Quota 100 è la classica polpetta avvelenata cortesemente servita da Salvini ai suoi vecchi commensali di Palazzo Chigi. Se venisse abolita a partire dal gennaio 2020 — come chiede Italia Viva che ha annunciato un emendamento al riguardo — si finirebbe per rivivere l’incubo degli esodati. Ci sono diversi accordi in grandi imprese, soprattutto nel settore bancario, che fanno ricorso a queste uscite anticipate per ridurre gli esuberi e i giuristi sono già al lavoro per definire eventuali norme di salvaguardia. Altri accordi sono in dirittura d’arrivo e contribuiscono a spiegare le resistenze del sindacato a chiudere Quota 100. Impossibile monitorare intese di questa natura fra datori di lavoro e dipendenti nelle piccole imprese mentre sappiamo con certezza che c’è chi in Parlamento si ergerà a promotore di salvaguardie di ogni ordine e grado. Esempi illustri nella passata legislatura non mancano. Se invece il governo decidesse di lasciare tutto com’è aspettando la fine naturale di Quota 100 dopo i tre anni di “sperimentazione” — come propone il M5S — si creerebbe un nuovo scalone nella notte fra il 31 dicembre 2021 e il 1 gennaio 2022, poco prima delle prossime elezioni politiche. Per gli esclusi ci sarà, infatti, un brusco innalzamento fino a 6 anni nei requisiti di pensionamento, come quello intervenuto 10 anni prima all’apice della crisi del debito. Salvini avrebbe, a quel punto, buon gioco nell’accusare il governo di avere fatto una nuova riforma Fornero senza l’attenuante (almeno ce lo auguriamo fortemente) delle condizioni di emergenza economica del 2011. Quota 100 è una polpetta avvelenata anche perché è costosissima. Il conto è già salato: 3 miliardi nel 2019, cui vanno aggiunti i 4 miliardi di oneri aggiuntivi sulla spesa per interessi sul debito dato che lo spread è schizzato all’insù nel maggio 2018 all’annuncio del nuovo governo gialloverde di voler “abolire la Fornero”. Di fatto sta costando attorno ai 35 mila euro a beneficiario. Spenderemo altri 7 miliardi nel 2020 e ancora di più negli anni a seguire quando si sentiranno gli effetti del blocco dell’indicizzazione sui requisiti puramente contributivi. È più di quanto ogni anno destiniamo alla scuola materna e agli asili nido. Il problema è che i benefici di Quota 100 sono molto concentrati (quest’anno si rimarrà presumibilmente al di sotto dei 190 mila beneficiari), ma la platea che la vede come un’opportunità per scardinare le regole che innalzano i requisiti anagrafici e contributivi per andare in pensione è molto ampia. A tempo stesso è interesse di tutti, a partire dagli attuali pensionati, evitare che ci siano nuove misure che minano la sostenibilità del nostro sistema previdenziale e provocano a catena crisi di credibilità del debito pubblico. C’è un modo, crediamo, per evitare di mangiare la polpetta all’arsenico. Consiste nel fare una riforma che estenda la libertà di scelta su quando andare in pensione, a partire da 63 anni, a tutte le generazioni che verranno, non solo a quelle oggi coinvolte da quota 100, imponendo le riduzioni attuariali, che oggi si applicano alla sola quota contributiva delle pensioni, sull’intero importo della pensione. Vorrebbe dire oggi una riduzione mediamente di un punto e mezzo per ogni anno di anticipo rispetto alla pensione offerta da Quota 100 e, in prospettiva, ancora meno dato che le generazioni che andranno in pensione nei prossimi anni avranno una quota contributiva più alta su cui la riduzione verrebbe comunque applicata. Una riforma di questo tipo darebbe risparmi immediati, dato che potrebbe dissuadere alcuni di coloro che pensavano di andare in pensione con Quota 100 dal farlo nei prossimi due anni e, in ogni caso, gli importi di chi volesse comunque uscire prima sarebbero più bassi. Creerebbe, invece, costi aggiuntivi dal 2022 in poi rispetto a uno scenario in cui Quota 100 venisse davvero interrotta nel 2021. Sarebbero, comunque, costi che non aumentano il debito pubblico, dato che sono pienamente compensati da importi pensionistici più bassi. Non ci sarebbero esodati dato che la possibilità di uscire rimane. Le grandi imprese, a partire dalle banche che stanno utilizzando Quota 100, potrebbero compensare i lavoratori coinvolti in piani di esuberi versando ai lavoratori coinvolti la differenza fra la pensione Quota 100 e la pensione anticipata con l’intera riduzione attuariale. Si potrebbe, inoltre, togliere il divieto di cumulo introdotto dal Conte 1, permettendo a chi volesse farlo di lavorare in modo regolare e versare contributi rimpinguando così la propria pensione. Il governo Conte 1 ha ingannato milioni di famiglie prima promettendo di abolire la legge Fornero e poi con una “Quota 100” che dura tre anni. Il governo Conte 2 può riparare almeno in parte questi gravi danni arrecati al patto intergenerazionale concedendo maggiore libertà di scelta alle classi dal 1960 in poi evitando al contempo di appesantire il fardello che graverà sui giovani lavoratori. Quale che siano le scelte del Conte 2, fondamentale far ripartire la campagna di informazione con l’invio di buste arancioni ai pensionandi e l’allargamento delle platee che possono fare simulazioni sulla propria pensione futura dal sito dell’Inps. La maggioranza degli italiani continua a credere che i propri contributi vadano ad alimentare una specie di deposito bancario da cui potranno attingere in futuro, non sapendo che in realtà le pensioni vengono pagate anno per anno da chi lavora. Bossi nel 1994 fece cadere Berlusconi sostenendo che «le pensioni sono del popolo». Oggi, nel superare Quota 100, bisognerà spiegare a tutti che «le pensioni sono pagate dal popolo che lavora».
Caro direttore, nel loro intervento Saraceno e Tamburlini sottolineano come non sia sufficiente sostenere la genitorialità attraverso la disponibilità economica ma sia anche necessario promuovere l’educazione dei figli attraverso un programma di sviluppo dei nidi. Il valore pedagogico della scelta educativa va ben oltre la questione più basilare dell’aiuto alla gestione dei figli e voglio ringraziarli per avere avviato la discussione. La legge proposta da noi pone in luce questioni concrete e può rappresentare una occasione per riflettere sulla vita delle nostre comunità, a partire dal valore dei nostri figli. Il valore dell’educazione nei primi anni dell’infanzia è indiscutibile e non può essere considerato una mera forma di conciliazione tra vita privata e occupazione dei genitori. L’esigenza di costruire comunità fin dalla prima infanzia rende fondamentale il governo pubblico del sistema educativo anche per favorire relazioni non segregate per classi sociali tra gruppi di cittadini. Questa esigenza non significa affatto che solo le scuole delle amministrazioni pubbliche rispondano a criteri di qualità educativa ma che è necessario, tramite sistemi di accreditamento, la garanzia pubblica di questa qualità. L’ obiettivo della legge delega è dare al nostro Paese una misura universale di welfare finalmente non solo per l’Italia che invecchia ma anche per l’Italia che nasce. Le misure previste sono essenzialmente di due tipi: l’assegno unico che ha l’obiettivo di sostenere i genitori nelle loro difficoltà economiche di vario tipo e la dote servizi che ha lo scopo di sostenere i genitori nell’accesso ai servizi. L’obiettivo è quello di migliorare e potenziare le misure esistenti per queste finalità, rendendole più semplici, più continue nel tempo e capaci di includere anche fasce fragili della popolazione attualmente escluse. In numerose realtà non esistono proprio i servizi educativi per la mancanza di strutture o perché la gestione risulta troppo onerosa per i Comuni. L’integrazione della dote servizi non può e non deve essere dunque interpretata come una alternativa ai servizi educativi per incentivare nel nostro Paese un sistema diffuso di badantato dei figli, ma, al contrario, come un contributo per garantire a tutti dignità e pari opportunità di accesso ai servizi educativi. Servizi e dote si autosostengono reciprocamente e non si elidono a vicenda. Occorre continuare a realizzare un grande programma per l’apertura dei nidi e delle scuole dell’infanzia in tutto il nostro Paese, a cui certamente la dote servizi potrà contribuire.
Probabilmente il giornale che ha inquadrato meglio il ‘Russiagate 2 la Vendetta’(come abbiamo battezzato il polpettone di professori e spie che un giorno sembrano filo-russi e l’altro filo-americani comunque sempre accompagnati da belle donne che fanno le stiliste) non aiutano tanto i rapporti dell’FBI o le veline dei nostri servizi. Il giornale che ha offerto una chiave sensata per interpretare il ciclone mediatico che a breve si abbatterà sulla politica italiana con l’audizione davanti al Copasir di Giuseppe Conte è il The Spectator. IL SETTIMANALEc o n s e r v a t ore britannico in un pezzo dedicato alla coppia George Papadopoulos-Simona Mangiante ha scritto: “Dimentica i Kardashian, il prossimo grande nome in TV saranno i Papadopouloses, George e Simona”. Effettivamente la coppia formata dal 32enne collaboratore della prima campagna elettorale di Donald Trump (condannato per aver mentito all’ex direttore del FBI Robert Mueller sui suoi rapporti con il professore maltese Joseph Mifsud durante le investigazioni sul Russia-Gate nel 2016) e dalla sua compagna di 39 anni, sembra scritta da uno sceneggiatore molto bravo. Nell’articolo il settimanale britannico sostiene che è in arrivo un rea lit y sulla coppia e racconta anche che Simona Mangiante, avvocatessa di Caserta, iscritta all’albo di Napoli dal 2010, avrebbe già ottenuto in passato una parte in un film “Affairs on Capri”. Un trailer della pellicola, alla cui lavorazione avrebbero prestato il loro volto anche alcuni familiari della ex collaboratrice del Parlamento Europeo, gira sul web. L’amica di famiglia dell’ex presidente del gruppo socialista all’e u r o p a r l am e n t o Gianni Pittella interpreta qui la parte di Brigitte Bardot. Il film è diretto da Paul Wiffen, già a a capo del partito filo-Brexit UKIP a Londra. Nel 2010 Wiffen era candidato e fu costretto ad auto-sospendersi per un post razzista su rom, neri e islamici. Sul punto The Spec tator sorvola ma annota con un pizzico di humour inglese che la sua bio (“collabo – ratore di Russia Today, feroce oppositore di George Soros, una volta aveva partecipato a una festa con Anna Chapman, l’ex agente dell’i n t el l i g en c e russa che divenne famosa sui media”) non aiuterà a smorzare le teorie complottistiche che vorrebbero la coppia Papadopoulos-Mangiante legata al Cremlino. A prescindere dai legami filo-russi o filo-americani, quello che è interessante del ‘Rus – sia-Gate 2’ è la sua natura di scandalo ‘me d ia ti ca me nt e perfetto’ almeno per il pubblico della destra, americana e non solo. Mentre i grandi quotidiani mainstream-New York Tim es e Washington Post – ignorano bellamente le puntate del caso, le testate minori come il Washington Examiner o il Washington Times rilanciano sul web ogni aggiornamento sul tentativo del presidente di far passare l’investigazione dell’ex direttore del FBI Mueller come una campagna voluta da Obama e realizzata con lo zampino delle intelligence occidentali. Come resistere d’a ltr on de al fascino di una storia simile. Se davvero, come dice Th e Spectator, un produttore avesse già finito di girare le scene di un re al ity sulla coppia Papadopoulos-Mangiante, a Los Angeles, sarebbe un peccato. Basta scorrere il profilo Twitter dei due coniugi per immaginare altre puntate possibili. Tre giorni fa i nostri erano a un party musicale a Bel Air e lei postava felice: “Grazie a Pascal Vicedomini per l’invito a un evento esclusivo con Snoop Dogg che canta” e giù il video con il rapper e la sua musica e a seguire un tweet che lancia il festival Capri Hollywood dell’amico Pascal. Il 14 ottobre George e Simona erano all’Amer ican Priority Conference, un festival sovranista che celebrava la ricandidatura di Trump nell’hotel di Trump con la presenza di Donald Trump Jr e Sarah Sanders. La coppia si dava da fare postando insieme foto dell’o rsacchiotto “Make America Great Again”. Poi George postava il suo endorsement a Trump davanti a ‘2.500 patrioti’mentre lei, più prosaica, coglieva l’occasione per lanciare “alcune delle mie creazioni sulla passerella del Trump Doral Miami – puoi acquistare sul sito (link) grazie per il supporto #Trumpdoral #Miami #AMPFest2019”. Prima delle foto dei costumi l’avvocatessa casertana lanciava però due tweet politici. Il primo era “Presidente to president” con il video della conferenza alla Casabianca nella quale Trump sosteneva davanti a Mattarella che bisogna investigare sulla possibile corruzione delle precedenti elezioni perché lui pensa che c’entri Obama e forse pure qualche 007 italiano. L’altro post rilanciava lo speciale ‘Italygate’ di Atlanti – coquotidiano, sito che in Italia fa eco ai megafoni americani della tesi del ‘complotto anti-Trump’. Tra un tweet con la foto della copertina del libro sulle fake newsaltrui di George (2 mila e 300 prenotazioni per la presentazione in Florida) e un post con l’intervista di lei alla Verità, c’è spazio per qualche tweet sui servizi occidentali che avrebbero da temere quando la verità sarà davvero svelata. Guardare il ‘Russia-Gate 2 La vendetta’ come un film non è un modo di sminuirlo. In realtà spiega la particolarità di questo caso di spionaggio internazionale 2.0. E forse aiuta a comprendere meglio le sue finalità e la sua fine più probabile. Se fosse davvero stato scritto da uno sceneggiatore filo-Trump, la sua fine potrebbe essere l’uscita pubblica di un rapporto governativo che rappresenta una contro-verità ufficiale pronta da essere rilanciata da tv e social. Magari sarà una trama poco convincente per i lettori delNyt e del Washington Post ma quelli tanto votano a sinistra. Il pubblico delle tv e del web invece potrebbe essere conquistato da questa narrazione pop. I protagonisti perfetti del film ci sono già.
Non c’è dubbio, la Brexit sta mandando tutti al manicomio. Noi britannici dobbiamo ai nostri amici europei le scuse più sincere, una bottiglia di whisky e dei biglietti omaggio per l’Amleto della Royal Shakespeare Company. Perché la Gran Bretagna oggi è proprio Amleto, in preda al dubbio se la Brexit debba essere o non essere. Comprendo quindi perfettamente il motivo per cui gli europei come il presidente francese Emmanuel Macron non vedono l’ora di liberarsi di noi per portare avanti un’agenda ambiziosa per l’intera Ue. Eppure vale ancora la pena che l’Europa faccia uno sforzo ulteriore, nel proprio interesse illuminato e a lungo termine. In concreto, se il parlamento britannico non approverà questa settimana il nuovo accordo, l’Ue farebbe bene a offrire l’estensione dell’articolo 50, come richiesto formalmente nella lettera che Johnson ha inviato (senza però firmarla, con mossa infantile) al presidente del Consiglio Europeo, Tusk. Propongo quattro motivazioni, tutte nell’ottica dell’Ue e dell’Europa in generale. Innanzitutto il no deal danneggerebbe enormemente l’Irlanda e altre parti d’Europa geograficamente prossime al Regno Unito. L’emendamento avanzato dal conservatore indipendente Oliver Letwin e approvato dal parlamento sabato è mirato soprattutto a impedire il no deal. Lo stesso Letwin ha dichiarato che voterà a favore dell’accordo di Johnson se sarà messo al vaglio del parlamento in forma giuridica corretta. In secondo luogo c’è la questione della responsabilità. È trapelato che i brexiteer duri e puri vicini a Johnson si preparavano a scaricare su Bruxelles per “folle” intransigenza la colpa del mancato accordo. Nel caso in cui Macron dovesse stringere un’alleanza scellerata con Johnson per buttar fuori la Gran Bretagna il 31 ottobre, la mia fazione nella diatriba sulla Brexit che indentifico con la sigla 3R (referendum, remain, riforme) sarebbe costretta ad attribuire parte della colpa ai partner europei. Per il momento però la Ue ha assunto la posizione perfetta, mostrando fermezza sufficiente a difendere gli interessi dell’Irlanda e il mercato unico, ma anche flessibilità sufficiente a rendere inverosimile un trattato punitivo, stile Versailles. È importante che mantenga questo atteggiamento conciliante. In terzo luogo, sarebbe meglio per il futuro a lungo termine dell’Europa se la Gran Bretagna restasse nell’Ue. La Brexit non promette niente di buono, ma il male minore per la Gran Bretagna è votare per restare nell’Ue in un nuovo referendum. E la strada migliore è che il parlamento approvi l’accordo di Johnson col vincolo di un referendum confermativo. Essere o non essere. Dato che questo governo è dominato da brexiteer duri e puri e il nuovo accordo in realtà prevede una hard Brexit per Inghilterra, Galles e Scozia, e una più soft limitata all’Irlanda del Nord, nessun leaver potrebbe lamentarsi di essere costretto a scegliere tra una Brexit moscia (in gergo Brino, un’uscita solo nominale) e la permanenza nell’Ue. Centinaia di migliaia di manifestanti si sono radunati sabato davanti al parlamento a sostegno del referendum. Ma più degli attivisti in piazza contano i sondaggi, secondo cui ora la maggioranza è favorevole a restare nell’Ue. Sarebbe proprio assurdo che il Regno Unito uscisse dall’Unione nel rispetto della “volontà popolare”, proprio nel momento in cui il popolo ha cambiato idea. E so che molti amici dell’Europa continentale un tempo favorevoli a un secondo referendum oggi pensano che l’Ue starebbe meglio senza di noi. Non starò qui a ripetere tutte le motivazioni per cui nel lungo periodo l’Ue trarrebbe dei vantaggi dalla permanenza della Gran Bretagna. Se la Gran Bretagna esce ora ci vorranno altri cinque anni per definire il nuovo rapporto economico con l’Ue e capire se la Scozia lascerà il Regno Unito, e altri cinque per la concreta attuazione. A quel punto l’Ue e ciò che resta del Regno Unito si saranno senza dubbio allontanati. La Gran Bretagna starà economicamente peggio di come avrebbe potuto stare, ma forse non sarà messa male al punto che gli elettori, gli inglesi testardi in particolare, scelgano di rientrare, per così dire, con la coda tra le gambe. Se la Brexit si rivelerà negativa per Londra è certo che i rapporti oltremanica saranno del tutto insoddisfacenti e tesi, influenzando negativamente la cooperazione sui temi di politica estera e sicurezza. Se invece, contro ogni probabilità, la Brexit avrà effetti positivi sulla Britannia, i populisti nazionalisti come il premier ungherese Orbán, l’italiano Salvini e la francese le Pen chiederanno, per dirla con le immortali parole del film Harry ti presento Sally, «quello che ha preso la signorina». In entrambi i casi è un male per l’Ue. Anche se non accettate questa parte della mia analisi, ho in mano una quarta argomentazione. Attualmente l’Europa rappresenta l’ultima speranza di un Occidente fondato su dei valori, inteso come un insieme di paesi paladini della democrazia e dello stato di diritto. A fronte della distruzione della democrazia liberale in atto in paesi membri dell’Ue come l’Ungheria, si tratta di uno dei compiti più importanti per il prossimo capitolo della storia dell’Unione, con la nomina dei nuovi vertici di tutte le istituzioni europee, il Parlamento europeo appena eletto e il bilancio settennale da approvare. Tra i leader europei accalcati attorno a Boris Johnson per congratularsi dopo l’approvazione del suo accordo da parte del Consiglio europeo la settimana scorsa spiccava il primo ministro ungherese — Orbán e Johnson sono della stessa razza. La mossa da scolaretto di Johnson di inviare una fotocopia non firmata della richiesta ufficiale di rinvio, assieme a un’altra firmata che invita la Ue a respingere quella stessa istanza, dimostra il suo disprezzo di una legge approvata dal parlamento sovrano britannico. Anche se i suoi avvocati probabilmente garantiscono che la sua condotta non viola la lettera della norma, senza dubbio ne viola lo spirito. Per fortuna il sistema di controllo ed equilibrio dei poteri della democrazia liberale britannica funziona bene. Se questa vicenda si concluderà con un referendum confermativo, come personalmente mi auguro, o con nuove elezioni, che accetterei facendo buon viso a cattivo gioco, si tratterà di un processo legittimo e democratico. E l’Europa dovrebbe sempre sostenere i processi legittimi e democratici, anche se richiedono tempi un po’ più lunghi.
Azioni di risparmio, addio. I nuovi sistemi di governance e il voto multiplo mandano in soffitta le azioni senza diritto di voto. «Chi investe vuole contare – spiega Arturo Albano, esperto di corporate governance di Amber Capital- le risparmio non convertibili o rnc vanno contro i principi di buona governance e sono antieconomiche in un momento di tassi negativi». Non solo, negli ultimi vent’anni non si è più quotata un’azienda che avesse anche titoli senza diritti di voto, ma nel frattempo la maggior parte delle aziende che avevano questa classe di azioni le ha convertite, volontariamente, in ordinarie. È successo a Cir, Cofide, Unicredit, Italmobiliare, Intesa e da inizio anno anche Italiaonline e Zucchi hanno lanciato Opa per ritirare le loro risparmio non convertibili. «Sono uno strumento anacronistico- spiega Dario Trevisan, legale e rappresentante degli azionisti di alcune rnc – e convertirle non è solo un opportunità, ma anche una necessità per attrarre gli investitori esteri». Per motivi storici Banco di Sardegna rnc (54 milioni di capitalizzazione) e Edison rnc (110 milioni) sono quotate solo attraverso le risparmio: in entrambi in casi però di tratta di titoli illiquidi. Considerando anche le Intek rnc (16 milioni di capitalizzazione), solo un pugno di aziende ormai da distinzione tra azioni con e senza diritti di voto, e anche in questo caso qualcuno sta già considerando la possibilità di convertirle. Vale per Telecom Italia, dove l’ad Luigi Gubitosi allineandosi ai proclami del socio Elliott, ha più volte fatto sapere di voler convertire le rnc (tanto che lo sconto si è ridotto all’1,4%, con il rendimento minimo lordo pari al 5,18%), ma anche per Buzzi Unicem (dove invece lo sconto è al 36,5% e il rendimento all’1%), che a prescindere dalle smentite, già in passato aveva provato a promuovere la conversione. Secondo un recente studio di Jp Morgan, il costo del capitale delle rnc di Telecom è diventato insostenibile, dato che il privilegio sul dividendo fa sì che l’azienda spenda il 15% l’anno per le risparmio (contro il 9% delle ordinarie). Jp Morgan calcola che dal 2014 ad oggi gli azioni rnc hanno incassato un miliardo di dividendi: troppo date le scarse risorse del gruppo telefonico impegnato con ingenti investimenti nelle reti, nonché a ripianare 24,5 miliardi di debiti giudicati “spazzatura” dalle agenzie di rating (Bb+). Non solo la conversione aumenterebbe la liquidità di Tim, ma per Jp Morgan migliorerebbe anche la governance: Vivendi si diluirebbe dal 23,9 al 17% del capitale, Cdp al 7%, mentre Elliott scenderebbe all’8%, dato che possiede sia il 9,8% delle ordinarie sia il 3% delle rnc. Chi invece tira dritto è Danieli (con lo sconto è al 37% e il rendimento lordo all’1,7%), dato che il privilegio della cedola delle rnc non è tale da persuadere la famiglia azionista a diluirsi per migliorare la governance.
La decisione, come sempre, arriverà da Roma. Intanto però gli esponenti giallorosa delle Marche, dove si voterà nel 2020, si portano avanti, anticipando una possibile replica del patto civico umbro. La settimana scorsa il Consiglio regionale ha approvato la nuova legge elettorale con il voto favorevole proprio del Pd e dei grillini, mentre Lega, FdI e FI uscivano dall’aula gridando all’i nciucio. Il motivo della protesta è l’i n n a lzamento della soglia per il premio di maggioranza – passata dal 34 al 40 per cento –, secondo il centrodestra fissata ad hoc per scongiurare giunte a trazione leghista. Non è tutto. Gianni Maggi, capogruppo M5S in Regione, è stato chiaro: “La soluzione umbra si può riproporre anche qui. Un nome che metterebbe tutti d’accordo è quello di Sauro Longhi”. Oltre a Longhi (nella foto), rettore del Politecnico delle Marche, c’è poi l’idea Valeria Mancinelli, sindaca dem di Ancona. Anche lei, senza remore nei confronti degli ex nemici: “Se c’è chiarezza, governo anche coi marziani”.
Unicredit riapre le danze delle cessioni di crediti deteriorati, con 6 miliardi di euro di valore nominale che le garanzie statali “Gacs” aiuteranno a cedere in tranche (senior da 1,2 miliardi a tasso Euribor +1,5%, mezzanine da 80 milioni al 9%, junior da 30 milioni subordinata) ai tanti che tentano la fortuna nel recupero di crediti ex bancari. È un assaggio delle radicali pulizie di fine anno con cui le banche italiane dal 2015 hanno limato di oltre 200 miliardi i loro prestiti problematici, e che farà vendere altri 45 miliardi circa entro il 31 dicembre. Ma le garanzie del Tesoro, che a fine anno saranno aumentate di altri 10 miliardi dai 62 calcolati da Moody’s a marzo, in qualche anno potrebbero trasformarsi in debito pubblico, per una fetta non piccola di quei crediti. Le cartolarizzazioni, infatti, funzionano così: la banca cede i crediti a un veicolo finanziario, che li divide in parti con diverse tipologie di rischio (in base a data, presenza di ipoteche, altro). La tranche junior, più rischiosa, va agli speculatori, la mezzanina un po’ meno, la senior è l’ultima intaccata dalle perdite in caso di un flop dei recuperi e dunque si rivolge agli investitori più istituzionali e si pregia della garanzia statale. Significa che a scadenza dei titoli (o prima, in caso di default), chi ha i bond senior può chiamare il Tesoro e farsi pagare lo sbilancio. Secondo elaborazioni di Repubblica buona parte delle cartolarizzazioni bancarie montate tra agosto 2016 e giugno 2018 presenta incassi, da parte degli addetti al recupero (i “servicer”), inferiori ai piani. Sette registrano un andamento più preoccupante, in un’industria che pure è un Eldorado mondiale. Riguardano crediti per 34,08 miliardi nominali, venduti via cartolarizzazioni a 6,76 miliardi, e con garanzie pubbliche, prestate attraverso il Fondo Gacs del Tesoro su circa il 70%. Fanno oltre 4,7 miliardi di denaro pubblico, che rischia di dover colmare lo sbilancio tra quanto messo dagli operatori e gli effettivi recuperi delle somme. Ma risalire la china in questo mestiere non accade quasi mai: i pagatori migliori transano nei primi due anni, e il quarto anno spesso è quello “critico”. Osservando i tassi di recupero, si notano due operazioni che stanno “mangiandosi” già la parte senior, dopo aver liquidato la junior. Sono Elrond di Creval, che ha un tasso di recupero del 78% ( insufficiente a ripagare le obbligazioni senior, che rappresentano l’88,2% del valore dei titoli emessi con la cartolarizzazione) e Aragon, sempre di Creval (incassa il 69%, il 17% meno dei titoli senior). La prima costerebbe 52 milioni al Tesoro, la seconda 96. Le cifre più grosse sono però legate alle vendite Fino (Unicredit) da 5,3 miliardi, e Siena Npl (Mps) da 24 miliardi. Qui siamo a tassi di recupero rispettivi dell’85% e 97%, e le senior sono attorno all’85%. Vuol dire che finora il Tesoro non perde (ma i bond junior e mezzanini sì: e tra quelli di Siena c’è la stessa banca, del Tesoro al 68%). Altre operazioni pericolanti sono di Carige e Popolare di Bari; e tutte quelle critiche vedono il rischio concentrato sui quattro servicer Prelios, Cerved, Fonspa, Do Bank. «Con le Gacs il mercato è decollato, sono scesi in campo grandi investitori e servicer attrezzati – spiega il consulente Raffaele Mazzeo – . Ma ormai mi pare sicuro che molte operazioni non andranno a buon fine: i prezzi iniziali erano troppo alti, le curve di recupero inadeguate, i tribunali restano lenti, la congiuntura fiacca penalizza». Intanto Unicredit, ricevuto il giudizio da Scope Ratings, procede con la sua “Prisma”: 6 miliardi di sofferenze di privati, garantite al 90% da case, il resto negozi e terreni in tutta Italia.
Prima la lite, poi gli spari. Pomeriggio di follia al pronto soccorso dell’ospedale di Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno. Un alterco sfociato addirittura in uno scontro a fuoco, a causa del rifiuto, da parte del medico di guardia, ad anticipare il ricovero di un paziente ottantenne, giunto all’ospedale “Santa Maria dell’Olmo” accompagnato dal figlio e dal nipote, entrambi infermieri. La discussione degenera all’arrivo in ospedale del papà del medico. L’uomo, probabilmente avvisato dal figlio, estrae una pistola e colpisce le gambe del figlio dell’ottuagenario paziente. In difesa del padre gambizzato interviene il figlio, nipote 35enne dell’anziano, che si scaglia contro il responsabile del gesto: esplode una nuova colluttazione all’esterno dell’ospedale. Il ragazzo riesce ad impossessarsi della pistola ed esplode un colpo che raggiunge il tallone dell’uomo, prima di essere bloccato dai carabinieri. I militari si trovavano già sul posto dopo che un loro collega era rimasto ferito, nel primo pomeriggio di ieri, durante un inseguimento con un extracomunitario alla stazione ferroviaria di Cava de’ Tirreni. I due feriti vengono soccorsi e sottoposti ad un intervento chirurgico per estrapolare i proiettili. In serata il papà del medico è stato interrogato dagli investigatori dell’Arma di Cava de’ Tirreni. La pistola, secondo quanto emerso dai primi accertamenti, era regolarmente detenuta. Sul caso indaga il pubblico ministero Angelo Rubano della Procura della Repubblica di Nocera Inferiore. La direzione dell’azienda ospedaliera universitaria “Ruggi d’Aragona”, da cui dipende il plesso di Cava de’ Tirreni, ha avviato una indagine interna.
Israele ha 28 giorni, solo quattro settimane, per evitare di tornare al voto: sarebbe la terza volta in meno di un anno. Ieri sera il premier Benjamin Netanyahu, che era stato incaricato dal presidente Reuven Rivlin di provare a formare il nuovo governo, ha ammesso di non avere i voti per farlo. L’incarico passa all’ex generale Benny Gantz, il suo primo rivale, il capo di “Blu e Bianco”, un partito laico di centro nato pochi mesi fa con un solo vero obiettivo: liberare Israele dai 19 anni di regno di “Bibi”, arginando la svolta nazionalistico-religiosa che Netanyahu aveva imboccato pur di rimanere al potere. L’annuncio della rinuncia l’ha voluto dare Netanyahu in persona, un attimo prima di permettere alla presidenza della Repubblica di poterlo fare rispettando il buon galateo istituzionale. Netanyahu dice di aver lavorato «incessantemente per formare un ampio governo di unità nazionale», ma che tutti i suoi sforzi sono stati respinti da Benny Gantz. La verità è che “Blu e Bianco” era perfettamente pronto a una alleanza con il Likud di Netanyahu, i due principali partiti della Knesset, usciti dalle elezioni del 17 settembre con 33 e 32 seggi. L’incarico era stato dato a Netanyahu perché sulla carta aveva maggior sostegno da parte dei partiti minori. E Gantz era anche pronto a un governo di unità nazionale a un patto: che Netanyahu stesso non fosse al governo. Il problema è che nei prossimi giorni, dopo una lunghissima procedura giudiziaria e dopo ben 5 inchieste penali, Bibi molto probabilmente verrà rinviato a giudizio dal procuratore generale Avichai Mandelblit per casi di corruzione abbastanza conclamati. Netanyahu insisteva per potere essere ancora primo ministro, di fatto rifiutando anche una possibile staffetta con Gantz a metà mandato. Ma “Blu e Bianco” non voleva governare con un premier che potrebbe finire in tribunale e probabilmente essere condannato. Adesso quindi tocca a Gantz: ex capo di stato maggiore, ufficiale sempre in prima linea nelle guerre di Israele, da Gaza al Libano, avrà 28 giorni per trovare una maggioranza di almeno 61 deputati sui 120 della Knesset. La difficile corsa del generale verso un possibile governo si incrocia comunque con il tramonto di un’era “geologica” per la politica israeliana. Quella di Netanyahu. Primo ministro più longevo della storia d’Israele, per lui sarà difficile inventare qualcosa per tornare ancora ad essere primo ministro. Ma nessuno ancora può scrivere con certezza la parola fine alla sua carriera politica.
Giovane, operaio o artigiano,con un livello di istruzione medio-basso, spesso vittima di violenze e discriminazioni, più raramente autore di reati. Eccolo l’identikit dell’immigrato, o meglio, dell’africano-tipo. Ma non è realtà, è solo fiction. Dal “Commissario Montalbano” a “Grey’s Anatomy”, sempre più spesso le serie tv ospitano infatti personaggi d’origine africana. Ma come li raccontano? «In maniera per lo più positiva», seppure con qualche comodo cliché. Con la comicità in prima linea a «sfidare i peggiori stereotipi». «Dobbiamo fare l’Africa come piace alla gente, bambini poveri con le panze gonfie, polvere e povertà, tanta povertà». Per René, il regista culto della serie satirica “Boris”, non ci sono dubbi: l’Africa è questa. Ma nelle fiction di ultima generazione le cose vanno, per fortuna, diversamente. A fotografare la rappresentazione degli africani in 30 diverse serie tv italiane ed estere (da Rai a Mediaset, da La7 a Sky e Netflix) è il dossier “L’Africa Mediata” di Amref, curato dall’Osservatorio di Pavia. Nell’insieme vengono analizzati ben 304 personaggi con gli occidentali (72% del campione) che staccano di molto gli africani (23%): «Dunque — scrivono i ricercatori — anche nelle fiction scelte perché incentrate sugli africani, la loro presenza rimane minoritaria». I subsahariani compaiono più spesso nelle serie anglosassoni, i nordafricani in quelle francesi e spagnole. Nella fiction italiana c’è invece un perfetto equilibrio. I personaggi occidentali in tv svolgono spesso professioni di prestigio e hanno un livello culturale generalmente più elevato. Quelli africani sono più frequentemente artigiani, commercianti e operai. In compenso, rispetto agli occidentali, sono ben più giovani (il 63% ha meno di 35 anni). E ancora: oltre il 30% degli africani risulta vittima di violenze, discriminazioni o guerre (contro l’11% degli occidentali), mentre nel ruolo di criminali le distanze sono meno accentuate: i personaggi africani risultano autori di reati nel 18,8% dei casi, gli occidentali nell’13,7%. I primi appaiono particolarmente attivi nel narcotraffico e nel terrorismo, mentre gli occidentali hanno un profilo criminale più incentrato su omicidi e reati economici. «Non sono pochi, però, gli attori arabi che lamentano di essere scritturati soltanto per interpretare il ruolo di terrorista». Resta il fatto che laddove si parla di criminalità straniera, «come in due episodi di “Nero a metà” e del “Commissario Montalbano” (narcotraffico nel primo e uno stupro commesso dagli scafisti nel secondo), la narrazione dominante è di contrasto agli stereotipi». Non sono poche inoltre le fiction che mettono in scena il mondo delle ong: «Il tema della cooperazione e del volontariato è evocato nel 30% dei titoli. L’immagine che ne viene restituita, però, è in vari casi negativa». Lo studio valuta anche l’immagine complessiva che le sceneggiature assegnano ai personaggi africani e occidentali. Ebbene, «su questo piano le differenze non appaiono rilevanti, anche se si osserva una rappresentazione un po’ più positiva per i personaggi africani». Con un caso-modello nella fiction italiana “Nero a metà”, che mette in scena una coppia di poliziotti formata da un ispettore romano e un vice-ispettore ivoriano. Ma non mancano casi in cui i protagonisti africani «somigliano in tutto e per tutto agli occidentali e non risultano portatori di quella diversità culturale che invece spesso esprimono le minoranze etniche reali». Per questo, Guglielmo Micucci, direttore di Amref, suggerisce un passo ulteriore: «Quello di coinvolgere professionisti di origine africana anche nella fase di scrittura della sceneggiatura». Un ruolo centrale spetta infine alla satira: «La comicità infatti si rivela un buono strumento per sfidare gli stereotipi sull’Africa e sugli africani, come nelle serie “L’ispettore Coliandro” e “Boris”».