Alcuni storcono il naso, poi se lo turano. Alla fine sono pochissimi i senatori che votano in dissenso rispetto al proprio gruppo ed esprimono un voto diverso.

Tra loro c’è il 5 Stelle Gianluigi Paragone. Nei corridoi del Senato definisce «vanesio» il presidente del Consiglio (concordando, di fatto, con il leghista Borghi, secondo il quale il premier «ha rotto»). Poi, in Aula, attacca i colleghi: «Dalle parole guerriere sono passati al linguaggio mite. Non mi dite che cambierete l’Europa, perché l’Europa vi ha già intellettualmente corrotti. E il Pd è la garanzia italiana del fanatismo europeo». Paragone cita Ionesco, dice che questo è diventato «il governo dell’assurdo e Conte è il rinoceronte, contro il quale prima ci si indignava perché faceva danni e poi ci si identifica». La conclusione è questa: «La tentazione di votare no è forte, mi asterrò solo per rispetto di chi, in ipnosi in buona fede, pensa che funzioni la rivoluzione della pochette». Astensione che gli consentirà di non essere espulso. Tra i suoi colleghi ce ne sono altri scontenti. Mario Giarrusso si scaglia contro il ministro Bellanova che vuole ratificare il trattato Ceta e contro Gentiloni, «che ha vivacchiato finora nel sottobosco romano». Ma poi vota sì. Come il collega Alberto Airola, sensibile alla Tav e indignato perché ai Trasporti c’è finita la dem Paola De Micheli. Il pugliese Lello Ciampolillo, che contesta il taglio degli alberi per la xylella, diserta l’Aula, assente ingiustificato, come altri sette. Paradossale il caso di alcuni ex M5S, espulsi proprio perché avevano posizioni vicine al Pd, che hanno votato la fiducia. Tra loro ci sono Gregorio De Falco e Paola Nugnes.

Originale la posizione di Emma Bonino, che schiera +Europa per il no, anche se alla Camera Riccardo Magi aveva detto sì. Nel Pd è Matteo Richetti, già diversamente renziano, a dire no. Un no «costruttivo» perché, dice riferendosi al premier, «non mi fido dell’abilità dell’avvocato del popolo che quando cambia il popolo rimane avvocato». Richetti assicura che «Salvini e la destra saranno sempre i miei avversari», ma dice di non voler partecipare ad «alleanze maldestre con chi ha consentito alla Lega di raddoppiare i voti. Andrò nel gruppo misto per rispetto al mio gruppo e ho messo nel conto di lasciare il Pd. Comincerò a costruire un nuovo spazio, magari con Calenda».

Si astiene, invece, la senatrice di Forza Italia Donatella Conzatti, «perché non posso trovarmi dalla stessa parte di chi è per la democrazia illiberale».

Il suo governo cadrà, presidente Conte. Cadrà q ui, i n S en a – to…» Nessuno, che si sappia, può testimoniare se il premier del governo rosso-giallo si sia discretamente toccato quando Renato Schifani, cupo e affilato, ha indossato i panni antichi d’un indovino menagramo per annunciargli un futuro fosco. Certo, non è bello ricevere un cattivo auspicio il giorno in cui s’incassa, dopo quella alla Camera, la seconda fiducia a Palazzo Madama. «Lei cadrà qui, in Senato, come abbiamo fatto in modo che nel 2008 cadesse il governo di Romano Prodi. La sua, presidente, è infatti un’alleanza eterogenea, composta da partiti che non solo non la pensano allo stesso modo, ma hanno storie diverse». Inconciliabili, secondo il senatore forzista: «Lei può partire oggi, avrà la maggioranza in Senato, ma gradualmente l’erosione del suo governo sarà irreversibile…». Oddio, se poteva sbagliare il veggente Calcante, per Omero il più bravo di tutti , figuratevi Schifani. Ma è lo stesso ex «Avvocato del popolo»asapere che sarà dura in generale per il suo nuovo esecutivo, ma in particolare al Senato. Dove già ieri mattina, appena si è affacciato al suo posto in aula è stato accolto da una selva di urla e fischi e «buuuuu». Lui non ha fatto una piega. E non una delle quattro pieghe della sua pochette ha vibrato di emozione. Ma per ore e ore, dai banchi più in alto della Lega e dei Fratelli d’Italia dove ogni tanto appariva un cartello che i commessi si affrettavano a rimuovere, gli hanno scaraventato addosso insulti di ogni genere. E lui lì, sotto l’uragano. Impassibile. Appena appena l’accenno a un sorriso ironico durante l’intervento del senatore forzista Marco Perosino. Che dopo aver paventato col nuovo governo un futuro catastrofico con l’okay allo «ius soli a chi nasce e ai genitori e anche ai nonni che vengano a operarsi di cataratta e di ernia» e «droga libera per tutti» e «il suicidio assistito anticamera dell’eutanasia» e «l’utero in affitto, le adozioni gay, il gender e tutte le perversioni contro natura» ha affidato l’Italia al Cielo. Ma non solo alla «Bedda Matri» come faceva Totò Cuffaro. Di più, di più: «Prego la Madonna, San Francesco e Santa Caterina, patroni d’Italia, e San Pio da Pietralcina, che era un buono, affinché ci proteggano». Basteranno? Un po’ meno apocalittico il «meloniano» Francesco Zaffini, armato lancia in resta contro tre comunismi contiani: il «comunismo del Pd di cui essi stessi si vergognano», il comunismo «paleolitico» di Leu e su tutti il «comunismo dei 5 Stelle, che possiamo tranquillamente chiamare comunisti inconsapevoli (inconsapevoli di tutto, anche dell’essere comunisti)». Da non perdere il minishow di Licia Ronzulli, senatrice e braccio destro operativo di Silvio Berlusconi, che dopo aver denunciato «il governo della paura, che ha paura di andare al voto e che fa anche paura a tanti cittadini», tira fuori un piccolo armamentario e lo sparpaglia sul suo seggio per i grillini: «Vi regalo un lucchetto, che sostituisce l’apriscatole con cui dovevate aprire le istituzioni, mentre vi ci siete asserragliati e blindati dentro. Abbiamo poi il tonno, perché l’appetito vien mangiando e in questo caso anche l’appetito del potere. Quindi la colla, che vi tiene ben fermi sulle vostre poltrone e infine lo scotch, l’unico strumento, così fragile, che tiene insieme i partiti di questa maggioranza». Non meno divertente il siparietto tra Ignazio La Russa e la presidente del Senato Elisabetta Casellati. La vecchia volpe pizzuta della destra missina e poi aennina, oggi presidente di Fratelli d’Italia, si avvita c o n g arbo i n u n ragionamento sulla inevitabilità che il Quirinale aprisse solo a una maggioranza parlamentare come quella individuata, inevitabilità che secondo lui non c ’era… Tutto rispettoso, va detto, nel contesto delle urla belluine di questi giorni. Salta su la Casellati: «Presidente La Russa, sarebbe meglio evitare i riferimenti al presidente Mattarella, come lei sa». Mah… Il cuore della giornata, non poteva esser diversamente, resterà comunque lo scontro frontale tra Matteo Salvini e Giuseppe Conte. Col leaderleghista che rinfaccia al «suo» ex premier d’esser un voltagabbana «inchiodato alla poltrona come le vecchie mummie della prima repubblica» e l’altro che gli risponde duro che è stato lui che «con una certa arroganza e scarse cognizioni di diritto costituzionale, ha ritenuto, nell’ordine, di attivare unilateralmente una crisi di governo, e questo è pienamente legittimo, ma poi di poter unilateralmente decidere di portare il Paese alle elezioni e ancor più unilateralmente di portare il Paese alle elezioni e alla campagna elettorale da ministro dell’Interno» nonché «unilateralmenteearbitrariamente di concentrare definitivamente nelle proprie mani tutti i pieni poteri». Botte di qua, botte di là. Urla di qua, urla di là. Con qualche dettaglio divertente. Come l’invettiva del Capitano del Carroccio contro «una nuova legge elettorale proporzionale per garantireavita l’inciucio e i giochi di palazzo in Parlamento». Invettiva legittima, si capisce: non si dovrebbero fare leggi elettorali su misura dei propri interessi di bottega. Era curioso, però, vedere chi applaudiva alla sua sinistra l’indignato Matteo. Roberto Calderoli. Quello che s’inventò nel 2006 una legge su misura per fregare Romano Prodi dato per sicuro vincitore delle elezioni in arrivo: «Lo dico francamente», disse poi a Matrix, «l’ho scritta io ma è una porcata».

 

Come se non bastasse, ai social network abbiamo giocoforza delegato pure parte del nostro rapporto con la morte. «Facebook è già il cimitero più grande del mondo: sono circa 50 milioni i profili di persone morte e più di 30mila i decessi quotidiani di chi è iscritto al social» sgombra il tavolo dai dubbi con i numeri Davide Sisto, tanatologo — studioso della morte — che ha scritto La morte si fa social (Bollati Boringhieri, 2018) e l’anno prossimo rilancerà con la stessa casa editrice con un testo sugli effetti dell’accumulo dei ricordi online sulla nostra relazione con il passato.

Entro la fine del secolo, secondo uno studio dell’Università britannica di Oxford, i profili di persone decedute potrebbero addirittura diventare più numerosi di quelli dei vivi. Il colosso californiano ne è ben consapevole, motivo per cui la scorsa primavera ha messo in campo la sua intelligenza artificiale per cercare di evitare a chi è vivo e non se l’è ancora sentita di convertire l’account della persona morta a lui o lei vicina in «commemorativo» (una versione di fatto silenziata) di essere bombardato da notifiche su compleanni che non ci saranno più o da consigli su eventi che potrebbero interessare a chi non potrà parteciparvi.

E noi? Come stiamo reagendo a questa sorta di immortalità digitale? «Dal punto di vista psicologico ed emotivo è rischioso, anche perché possono verificarsi situazioni al limite. C’è stato il caso della madre di un ragazzo che dopo la morte del figlio era risalita alla sua password, aveva preso possesso del profilo e aveva iniziato a pubblicare in prima persona. A lei faceva bene, probabilmente, ma per gli altri che avevano patito il lutto non era facile da gestire (poi il social è intervenuto, ndr)» spiega Sisto che parlerà di questi temi al Festival filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo.

E fa un altro esempio: «I genitori di una ragazza britannica, Hollie Gazzard, anni fa non si sono dati pace finché Facebook non ha rimosso le foto in cui era taggata con il suo assassino». Chiaro e comprensibile: bello o brutto che sia, il ricordo costante, imposto da altri o da un algoritmo, può fare molto male.

Anche perché, prosegue, «gli oggetti materiali presenti nelle case, come fotografie o vestiti, possono essere spostati e tolti dal campo visivo. L’abitazione digitale rende impossibile farlo. E l’intersezione continua fra passato e presente, oltre a rendere difficile l’elaborazione del lutto, come confermano spesso i genitori di figli morti in giovane età, non ci aiuta nella costruzione del nostro futuro».

La madre di un ragazzo deceduto aveva recuperato la password del figlio e aveva preso a scrivere al suo posto. A lei faceva bene ma per molti altri che avevano patito il lutto non era facile

Il filosofo e scrittore guarda anche al bicchiere mezzo pieno: «Sul piano pedagogico queste situazioni permettono di parlare delle morte. L’aspetto positivo di una situazione inedita è senza dubbio questo: offline, soprattutto in Italia — mentre nel Nord Europa la situazione è un po’ diversa — c’è una totale negazione dell’idea della mortalità. Quando se ne parla in pubblico si assiste a reazioni forti e dolorose».

La costante presenza in Rete di chi non c’è più, invece, «ci ricorda quali siano le regole della vita, che non ci permettono di scegliere, e ci permette di ripensare al nostro modo di stare al mondo e di provare a gestire meglio il tempo che abbiamo a disposizione». C’è un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi: in seguito ai fatti di cronaca nera, sia i profili della vittima sia quelli dei loro familiari diventano meta di amici e conoscenti ma anche di curiosi. «Può esserci un risvolto positivo. Di solito chi patisce un lutto dopo i primi momenti si trova isolato, perché gli altri non sanno bene cosa dire o fare. Continuare a scrivere sul proprio profilo social sapendo di avere dei lettori, anche non appartenenti alla cerchia ristretta, può essere di conforto», fa notare Sisto, sottolineando come il rischio sia invece «la spettacolarizzazione della sofferenza».

Se, come detto, l’intelligenza artificiale è stata già schierata dalle grandi piattaforme per arginare i problemi, c’è chi ha provato a sfruttare il progresso tecnologico per tentare di dialogare con i morti: «Come l’informatica russa Eugenia Kuyda nel 2016: ha sviluppato un programma che elaborava quanto scritto da un amico su WhatsApp, Messenger o nelle mail quando era ancora vivo per ipotizzare come avrebbe risposto in una chat dall’aldilà».

Dice, giustamente, Sisto che «può rivelarsi pericoloso, se fa pensare di poter trattenere chi non c’è più, e che, seppur interessante a livello scientifico, è un dialogo farlocco, perché ovviamente è solo un artificio». Immortali sì, ma fino a un certo punto.

Lo aveva detto il Commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager, mesi fa, ma ora la stessa accusa arriva dagli Stati Uniti. «Il gruppo californiano ha cementato la propria predominanza nelle pubblicità nei motori di ricerca, proteggendosi dalla concorrenza, imponendo clausole contrattuali restrittive ai siti Web di terze parti. Un comportamento improprio — ha sottolineato più volte Vestager — che è durato per oltre un decennio e ha precluso ad altre imprese la possibilità di competere ». Accuse che si affiancano ora a quelle di casa propria, gli Usa, dove 50 procuratori generali di 48 Stati (e del District of Columbia, dove si trova Washington, e del territorio di Porto Rico) hanno lanciato l’indagine. L’accusa, sempre la stessa: abuso di posizione dominante contro la libera concorrenza e a danno della tutela dei consumatori. Gli unici due Stati americani che non hanno partecipato all’iniziativa sono la California, dove l’azienda ha la sua sede centrale, e l’Alabama. «Molti consumatori credono che Internet sia gratuito, ma noi abbiamo imparato che non lo è. Google è un’azienda che domina tutti gli aspetti della pubblicità» ha spiegato ieri il procuratore generale del Texas Ken Paxton, un repubblicano che dirige la coalizione dei pubblici ministeri bipartisan che ha avviato l’indagine. Mountain View in Europa è stata già multata per violazione delle norme Antitrust con 9 miliardi di dollari negli ultimi tre anni e di recente ha ricevuto una multa da 170 milioni di dollari dall’autorità federale Usa per violazione della privacy dei minori attraverso la sua controllata YouTube. Ma non è l’unica multinazionale della Silicon Valley nel mirino. Basti pensare all’indagine lanciata contro Facebook da un altro gruppo di otto Stati americani con Mark Zuckerberg reduce dalla stangata da 5 miliardi per la violazione dei dati personali nello scandalo Cambridge Analytica.

Se c’è una sorpresa che i partecipanti al forum The European House-Ambrosetti possono raccontare della 45esima edizione del meeting di Cernobbio appena conclusa, è l’esordio a Villa d’Este di Gabriele Bibop Griesta, 47enne italiano co-fondatore e presidente di Hyperloop TT, la società Usa che sta realizzando il treno-capsula supersonico che viaggia dentro un tubo a 1.200 km all’ora, ideato da Elon Musk.

La curiosità e l’interesse per il vulcanico imprenditore giramondo — vive tra Los Angeles e Dubai — sono state genuine da parte della platea. La possibilità che anche in Italia venga costruito un Hyperloop — analogamente a quanto la società sta realizzando in varie parti del mondo, dalla Cina a Dubai (i primi 5 km di servizio sono attesi entro il 2020) agli Stati Uniti a Tolosa, in Francia, dove Griesta ha ottenuto importanti finanziamenti pubblici e taglio delle tasse per la realizzazione della prima capsula e del tubo — non è apparsa remota nei colloqui a margine del forum, anche se ad oggi non ci sono progetti concreti. Tra chi ha avuto incontri riservati con Griesta ci sono Maurizio Tamagnini, numero uno del Fondo Fsi, il presidente di Ferrovie Nord Milano Andrea Gibelli — che non ha nascosto l’entusiasmo per le tecnologie innovative di Hyperloop come le proiezione sui finestrini di video e realtà aumentata —, esponenti di Rfi, la rete ferroviaria italiana, Leonardo, Avio. L’interesse è concreto perché Hyperloop non si pone in concorrenza ma come soggetto che può collaborare con le società tecnologiche che possiedono reti, come ferrovie o autostrade.

Le aree in cui in Italia si potrebbe realizzare Hyperloop sono varie, dal Sud alla pianura padana alla dorsale adriatica. Ma su questo Griesta tiene le carte coperte. Non foss’altro che per evitare i problemi già affrontati in altri Paesi: lì dove è stato annunciato l’arrivo di Hyperloop, è scattata la speculazione sui terreni, acquistati per lucrare sulla rendita di posizione. Facendo però lievitare i costi di Hyperloop.

Il vicebrigadiere Andrea Varriale non è l’unico ad aver mentito su quanto accaduto la notte tra il 25 e il 26 luglio scorsi, quando il suo collega Mario Cerciello Rega è stato ucciso con 11 coltellate. Anche il suo capo ha raccontato bugie e per questo, dopo aver indagato Varriale per violata consegna perché aveva effettuato l’operazione di recupero dello zaino del mediatore dei pusher Sergio Brugiatelli senza la pistola di ordinanza, la Procura militare guidata da Antonio Sabino potrebbe estendere gli accertamenti. E verificare i comportamenti di tutti i carabinieri in servizio quella sera, in modo da colmare le lacune che ancora segnano la ricostruzione della vicenda. In particolare il comandante della stazione Farnese Sandro Ottaviani che ha raccontato di aver ricevuto l’arma di Varriale in ospedale, mentre è ormai accertato che fosse stata lasciata in caserma. Sono i verbali e le informative dell’indagine sui due americani accusati di omicidio — Lee Finnegan Elder e Gabriel Natale Hjorth — ad alimentare nuovi dubbi.

Si torna al 28 luglio quando Varriale ricostruisce la sera di fronte al colonnello Lorenzo D’Aloia e dichiara: «Io avevo indosso la pistola di ordinanza e le manette di sicurezza». È una bugia, sono cinque i carabinieri intervenuti dopo l’aggressione, che lo smentiscono. Il 4 agosto il maresciallo Daniele De Nigris afferma: «Ho chiesto testualmente a Varriale se in quel momento fosse armato o dove si trovasse la pistola. Varriale ha risposto “non sono armato, la pistola è in sicurezza in caserma”».

Il giorno dopo il carabiniere scelto Alberto Calvo è più esplicito: «Al suo ritorno dall’ospedale ho chiesto a Varriale perché non avesse usato l’arma di ordinanza e lui mi rispose che le armi erano state portate in caserma e messe in sicurezza. Visto che la mia domanda era rimasta fondamentalmente senza risposta, l’ho ribadita chiedendo nuovamente a Varriale se avesse l’arma al seguito. Questi però mi ha fornito la stessa risposta». Lo stesso dicono altri tre colleghi e così il procuratore reggente Michele Prestipino lo fa convocare in procura. E Varriale è costretto ad ammettere: « Quella sera quando siamo usciti sia io che Cerciello avevamo in dotazione le manette, ovviamente i tesserini, ma abbiamo lasciato le pistole in caserma proprio in relazione al tipo di servizio che dovevamo fare… Credo di aver già riferito la circostanza anche ai miei superiori gerarchici».

In realtà a coprire la bugia di Varriale è il primo agosto, a verbale, il suo comandante Sandro Ottaviani.

Domanda: Quando ha constato che il vicebrigadiere Cerciello aveva effettuato il servizio senza la pistola di ordinanza?

I dubbi

Resta da capire perché non ha detto la verità e se ci sono state altre falsità per coprirlo

Ottaviani: La mattina del 26 luglio verso le 11,30 quando sono rientrato in ufficio ho verificato che nell’armadietto personale assegnato a Cerciello era riposta la sua pistola d’ordinanza.

Domanda: Riguardo all’arma in dotazione a Varriale?

Ottaviani: Varriale mi ha consegnato l’arma al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito dove aveva appreso che Cerciello non aveva l’arma al seguito.

Non è vero, come si accerterà in seguito. Perché Ottaviani ha mentito? Sperava di «coprire» soltanto la violata consegna del suo sottoposto oppure c’è ben altro dietro questa bugie? Il sospetto è che in realtà ci siano affinità tra alcuni carabinieri e i pusher della zona e questa catena di bugie contribuisce ad alimentarlo.

I quasi 28 mila euro al metro quadro chiesti qualche anno fa da Gérard Depardieu per vendere il suo palazzo ottocentesco in rue du Cherche Midi — 1800 m2, totale 50 milioni — restano un picco, così come i 36 mila euro pagati quest’anno accanto al Museo d’Orsay.

Quel che preoccupa opinione pubblica, politici e in particolare i candidati all’elezione per il nuovo sindaco (marzo 2020) non sono tanto le eccezioni ma la normalità, ovvero il prezzo medio del mattone a Parigi. La soglia dei 10 mila euro è stata ufficialmente superata in questo inizio di settembre, e le cifre della camera dei notai confermano un sospetto sempre più solido negli ultimi anni: Parigi sta diventando ormai una città riservata ai ricchi, i soli che possono permettersi certi investimenti per comprare una casa o anche, di conseguenza, per prenderla in affitto.

Simbolo della Francia nel mondo, identificata con il suo Paese più di qualsiasi altra capitale, legata a una tradizione e un immaginario anche popolari (da Victor Hugo a Édith Piaf), Parigi si sta staccando dal resto della nazione e dalle sue classi meno privilegiate. Una città-mondo, come le anglosassoni Londra (14 mila 500 €/m2) e New York (13 mila 500 €/m2), tra le poche metropoli che ancora la superano in termini di costo della casa.

Siamo molto lontani dai 4.000 al metro quadro di Milano e dai 3.000 di Roma. Certo, è il segnale che la capitale francese è sempre più attraente grazie a una struttura economica, una qualità della vita e un’immagine resistite agli attentati islamisti e più di recente alle distruzioni dei gilet gialli. Ma la classe media, le famiglie, non sono più in grado di comprarsi un appartamento, e spesso neanche di affittarlo. «Si arriva a Parigi per studiare e magari cominciare la vita di coppia — dice il sociologo Jean Viard —. Ma appena arrivano i figli molti lasciano la capitale. Parigi diventa un luogo di passaggio, come una stazione».

Dal 2011 Parigi perde circa 12 mila abitanti l’anno, mentre nell’ultimo decennio il prezzo del metro quadrato è aumentato del 66 per cento. Per comprare un appartamento di 100 m2 ci vogliono l’equivalente di trentuno anni di stipendi medi a Parigi, e solo sette nel resto della Francia. Si va dalla zona di Pont-de-Flandre, nel nord della capitale, dove il prezzo medio è di 7.200 euro, a quella di Odéon, vicino al giardino del Lussemburgo, la più costosa con 15.740; ma la soglia dei 10 mila è stata già superata nella metà degli 80 quartieri di Parigi.

Secondo i notai, quasi il 90% di chi ha comprato casa a Parigi nel 2018 appartiene alla fascia sociale denominata CSP+, le «categorie sociali professionali superiori»: avvocati, banchieri, manager e protagonisti dei media, meglio se in coppia con due stipendi importanti. Gli altri sono costretti a trasferirsi in provincia o nell’immediata periferia. Montreuil, ormai quasi ugualmente costosa e gentrificata (le classi più agiate sostituiscono quelle popolari) sta a Parigi come Brooklyn sta a Manhattan.

Il mercato immobiliare vive un momento di grande successo in tutta la Francia grazie ai tassi fermi all’1 per cento che incoraggiano i mutui ovunque. Ma la situazione di Parigi è unica: una domanda in aumento costante, un’offerta bloccata perché i XX arrondissement sono già stracolmi e non si può costruire oltre, l’interesse degli stranieri facoltosi di tutto il mondo, e un mercato turbato dagli alloggi destinati ad Airbnb, la piattaforma online che peraltro è accusata di avere pagato solo 148 mila euro di tasse per tutto il 2018 e per tutta la Francia.

«Troppi turisti, dobbiamo ridare Parigi ai parigini», dice Gaspard Gantzer, ex compagno di corso di Emmanuel Macron, ex consigliere di François Hollande all’Eliseo e oggi candidato sindaco. Il tema della casa è centrale per le elezioni del marzo 2020. «A Parigi potranno abitare anche le persone comuni», ripete la sindaca in carica Anne Hidalgo, ma è la stessa promessa della campagna precedente, nel 2014.

Le confidenze, le chiacchiere di Donald Trump con i russi avevano compromesso la copertura di una delle spie americane a Mosca. Così, tra maggio e giugno del 2107, i vertici dell’intelligence decisero di rimpatriare «la risorsa» che aveva il compito di monitorare le mosse di Vladimir Putin. La notizia, rivelata ieri dalla Cnn, cade nel giorno in cui rientrano i parlamentari nel Congresso e riprende la discussione sul possibile impeachment , la procedura che può portare alla rimozione del presidente.

È il 10 maggio 2017. Trump riceve nello studio ovale il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e l’allora ambasciatore russo a Washington Sergei Kysliak. Le telecamere li riprendono mentre si scambiano battute, ridendo di gusto. Eppure siamo già nel bel mezzo del «Russiagate». Il giorno prima, il 9 maggio, il leader americano aveva licenziato il direttore dell’Fbi, James Comey, accusandolo di alimentare «la caccia alle streghe», indagando sui rapporti tra il comitato elettorale del costruttore newyorkese e il Cremlino. Da lì a poco, il 17 maggio, il vice ministro Rod Rosenstein affiderà il dossier al super procuratore Robert Mueller.

Nel frattempo, il 15 maggio, il Washington Post rivela che in quell’incontro alla Casa Bianca, Trump aveva condiviso informazioni riservate, fornite dagli israeliani, sui movimenti dell’Isis in Siria. I servizi segreti americani erano in allarme da mesi. L’Fbi, per esempio, analizzava con sospetto i contatti tra il generale Michael Flynn, stretto collaboratore di Trump, e l’ambasciatore Kysliak.

Il rischio per l’agente infiltrato a Mosca era diventato troppo alto. Da qui, secondo quanto hanno raccontato «cinque fonti» alla Cnn, la decisione di smantellare una posizione «unica, senza alternative» e «che non si può rimpiazzare in una notte». Il presidente e pochi altri erano stati informati per tempo. Ieri, però, la portavoce della Casa Bianca, Stephanie Grisham, ha negato su tutta la linea: «Il servizio trasmesso dalla Cnn non solo è sbagliato, ma potenzialmente mette in pericolo alcune vite».

Il Cremlino è riuscito ancora una volta a vincere praticamente ovunque le elezioni locali tenute ieri. Ma le cose non sono andate del tutto lisce e in alcune realtà, soprattutto nella capitale, gli oppositori democratici sono stati in grado di mandare un segnale inquietante per il potere: lo scontento delle nuove generazioni urbane può anche trasformarsi in dissenso elettorale. E potrebbe crescere in vista degli importanti appuntamenti dei prossimi anni: legislative, presidenziali.

Il blogger Navalny, felicissimo del risultato, aveva invitato a votare ovunque candidati di qualsiasi partito purché fossero in grado di sconfiggere gli uomini di Russia Unita (peraltro scesi in lizza senza la casacca di un partito molto screditato). A Mosca i putiniani hanno mantenuto la maggioranza assoluta ma sono scesi da 38 a 25 seggi. Netta sconfitta anche in due città siberiane, Irkutsk e Khabarovsk. Ma qui l’intera regione è feudo da tempo dei liberaldemocratici che fanno opposizione solo a parole.

Vittoria invece per tutti i governatori di Russia Unita in lizza, compreso quello di San Pietroburgo. Ora sarà importante capire se l’opposizione democratica riuscirà a mettere a frutto il risultato unendosi e organizzandosi per le future scadenze. I segnali che arrivano, però, non appaiono incoraggianti per loro.

Nel resto del mondo è diventato celebre per i suoi stentorei richiami ai deputati: Oooordeeeer!, ordine! Più che altro vocalizzi virtuosistici, ascendenti, discendenti, trascinati, modulati in tutte le tonalità: performance che sono diventate virali sul web e che lui, nell’Aula di Westminster, intercalava a un’oratoria forbita e altrettanto manieristica.

Ma in Inghilterra, lo speaker (ossia il presidente) del Parlamento John Bercow, che ha annunciato ieri le sue dimissioni, è considerato un personaggio particolarmente controverso, e non tanto per le sue fantasmagoriche cravatte: dai banchi del governo è stato più volte accusato, lui conservatore, di voler mettere in tutti i modi i bastoni fra le ruote della Brexit.

E seppure il suo ruolo avrebbe dovuto essere quello di arbitro imparziale dell’Aula, non aiutava il fatto che sua moglie andasse in giro per Londra con un adesivo sulla macchina che proclamava Bollocks to Brexit, ’fanculo la Brexit. L’arbitro che si è fatto giocatore, hanno commentato da più parti.

In aggiunta, a Bercow è stato rinfacciato di non aver mai fatto molto contro il clima di bullismo e molestie a Westminster: forse anche perché pare che lui stesso trattasse i suoi collaboratori in maniera tirannica, anche se lui ha sempre negato. Lo speaker uscente si sentiva sicuramente molto investito dalla sua carica: forse anche un po’ pieno di sé. E si era permesso gesti clamorosi, come il rifiuto di invitare a Westminster Donald Trump, considerato indegno di rivolgersi alla gloriosa Aula di Westminster.

Di certo, Bercow è stato uno strenuo sostenitore delle prerogative del Parlamento rispetto al governo. In Gran Bretagna, dove non esiste una Costituzione scritta, l’equilibrio fra il potere legislativo e quello esecutivo è cangiante: ma Bercow ha fatto di tutto per spostare la bilancia dalla parte dei deputati. Fino a resuscitare arcane procedure parlamentari, come quando mesi fa si appellò a un oscuro precedente del Seicento per impedire a Theresa May di ripresentare per l’ennesima volta in Aula il suo accordo sulla Brexit.

«Durante il mio periodo come speaker, ho cercato di accrescere l’autorità relativa della legislatura — ha detto ieri —. Cosa per la quale non mi scuserò in nessun modo con nessuno, in nessuno luogo, in nessun momento»: ma è significativo che le sue parole siano state fragorosamente applaudite dai deputati dell’opposizione, che si sono levati in piedi, mentre i ministri del governo sono rimasti ostentatamente seduti, immobili e in silenzio.

Boris Johnson ne aveva chiaramente abbastanza di lui: ed era appena stato annunciato che i conservatori lo avrebbero sfidato alle prossime elezioni, in modo da estrometterlo. Così, prima di essere defenestrato, Bercow ha deciso di farsi da parte, seppur con le lacrime agli occhi. Nel discorso di addio, con la voce rotta dalla commozione e una cravatta ancora più sgargiante del solito, ha definito il suo mandato «il più grande onore e privilegio» della sua vita professionale. E ha rivolto un particolare saluto alla moglie e ai figli, che erano presenti tra il pubblico.

Lo speaker è stato in carica dal 2009: e quando si era insediato aveva assicurato che si sarebbe ritirato dopo nove anni. Invece l’anno scorso, fra le polemiche, aveva deciso di restare al suo posto per seguire il faticoso processo della Brexit. E anche il fatto che se ne andrà solo il 31 ottobre è cosa controversa: perché vuol dire che continuerà a presiedere il Parlamento fra il 14 ottobre, quando le Camere saranno riconvocate dopo la sospensione, e la fine del mese, quando dovrebbe avvenire il divorzio dalla Ue. Cioè durante quelli che saranno i giorni più difficili per la Gran Bretagna dal dopoguerra.

I sostenitori della Brexit non lo rimpiangeranno: ma sicuramente la politica-spettacolo perde con lui un grande attore.