I medici non si renderanno autori di «atti fisici per somministrare morte» ma accompagneranno il paziente fino all’ultimo istante per lenire il suo dolore, senza abbandonarlo. La Consulta di bioetica della Federazione degli ordini dei medici (Fnomceo) chiarisce la posizione sul suicidio assistito già espressa dopo la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha depenalizzato parte dell’articolo 580 sollevando dal reato chi aiuta il malato a togliersi la vita. Per il presidente della categoria Filippo Anelli «il medico assicurerà sempre le cure palliative per contenere il dolore, fino alla sedazione profonda, e sarà presente dopo il decesso, per certificarlo. Però non saremo mai noi a compiere l’atto finale». Al centro rimangono il rispetto dei valori della vita e la dignità dell’individuo ma «non vogliamo opporci alla volontà di chi decide di concludere la propria esistenza ritenuta troppo penosa». C’è attesa per le motivazioni della sentenza, di imminente pubblicazione. Solo dopo averne preso atto il Parlamento potrà a cominciare a lavorare su una legge specifica, richiesta dai giudici. L’iter comincerà dalla Camera, relatore Giorgio Trizzino, M5S: «Puntiamo su un testo moderato, ho raccolto da più parti considerazioni ottimistiche e vorremmo rassicurare chi ha timori». Il deputato dubita che tutti i medici si oppongano: «L’80% sono favorevoli. Il codice deontologico dovrà essere modificato».
«Da qui sono passati in tanti, ma il presidente Mattarella ha capito tutto in dieci minuti. Speriamo che sia un buon segno per l’Italia. A proposito c’è ancora il «digital divide»? C’è ancora, c’è ancora: secondo gli ultimi dati Istat il 25% delle famiglie italiane non ha accesso a Internet. Marco Palladino sembra incredulo: «Ma non è possibile, dai. L’Italia è un Paese piccolo, mica è la Cina. Siamo nel 2020: non può essere ancora così indietro. Poi uno si domanda perché i giovani vanno a cercare fortuna altrove». I trentunenni Marco Palladino e Augusto Marietti sono a capo di «Kong», la startup di San Francisco visitata venerdì dal capo dello Stato. Mattarella ha ascoltato la loro storia e poi ha concluso: «Il sistema di finanziamento italiano è troppo abitudinario». Secondo il presidente il nostro Paese non riesceacomprendere appieno e a sostenere il talento e le iniziative delle nuove generazioni. Al secondo piano di una palazzina nel centro di San Francisco, c’è un pezzo di questa giovane Italia cresciuta altrove. La Kong vende una tecnologia per gestire le cosiddette Api (Application Programming Interface), cioè l’infrastruttura digitale che consente di aprire le app sui nostri telefonini e tablet. Oggi dà lavoro, ben pagato, a 180 dipendenti, ha sedi ad Atlanta, Londra, Guadalajara (Messico) e Singapore. La valutazione di mercato si sta avvicinando al miliardo di dollari, la soglia dei fenomeni, dell’«unicorno». «Il presidenteèandato dritto al punto», dice Marco. Vale dire: Kong sarebbe potuta nascere in Italia? «La risposta è no e chi lo nega semplicemente nasconde la realtà». Augusto: «Nel nostro Paese pochissimi hanno voglia di rischiare, di sperimentare e quindi di investire. Le banche, i fondi, gli imprenditori sono paralizzati dalla paura di rimettere dei soldi. Poi le leggi sono obsolete, se fai una spa o una srl non puoi distribuire facilmente e liberamente delle azioni, in modo da associare i tuoi investitori. L’Italia è lenta, lenta». Che cosa possono fare il governo, la mano pubblica? Marco e Augusto sono d’accordo: «Modernizzare il Paese, ma non dare soldi alle imprese. Il circuito del finanziamento deve essere tra privati. Non è giusto rischiare fondi dei contribuenti». Ma il problema più grosso è quello della partenza, dell’innesco di una start-up. I due giovani si sono conosciuti quando avevano 17 anni. Marco, milanese, era già «posseduto» dalla passione per i computer. «Devo ringraziare mio padre, un professore di liceo, che mi ha sempre incoraggiato. È stato lui a regalarmi il primo personal 486. Avevo otto anni. A diciassette face vo già c onsulenze di informatica». Augusto, romano, dice di avere da sempre l’istinto dell’imprenditore. «Ho studiato economia aziendale alla Cattolica di Milano. Scoprii la Silicon Valley leggendo libri su Google e le altre societa hi-tech». È il 2008. I due ragazzi decidono «di fare qualcosa». Affittano per 300 euro al mese un garage in via Panfilo Castaldi, vicino a Porta Venezia. Cominciano a smanettare e a elaborare progetti. Nessuno, però, li prende sul serio. «Abbiamo fatto il giro delle quattro-cinque società di venture capital italiane. Nessuno se l’è sentita di scommettere su due ventenni». A San Francisco l’impatto è stato duro: una pizza al taglio a pranzo e spesso niente cena. Ma i due amici si sono meritati anche la fortuna necessaria: hanno conosciuto Travis Kalanick, il fondatore di Uber. Dal 2011 a oggi hanno tirato su 79 milioni di dollari. Hanno puntato su di loro gente come Jeff Bezos (Amazon), Eric Schmidt (Google), Marc Andreessen (Netscape) e soprattutto Mike Volpi di Index Ventures. E ora eccoli qua sorridenti, in posa con il gorilla Kong. «Lo abbiamo preso a Venezia». Ma adesso farete qualcosa in Italia? Marco ride: «Vediamo dai, è una questione di business, magari un ufficio lo apriamo, se ci saranno le condizioni».
Dieci anni fa Recep Tayyip Erdogan, allora primo ministro della Turchia, era uno degli uomini politici più stimati d’Europa. Sapevamo che veniva dalle file di un partito islamico (Giustizia e Sviluppo), tradizionalmente contrario alle riforme con cui un militare, Kemal Atatürk, aveva trasformato l’Impero Ottomano, dopo la fine della Grande guerra, in una Repubblica laica. Sapevamo che negli anni in cui era stato sindaco di Istanbul aveva recitato pubblicamente una poesia in cui vi erano versi infuocati: «Le moschee sono le nostre caserme. I minareti sono le nostre baionette. Le cupole sono i nostri elmetti. I fedeli sono i nostri soldati. Allahu akbar. Allahu akbar Dio è grande, Dio è grande». Dovette fare dieci mesi di prigione per incitamento all’odio religioso e fu costretto a dimettersi prima di completare il mandato. Ma tornò in campo con le elezioni politiche, ebbe un grande successo, divenne presidente del Consiglio e successivamente capo dello Stato. Sembrava essere diventato un altro uomo. Sapevamo che detestava la casta militare del Paese (tradizionale custode della laicità kemalista) e che non avrebbe esitato a sbarazzarsene non appena gli fosse stato possibile. Ma non potevamo ignorare che era stato liberamente scelto dai suoi connazionali e che sembrava deciso a modernizzare la Turchia per farne, nel nuovo clima politico creato dal crollo dell’Urss e dalla fine della Guerra fredda, un rispettato membro dell’Unione Europea. Per raggiungere questo scopo era aiutato da un eccellente ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu , deciso a instaurare buoni rapporti con tutti i Paesi della regione.Oggi il quadro è cambiato. Erdogan continua a governare il Paese, ma con uno stile che è diventato sempre più dittatoriale e vendicativo. È sempre il leader di un partito islamico, ma il suo principale avversario è un imam, Fetullah Gülen, che vive negli Stati Uniti, ha un largo seguito in Turchia e sarebbe responsabile, secondo Erdogan, del colpo di Stato che ha cercato di detronizzarlo nel luglio 2016. Non possiamo escluderlo, ma Erdogan ne ha approfittato per scatenare una gigantesca epurazione. Credo che le ragioni di questo mutamento siano almeno due. In primo luogo la maggioranza dell’opinione pubblica europea ha chiuso alla Turchia la strada che le avrebbe permesso di entrare nell’Ue. Evidentemente siamo pronti a pagare perché la Turchia trattenga i migranti sul suo territorio ma non intendiamo spingerci sino a farne un membro della famiglia. E poi le guerre americane e le rivolte arabe, in una regione che fu per molto tempo ottomana, hanno reso il Medio Oriente instabile e la Turchia più nazionalista. Non è più quella in cui avevano riposto fiducia e speranze, ma ne abbiamo bisogno e saremo costretti, almeno per il momento, a convivere con il suo ambizioso leader.
I feriti gravi se ne stanno quasi immobili nei loro giacigli. Ma qui gli ospedali sono poco attrezzati per curare ustioni tanto preoccupanti e diffuse, appena possono li inviano con le ambulanze nel Kurdistan iracheno. «Crimini di guerra», gridano i curdi siriani. E documentano le loro accuse contro l’esercito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan eisuoi alleati tra le milizie sunnite siriane a suon di foto, video e dichiarazioni delle vittime. «Negli ultimi giorni abbiamo notato che almeno una decina di civili vittime dei bombardamenti turchi, specie nella cittadina di Ras Al Ayn, riportano ferite da ustioni molto vaste, diverse da quelle delle guerre convenzionali. Forse bombe al fosforo vietate dalle convenzioni internazionali. Non sappiamo curarle, sono come minimo di terzo grado», ci spiegava ieri pomeriggio il 30enne Achmad Ibrahim, responsabile amministrativo della Mezza Luna rossa curda a Qamishli. Una visita approfondita tra le strutture mediche di questa che è la più popolosa città dell’enclave curda del Rojava aiuta a raccontare paureesperanze all’ombra dell’ultimatum turco: se entro martedì sera le forze militari di Rojava non si saranno ritirate oltre 30 chilometri dalla frontiera, la guerra riprenderà più violenta di prima. «Schiacceremo le testa ai curdi se non rispettano gli accordi mediati dagli americani», minaccia Erdogan. A Qamishli nel frattempo però le piogge copiose delle ultime ore non hanno fermato la riapertura dei negozi e neppure diradato il traffico che intasa le vie del centro. Il mercato coperto è gremito di gente sino a tarda sera. La settimana scorsa questa era una città fantasma, priva di luci. «Eravamo stanchi di restare chiusi nelle nostre abitazioni. Magari è solo una parentesi. Ma per ora godiamoci la vita», esclamano gruppi di giovani uomini nei caffè dai tavolini tutti occupati. Nulla a che vedere con le strade deserte e il terrore che bloccava chiunque in casa. I quartieri cristiani fedelissimi di Bashar Assad rialzano la testa. Eppure i curdi non mollano. Ieri sera le loro pattuglie armate presidiavano i centri commerciali e le vie più affollate. «Nessuno sa cosa capiterà a partire da martedì notte», ammettono i portavoce militari. Intanto la benzina inizia a mancare e i tagli della corrente cessano di essere una rarità. Ben consapevoli di poterfare ben poco contro la potenza militare turca,idirigenti del Rojava si rivolgono alla comunità internazionale. Ibrahim mostra le cartelle mediche dei casi più gravi: Shrevan Bery, tredicenne ustionato all’addome; Ahmad Salat, ventenne ferito ai polmoni; Ahmad Waud, diciannovenne, ustionato al viso e alla parte alta del tronco; Suliman Quamraman, ventenne, con il corpo trafitto da decine di schegge. La lista è lunga. «Non siamo in grado di verificare da soli con le nostre forze se si tratta realmente di fosforo, occorre personale tecnico straniero ben equipaggiato», commenta. Non ci sono però dubbi sul carattere criminoso dei bombardamenti continui sulle aree civili e le strutture mediche. «Sparano su ospedali e ambulanze. Colpiti quelli di Ras Al Ayn, Tall Tamar. Ma ancora più gravi sono i blitz delle brigate sunnite siriane agli ordini di Erdogan. Maltrattano i civili, rubano e violano ogni cosa». Il caso della donna politica 35enne Hevrin Khalaf trucidata sulla strada presso Hasakah il 12 ottobre viene citato di continuo. «L’autopsia ha rivelato un’aggressione violentissima. Non è stata stuprata, ma l’hanno uccisa a colpi di mitra e pietrate», dice ancora Ibrahim. I soldati e i civili feriti incontrati all’ospedale «Farman», in centro città, rincarano la dose, raccontando di pogrom dove i civili eiferiti vengono presi di mira con il fine di fare piazza pulita della loro presenza nelle zone sul confine con la Turchia. Impera la sensazione di essere stati lasciati soli di fronte ad un nemico deciso a scacciareicurdi dalle loro case per spostarvi almeno due milioni di profughi siriani dalla Turchia. Un’operazione di pulizia etnicaatutti gli effetti, con la benedizione americana e russa. «Erdogan ci accusa di non rispettare la tregua. Ma noi siamo pronti a ritirarci dai 125 chilometri di frontiera che separano le cittadine di Ras Al Ayn e Tel Abiad, come sanno anche gli americani. Non però dagli oltre 400 che vorrebbe Erdogan. Ma sono i turchi che non ci lasciano uscire. I combattimenti specie a Ras Al Ayn continuano, non permettono un corridoio umanitario che garantisca il ridispiegamento dei nostri combattenti più a sud», spiega Kino Gabriel, 29enne portavoce delle Forze Siriane Democratiche. In questa prospettiva l’apparente normalità di Qamishli assume caratteri estremamente fragili, caduchi. «Non sappiamo cosa avverrà la settimana prossima — aggiunge —. Tutto è aperto, tutto è possibile».
Sembrava sul punto di tagliare il traguardo, Boris Johnson. Ma ancora una volta il Parlamento lo ha sgambettato: decretando l’ennesimo rinvio della Brexit, questa volta davvero sul filo di lana. E aprendo così la strada a scenari imprevedibili. Ieri doveva essere il giorno decisivo: i deputati erano stati chiamati ad approvare l’accordo finalmente raggiunto dal p remier britannico con l’Unione Europea. Un voto dai margini ristrettissimi: ma nelle ultime ore sembrava che Johnson ce la potesse fare. In questo modo, la Gran Bretagna sarebbe uscita dalla Ue il 31 ottobre, come previsto: e in maniera ordinata, senza traumi. Con sollievo di tutti, anche degli europei, ormai stanchi di questa saga infinita e desiderosi di concentrare l’attenzione altrove. E invece no: lo psicodramma continua. Perché un gruppo di ex conservatori ribelli (espulsi dal partitoasettembre proprio da Johnson) ha proposto un emendamento che chiedeva di rinviare l’approvazione finale dell’accordo con la Ue fino a quando non fosse stata messa in piedi tutta la legislazione necessaria. Ufficialmente, un modo per assicurarsi che non ci sia un no deal «accidentale», ossia una Brexit catastrofica senza accordi: in realtà, un tentativo in extremis di frustrare l’uscita dalla Ue, innescando un rinvio che potrebbe anche sfociare in un nuovo referendum e, chissà, nella revoca di tutto. Non a caso, quando le immagini della votazione che ha approvato, per pochi voti, il suddetto emendamento sono apparse sul maxischermo della piazza del Parlamento, dove erano convogliati i partecipanti a una nuova marcia anti-Brexit, è esploso un boato di giubilo. Un milione di persone, secondo gli organizzatori — ma è una cifra difficile da quantificare — avevano sfilato nel centro di Londra per chiedere un nuovo referendum sull’uscita dalla Ue: ovviamente, per impedirla. Tanta gente: ma non rappresentativa dell’umore del Paese. Che è ormai stanco, frustrato da questa telenovela senza fine, e dunque vorrebbe voltare pagina e andare avanti. Perché il protarsi dell’incertezza non giova a nessuno. E invece da ieri tutto torna in ballo. Perché Johnson ha dovuto rinunciare a mettere ai voti il suo accordo e la mancata approvazione ha fatto scattare un’altra legge, varata a inizio settembre, che obbligava il premier a mandare una lettera a Bruxelles per chiedere un rinvio della Brexit fino al 31 gennaio. Boris ha subito detto che «non negozierà» una dilazione e dunque prima della mezzanotte ha spedito due lettere all’Europa: la prima, non firmata, in cui si chiede il rinvio; e la seconda, firmata da lui, con la quale invita gli europei a non concedere la dilazione. Martedì il governo proverà di nuovo a sottoporre al Parlamento la legislazione completa per attuare la Brexit: e c’è ancora una possibilità che riescaapassare in tempo per il 31 ottobre. Altrimenti, ci si ritroverà di nuovo tutti nel pantano.
Lo chiamano il patriarca. È a capo di un gruppo industriale con ramificazioni dal Giappone all’Italia, ma la sede è sempre stata a Barcellona. «Nei giorni di quella folle dichiarazione di indipendenza, mi telefonavano altri industriali per chiedermi perché non scappavo. E io: non date retta ai giornali, non guardate la tv, esagerano. Noi catalani siamo così — spiegavo — orgogliosi, individualisti, ma finirà tutto in niente. Ora invece sono perplesso, dopo tante manifestazioni senza incidenti, questa violenza non me l’aspettavo. I fuochi notturni vanno subito spenti. La polizia, i servizi segreti devono capire chi c’è dietro, perché scontri così massicci non nascono da soli, c’è una mano che li comanda». Josep Maria Pujol Artigas, catalano, imprenditore, presidente di Ficosa (componenti per auto) è abituato a negoziare, lo fa per mestiere. «Se vuoi lavorare in Cina devi farlo come un cinese, a Napoli come un napoletano, invece i partiti sembrano concentrati solo sui propri elettori. Tra Madrid e Barcellona ci sono anni di dialogo tra sordi». Che fare? «Primo, fermare la violenza. Secondo, andare alle elezioni spagnole con la testa rivolta alla moderazione. Non possono vincere gli estremi, sarebbe il caos. Chi chiede per la Catalogna la “mano dura” finge di non capire che esaspererebbe ancora di più gli animi. Chi chiede l’indipendenza, idem. Terzo, un governo intelligente deve sedersi al tavolo a dare alla Catalogna quel che serve per lavorare, produrre, pagare più tasse. La febbre indipendentista non passerà in un anno, ce ne vorranno 10 o 15, ma così passerà». Perché? «Perché chi lavora non va in corteo. Perché senza Europa si muore. Perché l’Unione è fatta di Stati non di regioni storiche e dopo la Catalogna toccherebbe alla Lombardia, alla Baviera, ai Paesi Baschi, ci divideremmo. Per l’economia un disastro». Ma se la gente lo chiede… «Chi lo chiede? I giovani forse, che sono puro sentimento. A loro non interessa un rapanello se il Paese brucia, lo sistemeranno dopo. Gli altri vorrebbero solo votare e voterebbero per restare in Spagna. Basta provocazioni, è il momento di mostrarsi adulti».
Mancano appena 20 giorni alle elezioni generali spagnole, ma saranno anche 20 notti di palcoscenico per gli incappucciati che hanno preso in ostaggio il movimento secessionista catalano. Li chiamano antisistema, estremisti, vandali: escono di casa armati di bastoni e bottiglie molotov, con i cappucci delle felpe nere sulla testa e i fazzoletti sul viso. Quando gridano per scappareoattaccare i cordoni di polizia, lo fanno in catalano. Difficile sostenere che siano «infiltrati» o «provocatori», come fa qualcuno tra gli indipendentisti di sempre, quelli che non hanno mai rotto neppure una bottiglia. I pochi spaccatutto finiti in manette si sono rivelati adolescenti, anche sottoi15 anni. Militanti delle organizzazioni giovanili della galassia separatista. Ragazzi che non hanno sentito altro negli ultimi dieci anni che cortei contro «Madrid fascista». Sono stati allevati nella speranza di una Repubblica catalana che darà loro servizi pubblici, giustizia sociale, lavoro. Davanti al fallimento della politica hanno preso l’iniziativa. La polizia credeva di aver fermato il loro strumento di coordinamento sui telefonini, Tsunami Democratic. Ancora ieri, però, funzionava il codice Qr appiccicato ai semafori che permette di entrare in un’applicazione su cui circolano appelli alla mobilitazione permanente. L’idea è di cronicizzare la protesta: «una, due volte la settimana», «facciamo come a Hong Kong». La rivolta di piazza è un mito potente, spesso evocato a sproposito. Dopo due milioni di danni, 300 feriti e la macchia dei roghi sulla reputazione indipendentista, la maggioranza pacifica del catalanismo ha cercato ieri di riprendere il controllo delle strade. In serata, in piazza Urquinaona, luogo di concentrazione annunciato via Tsunami Democratic, un servizio d’ordine di persone che si tenevano sottobraccio. L’idea era di impedireachiunque di lanciare oggetti, attaccare, provocare una carica. Fino a tarda sera sembravano esserci riusciti. La compagna di Jordi Cuixart, presidente di Omnium Cultural condannato a 9 anni per i cortei e il referendum del 2017, non va in prima fila nei cortei per occuparsi del suo bimbo di 26 giorni. «È stato concepito in carcere perché, Jordi ed io ci siamo detti che questo processo ingiusto non deve rubarci il futuro oltre che il presente». «Accusare Jordi e l’intero movimento che è sempre stato pacifista di aver sobillatoiviolenti — dice Txell Bonet al Corriere — è come sostenere che una donna in minigonna provoca lo stupratore». Sul rapporto della politica ufficiale con gli incappucciati si è aperta l’ennesima frattura Barcellona-Madrid. Il President secessionista Quim Torra è arrivatoadire: «La violenza non ci rappresenta», ma al premier spagnolo Pedro Sánchez non basta. Chiede una condanna esplicita dei violenti. Torra tace.
«Grazie, Matteo». «Grazie, Matteo». «Grazie, Matteo». Manco fossero stati scarcerati dai pozzi della Cayenna coi pipistrelli vampiro, gli ex capigruppo, vicepresidenti del parlamento, deputati, onorevoli, ministri sfilano alla Leopolda ringraziando Matteo Renzi per averli liberati finalmente dal Partito Democratico. Prigionieri, ecco come si sentivano. Reclusi. Intrappolati. Chiusi dentro una vecchia ideologia, una vecchia ditta coi cardini arrugginiti, un partito dove tutto era odio, rissa, contrasto, litigio, spaccatura… Sia chiaro: i democratici salteranno su dicendo di avere solo difeso accanitamente i cari valori di una volta sconvolti dalla irruenza guascona e prepotente del giovanotto arrivato da Rignano e impostosi a Roma senza guardare in faccia nessuno e senza rispetto per la storia. Ma certo colpisce, alla Leopolda, la parola che più viene ritmata praticamente in ogni intervento: libertà, libertà, libertà… E ha un bel dire, Ettore Rosato, che quello appena battezzato con un simbolo un po’ nuovo e un po’ no che si richiama sfacciatamente con la V alle ali del gabbiano dell’Italia dei Valori dipietrista, non è un «partito del leader» ma «un partito con un leader». Ovvio: questa deve essere la versione ufficiale. In realtà, a sentire un po’ tutte le persone asfissiate in un’afa agostana sotto le volte dell’antica stazione fiorentina, il senso di questo battesimo festante con una folla che forse nessuno avrebbe potuto immaginare, la pensano come una signora bionda non più giovanissima ma pugnace che sintetizza: «Italia viva è proprio quella che chiamiamo la casa dei renziani». Tié. Certo, lo smalto del quarantenne che conquistò il paese guadagnandosi luccicanti copertine come quella dove stringevaasé nonna Annamaria e nonna Maria promettendo agli italiani «rottamerò quei politici (non le mie nonne)», è un po’ ammaccato. E non sarà facile, per lui, ripetere frasi come quelle di allora: «Ora che siamo alla vigilia delle primarie vedo il cambiamento possibile, davvero non ci siamo mai stati così vicini. Ma se perdo c’è la vita, fuori, ed è fantastica. Vorrei gridarlo a tutti i politici: uscite dal Palazzo, godetevi la vita». Dopo aver fatto l’opposto, però, può dire che un altro, al posto suo, sarebbe uscito tritato dagli eventi. E invece eccolo qua, coi primi sondaggi buoni e la convinzione che possano diventare più favorevoli. Un punto appare indiscutibile: i «suoi» sono innamorati quasi (quasi) come una volta. Quando faceva il guascone e dopo essersi imposto come sindaco di Firenze fece il bullo maramaldeggiando sugli avversari sconfitti: «Non ho vinto io perché ero un ganzo, è che gli altri erano fave». C’è di tutto, tra la gente che la mattina si affolla intorno ai tavoli dell’ex stazione ferroviaria dove, se fosse possibile parlare e soprattutto ascoltare in mezzo al baccano indescrivibile di voci che si accatastano l’una sull’altra, si potrebbe davvero discutere dei temi più importanti. E così al pomeriggio, quando sfilano al microfono gli invitati. Sui quali spicca, toccando le corde di tutti, la testimonianza di una farmacista in carrozzina colpita dalla Sla. Una donna forte. Coraggiosa. Che, con la voce rotta dall’emozione, incoraggia la politica a investire di più nella ricerca, l’unica che può offrire speranze a quanti soffrono e più ancora chiede, «quando sarà» un po’ di rispetto per le scelte del fine vita. Occhi lucidi. Silenzio. Si riprende. C’è il giovane amministratore venuto a spiegare come hanno fatto lui e altri a battere la Lega in varie città della Lombardia e perfino a Varese. C’è il ragazzo arrivato dalla Puglia che spiega come lui fosse sempre stato del Partito democratico ma ringrazia Matteo «per aver messo fine al governo del bullismo ma anche per aver messo fine all’ipocrisia del Pd». E un altro eccitatissimo appena rientrato dall’estero: «Ciao Leopolda! Ero a Praga. Stavo bene. Ma quando ho saputo che Renzi costruiva Italia viva ho preso il primo volo per tornare in Italia». C’è chi vuole lavorare e non «ricevere l’elemosina per stare sdraiato sul divano» e chi come il sindaco di Sasso Marconi Stefano Mazzetti esulta: «Oggi sono libero!». È solo l’inizio e troppo entusiasmo finirà comunque per scontrarsi poi con la dura realtà quotidiana? Sicuro. Almeno oggi, però, i «Renzi boys» fanno spallucce. Ci penseran domani. Oggi si fa festa. Ridendo delle battute del leader («Avete sentito Grillo: bisogna togliere il voto agli anziani! La verità è che bisogna togliere il fiasco a lui!») e andando a rileggere quella poesia di Giovanni Pascoli che, dopo le querce e gli ulivi e le margherite di altre stagioni, ha ispirato come pianta simbolo la scelta del corbezzolo tricolore: «I bianchi fiori metti quando rosse/ hai già le bacche, e ricominci eterno,/ quasi per gli altri ma per te non fosse/ l’ozio del verno; / o verde albero italico, il tuo maggio/ è nella bruma: s’anche tutto muora,/ tu il giovanile gonfalon selvaggio/ spieghi alla bora…» Oggi chiusura. Trionfo annunciato. E poi? Poi si vedrà…
A un mese dalla nascita di Italia viva, il nuovo movimento di Renzi stenta a decollare. Negli orientamenti di voto oscilla tra il 4% e il 5% (4,8% nell’ultimo sondaggio Ipsos) e per 3 italiani su 4 (74%) non riuscirà a raccogliere molti consensi, rimanendo un partito marginale nella politica italiana. Al contrario, solamente il 10% prevede che raccoglierà molti consensi e diventerà un punto di riferimento importante per gli elettoririformisti, moderati ed europeisti. La decisione di Renzi non era certamente inattesa, ma la modalità con cui si è determinata la scissione dal Pd è del tutto inusuale rispetto ad analoghi divorzi. L’aver lasciato il Pd rimanendone alleato nella maggioranza di governo, rappresenta un fatto ineditoeuna decisione difficile da spiegare agli elettori, sia a quelli che sono stati abbandonati sia a quelli che si vorrebbero conquistare. Ciò potrebbe dare adito al sospetto che si tratti di una scelta personalistica, basti pensare che secondo un recente sondaggio Ipsos per Dimartedì, il nuovo progetto renziano viene considerato dal 69% degli italiani più motivato da ambizioni personali che dall’interesse per il Paese (8%). A ciò si aggiunge l’opinione, largamente diffusa, che Renzi possa rappresentare una spina nel fianco del governo Conte il quale sta facendo registrare un graduale aumento del consenso: quasi due su tre (63%) pensano che il leader di Italia viva potrebbe presto abbandonare il sostegno all’esecutivo per un calcolo politico. Di parere opposto il 12% degli italiani convinti che Renzi costituisca uno stimolo per il governo e possa contribuire con idee innovative alla sua azione. Le difficoltà ad accrescere il bacino di consenso di Italia viva sembrano dipendere da tre aspetti: innanzitutto il gradimento di Renzi si attesta su valori molto bassi (solo il 12% esprime un giudizio positivo su di lui). In secondo luogo, non è ancora chiaro agli occhi degli elettori quale sia la proposta politica dell’ex premier, cioè quali siano le novità e l’idea di Paese. Infine, lo stile comunicativo utilizzato da Renzi nel dibattito politico può apparire distante da quello dell’elettorato moderato a cui Italia viva intende rivolgersi. Il posizionamento scelto da Renzi in teoria ha molto senso, infatti esiste un elettorato moderato che non si riconosce nelle attuali forze politiche e sembra essere orfano di un leader che lo rappresenti e nel quale si possa identificare. In una fase di scomposizione e ricomposizione dell’offerta politica è ragionevole immaginare che un soggetto in grado di superare gli schieramenti tradizionali possa conquistare un consenso elevato, come è avvenuto in Francia con Macron. Ma il paragone con il presidente francese appare inappropriato, perché Renzi non rappresenta un homo novus, ha già guidato Paese per quasi 3 anni (il suo governo è il quarto più longevo del dopoguerra). Insomma, per poter avere un’altra chance, meno nuovo è un leader, più innovativi e diversi dagli altri devono essere il suo progettoeil suo stile di leadership. Altrimenti rischia di essere un déja vu, penalizzato dai pregiudizi dei più.
È la prima Leopolda dopo la scissione. La fila per entrare comincia alle sei del mattino. Ma alle nove e mezzo la sala è strapiena. In tanti restano fuori. Oggi perl’intervento di Matteo Renzi ci sarà un maxischermo all’esterno. È la prima Leopolda dopo l’addio: la platea è curiosa di conoscere il nuovo simbolo. Allo studio ce n’erano 31. L’ex premier ne ha selezionati tre. Li ha fatti votare sul web. Ha vinto, con il 63 per cento il secondo, quello con la V di Viva Italia che ricorda un gabbiano che si libra in volo (l’ex premier preferiva il primo): quando viene calato dall’alto sul palco Renzi si commuove. È la prima Leopolda dopo la separazione, che non è stata consensuale. Si è portata strascichi polemici e ha seminato rancori. Il Pd decide di mettere sotto attacco Iv nel giorno del suo battesimo. Partono salve di dichiarazioni dal Nazareno. «Vogliamo dimostrare che Renzi è inaffidabile», dicono. L’ex premier lo ha capitoeavverteisuoi: «Non cadiamo nella trappola». Ma ormai la polemica si è innescata. I dem attaccano Maria Elena Boschi, che ha sostenuto che il Pd «sembra diventato il partito delle tasse». Renzi cerca di circoscrivere la polemicaeaffida la praticaaFrancesco Bonifazi, che dichiara: «Dire che il Pd è il partito delle tasse è sbagliato, allo stesso tempo però va detto che le tasse non devono aumentare». Ma il cannoneggiamento pd contro Iv continua. Andrea Orlando attacca direttamente Renzi. Dalla Leopolda il vicepresidente della Camera Ettore Rosato manda una frecciata all’indirizzo del Pd e di Nicola Zingaretti: «Sapete a chi non piace un partito con il leader? A chi il leader non ce l’ha». I dirigenti di Italia viva comunque non ci stanno a passare peri guastatori del governo. Per quelli che rischiano di portare il Paese alle elezioni: «Noi — spiega Boschi — non abbiamo nessuna intenzione di mettere in difficoltà Conte e non facciamo ultimatum ma non possiamo nemmeno restare silenti». Già, l’impressione, qui alla Leopolda, è che questo fuoco concentrico serva anche a impedireaIv di mandare avanti i suoi emendamenti alla manovra. Eppure, Iv non intende forzare nemmeno su quelli. Spiega Luigi Marattin: «Noi vogliamo essere rispettosi di come si sta in una maggioranza e vogliamo discutere le nostre proposte di modifica con le forze che appoggiano il governo». Piuttosto, lasciano intendere da Iv, sono altri a non essere rispettosi. La risposta che dà Teresa Bellanova ai giornalisti che le chiedono quale sia lo stato dei rapporti con il premier è indicativa in questo senso: «Noi abbiamo chiesto un incontro al Capo dello Stato e siamo stati ricevuti la settimana scorsa, abbiamo chiesto un incontro a Conte e ci ha risposto che ci farà sapere una data». A sera Renzi tiene la linea concordata: non si molla sugli emendamenti ma non si attacca Conte. E spiega al Tg2: «Non rispondo alle polemiche sul Pd. La manovra ha degli aspetti positivi, ma anche qualche tassa di troppo, per esempio la sugar tax oibalzelli sulle partite Iva. Su queste faremo battaglia in Parlamento. Io sono pronto a scommettere che queste tasse saranno eliminate dal lavoro dei parlamentari. E presenteremo un emendamento su quota cento e vedremo chi vince. Comunque non facciamo ultimatum, ma non si può nemmeno pensare che la politica sia populismo e demagogia come fanno altri». Un riferimento a Conte?