Dai un dito e si prendono la mano. Dimenticate l’impronta digitale per attivare lo smartphone, negli Stati Uniti stanno pensando direttamente a quella del palmo, anche se stavolta in ballo non c’è il settore dei telefoni quanto quello degli acquisti nei supermercati. Mentre all’Ifa di Berlino, una delle fiere di tecnologia più grandi d’Europa, Amazon ha appena presentato l’accordo con Netflix per offrire un catalogo di film e serie unificato con il suo servizio streaming, dall’altra parte dell’Oceano sperimenta una nuova forma di pagamento. Che pare la voglia introdurre a breve nella catena di alimentari Whole Foods, acquisita nel 2017, per eliminare le file alle casse. Si entra, si mette nel carrello quel che si vuole e si salda il conto porgendo la mano. Già, perché il sensore è di nuova generazione e non richiede di poggiarla. Grazie all’intelligenza artificiale applicata all’analisi delle immagini, analizza dimensione e geometria di dita e palmo riconoscendo il cliente. Il sistema ha in memoria l’impronta, legata a una carta di credito, e avrebbe un margine di errore di uno su diecimila operazioni. Ma si sta lavorando per ridurlo a uno su un milione. La soffiata è arrivata al New York Post dagli impiegati degli uffici di Amazon che in questi giorni sarebbero stati cooptati come cavie per verificare l’affidabilità della soluzione chiamata in codice Orville. «La biometria, in fase sperimentale in diversi supermercati, serve per velocizzare le operazioni alla cassa fino ad eliminarla quasi del tutto», spiega Ivano Asaro, a capo dell’Osservatorio mobile payment del Politecnico di Milano. «E, in prospettiva, potrebbe sostituire anche la carta di credito così la conosciamo oggi». Amazon da questo punto di vista non è sola. L’americana Keyo, nata nel 2015, utilizza il reticolo venoso sempre della mano per identificare il cliente. In Russia una catena di supermercati sfrutta l’impronta digitale. In Cina al contrario puntano al riconoscimento facciale, sia online sia nei negozi fisici. E poi ancora i pagamenti via smartphone con la scansione dell’iride, fino al caso estremo del chip sottopelle usati in Svezia da 10 mila persone. «Non commentiamo le voci di corridoio» fanno sapere da Amazon che di tecnologie ne brevetta tante e che raramente concede chiarimenti su quel che sta testando. Ma che nella multinazionale di Seattle abbiano la fobia per tutto quel che può rallentare il processo di acquisto, prima sul Web e ora suoi negozi, non è una novità. Richard Brandt, nel saggio “One click. La visione di Jeff Bezos e il futuro di Amazon”, ha descritto bene l’attenzione posta nel brevetto del 1999 che permette di comprare online sul più grande supermercato del Web in un solo passaggio. La catena Amazon Go, inaugurata proprio nel quartier generale di Amazon nel 2016, va nella stessa direzione: un complesso di videocamere intelligenti riconosce automaticamente quali prodotti mettiamo nel carrello e calcola il totale da addebitare sulla carta di credito. Bisogna però passare su un lettore all’entrata il proprio telefono, con la sua app dedicata, come fosse una carta di imbarco. Orville può sembrare fantascienza, in fondo però sembrava fantascienza anche il sensore per le impronte digitali sullo smartphone prima della sua diffusione a partire dal 2013. Stando alla Deloitte, ne erano stati montati oltre un miliardo già 5 anni dopo e oggi il 60 per cento dei telefoni ha un sistema di riconoscimento biometrico di qualche tipo, che sia l’impronta, il battito cardiaco, la scansione dell’iride, il reticolo venoso della mano. «Tecnologie simili in prospettiva si potrebbero impiegare perfino per abbonamenti e buoni pasto», conclude Ivano Asaro. «Ma ripeto: siamo alle sperimentazioni, benché ormai su scala sempre maggiore». Insomma, porgere la mano (o la faccia) per pagare al supermercato è nel futuro di tutti noi, anche se si tratta di un futuro non proprio dietro l’angolo.

Mentre William Shakespeare scriveva l’“Amleto”, un manipolo di mercanti dentro uno stanzone con quattro finestre affacciate sui docks londinesi, fondava una società commerciale che sarà conosciuta come East India Company, in italiano la Compagnia delle Indie orientali. Era il 1599 e da allora fino al suo scioglimento nel 1874 divenne l’architrave economico, militare, politico e culturale dell’impe – rialismo britannico. Questa storia in parte nota torna a galla, attuale più che mai in questo mondo tanto diverso, persino opposto. Ne sono convinti gli autori di un libro intitolato “Guerra digitale” (116 pp., 15 euro), appena stampato dalla Luiss University Press, la casa editrice collegata alla università che fa capo alla Confindustria: “Nella storia, il potere politico e il potere economico hanno definito accordi di svariata natura. Magari, nei nuovi imperi digitali anche Google e Facebook possono ambire a essere la Compagnia delle Indie del XXI secolo”, scrivono Francesca e Luca Balestrieri. Lei una matematica al Max Planck Institute di Bonn, il padre esperto di piattaforme satellitari, prima a Tivusat e ora alla Rai, hanno incrociato tecnologia, economia, politica, relazioni internazionali. Ma fermiamoci un attimo, perché così stiamo arrivando troppo presto alle conclusioni. Proprio mentre il saggio andava in libreria, il Financial Times pubblicava uno dei suoi paginoni dedicato proprio alla Compagnia delle Indie con un titolo invitante: “Lezioni per il capitalismo”. Che cos’era e cosa può insegnare oggi la più grande società mercantile dell’universo? “La sua costituzione – disse il conservatore Edmund Burke – cominciò con il commercio e finì con un impero”. Il suo esercito privato era più grande degli eserciti di molti stati, la sua rete di funzionari gestiva una politica parallela, da sola generava la metà del commercio estero britannico e spendeva un quarto della spesa pubblica annua. L’India non fu conquistata dall’Inghil – terra, ma da un “predatore, violento, spregiudicato e mentalmente instabile come Robert Clive, manovrato da un piccolo ufficio londinese”, scrive lo storico William Dalrymple sul Financial Times. E la compagnia governò direttamente l’India fino al 1858. Nessuno dei colossi multinazionali odierni ha una stazza del genere e una simile potenza di fuoco: né la Itt, che contribuì a far crollare il governo di Salvador Allende in Cile nel 1973, né l’An – glo-Persian Oil in Iran o la United Fruit in Guatemala hanno esercitato lo stesso impatto sulla politica mondiale. Per fortuna, Exxon, Walmart, General Electric, General Motors e le altre grandi imprese non posseggono eserciti, il loro potere lobbistico è enorme, però non sono in simbiosi con il Parlamento come lo era la Compagnia delle Indie orientali con Westminster. Eppure oggi esistono colossi che posseggono armi diverse, ma altrettanto potenti, pervasive e intrusive, si alimentano di dati e di informazioni e sono in grado di usarle come ordigni potenzialmente distruttivi. Facebook, Google e Amazon sono davvero in grado di rivaleggiare con la madre di tutte le multinazionali? L’impero costruito sui commerci, grazie al veicolo di una compagnia privata, sostenuta dalle vele e dai cannoni dell’Ammiragliato e dal dominio sui sette mari, viene superato, già alla fine dell’Ottocento, dalla nuova potenza a stelle e strisce nata e cresciuta in opposizione al modello britannico. Sono stati i Robber Barrons americani a soppiantare i baroni inglesi e a vincere lo stesso complesso militar-industriale prussiano. Anche il comunismo è stato sconfitto non tanto dai missili cruise e dai superbombardieri, ma dalle lavatrici, dalle auto, dai computer che il sistema sovietico non riusciva a produrre. Dunque, nella storia il mercato ha preceduto e spiazzato lo stato. Il nuovo millennio si è aperto con un apparente cambio di paradigma segnato dalla rivoluzione digitale. Qual è oggi il modello vincente? E’ il nuovo patto dispotico che subordina il mercato allo stato, dalla Cina alla Russia? Oppure resta valido il primato della società civile, il sistema sociopolitico aperto, l’economia concorrenziale, insomma tutto ciò che ha caratterizzato l’occidente? Facciamo parlare Francesca e Luca Balestrieri. “Stiamo precipitando, sempre più velocemente, in un secondo girone della rivoluzione digitale – scrivono – che promette rivolgimenti rispetto ai quali i vent’anni alle nostre spalle sembreranno solo una pallida premessa; e per controllare le tecnologie e le industrie che sono la chiave di questo futuro è scoppiata una nuova guerra fredda tra gli Stati Uniti, che hanno governato i decenni passati, e la Cina, che sta rivendicando la leadership per il domani. L’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, l’au – tomazione intelligente, l’adozione di tecnologie quantistiche per il computing, il 5G: in queste aree la ricerca e lo sviluppo hanno accumulato potenzialità d’innovazione che stanno oggi raggiungendo la massa critica, producendo o annunciando salti tecnologici e rivolgimenti industriali che si sommano tra loro fino a prefigurare uno scenario inesplorato, di cui s’intravedono in modo ancora impreciso i contorni”. Queste tecnologie sono strettamente collegate, assumerne la guida significa dominare il mondo. La globalizzazione ha intrecciato mercati e filiere produttive, ora Donald Trump cerca di scardinarle per combattere la Cina che non è solo la fabbrica mondiale, ma il centro della nuova grande ragnatela. Il bersaglio grosso è Huawei, il campione cinese del 5G. “Il decoupling, ossia la separazione tra supply chain americana e cinese nel 5G voluta dall’Amministra – zione Trump, è l’esempio di come la volontà politica di controllo sulla filiera industriale prevalga rispetto all’or – todossia del libero scambio – sostengo – no gli autori –. Quando è in gioco la lotta per la leadership geopolitica, allora è strategicamente preferibile interrompere l’integrazione, pur di proteggere e sostenere il proprio percorso d’innovazione e colpire l’avversario. La globalizzazione si scopre posta in libertà vigilata dalle strategie di stati sovrani. Il potere dello stato, che negli anni della globalizzazione trionfante sembrava destinato a sfumare nel più solido e pervasivo potere del mercato, sperimenta adesso forme nuove d’in – terdipendenza con la sfera dell’econo – mia e con gli oligopoli digitali. La politica riprende le redini della strategia per competere, talvolta rinverdendo i vecchi strumenti del protezionismo commerciale ma, soprattutto, esplorando innovative forme di politica industriale. Pur se meno evidente di quanto non fosse durante la Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, quella che si profila è perciò anche una nuova corsa agli armamenti, combattuta sul terreno della ricerca di superiorità tecnologica”. Trump, tuttavia, rischia di spararsi sugli alluci, come dicono gli americani. Gli Stati Uniti sono un paese sostanzialmente chiuso, appena il dieci per cento del suo prodotto lordo è frutto degli scambi internazionali. Quindi non teme il protezionismo come invece i paesi asiatici o quelli europei (in Germania il commercio estero è quasi la metà del pil, in Italia oltre il 30 per cento). Ma ciò è vero solo in parte. Sono le multinazionali infatti ad alimentare la forza economica americana e, con il flusso dei loro profitti, la potenza di fuoco di Wall Street. Sono loro le “testate nucleari” dell’economia. Non solo. L’apparato produttivo americano non è più in grado di sfornare così tanti manufatti competitivi con quelli europei, giapponesi, coreani, cinesi. Si pensi all’automobile, un’industria del secolo passato che ingloba però le tecnologie di questo secolo. Insomma, nemmeno l’America può spezzare le catene che la legano al mondo globale. Nemmeno lo stato più sovrano, con tutta la sua potenza militare e monetaria (nessuna valuta ha finora scalfito il predominio del dollaro) può gestire in modo autosufficiente il proprio potere, anche gli Stati Uniti trovano un limite alla loro sovranità. Proprio la sovranità è il centro politico del libro, così come lo è delle stesse guerre digitali. “Il tema torna in evidenza declinato in modo nuovo – sostengono gli autori –. La sovranità è restaurata con successo laddove si esprimono politiche capaci di governare i processi della rivoluzione digitale; l’effettivo esercizio della sovranità s’indebolisce però, più di quanto già non sia, nelle periferie del sistema, per effetto della creazione di spazi di controllo tecnologico ed egemonia da parte dei protagonisti del bipolarismo. L’alternativa, divenuta particolarmente lacerante negli ultimi tre decenni, tra sovranità nazionale e globalizzazione, cambia di segno, scivola in un altro paradigma. Non è più la tensione tra dimensione statuale-nazionale e globalizzazione universalistica dominata dal mercato; al suo posto emerge la dialettica tra centri politico-statuali, organizzatori di spazi in conflitto tra loro (anche se spesso inestricabilmente intrecciati e interdipendenti), e periferie sempre a rischio di subordinazione. Si delineano forme ancora embrionali di ‘imperi 4.0’. Sarà stretto lo spazio anche per l’Europa, davanti all’alternativa se farsi centro o declassarsi a periferia del mondo digitale”. La ricerca della sovranità digitale spazia dalle grandi aree metropolitane, che costituiscono “i più redditizi giacimenti da cui estrarre la materia prima davvero strategica del mondo digitale, i dati”, alle regioni nelle quali si addensano i distretti dell’indu – stria 4.0, allo stesso stato nazionale (se di dimensioni adeguate) o alle istituzioni regionali come l’Unione europea. Il trait d’union è il primato della politica, il cui obiettivo è “stringere un nuovo patto tra potere statale e mercato”. Le sue clausole “rivedran – no ogni aspetto degli equilibri di potere: la moneta, il fisco, la diplomazia, l’esclusività dell’uso della forza”. Dopo che Facebook avrà offerto ai suoi 2,2 miliardi di utenti una criptovaluta proprietaria, passerà davvero poco tempo prima che una simile mossa non sia imitata da altre piattaforme globali, in primo luogo da quelle maggiormente impegnate nell’e-commer – ce come Amazon. “Sarà un bel mal di testa per le banche centrali dei paesi più forti e una vera e propria colonizzazione per i paesi più deboli, ad esempio nell’Africa sub-sahariana, dove Facebook cerca nuovi spazi di espansione”. E’ questo il brodo di coltura di “un neo-interventismo che riscopre la politica industriale di lungo respiro, ne misura l’efficacia sul terreno dell’in – novazione digitale e la motiva sulla base delle esigenze di lotta geopolitica”, diventando così “strumento essenziale della sovranità”. E’ una tesi oggi molto diffusa in Italia, e non solo a destra, è stata rilanciata già da tempo da Mariana Mazzucato anche senza cadere nel sovranismo tecnologico che pervade il libro dei Balestrieri. Ma è mai esistito davvero uno “stato innovatore”, come lo chiama la economista italo-inglese? Abbiamo conosciuto finora uno stato protettore che ha usato burro e cannoni, ma le rivoluzioni industriali dalla prima a quella odierna non sono figlie del Leviatano; lo stato ha di volta in volta sostenuto oppure ostacolato la spinta che veniva dalla società civile, quella della scienza, della tecnica, del lavoro e del capitale. Su quale territorio si esercita la nuova sovranità? “Nella rivoluzione digitale, il territorio da un lato è diventato virtuale, secondo una geografia di reti e di cloud; dall’altro si manifesta ancora come spazio fisico, nel quale la demografia e la densità dei consumi e dei comportamenti producono dati per l’intelligenza delle macchine. Il territorio nel quale lo stato consolida la propria sovranità è perciò lo spazio della tecnologia e dell’in – novazione, sul quale rivendica il potere di progettare e guidare”. E qui emergono tre temi. Il primo riguarda la raccolta e l’uso dei dati. “Ogni territorio può diventare una miniera digitale. Con già mezzo miliardo di utenti Internet, l’India è per le dimensioni della potenziale base di consumatori il secondo mercato al mondo dopo la Cina; ed è anche, in prospettiva, il secondo giacimento digitale del pianeta”. Seconda questione: le dimensioni necessarie per difendere la sovranità. Terzo, la diversità tra i percorsi possibili, fondati su differenti compromessi tra stato e mercato. Un complesso tecnologico-statale, insomma, sta rimpiazzando il complesso militar-industriale denunciato da Dwight Eisenhower. Secondo Francesca e Luca Balestrieri “il bipolarismo Cina-Stati Uniti ripropone il tema della diversità dei modelli di sviluppo. Quello che è stato definito capitalismo renano, capace di una visione industriale non ristretta al corto orizzonte temporale dei mercati finanziari, tipica del mondo anglosassone, è per l’Europa (almeno per quella franco-tedesca) un punto di partenza”. Dunque, “capitalismo contro capitalismo”, come scriveva Michel Albert nel 1991. “Un modello di sviluppo non si costruisce però senza volontà politica, possibile solo quando si aggrega il consenso su obiettivi largamente condivisi e capaci di motivare emotivamente: forse non è casuale che l’attua – le momento di dinamismo dell’India si accompagni a una gestione identitaria della sua vita politica, mescolanza di settario integralismo indù e apertura all’innovazione”. India o Cina? Difficile che questa alternativa possa avere il consenso del mondo occidentale. America o Europa? Anch’esso sembra un dilemma tra astratti modelli che non tengono conto degli intrecci per ora inestricabili che la globalizzazione ha creato. Il paradigma liberal-democratico ha covato nel suo seno i propri nemici come ha scritto l’Economist. Ma lo stesso si può dire del “comunismo di mercato” cinese, come dimostra tra l’altro la crisi di Hong Kong, o della “autocrazia putiniana” ora che la Russia è intrappolata tra la monocoltura del gas e le sanzioni. “Anche se al momento la scena è occupata da Stati Uniti e Cina, la seconda fase della rivoluzione digitale è tuttora aperta”, concludono gli autori della “Guerra digitale”. Il mondo non è piatto, la storia e la geografia contano, ancora e sempre più la geopolitica. Ma attenzione, nel lungo periodo ha vinto sempre il gioco dello scambio, anzi del libero scambio.

Il guru della Silicon Valley sembra più un commendatore che uno startupper. Il guru della Silicon Valley non è uno di questi ragazzini brufolosi che hanno fatto i fantastilioni negli ultimi dieci anni bensì un tranquillo signore vicentino: si chiama Federico Faggin, è del 1941, e ha inventato un paio di cose che tutti usiamo quotidianamente, il moderno microprocessore e il touchpad. Faggin è autobiografia della Silicon Valley, e adesso l’ha pure scritta. Si chiama “Silicio” (Monda – dori) e la presenta per la prima volta in America in un vecchio teatro che è stato una delle tante banche fondate da italiani a North Beach, il quartiere degli italiani di San Francisco, dove tutto ha avuto inizio. Faggin qui è un eroe nazionale, nel 2010 ha ricevuto da Barack Obama la National Medal for Technology and Innovation, la massima onorificenza per il progresso tecnologico, ed è omaggiato al Computer History Museum di Mountain View. E’ arrivato la prima volta nel 1966 in questa che “prima di lui era solo una valley”, e basta (l’ha detto Bill Gates, non proprio un passante). Lui in realtà sognava d’essere pilota a Vicenza: “Ma avevo dei problemi a un occhio, così scelsi l’istituto tecnico industriale, dove c’era la specializzazione in perito aeronautico. Se non potevo pilotarli potevo almeno costruirli”. Il padre, Giuseppe Faggin, era un professore di filosofia al liceo, “ovviamente classico”, oltre che traduttore delle Enneadi di Plotino e appassionato di occultismo”. “Così naturalmente ero destinato a fare il classico anch’io, ma avevo voglia di mettermi a inventare delle cose, e pensai che tra liceo e università sarebbero passati quasi dieci anni. Allora divenni perito, un’onta che ancora mi porto dietro, nonostante poi una laurea in Fisica con centodieci e lode”. Laurea presa soprattutto perché “all’Olivetti, dove nel frattempo mi ero impiegato, notai ben presto che i periti tecnici non facevano molta carriera”, racconta Faggin al Foglio a margine dell’incontro organizzato da Istituto e Consolato italiano. Era l’Italia del boom, “stavo nel laboratorio di elettronica Olivetti vicino a Milano, dove furono realizzati i loro primi computer digitali”. A Milano prende una stanza in affitto insieme al compagno di scuola Alberto, e delle coinquiline misteriose. “A un certo punto è arrivata la polizia, capimmo solo a quel punto che era una stanza che affittavano a ore. Non avevamo sospettato nulla, nonostante il viavai. Che ne sapevamo di come era fatta una prostituta?”. E’ un’Italia ancora da “Albero degli zoccoli”: quando chiede la mano al futuro suocero di quella che è tutt’ora sua moglie, Elvia (a cui il padre dava ripetizioni di filosofia), solo allora può dormire da lei. Ma solo perché, come in una scena da “Amici miei”, il Bacchiglione, il torrente che scorre vicino casa a Vicenza, ha esondato, “io ero lì a trovarla, e siamo rimasti isolati con l’acqua congelata che aveva invaso il pianterreno. La mamma di Elvia ci fa togliere le scarpe e ci porta una bacinella d’ac – qua calda per riscaldarci i piedi. La nonna e i sei fratelli cominciano a guardarci strano. Tutta quella intimità, seppure solo di piedi, non era concepibile nel Veneto degli anni Sessanta”. Lo stesso anno partono per la prima volta per la California per uno scambio con la californiana Fairchild. Prende finalmente il primo aereo della sua vita. A San Francisco c’erano il movimento studentesco, la liberazione gay, la controcultura. I beat, e la summer of love. I Grateful Dead, il dottor Leary che studiava l’Lsd, e Tom Wolfe inviato da New York che raccontava tutto. “Un altro mondo”. E soprattutto la gente era più simpatica che in Brianza. “Nessuno era nato lì. Dunque non esisteva il concetto di forestiero, anzi di foresto, come si dice da noi di chi viene da dieci chilometri di distanza. Facilità di fare conoscenze. Io ad Agrate Brianza non conoscevo nessuno. In California abbiam fatto subito amicizia con tutti”. La Silicon Valley all’epoca era solo “una valley”, appunto, soprattutto una distesa di campi e frutteti. E però, choc alimentari-culturali prima che diventasse il tempio dell’avocado toast e della cucina organic. “Il pane era solo quello in cassetta, non l’avevamo mai mangiato così, aveva la consistenza della colla. La pasta teneva la cottura per un millisecondo. Al ristorante la luce era bassissima, era quasi completamente buio e non riuscivamo a leggere il menu. Ah, e non si trovava il vino, se non nei pochi ristoranti francesi o italiani. Non esisteva che si bevesse il vino a cena. Tutti prendevano dei gran cocktail prima di mangiare, e dopo cena un bel caffelatte”. E’ il “Mad Men” della Silicon Valley. Nel frattempo ci siamo trasferiti a far colazione, intesa come breakfast, in un bar italiano di Palo Alto. Orario da siliconvallico moderato, le otto e mezza (i boss più scatenati danno sadicamente appuntamento alle sei e mezzo-sette). Faggin arriva con la sua Mercedes argento, look da piccolo imprenditore del Nordest – camicia a righe, giacca, mocassini – più che da fanatico dell’hi tech. Unica civetteria, la targa della macchina, FF 4004, le sue iniziali e il numero che gli ha portato fortuna. Prende le uova strapazzate e non fa le diete allunga vita dei vari Peter Thiel che hanno l’ufficio qua dietro. La musica nel bar suona “Il mondo” di Jimmy Fontana. Ritorno alle origini. “La valle era un decimo di quella che è oggi”, racconta. “San José era un villaggio, il centro la sera era pericoloso, e bisognava stare chiusi in casa. Noi la prima volta abbiamo preso una casa a Mountain View, poi a Cupertino”. Nomi oggi mitici, che però all’epoca senza Google e Apple erano solo cittadine sfigate. “Palo Alto era diverso, è sempre stata una cittadina bella, coi teatri, i cinema, l’università di Stanford. Ma a Mountain View c’era il centro della Nasa, e la base dei caccia americani che pattugliavano il Pacifico, e partivano giorno e notte. E’ poi grazie alla Difesa che è nato tutto. Se non ci fosse stato il mercato aerospaziale non ci sarebbero stati i primi circuiti integrati e i primi transistor non sarebbero potuti nascere”. Faggin entra alla Intel: “Vengo assunto nell’aprile del 1970. Fino ad allora i calcolatori erano macchine gigantesche che funzionavano con transistor enormi, lenti, costosi. Io realizzai un microprocessore piccolo, a buon mercato, che consumava poco ed era affidabile. E’ il primo microprocessore commerciale al mondo (l’Intel 4004, quello della sua targa), che dà vita a una serie di derivati prodigiosi. Macchine fantastiche ma uomini tremendi. Di nuovo “Mad Men”. Andy Grove, il leggendario presidente della Intel, è un sadico. “Veniva dall’Ungheria, si chiamava in origine Grof, aveva un phd in chimica, era molto intelligente ma sempre più cattivo man mano che il tempo passava. La mattina se arrivavi in ritardo anche solo di cinque minuti dovevi autodenunciarti e firmare un pezzo di carta, e poi arrivava il cazziatone da parte dei tuoi superiori, anche se magari avevi lavorato tutta la notte come facevo io”. “Aveva scritto anche un libro, “Only the Paranoid Survive”, solo i paranoici sopravvivono. Era una cultura, quella delle grandi aziende, che portava a essere competitivi in tutto, ossessionati dal vincere sempre. C’era questa sindrome Nih, Not Invented Here (non inventato qui). Diversi gruppi di lavoro nella stessa compagnia e ciascuno di questi, per principio, si rifiuta di mettere in pratica l’invenzio – ne di un altro. Passi più tempo a far accettare la scoperta che a farla”. Così nel 1974 diventa startupper per legittima difesa. “Non ne potevo più di passare il mio tempo a convincere i miei superiori a lanciare progetti che avrebbero poi fatto fare i miliardi a loro”. Lancia la sua prima azienda, la Zylog, che mette in commercio un processore ancor oggi in uso. “Smetto di essere quello che avrei pensato di essere per sempre, uno scienziato, per diventare un imprenditore”, dice Faggin. “Ma ho capito subito che non avrei mai potuto essere uno di questi grandi industriali o manager. A me piace fondare le aziende, ma gestire una cosa grossa no, occorre un carattere diverso, non fa per me”. A proposito di carattere: con Steve Jobs ha avuto vari incontri ravvicinati. Il fondatore di Apple disse di no anche a una sua invenzione: una specie di pre iPhone, inventato negli anni Ottanta: “Il computer era appena diventato personal, grazie alla Ibm e alla Apple, che avevano lanciato i loro modelli, e c’era un grande fermento in giro. Si sognava l’ufficio del futuro, ovvero la società senza carta, come veniva spesso chiamata. Ebbi l’idea di combinare un telefono intelligente con un pc. Lo chiamammo Cosystem. Aveva anche un sistema di posta elettronica che inviava automaticamente messaggi a uno o piu utenti e li avvisava dell’arrivo di nuova posta con una spia luminosa”. Insomma uno smartphone, mentre in Italia non era arrivato ancora il telefono in macchina (quello con l’antennone mitologico), e dieci anni prima dell’invenzione di Internet. “Il Cosystem lo presentammo ufficialmente alla PC Fair di San Francisco nei primi mesi del 1984, dove vinse il premio per il prodotto piu innovativo. Steve Jobs lo vide, e disse: bello, ma occupa troppo spazio sulla scrivania”. Nel 1986 un altro incontro scontro: Faggin fonda un’altra azienda, la Synaptics, dove metterà a punto il touchpad e il touchschreen, i nipotini del mouse (“cercavamo una tecnologia alternativa. Altri avevano messo a punto il trackpad, ma si riempiva di polvere, una schifezza”). Questa volta Jobs vuole i suoi prodotti a tutti i costi, “ma in esclusiva”. “Noi rifiutammo, allora loro se la produssero da soli. Il risultato non fu, come temetti, il nostro fallimento, ma una straordinaria apertura del mercato. Tutti a quel punto volevano il touch. E noi diventammo i fornitori di tutti i loro concorrenti, da Nokia a Blackberry”. Alla fine, di Jobs e degli altri “mostri” di Silicon Valley Faggin rispetta “l’incredibile visionarietà, la capacità di vedere cose che nessun altro vedeva, e di andare avanti finché qualcuno riusciva a realizzarle per loro. Oltre alla capacità estrema di gestire la loro immagine, tramite un controllo ferreo sulla stampa”. Certo l’immagine di questi siliconvallici è molto cambiata in generale nel tempo. Cinque anni fa questa era considerata la terra della salvezza e Mark Zuckerberg lo volevano a fare il presidente degli Stati Uniti; oggi pare l’impero del male, tra fughe di dati, trivellazioni di privacy, influenze elettorali nefaste. E il padrone di Facebook è una spece di Bin Laden. “In realtà oggi è solo più facile scoprire gli altarini. I comportamenti delle aziende sono sempre stati simili. E oggi in realtà soggetti come Facebook fanno comodo al sistema. Alla Cia o all’Fbi sono tutti contenti che ci sia qualcuno come Facebook che fa il lavoro per loro, dando accesso a tutta una serie di dati privati che loro altrimenti non potrebbero vedere”. I siliconvallici alleati delle spie? Addirittura? “Beh, fanno il lavoro per loro. Per questo quando è saltato fuori il caso di Cambridge Analytica gli hanno dato solo uno schiaffetto”. Una multa di cinque miliardi. “Appunto, per loro è nulla, è quanto fatturano in un mese”, dice Faggin, che insomma pare aderire in pieno al nuovo movimento anti siliconvallico, quello delle Shoshanna Zuboff e del “capitalismo di sorveglianza”, di Tim Wu e dei “mercanti di attenzione”; quello che ritiene il comportamento delle aziende predatorio sulla nostra privacy, quello per cui “se non paghi, il prodotto sei tu”. “Certo che sei tu il prodotto”, dice Faggin. “Queste aziende dovrebbero essere obbligate a rispettare condizioni di privacy molto strette. E poi farsi pagare per le proprie prestazioni. Io sarei felice di pagare Google per le email. Ma la gente preferisce che sia gratis, e in cambio non avere privacy. Perché non sanno tutto il marcio che c’è dietro”. Abbiamo quasi finito il tempo. Faggin deve partecipare a un consiglio di amministrazione e poi partire per l’Italia. Lo sa che gli italiani hanno votato un governo su un software che si chiama Rousseau? “Ommadonna”. Lo accompagno alla Mercedes. Tra poco arriverà l’auto che si guida da sola. “Ma figuriamoci. Forse tra vent’anni”. “Già all’inizio degli anni Sessanta si cominciò a dire che presto i computer avrebbero superato l’intel – ligenza umana. Anche io ci credevo, sono trent’anni che studio questa cosa. Ma alla fine sono tutte balle. Nonostante siano molto più potenti, i computer di oggi non hanno nessuna consapevolezza, proprio come quelli di allora. Un computer è solo un computer: c’è più intelligenza in una foglia di basilico che nel computer più potente del mondo. Eppure continuano a dirci che presto saranno umani: forse perché vogliono che noi ci comportiamo come macchine”, dice il guru venuto dal Nordest; e poi saluta, dalla sua Mercedes da commendatore, scivolando via in mezzo a un oceano di Tesla.

Diceva: «Lo Zimbabwe è mio». E aveva ragione: per almeno 37 anni Robert Gabriel Mugabe è stato padre-padrone. Simbolo di liberazione. E poi tiranno. A mandarlo a casa (24 stanze, maggiordomi e immunità diplomatica) nel 2017 è stato il «suo» esercito con il «suo» braccio destro, quell’Emmerson Mnangagwa che mantiene fede al soprannome di Coccodrillo: «Lo Zimbabwe è in lutto fino a quando il nostro eroe nazionale non sarà sepolto», piange l’attuale presidente, che si era visto superato nella corsa alla leadership dalla moglie di Mugabe, Grace. Il familismo del «Compagno Bob» era un modo per restare in sella fino alla fine: «Solo Dio mi può licenziare». In Zimbabwe c’è un popolo in coda. Perle medicine, il pane, l’acqua. Molti si metteranno in fila anche per l’ultimo saluto all’unico leader che hanno conosciuto. Ma pochi verseranno lacrime, mentre MoscaePechino salutano «un grande uomo». Nella capitale Harare metà dei 4,5 milioni di abitanti quest’estate ha avuto l’acqua una volta alla settimana. Inflazione verso il 200%, blackout di 18 ore, mancano farmaci e carburante. La morbida uscita di scena di Mugabe non ha migliorato la vita di 13 milioni di persone. C’è chi lo rimpiange. E’ morto in una clinica di Singapore, dove si era recato spesso per curarsi da un male mai ufficialmente identificato. Aveva 95 anni, l’età di Nelson Mandela quando se ne andò nel 2013. Lo slalom parallelo dei due grandi vecchi è uno specchio dell’Africa. Mugabe figlio di un carpentiere, nell’ex Rhodesia del Nord governata dai bianchi. Il padre abbandona la famiglia quando ha 10 anni. Lui va a scuola dai missionari cattolici. Borsa di studio e la prima di sette lauree a Fort Hare, Sudafrica, dove qualche anno prima era passato Mandela. Insegna in Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia) e in Ghana, dove conosce la prima Addio a Mugabe, l’anti-Mandela Eroe dell’indipendenza dello Zimbabwe, dittatore: è morto a 95 anni Mosca e Pechino salutano «un grande uomo». E il suo popolo? In coda peril pane moglie Sally (che morirà di tumore nel 1992, quando lui ha già due figli dall’ex dattilografa poi ribattezzata Gucci Grace). Nel 1960 torna in patria, entra nella formazione guidata da Joshua Nkomo. L’opposizione alregime di Ian Smith si divide per linee etniche, Mugabe con gli shona, Nkomo con gli Ndebele (18%). Gli arresti del 1964 li riuniscono: Bob in cella per 11 anni, dopo a v e r chiamat o «cowboys» i governanti. Muore a 3 anni il primo figlio, e gli proibiscono di andare al funerale. Accadrà anche a Mandela. Dietro le sbarre, entrambi macinano dolore e immaginano il futuro. Mugabe esce nel 1975, è uno dei capi della guerriglia che porta all’indipendenza nel 1980. Da primo ministro si presenta come conciliatore. Ma gli scontri coniseguaci di Nkomo faranno 20 mila morti. Nel 1987 si fa nominare presidente. Presto gli farà ombra la stella di Nelson. Mandela ha un’altra forza, un’altra levità. Mugabe, che voleva fare dei suoi concittadini dei «gentlemen» insegnandogli il cricket, per recuperare le simpatie dei neri perseguita gli agricoltori bianchi. Mandela, dopo un solo mandato, se ne va dileggiando il Compagno Bob («Ritirati, vent’anni al potere sono abbastanza»). La confisca delle fattorie contribuisce al disastro economico. Dopo la disuguaglianza (i bianchi con il 2% avevano il 50% delle terre), arriva la fame. La repressione degli oppositori tra 2008 e 2009 vede Mugabe al comando e il Coccodrillo in regia. La coabitazione forzata con l’Mdc di Morgan Tsvangirai delude. Il Paese a terra, lui in sella. Verrà detronizzato dai suoi, affinché niente cambi davvero. A guardare oltre il Limpopo, in Sudafrica, disoccupazione e xenofobia galoppante, anche Mandela non sarebbe felice. The long walk to freedom, il lungo cammino verso la libertà, sembra non finire mai.

David Petraeus, 66 anni, ha comandato le truppe americane in Afghanistan e le truppe alleate in Iraq, quindi ha guidato la Cia. Dal tono pacato, dalla disanima intellettuale a ogni domanda, quest’uomo non lascia trasparire un istante che ha diretto centinaia di migliaia di soldati in due guerre. Figlio di una libraia e di marinaio olandese che navigò fino a New York quando Hitler aggredì l’Europa, Petraeus ha raggiunto un dottorato di Princeton con una borsa militare. Per anni, confessa, non ha neppure votato alle elezioni «perché è meglio se i soldati si tengono fuori dalla politica». Generale, dopo 18 anni gli Stati Uniti stanno negoziando il ritiro dall’Afghanistan. Che ne pensa? «Mi preoccupa. Nessuno vuole un accordo più di me — risponde Petraeus, in una pausa del Forum Ambrosetti a Cernobbio —. Ma siamo andati in Afghanistan per una ragione precisa: grazie ai talebani il paese era diventato il sanctuary, il rifugio dal quale Al Qaeda ha preparato l’undici settembre. E ci siamo rimasti per impedirealorooallo Stato islamico di riprodurre quel rifugio. Adesso l’ultima cosa che vorremmo è dare di nuovo a qualcuno questa possibilità». Però l’accordo con i talebani è già definito, almeno in linea di principio. Perché non dovrebbe funzionare? «Servono delle salvaguardie e un periodo per confermare che i talebani abbiano la capacità e la volontà di mantenere la parola data. Personalmente ne dubito. Un nostro ritiro parziale dovrebbe comunque mantenere una capacità militare di supporto aereo, antiterrorismo, intelligence, evacuazione per ragioni sanitarie. Poi vediamo come evolve. Ho preoccupazioni reali sulla volontà dei talebani di onorare la costituzione democratica dell’Afghanistan e di lasciare che le donne abbiano una propria vita o che le ragazze studino». Non crede che il ritiro sarebbe popolare fra gli elettori in America? «Dipende dal risultato. Vediamo se finisce come in Iraq. Lì gli islamisti hanno fatto a pezzi il tessuto della società che noi avevamo aiutato a ricostruire. Lo Stato islamico ha preso e poi consolidato il controllo in Iraq del Nord ed è riuscito a sfruttare la situazione in Siria. Eppure in Iraq, dopo il surge (l’aumento delle truppe, ndr) e prima del ritiro dell’esercito Usa, la violenza si era ridotta quasi del 90%. L’Afghanistan non si avvicina neanche a quei risultati. Anzi, negli ultimi tre anni il livello della sicurezza è peggiorato». L’energia della Casa Bianca è ormai dirottata sulla sfida con la Cina? «Un riequilibrio del focus sull’Asia era iniziato con Barack Obama, ora si è fatto più intenso. Ed è giusto: la relazione più importante al mondo è quella fra Stati Uniti e Cina. Continuiamo a dare importanza all’Europa, ma c’è uno spostamento costante dell’attenzione verso l’Asia. La crescita economicaèlì. Ciò detto, una superpotenza deve saper far girare molti piatti in aria: c’è la preoccupazione per una Russia di nuovo assertiva, l’Iran, la Corea del Nord, l’immigrazione illegale, l’esplodere di minacce digitali sempre più sofisticate, la persistenza dell’estremismo islamico». Perché gli islamisti sono così duri da sconfiggere? «È la sfida di una generazione, non di cinque o dieci anni. Ma in Siria o in Iraq abbiamo mostrato che li si può piegare in modo sostenuto e sostenibile, dando supporto alle forze locali. Senza stare in prima linea». In Libia non è andata così bene… «In Libia abbiamo sprecato un’enorme opportunità, subito dopo la caduta del regime di Gheddafi. Non abbiamo mai impegnato le risorse necessarie e il Paese si è disintegrato. Adesso è molto più difficile recuperare». Donald Trump è un falco? «Non lo è. È una colomba bellicosa. Ha letto il suo libro, The Art of Deal? Dice: spiazza sempre l’avversario, tiragli un pugno sul naso prima che si sieda al tavolo. È la sua tecnica negoziale. Poi però non ha attaccato l’Iran neanche quando ci hanno abbattuto un drone da 130 milioni di dollari. E credo che raggiungerà un accordo commerciale con la Cina: ha bisogno di entrare in campagna elettorale con un’economia e un mercato azionario solidi».

Se il governo appena nato sarà davvero di cambiamento, lo si vedrà nelle prossime settimane. Quando verranno approvati i primi provvedimenti e, soprattutto, quando verrà presentata in Parlamento la legge di Bilancio. Il primo, vero terreno su cui si misurerà la sfida della neo maggioranza giallo-rossa. Nel giro di poche ore, però, si è già consumata una sorta di piccola “rivoluzione” nelle abitudini dell’esecutivo e di Palazzo Chigi. Perché alcuni di quelli che erano considerati dei veri e propri “nemici”, improvvisamente sono tornati ad essere “amici”. A cominciare dalla Banca d’Italia. L’istituto guidato da Ignazio Visco sembra non essere più il “fortino” oscuro dell’establishment da espugnare con le buone o con le cattive. Così come la Consob, la commissione che vigila sulla Borsa, non è più il coacervo di inefficienze come era stata descritta dal fronte gialloverde. E allora accade che i primi ad essere consultati dal presidente del consiglio Conte in vista della definizione della manovra economica, siano proprio il Governatore Visco e il presidente della Consob, Paolo Savona. Una procedura che solo fino a pochi giorni fa era inimmaginabile. Una sorta di ritorno alla “normalità”. Il premier ieri ha infatti ricevuto a Palazzo Chigi prima il nuovo ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, e poi per oltre un’ora il responsabile della Consob Savona. Certo, quest’ultimo ha una sorta di “wild card”: era il ministro per le Politiche europee fino a pochi mesi fa. Ma il suo addio non fu del tutto indolore. I rapporti con la compagine grillo-leghista subirono un improvviso deterioramento. In particolare per la gestione che veniva fatta delle interlocuzione con l’Unione europea e per i messaggi anti-euro lanciati ai mercati e agli investitori. Ma soprattutto si è aperta una breccia nel canale di comunicazione tra la presidenza del consiglio e Palazzo Koch. La “guerra” che la maggioranza precedente aveva scatenato contro Visco e contro la conferma del suo board aveva lasciato pesantissimi detriti. La sintonia istituzionale era una chimera. E invece proprio nelle ultime 48 ore il filo che collega Piazza Colonna con Via Nazionale si è riattivato. Anche grazie alla mediazione di Piero Cipollone, attuale consigliere economico del premier, ma con una lunga esperienza proprio a Bankitalia e con feeling personale con il Governatore. Questi colloqui sono stati preceduti da una sorta di “pranzo del chiarimento” tra Visco e Conte. Un faccia a faccia avvenuto in gran segreto nella sede della Banca nella prima decade di agosto. Guarda caso proprio mentre il capo della Lega apriva la crisi di governo. I contatti nelle ultime ore, poi, sono stati intensi. Di certo uno dei punti in agenda riguardava la possibilità, da verificare in occasione della prossima riunione dell’Ecofin del 13 settembre, di nominare Fabio Panetta, l’attuale direttore generale di Banca d’Italia, nel board della Bce: investitura che si realizzerebbe quando Mario Draghi lascerà il suo posto e si completerà la successione con la francese Lagarde. Sostanzialmente Panetta dovrebbe essere il nuovo rappresentante italiano al vertice della Banca centrale europea sostituendo il transalpino (come Lagarde, appunto) Benoit Coeure. Una nomina che rientra nei patti con Bruxelles ma da sottoporre al vaglio dei ministri Ue e del Consiglio dei Governatori. E che aprirebbe la strada alla “promozione” di Daniele Franco, ex Ragioniere generale dello Stato, alla direzione generale di Palazzo Koch. Ma il dialogo non si è limitato a questo aspetto. Si è trattato bensì di una vera e propria consultazione. Centrata sulla preparazione della nuova manovra economica. Tema affrontato anche nella riunione con Savona. Il primo segno, dunque, che l’assenza della Lega e del suo leader Matteo Salvini, il ridimensionamento di fatto del Movimento 5Stelle e di alcune delle parole d’ordine grilline, stiano disegnando nuove direttrici nella politica economica e sopratutto nei dialoghi con e tra le Istituzioni. Anche sulla scorta della decisa riduzione dello spread sui nostri titoli di Stato registrata in questi giorni, l’indicazione fornita al governo è stata allora di evitare da qui all’approvazione della Legge di Bilancio qualsiasi riferimento pubblico a possibili sforamenti dei parametri europei o all’aumento del deficit, per non parlare di un incremento del rapporto debito-pil. La concreta chance che la nuova Commissione europea accordi all’Italia una consistente dose di flessibilità sui conti del prossimo anno sarà subordinata all’impostazione di una comunicazione sotto tono. Anche perché gli obiettivi di bilancio del nostro Paese sono talmente complicati da renderli raggiungibili solo con la collaborazione di Bruxelles. Va tenuto presente, ad esempio, che nell’ultima lettera inviata da Conte e Tria alla Commissione – quella scritta in extremis per evitare la procedura d’infrazione – l’Italia si era impegnata ad una «ampia adesione al patto di Stabilità e crescita». L’obiettivo del 2 per cento nel rapporto deficit-pil fissato nell’ultimo Def appare già fin troppo permissivo. Il vincolo potrebbe risultare più stretto. E se poi si considera la partenza ad handicap determinata dalle clausole di salvaguardia per 23 miliardi e i tanti indizi – confermati dai dati dell’economia tedesca – di una ulteriore fase recessiva continentale, la cinghia rischia di comprimersi ulteriormente. Quindi per farsi aiutare da Bruxelles e dai mercati è indispensabile in primo luogo evitare annunci di stampo salviniano. Così come tutti devono astenersi da soluzioni che possano colpire il risparmio privato. L’unica, concreta arma che l’Italia ha per dimostrare che il debito pubblico italiano resta sostenibile.

«Nel mondo militare esiste un detto: se fai la guerra con le pistole, è meglio avere più pistole possibili. Nelle guerre commerciali funziona lo stesso meccanismo: gli Stati Uniti dovrebbero farsi più alleati per chiudere la contesa con la Cina nel migliore dei modi possibili. Perché l’accordo deve portare benefici agli Stati Uniti, alla Cina e al mondo intero». Per il generale David Petraeus spiegare un concetto utilizzando aneddoti militari è naturale. Capo delle forze armate statunitensi in Iraq e in Afghanistan dal 2007 al 2011, direttore della Cia dal 2011 a fine 2012 (da cui si è dovuto dimettere) e oggi presidente del colosso di private equity Kkr, Petraeus ha il mondo militare nel sangue. Le sue logiche, i suoi meccanismi. Ma ha anche una visione molto profonda delle questioni geopolitiche. Tranquillizza dunque sentire dalle sue labbra che un accordo a tutto tondo tra Stati e Cina è possibile. Che i mercati finanziari fanno bene a non spaventarsi troppo. Perché entrambe le potenze hanno troppo da perdere in caso di escalation. Lo abbiamo incontrato sulle sponde del Lago di Como, al Forum Ambrosetti di Cernobbio. Dove Petraeus ha toccato tutti i grandi temi della geopolitica. Dallo scontro Cina-Usa a Brexit, addentrandosi anche nel nuovo campo di battaglia dei giorni nostri: il cyber-spazio. La nuova Guerra Fredda Lo scontro tra Cina e Stati Uniti è – a suo dire – il principale tema geopolitico di oggi. Perché non è sentito solo da Donald Trump: «Negli Stati Uniti è molto diffusa la consapevolezza che la Cina si sia sempre comportata in maniera non equa. Dunque il problema va risolto». Le modalità negoziali però creano molta apprensione, ma Petraeus getta acqua sul fuoco: «Molto di questo tira e molla tra Trump e Xi Jinping fa parte della tecnica negoziale. La contesa è risolvibile, ma le questioni sul tappeto sono così tante che sarebbe bene allargare le discussioni ad altri Paesi. Io ho guidato la coalizione in Afghanistan, e so bene che le alleanze portano via tempo e creano spesso frustrazioni. Ma alla fine portano risultati». Il ragionamento di Petraeus è lineare: la contesa tra Stati Uniti e Cina non è solo commerciale. Questa è solo la punta dell’iceberg. Si tratta infatti di una contesa anche tecnologica, per la supremazia tra le due superpotenze. Ma è anche una guerra fredda che tocca mille altri aspetti: dalla tutela della proprietà intellettuale alle supply chain globali. E per risolvere questioni così ampie, in un mondo che sta spostando il baricentro a Est, è necessario il multilateralismo. Cioè: alleanze. La guerra uno contro uno non porta benefici. Anche perché la posta in palio non è solo commerciale: «Qui si rischia la balcanizzazione di Internet e delle infrastrutture tecnologiche – spiega Petraeus -. È fondamentale che i leader riconoscano i rischi e impostino strategie di lungo periodo. Ed è importante anche comprendere le legittime esigenze della Cina, che chiede più peso nelle istituzioni globali». Questo – secondo Petraeus – non significa che si debbano ridisegnare da capo le istituzioni multilaterali: «Qualche aggiustamento, per esempio nei meccanismi di voto dell’Fmi, andrebbe fatto ma non credo serva una chirurgia estrema su queste istituzioni», osserva Petraeus. Ma un sistema di alleanze serve. Per il bene di tutti. «Ormai non siamo più ai primi del 900 – ribadisce -, siamo nell’era nucleare e passare da una guerra fredda a una calda sarebbe impensabile. Serve un dialogo strategico e costruttivo. Con tutti». Per questo Petraeus è convinto che alla fine un accordo si troverà. Mercati sereni Ma non c’è solo la questione commerciale a infuocare la geopolitica, non ci sono solo Usa e Cina. Più incerto ancora è lo scenario inglese: «Brexit potrebbe essere dirompente per l’economia europea, ovviamente dipende da come sarà realizzata – osserva -. Quello che più preoccupa è che Brexit possa cambiare la relazione speciale che lega Stati Uniti e Gran Bretagna. Gli inglesi sono sempre stati il primo alleato in tutti gli scenari di guerra, avevo sette vice quando guidavo le forze armate in Iraq e Afghanistan. La speranza è che questo non cambi». A suo avviso non è invece un tema rilevante, a livello internazionale, l’incertezza politica italiana: «L’Italia ha energia e dinamismo nella classe politica e una capacità di auto-controllo molto forte, come in tutte le democrazie. Non credo dunque che possa essere un problema. Anzi ripongo molte speranze su questo Governo, credo che possa portare avanti le riforme necessarie». A suo dire è dunque normale che le Borse, nonostante le incertezze geopolitiche ed economiche, siano tutt’ora vicine ai massimi storici: «I mercati sono ben consapevoli del contesto geopolitico – osserva -. Capiscono le sfide, ma alla fine dei conti vedono che le aziende continuano a produrre utili, che l’occupazione negli Stati Uniti è solida e che la fiducia dei consumatori tiene. Se Wall Street è vicina ai massimi i motivi ci sono». Le sfide del futuro Ma Petraeus guarda anche avanti. Al nuovo campo di battaglia globale: il cyber-spazio. «Una volta c’erano terra, aria e mare per i conflitti globali – osserva -. Oggi c’è anche il cyber-spazio: riconoscerlo è importante. Un terreno di battaglia quotidiano: basta pensare che ogni giorno ci sono attacchi hacker in qualche parte del mondo, tentativi di rubare dati a persone o aziende, portare via l’identità digitale, interferire nelle elezioni dei Paesi. Nel mondo cibernetico è impossibile distinguere i periodi di pace o di guerra. E lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rischia di rendere la situazione sempre più complessa». È necessario che l’intelligenza artificiale sia guidata da quella umana: «Il bottone deve averlo sempre in mano l’uomo – osserva -. Questo oggi preoccupa guardando al futuro». A suo avviso tutte le potenze mondiali usano questo canale come nuovo campo di battaglia: Russia, Stati Uniti, Cina, Iran. E non bisogna essere uno Stato per combattere nel cyber-spazio: «Basta pensare a come l’ha usato l’Isis», osserva.

La guerra commerciale sinoamericana si è intensificata, innescando effetti globali a catena. Li Junhua, nuovo ambasciatore della Repubblica popolare cinese in Italia, vanta un’importante carriera diplomatica in organismi internazionali, inclusa l’Onu, e una spiccata sensibilità ai temi dell’economia globale. Temi di grande attualità che ha accettato di affrontare in questa intervista al Sole 24 Ore. Ambasciatore Li, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato aumenti tariffari per circa 550 miliardi di dollari sulle esportazioni cinesi negli Usa, la Cina ha imposto aumenti tariffari corrispondenti. Come si può interrompere questa catena? La posizione della Cina è sempre stata chiara e limpida: ci opponiamo alla parte statunitense che incentiva la guerra commerciale, ma siamo pronti a batterci e a salvaguardare risolutamente i nostri diritti e interessi legittimi. L’escalation non fa bene alla Cina, neanche agli Stati Uniti, e non soddisfa gli interessi del resto del mondo, inclusa l’Italia. Secondo un’analisi di Morgan Stanley, se gli Usa aumentassero i dazi al 25% sulle esportazioni cinesi il tasso di crescita globale andrebbe sotto il 2,5%. Inoltre il rapporto del Fondo monetario internazionale ha sottolineato che se la guerra commerciale tra le due potenze verrà ulteriormente acuita, questo potrebbe togliere uno 0,5% all’economia mondiale: circa 455 miliardi evaporeranno. La Cina non vuole che accada una cosa del genere, quindi insiste sempre nel negoziare e risolvere le divergenze nel rispetto reciproco, dimostrando grande sincerità e pazienza. Ma gli sforzi della Cina da soli non bastano, gli Stati Uniti devono anche venirci incontro. Se la guerra commerciale continua, questo avrà un grave impatto sull’economia cinese? La guerra commerciale ha peggiorato l’ambiente economico e commerciale globale e quindi non puo’ non esercitare un impatto sull’economia cinese. Ma non siamo pessimisti: l’economia cinese sta transitando da una crescita ad alta velocità a uno sviluppo di alta qualità, processo che porterà a un nuovo slancio. L’economia cinese vanta una micro-fondazione dinamica, un’ampia flessibilità e noi abbiamo strumenti macro-politici sufficienti. Dunque siamo fiduciosi e in grado di garantire una buona prospettiva di sviluppo. Quando una porta si chiude, un’altra si apre. Abbiamo ancora molti altri partner commerciali con cui lavoreremo insieme per realizzare vantaggi reciproci e favorire un’ampia cooperazione. Quale potrebbe essere il punto più critico nel tentativo di risolvere la guerra commerciale? Penso che la cosa più importante sia quello di “rispettare la promessa”. Le persone di buon senso vedono che la parte americana si contraddice ripetutamente. Nel maggio 2018 i due Paesi hanno diffuso un comunicato congiunto che prevedeva di «non fare la guerra commerciale», che è stato poi contraddetto dagli Stati Uniti nello stesso mese. Nel maggio scorso, la parte americana ha demolito il consenso raggiunto dai due capi di Stato durante il G20 in Argentina, ovvero «fermare reciprocamente l’aumento dei dazi». In agosto, la parte americana ha nuovamente smentito l’accordo dei due leader raggiunto a Osaka, cioè che gli Stati Uniti non imporranno nuovi dazi sui prodotti cinesi. La parte americana ha anche negato deliberatamente i fatti. Recentemente ha accusato la Cina di non aver acquistato prodotti agricoli americani. Tuttavia, dopo Osaka la Cina ha acquistato 2,27 milioni di tonnellate di soia statunitensi da fine giugno a fine luglio. «Fare onore alla propria firma» è fondamentale nei negoziati. Spero che nella prossima fase la parte americana possa farlo. Di recente il tasso di cambio del renminbi sul dollaro ha superato quota 7 per la prima volta dal 2008; gli Usa Uniti hanno accusato la Cina di manipolare la valuta, è così? L’accusa degli Usa non ha senso. Il rapporto del Fondo monetario internazionale svela che l’eccedenza delle partite correnti della Cina nel 2018 è stata pari solo allo 0,4% del Pil e che dovrebbe rimanere allo 0,5% nel 2019. È difficile quindi incolpare la Cina anche secondo la soglia del 3% stabilita dagli Usa per classificare un Paese come “manipolatore di valuta”. In effetti, il mercato ha una “mano invisibile”. Gli economisti di Ubs hanno rivelato in un rapporto che se gli Usa imponessero dazi sui prodotti cinesi per 300 miliardi, il tasso di cambio del renminbi rispetto al dollaro calerebbe a seconda del mercato. Lanciare la guerra commerciale e incolpare la Cina non è altro che una falsa controaccusa. Intanto Trump ha chiesto alle società statunitensi di ritirarsi dalla Cina e ha vietato loro di investire in Cina. Cina e Stati Uniti sono importanti partner commerciali e di investimento. La profonda integrazione degli interessi ha formato un modello tale che se qualcuno vuole forzare la divisione delle due economie, il risultato danneggerà inevitabilmente tutti e due e avrà un impatto negativo sulla catena di approvvigionamento e su quella industriale globale, mettendo a repentaglio la crescita economica mondiale. Il mondo industriale americano ha espresso opposizione alle osservazioni del presidente Usa. Secondo il rapporto dell’indagine del Business Council USA-China, il 97% delle società statunitensi in Cina è redditizio e l’87% delle società statunitensi in Cina non sceglierà di ritirarsi dalla Cina. Il supermercato americano Costco ha appena aperto a Shanghai, accolto molto bene dai consumatori cinesi. Continuiamo a dare il benvenuto alle aziende americane e straniere che investono e operano in Cina e miglioreremo l’ambiente di business. Chi non è interessato all’esplorazione del mercato e allo sviluppo di lungo termine non sceglierà la strada dello sganciamento. Il mese scorso, il dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha incluso altre 46 filiali Huawei nella lista delle aziende tecnologiche off limits per gli Usa, Huawei Italia e Huawei Research Center di Milano inclusi. Come si spiega questa mossa? La decisione Usa ha intenzioni chiare come la luce del sole. Ma voglio ribadire che le cooperazioni commerciali tra le imprese dei due Paesi sono vantaggiose per entrambe le parti. Durante l’incontro dei due presidenti a Osaka, la parte americana ha promesso di dare via libera alla fornitura americana a Huawei. Quando e come adempiere questa promessa riflette la propria credibilità. Speriamo che gli Stati Uniti possano essere coerenti nel fermare la repressione e le sanzioni irrazionali contro aziende cinesi come Huawei trattandole in modo equo, giusto e non discriminatorio. Quale ruolo per l’Italia nella guerra commerciale sino-americana? La guerra commerciale non avrà un vincitore. L’Fmi stima che due anni di conflitto tra Usa e Cina possano costare 80 miliardi di euro di crescita minore all’Europa e di 5 miliardi all’Italia. Secondo l’ultimo rapporto del Centro studi Confindustria, l’economia italiana è ancora debole e i rischi esterni come la guerra commerciale possono rallentare la crescita. Il premier Giuseppe Conte ha anche espresso in diverse occasioni l’augurio della fine, al più presto, della guerra commerciale. L’Italia è un’economia importante del mondo e sostiene il libero scambio come la Cina. Mi auguro che i due Paesi rafforzino ulteriormente le comunicazioni e si oppongano congiuntamente al protezionismo e al bullismo economico, per promuovere un sano sviluppo dell’economia mondiale. Ovviamente, siamo ben disposti a collaborare con il nuovo governo italiano per promuovere la cooperazione in vari settori ed avvantaggiare i nostri due popoli.

A lla nuova nuova Commissione Ue chiede di battersi per riscrivere il Patto di Stabilità perché è «troppo pro-ciclico» e, dunque, rischia di alimentare l’austerità. Al governo italiano suggerisce di accelerare le riforme, perché solo così potrà ottenere i maggiori margini di flessibilità di bilancio che i Trattati consentono. Vitor Constancio, ex membro del board della Bce ora tornato a insegnare in Portogallo, vede problemi, ma anche soluzioni, che poi è il modo migliore per vivere sereni e affrontare le difficoltà. Non teme neanche una recessione, non troppo almeno. Se verrà, assicura in una pausa del Forum Ambrosetti, sarà importata e non scatenata dal nostro continente. Professore, molti denunciano l’incapacità della politica monetaria di sostenere l’economia. È così? «L’attuale politica monetaria espansiva è utile. Il problema è che questa politica ha già fatto molto e utilizzato molti degli strumenti a disposizione, cosa che spiega perché i risultati stanno diminuendo. Non è una sorpresa, lo avevamo detto, sapevamo che la politica monetaria come la conosciamo ha dei limiti, e anche che è più difficile usare i tassi per risollevare l’economia che per contenere l’inflazione quando questa è alta. La novità di oggi è solo che più persone comprendono questi limiti». Che si deve fare? «La politica fiscale impostata daigoverni nazionalidevesaperaffrontareilrallentamento dell’economia. In parallelo, è importante sottolineare la nozione della politica monetaria che continuerà ad essere accomodante. E dunque avere certezza di essere in un contesto di bassi tassi, abbastanzadaconsentireallapolitica fiscale di essere più aggressiva». Ci sarà una recessione? «Non è dietro l’angolo. Non sarà la Brexit, a provocarla. Non sarà un potenziale evento collegato all’Italia, non mi aspetto conflitti fra il nuovo governo e le autorità Ue: al contrario immagino un dialogo costruttivo con flessibilità da entrambe le parti che conduca a un buon compromesso che, a ogni effetto, possa aiutare l’economia italiana nella sua situazione attuale. Non sarà nemmeno la Germania, che attraversa una debolezza ciclica e temporanea. I rischi vengono da fuori. L’economia europea dipende molto dall’export. Una recessione mondiale ci contagerebbe direttamente». Diceva dell’Italia. Compromesso Ue o meno, dovranno essere fatte delle riforme. «Certo, lo scambio è questo. Perché la Commissione possa utilizzare in modo significativo la flessibilità prevista dalle regole, l’Italia deve por mano alle riforme necessarie e utili per il Paese, visto che parte del problema della vostra economia è la rigidità strutturale che limita gli aumenti di efficienza e di produttività». La nuova presidente Bce, Christine Lagarde, promette coerenza con la stagione Draghi. Cosa dovrebbero fare Europa e governi? «Una cosa, per cominciare. È stato molto positivo che Ursula von der Leyen abbia parlato dell’esigenza di rivedere il Patto di Stabilità. Le regole in vigore sono state troppo pro-cicliche e questo ha evidenziato le mancanze della gestione macroeconomica dell’economia dell’Eurozona. Qualcosa deve cambiare». Come? «Bisogna evitare che l’applicazione delle regole aggravi quanto già non va bene, invece che cercare di stimolare il rilancio. Nel passato, è successo. Ci sono alcune proposte sul tavolo, a partire da quella Consiglio di analisi economicafrancese,cheinvitaad adottare un solo criterio operativo per misurare l’evoluzione della spesa, abolendo il concetto di deficit strutturale». Roma invoca la «Golden Rule», la possibilità di scomputare gli investimenti veri dal computo del deficit. Buona idea? «La Germania ce l’ha avuta sino al 2009. I Trattati europei sulla disciplina di politica fiscale stabiliscono che, mentresivalutalasituazionecomplessiva, la Commissione deve considerare il livello di investimentiin rapportoal deficit. È un’affermazione accennataemoltoindirettachesirifàalla Golden Rule che, di per se, non sarebbe a soluzione. Oltre a ciò, nell’attuale Patto diStabilità,cisonoclausoledi flessibilità connesse agli investimenti. In un certo senso, esistono possibilità che potrebbero esser usate ulteriormente. Io spero, a proposito, chevalganoperl’Italia». Lagarde ha suggerito che chi ha margini dovrebbe investire nella ripresa, tecnologia, innovazione, competitività. Come può l’Italia? «L’Italia non può dimenticare il suo livello debito elevato. È importante che continui ad avere un avanzo primario, comehasempreavutointempi recenti. È un segno importante per i mercato, oltretutto un terzo del debito è all’estero. La dipendenza dal giudizio dei mercati non può essereignorata. Quandoloavete fatto, ci sono state delle conseguenze».

Il segnale sarebbe talmente forte che il Financial Times, e i report di importanti istituti finanziari, escludono la possibilità che a Paolo Gentiloni venga affidata a Bruxelles la delega agli Affari Economici. Mancano ancora ventiquattr’ore alla ufficializzazione dei commissari europei e dagli uffici della presidente von der Leyen filtra molto poco anche sui contenuti dell’incontro avuto ieri mattina con l’ex presidente del Consiglio italiano. LA FASE La «delega di peso» per l’Italia viene confermata, ed è un po’ nelle cose dopo che il governo di Giuseppe Conte ha indicato come commissario un ex presidente del Consiglio. Le resistenze però non mancano, come si è capito dalle indiscrezioni iniziate a circolare ieri sera e amplificate da “fake” e liste di nomi che indicano Gentiloni in tutt’altri ruoli. Eppure il fatto di essere vicini ad una possibile “rivoluzione” – che la scelta di Gentiloni agli Affari europei certificherebbe – si avverte nell’aria e spingerebbe per mettere in un angolo le resistenze dei paesi baltici, del gruppo di Visegrad e dei rigoristi del Nord che, senza la copertura di Berlino, rischiano di trovarsi soli non potendo incidere sulle scelte della presidente, tedesca, della Commissione. Gentiloni e la von der Leyen si conoscono da tempo e quella di ieri più che un’intervista – come prevede il protocollo – tra un ex ministro degli Esteri ed ex premier, e un’ex ministra della Difesa, è stata occasione per capire sino a che punto la nuova Commissione potrà spingersi nelle varie mission che gli sono state affidate. Dall’unione monetaria, al bilancio dei cinque anni, sino alla verifica delle regole del patto di stabilità. La scelta di consegnare all’Italia, Paese più indebitato dell’eurozona, il ruolo di guardiano dei trattati implica un riconoscimento non da poco per Gentiloni, ma soprattutto per la svolta avvenuta in Italia con il governo “giallorosso”. Scegliere un ex premier, che ha lasciato da poco palazzo Chigi, significa affidarsi anche alla rete di rapporti che ha con molti leader di governo che sono ancora al proprio posto. Dal portoghese Costa, al francese Macron, sino alla Merkel e allo spagnolo Sanchez, non sono pochi i leader di governo che sostengono Gentiloni e lo spingono a prendere il posto che fu di Moscovici. Raccontano che l’incontro tra i due ieri a Bruxelles sia andato «benissimo», ma la composizione del puzzle non è facile, viste le aspettative di ogni commissario e, soprattutto, di ogni Paese. Italia compresa, visto che Giuseppe Conte non cessa di rammentare le promesse ricevute: delega economica e vicepresidenza. Da ex presidente del Consiglio e politico esperto, Gentiloni conosce però le resistenze che potrebbe incontrare, ma poiché l’obiettivo della delega agli Affari Economici è circolato ancor prima della sue indicazione ufficiale, è facile pensare che sulla sua nomina si siano spesi leader importanti con i quali l’ex premier ha costanti rapporti. A cominciare dalla Merkel con la quale Gentiloni ha parlato ieri l’altro al telefono. Dopodomani la von der Leyen riunirà la Commissione a Bruxelles e il giorno dopo porterà in “ritiro” tutto il gruppo di commissari. Per fare squadra e prepararsi agli incontri che ogni commissario dovrà avere con la Commissione competente dell’europarlamento.