Lasciare senza benzina la propaganda di Matteo Salvini. Decongestionare il dossier immigrazione. Modificare i decreti sicurezza, ma soltanto tra qualche mese. Nel frattempo, disapplicarli, facendo leva sui precedenti forniti dai giudici. Ecco come il governo giallo-rosso si prepara ad affrontare il nodo più delicato. Con un caso, quello della Ocean Viking, destinato a fare scuola: se la nave umanitaria, attualmente in area Sar con a bordo 50 naufraghi, dovesse decidere di fare rotta verso i porti italiani, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese non farà ricorso al potere di vietarne l’ingresso. Organizzerà invece il soccorso e gestirà con Bruxelles la redistribuzione di chi sbarca.
C’è un patto d’onore che vincola Pd e cinquestelle, in queste ore. Prevede di svuotare i decreti sicurezza, accogliendo le indicazioni di Sergio Mattarella. Il percorso l’ha tracciato Giuseppe Conte, rivolgendosi ieri alla Camera alla sua nuova maggioranza. «Rivedremo la disciplina — ha promesso — alla luce delle osservazioni critiche formulate da Mattarella. Il che significa recuperare la formulazione originaria del decreto, prima che intervenissero le integrazioni che, in sede di conversione, ne hanno compromesso l’equilibrio complessivo». Il premier boccia il testo di Salvini, insomma. Attribuisce al suo ex vicepremier le colpe di un testo già stroncato dalle sentenze della magistratura. E promette di modificarlo in base alle indicazioni del Colle. Che riguardano essenzialmente due punti: le multe abnormi comminate a chi salva naufraghi — la celebre norma anti Ong — e il rispetto degli obblighi internazionali che impongono il soccorso in mare.
Su questo terreno le due forze sono già d’accordo. Così come sull’opportunità di non mettere mano immediatamente al decreto. Per una ragione assai prosaica: non massacrare la luna di miele del nuovo governo. I sondaggi planati sulla scrivania del quartier generale del Pd, infatti, sono assai simili a quelli in mano a Luigi Di Maio. E dicono due cose, in estrema sintesi. Primo: il tema dei porti chiusi non è considerato prioritario dagli italiani. Secondo: le forze di governo sono in risalita nelle rilevazioni, mentre Salvini e le destre in discesa. Perché rovinare tutto, accendendo uno scontro che può risolversi senza troppi clamori?
Nell’accordo tra i due partner di maggioranza, però, manca un dettaglio: il “quando”. Sulla tempistica, Pd e cinquestelle non sono perfettamente allineati. Per il capo politico del Movimento, il momento migliore per intervenire è gennaio. «Non abbiamo fretta — ha spiegato ai suoi ministri — lasciamo prima smorzare le tensioni». Al Nazareno, però, si vive con qualche palpitazione in più questa scaletta. A sentire Graziano Delrio, che dei dem è capogruppo alla Camera, è importante agire. E non perdere troppo tempo: «Si prendono le osservazioni del Presidente della Repubblica e si modifica il decreto. È un impegno di questo governo ». Alla fine, comunque, sarà Conte a cercare un punto d’equilibrio. Con l’obiettivo di smontare un’emergenza che non esiste: i trend degli sbarchi sono in netto calo dai 100 mila del 2017 ai 5.728 del 2019.
Restano alcuni possibili inciampi lungo il cammino. Cosa succede ad esempio quando una nave delle ong recupera naufraghi in mare e punta verso un porto italiano? Lamorgese, come detto, non intende applicare il blocco, facendo leva su alcuni precedenti: innanzitutto la decisione del gip su Carola Rackete, che non convalidò l’arresto della capitana riconoscendo che il soccorso rappresentava l’adempimento di un dovere derivante dai trattati internazionali. E poi la sentenza del Tar del Lazio sulla Open Arms, che consentì lo sbarco per un salvataggio avvenuto in condizioni di «eccezionale gravità e urgenza». Certo, se i casi dovessero moltiplicarsi, la pressione della destra aumenterebbe. La statistica, sperano però a Palazzo Chigi, dovrebbe aiutare: l’autunno dovrebbe ridurre partenze e sbarchi.
Le modifiche ai decreti sicurezza non esauriscono naturalmente l’operazione di “raffreddamento” del dossier immigrazione. L’obiettivo di lungo periodo resta la redistribuzione obbligatoria dei migranti tra i Paesi Ue più “volenterosi”. La missione, però, è al limite dell’impossibile, visto che tutti i governi precedenti — compreso il “Conte primo” — hanno fallito: per modificare il trattato di Dublino servono anni e una volontà politica comunitaria che al momento non c’è. Il sistema volontaristico attualmente in vigore, invece, non garantisce alcun automatismo.
Conte è deciso a provarci comunque, sperando di sfruttare il sostegno europeo a un esecutivo che ha estromesso Salvini. Per questo, volerà domani a Bruxelles per chiedere una mano a Ursula von der Leyen. Per la stessa ragione, ha mobilitato il ministro degli Affari europei Enzo Amendola e il presidente dem dell’Europarlamento, David Sassoli. E ovviamente Paolo Gentiloni. Ma la verità è che la flessibilità che l’Europa concederà all’Italia per la manovra ridurrà ulteriormente i margini di trattativa sui migranti.
I leader Cinquestelle e dem d’accordo sulla modifica delle norme bandiera della Lega. Ma il Movimento vuole tempi lunghi: non prima di gennaio.
Alla sede italiana di Facebook la spiegano molto semplicemente così: «È come se queste organizzazioni avessero rotto un contratto. L’ideologia non c’entra nulla ». Per non aver rispettato la policy di Facebook e Instagram in cui si vieta di veicolare ogni incitamento all’odio, il colosso del web fondato da Mark Zuckerberg ha cancellato le pagine dei neofascisti di Casapound e Forza Nuova, comprese quelle dei rispettivi dirigenti principali come Gianluca Iannone, Simone Di Stefano e Roberto Fiore. “Bannati”, come si dice in gergo, proprio nel giorno in cui i loro inquietanti saluti romani fuori da Montecitorio, dov’erano per protestare contro la nascita del nuovo governo assieme a Lega e Fratelli d’Italia, facevano il giro dei siti di informazione; anche se adesso i colpiti dal provvedimento potranno fare “appello”.
Ribaltare la decisione presa dai social non sarà semplice perché la filiale italiana della corporation ci è arrivata dopo un lungo lavoro di monitoraggio dell’attività della galassia nera, non sono online ma pure offline. E le cronache giudiziarie – si racconta dietro alle quinte di Facebook – sono piene di episodi di violenza che confermano la pericolosità dei gruppi di estrema destra: se ci si limita a Fn, il ministero dell’Interno tra il 2011 e il 2016 registrò ben 240 denunce e dieci arresti dopo raid ai danni di immigrati e militanti di sinistra. Nel regolamento dei due social è scritto che l’accesso non è (più) consentito a «qualsiasi associazione di almeno tre persone organizzata con un nome, un segno o simbolo e che porta avanti un’ideologia, dichiarazioni o azioni fisiche contro individui in base a caratteristiche come la razza, il credo religioso, la nazionalità, l’etnia, il genere, il sesso, l’orientamento sessuale, malattie gravi o disabilità ». Per lo stesso motivo nello scorso aprile in Gran Bretagna furono depennati gruppi come il British National Party, Britain First e National Front, formazioni “sorelle” di Cp e Fn; identico destino era toccato ad Alba Dorata in Grecia. A Casapound adesso rimane la pagina caduta in disuso di Sovranità-Prima gli italiani, 22 mila fan, che qualche anno fa doveva essere il nuovo nome-simbolo del partito; e quella del Primato nazionale, rivista cartacea e online con oltre 85 mila seguaci che fa da cassa di risonanza della propaganda neofascista, dandosi però una veste giornalistica.
«Siamo di fronte a una censura e ad un abuso, siamo stati colpiti in un giorno simbolico ed è un segnale a tutta l’opposizione», protesta Di Stefano, la cui pagina sul social aveva 140 mila iscritti. Fa lo stesso Fiore, già condannato per banda armata e associazione sovversiva, il quale parla di «polizia politica di Zuckerberg» e annuncia «mobilitazioni di piazza». Invece il segretario del Pd appoggia in pieno la decisione di Facebook perché «dobbiamo mettere fine alla stagione dell’odio – sottolinea Nicola Zingaretti – e non dobbiamo dimenticare che si tratta di persone che negherebbero ad altre di esistere»; anche l’Anpi si felicita, «da molto segnalavamo alla magistratura il dilagare sui social della brutalità nazifascista », dice la presidente Carla Nespolo. L’associazione partigiani oltretutto si batte da anni affinché Casapound e Forza Nuova vengano dichiarate fuorilegge a tutto tondo, come del resto prevederebbe la Costituzione. Secondo il deputato dem Emanuele Fiano, «è un fatto molto pesante, non può essere un caso, all’origine del quale devono esserci ragioni gravi. Vogliamo capire ».
La piazza è nera, urla “elezioni” e fischia rabbiosa. Matteo Salvini, il grande sconfitto della giornata, descamisado, impugna il microfono e la fa sua. Le braccia tese partono da via del Corso e arrivano fin sotto il palco. Bastano le prime note dell’Inno nazionale ed è subito saluto romano.
Teste rasate e tatuaggi celtici a brandire il tricolore come un drappo da battaglia. Niente bandiere di partito. Ma i caratteri dello striscione «ladri di sovranità» sono in gotico neo fascista, assai caro alla destra romana. Arrivano in migliaia, gente comune, pensionati, 30 mila sparano gli organizzatori di Fratelli d’Italia, si fa presto a riempire la piazzetta transennata. Facce da festa di Atreju, catapultate un lunedì mattina a far massa per i vicoli del centro. Non c’è posto che per pochi davanti Montecitorio. Ma l’effetto assedio sulla Camera dei deputati è perfettamente riuscito, nelle ore in cui si discute la fiducia al Conte bis. Finte cabine elettorali ai piedi del palco, una poltrona issata dalla folla sopra la scritta “le hanno occupate tutte”. Fischi roboanti quando si nomina Giuseppe Conte.
Salvini si presenta in piazza in jeans e camicia bianca, arrivato in treno dalla Toscana con la fidanzata Francesca. Non mostra alcun entusiasmo, lui qui non voleva esserci, si è deciso in extremis, al traino di Giorgia Meloni, mai successo. sarà per questo che è una maschera cupa, lontano dai riflettori. Poi sale sul palco, sotto i caratteri cubitali “No al patto della poltrona – Nel nome del popolo sovrano”, e la folla rumorosa va in tripudio. Il leghista bacia Meloni, l’alleata mai amata che lo saluta con un sarcastico «bentornato all’amico Matteo», e si impossessa così della piazza più a destra che ci sia. Sotto, ad applaudire, c’è di tutto. Dirigenti di Casa Pound, Forza Nuova, il deputato pd Furfaro denuncia “svastiche”. C’è Paolo Mantovani, ex assessore regionale alla sanità lombarda, reduce da un via vai tra carcere e domiciliari. Mentre un finto sacerdote – al secolo Davide Fabbri, sedicente nipote di Benito Mussolini, con guai giudiziari per apologia del fascismo, e concorrente dell’Isola dei famosi – agita un crocifisso: «Di Maio in nome di Gesù non farlo, sono massoni». Elisabetta Gardini fischia con le dita in bocca. Raffaele Fitto unico in cravatta. E la sola Daniela Santanché a strappare un sorriso, con cappello da cow boy tricolore. Giovanni Toti, fresco di scissione, si immortala in sequenze di selfie, perfettamente a suo agio: «Ci dovranno essere tante piazze».
Per l’ormai ex ministro dell’Interno comincia da qui la sua traversata nel deserto. Sa che tasti suonare per accendere la folla. Come in tutti i suoi comizi, come rifarà domenica a Pontida. «Lì dentro c’è il regime che sa che sta per cadere e che fa come Maria Antonietta in Francia. Un saluto ai poltronari chiusi nel palazzo, l’Italia vera è in piazza», dice alludendo al portone di Montecitorio chiuso in effetti (per lavori) alle sue spalle. Promette: «Con Giorgia lavoreremo per allargare», ma resta sul vago, non si capisce se il centrodestra per quel che è oggi o se si riferisce già a un nuovo soggetto sovranista. «Bisogna allargare includendo milioni di italiani». Ed è subito barricadero, altro che “resto ministro in pectore, uomo della sicurezza e della tranquillità”, come aveva promesso nei giorni scorsi: «Se i signori là dentro proveranno a cambiare quota 100 e tornare alla legge Fornero non li lasceremo uscire da quel Palazzo, ci staranno giorno e notte. Se provano a riaprire i porti, li chiudiamo noi, perché in Italia non si entra senza permesso». È quel che la folla di destra vuole sentire, standing ovation, “Mat-te-o, Mat-te-o”. Chiama all’adunata, quella ben più consistente, la sua: «Vi aspetto di nuovo in piazza il 19 ottobre qui a Roma». E quando gli chiedono se pensa alla storica e immensa San Giovanni, ammette: «Ci proveremo». Poi saluta con un classicissimo: il bacio del rosario. Oggi lo show si sposterà al Senato, dove l’ex vicepremier prenderà la parola contro Conte.
Sotto il palco si fa appena vedere Giancarlo Giorgetti. Poi il numero due della Lega, dentro Montecitorio, quasi sbeffeggia il capo: «Ce l’hanno tutti con Salvini, povero Cristo. Matteo era l’unico che voleva andare avanti, mentre tutti noi gli dicevamo di rompere.. In aula? È tutto così surreale». Quando poi il cronista gli chiede se la nuova maggioranza andrà avanti, allarga le braccia: «Andranno avanti sì, per inerzia». Il discorso di Conte? «Poco pathos, poca sostanza». Berlusconi dirà di peggio, arringando i forzisti alla Camera: «In altri tempi si sarebbe detto che Salvini e Meloni sono fuori dall’arco costituzionale, andrebbero messi fuori dalla porta, quello non lavora per una nuova maggioranza di centrodestra». La traversata per le due destre comincia così.
Alla Camera, la fiducia al governo giallo-rosso è stata blindata da 343 sì. Al Senato però, come sempre, c’è chi alza la posta. Perché è da anni il Vietnam di ogni governo. Perché le sue minoranze risicate permettono ai singoli, come al senatore siciliano M5S Mario Giarrusso (non è la prima volta), o al pugliese Lello Ciampolillo, o al filoleghista Gianluigi Paragone, di minacciare disastri con voti contrari che a ogni vigilia spuntano inesorabilmente.
Così, a ieri, il Pd era preoccupato per l’astensione di Matteo Richetti. E per il fatto che ci sono parlamentari dem molto dubbiosi sul taglio di 345 eletti che saranno presto chiamati a votare. Mentre i 5 stelle temono i malumori del no Tav Alberto Airola, e appunto di Giarrusso e Ciampolillo. Considerando Paragone già andato. E non potendo conteggiare nella maggioranza neanche gli ex, a parte Paola Nugnes (che se questo governo fosse nato solo due mesi prima, non sarebbe fuori dal gruppo).
Servono 161 voti, per ora sulla carta ce ne sono 169. Ma la tensione viene tenuta alta e si lega alla distribuzione dei posti di sottogoverno. Su quelli, la partita è tutt’altro che chiusa. A partire da Palazzo Chigi, dove il duello tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il capo politico M5S Luigi Di Maio – quello che stava per far crollare tutto nell’ultima notte di trattative – non è ancora finito. Domenica sera il premier si sarebbe arreso sul nome di Roberto Chieppa. Fallito il tentativo di mettere l’attuale segretario generale della presidenza del Consiglio al posto del leghista Giancarlo Giorgetti, dopo aver ceduto alle pressioni di Di Maio affinché in quella casella strategica andasse il fedelissimo Riccardo Fraccaro, il premier ha tentato in ogni modo di tenerlo con sé affidandogli deleghe pesanti: di tipo legislativo, aveva fatto trapelare Chigi, prevedendo una sorta di commissariamento dell’ex ministro dei Rapporti con il Parlamento. Si era parlato poi dell’editoria o dei servizi segreti. Niente da fare, anche perché a un certo punto è stato lo stesso Chieppa a non rendersi disponibile. Il suo nome circola già per un posto al Consiglio di Stato, come presidente Agcom o Garante della privacy. Farsi massacrare dalla battaglia interna tra attuali vertici M5S e Conte non è il suo primo obiettivo. Ma non è finita. Perché nella partita dei sottosegretari, il premier ha preteso l’ultima parola almeno per quelli che andranno a Palazzo Chigi. E non intende far tornare all’editoria Vito Crimi, paladino della chiusura di Radio Radicale e difensore – come disse l’anno scorso dal palco di Italia a 5 stelle – dei contributi solo ai giornali per ciechi. Quanto alle caselle dei ministeri, Di Maio ha convocato ieri in sala Tatarella, alla Camera, tutti i capigruppo M5S nelle commissioni. E ha passato loro il cerino. Dovranno presentare una rosa di nomi entro mercoledì. Un passaggio che terrorizza chi si sentiva già dentro, o perché confermato o perché promosso dal capo politico: tutto è di nuovo in gioco, tutto può succedere. (Il Pd invece aggiunge tra i papabili l’ex deputato Massimiliano Manfredi alle Infrastrutture). Il ministro degli Esteri, com’è apparso evidente dal volto che ha mostrato seduto diligentemente accanto al premier, non è di buonumore. Non ha gradito le pressioni dell’ultimo mese per la formazione del governo e lascerà che i parlamentari M5S «si scannino tra loro», per dirla con uno dei suoi fedelissimi. «Le parole di Conte mi hanno trasmesso fiducia – ha detto a sera Di Maio– per fare tutte le cose elencate sarà fondamentale il lavoro e l’impegno dei nostri eletti. Quanto a me, come ministro degli Esteri voglio occuparmi soprattutto di far crescere l’Italia nel mondo». Terrà la delega al commercio estero, quindi. E al Pd, manda un messaggio serale tutt’altro che rassicurante: perché nel tweet in cui elenca gli obiettivi, inserisce la “revoca” delle concessioni autostradali. La parola revisione, buona per ogni compro- messo, è già stata spazzata via.
Ha pronunciato la più pericolosa parola di sinistra, «riforme», che in Italia sono impossibili e hanno bruciato vite e carriere, da Aldo Moro sino a Matteo Renzi. E ha citato Giuseppe Saragat che, diciamo la verità, con Giuseppe Conte aveva in comune solo l’acqua di colonia che permise ai tedeschi di trovarlo e arrestarlo, nella casa in cui si nascondeva, seguendone la scia per le scale. Conte si appropria invece del «volto umano della democrazia» e convoca Saragat al capezzale del proprio virtuoso trasformismo che anche ieri ha continuato a chiamare «il mio nuovo umanesimo». Saragat era, secondo Nitti, «uno dei due italiani che hanno letto tutto Marx». Ma dei due neppure l’altro somigliava al professor Conte perché era Nitti stesso.
E dunque il giorno della Fiducia è stato anche il giorno della resurrezione del riformismo. Non solo il giorno della Camera assediata dalla destra che entrava e usciva dall’aula, si caricava di aggressività fuori e la scaricava dentro, e poi al contrario si scaricava in piazza e si caricava in aula, con tricolori e saluti romani. E la poltrona, che fuori era sollevata e sventolata come una bandiera, dentro era il grido di battaglia, la metafora, “l’oggetto emblematico” di Montale, non un argomento ma un’immagine evocativa, “il linguaggio senza parole” della cultura di destra spiegato da Furio Jesi (“Cultura di destra”, Nottetempo, è il libro da rileggere).
Ma bisogna dire la verità: non c’è stata quella violenza da angiporto, con scene da parlamento libico o balcanico, che tante volte abbiamo visto, anche nella storia recente. Solo rumore e strepito dove i più sguaiati erano quelli di Fratelli d’Italia che oggi però non sono stati maneschi, e dunque sono stati migliori della loro storia e della loro antropologia.
E ai tumulti ci si è arrivati a poco a poco. Di mattina era come se agli esami di maturità avessero assegnato come tema: “Scrivete un discorso di sinistra”. Giuseppe Conte lo leggeva e dominava l’aula con la voce bassa, monocorde, cortese, che per quasi un’ora e mezza è sembrata parlare da sola, come una radio, come un bollettino di servizio, come Alfred, il maggiordomo di Batman che gli prepara i costumi e lo aiuta ad attrezzare la grande caverna sotterranea.
Come sarà la crescita? «Sostenibile ». E com’è l‘opportunità? «Storica ». Il piano per il Sud? «Straordinario ». Il progetto? «Ambizioso». E il lavoro? «Al primo posto». Poi gli asili nido gratis, i disoccupati, un sottosegretario per i disabili, la parità di genere, le famiglie numerose, una conferenza sull’Europa, una banca di investimenti per il Sud, le diseguaglianze economiche… E “in quota Renzi” c’era pure l’Inglesorum dell’Italia «smart nation » e l’ambientalismo come «green new deal». E qui Celentano avrebbe aggiunto uno dei suoi magistrali colpi di “all right”.
E però la sinistra, che pure è lealmente e appassionatamente schierata con il governo, “sente” che Conte è un surrogato: Bersani più che applaudire muove le mani. «È un nuovo inizio» dice, ma il caffè è decaffeinato, il latto è magro, la cintura è di similpelle, il premier è di similsinistra. E neppure oggi Conte ha fatto un cenno di autocritica; la colpa degli eccessi legislativi sulla sicurezza, ha ripetuto, è solo di Salvini. Ha rimosso se stesso e le proprie gravi responsabilità dalla violenza contro gli immigrati durante la vicenda della nave Diciotti. Maurizio Martina ci guarda negli occhi e commenta «ottimo discorso », ma con il tono “alla dioboia” come dicono a Livorno. Fratoianni aggiunge che «con la sinistra Conte si impappina quando le cose si fanno difficili: gli immigrati e la riforma elettorale combinata con il taglio del numero dei parlamentari, per esempio; ma certo il suo discorso è condivisibile». Di sicuro le riforme oggi sono quanto più a sinistra si possa immaginare in un paese le cui febbri di crescita si sono sempre espresse con gli spasmi sociali: dalla boje emiliana ai fasci siciliani, dai tumulti milanesi repressi da Bava Beccaris al maggio radioso del 1915, dall’occupazione delle fabbriche del primo dopoguerra ai riots fascisti, dalle lotte agrarie del secondo dopoguerra ai morti del governo Tambroni, dal boia chi molla di Reggio Calabria a Valle Giulia, senza dimenticare brigate rosse, brigare nere e stragi, e poi la Lega e Mani pulite, i referendum per il maggioritario, la giustizia ad personam, la rottamazione di Renzi e il vaffa di Grillo.
E però il presidente, prima della replica, non scaldava neppure la creatività dell’opposizione, che infatti non era andata oltre i ritornelli automatici «pol-tro-ne-pol-tro-ne», «bi-bbia-no- bi-bbia-no».
Allo stesso modo non eccitava la fantasia della sua maggioranza che applaudiva di lode quando quelli della destra applaudivano di scherno, e così era tutto un applaudire stanco: «bravo» gridavano a destra mimando la pernacchia, e «bravo» rispondevano a sinistra mimando l’osanna.
Solo quando il dibattito si è scaldato e i leghisti gli hanno dato del traditore, del venduto, dell’imbullonato alla poltrona, finalmente Conte si è mostrato offeso: «È il M5S ad avere subito il tradimento ». Ha citato Hannah Arendt, ha elogiato la coerenza ai programmi e non agli interessi elettorali del proprio partito, ha detto che Pd e 5stelle sono stati coraggiosi a superare gli aspri contrasti e a fare maggioranza negli interessi del Paese. Ha replicato e ha persino provocato, ma senza mai parlare di sé, senza mai guardare dentro di sé.
E forse Conte sembra davvero “bravo”, per quel che valgono i sondaggi, proprio perché la storia oggi non la fanno i grandi uomini con i grandi discorsi, ma le formichine che rianimano le ombre del passato che gli italiani spaventati stanno inseguendo: Prodi, il centro moderato, anche nella versione centro-destra, e poi lo stile morbido e solenne della Dc, la forza calma del Pci, il socialismo liberale, Berlusconi persino. Ecco: Giuseppe Conte sarebbe andato bene con ciascuno di loro.
Zitti e disciplinati, i ministri oggi gli stavano accanto come i calciatori al loro Mister, anche Teresa Bellanova in sobrio floreale, Paola Pisano in rosso comunista e la prefetta Lamorgese a braccia conserte, un po’ stanca del paragone con Salvini: «Non sono qui per farlo dimenticare, ma forse perché sono esperta in situazione delicate ».
Anche oggi Conte ha provato a incarnare la voglia di normalità degli italiani che sono stanchi degli arruffapopolo, del divismo, del linguaggio crudo, degli aggettivi forti e della richiesta dei pieni poteri ma anche delle signore invadenti ed esagerate e dei conflitti di interesse, sesso e banche. E ieri Conte era sicuramente sincero quando prometteva che la lingua del governo «sarà rispettosa». Ha fatto l’elogio della sobrietà, e ha ripetuto, tra gli insulti, che «non ci saranno più insulti».
E benché si sia guardato bene dal parlarne, tutti hanno pensato che, anche nella vita privata, Conte non esibisce diavolesse su Instagram né fidanzate con gli stivaletti rossi. Solo la pochette a quattro punte. Chi mai avrebbe immaginato che come la gobba di Andreotti e i baffi di D’Alema una pochette diventasse il nuovo simbolo della ripetizione e dell’immutabilità italiane.

Al ministro dell’Istruzione qualcuno ha chiesto al Forum Ambrosetti: «Mangerà il panettone?». Lorenzo Fioramonti ha risposto che a lui piace il pandoro. Ieri però nella sala di Villa d’Este Marco Simoni, il presidente di Human Technopole, ha diagnosticato di quale malattia sia affetto il suo e qualunque altro governo in Italia: la tirannia del breve periodo; la pressione a produrre subito risultati tangibili, altrimenti non ci sarà un domani. L’esecutivo che sta nascendo fra M5S e Pdègià contagiato dal virus. La giornata ieri a Cernobbio era consacrata ai mali del Paese, quelli veri, nessuno dei quali prevede soluzioni istantanee. Non ne ha la «burocrazia difensiva» dei funzionari, che ormai spesso evitano di decidere alcunché per non rischiare di risponderne alla Corte dei conti. Non hanno cure magiche le grandi opere, il cui tempo medio di realizzazione è di quindici anni. Né si inverte in tre mesi una frequenza dell’abbandono scolastico, già alta, che di recente ha persino ripreso a salire. Questi problemi mangeranno senz’altro il panettone. Il governo di turno, chissà. Di qui la spinta su Pd e M5S per intervenire su ciò che di più tecnicamente facile ci sia da fare e più tangibile per i cittadini esista: le aliquote fiscali, specie quelle sul lavoro dipendente. Lo ha chiesto ieri da Cernobbio il presidente di Confidustria Vincenzo Boccia. Lo vogliono i sindacati. Lo hanno promesso in modi diversi pressoché tutti i partiti. Lo hanno detto così spesso che ormai — mostra un sondaggio Ipsos pubblicato dal Corriere — quel taglio delle tasse lo reclama «come misura urgente» del governo il 71% degli italiani. Che poi il 52% di loro giudichi negativamente l’accordo fra Pd e M5S — mentre quasi due terzi degli imprenditori ieri a Cernobbio esprimevano in proposito aspettative basse o mediocri — non fa che alzare la pressione. Il secondo esecutivo di Giuseppe Conte deve far vedere che fa qualcosa, prima del panettone. E l’unica leva da muovere in tempi così stretti è proprio un taglio delle tasse sui redditi medio-bassi. Il tutto, in teoria, mantenendo l’impegno di non aumentare l’imposta sui consumi (Iva) e però di evitare rotture con Bruxelles. Ma si possono ottenere i tre risultati con la stessa legge di Bilancio? La matematica suggerisce che è una triade impossibile. Se il governo vuole disinnescare l’aumento dell’Ivaetagliare le tasse sui lavoratori, non può farlo d’intesa con Bruxelles (perché il deficit sarebbe troppo alto). Se vuole tenere bloccata l’Ivaevarare un bilancio accettabile per l’Ueoimercati, allora deve rinviare qualunque taglio tangibile alle tasse sul lavoro. Se invece vuole dare una sforbiciata fiscale per i redditi medio-bassi ma arrivare a un deficit accettabile per Bruxelles —benché in aumento—allora deve permettere che l’Iva aumenti o varare una stretta comunque fortissima. Che questa sia l’eredità lasciata dal «contratto» di Lega e M5S non consola Roberto Gualtieri. Il neo-ministro dell’Economia sa che i numeri e le regole non gli lasciano molto spazio. Mario Centeno, presidente dell’Eurogruppo, ha già osservatoaReuters che l’Italia «deve fare i conti con le restrizioni con cui tutti facciamo i conti». Senza gli aumenti dell’Iva previsti per 23 miliardi da gennaio, il deficit salirebbe da meno del 2% del prodotto lordo (Pil) del 2019 al 3% o più nel 2020. Servirebbero tagli di spesa e un aumento della pressione fiscale da almeno 15 miliardi — probabilmente di più — per creare lo spazio di una sforbiciata alle tasse da almeno sette miliardi, di cui i redditi mediobassi in Italia avvertano un po’ gli effetti. A quel punto il deficit del 2020 viaggerebbe (in aumento) attorno al 2,5%, il massimo che Bruxelles può concedere o magari qualcosa di più. Ma una correzione di bilancio da 15 miliardi resta molto dura da applicare su un’economia oggi a crescita zero. Il dilemma è reso poi più beffardo da un ulteriore paradosso: se solo l’Italia uscisse dalla malattia del breve termine e aspettasse un anno, dal 2021 il calo degli interessi sul debito e i frutti della lotta all’evasione aprirebbero davvero spazi per rispettareaun tempo i tre i impegni: niente rotture con Bruxelles, niente aumenti dell’Iva e taglio delle tasse sul lavoro. Ma il panettone del 2021, visto da qua, è come volteggiasse in una galassia lontana.

L’obiettivo è dichiarato: ottenere una distribuzione «preventiva» dei migranti che arriveranno in Italia. Accettare gli sbarchi delle navi delle Ong e dei mezzi militari impegnati nei soccorsi nel Mediterraneo, con la garanzia che almeno una parte degli stranieri potranno trovare subito ospitalità negli altri Stati dell’Ue. Per questo la strategia che il premier Giuseppe Conte sta mettendo a punto con i titolari del Viminale, Luciana Lamorgese, e della Farnesina, Luigi Di Maio, punta a superare il trattato di Dublino, ma soprattutto a prendere le distanze dalla gestione all’attacco di Bruxelles voluta da Matteo Salvini.

 

E dunque la lettera inviata dal ministro degli Esteri francese Jean Yves Le Drian proprio a Di Maio «per avere relazioni più costruttive» è stata accolta come un via libera a quel negoziato già avviato che punta anche a una politica comune sui rimpatri. Un passo importante che in Italia si tradurrà in un nuovo approccio per la sistemazione dei profughi.

 

Lamorgese è il prefetto che con il ministro Marco Minniti mise a punto il protocollo poi applicato a Milano per la cosiddetta «accoglienza diffusa». Piccoli centri — individuati grazie alla collaborazione con sindaci, governatori e associazioni di volontariato—dove si rimane in attesa della decisione sulla richiesta di asilo. Una linea che — come avrebbe detto la ministra Lamorgese durante il primo confronto con Conte — «non rinnego perché si è dimostrata vincente». Il nodo restano le risorse visto che non ci sono i soldi per il pagamento degli straordinari ai poliziotti.

 

Il dialogo con le Ong, dopo lo scontro aspro con Salvini, passa da una regolamentazione alla quale il governo non sembra intenzionato a rinunciare. L’Italia non vuole essere l’unico centro di smistamento dei profughi e per questo il negoziato con la Ue prevede al primo punto regole chiare sulla distribuzione di chi sbarca sulle nostre coste.

 

Si discute sulla necessità di procedere con la fissazione delle quote o comunque sulla disponibilità degli altri Stati ad accogliere i migranti quando sono ancora a bordo delle navi. E dunque non si esclude il ritorno a un progetto comune sul modello «Triton» che prevedeva una gestione condivisa del controllo delle frontiere marittime.

 

In questo quadro si inserisce la revisione del decreto sicurezza che non avrà tempi brevissimi, ma dovrà comunque recepire le indicazioni del Quirinale rispetto alla necessità di rivedere le multe per chi viola i divieti di ingresso tenendo conto «dell’obbligo di prestare soccorso a chi si trova in difficoltà» previsto dalle convenzioni internazionali.

 

I grandi centri di accoglienza non sono «sostenibili» e così si pensa a una gestione di piccole strutture per i profughi, proprio come avviene a Milano, ma anche in città di altre Regioni. È quel «senso di squadra» che Lamorgese aveva sottolineato al momento di siglare l’accordo con il sindaco Beppe Sala. Una linea che naturalmente non potrà tralasciare, ed è questo uno dei temi in discussione con la Ue, la previsione di effettuare l’identificazione dei profughi già nei Paesi di origine e comunque di ottenere fondi e collaborazione per i rimpatri.

 

Oltre alle trattative bilaterali dell’Italia per la riammissione negli Stati di partenza, l’obiettivo è la delega alla Commissione europea per un accordo più ampio che coinvolga le strutture internazionali come L’Oim e l’Unhcr, proprio per ribadire la necessità di una strategia condivisa che non faccia tornare il nostro Paese ad essere «l’unica porta d’Europa». E dunque metta a disposizione i fondi, ma soprattutto i mezzi necessari.

 

La necessità di reperire risorse del resto trova conferma nella lettera inviata il 5 settembre dal dipartimento di pubblica sicurezza al sindacato Silp Cgil che sollecitava il pagamento degli straordinari fatti nel 2018 e nel 2019. «Le prestazioni — si sottolinea — potranno essere messe in liquidazione in presenza delle accertata disponibilità finanziaria. Le ore di straordinario rese nel 2018 qualora non liquidate e non recuperate entro il 31 dicembre 2019, saranno comunque retribuite entro il 2020. Sono in corso le iniziative finalizzate al reperimento delle risorse aggiuntive». Messaggio esplicito che fa dire al segretario Daniele Tissone: «Per 14 mesi abbiamo avuto un ministro dell’Interno che ha parlato di sicurezza ogni giorno sui social, ma non ha messo risorse sufficienti per le esigenze dei “suoi” poliziotti. Il nuovo governo non potrà fare miracoli, ma pretendiamo e auspichiamo un cambio di rotta».

«Eccomi, sono l’impopulista». Scherza, anzi no, Paolo Gentiloni. Buona sera nuovo commissario Ue… «Non esageriamo, sono soltanto designato. La nuova commissione sarà attiva dal primo novembre e prima occorre presentare la squadra, già martedì, e poi ci sono le audizioni, i voti e via dicendo». Però, dopo aver visto Ursula sembra molto tranquillo – non è un tipo che si agita – sul fatto che avrà probabilmente il portafoglio di commissario per gli Affari economici. Anche se a Bruxelles circola una lista dei nuovi commissari in cui Gentiloni ricopre il posto all’Industria più mercato interno. Siamo in queste ore alle ultime trattative e si vedrà. Il pressing dei Paesi del Nord per non dare all’Italia il portafoglio più pesante continua. Non sembra minimamente turbare però l’aplomb di Paolo l’Impopulista, che si gode lo scenario stupendo del castello di Santa Severa affacciato sul mare e «l’emozione grandissima» del compito che andrà a svolgere a Bruxelles. Dove sta cercando casa insieme alla moglie Manuela. Sorride: «Poteva andare peggio…». Poi sale sul palco e dice: «L’Italia avrà il ruolo che merita, un ruolo cruciale, e sarà un ruolo economico nella nuova commissione». La prima uscita nella nuova fase di Gentiloni è qui al castello dove ha ricevuto ieri sera il Premio Orsello per il suo impegno europeista. «Siete stati preveggenti», sorride agli organizzatori. Poi entra nel merito. «L’Italia non è un piccolo Paese di questuanti, che chiede sconticini rispetto ai parametri vigenti. È uno dei fondatori della Ue. E ci faremo sentire. Avremo voce in capitolo sulla base della nostra credibilità e capacità. Ti ascoltano, se sei credibile e competente. Il resto non vale. La storia del battere i pugni sul tavolo, da parte di persone che oltretutto quel tavolo non lo frequentano, non si può più sentire». Altro che sovranismo, ecco. Altro che salvinismo. «La grande svolta che si è avuta è che la spinta dei sovranisti, soprattutto italiani, che avrebbero dovuto cambiare il senso all’Europa, non si è avuta affatto». Paolo l’Impopulista parla contro l’ideologia dell’austerità. «Guai a ripetere quel tipo di errore. Serve la crescita. Una crescita sostenibile sia dal punto di vista sociale che ambientale. Non basta guardare il pil, non serve pensare soltanto ai numeri. Ci vuole una scossa vera». Gentiloni sta nel format del vigoroso. Anche quando parla della nuova fase rosso-gialla su cui, come si sa, ha avuto fin dall’inizio non pochi dubbi. Anzi una sorta di freddezza. Ma adesso è in modalità speranzosa. Comincia sorridendo: «La carica in Ue dura 5 anni. Normalmente in questo lasso di tempo, cambiano tre governi in Italia. Oddio, lo dico così: mica mi sto augurando che il nostro governo cada subito! Mi auguro invece che la scommessa riesca e bene». E ancora: «Il governo è nato per uno stato di necessità. La sfida è farlo diventare qualcosa di più ambizioso». E il commissario designato stronca Salvini. «Si sta per scatenare la piazza al grido che il nuovo governo è illegittimo. Non è vero affatto. È l’unione tra il primo e il secondo partito italiano, mentre quello di prima era tra il primo e il terzo partito». E ancora: «Sono soddisfatto perché è finito quel clima da campagna elettorale permanente di cui non se ne poteva più. E che ha fatto male alla credibilità italiana e anche ai suoi conti pubblici. È calato lo spread di 100 punti e questo è anche il segno che ora c’è un governo non palestra muscolare ma strumento al servizio dei cittadini». Arriva poi il momento Zinga. «Zingaretti ha avuto il merito di aver tenuto unito il Pd e io so quanto sia difficile». Lo sanno tutti in platea – dove ci sono altri due premiati pronti a salire sul palco, Veltroni e Padoan – e infatti scatta l’applauso. «Zingaretti ha fatto un buon lavoro ed è un bene che non sia entrato personalmente nel governo. Gli italiani non ne possono più di vedere i partiti di governo che si azzuffano». Non ne possono più neanche gli europei. E la vera scommessa è non deludere né loro né, soprattutto, noi. Ma i falchi del Baltico e del Nord sono in agguato per non dare all’Italia (e agli altri, Germania compresa) la flessibilità che serve. E servirà tutto l’anti-populismo, o l’Impopulismo, di Gentiloni per vincere questa euro-partita. Lui intanto si avvia insieme a Manuela detta Manù verso l’auto e dice: «Andiamo a mangiarci una cosetta e poi a ninna». Ed è il sonno dell’Europa quello che va evitato. Mario Ajello Antonio Pollio Salimbeni

Il nome del capogruppo ancora non c’è. Ma potrebbe essere quello di un panzer, Roberto Giachetti. Il progetto invece, e stiamo parlando della nascita del gruppo di Renzi alla Camera, che potrebbe venir annunciato nei giorni della Leopolda ad ottobre, è pronto. E i suoi amici assicurano: «Mai sentito Matteo tanto determinato, si parte».

A Montecitorio, con una trentina di deputati «d’assalto riformista» come dicono loro, e non al Senato perché le regole di Palazzo Madama impediscono nuovi gruppi che non siano stati già presentati alle elezioni. E dunque: una trentina saranno i renziani alla Camera, almeno per partire («ma poi vedrete – dice Matteo ai suoi – che dovremo chiudere le iscrizioni per overbooking») mentre al Senato l’operazione è questa. Esce dal gruppo dem Renzi, per andare al Misto, e con lui cinque o sei senatori (si fanno i nomi di Faraone, Magorno, da Stefáno, la Malpezzi, la toscana Caterina Bini) mentre Marcucci resta dov’è: capogruppo Pd. Perché serve più lì che fuori per il momento. E infatti, spiega uno degli strateghi dell’operazione, tra i più vicini a Renzi: «Diversi guastatori, anzi chiamiamoci spingitori, gente cioè che incalza il Pd dal di dentro a colpi di iniezioni di coraggio riformista e di grande radicalità innovativa, in una prima fase non aderisce al progetto. Lo sostiene da fuori». Dunque il turbo-renzismo va subito all’assalto del governo che Matteo ha molto contribuito a creare? Neanche per sogno. Ai suoi Renzi spiega: «Sarà una separazione assolutamente consensuale. Il nostro progetto serve a rafforzare il governo, ad aggiungere una gamba in più capace di parlar fuori dal recinto della sinistra e anche ad aiutare la sinistra». Cioè? Scomposizione e ricomposizione politica sono le espressioni che usano quelli dell’«assalto riformista» che – specificano – non è per rompere ma per correre di più. Se i renzisti escono, questo il ragionamento, si facilita la riunificazione di Leu con il Pd che ormai è nei fatti e i bersaniani-dalemiani scalpitano per ritornare nella ditta insieme a tutto quel mondo di sinistra-sinistra che mai aderirebbe a un partito con dentro Renzi considerato proverbialmente da quelle parti un mezzo destrorso e un vero berlusconiano. Mentre il nuovo gruppo dell’ex premier farà da calamita ai moderati anche non di sinistra, ai riformisti senza etichette, compresi quei forzisti critici, sfiduciati e stanchi ma vogliosi di contare ancora fuori dai vecchi schemi destra-sinistra. E si guarda infatti all’area Carfagna e – dicono alla Camera – «anche direttamente a Mara, se in Forza Italia non succede niente e niente succederà». «La nostra uscita dal Pd e l’entrata di Leu nel Pd sarebbe quasi a saldo zero», così parla Matteo ai suoi, pur sapendo che se tutti i renziani andassero via dal gruppo dem poco resterebbe stando ai numeri attuali. E un ragionamento così serve a dire che Zingaretti non perderebbe granché, ma sarebbe più libero di fare la sinistra che vuole, mentre il renzismo potrebbe senza più troppi vincoli potrebbe fare il mestiere suo. «Conte – raccontano alcuni di quelli chi stanno gestendo l’operazione – non ha nulla da temere, anzi sta già capendo che questa operazione lo fortifica». Il premier troverà una sinistra più forte a sostenerlo e un centro innovativo renzista, a sua volta capace di contare e attrarre e di dare sostanza al governo rosso-giallo. Etichetta che a Renzi non piace granché, se resta binaria, e infatti punta a farla diventare triplice: «È mai possibile che noi che ci siamo spesi tanto e prima e più di altri per far nascere questa maggioranza ora dobbiamo vedere che c’è solo Zingaretti nei tavoli che contano e a fare la politica che serve?». Questo il mood. Non esplosivo, ma costruttivo. Almeno per adesso. E tra i 25-30 deputati pronti ad aderire al gruppo, ci sarebbero – ma la lista è passibile di uscite e soprattutto di altre entrate – Giachetti e Anzaldi, Morani e Boschi, Ascani (che comunque andrà al governo) e Nobili, Miceli, il lombardo Fragomeli, Marco Di Maio, Cosimo Ferri, Marattin, Romano, Buratti e via dicendo. «Noi però siamo dinamici – dice qualcuno di loro – e restare nel Pd per pungolarlo e spingerlo, per esempio sui temi del lavoro, sarà altrettanto eccitante». Lotti non farebbe parte dell’operazione. Il neo ministro Guerini neppure. Tanto è vero che nel pranzo di festa, per l’ingresso al governo, Guerini non c’era con Renzi ma con Matteo solo le due donne: la Bellanova e la Bonetti. E comunque: Renzi vuole vedere riconosciuto il suo ruolo di ispiratore della fase rosso-gialla, e ha trovato il modo mettendosi in proprio. Ma come reagirà M5S nella nuova coabitazione che si annuncia sarà tutto da vedere. E non sarà una passeggiata.

C’era da aspettarselo. Tre giorni dopo il giuramento del nuovo governo di Giuseppe Conte il fantasma di Matteo Salvini aleggiava eccome, al forum Ambrosetti. Per tutta la mattinata non ha abbandonato un solo istante Cernobbio. Anche se l’unico che ha avuto il coraggio di evocarlo per nome e cognome è stato l’ex premier Mario Monti. Inequivocabile la stilettata al leader leghista: «L’Italia è rientrata in Europa. Per un anno intero ne era uscita, fino a diventare il cavallo di troia di chi si oppone all’Unione europea». Cina, Russia, gli Stati Uniti di Donald Trump che aveva scioccato Bruxelles un anno fa definendo l’Ue «un nemico degli Usa». Un violento pugno nello stomaco, che ieri il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire deve aver ricordato, quando ha sentenziato: «Gli Usa non si comportano da alleati dell’Unione europea, se ci impongono dei dazi». Nella lista degli avversari dell’Ue Monti ci mette anche le grandi multinazionali «apolidi della tecnologia». Senza esitare a usare la parola “nemici”. E quando la pronuncia, non si può fare a meno di pensare alla Russia, alla Lega, e al “cavallo di troia”. Dice l’ex commissario europeo, «oggi l’Unione europea è circondata da nemici come non mai in passato». E si spinge, Monti, perfino a «non escludere» l’eventualità di «aggressioni fisiche al territorio». Un paradosso, certo. Forse per rafforzare ancora di più un certo senso di sollievo per aver scampato «il rischio maggiore». Che richiama però alla memoria lo scenario inquietante delineato dal senatore a vita giusto prima delle elezioni europee, quando alla presentazione del libro di David Parenzo “I falsari” arrivò a evocare, con una provocazione, lo spettro scomparso da tre quarti di secolo: «Supponendo che i partiti sovranisti vadano alla grande ci sarà prima una fase di riduzione del ruolo dell’Ue e poi quando questo ruolo sarà stato distrutto e raso al suolo, la guerra in Europa…». Sappiamo com’è andata, e come quello scenario sia buono soltanto per il Risiko. Se è vero, come sottolinea Monti, che l’Unione europea si è rafforzata dopo le elezioni, e ancor di più con la Brexit («Materia buona per Sigmund Freud», butta lì Romano Prodi) che «ci fa tornare a casa meno pessimisti sul sistema politico del nostro Paese». Avendo visto quello che stanno combinando i campioni della democrazia parlamentare una volta alle prese con la democrazia diretta. Ma se con quella specie di suicidio politico di Salvini «il rischio maggiore» è scampato, anche se grazie a un governo con lo stesso presidente del Consiglio e lo stesso partito di maggioranza relativa in ossequio alla inarrivabile capacità trasformista della nostra politica, per l’ex commissario europeo alla Concorrenza non lo sarà per sempre. Tutto dipende, pensa, da quello che succederà. Da come la nuova Commissione di Ursula von der Leyen affronterà i prossimi cinque anni. Cinque anni cruciali, secondo Monti. Cinque anni in cui assisteremo «a due assalti concentrici fondati su domande di sovranità». Anche se in direzione ostinata e contraria. Perché le pressioni sovraniste nazionali non cederanno di sicuro, ma ci sarà anche «chi chiederà più sovranità europea in certi campi». E se l’Europa non farà nulla, argomenta il senatore a vita, le prime potrebbero anche avere di nuovo il sopravvento. Il debito, per esempio. Prodi racconta che quando era presidente della Commissione ebbe uno scambio di email con Ursula von der Leyen, allora semplice parlamentare. «Allora era favorevole agli eurobond», dice. Una forma elementare di mutualizzazione dei debiti sovrani, ma che potrebbe rivelarsi un elemento decisivo per spegnere il fuoco contro l’euro su cui soffiano i sovranisti. Questo è parte del “coraggio”, che secondo La Maire è l’unica «risposta da dare ai grandi cambiamenti» per contrastare «i populismi». Il coraggio di «mettere fine ai neoliberismi» e di «ristabilire la giustizia fiscale in Europa» facendo pagare le tasse ai giganti del web, superando la logica ormai assurda e anacronistica dell’unanimità, perché «non possiamo continuare a permettere che quattro Paesi membri blocchino la volontà degli altri ventiquattro». Ed è solo un pezzo della partita che non è ancora iniziata e resta incerta: c’è il sovranista olandese Gerrt Wilders, che auspica il contagio della Brexit («Non pensate che riguardi solo il Regno Unito») a rammentarlo. Ma intanto, davanti alla stessa platea che un anno fa acclamava il leghista Salvini mentre snocciolava i dati sul pericolo dell’immigrazione e oggi applaude con lo stesso trasporto Mario Monti, il ministro francese La Maire non manca di elogiare «il coraggio dell’Italia» e la scelta dell’europarlamentare democratico Roberto Gualtieri per il Tesoro. E mentre il “predicatore”, così si definisce Prodi, avverte che «l’Unione europea va avanti o cade» spiegando che quando ai giovani dell’Università «parlo di pace mi guardano come si guarda un dinosauro», Alexis Tsipras rievoca la crisi greca e insieme il fantasma che aleggia. Allora, dice, in Europa lo trattavano tutti come un appestato: «Enrico Letta fu l’unico premier che mi volle incontrare. Tutti, anche la stessa sinistra, pensavano che il pericolo per l’Unione europeavenisse proprio dalla sinistra. Ora tutti si sono resi conto che invece viene da destra. In Francia da Marine Le Pen, nel Regno Unito da Boris Johnson, qui dall’ex ministro dell’Interno. Ex, speriamo…”.