terze parti. E anche su questo fronte l’Europa era schierata)

U n asse europeo tra banche per accelerare la transizione digitale e, possibilmente, creare una barriera o restringere il campo d’azione delle fintech. L’iniziativa è partita questa estate da una ventina di banche di diversi Stati europei. Gli istituti di credito hanno chiesto alla società di consulenza Oliver Wyman di studiare la fattibilità e lo sviluppo di una soluzione che, partendo dalla richiesta della Banca centrale europea per la diffusione del bonifico istantaneo in Europa, porti alla creazione di un circuito europeo dei pagamenti retail digitali e su carta. Una piattaforma totalmente digitale, su cui gestire le transazioni dei clienti delle banche tradizionali, che potrebbero operare attraverso uno strumento simile a una carta di credito. La soluzione non è ancora definita ma la direzione sembrerebbe questa. Le piattaforme di pagamento rappresentano uno dei settori più vulnerabili per le banche, su cui le fintech sono già riuscite a insidiare gli istituti tradizionali arrivando a disintermediare una parte importante delle operazioni dei clienti. Senza andare troppo lontano, in Italia la piattaforma di pagamento Satispay è arrivata in pochi anni a superare la soglia dei 500 mila clienti. In Germania N26, che offre servizi bancari solo online, ne ha 3,5 milioni. Il fronte europeo che punta a creare questa nuova piattaforma comune è formato per il momento da 20 banche tra cui le big europee Bbva, Bnp Paribas, Commerzbank, Crédit Agricole, Deutsche Bank, Ing, Banco Commercial Portugues, Santander e SocGen. Per l’Italia ci sono Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ma la compagine delle banche è destinata ad allargarsi. A quanto risulta, Intesa e Unicredit hanno chiesto all’Abi di informare dei lavori in corso le strutture interne, con l’obiettivo di allargare il confronto anche alle altre banche per arrivare così a mettere a punto una soluzione da condividere con tutti gli istituti europei. Domani, secondo la road map messa a punto questa estate dalle banche promotrici dell’iniziativa, è previsto un incontro a Francoforte con la Banca centrale europea e martedì prossimo il progetto sarà illustrato alla nuova Commissione Ue, per trovare un allineamento su un tema sempre più rilevante per il sistema bancario europeo.

La Borsa di Hong Kong lancia a sorpresa un’offerta di acquisto per il London Stock Exchange, la Borsa di Londra che controlla anche Piazza Affari, la piattaforma del mercato dei titoli di Stato, Mts, e MonteTitoli. La proposta «preliminare» di acquisto e scambio valuta la piazza della City 32 miliardi di sterline (39,5 miliardi di dollari, ovvero quasi 36 miliardi di euro). Il titolo del Lse è schizzato di oltre il 17% per poi chiudere a +6%. Oggi vale 24 miliardi di sterline. «Riunire le Borse di Hong Kong e Londra ridisegnerà l’assetto dei mercati dei capitali per i decenni a venire», ha dichiarato in una nota il ceo dell’Hong Kong Exchanges and Clearing, Charles Li, chiarendo l’aspetto strategico dell’operazione. Dalla fusione — continua Li — nascerebbe un colosso globale per gli Eurodollari e per il Renminbi, che controllerebbe anche il primo mercato per i prodotti di reddito fisso e valuta. Ma proprio per questo desta preoccupazione, per di più in uno scenario di guerra commerciale tra Cina e Usa e nell’imminenza di una Brexit dai contorni ancora non chiariti. C’è anche un riflesso politico tutto italiano: «Borsa Italiana, le cui infrastrutture di mercato rappresentano un asset strategico per il nostro Paese, sono a rischio di diventare di proprietà di un attore economico extracomunitario?», chiede il deputato Giulio Centemero, della Lega, esperto di temi finanziari. L’offerta definitiva verrà fatta entro il 9 ottobre: «Ci saranno settimane di discussioni e dibattiti sulla nostra proposta», ha messo le mani avanti Li. Il consiglio del Lse ha definito in una nota l’offerta dell’Hkex come «non sollecitata, preliminareealtamente subordinata al riacquisto di tutte le azioni quotate di Lse», riservandosi di commentarla dopo averla studiata. La mossa cinese arriva peraltro mentre il Lse lavora all’intesa da 27 miliardi di dollari per rilevare dal fondo Blackstone Refinitiv, la piattaforma di dati finanziari (già di Thomson Reu ters) con corrente a Bloomberg. Ci possono poi essere problemi antitrust: nel 2017 venne bloccata la fusione tra Lse e la borsa di Francoforte, Deutsche Borse. Nelle intenzioni dichiarate dei cinesi la fusione Lse-Hkex sarebbe anche un modo per agevolare il flusso di capitali tra Occidente e Asia, spingere la «internazionalizzazione del Renminbi», la moneta di Pechino, e «rafforzare il ruolo di Hong Kong come porta tra il mercato dei capitali della Cina e il resto del mondo». Non è un caso che proprio l’altro ieri il governo di Pechino ha deciso di cancellare il tetto dei 300 miliardi di dollari per gli investitori qualificati stranieri che vogliono investire sul mercato azionario e obbligazionario in Cina.

U omini e pesci. Prima questi che quelli. Mentre l’altro giorno Giuseppe Conte dedicava in Parlamento qualche generica riga del suo discorso alla situazione libica — «impegno a favore della stabilizzazione» —, mentre l’ennesima nave di un’ong aspettava di scaricare chissaddove il suo pescato di disperati, mentre il generale Khalifa Haftar continuava ad assediare Tripoli e a bombardare l’unico governo che l’Italia e la comunità internazionale riconoscano ufficialmente, quello di Fayez Serraj, in tutto ciò c’era una diplomazia parallela che si muoveva. In senso contrario. Con la repubblica marinara di Mazara del Vallo che pensava bene, zitta zitta, di stabilizzare a modo suo e di firmare un accordo quinquennale coi libici perché la piantino di scassare i cabbasisi, come fanno da una vita coi pescherecci che sconfinano. C’è stata una cerimonia ufficiale, la stretta di mano a uso fotografi. E un dettaglio non trascurabile: la controparte non era il governo Serraj. No: l’accordo è con le milizie di Haftar. Quello che ogni tanto porta le folle in piazza a incendiare i tricolori italiani. «Si tratta d’un accordo privato», precisa il presidente di Federpesca. Così privato da far prevalere gli affari suoi sugli affari esteri: ogni barca pagherà 10 mila euro al mese, e un euro e mezzo ogni chilo di pesce, in cambio della pax mediterranea. Niente mitragliate, nessun sequestro. I primi dieci pescherecci sono già salpati, destinazione Cirenaica. Gli armatori si giustificano: «Che dovevamo fare? Lasciare che i pescherecci rischiassero ancora? Il governo italiano sconsiglia di pescare senza un accordo? Benissimo. Loro non hanno combinato nulla. Noi questo accordo l’abbiamo raggiunto». I nostri porti saranno chiusi ai migranti, ma le nostre reti restano apertissime ai branzini. Ma sì, aiutiamoli a casa loro. Finanziando una bella guerra civile: si vis piscem, para bellum.

Come ho scritto io, scritto io, scritto io, scrito io…». L’eccesso di vanità rischia di creare qualche problema alla comunità scientifica italiana. Un monitoraggio di tre studiosi intitolato «Citarsi addosso» mostra come buona parte della prodigiosa impennata tricolore nelle citazioni sulle riviste scientifiche mondiali sia dovuta a una crescita esponenziale delle auto-citazioni. Lo studio Citation gaming induced by bibliometric evaluation: a country-level comparative analysis, pubblicato dalla rivista scientifica «Plos One» della Public Library of Science di San Francisco e firmato da Alberto Baccini, Eugenio Petrovich e Giuseppe De Nicolao, i primi due dell’Università di Siena, il terzo di quella di Pavia, è micidiale. E accusa il sistema della ricerca italiano, ridisegnato dalla riforma Gelmini del 2010, di esser infettato da un vizietto sempre più diffuso. In pratica ammassare nel curriculum più citazioni possibili «per superare le cosiddette “soglie bibliometriche”» e guadagnarsi l’Abilitazione Scientifica Nazionale indispensabile per il reclutamentoela promozione, ha dato vita a un fenomeno abnorme. «A dispetto dei pesanti tagli ai finanziamenti e al personale», dice lo studio dei tre docenti, «la ricerca italiana ha compiuto una specie di miracolo: il suo impatto, misurato in termini di citazioni e produttività, non solo non è diminuito, ma è addirittura aumentato. Nel 2012, in termini d’impatto citazionale pesato (field-weighted citation impact), non solo le pubblicazioni italiane hanno superato quelle statunitensi ma l’Italia è salita al secondo posto nella classifica dei PaesiG8, appena dietro al Regno Unito. Di questo passo, secondo uno studio commissionato dal governo britannico l’Italia finirà per scalzare la Gran Bretagna dal primo posto. Anche Nature, in un recente editoriale, ha riconosciuto il continuo miglioramento della performance italiana, nonostante il basso livello di spesa pubblica in ricerca e sviluppo, ampiamente al di sotto della media europea». L’ultimo Annuario Scienza Tecnologia e Società di Observa curato da Giuseppe Pellegrini e Barbara Saracino conferma: nel panorama mondiale per gli investimenti in ricerca e sviluppo in percentuale sul Pil, il nostro Paese arranca. La classifica, influenzata anche dal peso del comparto militare, vede in testa Israele col 4,3% e noi al 27° posto con l’1,3%, quota quasi dimezzata rispettoaquella media dell’Ocse (2,3%) e nettamente più bassa di quella dell’Unione europea pari al 1,9%. Numeri che si rispecchiano nella percentuale diricercatori nel settore R&S: ogni 1.000 occupati ce ne sono 17,4 in Israele, 14,9 in Danimarca, 14,4 in Svezia, 8,1 nella Ue a 28 e 5,1 da noi. Sia chiaro: la quota di scienziati italiani che riescono a ottenere finanziamenti internazionali alla ricerca è altissima. A dispetto di quanto spendono (poco) lo Stato, le università e le imprese, i nostri giovani sono storicamente ai primissimi posti a livello mondiale. Ed è giusto che l’Italia vada orgogliosa di loro. Quella delle citazioni, però, è un’altra faccenda. Denunciata già cinque anni fa, ad esempio, da Francesco Margiocco. Che su Il Secolo XIX raccontò il caso di una piccola casa editrice che aveva esagerato nelle autocitazioni al punto di spingere «il colosso Thomson Reuters che, fra l’altro, stila ogni anno l’elenco delle riviste scientifiche più prestigiose» a radiare per un anno tre pubblicazioni mediche. «Più una rivista si autocita», scriveva l’autore della denuncia giornalistica, «più cresce il suo impact factor. Thomson Reuters se n’è accorta anni fa e ha cominciato a radiare dal suo albo, annualmente, chi pratica l’autocitazionismo fraudolento». O il fittissimo scambio di citazioni reciproche. Così «l’impact factor cresce, e molto. Cresce anche, di pari passo, l’autorevolezza dei loro autori (se sono citati così spesso, vorrà dire che sono bravi) e dell’Università» di riferimento, in quel caso quella di Chieti e Pescara. Un caso, dice la ricerca di Baccini, De Nicolao e Petrovich, niente affatto isolato. Anzi. Tanto che l’Italia risulta ora una «vera e propria tigre della scienza europea»: «Per la prima volta, il nostro studio mostra chiaramente che la recente impennata dell’impatto citazionale dell’Italia è essenzialmente un miraggio, prodotto da un cambiamento del comportamento citazionale dei ricercatori italiani dopo la riforma. Per dimostrarlo, abbiamo ideato un semplice indicatore di autoreferenzialità della ricerca (Inwardness). Tale indicatore misura quale proporzione delle citazioni totali ricevute da un Paese provengano dal Paese stesso, cioè quanto dell’impatto totale di un Paese sia dovutoacitazioni “endogene”. In questo modo, l’indicatore è sensibile sia alle autocitazioni che ai cosiddetti “club citazionali” intranazionali — gruppi di ricercatori che si scambiano opportunisticamente citazioni tra di loro — in quanto entrambi i tipi di citazione provengono dal Paese stesso». Grazie a questo indicatore, «abbiamo osservato che dopo il 2009 l’autoreferenzialità italiana compie un vero e proprio salto nella grande maggioranza dei settori di ricerca, distaccandosi nettamente dai trend degli altri membri del G10». Certo, come dicevamo davanti stanno sempre gli Stati Uniti. Ovvio: hanno la maggior parte dei premi Nobel nella chimica, della fisica, della medicina… Una potenza di fuoco imbattibile. Ma «dietro gli Usa, nel 2016 l’Italia diventa, sia globalmente sia nella maggior parte dei campi di ricerca, il Paese col più alto indice di autoreferenzialità citazionale». In pratica, è la tesi dei tre studiosi, «la necessità di raggiungere gli obiettivi bibliometrici fissati da Anvur ha creato un forte incentivo all’autocitazione e alla creazione di club citazionali. Tali comportamenti sono diventati così pervasivi da alterare sensibilmenteerapidamente il valore di Inwardness su scala nazionale, sia globalmente che nella maggior parte dei settori. L’incremento dell’impatto italiano registrato nei ranking risulta così essere il frutto di un doping citazionale collettivo». Rileggiamo l’accusa: «doping citazionale collettivo». In pratica, «dietro il miracolo italiano non ci sono politiche della scienza miracolose, ma una gigantesca mascherata bibliometrica». Potete scommetterci: nel nostro mondo scientifico scoppieranno polemiche a non finire. Ma sarebbe il caso di chiederci: non sarà il sistema di reclutamento, così come fatto, ad essere sbagliato?

È crisi diplomatica tra Cina e Germania, dopo che il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha ricevuto a Berlino Joshua Wong, uno dei leader della protesta di Hong Kong contro il governo cinese. L’ambasciatore tedesco a Pechino è stato convocato dalle autorità della Repubblica popolare, che gli hanno espresso forte irritazione per l’incontro. L’udienza accordata a Wong, ha spiegato il rappresentante della Cina nella capitale tedesca, «avrà conseguenze molto negative sui rapporti bilaterali». All’ambasciatore, «abbiamo espresso la nostra profonda insoddisfazione per un atto che denota mancanza di rispetto». Le autorità cinesi avevano cercato di evitare il viaggio di Wong, facendo pressioni su Berlino perché non concedesse il visto. Poco prima di imbarcarsi, Wong era stato anche fermato e tenuto in arresto per diverse ore all’aeroporto di Hong Kong. Nella capitale tedesca Wong ha incontrato diversi deputati al Bundestag prima di essere ricevuto da Maas. In una conferenza stampa, l’attivista ha definito Hong Kong, «la nuova Berlino, il campo di battaglia tra due ideologie contrapposte: libertà, democrazie e diritti umani contro una dittatura che calpesta i diritti fondamentali». Alla Germania ha chiesto di sospendere i negoziati commerciali con la Cina, fino a quando anche i diritti umani non verranno inclusi nella trattativa. La necessità di rispettare i diritti umani a Hong Kong da parte della Cina è stata espressa pubblicamente anche dalla cancelliera Merkel, nella sua recente visita nella Repubblica Popolare. A soffiare sul fuoco della polemica tra Cina e Germania è anche un’altra vicenda, legata ai due baby panda nati nei giorni scorsi nello zoo di Berlino. Un giornale cittadino ha lanciato una petizione perché gli orsetti vengano battezzati Hong e Kong, in solidarietà con la protesta. L’idea ha avuto migliaia di adesioni ma non piace alle autorità cinesi, che minacciano di riprendersi gli animali. I panda infatti sono di proprietà del governo cinese e vengono solo dati in prestito agli zoo.