E’ ORA DI CAMBIARE L’E U R O PA Il governo della svolta nasce per governare in nome di Bruxelles ma rischia di trasformare l’Ue in un bancomat. Girotondo su un’occasione da non perdere

Il governo che nasce nel Palazzo con la benedizione dell’Europa segna un cambio di passo. Basta scontri frontali, guerriglia verbale, vertici disertati, emarginazione politica. L’Ita – lia torna a contare. La “troika italiana” – con Paolo Gentiloni commissario europeo, Roberto Gualtieri in Via XX Settembre e Vincenzo Amendola ministro degli Affari europei – ha il delicato compito di riannodare il filo del dialogo e della trattativa in vista della manovra d’autunno. L’accoglienza è ottima. Ma il sodalizio brussellese sarà un gioco win-win? Per Massimo Cacciari, il governo rossogiallo “ha la strada spianata per un’intesa più facile con Francia e Germania. Potrà trattare da una posizione di maggiore forza per affrontare i problemi legati all’immigrazione e alla gestione del debito. S’illude però chi crede che l’Euro – pa ci farà favori enormi, non è così. L’Europa non è un signore che decide arbitrariamente: esistono regole che vanno rispettate. Dal punto di vista dei numeri, non mi aspetto un trattamento diverso da quello che sarebbe stato riservato a un esecutivo con dentro Matteo Salvini. E’ infantile pensarlo. Ma il dialogo tra persone che si stimano è più agevole, c’è poco da fare”. Il commissario uscente al Bilancio Günther Oettinger ha fatto sapere che un governo europeista sarà “ricompensato”. “Una gaffe pazzesca che ha dato un po’ di fiato a Salvini. L’Europa non dispensa ricompense, non è un sovrano generoso o malefico a giorni alterni. Esistono trattati e norme da rispettare, punto. Se l’Italia non risolve seriamente la questione migratoria, la canea leghista riesploderà. Se non si dà inizio a un programma di riduzione del debito pubblico l’Europa ci farà le pezze. Bisognerà vedere se questo governo sarà in grado”. Adesso abbiamo tre pezzi da novanta, campioni di europeismo. “Basta con questa retorica europeista, la prego. Anche Conte… non si può sentire”. In che senso? “Fino a ieri era il premier pacifico a suo agio con i sovranisti di cui approvava ogni provvedimento, adesso è un convinto europeista. Che ipocrisia. Il governo di svolta, come dice Nicola Zingaretti, se vuole essere davvero tale deve affrontare i nodi che stanno sul tavolo da trent’anni e che nessun esecutivo ha mai risolto”. Anche il capo dello stato Sergio Mattarella ha chiesto di riformare il Patto di stabilità: lo diceva Matteo Renzi, e lo dice Salvini, ma con Borghi seduto accanto. “E’ evidente che le regole europee devono essere elastiche per adattarsi alle diverse fasi del ciclo economico. Il modello dell’Eu – rozona è stato edificato da perfetti monetaristi. Lo dice anche Mario Draghi, l’uomo al quale dobbiamo la sopravvivenza dell’Europa in questi ultimi anni. Magari lo avessero eletto presidente della Commissione…”. L’uomo del “whatever it takes” si appresta a lasciare la guida della Bce. “Se l’Europa è rimasta in piedi all’indomani del caos finanziario greco, lo dobbiamo per il cinquanta per cento a lui. Il problema è la Germania che infatti ha contrastato il piano di Draghi per ridare fiato alla nostra economia”. Il Quantitative easing è estraneo alla tradizione della Bundesbank. “E allora? Non esiste solo la Germania e un’Europa che fa soltanto quello che è l’interesse tedesco non è più Europa. Ad ogni modo, quello che più mi sorprende è che la sinistra non impara mai la lezione. Ho sentito il discorso di Zingaretti alla Festa del Pd a Ravenna: sembra che abbia vinto lui, che abbia mandato lui a casa la Lega quando sappiamo bene che il governo con il M5s l’ha subìto. Assistiamo a trionfalismi senza senso. Sono i vizi eterni e irrimediabili della sinistra italiana. Come si fa a credere che Salvini, e in generale il sovranismo, sia stato sconfitto quando le regioni del nord sono in mano alla Lega?”. L’idea sovranista si fonda sullo iato tra popolo ed élite. Il governo che nasce nel Palazzo senza il bagno popolare ma con la benedizione di Ursula von der Leyen, di Merkel e Macron, rischia di espandere questa frattura? “L’Europa dei giorni nostri non è l’Europa dei popoli, non è l’Europa di Ventotene, non è l’Europa federalista. Ora noi siamo europeisti perché così guadagniamo il favore della cancelliera tedesca, del presidente francese e della Commissione. Ci muoviamo su un crinale scivoloso perché questa impostazione tecnocratica potrebbe trasformarsi in carburante per i sovranisti. Se alle ultime elezioni europee il Pd ha salvato un po’ la pelle ciò è stato possibile perché ha presentato una proposta di riforma delle istituzioni europee. Non ha detto: Europa o morte. Quelli che hanno usato questo slogan non sono arrivati neppure al 4 percento. Quello di Conte è l’europeismo dei palazzi, dei cooptati, dei Calenda. Certo, meglio questa Europa difettosa che lo sfascio dell’Europa vagheggiato dai sovranisti. In politica le parole contano. Guai a dare l’impressione che il problema è risolto perché ti sei messo d’accordo con i potenti”. Salvini è un leader finito? “Il suo è un tentato suicidio. In politica estera ha sbagliato tutto: sarebbe stato l’atlan – tista per antonomasia, il perfetto filoamericano trumpiano. Doveva essere quella la sua collocazione, invece ha voluto giocare con i russi. Adesso ha dalla sua alcune armi: in assenza di qualche accordo tra Pd e M5s, la vittoria leghista in Emilia-Romagna è possibile; c’è poi il tema della ripresa degli sbarchi non controllati e c’è la questione dell’autonomia. Le regioni del nord attendono una risposta… e che cosa fa il governo della svolta? Nomina ministro agli Affari regionali Francesco Boccia, uno che non ha esperienza in materia, che non ha alcun rapporto con gli Zaia e i Fontana. Siamo all’im – pazzimento collettivo”. Chi avrebbe visto lei in quel ruolo? “Serviva una personalità come Sergio Chiamparino o Piero Fassino, uno che avesse autorevolezza e conoscenza del dossier e dei protagonisti”. Per il direttore di Huffington Post Italia Lucia Annunziata, “il Conte 2 nasce all’inse – gna del rapporto tra Pd ed Europa, più che dell’Europa in quanto tale. Si è perfezionato uno scambio politico: con la triade GentiloniGualtieri-Amendola il Pd rappresenta il governo in Europa. Conte è l’uomo scelto dall’establishment europeo per portare a segno questa operazione. E’ difficile non riconoscere l’abilità del premier, non meno va riconosciuta la sua debolezza politica”. Il presidio Pd a Bruxelles ci garantirà un trattamento privilegiato alla vigilia della manovra? “Il percorso verso la legge finanziaria sarà più facile, del resto questo è il vero motivo per cui nasce il governo. L’Europa della von der Leyen ha cambiato tattica: ha ingaggiato la battaglia anti sovranista e, come contropartita, ha allentato il suo ruolo di poliziotto cattivo. Christine Lagarde, per lungo tempo guardiana dal Fmi, è arrivata alla Bce per affermare pubblicamente che non ci sarà più un caso Grecia. Perché ciò accada, servono governi affidabili. Nel lungo periodo questa impostazione che bypassa il voto popolare potrebbe rivelarsi dannosa. Un cambio di governo così brusco potrebbe finire per polarizzare di nuovo il paese. E questo sarebbe carburante per i sovranisti. L’Europa che dice ‘se cambiate governo vi concediamo maggiore flessibilità’ conferma involontariamente quello che dice Salvini, e cioè che le regole non sono scritte nella pietra ma si possono cambiare se c’è la volontà politica. Sia chiaro: non c’è stato alcun complotto ma si è consumato un fatto politico. Il leader della Lega ha sottovalutato la capacità di reazione dell’Europa. E’ difficile dimenticare che all’inizio della sua ascesa Salvini perorava la causa dell’uscita dall’Ue, dopo ha cambiato idea ma resta la diffidenza reciproca, il clima di scontro continuo, e infine la reazione europea. Perché mai Merkel e Macron, vale a dire il governo d’Europa, avrebbero dovuto concedere un vantaggio economico al loro nemico?”. Certo, l’esecutivo rossogiallo poggia su fondamenta fragili. “Se il Pd è un amalgama mal riuscito, qui non siamo neanche all’amalgama. I due alleati non hanno niente in comune e dopo quarantott’ore Luigi Di Maio ha convocato il suo Consiglio dei ministri alla Farnesina, il che la dice lunga sul clima interno. Il punto critico sarà la manovra: se riescono a far ripartire l’economia e a mettere un po’ di soldi nelle tasche degli italiani, potranno durare; in caso contrario, avranno vita breve”. Per Sergio Fabbrini, direttore del dipartimento di Scienze politiche alla Luiss G. Carli: “Gentiloni usi la sua reputazione in Europa non per aiutare l’Italia ad ottenere più flessibilità finanziaria ma per far avanzare un nuovo punto di vista. Gentiloni, e la ‘troika italiana’, come la chiamate sul Foglio, dev’essere uno strumento del cambiamento europeo. Di flessibilità ce n’è già abbastanza. Piuttosto domando: si può avere una moneta unica senza un bilancio unico dell’Ue? Può esistere una Bce che è il governo della moneta con diciannove diversi governi della politica monetaria? Per un paese come l’Italia è difficile avere un governo non coerente con le regole che organizzano l’Ue. Il Conte 2 è l’esito di una difficoltà strutturale a rompere con quel sistema. La logica, gli interessi, le pressioni che spingono un paese come il nostro a stare dentro l’Ue sono molto più forti delle ideologie che possono emergere in un dato momento storico, come quella leghista o sovranista. La politica domestica e quella europea sono sempre meno distinguibili. Noi abbiamo condotto alcune ricerche empiriche: il grado di compenetrazione tra le decisioni italiane e quelle europee è tale che è difficile uscirne. Vale anche per la Gran Bretagna che infatti continua a rinviare la Brexit”. Insomma, Salvini, o quantomeno alcuni dei suoi, hanno giocato troppo con l’idea di Italexit. “Esatto. La politica europea non è politica internazionale ma è politica interna e ha portato a un ridimensionamento del ministero degli Affari esteri. Oggi c’è una nuova centralità della presidenza del Consiglio perché i due protagonisti di questo intreccio sono il premier e il ministro dell’Economia. Chiunque vinca le elezioni deve sapere che non può uscire dall’Ue così come non può uscire dalla politica nazionale. Disertare i vertici a Bruxelles vuol dire non governare il paese. Questo è il quadro strutturale di cui una parte della nostra élite politica non è consapevole. Salvini ha fatto forse dei calcoli sbagliati ma l’errore di fondo della sua leadership, a mio giudizio, sta nel non aver compreso questo grado di compenetrazione e interdipendenza. Esistono diversi modi di essere in Europa: c’è un modo di rassegnata accettazione, c’è un atteggiamento di europeismo passivo, poi c’è un atteggiamento di europeismo vantaggioso (tipico della Germania che ha fatto prevalere una posizione conservativa dell’esistente in quanto favorevole ai suoi interessi economici, sociali e politici, e il campione di questo orientamento è la neo ministra e segretaria della Cdu, Annegret Kramp Karrembauer, fedelissima della cancelliera Merkel); esiste poi un atteggiamento riformatore: io sostengo che l’Euro – zona vada accettata e considerata come il risultato di compromessi, idee, combattimenti, argomenti, lotte, persuasioni. E’ un luogo di confronto, non di accettazione passiva. Chi ha cercato di incarnare questo progetto riformista è stato il presidente Macron ma in solitudine: la Spagna non riesce a trovare un equilibrio stabile, l’Italia aveva un governo sovranista dichiaratamente ostile. Oggi, con il nuovo esecutivo il nostro paese può convergere con la Francia su un’agenda di riforme: rafforzare il budget comunitario, pari all’un per cento del pil europeo, da impiegare in funzione anticiclica; avere una politica migratoria comune essendo entrambi i paesi esposti sul Mediterraneo. Italia e Francia rappresentano il versante dell’Europa meridionale, il più penalizzato dalla crisi economica”. Resta la questione delle politiche fiscali da armonizzare. “Io credo che dalle tasse possa aprirsi una fase del tutto nuova. Non basta chiedere più solidarietà, l’approccio dev’essere diverso e deve partire dalla questione fiscale. La battaglia strategica è quella di inserire una tassazione europea autonoma che non si aggiunga alle tasse nazionali: si possono tassare, per esempio, attività particolarmente inquinanti o transazioni finanziarie o la web tax. Noi dobbiamo dotare l’Europa di risorse davvero autonome, che non dipendano dagli stati membri. Il passo successivo riguarderà chi gestisce queste risorse: l’Eurozona deve dotarsi di un’autorità democratica. Oggi è governata dall’Euro – gruppo ma serve un vero esecutivo dell’Euro – zona che tenga conto anche del Parlamento europeo”. Messa così, si direbbe che il successo della “troika italiana” non è affatto scontato. “Voglio dirlo chiaramente: c’è una gigantesca responsabilità delle élite se siamo al punto in cui siamo. Il fatto che i mercati siano a favore del governo italiano riduce lo spread e ti fa risparmiare, ma il governo deve parlare innanzitutto ai cittadini, non ai mercati. Mi rendo conto che l’Europa non è facile da capire ma dobbiamo smetterla con lo scaricabarile. L’Europa viene costantemente rappresentata come il ‘vincolo esterno’: ce lo chiede l’Europa, si dice. Ma la riforma della Pubblica amministrazione, dell’università, il taglio delle spese clientelari vanno realizzati perché servono al nostro paese, non perché ce lo suggerisce qualcuno a Bruxelles”. Per il giornalista del Corriere della Sera Federico Fubini, “bisogna anzitutto sgombrare il campo da un equivoco: non è vero che il governo passato non abbia ottenuto concessioni dall’Europa. A ben vedere, il governo gialloverde ha goduto di flessibilità, e lo confermano alcuni dati: aumento costante del debito, mancata riduzione del deficit, le procedure di infrazione sono state minacciate e sempre ritirate con concessioni non drastiche. Si può dire che i due contendenti, Bruxelles e Roma, si siano incontrati a metà strada, o forse qualcosa in più”. Per il 2019 i gialloverdi puntavano a un rapporto deficit/pil del 2,4 per cento, alla fine è calato al 2,04. “Il debito è aumentato e la convergenza verso il pareggio di bilancio non c’è mai stata. La Commissione uscente è stata abbastanza indulgente con l’Italia, per cui affermare che adesso ci saranno concessioni maggiori è illusorio. Tenere a bordo l’Italia è importante perché siamo un paese grande e il disordine finanziario da noi fa paura. Il Patto di stabilità prevede che nelle fasi di ripresa ogni stato membro s’impegni a convergere verso il pareggio di bilancio ma praticamente questo non accade mai, e la dimensione, come nel nostro caso, ti dà leva politica. L’Europa cercherà sicuramente di dare una mano al nuovo governo. Non la metterei però sul piano delle preferenze politiche, diciamo piuttosto che la gente è contenta di non avere a che fare con Salvini”. Flessibilità, con juicio. “Si tratta di una partita di costi politici: quando operi un aggiustamento in un paese, togli soldi a un sacco di gente. Ci sono sgravi fiscali che vanno a più di dieci milioni di residenti. Se fai concessioni agli italiani, produci un costo politico nel resto del sistema. Il cittadino tedesco con un mini-job in Sassonia vede che forse domani dovrà pagare per il salvataggio dell’Italia. Ciò è gravido di conseguenze per il governo tedesco”. Le parole di Oettinger sulla “ricompensa” per il governo europeista sono un autogol? “Io concordo con Mario Monti: è un errore marchiano. La Commissione è organo di arbitraggio e non può comportarsi come un partito. Se lo fa, perde legittimità. Io non sono mai stato tra quelli che facevano il tifo per lo spread: il suo aumento vuol dire l’impoverimento degli italiani, per non parlare dell’impatto su fiducia, banche, creazione di posti di lavoro. Se lo spread sale, il rischio di recessione impenna”. Con i rossogialli al governo lo spread è in calo. “Negli scorsi mesi la gente non ha capito a che gioco il governo stesse giocando: la partita europea per restare in Europa o quella dell’Italexit? Lo spread è crollato non perché gli investitori si aspettino un deficit più basso ma perché il rischio di vedersi rimborsati in lire è calato”. Il governo voluto dall’Europa può trasformarsi in un boomerang per il “fronte Ursula”? “La persona che più di tutti ha voluto questo governo si chiama Salvini. L’esecuti – vo è nato tra la spiaggia di Sabaudia e il Papeete di Milano Marittima. Se il governo riuscirà a far capire alle persone che sta lavorando concretamente per loro può funzionare, altrimenti prevarrà la percezione che non funziona e che serve solo a conservare lo scranno in Parlamento”. Tra i più critici sulla nascita del governo rossogiallo spicca Emanuele Macaluso che aveva suggerito a Zingaretti di optare per il voto anticipato: “A mio giudizio, se questa soluzione pasticciata ha una sola nota positiva è il riavvicinamento dell’Italia all’Europa. Se pensiamo al clima di guerriglia alimentato da Salvini contro l’Europa, vista come la fonte di ogni male italiano, è un bene che le cose siano cambiate. I sovranisti dicevano peste e corna dell’Euro – pa, minacciavano di uscire dall’euro, e nessuno piglia schiaffi porgendo l’altra guancia. Stabilire un nuovo dialogo con Bruxelles non vuol dire diventarne schiavi ma instaurare un rapporto dialettico. Per cambiare l’Euro – pa devi costruire alleanze”. Conte è diventato, di colpo, un fiero europeista. “Ho ascoltato il suo discorso di insediamento, direi che è anche diventato il presidente del Consiglio, prima non lo era. Fino a ieri si limitava a curare il rapporto con Merkel, con Macron, con i commissari europei per evitare le infrazioni… per il resto non è mai stato un presidente. L’impegno collettivo, non solo dell’Italia, è quello di restituire all’Europa un’immagi – ne e una politica in grado di ancorarla agli interessi popolari. Senza l’Europa non c’è speranza: siamo nudi di fronte alle grandi potenze. Questa necessità di stare in Europa deve essere correlata con una politica in cui le questioni sociali, quelle che toccano gli interessi di fondo delle masse popolari e lavoratrici, siano affrontate e risolte”. La presidente von der Leyen ha proposto il salario minimo europeo. “Io darei la priorità alla lotta al sommerso, lo dico da uomo di sindacato che seguiva la questione dei braccianti del sud Italia già negli anni Cinquanta. Lottare in nome della legge contro la legge è sempre un atout per chi vuole cancellare le vergogne che sono riemerse in maniera impressionante. Il sotto-salario, il nero, i caporalati, i braccianti trattati come schiavi. Bisogna lottare, e l’Europa deve essere in prima fila”.

E’ sempre stato un sostenitore del maggioritario. Adesso però le condizioni sono cambiate, dice il senatore Dario Parrini. Martedì era anche lui alla riunione con i capigruppo di Camera e Senato e il responsabile Riforme del Pd Andrea Giorgis per lavorare alla nuova legge elettorale. Perché, proprio adesso, la legge proporzionale? “Abbiamo fatto un accordo di governo col M5s per contrastare l’emergenza democratica e economica creata dal blitz plebiscitario di Salvini. Uno dei punti essenziali di quell’accordo è la riduzione del numero dei parlamentari prevista dalla riforma costituzionale già votata due volte al Senato e una volta alla Camera. All’interno del Pd ne discuteremo nelle sedi appropriate e assumeremo decisioni. La mia personale opinione è che la correzione in senso proporzionale della legge elettorale attuale, attraverso la semplice eliminazione dal sistema della componente uninominale, sia conseguenza inevitabile di quell’accordo”. In che senso? “Nel senso che è indispensabile per evitare che un minor numero di eligendi, combinato con i collegi uninominali, porti a compressioni antidemocratiche e insensate della rappresentanza in diverse regioni del nostro paese”. Semmai, dice Parrini, “la riflessione da fare è un’altra: posto che nelle condizioni date non c’è alcuna alternativa sostenibile al ritorno del proporzionale, come si può dare a esso un’impronta stabilizzante e razionalizzante? La mia personale risposta è: in primo luogo con un’adeguata soglia di sbarramento, più alta di quella attuale, che è al 3 per cento. In tal modo potremmo persino scoprire una cosa che è ovvia per chi si intende della materia, e cioè che con un sistema senza eccessi disrappresentativi, qual è il proporzionale con appropriata barriera d’accesso, si può avere persino una disproporzionalità maggiore di quella generata dalla legge Rosato: alla Camera, nel 2018, la disproporzionalità, cioè l’effetto maggioritario, è stato minimo: 4,5 punti per il centrodestra (che ha preso il 41,5 per cento dei seggi col 37 per cento dei voti) e 3,2 punti per Cinque stelle (che hanno ottenuto il 35,9 per cento dei seggi col 32,7 per cento dei voti). Con un proporzionale dotato di sbarramento al 5 per cento l’effetto maggioritario sarebbe stato uguale o persino superiore”. Che cosa dire, da storico sostenitore del maggioritario, ai sostenitori del maggioritario? “Che tra il desiderabile e il possibile c’è differenza. Bisogna mettere da parte l’accademia e essere concreti. Oggi, con questa maggioranza e questo governo, e in queste circostanze, la miglior soluzione possibile, e sottolineo possibile, è il proporzionale con le correzioni poc’anzi ricordate. Vede, dal 1993, da quando seguivo le lezioni di Sartori alla Cesare Alfieri, io sono per l’adozione in Italia del sistema istituzionale e elettorale francese. E con me tanti altri. Ma una maggioranza parlamentare favorevole a tale sistema in questi 26 anni non c’è mai stata. Se n’è palesata una per un sistema simile (il ballottaggio nazionale) nel 2015-16. Ne fummo entusiasti. Ma sappiamo cosa è dolorosamente successo dopo il referendum del 4 dicembre”. Non c’è il rischio che cambino maggioranze di governo ogni sei mesi? “Se si segue la strada che ho indicato, no”. Il taglio del numero di parlamentari senza una riforma complessiva può produrre distorsioni? “Sì. E vanno corrette, come si dice chiaramente nel programma concordato dalle forze della nuova maggioranza. Alcune distorsioni sono correggibili con la riforma elettorale proporzionale. Altre richiedono microriforme dei Regolamenti parlamentari e della Costituzione (a puro titolo esemplificativo, l’adeguamento del numero dei delegati regionali per l’elezione del capo dello stato, la partecipazione di rappresentanti delle regioni alle sedute del Senato dedicate a provvedimenti sulle autonomie locali, la parificazione dell’elettorato passivo e attivo delle due Camere)”. Forza Italia si è detta interessata al proporzionale. Secondo lei perché? “Per un motivo che a me pare evidente: oggi l’affrancamento da Salvini è per Forza Italia una questione vitale. Col proporzionale, che non la obbliga a partecipare a coalizioni preelettorali, la ‘liberazione’ dalla subalternità a Salvini è possibile. Coi collegi uninominali, o con sistemi maggioritari a premio di coalizione, sarebbe di fatto impossibile: in quel caso per il partito di Berlusconi autonomia significherebbe quasi eutanasia”. La legge proporzionale potrebbe favorire la nascita di gruppi renziani? Nel caso, che ne pensa dell’ipotesi? “Non corro per principio dietro ai retroscena. Men che meno baso sui retroscena le mie riflessioni sul sistema istituzionale. Stiamo ai fatti: il principale dei quali è che il Pd ha potuto dare a Salvini la lezione che la sua prepotenza meritava perché è stato unito. E Renzi è stato uno dei protagonisti di questa strategia e del gioco di squadra grazie al quale si è affermata. Io continuo a lavorare per l’unità del Pd e perché a questo governo non venga mai a mancare la forza per realizzare i provvedimenti economici e sociali attesi da milioni di italiani”. David Allegranti

Quando Mario Draghi si è insediato al vertice della Bce, a novembre 2011, ha dimostrato subito di essere disposto a usare tutti gli strumenti della politica monetaria per salvare l’euro. Nella riunione del consiglio dei governatori di oggi, la penultima del suo mandato, Draghi vuole rassicurare i mercati sul fatto che anche se lui ha usato tutti gli strumenti disponibili, se ne possono sempre inventare dei nuovi, da lasciare in eredità a Christine Lagarde, da novembre nuovo presidente della Bce. L’E U RO è stabile e nessuno ne prevede più la fine, questo è il grande successo di Draghi. Ma l’inflazione nella zona euro è la metà dell’obiettivo della Bce, 1 per cento invece che il 2. La crescita si è fermata, 0,2 per cento ad agosto, con la Germania che frena, una nuova recessione globale che incombe sull’economia mondiale, dagli Stati Uniti alla Cina all’Ue. Negli ultimi mesi Draghi ha alimentato le attese dei mercati con impegni espliciti a mantenere una politica monetaria espansiva a lungo termine: questo ha influenzato le attese degli investitori e vincolato la Lagarde che ora è obbligata a non deviare dalla strada tracciata. La determinazione di Draghi però questa volta non è sufficiente da sola. Il problema teorico su cui si arrovellano economisti e investitori è il seguente: dopo aver spinto il costo del denaro a zero, dal 2016 la Bce ha tassi negativi (-0,40 per cento), le banche che lasciano la loro liquidità sui conti correnti di Francoforte e non la immettono nel sistema pagano quindi una specie di tassa. Questo è un forte incentivo a finanziare l’economia, a prestare soldi a banche, famiglie e imprese. Ma non basta: dal 2013 i prezzi d e l l’eurozona sono cresciuti in media dell’1 per cento, l’inflazio – ne ha superato il 2 per cento solo in quattro occasioni. I tassi negativi hanno anche un effetto collaterale: distruggono il modello di business delle banche, perché se i tassi di interesse della Bce sono troppo bassi, anche quelli di mercato scendono, i margini di guadagno per chi presta denaro si riducono fino ad azzerarsi. Sopra una certa soglia, le misure espansive finiscono per danneggiare quella stessa economia reale che vorrebbero sostenere: la troppa liquidità frena i prestiti, invece che stimolarli. OGGI le banche dell’eurozona dovrebbero aver riserve per 183 miliardi invece, come osserva un recente report di Unicredit, hanno 1.830 miliardi. Liquidità in eccesso che non serve a molto all’eco – nomia e manda in tilt il sistema del credito. Per questo nella cassetta degli attrezzi di Draghi c’è quello che in gergo si chiama “tiering”: distinguere tra “strati” diversi le riserve delle banche, con tassi positivi o negativi differenti, in modo da aumentare gli incentivi agli istituti di credito a immettere quella liquidità nell’economia. I dettagli sono lasciati alla creatività dei tecnici di Francoforte, ma la sfida è chiara: ridurre ancora il costo del denaro, fare in modo che vada in circolo, limitando l’effetto negativo di queste misure sulla capacità delle banche di fare profitti, altrimenti il meccanismo si inceppa. L’altra arma a disposizione di Draghi è far ripartire il Quantitative easing, cioè il programma di acquisti diretti di titoli da parte della Bce: l’ef – fetto sarebbe diretto sui tassi di interesse pagati da imprese e governi sulle loro obbligazioni. Lascerebbe più risorse in tasca da spendere o per finanziare investimenti che dovrebbero portare crescita. Le attese sono però di uno stimolo limitato, 300-400 miliardi per l’intero 2019. L’opposizione per questo genere di interventi è forte nel consiglio dei governatori dove Paesi come la Germania difendono la prospettiva dei creditori penalizzati da tassi troppo bassi che, tra l’altro, rendono meno responsabili i governi sul debito pubblico e possono gonfiare bolle speculative in Borsa. Tra gli economisti c’è anche chi comincia a pensare che per uscire dall’attuale palude di bassa crescita e affrontare l’imminente recessione la politica monetaria possa fare ben poco. Soltanto la politica fiscale può – forse – essere efficace: spesa pubblica per investimenti e assunzioni. Ma finora i governi europei, del Nord come del Sud, hanno preferito lasciare a Draghi la responsabilità di tenere insieme l’euro – zona e di trascinarla fuori dalle secche. Ora gli chiedono un ultimo miracolo. Ma Draghi ha più volte richiamato la politica alle proprie responsabilità. C’è da scommettere che lo ripeterà ancora nei suoi ultimi due mesi a Francoforte. Chissà se questa volta i governi della Ue e la nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen recepiranno il messaggio.

s Il premier trova “grandi consonanze” con la Von der Leyen e chiede un accordo temporaneo per la redistribuzione fra tutti i PaesiCinquemila immigrati irregolari segnalati in otto mesi. Il nodo dell’immigrazione non è più soltanto il Mediterraneo, ma anche lungo i 240 chilometri che dividono il Friuli-Venezia Giulia dall’Est Europa. NON PASSA giorno che tra Trieste e Udine non vengano fermati migranti che cercano di arrivare in Italia, spesso viaggiando in condizioni disumane. L’ultimo caso è di ieri: 40 persone stipate in un van fermato a Udine. Arrivavano dall’Iraq e dall’Iran. Tra loro, ha raccontato il Messaggero Veneto, anche un padre con una figlia di appena 14 anni. Decine di persone ogni giorno. Dall’inizio dell’anno sono state 5.048 identificate dalle forze dell’ordine. Di queste 1.844 si sono presentate volontariamente alle autorità italiane e 3.204 invece sono state fermate. Una questione che il nuovo governo giallorosa dovrà affrontare presto. In un Friuli-Venezia Giulia dove le ultime Regionali sono state vinte trionfalmente (con il 57% dei voti) da Massimiliano Fedriga, delfino di Matteo Salvini. La Lega ha scelto un approccio in stile Trump: “Stiamo studiando con il Viminale la possibilità di realizzare un muro al confine con la Slovenia”, disse il neo-governatore a giugno. Ma due mesi fa al ministero dell’Interno c’era Salvini, mentre oggi siede Luciana Lamorgese. La questione, però, resta. Soprattutto a Trieste dove – ne ha scritto il Piccolo – si sono registrati 3.607 ingressi in nove mesi. A presidiare il confine il primo governo Conte aveva messo le nuove squadre miste composte da agenti italiani e sloveni. Una presenza piuttosto sparuta: quattro pattuglie per quasi 250 chilometri di un confine che passa per boschi e zone selvagge come il Carso. La maggioranza giallo-verde aveva promesso rinforzi. E poi c’è il nodo di Gradisca dove oltre al Cara è previsto un Cpr (centro permanente per i rimpatri) che dovrebbe ospitare 150 persone. INTANTO oltre confine si è stretta la morsa nei confronti dei passeur. Parliamo di organizzazioni criminali che prosperano sul traffico di migranti. In Slovenia passare il confine a bordo di furgoni dove trovano posto fino a 50 persone o su auto stipate all’inverosimile (giorni fa è stata fermata una Bmw con undici persone a bordo) costa fino a 3 mila euro. Da gennaio la polizia slovena ha fermato 273 passeur (in tutto il 2018 erano stati 218). Le autorità di Lubiana stimano che gli immigrati irregolari transitati sul loro territorio siano stati 9 mila nel 2019 (+62% rispetto al 2018). Pugno duro anche in Croazia dove i passeur fermati da gennaio sono stati 589, mentre gli immigrati regolari sarebbero oltre 9.500 (+200%).

a parabola su «Matteo S.» riguarda il Calvario. Alle 14 del pomeriggio, davanti alla stanza del governo di Palazzo Madama, Giuseppe Conte sgaiattola con la stessa abilità dei vecchi leader democristiani, per materializzarsi nell’aula in maniera discreta. È talmente serafico che sembra camminare sull’aria. «Salvini potrebbe (…)(…) attaccarmi!? – si risponde –: E perché mai!? Io che c’entro!? Ha fatto tutto da solo. Dovrebbe prendersela con se stesso. Io, comunque, non voglio rivangare il passato». I buoni propositi, si sa, nelle contese restano tali. Specie se l’avversario non li condivide. E il Salvini del Senato è più pacato del solito, ma non risparmia il repertorio su poltrone, dignità, interessi personali, voltagabbana. Un disco rotto. Così Conte risponde rimandando al mittente l’elenco dei voltafaccia e rilancia, con gli interessi, assestando la prima bordata alla leadership di Salvini nel Carroccio: «Negare gli errori è la tattica migliore per mantenere la leadership nel proprio partito». Per il Premier il copione è facile: anche il capo della polizia, Gabrielli, attacca l’ex ministro dell’Interno per aver sfoggiato per un intero anno le t-shirt degli agenti di pubblica sicurezza. È fatale: lo sport preferito nel Belpaese è sparare sulla vittima di turno, che a sua volta non aveva avuto pietà della vittima precedente: un ingranaggio infernale. E ora tutti, in primis Conte, si sono accorti che gli olè nella maggioranza giallorossa si conquistano solo criticando – arrivando quasi allo scherno – l’uomo che fino ad un mese fa era il dominus della politica italiana. Nel corridoio che costeggia l’aula si assiste all’immagine simbolo del momento: su un divano discutono amabilmente i due registi dell’operazione che ha provocato la débâcle di Salvini, Dario Franceschini e Matteo Renzi. Fino a ieri avversari, ora soci. E anche loro dispensano consigli o formulano diagnosi. «Salvini – è il suggerimento di Franceschini – dovrebbe andare in vacanza». «Oggi il mio omonimo – diagnostica Renzi – mi è apparso davvero sfatto». La parabola su «Matteo R.» riguarda, invece, la resurrezione. Anche lui ha avuto il suo calvario,ma all’ultimo, proprio quando stava per essere eliminato, ha trovato lo spunto per risorgere. E questo, ovviamente, ha mandato su tutte le furie chi lo dava per morto. A cominciare da quel Carlo De Benedetti che, nella commedia italica degli equivoci, ha espresso sul nuovo governo lo stesso giudizio di Salvini. L’ingegnere ha nostalgia dei tempi che furono, delle categorie del ‘900: sogna un bipolarismoincentrato sul post-comunista Zingaretti eil Salvini sovranista (parola che nel suo pensiero ha la stessa accezione dell’espressione postfascista). Insomma, la piazza di Ravenna che intona bandiera rossa contrapposta a quella diMontecitorio con i saluti romani. In quest’ottica il capolavoro di Renzi è stato un incidente, un intoppo: non per nulla per De Benedetti l’ex segretario del Pd merita «il premio della falsità». Matteo R., naturalmente, non ci sta: «Difficile fare meglio dell’Ingegnere quando scartò le idee di Steve Jobs o quando fece fallire l’Olivetti. Comunque lafrase su Renzi campione di falsità, potrebbe persino essere querelabile». Ma la replica più ficcante all’Ingegnere è quella dell’amico «ritrovato», il capo della delegazione del Pd nel governo. «De Benedetti – osserva Franceschini – è stato violento contro il nuovo governo. Ma gli chiedo: quale sarebbe stata l’alternativa? Andare alle elezioni ed essere sconfitti!? Se, invece, si vota tra due anni rischiamo pure di vincerle. Il problema è che il cambiamento è stato molto repentino e molti non l’hanno capito». Per cui, nell’elenco delle «incomprensioni» dell’Ingegnere, oltre a Jobs e all’Olivetti, ci sarà pure l’epilogo di questa crisi di governo. Il vangelo dei due Mattei. È difficile non vedere delle affinità tra i due personaggi. Entrambi al Vangelo di Luca che recita «a chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra» (6,27-38), preferiscono, appunto, il Vangelo di Matteo (26,52) «chi di spadaferisce, di spada perisce». Entrambi amano rischiare. Entrambi sono spregiudicati nelle alleanze: un anno fa Renzi ha permesso a Salvini di allearsi con Di Maio; due mesi fa Salvini si è alleato con Zingaretti per far fuori Renzi e Di Maio; un mese fa Renzi si è alleato con Di Maio permettere all’angolo Salvini. Sembra il gioco dei quattro cantoni: chi resta fuori perisce. E, ovviamente, entrambi fanno discendere le loro scelte direttamente dall’«interesse del Paese». «Mi è costato sul piano personale aprire la crisi ma l’ho fatto per l’interesse dell’Italia»: Matteo S. «Mi è costato molto sul piano umano l’alleanza con i grillini, ma l’ho fatto per l’interesse degli italiani»: Matteo R. Ed ancora, entrambi sono dei visionari. Non sono compresi da chi gli sta attorno. Salvini ha resistito per un anno ai suoi che gli chiedevano di rompere con i 5stelle. Lo ha fatto nel momento peggiore. E ora è tutto uno sforzo a dare un senso a una scelta che un senso non ce l’ha. Tirando in ballo poteri oscuri e psicanalisi per difendere l’immagine del Salvini vincente. «Matteo – racconta il leghista pugliese Roberto Marti – aveva capito il gioco dei grillini dopo l’elezione di uno di loro alla vicepresidenza del Parlamento Ue, dopo l’appoggio dato all’elezione di Ursula von der Leyen, dopo la scelta di Conte di parlare al suo posto sull’affaire russo. Un caso basato sul nulla e orchestrato dai servizi segreti. Volevano mettergli il cappio e costringerlo a votare una legge di bilancio che non voleva: e lui ha rotto. Poi ora fa la vittima, ma solo perché agli italiani le vittime piacciono più dei dittatori». Poi, però, l’ex ministro Gian Marco Centinaio sbotta con un amico e ammette: «Matteo si è comportato da scemotto». E, intanto, l’addio al governo si porta dietro il primo addio alla Lega: il deputato siciliano Carmelo LoMonte ha abbandonato il Carroccio. Anche Matteo R. è alle prese con i suoi che non si rendono conto che nell’operazione del nuovo soggetto, del corrispettivo italiano della creatura di Macron o di Ciudadanos, i tempi contano. E, in fondo, la creazione di nuovi gruppi parlamentari, la nascita di un nuovo partito, in sintesi la ristrutturazione dello scenario politico, è l’unico modo per prepararsi all’avvento del proporzionale e darsi una prospettiva. Lui sul quando ripete e ripete, sicuro: «La Leopolda». Ma i suoi nicchiano. Eppure la scelta, il fatidico «il dado è tratto», nella mente di Renzi non prevede conseguenze traumatiche: «Non si porterebbe dietro – assicura l’interessato – né una crisi di governo, né le elezioni anticipate». Sarebbe solo un modo per adeguarsi alla velocità della politica. Spiega Pierferdinando Casini: «Pd e 5stelle sono destinati ad avvicinarsi, magari con una parte del movimento, anche a fondersi, perché sono entrambi deboli. In Emilia, ad esempio, si voterà a novembre, prima della legge di bilancio. E lì Pd e 5stelle stanno ragionando addirittura su una possibile desistenza. Sono processi che aprirebbero grandi spazi al centro». Solo che in politica i tempi non sono tutto, ma quasi: se Craxi avesse fatto le elezioni anticipate nel 1991 e non avesse aspettato il ’92, forse la Prima Repubblica avrebbe avuto un epilogo diverso; se Renzi fosse andato alle elezioni nel giugno del 2017,forse sarebbe rimasto in sella; se Salvini avesse abbinato le elezioni politiche alle urne europee, forse si sarebbe risparmiato questo calvario. Ora è Matteo R. che rischia, per indecisione o per altro, di perdere il treno e, nei corsi e ricorsi della Storia, restare appiedato. Augusto Minzolini

Con la fiducia al governo Conte bis si chiude una delle pagine più tristi della politica e siamo consci che il libro di questa legislatura ce ne riserverà molte altre. Il dibattito in Parlamento è ruotato attorno al regolamento di conti verbale tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini, spalleggiato dai suoi, qualcosa di simile alle liti che scoppiano tra ex coniugi e rispettivi parenti-testimoni nell’aula del tribunale al momento del divorzio. Parole tipo «taci tu che da un anno hai l’amante, sei un porco», «ma che dici, sei una mantenuta e pure frigida, e dire che ti amavo» e via dicendo. Poi c’è stata l’esibizione di magliette con stampate scritte provocatorie-umoristiche tipo Gene Gnocchi a Di Martedì e infine i cori da stadio con insulti e sberleffi alla squadra rivale. Praticamente si è visto di tutto, tranne che un po’ di sana politica. Questa due giorni di dibattito è stata l’immagine plastica che non abbiamo una classe dirigente, ma siamo nelle mani di un manipolo di opportunisti e voltagabbana, per di più – salvo rare eccezioni – di basso livello. Gli italiani, quelli che per qualche misterioso motivo hanno seguito i lavori, non hanno capito che diavolo è successo e che cosa succederà d’ora in avanti. I discorsi di Conte verranno ricordati per la loro lunghezza e noiosità, non certo per contenuti e slancio ideale. Per lo più si è trattato di un elenco di buone intenzioni da professorino universitario. Di priorità, tempi e coperture economiche – elementi che fanno la differenza tra fare un discorso e fare politica – non c’è stata traccia. Paradossalmente i più sottotono sono stati i Cinque Stelle, vincitori formali di questa disfida. Probabilmente sanno di averla fatta grossa, sanno che da oggi i grillini sono ufficialmente casta e sistema, che uno non vale più uno e che l’onestà è barattabile, visto che il Pd non si può certo definire un partito immacolato. Una riedizione del montanelliano «turiamoci il naso e votiamo Dc», solo che questa volta non è per salvare il Paese dal comunismo, ma lo stipendio, loro e dei comunisti. Un segno dei tempi che cambiano.

«Le sentenze si accettano e non si commentano. Ma no, in verità non mi sento in colpa per la strage di Nassiriya. Cosa avrei potuto fare io per arginare un kamikaze su un camion con 4 tonnellate di esplosivo? ». Bruno Stano, generale dell’Esercito in pensione ma ancora collaboratore delle Forze armate, è stato condannato dalla Corte di cassazione civile a risarcire le famiglie delle vittime della strage di Nassiriya, avvenuta il 12 novembre 2003, nella quale morirono 19 italiani. Era lui al comando della Brigata Sassari durante la missione italiana in Iraq, quando alle 10. 40 del 12 novembre 2003 un’autocisterna guidata da un terrorista di Al Qaeda piena zeppa di esplosivo si infilò nella base Maestrale. La deflagrazione fu infernale: morirono 28 persone, crollò un edificio e venne danneggiata la palazzina del comando. Il comandante condannato «Poiché pur essendo pensionato partecipo a un progetto dell’Esercito non posso rilasciare interviste senza essere autorizzato – prosegue l’alto ufficiale, che negli anni è stato promosso fino a diventare generale di corpo d’armata –. Ma vorrei ricordare che quella era una missione umanitaria. La base militare era in mezzo alla comunità locale. E dunque io come primo gesto umanitario avrei dovuto fare evacuare le case? Non era quello il nostro obiettivo». Assolto in via definitiva in sede penale, il generale Bruno Stano dovrà invece rispondere civilmente per gli errori commessi. Gli Ermellini sono infatti convinti che abbia sottovalutato il pericolo in cui si trovavano i militari all’interno del quartier generale italiano a Nassiriya in caso di un attentato «puntuale e prossimo» alla base e per la «complessiva insufficienza delle misure di sicurezza». La sentenza I giudici della Terza sezione civile della Corte Suprema hanno invece confermato l’assoluzione per l’allora colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli, attualmente generale e all’epoca responsabile della base Maestrale. Secondo quanto emerso dai processi, Di Pauli tentò di far salire il livello di guardia e di protezione ma i superiori non gli diedero retta. A partire da Bruno Stano che avrebbe sottovalutato il pericolo in cui si trovavano i militari italiani e per questo era stato già condannato dalla Corte d’Appello di Roma a risarcire le famiglie delle vittime. L’avvocato Rino Battocletti, legale di una quindicina di feriti scampati alla strage di Nassiriya accoglie favorevolmente il giudizio: «La sentenza pone fine a un iter giudiziario lunghissimo e molto articolato e accerta, in maniera definitiva, l’obbligo risarcitorio del generale Spano. Da questo punto di vista non si può che esprimere soddisfazione rispetto a una vicenda che avrebbe dovuto trovare già una soluzione soddisfacente per i feriti e i familiari delle vittime». L’avvocato precisa inoltre che «l’entità dei danni dovrà essere quantificata in sede civile». Allarmi sottovalutati A convincere i giudici della Cassazione ad annullare la sentenza di appello che scagionava Bruno Stano da ogni responsabilità civile ci sono alcune considerazioni. Innanzitutto il fatto che, dalle indagini è emerso come il generale avesse ignorato gli allarmi del Sismi (i servizi segreti esteri attualmente definiti Aise) che riferivano di un imminente attentato alle nostre forze a Nassiriya. L’intelligence infatti, il 23 ottobre, segnalò «un attacco in preparazione al massimo entro due settimane». Il 25 ottobre lanciò l’allarme di «un camion di fabbricazione russa con cabina più scura del resto» e il 5 novembre avvertì che «un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e yemenita si sarebbe trasferito a Nassiriya». Il generale Stano, non avrebbe, inoltre messo in atto le strategie necessarie a difendere la base Maestrale. C’è tuttavia da ricordare che prese servizio l’8 ottobre 2003, mentre la base era stata allestita il giugno precedente.

L uca Morisi, riconfermato stratega della comunciazione social, dice che si ripartirà dal «Trt», ovvero tv rete e territorio, assicura che Matteo Salvini rimarrà se stesso, «popularista», un neologismo crasi di popolare e populista. Del resto il passaggio dal governo all’opposizione non si nota molto, tranne il fatto che il «Capitano» della Lega sembra stanco, un po’ sfiatato, deluso di non essere riuscito a trascinare tutti alle urne. Ammette di essere stato «ingenuo» nel credere che «Conte-Monti, l’uomo che sussurra alla Merkel» (riferimento a quel video rubato a Davos della chiacchierata al bar con la Cancelliera, promettendo di contenere il suo ministro dell’Interno) non avrebbe fatto il premier con il Pd. Fidava nell’ostilità di Luigi Di Maio nei confronti di Matteo Renzi e di Renzi nei confronti di Di Maio. Ma è stato fregato e ora deve resistere dall’opposizione, tenere la Lega sopra il 30% di consensi e soprattutto continuare a vincere alle regionali, prima in Umbria, poi Emilia, Calabria, Toscana, Liguria. Un’infilata di cerchi di fuoco che dovrà attraversare suo malgrado con il centrodestra di cui fa parte anche Forza Italia (forse oggi vede Silvio Berlusconi, tra l’altro). Ecco la coalizione che sopravvive obtorto collo alle regionali per via dell’elezione diretta del presidente e del maggioritario. Ma il problema di Savini, e anche di Giorgia Meloni, è quel proporzionale che i nuovi alleati giallo-rosa vogliono fare, togliendo quella quota maggioritaria rappresentata dai collegi uninominali. Per il Pd significa smentire alla radice il suo atto fondativo, ma sull’altare dei nuovi giochi di potere è pronto ad abiurare il suo originario dna. Proporzionale però significa mettere i piedi di Salvini e Meloni, in continua crescita nei sondaggi, nelle sabbie mobili: niente coalizioni sovraniste, nessuna indicazione del premier prima del voto, todos caballeros in campagna elettorale, poi si arriva in Parlamento e ognuno decidere liberamente con chi ballare. Dunque il «popularista» Salvini, che rilancia utopisticamente l’elezione diretta del presidente della Repubblica e un sistema elettorale maggioritario («chi prende un voto in più governa»), vuole raccogliere le firme contro la legge proporzionale «inciucio» ma deve prepararsi a cambiare schema di gioco. Deve allargare il campo, non può fermarsi alle ambiguità di Berlusconi, magari sperare che Di Maio ad un certo punto scoppi e non ce la faccia più a rimanere alleato al Pd. Deve anche sperare che Giovanni Toti con il suo movimento «Cambiamo» cresca. Insomma in prospettiva ha bisogno che nel prossimo Parlamento, quando si tornerà votare, entrino più parlamentari possibili che abbiamo espresso prima del voto un premier e un governo. Più che altro si tratta di un’illusione perché il proporzionale azzera tutto, serve a smontare ogni sicurezza post voto e ad emarginare proprio Salvini. Intanto le truppe attorno a lui si organizzano o si riorganizzano. Toti sta provando a prosciugare Forza Italia partendo dal territorio. «La nostra idea è quella di partire dai consigli regionali e non dai gruppi parlamentari per non dare l’impressione di un’operazione di Palazzo», spiega il senatore Paolo Romani che ha già lasciato Forza Italia. Le novità sono che forse già oggi in Lombardia 7 consiglieri regionali su i 14 eletti sotto le bandiere azzurre passeranno con Toti. Nel Lazio ieri ne sono passati 3 su 5. Nel Veneto presto salteranno sul nuovo soggetto del governatore ligure tutti e tre i consiglieri regionali di Fi. In Liguria già esiste da tempo il gruppo «Cambiamo». Novità in vista pure in Sicilia e Calabria. Toti vorrebbe presentare la sua lista elettorale anche alle prossime regionali in Umbria e non crede ai suoi occhi quando legge un sondaggio Swg che lo dà già al 2,3%. Dentro Forza Italia non ci credono, gli fanno la guerra, non lo vogliono in coalizione, addirittura non intendono sostenere la ricandidatura di Toti alle regionali liguri del prossimo anno. Ma Salvini replica che non accetta esclusioni, ma anzi bisogna allargare .

T rail governo dell’avvocato di se stesso, e la piazza dove rivendicano il voto democratico ma fanno il saluto romano, esiste nonostante tutto una Terza Italia. Quelli che non si piegano all’agiografia di “Conte statista”. Quelli che avrebbero ritenuto necessario votare, sia pure senza farsi dettare i tempi da Salvini. «C’è qualche milione di persone, democratiche, di sinistra, che non va neanche più a votare», spiega Ignazio Marino, in una pausa in ospedale a Filadelfia. «E con questa operazione andrà sempre peggio. Aumenta la disaffezione, lo scollamento». Secondo l’ex sindaco di Roma, «ci sarebbe lo spazio per fare qualcos’altro: se tu riuscissi a ripartire con qualcosa di nuovo, con al centro le esigenze sociali. Ma non puoi farlo con chi ha votato i decreti sicurezza e difeso Salvini fino all’ultimo». L’avvocato del popolo, ricorda Marino, «solo pochi mesi fa scrisse una memoria di quattro pagine per difendere in toto Salvini nella vicenda Diciotti». Non è, quello Pd-M5S, il nuovo grande compromesso storico, «nel ’78 ci fu una potente elaborazione culturale, si produssero leggi come la 194, la 180, la cosiddetta legge Basaglia, che tra l’altro fu scritta da un deputato del pci, ma fatta firmare a un democristiano, o la 833, sul servizio sanitario nazionale. Si lavorava a un progetto alto, non a questa cosetta qui». L’alleanza Pd-M5S «può essere proposta solo allo zoccolo duro del Pd, ma perderanno voti: tutti i liberi pensatori e le persone dotate di spirito critico». Paradossale è che «proprio quelli che rivendicano la democrazia e il Parlamento infilano il sesto presidente del Consiglio che non si è presentato alle elezioni, e dunque è privo di consenso». Il che ovviamente non significa illegittimo. Una minoranza di persone, sia pure di rilievo, da Carlo De Benedetti a Nadia Urbinati, da Lucia Annunziata a Carlo Calenda e Emma Bonino (ieri bravissima sul «Pd diversamente populista»), o nel Pd Matteo Richetti, con tutte le diversità hanno sollevato dubbi e tenuto accesa una critica a questa modesta operazione, per la quale Gianni Cuperlo alla Festa dell’Unità aveva nientemeno evocato altri tornanti italiani come la stagione Berlinguer-Moro. È illuminante qui ascoltare Arturo Parisi, che fondò qualcosa di un po’ più serio del Conte2, ossia l’Ulivo: «Il nodo della continuità è quello che dice più di tutti della novità della fase che si sarebbe aperta. Almeno su questo i due partner avrebbero dovuto ritrovarsi. Come si può fondare una qualsiasi unione se uno dei due la pretende in continuità con la precedente e l’altro la racconta come una novità di rilievo? Passi una tregua con le armi al piede contro un avversario rivelatosi all’improvviso un nemico comune. Ma addirittura un accordo a tempo indeterminato che in troppi vorrebbero legittimare celebrando su due piedi nientedimeno che un matrimonio?». Si sta spalancando un abisso di sfiducia popolare, che alimenterà ancora di più nazionalismo e populismo: «Come è possibile in poche ore un rovesciamento di alleanze di questa portata senza che questo alimenti tra i cittadini sentimenti di cinismo e opportunismo destinati a lasciare traccia aggravare ulteriormente l’idea che loro hanno già della politica e della democrazia? Dà da pensare più la velocità con la quale i cittadini si sono adeguati che le residue resistenze al riguardo. Come dimenticare che se Salvini non avesse lui e lui da solo aperto la crisi Conte sarebbe ancora il suo Presidente e Di Maio il suo collega junior? Solo una negoziazione rigorosa e armata di una alternativa avrebbe potuto difenderci da questo esito». Non è una questione di banale trasformismo di Conte: «Il cambiamento nella guida del governo doveva essere una pre-condizione. Invece siamo qua a cantare un Conte2 come se quello di prima fosse stato un Conte Zero. O, in alternativa, a celebrare un 5S bis fondato sulla centralità postideologica dei grillini aperta quindi ad alleanze reversibili». Mancano un po’ i quarantenni, al solito bramosi di carriere? Certo colpiscono le idee magistrali di Emanuele Macaluso, 95 anni: «L’avvocato Conte, dopo 14 mesi da “sottopresidente” del Consiglio al servizio di Di Maio, ha detto che lui non ha nulla a che vedere con il M5S ed è invece super partes. Prendiamola per buona questa intenzione, di voler cioè interpretare un nuovo ruolo adesso con il Pd. Ma come mai il protagonista del Grande Fratello, Rocco Casalino, che la Casaleggio ha incaricato di fare il guardiano e portavoce di Conte (che ha partecipato anche a colloqui riservati di governo) si trova ancora a palazzo Chigi e segue l’avvocato sempre in guisa di guardiano della Casaleggio? Misteri del 2019».

Meglio chiarirlo subito, prima di entrare nei tormenti dei due partiti di maggioranza sullo scoglio numero uno, capace di far franare ogni governo: Pd e 5Stelle hanno già un accordo di massima sulla legge elettorale. Che andrà in porto non prima di un mese, anche perché il premier – a quanto dicono in casa Dem – non intende correre a perdifiato, per non stressare il Pd alle prese con un tornante non da poco come l’abbandono della cosiddetta «vocazione maggioritaria». Taglio parlamentari a ottobre I grillini aspetteranno dunque un mese per incassare il taglio dei parlamentari, poi si procederà con la riforma dei regolamenti delle due Camere e poi con quella del sistema di voto. Riforma su cui c’è un’intesa di massima, per il proporzionale puro. «Non ci impicchiamo sui tempi, questo deve essere il governo della fiducia reciproca», tende la mano Graziano Delrio. «A ottobre si può procedere con il taglio dei parlamentari, a patto si trovi un accordo su un testo condiviso di legge elettorale». E questo accordo potrebbe comportare una novità: ovvero una legge con soglia di sbarramento al 4%, che produrrebbe un doppio effetto. Il primo, un ingresso di Leu nel Pd. Il secondo, una torsione in senso maggioritario superiore – a detta dei tecnici – del Rosatellum oggi in vigore. Perché uno sbarramento al 4% dei voti produrrebbe il cosiddetto effetto «disproprozionale». Inducendo gli elettori a votare per i partiti più grandi, semplificando il quadro politico e tagliando via i “cespugli”. Il fattore Renzi è un problema Ma come spesso avviene in politica, sono gli avversari ad accendere i riflettori sulle magagne degli altri e quindi è utile sentire cosa dice il salviniano Igor Iezzi in un corridoio della Camera, mentre al Senato il suo leader spara contro «l’inciucio a vita» inseguito da Pd e 5Stelle contro chi, come lui, propugna la tesi del «chi prende un voto in più governa». «Mica è così semplice per loro fare un accordo per passare al proporzionale puro: se mettono una soglia di sbarramento sopra il 4% – fa notare Iezzi – rischiano di non avere i voti dei piccoli partiti, che al Senato sono essenziali. Se la mettono troppo bassa, il Pd rischia di favorire la scissione di Renzi, dandogli qualche speranza di far eleggere qualcuno…». Ecco il dilemma del Pd ben squadernato, al punto che a sentirselo ripetere mezz’ora più tardi davanti il portone di Palazzo Madama, prima di entrare alla riunione sul tema con Marcucci e gli esperti Dem, Delrio non può far altro che allargare le braccia, come a dire, lo so bene…Nessuno si nasconde infatti che col 4% si aprirebbe un problema con Renzi, che viene dato in uscita dal Pd per costituire propri gruppi parlamentari e in futuro una sua formazione, quotata per ora dai sondaggisti proprio intorno al 3-4%. Per non dire del problema numero uno: chi convincerà i fondatori, Prodi, Veltroni, Parisi che sia giusto abbandonare il maggioritario che faceva parte del Dna del Pd? Con la formula della soglia alta i Dem proveranno a tacitare i malumori. Lotta contro il tempo Insomma, dice bene Iezzi, non è semplice la partita e infatti alla prima curva la macchina si incaglia. Un problema di tempi ce l’hanno infatti i grillini, che non possono dare troppa corda al Pd sulla legge elettorale tutta da costruire, perché se ritardano troppo a sbloccare il taglio dei parlamentari con l’ultimo voto atteso alla Camera, potrebbero venir subissati di attacchi sui social. E quindi per loro è cruciale la lotta contro il tempo. I capigruppo Pd ieri si sono confrontati in vista di una probabile riunione allargata agli altri partiti della maggioranza. Gli esperti Dem, Marcucci, Delrio, Parrini, Migliore hanno fatto una prima ricognizione sui tempi e sulle varie riforme istituzionali in cantiere. I grillini hanno la garanzia che il taglio dei parlamentari sarà fatto a ottobre, il resto è tutto da costruire.