Non c’erano anticipi e posticipi, non esistevano le sostituzioni e neppure i numeri sulle maglie, che sarebbero arrivati solo dieci anni più tardi. Il primo giorno della Serie A non fu annunciato da squilli di tromba. Neanche una notizia sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport, che pure titolava sul match di pugilato tra Bosisio e Parboni e sul Giro di Lombardia. Eppure quella domenica del 6 ottobre 1929, mentre il regime celebrava il successo dei Patti lateranensi, era destinata a entrare nella storia. Lo capì il Guerin Sportivo, che all’evento dedicò l’intera copertina con i testi e i disegni di Carlin Bergoglio. Grazie alle 9 partite giocate in contemporanea alle ore 15, nasceva quel giorno di 90 anni fa il campionato a girone unico, ovvero la Serie A, appuntamento destinato a fare breccia nei riti festivi e nella passione di milioni di italiani. Arrivarci non era stato un processo semplice. Nel 1921, in mezzo al sangue sparso nel Paese, era toccato a Vittorio Pozzo, non ancora Commissario unico, progettare per primo una riforma di stampo europeo. La proposta, poi bocciata dal consiglio federale il 14 luglio per l’opposizione di alcuni presidenti, prevedeva due gironi da 12 squadre. La svolta era avvenuta nel 1926, con la nomina del gerarca Lando Ferretti a capo del Coni. In estate era stata scritta la Carta di Viareggio, con la separazione tra dilettanti e “non dilettanti”, in autunno era stato messo alla presidenza federale Leandro Arpinati, l’uomo destinato a cambiare l’ingegneria del pallone. Già podestà di Bologna, amico d’infanzia di Mussolini e prossimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Arpinati delineò il primo campionato nazionale. Era diviso su due gironi come in precedenza, ma non più con una separazione geografica fra Nord e Sud. Per l’ultimo passo, quello del sospirato torneo unico, nell’estate del 1929 si selezionarono le prime 8 classificate dei gironi, destinando le altre alla Serie B. Due campionati uniti nel “Direttorio divisioni superiori”, così pomposamente chiamato. L’Italia era però Italia pure allora. Lazio e Napoli erano finite appaiate, all’ottavo posto, e il presidente partenopeo, Giorgio Ascarelli, si rivolse ad Arpinati per scongiurare lo spareggio. Fu accontentato: Serie A allargata a 18 squadre, con l’ultimo posto riservato alla Triestina in chiave nazionalista. La stessa motivazione patriottica che comporterà, nel 1947-48, l’allargamento della Serie A a 21 squadre per ripescare gli alabardati. Il 6 ottobre finalmente si partì, senza televisioni, le quali non esistevano, e senza radio. Soltanto la stazione genovese dell’Eiar, alle otto di sera, diede un brevissimo conto della giornata di pallone. Nonostante la pioggia caduta su tutto lo Stivale, decine di migliaia di persone avevano occupato nel pomeriggio gli spalti della nuova Serie A. Il calcio aveva ormai conquistato la nazione. Molti erano presenti allo stadio della Rondinella, dove giocava la Lazio, mentre la Roma – impegnata in trasferta ad Alessandria – aspettava a giorni l’apertura dello stadio Testaccio. Davanti agli occhi dello stesso Arpinati e di Achille Starace, i laziali batterono 3-0 il Bologna campione d’Italia in carica, spossato dalla tournée sudamericana fatta con il Torino. Le due squadre erano sbarcate al porto di Genova solamente il 27 settembre, dopo mesi consumati fra Brasile, Uruguay e Argentina, piroscafi e bandiere. Le difficoltà fisiche denunciate dalle due dominatrici del recente passato furono la premessa per lo scudetto dell’Inter, che da un anno si chiamava solo Ambrosiana, allenata dall’ebreo ungherese, Arpad Weisz, il quale sarà ucciso nel ’44 ad Auschwitz. Giocava all’Arena Civica, non a San Siro, casa esclusiva del Milan. La stella dell’Inter era Giuseppe Meazza, il Balilla, che proprio alla prima giornata andò a segno sul campo del Livorno. L’Inter portò a casa i due punti (non tre) grazie al successo per 2-1. Alla fine del campionato, risulteranno 31 i gol del capocannoniere Meazza, appena 19 anni, ma ormai idolo sportivo delle folle con Binda e Nuvolari. In quella prima giornata di Serie A, fece il debutto anche il suo compagno d’attacco in Nazionale, Raimundo Orsi, detto Mumo. Era stato ingaggiato dalla Juve l’anno precedente, ma l’Independiente si era rivolta alla Fifa per denunciare il saccheggio. Era scattata così la quarantena e il virtuoso Orsi – gran ballerino, violinista eccelso e assoluto protagonista mondano – aveva dovuto attendere il 6 ottobre 1929 per scendere in campo, nel giorno in cui i bianconeri batterono in casa il Napoli 3-2. Sembra cronaca di oggi, di un altro argentino talentuoso come Dybala, invece è una leggenda di 90 anni fa. Poche settimane più tardi, a fine ottobre, il mondo avrebbe vissuto il crac della Borsa di New York, con conseguenze spaventose sulla vita sociale di miliardi di uomini e sulla politica del globo. Gli italiani quella domenica erano però ignari del futuro, concentrati unicamente sul presente. Si curarono solo dell’amato calcio, così come lo chiamavano tutti. Scriverà nei suoi saggi Gianni Brera: «La formula del girone unico porta finalmente l’organizzazione del campionato all’altezza delle altre federazioni più celebri». Il passo era compiuto. Il primo dicembre Vittorio Pozzo verrà insediato alla guida della Nazionale, con cui conquisterà i due Mondiali grazie proprio a Meazza. L’Italia era davanti agli anni più importanti e felici. Il seme era stato gettato. La Serie A era nata.
Jeffrey Sachs occupa un posto particolare tra gli economisti. Al Centro per lo sviluppo sostenibile, che dirige presso la Columbia University di New York, è riuscito a far convergere talenti ed energie da discipline molto diverse: non solo l’economia ma anche le scienze bio-fisiche, ambientali e sociali. All’avanguardia negli studi sulla sostenibilità e il cambiamento climatico, Sachs è anche lo studioso a cui le Nazioni Unite hanno affidato il World Happiness Report, lo studio periodico che sostituisce indicatori come il Prodotto Interno Lordo, per misurare il livello di felicità e armonia delle nazioni. Tra i temi a cui si è dedicato c’è l’impatto, sul lavoro umano e sulla dignità delle persone, di quella che viene definita la quarta rivoluzione industriale. Cioè l’avvento di forme di produzione e di servizi sempre più automatizzate, con un ruolo crescente dell’intelligenza artificiale. Come per ogni rivoluzione industriale, non occorre essere “luddisti” o nemici del progresso per avvertire i rischi di rotture sociali, traumi gravi e duraturi per le fasce più deboli, le persone meno preparate. È questo il tema su cui l’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali ha invitato Sachs a tenere una conferenza a Roma. In questa intervista a Repubblica, l’economista americano anticipa alcuni dei temi del suo discorso e ne affronta altri legati all’attualità: dalla sfida cinese alle elezioni americane. I suoi colleghi economisti spesso hanno voluto sdrammatizzare e minimizzare le perdite di posti di lavoro provocate dall’automazione. La storia economica – dicono – insegna che la perdita di vecchi posti è accompagnata dalla creazione di nuove attività. Lei non è un tecno-ottimista ingenuo, ha più volte sottolineato che chi perde un lavoro oggi può trovarne domani uno meno pagato. Che cosa dobbiamo fare per sanare i traumi provocati da automazione e intelligenza artificiale? «Dobbiamo redistribuire reddito dai vincitori (cioè i proprietari delle industrie tecnologiche) verso coloro che sono rimasti indietro, gli sconfitti. Questa redistribuzione deve includere un sistema sanitario pubblico e universale, l’istruzione e la riqualificazione, alloggi popolari accessibili, e anche integrazioni di reddito per i lavoratori meno remunerati. Questi interventi vanno finanziati con maggiori prelievi fiscali sulle aziende e sui patrimoni dei ricchi». Se la produzione nelle nuove attività automatizzate richiede investimenti ad alta intensità di capitale, il rischio è che proprio i proprietari del capitale siano i maggiori profittatori del progresso tecnologico. Come impedire che si allarghino ulteriormente le diseguaglianze? «Sempre spostando la pressione fiscale sui profitti delle imprese. Inoltre le innovazioni tecnologiche devono avvenire con la modalità “open-source”, cioè l’accesso libero e gratuito alla proprietà intellettuale. È così che si può garantire un’ampia ed equa diffusione di innovazioni digitali nel campo dell’apprendimento, della salute, del governo, della finanza, e in molti altri settori». L’economia americana dopo dieci anni di crescita è vicina al pieno impiego. Ma che dire di tutti coloro che sono usciti dalla forza lavoro e quindi invisibili nelle statistiche sulla disoccupazione? C’è una parte di popolazione “non occupabile”, condannata all’inattività perché priva di talenti spendibili sul mercato del lavoro? «Se guardiamo al tasso di attività anziché al tasso ufficiale di disoccupazione, vediamo che in effetti quelli che hanno un lavoro, in percentuale sulla popolazione in età attiva, sono molto al di sotto rispetto ai massimi del passato. Il tasso di attività oggi è attorno al 61% mentre era del 64% ancora nell’anno 2000. Ci sono milioni di lavoratori scoraggiati, che non riescono più a trovare impieghi remunerati». Dall’impoverimento dei lavoratori e del ceto medio, fino alle diseguaglianze crescenti, quanto dipende dal progresso tecnologico, e quanto dalla globalizzazione, cioè la liberalizzazione degli scambi? «La maggior parte di questi cambiamenti derivano dall’innovazione tecnologica. C’è un vivace dibattito tra gli studiosi, che sono divisi su questi temi. Io direi che per il 70-75% pesa la tecnologia, il rimanente 25-30% viene dall’impatto del commercio estero e la concorrenza dei paesi emergenti». Tutto questo ha un ruolo nelle insurrezioni populiste che hanno sconvolto la geografia politica in America, Inghilterra, e altrove? «Di sicuro un fattore chiave nell’ascesa del populismo è il divario crescente di redditi fra coloro che hanno un titolo di laurea o post-universitario e tutti gli altri lavoratori. I meno istruiti sono la base elettorale di molti politici populisti, tra questi certamente Donald Trump. Tuttavia i populisti non offrono soluzioni a questa base sociale. Trump anzi sta peggiorando le cose per quelli che lo votarono. È un truffatore, non aiuta i lavoratori. La sua azione di maggiore impatto è stata la riduzione delle tasse sui ricchi». In tema di innovazione, a lungo abbiamo dato per scontato che l’America con la sua Silicon Valley fosse sempre leader. Ma sottovalutiamo l’avanzata della Cina? Quali le conseguenze, se la Cina sorpassa gli Stati Uniti in settori chiave come l’Intelligenza Artificiale? «In Cina c’è un boom di tecnologie domestiche, inventate in loco ed autonomamente. Intelligenza artificiale, 5G, robotica, commercio online, metodi di pagamento digitale. La Cina ha ormai raggiunto la parità con gli Stati Uniti in molte tecnologie. La conseguenza principale che dovremmo trarne è questa: Stati Uniti ed Unione europea dovrebbero investire più risorse pubbliche nella scienza e nella tecnologia. È un investimento importante. Invece non dovremmo continuare le guerre commerciali con la Cina, che non risolvono nulla». Nel dibattito tra candidati democratici alla nomination per l’elezione presidenziale del 2020, lei vede emergere idee nuove su come affrontare le conseguenze della quarta rivoluzione industriale? «I democratici sono molto meglio di Trump ma ancora non hanno raggiunto un consenso, né definito una strategia. La maggior parte dei candidati vogliono più regole sull’industria tecnologica, più tasse sui ricchi e più servizi pubblici per lavoratori e poveri. Tutte cose giuste e importanti. Elizabeth Warren e Bernie Sanders parlano di smembrare i giganti digitali per avere più concorrenza. Andrew Yang ha introdotto nel dibattito il reddito universale di cittadinanza. Se vincerà un democratico avremo sicuramente politiche più progressiste. Gli Stati Uniti ne hanno un gran bisogno perché soffrono di diseguaglianze massicce nel reddito, nella ricchezza, nel tenore di vita, nonché di gravi ingiustizie nel sistema fiscale».
Dal vaso di Pandora scoperchiato dall’attacco turco in Siria, esce anche il nodo dei foreign fighter prigionieri dei curdi. Oltre duemila sono europei. Il timore è che gli attacchi delle forze jihadiste rianimate dalla scelta di Erdogan e il ridislocamento di forze che sin qui ne hanno garantito la custodia, conducano a una liberazione di massa e parte di loro possa rientrare in Europa. Con seri rischi per la sicurezza. Eppure quest’esito, che potrebbe prendere le sembianze di una nemesi, poteva essere evitato se gli stati europei non avessero rinunciato a lasciare gli jihadisti nelle mani dei curdi e riportato in patria, per processarli e far loro scontare la pena, quanti si erano affiliati a Isis o al Qaeda. È, invece, prevalsa l’idea di abbandonarli alla loro sorte. Appaltati a terzi, in prigioni spesso improvvisate, sovraffollate all’inverosimile e assai poco controllabili all’interno. Idem per i numerosi familiari degli jihadisti, vivi o morti, detenuti nel gigantesco campo di Al Hol. Francia e Gran Bretagna, che pure contano il numero più alto di foreign fighter, hanno scelto di non estradare i loro cittadini, lasciandoli nel non riconosciuto internazionalmente Rojava curdo in Siria. Del resto, come si può estradare da un paese che non è ufficialmente tale?, chiedevano con malcelata furbizia gli alfieri della realpolitik nelle cancellerie continentali. Con tale motivazione, giuridicamente ineccepibile quanto politicamente miope, gli europei non si sono fatti consegnare gli jihadisti ricercati. Quanto agli americani, come dimostra anche il “recupero” dei due sopravvissuti dei cosiddetti “Beatles”, il gruppo che ha decapitato numerosi ostaggi statunitensi, non hanno mai disdegnato di far valere il principio che sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione. Evitare di riportarli in Europa consentiva di evitare che: i processi diventassero occasione di inneggiare, in particolare in rete, alle figure e alle gesta degli jihadisti; nei dibattimenti emergessero non solo responsabilità penali ma anche questioni sociali e religiose, politicamente difficili da gestire, legate ai processi d’integrazione; immettere nel già stressato circuito carcerario soggetti capaci di fare proselitismo; si discutesse dei non troppo efficaci programmi di deradicalizzazione, a partire dalla constatazione che i trattamenti non possono mai conseguire risultati simili a quelli prodotti dall’esaurirsi di un ciclo politico. Nodi che sia la proposta di privare di cittadinanza i foreign fighter, assecondando brutalmente la loro scelta di tagliarsi i ponti alle spalle bruciando, non solo metaforicamente, i passaporti, sia la scelta di “ dimenticarli” nelle piane siriane, consentiva di eludere. Rifiuto esteso anche a quanti hanno chiesto volontariamente di rientrare in Europa e essere processati. Richiesta, che pure con il legittimo dubbio legato alla pratica della dissimulazione, implica il riconoscimento della giustizia di stati sin qui considerati ideologicamente “empi”. Un dividendo politico, che nella battaglia delle idee contro lo jihadismo, andava valorizzato. Il rifiuto alimenta, invece, la diffusa convinzione tra i cittadini musulmani che per loro valga un doppio standard. L’azzardo turco mette ora a rischio un’operazione interamente fondata sulla rimozione, mirata a mascherare una realtà, quella della radicalizzazione islamista tra gli europei, che non può avere solo soluzione militare e solo illusoriamente può essere traslata fuori dai confini.
Gli ultimi della terra muoiono senza lacrime versate per loro, e senza telecamere a documentarne la fine. Negati i loro diritti a essere protagonisti della comunità degli uomini fino alla fine. L’annullamento di questa identità è l’ennesima forma che prende il massacro nei tempi moderni — annegare non (solo) nel sangue le minoranze, ma negarne tutto fino alle radici, il suolo dove si è nati, le case, le abitudini, la lingua, la religione, per cancellare ogni pietra, fino alla negazione della memoria, l’ultimo pugno di sale romano. Perciò i loro eroi, specialmente se questi eroi sono donne, devono essere assassinate ai bordi di una strada. Perciò i giornalisti che sono testimoni della loro storia devono essere eliminati. Il passato deve morire, perché al suo posto venga portato un altro popolo, esso stesso scelto fra gli ultimi della terra, gente ancora più sradicata, che varca gli spazi degli inquilini precedenti, stordita, provvisoria, depositata dove capita dalle onde finali di un’altra drammatica storia. È quello che succede in queste ore nel Nord della Siria, sulla pelle dei Curdi. E non fatevi distrarre dal rumore delle bombe, il rombo dei cingolati, il variare di interessi geopolitici e alleanze, alla fine — al cuore degli eventi, c’è solo lo scambio osceno fra due miserie, due sopravvivenze: il baratto fra 3 milioni di rifugiati siriani, e qualche centinaia di migliaia di curdi. I primi arma di ricatto, i secondi granelli di sabbia nell’ingranaggio più grande del potere globale, entrambi sacrificabili a uno schioccar di dita, o l’arrivo di un tweet. L’ultimo dei Sultani Ottomani ha mosso il suo esercito per svuotare e occupare lungo i quasi 500 chilometri tra il fiume Eufrate e il confine iracheno una fascia di territorio di 32 chilometri di profondità, l’equivalente di 15mila chilometri quadrati, l’8 per cento del territorio nazionale siriano. In questi 15mila chilometri nascerà un progetto di ripopolazione senza precedenti, dove dal nulla sorgeranno case, scuole infrastrutture per il valore di 26 miliardi di dollari. Un impegno non da poco, e in piccolo già provato con la ricollocazione di 360mila profughi Siriani in un’area a ovest dell’Eufrate. La zona che viene liberata in queste ore accoglierà, appunto, 3 milioni di profughi della guerra civile nella nazione di Assad. La geografia umana di quella zona non sarà più la stessa. Il che alla fine costituirà davvero una nuova sicurezza per la Turchia: in fondo un muro umano, uno stato diverso, è infinitamente più funzionale e certo più maneggevole di un volgarissimo muro di pietre e ferro e militari. Lo scandalo per questa invasione è tanto, in queste ore, ma il fatto è che non si tratta di una novità. I curdi sono stati spintonati, e sacrificati, numerose volte nella loro sfortunata vita. A memoria recente possiamo citare la loro espulsione dal Nord dell’Iraq nel 1991, durante la prima guerra del Golfo. In quel caso il traditore fu un altro presidente americano, George Bush padre, che arrestò la vittoria del suo esercito bloccandone l’avanzata sulla capitale, lasciando così in sella Saddam Hussein. Pagarono il prezzo di quella vittoria a metà gli sciiti e i curdi. I primi, alleati dell’Iran, vennero ridotti a poche aree nel sud del Paese. Al nord i curdi vennero espulsi verso la Turchia, dove erano attesi dall’esercito di Ankara che li decimò sparando ad alzo zero mentre scendevano dai passi si montagna. Sempre in Iraq nel 2014 cristiani, yazidi, e curdi vennero espulsi dal centro del Paese al nord, questa volta per mano dell’offensiva dell’allora giovanissimo Isis. Cinque anni dopo, questo agosto del 2019, quando il governo di Bagdad e le milizie iraniane hanno battuto e cacciato i combattenti dell’Isis, il territorio non è mai stato rimesso a disposizione dei suoi antichi e legittimi abitanti. Al loro posto, sui loro terreni, nelle molto case ancora in piedi, sono stati insediati i cittadini di una ennesima etnia di poverissimi sciiti. Pochi i cristiani che vi sono tornati. I numeri della distruzione culturale di questi cristiani e yazidi ( che Papa Francesco progetta di andare a visitare l’anno prossimo) sanno di decimazione: i cristiani all’epoca dell’espulsione dell’Isis erano in Iraq circa 1 milione e mezzo; in agosto un censimento nazionale ha rilevato che in tutto l’Iraq ne sono rimasti non più di 200 mila. E la memoria non può non annoverare nella lunga lista del furto di identità collettiva, il caos dei territori palestinesi, da dove gli arabi sono lentamente espulsi per essere sostituiti, con la tecnica dei insediamenti, da una popolazione israeliana sempre più numerosa. Certo, domani la Turchia si sentirà più sicura perché avrà frantumato il sogno di un potenziale stato Curdo, oggi fatto di spezzoni sparsi fra quattro nazioni, Siria, Iraq, Turchia e Iran. Un sogno diventato più forte per la generosa lotta fatta da questo popolo in nome e per conto nostro, Europa e Stati Uniti, contro l’Isis. Un sogno che ancora una volta si è spezzato davanti alla indifferenza degli alleati, la ingratitudine di tutti noi. Tutti noi che siamo oggi come al solito intrappolati in una vana gara di parole sul che fare. Una disputa diplomatica e di comunicati che si srotola al di sopra della vita di tutte queste persone per le quali ogni minuto vale per vivere o morire. E forse mai in tale solitudine, sotto l’occhio fermo di una opinione pubblica mondiale. Una lacrima che scenda da quell’occhio fermo è l’unico vero omaggio che possiamo loro fare.
Un governo pallido. Senza scelte. In politica economica come in politica estera. Avvolto costantemente nel velo autoassolutorio dell’antisalvinismo. L’impasto emergenziale che ha dato vita meno di due mesi fa alla nuova maggioranza sta già mostrando tutti i suoi limiti. L’estemporaneità di quella operazione politica sembra avere il fiato corto e scolorisce ogni decisione nel tentativo di nascondersi. L’indistinto è un rifugio per celare la propria natura improvvisata. Per non denunciare l’assenza di una visione progettuale. La Legge di Bilancio è così lo specchio del deficit che accompagna l’intesa tra M5S e Pd. Una manovra senza carattere. Senza un provvedimento che possa dare un nome e un cognome alla nuova stagione.
La politica economica è il nucleo fondante di un esecutivo o di una coalizione. Eppure il confronto dentro la maggioranza è fatto di balbettii, di mezze frasi che alludono a mezze promesse e che poi diventano delle intere retromarce. I partiti sono preoccupati di difendere le rispettive bandiere più che di costruire una prospettiva. Si agitano dentro un quadro fatto di pallori. È evidente che le casse pubbliche del nostro Paese non consentano facili sciali. Sono i tempi che viviamo e tutti dovrebbero esserne consapevoli. Le difficoltà del momento, però, non possono impedire di provare almeno a imprimere un segno. Certo, bisognerebbe avere un disegno comune. L’unico elemento condiviso sembra invece la paura. La paura di non essere demagogici o di non assecondare gli istinti della propria base elettorale. Questa classe dirigente è presa dal terrore di aumentare l’Iva, dallo spavento di cancellare misure sbagliate come Quota 100, dallo smarrimento di fronte all’idea di sacrificare una cosa per farne un’altra. Magari più giusta o più utile. Litigano per raschiare coperture a favore di provvedimenti amorfi. E in extremis scoprono che i fondi provenienti dalla lotta all’evasione fiscale sono a dir poco evanescenti. La prossima Finanziaria in questo modo è senza titolo. È la manovra di cosa? Del taglio al cuneo fiscale? No. Degli investimenti? No. Degli sgravi per i figli? No. Forse dell’Iva che non aumenta. Ossia di una situazione che i cittadini già vivono e di cui non coglieranno alcun cambiamento e nessun giovamento. E la palude rischia così di allargarsi. Mentre la Turchia, Paese della Nato, attacca unilateralmente la Siria, l’Italia mostra la sua debolezza internazionale. Si rifugia dietro lo schermo europeo senza il coraggio di una scelta. Germania e Francia bloccano l’export bellico verso Ankara e Palazzo Chigi si limita ad annunciare che farà valere la sua posizione a Bruxelles. Una afasia che ingiustamente trasforma l’Italia in una nazione piccola. Proprio come modesta si è rivelata la linea tenuta martedì scorso al vertice dei ministri dell’Interno dell’Unione europea. Doveva essere il primo test per verificare il passo avanti compiuto a fine settembre a Malta sui migranti. L’impegno per una effettiva ridistribuzione di chi approda in Italia, ha invece subìto uno stop. Senza reazioni e senza spiegazioni. Per non parlare del mutismo con cui tutto il governo ha letto gli ultimi dati relativi alle morti bianche sul lavoro e ha ascoltato il vibrante richiamo del presidente della Repubblica. Un silenzio senza precedenti. Come se la tutela dei lavoratori non appartenesse più alle esigenze primarie di un Paese civile e democratico. Con un dibattito forse chiuso in quella bolla in cui si teorizza che destra e sinistra non esistano più perché i problemi della gente non hanno colore politico. Dimenticando — o non sapendo — che le soluzioni che si danno ai problemi possono essere di destra o di sinistra. La coalizione giallo-rossa balla su un crinale oltre il quale c’è un limbo, senza sostanza e senza tempo. La politica, però, in questa epoca, non sopporta attese lunghe. Soprattutto non le sopportano i cittadini. Le regole del consenso sono cambiate. La velocità può essere sostituita da una visione o da un’idea che persuada i cittadini ad aspettare un po’. Ma vanno convinti. La semplice conservazione dell’esistente è un solo placebo. Tirare a campare ormai equivale a tirare le cuoia.
Può un’enciclopedia in tre volumi (di mille e quattrocento pagine)trasformarsi in un piacevole libro di lettura? Sì, se l’autore è dotato di cultura e buona capacità di scrittura. La Storia critica della televisione italiana di Aldo Grasso (con la collaborazione di Luca Barra e Cecilia Penati, il Saggiatore) è da assaporare predisponendosi a leggerlo per intero. Grasso segue dichiaratamente le orme di John Ellis che suddivide la storia della televisione in tre grandi epoche: l’età «della scarsità», quella «della disponibilità» e quella «dell’abbondanza». La prima, che inizia negli anni Cinquanta è la stagione in cui la tv — in mano qui in Italia a una élite fanfaniana (con innesti liberali) guidata da Ettore Bernabei — «rispecchia lo spirito di una borghesia medio-alta e sirivolge a quella stessa borghesia, la sola in grado di acquistare il costoso apparecchio». Poi l’immenso successo di Lascia o raddoppia? amplia smisuratamente il pubblico. È Mike Bongiorno, il mago venuto dagli Stati Uniti, l’uomo che cambia la storia della televisione. La trasforma in qualcosa di familiare anche per chi non possiede un televisore e segue il suo programma nei bar. Dopo di lui, Mario Riva ripeterà l’«operazione Bongiorno» con Il Musichiere. Sarà poi la volta di Campanile sera con Enzo Tortora. Di questo ampliamento del pubblico beneficeranno Mario Soldati con il Viaggio lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini oltreché il duo Salvi e Zatterin con la «Donna che lavora». Il definitivo sfondamento arriverà con lo show di Sacerdote e Falqui Studio Uno («di rara eleganza espressiva», annota Grasso) e alcune eccellenze della comicità: Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello in Un, due, tre, Vittorio Gassman nel Mattatore, Walter Chiari, Gino Bramieri. Assai innovativo sarà Senza rete di Enzo Trapani, fondamentale per le carriere di Enrico Montesano, Oreste Lionello e Paolo Villaggio. Il tutto arricchito dagli «sceneggiati» di Sandro Bolchi e Anton Giulio Majano (tra i principali protagonisti: Alberto Lupo), dalle divertenti «inchieste» di Enzo Biagi, Ugo Gregoretti e Nanni Loy, dallo sport (da Processo alla tappa a Novantesimo minuto), da presentatori del calibro di Corrado, Enza Sampò e, già sul finire di questa era, il giovane Pippo Baudo. La seconda epoca viene fatta «simbolicamente» partire dai Promessi sposi del 1967. Nei panni di Lucia, la giovanissima Paola Pitagora ha un successo strepitoso. È il momento in cui c’è un televisore (quasi) in ogni famiglia. Grandi protagonisti dello svecchiamento in questo trentennio, Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Angelo Guglielmi, Raffaella Carrà, Sandra Mondaini, Maurizio Costanzo, Sandro Curzi, Piero Angela (sulle cui orme si muoverà, in tempi successivi, il figlio Alberto). A partire dalla metà degli anni Settanta si affiancherà alla Rai la tv di Silvio Berlusconi che però si avvarrà prevalentemente di «importazioni» dalla televisione pubblica. In compenso il berlusconiano Drive In di Antonio Ricci viene considerato da Grasso «l’unico vero varietà innovativo degli anni Ottanta»; su Drive In, ricorda Grasso, a suo tempo la critica si divise tra il giudizio di Giovanni Raboni (positivo) e quello di Umberto Simonetta (critico). Aveva ragione Raboni. Grasso non è indulgente con Maurizio Costanzo, a cui concede però di aver dato vita, con Bontà loro, al «prototipo di un fenomeno destinatoadilagareeadiventare modello di ogni discorso televisivo: il bisogno di confessarsi». Al Costanzo intervistatore Grasso riconosce il merito di aver imparato (e insegnato) a documentarsi sugli ospiti così da essere «prontoagiocareasorpresa» quando intuiva che un invitato stava «bluffando». Del tutto positivo è invece il giudizio sullo straordinario Beppe Viola. Tre quarti dei volumi di Storia critica della televisione italiana sono dedicati — ovviamente—atrasmissioni di spettacolo e di sport, il core business della tv pubblica e privata. Ma non vengono trascurati — ed è un pregio dei tre volumi — i programmi a carattere giornalistico. Al Bruno Vespa di Porta a porta, già direttore del Tg1, viene riconosciuto di essere riuscito ad avvicinare il grande pubblico al Palazzo, facendo conoscereipolitici come fossero «vicini di casa». Non poco. Il campanello di Vespa, «la porta, le seggiole bianche, l’ampollosa cerimoniosità, diventano parte del paesaggio televisivo, la “terza camera” del Paese, offrendo un approdo confortevole a politici di ogni estrazione che affollano numerosi e felici la trasmissione». In tempi successivi, alla politica Vespa affianca lo spettacolo, temi da «tv di servizio», anticipazione di programmi televisivi destinati a un pubblico vasto. La idea vespiana è che «anche Valeria Marini possa dire la sua sulla Costituzione», ironizza Grasso. Enrico Mentana (proveniente da una esperienza Rai) è il fondatore del Tg5 nella tv berlusconiana: Grasso valuta positivamente che Mentana non sia «corso dietro alla chimera dell’invenzione del linguaggio giornalistico (come molti direttori di tg amano sostenere)» e si sia piuttosto preoccupato «del ben più temibile fantasma dell’attendibilità». In questo modo il suo telegiornale «è diventato appuntamento irrinunciabile». Rimasto tale anche su La7. Il Giovanni Minoli di Mixer che «introduce, collega i servizi e sostiene il velocissimo e frammentato ritmo della trasmissione» è parso a Grasso un modernizzatore del linguaggio televisivo. Anche se il difetto di Mixer fu che, pur mutando confezione e contando su collaboratori di livello (Aldo Bruno, Giorgio Montefoschi coautori in una fase iniziale), rimase «sempre una linea sotto la sua ambizione». A Michele Santoro (associato, nella fase iniziale, a Giovanni Mantovani) viene attribuito il merito di aver creato con Samarcanda il «salotto dell’opinione funerea, sempre tenacemente faziosa (il bello della trasmissione)», la risposta a un Mixer ormai «patinatoesvigorito». Santoro, diversamente da Minoli, «cerca di evitare le interviste concordateepunta sull’immediatezza». Sua è «la vera invenzione del giornalismo televisivo degli anni Ottanta: la diretta fa esplodere le situazioni, le porta al calor bianco». A differenza dei giornalisti suoi coevi, non vuole piacere, anzi si propone come «uno dei volti più “antipatici” della tv». Ma questoèun suo punto di forza: «Sempre in piedi e in movimento, traduzione prossemica di un’informazione concepita come work in progress» Santoro si presenta «voglioso di impartire la linea giusta». Anche se, in tempi successivi, ha teso ad «ammorbidirsi».
Altrettanto forte è considerata la personalità di Giuliano Ferrara. Nel novembre 1987 parte il suo Linea rovente, una sorta di «paradossale processo televisivo» (ideato da Lio Beghin e curato da Anna Amendola). Ferrara inaugura una «formula che diventerà cifra stilistica: la spettacolarizzazione del dibattito condotto con ostentata aggressività, l’inchiesta giornalistica sviluppata in forma di talk show, la faziosità rivendicata come inderogabile principio deontologico… il divertimento per il pubblico è sicuramente garantito, non si diverte l’imputato (il primo è lo psicanalista Armando Verdiglione) che raramente riesce a far fronte al fiume delle accuse». Terzo conduttore simile, Gad Lerner, che, in piena Tangentopoli, introduce con Milano, Italia uno dei pochi «talk di approfondimento e riflessione». Dopo le prime puntate «di rodaggio» Lerner dimostra la «capacità di controllare o stimolare il pubblico, secondo le esigenze degli argomenti affrontati e dello spettacolo». Il suo successore, Gianni Riotta, appareaGrasso «più freddo», mosso dall’eccessivo «desiderio di tenere alto il tono della trasmissione». Infine è la volta di Enrico Deaglio, il quale impone una cifra che non ha lasciatoaGrasso un grande ricordo: sempre meno dibattitoesempre più «ragionamento». Forse troppo. Buona è la considerazione dell’autore della Storia critica della televisione italiana nei confronti di Lucia Annunziata e della sua Linea 3 (da un’idea di Giovanni Tantillo). Alle prese con opinioni e fatti, «Annunziata dimostra la capacità di cogliere subito il succo della questione, di sfrondare i problemi della verbosità superflua, di incalzare gli ospiti con pertinenza e con domande dirette in stile quasi radiofonico, senza corteggiare lo studio, tanto meno il pubblico che telefona». È in grado di padroneggiare temi di politica estera (ad esempio nelle quattro puntate dedicate al conflitto in Bosnia), i grandi processi che hanno caratterizzato il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, e i confronti tra i leader politici. Conduttrice e stile di conduzione confluiscono nel 1996 nella formula di Tg3-Prima serata. Con Annunziata ci sono Bianca Berlinguer, Maurizio Mannoni e Federica Sciarelli: «Ma il successo non siripete, un po’ perl’affievolirsi dell’animosità e delle passioni politiche, un po’ per la percettibile insofferenza dell’Annunziata, chiamata nel frattempo alla direzione del Tg3». L’autore ha un buon giudizio nei confronti di Serena Dandini la quale, dal 1989, con La tv delle ragazze assieme a un «allegro gineceo» (prime tra tutte, le coautrici Valentina Amurri e Linda Brunetta) ha però il «vizio di sentirsi più intelligente del suo pubblico». Esplicita la stima per Milena Gabanelli con il suo Report, al punto che Grasso si chiede perché, anno dopo anno, le inchieste più coraggiose siano state condotte da lei e non dai telegiornali; come mai «l’idea classica, se si vuole un po’romantica del giornalismo (il controllore del buon funzionamento delle istituzioni)» è stata affidata a un’«esterna»? A proposito di Gigi Marzullo e del suo Mezzanotte e dintorni (iniziata nel 1989), a Grasso appare ancora oggi «misterioso il motivo che spinge personaggi di ogni tipo e provenienza a passare sotto l’inesorabile mannaia della banalità che scaturisce dalle sue domande». Più disponibile è nei confronti di Gianfranco Funari con Aboccaperta, sperimentato su Telemontecarlo e trasferito poi sugli schermi di Raidue. A Grasso piace la capacità funariana di «rinfocolare una discussione che langue» e di cavar di bocca agli ospiti «qualunque scempiaggine». La terza stagione, dal 2000 ai giorni nostri, è quella in cui in ogni casa c’è più di un televisore (assieme a computer, tablet, smartphone). Sul teleschermo è il momento di nuovi giganti: Fiorello, la Gialappa’s, Maria de Filippi, Paolo Bonolis, Gerry Scotti. Grasso è interlocutorio nei confronti di Fabio Fazio, al quale riconosce di essersi saputo conquistare un grande prestigio tanto da aver potuto determinare il successo di libri e altri prodotti culturali e mediali «con una sola ospitata» a Che tempo che fa. Di Giovanni Floris Grasso ricorda che agli inizi di Ballarò aveva «l’aria del bravo ragazzo, politicamente corretto, moderato, demagogico quanto basta, un peso leggero» con il difetto «di parlare un po’ troppo, interrompere di continuo gli ospiti togliendo alla discussione passionalità e chiarezza». Ma gli riconosce di aver poi fatto crescere la trasmissione fino a farla diventare «un punto di riferimento settimanale del dibattito politico». Buono è il suo giudizio su LilliGruber. Idealmente questa terza stagione della tv vien fatta partire dal Grande Fratello. Condotto da Daria Bignardi, capace di «raffreddare una materia già incandescente», il Grande Fratello pone lo spettatore al cospetto di un laboratorio multiforme e multimediale in cui «ad ogni pubblico corrisponde una modalità di fruizione». Per molti quel programma «è un gioco di società (e di ruolo), un divertimento da spartire con i colleghi d’ufficio»; per altri «una soap opera senza trama, un talk senza conduttore padre padrone, un flusso di coscienza che finalmente si sposa con il flusso televisivo, un notevole salto in avanti della tv»; per altri ancora «una fucina di mascalzonate da svergognare in pubblico». Tutte (o quasi) le trasmissioni dall’inizio di questo millennio hanno «rubato» qualcosa al Grande Fratello. Magari inconsapevolmente. Questo e moltissimo altro si scopre leggendo il libro di Grasso. Si raccomanda la pazienza e la delibazione pagina dopo pagina. Il godimento è assicurato.
L’unica parola che andrebbe sempre abolita è «ricatto». Magari insieme ad alcune pratiche politiche, come l’acquiescenza, la logica della propria convenienza e sopravvivenza anteposta a tutto, anche alla Costituzione. «Siamo sicuri che il governo non modificherà questa legge» dice il presidente Arno Kompatscher a proposito del provvedimento che ha cancellato i termini «Alto Adige» e «altoatesino» da un testo ufficiale della Provincia autonoma. I toni si sono fatti meno perentori dopo che il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ha detto che la legge verrà impugnata dopo la sua pubblicazione. Ma la sostanza non cambia. La profezia e la perentorietà del governatore della provincia di Bolzano erano dettata da una motivazione poco nobile, ma solida. I tre senatori della sua Südtiroler Volkspartei hanno un certo peso nell’appoggio a una maggioranza dai numeri traballanti in quel ramo del nostro Parlamento. Ma chi è senza peccato scagli il primo vocabolario. Che dire della Lega, il partito del prima gli italiani? A Bolzano fa parte della maggioranza che ieri ha approvato quel provvedimento, e ha due assessori in giunta, tra i quali il vicepresidente. Dopo le elezioni del 2018, che per la prima volta negavano l’autosufficienza alla Svp, l’occasione di prendere il potere era così ghiotta da rendere tutto sommato digeribili le notevoli differenze tra Svp e Lega, e meno indispensabile quella tutela degli interessi patrii tanto cara a Matteo Salvini. Una storia già sentita, dalle parti di Roma. E il fatto che i quattro consiglieri leghisti abbiano fatto il bel gesto dell’astensione, 0 del voto contro, in attesa del report ufficiale dell’aula le versioni divergono, non cambia molto. Ultima viene proprio la Svp, l’autonomia moderata, che ha fatto propria una mozione della minoranza proveniente dai Freiheitlichen, che moderati invece non sono, in quanto espressione dell’area secessionista. Non è una prima volta. Kompatscher ha un bel dire che in realtà la denominazione Alto Adige non è stata davvero abolita. In questa legislatura, e in quelle passate, ci sono già state alcune limature all’italianità del linguaggio, passate inosservate o registrate al massimo alla voce «folclore locale». Quest’ultima e più evidente restrizione non è solo un incidente di percorso, ma rappresenta anche un altro tentativo di compiacere le pulsioni che provengono dalla pancia di quella società, contando sul proprio peso nel Parlamento italiano. Lo sbianchettamento di quelle due parole, che non dovranno più essere usate dal giorno successivo alla pubblicazione nel Bollettino ufficiale della Regione, non ha conseguenze solo linguistiche, al netto dell’effetto cacofonico che potranno generare frasi di nuovo conio come «quest’anno andiamo in vacanza nella provincia autonoma di Bolzano e Sud Tirolo». Non è neppure una questione di patriottismo o di muscolosità sovranista. Lo dimostrano le reazione contrarie di persone di diversa provenienza come Carlo Cottarelli o Maria Elena Boschi, che parlano entrambe di precedente pericoloso. Come sa bene anche l’Svp, l’articolo 116 della Costituzione dello Stato al quale appartiene questa provincia parla espressamente di «Trentino-Alto Adige». Cancellare quelle parole significa compiere, magari senza neppure volerlo fino in fondo, uno strappo dal valore simbolico elevato. Le parole sono importanti, sempre. Negarle, o peggio rinnegarle, per questo continuo e maldestro tentativo di solleticare la pancia dell’irredentismo sudtirolese non è solo un errore. È anche una prova di stupidità storica.
Motori di ricerca, Email, Facebook, Apple News, Amazon, Twitter, Google maps, ecc, tutti servizi che utilizziamo quotidianamente senza pagare nulla. Ma questi colossi che ci mettono a disposizione tecnologie come campano? Riempiendo gli schermi di pubblicità. Internet però è il più grande mercato nella storia dell’umanità, e ha imparato a sfruttare tutte le informazioni personali prodotte ogni volta che facciamo un clic, elaborandole in algoritmi in grado di orientare i bisogni, i comportamenti sociali, e influenzare anche le scelte politiche. Si chiama «profilazione»: una merce molto richiesta da migliaia di aziende e gruppi di pressione. Vendita di profili e Antitrust Ogni singolo profilo può essere venduto più volte, producendo ogni volta un ricavo per un diverso attore di questa filiera globale generata a nostra insaputa. Questa replicabilità rende i nostri profili il bene più scalabile e redditizio. La moltitudine di dispositivi connessi che stanno crescendo in modo esponenziale, alimentati da una potenza computazionale sempre più veloce, consente direttamente ad Amazon, Google, Facebook, Microsoft, Alibaba, Tencent di sfruttare queste miniere di dati, diventando sempre più sofisticati nel controllo delle tecnologie integrate tra webemobile. Danneggiando la concorrenza su interi mercati, vista la loro posizione dominante. Google ha distorto il mercato in Europa con la piattaforma Adsense per imporre una serie di clausole restrittive nei contratti con i siti web terzi, impedendo ai concorrenti di posizionare le loro pubblicità. Le autorità Antitrust, prima fra tutte quella europea, li stanno multando a suon di miliardi, circa 8 finora. Come violano la privacy Le multe scattano anche per violazione della privacy, come è appena successo al colosso di Mountain View in Francia (50 milioni di euro), o ad Amazon, che è sotto la lente in Germania per i dati raccolti dal suo assistente vocale Alexa. La normativa Ue sulla privacy potrebbe colpire anche Facebook, che ha comprato WhatsApp (collegandone gli account in maniera fraudolenta) e ora rischia una multa di due miliardi. Ma le sanzioni si sono mostrate finora inutili: la loro quota cresce fagocitando tutto il resto. L’esempio più noto sulla loro capacità di influenzare il pubblico è lo scandalo Cambridge Analytica. La società di consulenza britannica ha rubato 80 milioni di profili raccolti da un fornitore che aveva effettuato un sondaggio pagando gli intervistati. Profili poi venduti a una società americana che ha usato le loro informazioni personali disponibili su Facebook per influenzare gli utenti nel sostegno alla candidatura di Donald Trump. Che poi ha vinto. Un caso? Cosa genera la nostra attività web Ogni volta che acquistiamo in rete un prodotto o un servizio, scarichiamo un video o un software, ci scambiamo foto o twittiamo, navighiamo sul web alla ricerca di risposte strutturate, oppure memorizziamo i nostri contenuti su un cloud, produciamo informazioni che valgono tanti soldi. Nei prossimi anni anche la nostra impronta, la nostra voce e i nostri occhi saranno oro, sempre di più. Statista stima che il mercato della pubblicità online raggiungerà i 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, quello delle informazioni prodotte dagli oggetti connessi (internet delle cose) i 130 miliardi, e quello dell’intelligenza artificiale i 60 miliardi entro il 2025. L’Europa ha detto basta Un limite fra l’informazione che puoi sfruttareafini pubblicitari e la violazione della privacy lo ha definito il Regolamento europeo Gdpr entrato in vigoreamaggio 2018. Funziona così: se per esempio Tim ci chiede il documento di identità per attivare la linea telefonica, siamo obbligati a dire «consento» per ottenere il servizio. La società telefonica però non può vendere il nostro nome al Corriere della Sera per mandarci la promozione dell’abbonamento al quotidiano. Per farlo deve chiedercelo espressamente. Possiamo dire «sì» o «no»: si definisce «consenso espresso». La novità dirompente, e ora in discussione a Bruxelles, sarebbe però un’altra: consentire agli utenti di disporre dei loro dati e autorizzarne l’uso in cambio di una percentuale sui ricavi. Si chiama «ePrivacy» e ci consente di diventare sostanzialmente azionisti dei nostri dati. Una specie di pedaggio autostradale. Si tratta di una battaglia campale di cui sappiamo poco e nulla, se non che l’intera industria hi-tech, da Amazon a Google, da Facebook ad Apple, si è fermamente opposta. Fuori dal nostro controllo Parliamo delle informazioni industriali da cui deriva l’80% del valore dell’intera filiera. Un esempio? Prenoto una corsa su Uber. L’applicazione sa dove sto andando, quanto sto pagando e da dove mi muoverò nel caso volessi prenotare un’altra corsa. Non sono informazioni strettamente personali, quindi Uber le vende a terzi, che le elabora, analizza e rivende. Un processo che avviene al di fuori del nostro controllo, e ci esclude deliberatamente dall’opportunità di monetizzazione. Le alternative per monetizzare Una delle poche strade percorribili al momentoèquella che sta portando testardamente avanti Isabella De Michelis con la sua ErnieApp. Consente agli utenti di eseguire direttamente il «codice» (della funzione che regola i consensi della privacy) sugli applicativi di Google e Facebook in modo che gli utenti possano farsi pagare per non negare i permessi. Si tratta di una prospettiva rovesciata. Non posso farmi pagare peri miei dati? Mi faccio pagare per consentire ad altri di usarli. Weople invece prova a farci guadagnare se ci si iscrive alla sua piattaforma sottoscrivendo un contratto. Ottiene una delega per richiedereinostri dati alle aziende con cui siamo venuti in contatto, li deposita nel nostro conto personale, lirende anonimi e li fa fruttare sul mercato senza teoricamente vendere l’identità di nessuno. Il 90% del valore generato viene restituito, al netto dei costi di gestione. Weople è stata finanziata anche dal mondo Coop. Chi protegge la privacy Se non ne vuoi più sapere però ci sono alternative che si stanno moltiplicando in tutto il mondo: invece di utilizzare gratis Google, con un costo contenuto potresti usare un altro motore diricerca che mantiene i tuoi dati coperti, come DuckDuckGo, che sta viaggiando al ritmo di quasi 45 milioni di ricerche al giorno e filtra anche le pagine con una eccessiva quantità di pubblicità. Oppure Mozilla e Qwant. Questi browser non impongono registrazioni quando si effettua una ricerca su Internet, non memorizzano indirizzi Ip e usano i cookie solo quando strettamente necessario. Per le email Fastmail. Vimeo per non finire tracciati su Youtube. Open street maps al posto di Google Maps. Perché il tema è sempre lo stesso: se non paghi per il servizio, il prodotto sei tu.
Ieri mattina Francesco celebrava la messa per canonizzare cinque nuovi santi e lui stava come sempre al suo posto, in completo scuro accanto al Papa, la mano posata sull’autoegli occhi a percorrere piazza San Pietro durante il saluto ai fedeli. Eppure, si dice in Vaticano, la decisione è presa, già questa mattina la sostituzione di Domenico Giani alla guida della Gendarmeria vaticana potrebbe essere ufficiale e quella di ieri l’ultima immagine da «angelo custode» del pontefice, dopo vent’anni di servizio. Agli amici aveva confidato che non sarebbe mai rimasto dove non è voluto. Il comandante ha parlato ieri con Francesco e poi riunito i gendarmi per informarli che il suo mandato è ormai terminato. Molti di loro sono già stati interrogati dal promotore di giustizia Roberto Zannotti, titolare dell’indagine sulla fuga di notizie che ha fatto infuriare il Papa, tanto da convincerlo a parlare di «peccato mortale»: la «soffiata» che ha consentito la pubblicazione della «disposizione di servizio» con nomi e foto dei cinque dipendenti della Santa Sede coinvolti nell’inchiesta sugli investimenti immobiliari da centinaia di milioni di euro. Il saluto ai gendarmi, si racconta, è stato fatto ieri dopo la messa. Giani ha chiesto a tutti di mantenere il silenzio fino all’annuncio ufficiale e poi ha ribadito la propria «amarezza» ed «estraneità». La «disposizione» che vietava l’ingresso in Vaticano ai cinque indagati — il direttore dell’Antiriciclaggio, Tommaso Di Ruzza; il capo ufficio della Segreteria di Stato, monsignor Mauro Carlino; due impiegati della Terza Loggia, Vincenzo Mauriello e Fabrizio Tirabassi,el’addetta di amministrazione Caterina Sansone — era stata affissa al comando, ma doveva restare riservata. Invece qualcuno l’ha divulgata, probabilmente all’interno della Gendarmeria, e la responsabilità è ricaduta su Giani sia per omesso controllo sia per non essere riuscito a individuare la «talpa». Le voci che filtrano Oltretevere accreditano la possibilità che questa vicenda sia soltanto l’ultimo di una serie di episodi che avevano ormai deteriorato il rapporto tra il comandante dei gendarmi e alcuni superiori: in particolare il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato. Del resto, l’aver condotto indagini e perquisizioni, in questi anni, ha procurato a Giani molti nemici. Ora si tratta di vedere se—com’era stato concordato—Giani sarà destinato ad altro incaricoose invece attenderà una nuova destinazione. In queste ore si è parlato di un impegno al Viminale o in qualche organizzazione che svolge attività all’estero. L’indagine del «pm» vaticano è stata avviata il 2 ottobre, subito dopo la pubblicazione della «disposizione» con nomi e foto su L’Espresso. Sono stati ascoltati i gendarmi e si è ricostruito quanto accaduto. È stato spiegato che il bollettino, come avviene sempre, era stato affisso nella bacheca del comando e trasmesso alle guardie svizzere che sorvegliano gli ingressi. Qualcuno sospetta sia stato divulgato proprio per danneggiare Giani o comunque avvelenare l’inchiesta sulle operazioni immobiliari e finanziarie. Il fascicolo nei prossimi giorni potrebbe riservare nuove sorprese, visto che alcuni atti per l’autorizzazione alla compravendita risultano firmati dal cardinale Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato fino a giugno 2018 e da settembre prefetto della Congregazione per le cause dei santi. «Non sappiamo chi abbia diffuso il documento, ma mi rammarico che all’interno del Vaticano stia venendo meno il senso di appartenenza e lealtà, di fedeltà alle istituzioni per le quali abbiamo giurato», ha detto Becciu a Tgcom24. Il cardinale, com’è ovvio, ieri era alla messa: «Come vedete sono qui e sto bene. Il Papa è stato molto gentile, mi ha ringraziato per la cerimonia che abbiamo fatto per le canonizzazioni e poi mi ha detto che ha sempre grande fiducia in me e di restare sereno. Mi ha detto di reagire da sardo. È stato un incoraggiamento, bisogna camminare malgrado tutto».
«Facebook è una macchina che produce disinformazione a fine di lucro: firmate per obbligarla ad assumersi le sue responsabilità». L’appello di Elizabeth Warren per bloccare Facebook, preceduto da uno spot pubblicitario volutamente fake col quale la candidata democratica alla Casa Bianca prende di mira Mark Zuckerberg, segna lo scoppio ufficiale di una guerra che covava da tempo: quella tra il gruppo che domina il mondo delle reti sociali negli Usa e nel resto del mondo (ad eccezione della Cina) e la liberal americana considerata da molti la più probabile sfidante di Trump, ora che Joe Biden è stato azzoppato dalle insinuazioni del presidente sugli affari ucraini e cinesi del figlio Hunter. Da tempo la Warren denuncia l’eccessivo potere delle società di big tech e propone lo smembramento di quelle che operano in condizioni di quasi monopolio o che hanno raggiunto una posizione dominante nei vari mercati. Bersaglio preferito proprio Fb per la spregiudicatezza commerciale mostrata anche nella gestione della pubblicità politica e per la scarsa efficacia dei suoi interventi per arginare la diffusione delle fake news. In effetti il gruppo californiano si è mosso in ritardo, avendo negato per anni l’esistenza del problema, e quando ha preso l’iniziativa lo ha fatto in modo poco convincente. Dapprima si è affidato a un filtro basato su algoritmi. Poi, visti i risultati insoddisfacenti, ha assunto migliaia di «moderatori» in carne ed ossa e quando anche le loro scelte sono state contestate ha chiesto al governo di scendere in campo fissando quelle regole che in passato aveva rifiutato. Un implicito riconoscimento del primato della politica visto da molti con scetticismo. Con qualche ragione, visto che una settimana fa il sito The Verge ha diffuso l’audio di una conversazione durante la quale Zuckerberg afferma che, in caso di elezione della Warren, Facebook deve essere pronta a dare battaglia anche chiedendo ai tribunali di bloccare le riforme che l’esponente della sinistra democratica intende promuovere. Elizabeth ha affilato le armi ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata uno spot pubblicitario del partito repubblicano che accusa Joe Biden di aver promesso, quando era vicepresidente, un miliardo di dollari di aiuti all’Ucraina in cambio della rinuncia a indagare sulle attività della società petrolifera con la quale collaborava il figlio Hunter. La Cnn ha respinto l’inserzione sostenendo che la rete rifiuta di pubblicare notizie false o, comunque, diffamatorie. Facebook, invece, ha pubblicato: per le nostre politiche quel testo non può essere messo al bando. Sabato la replica beffarda della Warren che ha sfidato Facebook inviando loro un’inserzione pubblicitaria pagata nella quale si afferma che Zuckerberg ha dato il suo endorsement a Trump perla rielezione alla Casa Bianca. Notizia palesemente e volutamente falsa — come la stessa Warren ha poi precisato — diffusa solo per sfidare Facebook e farle sperimentare le conseguenze nocive di quelle che la candidata democratica ha bollato come «pratiche illegali e anti competitive grazie alle quali Trump ha la libertà di mentire sulle più grandi piattaforme social». Facebook, colta in mezzo a un guado difficile, con Zuckerberg che dovrà comparire più volte davanti al Congresso di Washington anche per difendere il suo piano per la creazione di una criptovaluta privata, la Libra, ha cercato di difendersi con un comunicato: nel quale spiega che, in base alle regole che si è data nel 2018, le affermazioni di esponenti politici e gli annunci pubblicitari relativi a campagne elettorali non vengono sottoposti al processo di fact checking — cioè di verifica dei fatti — utilizzato per filtrare le informazioni diffuse in rete.