Le ricerche del termine “recessione” su Google sono ai massimi in America, Germania e Francia. L’indicatore empirico-psicologico dice quanto l’atmosfera sia pesante nel mondo intero. Per il nuovo governo italiano, chiamato a prendere il timone dell’economia in un momento così rischioso, un messaggio di speranza viene da Christine Lagarde. È un messaggio “all’american”, segnato dalla sua esperienza al vertice del Fondo monetario internazionale: dice alla Germania e ai suoi satelliti che devono cambiare strada; invoca politiche di spesa pubblica per salvare l’Eurozona dalla crisi. Colei che dovrà succedere a Mario Draghi il primo novembre ha scoperto le carte nella sua prima audizione all’Europarlamento. Ha esortato Germania Olanda e altri ad abbandonare il rigore di bilancio, per esempio lanciando investimenti in infrastrutture. «La maggioranza dei Paesi dell’euro – ha detto Lagarde – ha margini di manovra per politiche di bilancio espansive». È questa, ha aggiunto «la risposta alla minaccia del populismo». Quando a Washington dirigeva il Fmi, Lagarde fu esplicita nel contestare la rigidità tedesca. Una nazione che accumula avanzi commerciali e pareggia il bilancio crea depressione attorno a sé. Se questi comportamenti continuano perfino con una recessione alle porte, sono doppiamente distruttivi, oltre ad essere in aperto contrasto con lo spirito e la lettera delle regole europee. Per il governo Conte-bis insieme al pericolo recessione c’è una rara finestra di opportunità: s’insedia in una fase in cui le certezze nordiche sui benefici dell’ordoliberismo, il fanatismo dell’austerity, sono contestati autorevolmente e da più fronti. Lagarde ha guidato il Fmi a pochi isolati dalla Casa Bianca, in una nazione che non ha mai creduto ai benefici dell’austerity. «Siamo tutti keynesiani», la battuta di Richard Nixon negli anni Settanta, è vera anche oggi: Barack Obama ha spinto il deficit al 12% del Pil in funzione anti-crisi, Donald Trump lo mantiene al 4,5% del Pil per dispensare sgravi fiscali. Il discorso programmatico di Lagarde avviene in una fase di difficoltà per l’ortodossia germanica. I risparmiatori tedeschi – tra i più previdenti del pianeta – sono sgomenti per i tassi negativi sui Bund. Alcune banche commerciali minacciano di trasferire questi rendimenti negativi anche sui conti correnti. Allargando lo sguardo all’intera Eurozona si vedono cose inaudite: perfino in Spagna i titoli del Tesoro scendono nelle vicinanze del rendimento nullo, domani forse negativo. Un’area del mondo colpita da invecchiamento demografico, dove il risparmiatore non può contare sugli interessi: che segnale è questo? Che trappola abbiamo costruito, in cui il ceto medio deve pagare le banche per custodire i suoi risparmi? L’economista tedesco Guntram Wolff, che dirige l’autorevole istituto di ricerca europeo Bruegel, decifra il segnale: «I rendimenti bassi o negativi indicano che l’Europa ha troppo risparmio e troppo poco investimento». E ne trae la stessa conclusione di Lagarde: tocca ai governi farsi avanti per sanare questo squilibrio, aumentando gli investimenti pubblici. La sua proposta di un Green New Deal si ricollega al dibattito in corso negli Stati Uniti fra i candidati democratici: come organizzare la transizione verso un’economia sostenibile, e al tempo stesso creare lavoro e ricchezza, investendo nella lotta al cambiamento climatico. Emmanuel Macron e il Bruegel Institute convergono nell’idea che un’operazione simile va condotta su scala europea, creando un budget federale adeguato, emettendo bond dell’Eurozona. Non c’è mai stato un momento migliore per generare investimenti pubblici, con gli interessi sottozero. E non c’è maggiore urgenza di adesso, sia per la lotta al cambiamento climatico sia per prevenire la recessione in arrivo. Tutto questo è compatibile con un’interpretazione molto più flessibile che in passato delle regole del Patto di stabilità. Il mondo abbonda di esempi di “deficit virtuosi” e ognuno può scegliersi il modello che preferisce, americano o cinese o iberico; molto dipende dalla qualità della spesa, o dalla capacità di ridurre le tasse in modo equo, trasparente, semplice, con effetti immediati sul potere d’acquisto o sul costo del lavoro. L’Italia ha una finestra d’opportunità, probabilmente agevolata da una coalizione di governo più omogenea alle forze politiche che governano Bruxelles, Berlino, Parigi. Non durerà in eterno.

Chi sappia lucidamente prevedere il male che porta il futuro è esposto a un rischio, in un angolo della sua coscienza: di augurarsi che avvenga, perché la vanità è una rivale insidiosa della responsabilità. Parlo per esperienza, perché temo il peggio. C’è un solo modo per limitare la tentazione della vanità: attenersi a ciò che è già avvenuto. Pessimismo e ottimismo, infatti, prima che al futuro, che una dose di incertezza la conserva comunque, riguardano il passato e il presente, il giudizio su ciò che si è già compiuto. Per esempio, la divergenza sentita, se non angosciosa, fra chi, nella parte democratica, ha auspicato che si andasse al voto e chi ha augurato la costituzione del governo, si illudeva, o simulava, di fondarsi sulle conseguenze future, e insomma sulla previsione che la destra incanaglita uscisse rafforzata o indebolita dal rinvio delle elezioni. In realtà la divergenza si fondava su un giudizio e un sentimento, diversi quanto ai colpi che il governo della Lega e dei 5 stelle avevano già inferto alle istituzioni e allo spirito pubblico. In altri termini, che prezzo si era disposti a pagare per liberarsi – provvisoriamente o no – di Matteo Salvini e della sua fanatica malvagità. Luigi Ferraioli, giurista e democratico rigoroso, ha espresso in modo esemplare, spogliato di riserve e autodifese, la sua convinzione sulla posta in palio (sul Manifesto del 25 agosto): “Il dovere delle forze democratiche è dar vita a un governo… di disintossicazione dall’immoralità di massa generata dalla paura, dal rancore e dall’accanimen – to – esibito, ostentato – contro i più deboli e indifesi. Non un governo istituzionale o di transizione, che si presterebbe all’accusa di essere un governo delle poltrone, ma al contrario un governo che ristabilisca i fondamenti elementari della nostra democrazia costituzionale…

Su questa base non ha nessun senso condizionare il governo di svolta a un no a un Conte-bis o alla riduzione del numero dei parlamentari. Una probabile maggioranza verde-nera eleggerebbe il proprio capo dello Stato e magari promuoverebbe la riforma della nostra repubblica parlamentare in una repubblica presidenziale. Di fronte a questi pericoli non c’è spazio per calcoli o interessi di partito”. In sostanza: nessun prezzo sarebbe troppo alto rispetto all’occasione di fermare una marcia sul potere che solo l’insipienza ottusa del suo primattore ha offerto a un’opposizione rannicchiata. Man mano che una scelta così motivata, seppure con ogni esitazione, procedeva, molte voci, dalla parte democratica, si sono alzate a scongiurare quello che appariva loro come un ripudio di sé e un’abdica – zione alla coraggiosa e cavalleresca disfida elettorale sulla quale la democrazia si fonda. Coincidendo, in quest’ultimo argomento, con le maschie rivendicazioni di Salvini sulla dignità per la quale si possono sacrificare sette ministeri: per la dignità si può sacrificare pressoché tutto, ma lui aveva piuttosto indegnamente mirato a raddoppiarli, i suoi ministeri, e a impadronirsi per intero di un potere che già impiegava senza riconoscergli limitazioni. Le elezioni hanno una loro scadenza, salvo che non esista una maggioranza parlamentare: tutti l’hanno ripetuto, ma troppi hanno inclinato a cedere alla sfida del bullo che ne imponeva il tempo sulla base di un sondaggio e di una ubriachezza da spiaggia. Ho ascoltato e guardato con attenzione alcuni degli intransigenti nemici della formazione del governo deplorare con le vene del collo gonfie la vergogna di parole che rinnegavano parole di un anno, un mese, una settimana prima. Quanto si sarebbero gonfiate le vene di chi tenesse l’arringa contraria, evocando le persone tenute sul ponte di un bastimento malfamato a vomitare e pregare e interrogare sé e il proprio dio sulla ragione della loro umiliazione? Bene, il governo si è fatto: il costo è superiore al beneficio (uso la neolingua) già realizzato, di mettere intanto da parte l’estrema destra, e a quello eventuale, di riparare a un po’ del malfatto e magari fare qualcosa di buono? Non so, ho una posizione troppo faziosa perché sia condivisa: ho temuto di morire nell’Italia di Salvini – la – sciatemelo dire così, all’ingrosso – e ora posso sperare che non avvenga. Non sono egoista, dico morire, ma intendo lasciare alle mie nipoti, e ai figli e nipoti di tutti, quell’Italia. Ecco, mi chiedo ora se coloro i quali hanno fatto quel conto minimizzatore sul governo Lega-5 stelle, e avanzato quella persuasione drastica sulle conseguenze del governo 5 stelle-Pd, che sia destinato a moltiplicare la forza e il seguito della brutta destra, non si lascino prendere dal piacere intimo di vedere confermate le loro previsioni, di avere avuto ragione. E di dare più o meno volontariamente una mano all’inveramento delle amare previsioni. Su che cosa si può contare, in cambio? Per cominciare, su una valutazione di quello che è già successo. C’è, nel mio giudizio, un inciampo colossale, che è la figura di Luigi Di Maio: la cui inettitudine sesquipedale mi pare la cosa più inspiegabile che le maree lunatiche del nostro tempo abbiano portato a galla, e di cui nei giorni scorsi si è fatta conoscere una sconfinata meschinità. Ho cercato di frequentare il mondo quanto ho potuto, soprattutto il mondo più minacciato e spesso minaccioso, e l’idea di questo ministro degli Esteri mi è inconcepibile: non si tratta di sapere le capitali, si imparano, o l’inglese, si imparicchia, si tratta di sentire il mondo, auscultarlo, mettere un orecchio sul suo campo di battaglia. Non riesco a leggere un pensiero sulla faccia di questo Capo politico, l’antitassista del mare. Ma forse nella società d’oggi gli Esteri sono un modo di spingere un po’ più in là un ingombro. Dopotutto, siamo in tempo di pace, si dicono i cuorcontenti. Bene: il governo ha molte persone nuove, molti giovani, poche donne – al solito. Ha un numero significativo di persone che hanno rinunziato alla “poltrona”. Orlando si è chiamato fuori, ed è uno in gamba. Altrettanto Delrio. Franceschini ha proposto di rinunciare alle vicepresidenze. Cuperlo e Provenzano – uno è restato fuori, l’altro è entrato – avevano rinunciato alle candidature in parlamento nelle scorse elezioni politiche. Ci saranno altri esempi che non conosco. Le poltrone sono posti da cui fare qualcosa di buono, qualcosa in cui si crede, se si crede in qualcosa. Vediamo. Renzi, per esempio. Qualcuno lo considera come la minaccia più incombente sulla durata e la confidenza del governo. E’ possibile. Non so una volta per tutte se Renzi sia capace di fare un buon uso di se stesso. Nell’azione politica si può mirare a fare da sé: quasi sempre va male, andò male a lui Renzi, è appena andata male a Salvini e si suoi pieni poteri. A volte riesce, e allora va malissimo per tutti. Un buon politico – un buon principe, stavo per dire – non è quello che scommette su tutto o niente, è quello che riesce a far fare agli altri quello che ritiene giusto in sé e anche conveniente per sé. Renzi è appena riuscito a far fare un governo – non importa che lui lo pensasse “istituziona – le” e a tempo, legato all’aumento dell’Iva e simili, quelle erano condizioni minime per rendere appetibile l’offerta – ad avversari e nemici ostili o recalcitranti, se non altro perché non erano riusciti nemmeno a immaginarlo. Quando l’hanno immaginato, alcuni vi si sono rassegnati per dovere d’ufficio e di sopravvivenza, altri vi hanno aderito prendendoci gusto: così Zingaretti, credo. Ecco un vero successo. Se Renzi facesse davvero un suo partito, mostrerebbe che i colpi che gli riescono sono più furbi che intelligenti. Oltretutto, è il miglior oratore nel Parlamento di oggi, posizione che in un regime tornato parlamentare ha un peso incomparabile. C’è Grillo. E’ vero che è stato decisivo, penso. In lui la cosa suona falsa, almeno al 70 per cento. Lo sa, e conclude in falsetto, perché non sia il pubblico a smascherarlo: “Sono esausto”. Tuttavia prova a emulare, o parodiare, la profezia. Le persone hanno una nostalgia di profezia, non la trovano e riparano nel surrogato, l’insulto, lo scherno, la bava alla bocca. Un segretario di partito non dev’essere profetico, lo fu Berlinguer all’ultimo e confessò così la consumazione della fede comunista, riscattata dal modo toccante della sua morte. Nemmeno il Papa è più profetico, perché è affabile, dice cose esemplari, su chi è straniero a chi, sul soccorso al pianeta, ma dice anche: “Per me è un onore che gli americani mi attacchino”. Anche Ratzinger era affabile, sia pure più a distanza, teologia e babbucce rosse. Profetico fu Giovanni Paolo II, ma c’era bisogno del comunismo reale. Con Putin non si può, bisogna essere razionali, decenti, buoni chimici. Zingaretti fa bene a essere normale, a riservarsi l’appello alla gentilezza e al ripristino di sentimenti civili. Sarebbe incauto da parte sua alzare la voce per proclamare che questa alleanza e questo governo sono un’occasione storica, epocale. Grillo l’ha gridato, si è rivolto ai giovani del Pd, è un guitto e ha fatto bene. E’ redu – ce anche lui da un lungo purgatorio in cui la profezia, il delirio, era subordinato al vaffanculo, il precursore di Salvini. I giovani qualcosa del genere se la troveranno da sé, già la trovano nella musica dentro le orecchie, che dice cose e ne silenzia altre. I giovani devono pur accorgersi delle strade di Hong Kong. Dove la “grande vittoria” probabilmente annuncia l’orrenda repressione, e i giovani di turno avranno il loro specchio, la loro Tiananmen, la loro Praga. E poi ci sono, come dicono i cronisti di calcio, “gli episodi”. L’ottuso Salvini del Papeete è stato un episodio. Che abbia deciso di una partita, del campionato o di una intera coppa europea, dipende da tutti, ora. C’è un inizio, insperato, pregiudicato. Come tutti gli inizi, dopo il Primo Giorno.

Con la nomina di Paolo Gentiloni come commissario europeo presentato dall’Italia, le candidature sono completate, Ursula von der Leyen può costruire la sua Commissione – ha postato ieri una sua foto in cui indica un cartellone gigante su un palazzo di Bruxelles che dice: “The future is Europe” – che presenterà la settimana prossima: dicono gli esperti che sarà una squadra molto europeista, più ancora di quella uscente, che pure fu formata nel 2014, quando i nazionalismi non avevano ancora sfoderato tutte le loro armi. Soltanto qualche settimana fa, la stessa von der Leyen pareva fragile – la sua nomina era stata confermata dal Parlamento europeo per un soffio (un soffio color giallo Cinque stelle, tra l’altro) – e ci interrogavamo su quali e quanti cedimenti la presidente tedesca della Commissione avrebbe dovuto assecondare per tenere insieme una famiglia europea resa riottosa dai sovranisti. I seggi di Strasburgo mostravano una solida superiorità europeista, ma il bazar politico, in grande attività di fronte ai posti da commissario, sembrava ancora dominato dalla variabile sovranista. Oggi che anche i paesi di Visegrád hanno fatto nomine per lo più moderate (o meglio: potevano scegliere nomi più controversi e non l’hanno fatto), sostenere che l’europeismo sta vincendo non è più né una provocazione né una perversione. Ieri su Politico Europe, Paul Taylor poneva la domanda perfetta – “il populismo ha raggiunto il suo picco?” – alla quale con cautela non rispondeva, pur propendendo per il sì. La fotografia dell’Europa oggi è questa: in Italia, Matteo Salvini, trascinatore del movimento dei popoli che “rialzano la testa” e boicottano l’Europa, non è più al governo. Nel Regno Unito, il premier Boris Johnson esce dai suoi primi quattro giorni di confronto parlamentare – gli schiaffi che sanno tirare i parlamenti, quando vogliono, nessuno – in una posizione alquanto bizzarra: non può fare il “no deal” e non può fare le elezioni, non nella data che vorrebbe lui almeno, cioè prima della deadline della Brexit il 31 ottobre. In attesa dei prossimi stravolgimenti – è pur sempre la Brexit: accade di tutto – Boris può negoziare un nuovo accordo rapidissimo con l’Ue entro il 19 ottobre o chiedere una proroga della Brexit prolungando l’articolo 50 o convincere entro martedì il leader del Labour Jeremy Corbyn a organizzare le elezioni in fretta o non rispettare la legge contro il no deal o dimettersi fino a che non saranno indette le elezioni (che sembrano ormai necessarie). Quel che pareva inevitabile – la Brexit senza accordo – è stato evitato. In Francia, Emmanuel Macron ha disinnescato i gilet gialli (ve li ricordate i titoli sulla morte del macronismo?) e ha impedito a Marine Le Pen di capitalizzare quello 0,9 per cento in più di voti preso alle europee. In Germania, l’AfD alleata di Salvini ha tentato l’arrembaggio dell’est del paese in Sassonia e Brandeburgo e, pur avendo ottenuto un grande risultato, non ha sorpassato i partiti tradizionali, che continueranno a governare con l’aiuto, sembra, dei più europeisti di tutti, cioè i Verdi. A proposito di est (e dopo quel che è accaduto in Austria, dove si vota a fine mese): a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, da mesi in molti paesi i cittadini scendono in piazza chiedendo più democrazia, più partecipazione, meno corruzione e molti si aspettano che ai prossimi appuntamenti elettorali – Romania, Polonia, Ungheria – questa effervescenza diventi più concreta, così come è accaduto in Slovacchia in primavera con l’elezione di Zuzana Caputová, che sembra aver innescato questo fermento (nessuno si aspetta comunque rivoluzioni, semmai aggiustamenti anti nazionalisti). E’ proprio di fronte al risultato in Germania dell’AfD, che ha raddoppiato i consensi con una progressione straordinaria eppure non le è bastato, che per la prima volta ha iniziato a circolare la domanda: e se questo fosse il picco del sovranismo? A guardare questa fotografia si potrebbe quasi dire di sì, ma si sa che i liberali europeisti sono facili alle illusioni, si ringalluzziscono soltanto quando si ritrovano a un passo dal baratro e tendono a dimenticare in fretta quanto è pericoloso ignorare le ragioni di tutti questi smottamenti. Gustiamoci soltanto la domanda allora, e alla prima avvisaglia di eccessivo entusiasmo buttiamo un occhio all’America: c’è comunque Donald Trump.

Agli amici dice: «Sarà una delle esperienze più importanti della mia vita». E gli amici gli dicono: «Paolo, tu conosci bene il tedesco. E non sai quanto ti servirà».Ma certo che Gentiloni lo sa. E quasi prevedendo, con larghissimo anticipo il suo ingresso nella squadra di Ursula, durante le vecchie riunioni della Margherita ogni tanto diceva: «Devo andare via». Ma dove vai?, gli chiedevano. E lui: «A lezione di tedesco». Ora s’è avviato a Bruxelles, in uno dei posti top della commissioneUe.Ed è ilpallino per la politica estera, di uno tutto Clinton o Terza Via o comunque da sempre appassionato dei grandi scenari internazionali che molti suoi colleghi non sapevano o non volevano vedere, ad averlo portato lassù. TELEFONATE In questi giorni, quando qualcuno lo chiamava al telefono per sapere degli sviluppi della crisi, del gioco dei dem, dell’accordo con M5S, Gentiloni rispondeva parlando di Boris Jonhson, dell’Hard Brexit, degli equilibri e degli scontri tra i conservatori inglesi e di temi così. «Ma hai visto che cosa sta accadendo nelle piazze di Hong Kong?». Ecco, più appassionato alle mosse di Lavrov, ministro degli esteri di Putin, che a quelle di Grillo omagari di Di Maio, ministro degli esteri di Conte. «E il Mediterraneo?». E già con la necessaria stabilizzazione della Libia e con i discorsi, mai altamente staccati dal concreto della politica, degli trattati, degli accordi, sul ruolo dell’Europa e dell’Africa e via dicendo. E dunque, Gentiloni in questa nuova fase da player internazionale scelta per lui è un topo nel formaggio. Con Angela Merkel ha rapporti più che cordiali, quasi amicali, e di reciproca stima. Anche dopo che ha smesso di fare il premier, Frau Angela lo ha invitato e consultato a Berlino. Dicendo di lui: «Ha lo sguardo giusto». CURIOSITA’ E’ mosso da una «curiosità pazzesca»: così dicono i pochi con cui stacondividendo la gioia,per il compito importantissimo che va a ricoprire. In cima alla CommissioneUrsula, se ottienecome è probabile il super-portafoglio degli Affari economici. Per il quale serve la capacità mediatrice e tutto il patrimonio di rapporti che Gentiloni detiene – ieri lo hanno chiamato tutti: Frau Angela, Timmermans, Moscovici, Gualtieri e vari ministri di questo governo e di quello che ha presieduto lui, i commissari uscenti e quelli entranti, Confindustria, i sindacati e via dicendo – e da questo punto di vista si può stare sicuri.Quelche servirà, e di cui Paolo ilmorbido dovrà dotarsi e lo farà felpatamente, sarà un piglio assai deciso su tutte le questioni europee compresa quella della crescita necessaria dell’Italia che passa dalla lotta contro il rigorismo. Ossia l’afflato europeista di Gentiloni non dovrà fermarsi al risaputo, ma andare oltre, stupire, spiazzare: contribuendo a dare alla Ue quella spinta che in questi anni non ha avuto. UN PREMIO NEL CASTELLO Come ex premier ha uno standing alto Gentiloni. E si racconta che nella telefonata avuta ieri con Gualtieri – a cui Gentiloni ha dato una mano nell’ultima campagna elettorale per le Europee – il titolare del Mef abbia scherzato: «Paolo, io dovrò trattare con te la flessibilità per l’Italia». Intanto ha annullato l’impegno al forum di Cernobbio ma ha mantenutoquello di sabato sera: sarà al Castello di Santa Severa, per ricevere un premio per il suo impegno europeista. Celebrato ieri anche da Renzi, che gli ha fatto i complimenti per la carica Ue e Gentiloni gli ha risposto con un tweet: «Grazie Matteo». E pace fatta. Ora c’è il paradosso del meno entusiasta per l’accordo grillo-dem che diventa la punta di diamante di questo esecutivo in Ue e il volto dell’Italia che a Bruxelles sono pronti a considerare un’amica ritrovata. «Amo l’Italia e l’Europa e sono orgoglioso dell’incarico ricevuto.Ora al lavoro peruna stagione migliore». Questo il tweet auto-motivazionale di Paolo. E chi avrebbe mai detto che il Pd, non molto in salute in Italia, si sarebbe preso – almeno sulla carta – anche l’Europa.

Il governo Pd-M5s-Leu c’è. Il voto di fiducia non sarà un problema. I numeri alla Camera e anche al Senato ci sono. È la sua durata il vero interrogativo. Nel nostro sistema politico mancano forti incentivi istituzionali e culturali, come in Francia e in Germania, a sostegno della stabilità dei governi. Durante la stagione del riformismo della Seconda Repubblica si è riusciti a stabilizzare i governi locali e regionali, ma non quello nazionale. A partire dal 1994 abbiamo avuto 15 governi che sono durati in media 20 mesi. Tra il 2013 e oggi i governi sono stati quattro con una durata media di 18 mesi. Come si fa a governare un paese in queste condizioni ? Come si fa a contare in Europa con governi così effimeri ? Ma la stabilità dell’esecutivo non è considerato da noi un valore. Anzi tanti arrivano a pensare il contrario. Dunque, il pronostico non è favorevole al Conte due. Eppure questo governo nasce in circostanze molto particolari. A suo favore giocano diversi fattori. In primis, il diverso clima che si è creato nei rapporti con l’Unione Europea e i mercati finanziari. Questo governo senza la Lega piace. E piacciono Conte, Gualtieri, Amendola e Gentiloni. Non solo. È cambiato l’atteggiamento del M5S nei confronti della Unione ed è cambiato l’atteggiamento delle istituzioni europee e dei mercati nei confronti del Movimento. La sua decisione di votare il presidente della commissione Ursula Von Der Leyen è stato un segnale importante a conferma di un processo di istituzionalizzazione che ne sta cambiando il profilo. Va da sé che questo nuovo clima rende meno problematica la definizione della legge di bilancio 2020 ed elimina, o quanto meno attenua di molto, una potenziale fonte di conflitto tra i partiti al governo. A favore del nuovo esecutivo gioca anche il fatto che i Cinquestelle di oggi non sono quelli di 14 mesi fa. L’esperienza di governo, pur tra mille contraddizioni, li ha costretti a fare i conti con la realtà. Si sono progressivamente istituzionalizzati. E questo faciliterà la vita del secondo governo Conte, non solo nel rapporto con l’Unione ma anche in quello tra alleati. E a questo proposito è positivo che all’interno della coalizione non ci sia un leader in una posizione dominante, ed elettoralmente redditizia, come è stato il caso di Salvini nel primo governo Conte. Alla lunga, come si è visto, un governo in cui uno dei partner guadagni tanto a spese dell’altro non può durare. L’equilibrio elettorale è condizione di stabilità. Ma per questo occorre che l’azione del governo rispecchi gli interessi di tutti i suoi membri. Spetta a Conte la responsabilità delle necessarie mediazioni. Non è una impresa impossibile. Sui programmi la distanza tra i partiti alleati, e soprattutto tra Pd e Cinquestelle, è relativamente modesta. Soprattutto ora che il M5s ha perso la capacità di prendere voti da tutte le parti. Oggi il suo profilo elettorale è più omogeneo perché molti suoi elettori di destra sono tornati a destra. Su fisco, lavoro, casa, scuola i partiti di governo non sono distanti. Sulla green economy sono in sintonia. E su immigrazione e sicurezza le posizioni si sono avvicinate. Esistono ancora differenze sui temi istituzionali. Tuttavia non sarà il taglio dei parlamentari a creare problemi esistenziali a questo governo. Ma non è affatto detto che tutto fili liscio. Alla fine saranno gli elettori a pesare e di questi tempi le loro reazioni sono imprevedibili. E in una certa misura lo è anche il Movimento. Il suo processo di istituzionalizzazione è ancora incompleto. Nonostante tutto quello che si è detto, la creatura di Grillo e Casaleggio resta un attore “diverso” con tante anime al suo interno. Come si è visto anche nei giorni scorsi. Nel passato la sua diversità lo ha aiutato a distinguersi e a conquistare un consenso amplissimo sfruttando la voglia di cambiamento di tanti elettori delusi e arrabbiati. Da questa diversità possono ancora discendere comportamenti eterodossi e destabilizzanti. Il rischio è che di fronte a un governo che dovesse risultare impopolare e a una grave perdita di consensi prevalga di nuovo la voglia di tornare ad essere la forza anti-sistema delle origini. In questo caso nemmeno la paura di perdere male eventuali elezioni anticipate sarebbe un collante sufficiente a tenere insieme il secondo governo Conte. Ma questo non è il momento del pessimismo.

Pronti, via. Il governo sinistra-sinistra parte e in poche ore accadono le seguenti cose: Matteo Salvini viene indagato per le considerazioni fatte su Carola Rackete, la capitana tedesca della nave Sea Watch fermata per aver infranto, nel giugno scorso, il divieto di entrare nel porto di Lampedusa con il suo carico di immigrati e di aver speronato una nave della Guardia di finanza; all’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, eroe della sinistra e arrestato per irregolarità nella gestione dell’accoglienza di immigrati, è stato concesso di tornare a piede libero al suo paese (ufficialmente per curare il padre); il ministero ha sbloccato consistenti fondi a favore dell’accoglienza; il Consiglio dei ministri, nella sua prima seduta, ha impugnato la nuova legge della Regione Friuli, a guida leghista, che stanziava soldi per l’espulsione degli immigrati. Ci risiamo quindi con l’immigrazione come arma politica usata, in un senso e nell’altro, per cercare consenso nei rispettivi elettorati. Con un istinto autolesionista dei nuovi arrivati, nel cui campo – almeno su questo tema – sono più quelli d’accordo con la politica di Salvini che i contrari, come hanno dimostrato tutti i sondaggi d’opinione. Ammettiamolo: Matteo Salvini ha esagerato i toni e in alcuni casi sbagliato modi del contrasto all’immigrazione clandestina. Ma la sostanza della sua politica è assolutamente in linea con quanto viene messo in pratica quotidianamente da Macron in Francia, da Sánchez in Spagna e dalla stessa Merkel in Germania. Allontanarsi dalla linea del rigore significa allontanarsi dall’Europa, non da un fantomatico fascismo. E farlo il primo giorno di governo significa non aver capito la lezione che ha generato l’ascesa del Capitano e tutto quello che ne è conseguito. Ci saremmo aspettati che il primo Consiglio dei ministri annunciasse provvedimenti per il lavoro, le imprese o le famiglie, non che rompesse le scatole ai friulani che con i loro soldi intendono rispedire a casa gli immigrati irregolari. Ma se vogliono dare un dispiacere agli italiani e fare un piacere a Salvini, si accomodino. Per quanto lontane, le urne non sono state abolite e alla prima occasione diranno finalmente la loro.

Ieri a “L’aria che tira” è scoppiata una polemica a riguardo della caduta del governogiallo-verde. Secondoil capogruppo della Lega, Romeo, io avrei sollecitato Salvini,medianteimiei articoli, ad abbandonare l’alleanza con Di Maio allo scopo di fare chiarezza, visto che M5S si era impegnato a dire no a qualsiasi iniziativa del ministro dell’Interno. Libero non è una caserma ed è logico che vi ferva la discussione tra persone che talvolta la pensano diversamente. Io per esempio desideravo una revisione del contratto e speravo che i grillini fossero così indotti alla rottura. Ma non ho mai spinto Matteo a provocare la crisi. Ve lo dimostro con i fatti, riproponendo oggi un editoriale da me firmato il 10 aprile, quindi in tempi non sospetti, in cui rammentavo che in Parlamento esisteva, purtroppo, unamaggioranza alternativa in grado di raccogliere la fiducia, e alludevo a un ipotetico accordo tra Pd e pentastellati. Cosa che poi si è verificata. Quale documento, offro ai lettori la copia del mio pezzo in cui adombro la pericolosità di un eventuale crollo dell’intesa tra Matteo e Gigino. Mi augurocheMyrtaMerlino, conduttrice corretta, provveda a informare stamane i suoi ascoltatori e Romeo che non sono stato io ainvogliare Alberto da Giussano a sfasciare la baracca.

Aumentano coloro che sollecitano Salvini a rompere il sodalizio con 5 Stelle allo scopo – irraggiungibile – di rinnovare in anticipo il Parlamento. Premono adducendo un motivo valido in teoria: (…)(…) dicono che la Lega, soggiacendo alle pretese programmatiche dei grillini, sia destinata a perdere consensi soprattutto da parte di chi ha a cuore l’economia. È vero, i conti dell’Italia piangono e non promettono nulla di buono nel futuro prossimo. Ma c’è un particolare da non sottovalutare:mettiamo che il capo delCarroccio, stancodi soccombereaDiMaio, compia il gesto estremo,mandando al diavolo il governo in carica.Poicosa accadrebbe? Due opzioni. La prima, auspicata in particolare dagli imprenditori e da molta gente, è che Mattarella decida di sciogliere le Camere e indica nuove elezioni onde verificare gli umori delPaese, secondo i sondaggi assai diversi rispetto a 13 mesi orsono. La seconda, meno ottimistica da un certo punto di vista, è che il Movimento – attualmente detentore a Montecitorio e a Palazzo Madama del 33 per cento – pur di non uscire di scena si aggrappi al Pd che, col proprio 20 per cento – sarebbe in grado di compensare numericamente la dipartita di Alberto da Giussano. Insomma, ragionando aritmeticamente,unministero sostenuto da 5 Stelle e dai dem starebbe in piedi. Personalmente ritengo che il ministro dell’Interno abbia fatto i nostri stessi calcoli per cui resista a tenere in vita l’alleanza ora operativa al fine di evitare il rischio che i pentastellati e i democratici, per non mollare l’osso del potere, si consorzino sulla base di un contratto inedito e tirino a campare provocando altri e irreparabili danni alla nazione già abbastanza disastrata. Ecco perché non conviene affrettare i tempi e lasciare che la matassa si dipani: occorre comprendere le preoccupazioni del Matteo Lombardo, il quale benché sia con il suo partito in forte crescita, non ha in tasca la certezza di poter licenziare i grillini e di imbastire una maggioranza di centrodestra. Calma e gesso, se non vuoi fare la figura del fesso.

Negli ultimi giorni, alcuni dotti editorialisti, probabilmente ancora sotto choc per la dipartita improvvisa dal Viminale di Matteo Salvini, hanno scelto di individuare come principale punto di criticità del governo del Rinnegamento il suo rapporto potenzialmente complicato con il nord Italia. Secondo questa tesi suggestiva, e molto profonda, il nuovo governo nasce con un doppio e grave peccato originale che verrà inevitabilmente pagato dal meraviglioso nord produttivo. Peccato numero uno: il Pd e il M5s sono due partiti rappresentativi più del centro e del sud che del nord Italia e avere un governo poco rappresentativo del nord Italia rischia di essere un pericolo per l’intero paese. Peccato numero due: il Pd e il M5s hanno scelto di scommettere sull’innovazione, creando addirittura un ministero ad hoc, puntando però più sul modello Torino, dalla cui giunta viene il nuovo ministro per l’Inno – vazione, che sul modello Milano, città che al governo non è rappresentata, e vista l’ogget – tiva forza del modello Milano e l’oggettiva debolezza del modello Torino non si può non essere pessimisti rispetto alla capacità di questo governo di fare gli interessi della famigerata Italia produttiva. Entrambe le teorie presentano un ragionamento in teoria lineare che merita di essere confutato: un governo guidato da un partito nato al nord, come la Lega, è un governo più sensibile alle istanze del nord; un governo guidato da due partiti lontani dal nord, come il Pd e il M5s, è un governo meno sensibile alle istanze del nord. Con molto rispetto per i dotti editorialisti, ci permettiamo di dire che la teoria del governo del Rinnegamento nemico del nord è una boiata colossale e ci sono almeno cinque semplici ragioni da mettere insieme per capire perché paradossalmente un governo senza la Lega potrebbe essere più amico del nord di un governo con la Lega. La prima ragione è legata al termometro: avere un governo che senza neppure essere nato ha fatto quello che la Lega non è riuscita a fare in un anno e mezzo di governo, ovvero riportare la temperatura dello spread sotto la linea che segna la febbre, è già un successo mica male per tutti coloro che ogni giorno si preoccupano di rendere l’Italia un paese più attraente per gli investitori. La seconda ragione è legata alle conseguenze della febbre passata (lo scorso ottobre lo spread era sui 300 punti base, oggi è sotto quota 150) e un ministro dell’Economia che si ritrova a bilancio una riduzione dello spread tra i 100 e 150 punti è un ministro che può permettersi di usare i 2-3 miliardi risparmiati anche per iniziare a fare quello che il governo precedente non ha fatto: non alzare le tasse ma abbassare le tasse. La terza ragione è legata alla presenza di una svolta politica che avrà effetti rilevanti sul nord (sulla Torino-Lione, sulla Gronda, sul passante di Bologna, sulle terze corsie da costruire sulla BolognaRavenna e sulla Milano-Lodi) e il passaggio di consegne al ministero delle Infrastrutture da un No Tav (Toninelli, M5s) a un sì Tav (De Micheli, Pd) dovrebbe far esultare tutte le splendide madamine che da Torino a Verona hanno occupato per mesi le piazze del nord chiedendo disperatamente (anche alla Lega) di non bloccare l’Italia. La quarta ragione è legata al rapido passaggio dell’Italia da paese antieuropeista clamorosamente isolato in Europa, terribilmente irrilevante nel duopolio tra Francia e Germania e orribilmente alleato dei peggiori ceffi del continente, a paese che nel giro di un mese in Europa potrebbe invece contare ancora molto (e quindi ottenere molto non solo in termini di flessibilità ma anche in termini di investimenti) grazie alla presenza di un quadrilatero di governo che parte dal presidente Giuseppe Conte (che ha portato il M5s a essere decisivo nell’elezione della presidente della Commissione), attraversa il ministero dell’Economia (Roberto Gualtieri), passa dal commissario europeo (Paolo Gentilonì potrebbe prendere il posto agli Affari economici che è stato di Pierre Moscovicì) e arriva alla commissione Affari economici del Parlamento europeo che dalla presidenza a guida Roberto Gualtieri potrebbe passare alla presidenza a guida Simona Bonafè (in attesa di capire se l’Italia riuscirà a portare anche Fabio Panetta, attuale direttore generale di Bankitalia, all’interno del board della Bce). La quinta ragione riguarda quella che è l’essenza del governo del Rinnegamento: il primo governo Conte, a trazione leghista, che pur essendo a trazione leghista non è riuscito neppure a portare a casa l’autonomia, è caduto perché il doppio populismo ha mostrato di essere incompatibile con la gestione dell’economia della terza economia europea e per quanto possa sembrare paradossale la garanzia del successo del nuovo governo è non avere al suo interno un partito che giocando con l’Europa, con l’euro, con le pensioni e con il debito ha messo a rischio, soprattutto al nord, gli interessi degli italiani. Per il governo, al nord, c’è una prateria e se il Pd e il M5s hanno davvero intenzione di svuotare a poco a poco la bolla salviniana prima ancora di contendersi elettori al sud farebbero bene a capire che il modo migliore di sconfiggere la Lega è mostrare plasticamente l’incompatibilità della linea Salvini con gli interessi del nord Italia. Lo spazio c’è, basta volerlo vedere e tenere distante da Palazzo Chigi la tradizionale e sempre invitante agenda Tafazzi. In bocca al lupo.

«Finalmente posso muovermi senza avere il freno a mano tirato…». Quando Giuseppe Conte lo ha confidato, nelle ore immediatamente successive al giuramento del suo secondo governo, probabilmente pensava in primo luogo all’Europa: a quel consesso di alleati con i quali nei mesi scorsi a Bruxelles ha dovuto trattare su ogni punto. Le bordate antieuropee che arrivavano quasi quotidianamente dalla Lega, e a intermittenza anche dal M5S, indebolivano il governo e l’Italia, mettendola sempre sull’orlo dell’isolamento. Poi, di colpo, lo sfondo è cambiato. Mercoledì notte dalla Commissione è arrivata la voce di un incarico importante per l’Italia dell’esecutivo «giallorosso». La designazione dell’ex premier Paolo Gentiloni a commissario agli Affari economici suona, nell’ottica di Palazzo Chigi, come lo sfondamento dei pregiudizi anti-italiani. Implica la legittimazione di Conte come king maker di una carica prestigiosa e, fino a qualche giorno fa, imprevedibile. E consente all’Italia di provare a riformare il patto di Stabilità, stavolta in raccordo e non in guerra con l’Ue. Ma guardando indietro, ai quattordici mesi di «contratto» conflittuale tra Movimento Cinque Stelle e Lega, di «freni a mano» il presidente del Consiglio ne ha visti altri: molti, troppi. Per questo, le sue prime mosse sembrano dettate quasi dall’ossessione di smussare e se possibile eliminare ostacoli considerati spesso artificiosi, intossicati da logiche elettorali. Nella metamorfosi da «premier Travicello», ostaggio degli alleati, a capo di un governo politico, la voglia di affermare uno stile diverso rispunta spesso. Anche ieri, in Consiglio dei ministri, Conte ha ribadito che non vuole «sgrammaticature istituzionali» e pretende «leale collaborazione». Richieste ragionevoli, che però le trattative dei giorni scorsi tra M5S e Pd hanno rischiato di smentire tra accuse di «poltronismo» e ritorsioni polemiche. Non basteranno le buone maniere a saldare interessi e culture di due formazioni politiche divise da anni di insulti, odi e lotte per la conquista dell’elettorato. Eppure, la formazione del governo e la scelta di alcuni ministri sono indicative. Lo lasciano capire la squadra dai contorni il più possibile istituzionali in costruzione a Palazzo Chigi, la «spoliticizzazione» del Viminale, la strategia comunicativa. Al prossimo Consiglio dei ministri dovrebbe essere nominato sot tosegretario Roberto Chieppa, attuale segretario generale: nomina di uno stretto collaboratore da affiancare all’ex ministro dei 5 Stelle Riccardo Fraccaro, imposto dall’ex vicepremier grillino Luigi Di Maio, oggi alla Farnesina. Quanto al ministero dell’Interno, è una delle sfide strategiche dell’esecutivo. Occupato fino a pochi giorni fa dal leader leghista Matteo Salvini, è stato usato in modo discutibile ma vincente sull’immigrazione come piedistallo elettorale. Avere messo al vertice il prefetto Luciana Lamorgese indica l’intenzione di restituire al Viminale la sostanza di ministero di garanzia per definizione, politicamente neutro. Per questo alla fine si è optato per una figura «tecnica», nonostante qualche controindicazione. Sarà una corona di viceministri e sottosegretari all’Interno a essere espressione dei partiti della maggioranza; e a confrontarsi con un Conte che continua a ripetere di essere «il primo responsabile» di come andranno le cose. Si tratta di un fronte scivoloso, che la Lega può presidiare anche dall’opposizione. L’idea di conciliare rigore e contrasto all’immigrazione clandestina con l’accoglienza e la fine della politica dei «porti chiusi» richiede risposte difficili da calibrare: soprattutto sotto la pressione di un’opinione pubblica abituata per mesi a risposte «muscolari»; divisa sulla politica salviniana ma preoccupata e spaventata da un allarme eccessivo. Anche su questo, sarà fondamentale la sponda europea: in primo luogo per ottenere risorse e fare approvare una legge sui rimpatri che attenui il carico migratorio su nazioni come l’Italia. E sullo sfondo si staglia ilrischio di un cortocircuito nella comunicazione del governo. È stato una costante della maggioranza M5S-Lega. Minaccia di rimanere tale nei rapporti tra Cinque Stelle e Pd. E per Conte rappresenta una preoccupazione così acuta che sta pensando a un avventuroso coordinamento tra i portavoce di tutti i ministeri: una sorta di ufficio stampa trasversale, chiamato a riunioni quotidiane con lo staff del premier. È il riflesso dell’illusione di poter prevenire e controllare i conflitti interni; e la paura di ritrovarsi di nuovo tra guerre verbali tra alleati, destinate a frustrare le ambizioni di durata del governo fino al 2022.

Come il calabrone che sfida le leggi della fisica, il nuovo governo demo-stellato sfida quelle della politica. Non dovrebbe volare: eppure prende il volo, librandosi sulle macerie di un Paese sfibrato e sulle miserie di un Salvini disperato. Con il giuramento al Quirinale, la Cosa giallo-rossa prende anche una sua forma, plasticamente riassunta in un’immagine: l’infrangibile e ineffabile Conte, sbolliti i rancori delle ultime risse notturne, strizza l’occhiolino complice a Di Maio che giura addirittura da neo-ministro degli Esteri. E in questa totale e a tratti persino surreale incertezza sui suoi moventi e sui suoi esiti si nasconde l’altissimo rischio di questo “esecutivo nel segno della novità”, qualunque cosa questo significhi. Dobbiamo dirlo, lista dei ministri alla mano. È un “governicchio”, non certo il “dream team” di cui qualcuno aveva parlato. C’è un premier-bis che, nonostante gli artifizi del suo gattopardesco ecumenismo doroteo e gli esercizi di risciacquo dei suoi panni nell’Arno della sinistra, non ci farà dimenticare facilmente i suoi quattordici mesi da docile “garante” di una delle peggiori destre al governo nell’era repubblicana. Non ci sono i leader forti che i due partiti alleati hanno preferito non schierare, e nemmeno i tecnici migliori che le nomenklature del Paese avrebbero potuto offrire. È un esecutivo anomalo. Un governo nato non per mutua convergenza strategica (un’idea comune sul futuro del Paese) ma per pura convenienza tattica (una fuga condivisa dalle elezioni anticipate). Non un “golpe” o un “gioco di palazzo”: al contrario, un’operazione perfettamente legittima sul piano costituzionale. Ma obiettivamente trasformistica sul piano politico, perché mette insieme due forze nemiche. Si sono annusate ma respinte e combattute per cinque lunghi anni e ora si uniscono solo perché Capitan Papeete, trasformando un bicchiere di mojito in una tazza di cicuta, ha compiuto il suo incomprensibile suicidio pubblico. È un esecutivo fragile, perché l’hanno concepito due genitori egotici, spregiudicati, spesso instabili e quasi sempre imprevedibili. Da una parte Matteo Renzi, che ha compiuto lo “strappo” iniziale rilanciando l’Opa sul Pd e costringendo Zingaretti a seguirlo. Dall’altra parte Beppe Grillo, che ha sdoganato l’apertura agli esecrati dem con il suo sacro testo del 10 agosto, intitolato non per caso “la coerenza dello scarafaggio”, mettendo con le spalle al muro il gelido Casaleggio, il vacuo guevarista Dibba e alla fine anche l’impaurito Di Maio. Dunque non c’è un “compromesso storico”, ragionato e infine raggiunto attraverso la discussione e la decisione di un congresso, che alla luce del sole rende conto ai rispettivi elettorati delle sofferte ragioni di una svolta. Piuttosto un “accomodamento diplomatico”, improvviso ed estemporaneo, negoziato in fretta nel chiuso dei palazzi (sull’onda della nuova emergenza democratica e della solita urgenza economica) e vidimato in corsa da 79 mila adepti della premiata setta Casaleggio Srl (in nome e per conto di 55 milioni di italiani aventi diritto al voto). Qualche anima pia della sinistra ha coraggiosamente provato a nobilitare la nascente Cosa Giallorossa ricorrendo alla responsabilità, rievocando Pietro Nenni e “l’ultima chiamata prima della guerra civile” nazional-sovranista. L’improvvido Di Maio ha prontamente svilito la missione, evocando Gino Bartali e la necessità di “mettere una toppa” all’irresponsabilità altrui. Per girare credibilmente pagina, dopo questo anno di odiocrazia salvinina e di ultradestra illiberale, bisognava almeno tentare di spiegare l’inspiegabile. Non l’hanno fatto, e forse ormai non lo faranno più. Restare o rientrare nella stanza dei bottoni appaga e appiana, almeno per un po’. Ma per ora non c’è molto altro, se non l’evidente euforia governista dei pentastellati che hanno fortunosamente salvato la poltrona (dopo aver temuto di perdere tutto solo un mese fa) o dei piddini che l’hanno miracolosamente riconquistata (dopo aver perso tutte le elezioni nazionali e locali degli ultimi tre anni). Adesso che hanno scacciato mercanti e barbari dal tempio, cos’hanno in serbo i saggi chierici demo-stellati? Bisogna solo sperare che Cinque Stelle e Pd abbiano chiara la posta in gioco. Non si tratta solo di pilotare una “rimozione psico-politica” dell’annus horribilis del salvinismo, facendo finta che non siano mai esistiti i porti chiusi e l’abolizione dei permessi umanitari, i 49 milioni di rimborsi elettorali spariti e le cene segrete con i finanziatori russi all’hotel Metropol, le pistole facili in casa e i maxi-condoni sulle tasse, l’uso criminogeno dei pestaggi digitali sul web e il silenzio sistematico sui raid neo-fascisti per le strade. Quello che ci aspettiamo da un governo anomalo, fragile e tutt’altro che “straordinario”, molto semplicemente, è la “normalità democratica”. Come ha detto Marco Revelli, ci basterebbe un governo “di salute costituzionale”. Che possa mettere in sicurezza il Paese da ogni forma di avventurismo. Che possa far spurgare i veleni e ricostruire i fondamenti del vivere civile sulla base di un’agenda minima di cose urgenti e indispensabili. Una legge elettorale decente. Un dignitoso patto elettorale in vista delle Regionali in Umbria ed Emilia. Qualche spazio per la discontinuità c’è. Luciana Lamorgese al Viminale, nell’ufficio che Capitan Mitraglia aveva trasformato nella sua personale trincea del rancore, è già un buon punto di partenza: se i giornali della destra più sfascista salutano la ex prefetto di Milano come “la fan dell’accoglienza diffusa” vuol dire che non tutto è perduto. Roberto Gualtieri al Tesoro e soprattutto Paolo Gentiloni a Bruxelles come commissario europeo, nell’ufficio che avrebbe dovuto occupare un leghista per terremotare le istituzioni comunitarie, sono già un ottimo segno di resipiscenza: vuol dire che l’Italia recupera il suo ruolo di Paese fondatore dell’Unione, per cambiarla insieme agli alleati e non per distruggerla per conto di Putin. Un bel viatico, in vista della difficile manovra di bilancio che ci aspetta. Se solo le incaute élite europee evitassero di salutarlo con un entusiasmo malriposto, gettando altra benzina nel motore della ruspa impazzita di Salvini, ci eviteremmo i rigurgiti livorosi delle piazze scioviniste, già mobilitate per la “retromarcia su Roma” del 19 ottobre. Perfino Di Maio alla Farnesina, che ha urlato come un asino tra i suoni su Pinochet, Venezuela e gilet gialli, non può fare troppi danni, grazie al cordone sanitario del Colle. Non possiamo sapere se davvero questa Cosa Giallorossa sancirà con qualche anno di ritardo “un’alleanza naturale” che riannoda “il filo spezzato tra la sinistra e il suo popolo”, come sostiene con troppa sicumera Massimo D’Alema (già incline, a suo tempo, a considerare anche la Lega di Bossi una “costola della sinistra”). Così come non sappiamo se e quanto reggerà la “virata istituzionale” dell’Elevato di Bibbona, che nell’incredibile salto mortale dal Vaffa all’andreottismo è riuscito a rilanciare un governo benedetto dall’intero e non più inviso establishment planetario, da Trump alla Merkel, dalla Commissione Ue alla Bce, dalla Confindustria al Vaticano. Ma sappiamo che a questo punto non c’è altra strada possibile. «Non lasciate i vostri sogni nel cassetto», è l’appello lanciato a Cinque Stelle e Pd dal camaleontico Conte. Non chiediamo tanto. Ci accontenteremmo se, almeno stavolta, quei sogni non si trasformassero in incubi.