Demolire la vecchia Tunisia per costruire un utopico Paese dei gelsominirifioriti e delle riforme avviate: Kais «RoboCop» Saied a 61 anni ce la fa, secondo gli exit poll stravince le presidenziali col 72,53% e come nel film che gli ha dato il soprannome, ora, gli toccano sfide da supereroe. Non ha un partito e parla un arabo classico che molti non capiscono, è un po’rigido come il robot del film, ma presiede un popolo di giovani che l’ha sostenuto pur di non vedere al potere «il partito degli affari» fondato dal rivale, il magnate tv (e amico-socio di Berlusconi) Nabil Karoui. Vince il populismo, e questo si sapeva perché entrambi i candidati si sono presentati come anti-sistema. Ma vince un populismo anomalo: a spingere l’ultraconservatore Saied, è stato l’appoggio last minute giunto dalla fratellanza musulmana di Ennahda. Saied è un costituzionalista spuntato quasi dal nulla: è favorevole alla pena di morte e a leggi contro l’omosessualità, è dubbioso sull’uguaglianza di genere, si proclama liberale e non condizionabile dai musulmani estremisti. «Sono sempre stato un indipendente — ama ripetere — e lo resterò fino alla fine della mia vita». Propone anche cose inquietanti, come ilridimensionamento del Parlamento. Ma secondo la regola d’ogni demagogo 2.0, a convincere non è stato quel che proponeva, ma come. Di sicuro l’ha aiutato una campagna porta a porta e su Facebook, con poche apparizioni tv. Il presidente della Tunisia ha più poteri in politica estera che interna: il Professore sogna d’essere un attore di pace nella vicina Libia, da dove s’è riversato mezzo milione di profughi, coi rischi d’un terrorismo che i tunisini hanno già provato. La guerra al jihadismo è ancora da vincere. Ma la battaglia imminente, anche per evitare che i fondamentalisti tornino ad avere voce, è a una disoccupazione ai massimi storici. Molte aziende europee hanno smesso di delocalizzare, i barconi ricominciano a partire da Cap Bon. «RoboCop» promette di fare pulizia nelle istituzioni e di smontare la «piramide di potere» che tutto accentra. I festeggiamenti notturni di Tunisi non ingannino. Quel che Saied si trova a guidare è un Paese che ribolle di scontento. E un esempio è la rabbia che erutta dal mondo femminile. #EnaZeda, che sta per «anch’io» ed è la traduzione locale del #MeToo, in queste ore è un top trend su Twitter: testimonia la protesta delle tunisine contro un certo machismo, non più tollerato, e in particolare per il video che mostra un deputato legato a Karoui mentre molesta una liceale davanti a scuola. L’onorevole è stato convocato dai giudici, il partito promette sanzioni, ma l’indignazione via social è spinta dalla blogger Lina Ben Mhenni e non s’arresta: «Non penso ci sia una sola donna in Tunisia — dice Lina — che non abbia subìto una molestia sessuale. Ci siamo passate tutte». Ecco, se Saied promette di voltare pagina, può cominciare da qui.

Il quotidiano di opposizione Gazeta Wyborcza annunciava ieri la sua vittoria davanti al tribunale supremo contro il partito di governo, Diritto e giustizia (Pis), che lo aveva querelato per aver definito «mafiosi» i metodi del presidente Andrzej Duda. Il capo dello Stato aveva concesso la grazia all’ex capo dell’Ufficio centrale anticorruzione, Mariusz Kaminski, condannato in primo grado per abuso di ufficio, senza nemmeno aspettare il giudizio d’appello. I fatti «legittimano la qualifica di mafiosi, non è diffamazione» hanno stabilito i giudici, alla vigilia del voto che ha messo la Polonia davanti a un bivio. Direzione «Bruxelles» o «Ankara e Budapest»? Verso una democrazia europea o una deriva autoritaria? La magistratura riesce dunque a mantenersi indipendente? «Diciamo che il governo non controlla ancora tutti gli organi giudiziari», sottolinea Konstanty Gebert, scrittore ed editorialista di Gazeta Wyborcza. Negli anni 70 è stato uno degli organizzatori dell’Università volante, l’istituto clandestino di istruzione durante il comunismo e un membro di Solidarnosc. «Ma il partito di Jaroslaw Kaczynski procede in quella direzione. Per esempio, il testo per la riforma della Corte costituzionale è stato cambiato sette volte in 4 anni: la Cassazione può annullare le sentenze emesse negli ultimi 20 anni anche se passate in giudicato». Perché la destra euroscettica è cresciuta così tanto? «Il Pis è un partito paragonabile a Forza Italia sotto Berlusconi. Non è protofascista, ma rappresenta il potere, un po’ come la Democrazia Cristiana degli anni 60 e 70 in Italia. Le lotte intestine sono simili. Solo che qui non si parla di correnti, ma di baronie. Il colpo di genio comunque è stato il programma 500+». Il bonus bebè: 500 zloty, circa 130 euro al mese, per ogni figlio dopo il primogenito: un sistema di compravendita del consenso? «Attenzione, non è un programma di assistenza sociale, e qui sta la genialità. Il contributo non tiene conto del reddito. È dovutoachiunque, quindi riceverlo non è umiliante. Per la prima volta decine di migliaia di famiglie hanno potuto disporre di un ingresso extra con cui decidere se comprare un frigorifero o concedersi una vacanza al mare. Accusando la gente di essersi svenduta per 500 zloty, l’opposizione liberale ha sbagliatoonon ha capito quel che è successo». E gli scandali? «L’opinione pubblica si è assuefatta. Ce n’è uno al giorno. L’ultimo riguarda il presidente della Suprema camera di controllo (l’equivalente della Corte dei conti, ndr). Ha affittato un palazzo di sua proprietà a Cracovia ai tenutari di un bordello. Quando i giornalisti di una televisione privata, Tvn, l’hanno scoperto, ha detto che è casa sua e può fare ciò che vuole. Poi però si è dovuto autosospendere». L’arcivescovo di Cracovia ha definito la comunità gay «la piaga arcobaleno», nessuno ha reagito? «Qualche vertice ecclesiastico sì, ha protestato a titolo personale. Ma ufficialmente la Chiesa ha taciuto. Il governo tollera le manifestazioni dell’estrema destra, anche se non si può dire che sia antisemita. L’omofobia invece qui sta assumendo forme sempre più violente».

«Un passo decisivo fuori dalla democrazia»; «l’uscita dalla civiltà occidentale»; «una scelta di campo». Così, in questi giorni, la scrittrice polacca premiata il 10 ottobre scorso con il Nobel per la letteratura ha tratteggiato l’esito del voto «più importante dal 1989»: cioè la riconferma al governo del partito «Diritto e giustizia» di Jaroslaw Kaczinski, ultraconservatore. Ora che le previsioni sono diventate realtà, Olga Tokarczuk è in Germania, in un tour previsto da prima diricevere il Nobel, in concomitanza con la Buchmesse di Francoforte, che l’ha tenuta lontana anche dalle urne. Ha dedicato il Nobel, appena glielo hanno comunicato, «ai polacchi e a chi lotta per la democrazia»; in tutte le sue interviste ha contrapposto questa parola, democrazia, alla sigla del partito di Kaczynski. Europa e democrazia In un’intervista al quotidiano Gazeta Wyborcza, la scrittrice aveva invitatoa«votare per chi ci fa stare insieme, non per chi ci divide, per chi protegge i deboli e gli esclusi, crede che le donne abbiano diritti e che la religione sia libera». «Io non sono una scrittrice politica. Un romanzo è diverso da un manifesto e vorreirestare in questo registro». Ma si è detta anche «una cittadina preoccupata. La politica non è affare dei politici, ma di chi poi sopporta le loro scelte. Mi preoccupa la politicizzazione dei giudici, per esempio». O l’antieuropeismo di parte della politica nazionale, che fa sì che «siamo per la Ue un parente scomodo, ma dovremmo esserne cittadini». «In Europa Centrale», ha detto al redattore del sito del Nobel, come da tradizione il primo a intervistarla, «abbiamo un annoso problema di democrazia. Stiamo cercando la ricetta per risolverlo ma non è facile. E penso che il Nobel possa darci ottimismo, sia un modo di dire al mondo che siamo vivi, che ci esprimiamo». Un «noi» che non specifica: e che adombra forse le «vecchie élites culturali» contro cui Kaczinski ha condotto la campagna elettorale? «È una lotta che mi preoccupa», ha detto Tokarczuk alla Gazeta Wyborcza. Il gelo con il governo Quella fra il partito appena riconfermato al governo e la scrittrice vegana, femminista, coi dreadlocks, non è solo antipatia epidermica. In questi giorni i giornali polacchi rilanciano in quota «strano ma vero» un’intervista al fondatore Jaroslaw Kaczinski, che nel 2016 aveva detto di amare i libri di Tokarczuk: «Vi sorprenderò», aveva riso, «ma non trovo male il suo Ksi gi Jakubowe». Cioè la storia — non tradotta in italiano — dell’ebreo Jacob Frank che guidò la conversione forzosa dei suoi correligionari al cattolicesimo, nel XVIII secolo. «Una pagina della storia polacca che ero così ingenua da pensare di poter affrontare», ha detto la scrittrice di recente al Guardian.Einvece. Il libro è del 2014. La casa editrice dovette pagarle una scorta, e i detrattori rispolverarono l’epiteto comunista targowiczanin, «traditrice». Lei da allora ripete che «la Polonia si è inventata tollerante, ma siamo stati anche schiavisti e antisemiti»: lo ha detto alla consegna del Nike 2016 (lo Strega polacco)eanche a quella di un’onorificenza poco prima del Nobel in Bassa Slesia. I consiglieri di Pis sono usciti. Da sempre il ministro della cultura uscente (e, sembra, in via di riconferma) Piotr Glinski dice di «non aver mai letto i suoi libri». Che da anni sono usciti dalle liste dell’Istituto nazionale che incentiva la traduzione e la diffusione della letteratura polacca. Il giorno del Nobel una radio è riuscita a telefonare in diretta al ministro; lui ha espresso asciutte congratulazioni e promesso: «riprenderò la lettura»

La Polonia ha scelto. Conferma al governo il Pis, «Diritto e giustizia», il partito euroscettico di destra del leader Jaroslaw Kaczynski, che esce addirittura rafforzato (se gli exit poll saranno confermati dallo scrutinio finale) rispetto alle elezioni del 2015, con quattro seggi in più alla Camera, da 235 a 239 (su 460), e con il 43,6% dei consensi. Alle opposizioni non resta che sperare di riuscire ad affermarsi almeno al Senato, dove si sono presentate con una lista unicaeicento rappresentanti sono selezionati con sistema maggioritario. Nelle stesse ore in Ungheria, le consultazioni amministrative sembrano riservare una cocente delusione a Viktor Orban che, man mano che procede lo spoglio, vede crescere il vantaggio dello sfidante del sindaco di Budapest, Istvan Tarlos, 71 anni del Fidesz—Unione Civica Ungherese, il partito del premier. La mappa del potere potrebbe quindi vedere le amministrazioni locali contro il governo, un po’ come accaduto in Turchia dove l’Akp di Erdogan ha perso Istanbul in primavera, peggiorando la sua disfatta quando ha imposto di ripetere il voto. In Polonia però non c’è stata partita. L’opposizione si è presentata divisa. Il blocco centro-liberale di «Coalizione civica», che include la Piattaforma civica fondata da Donald Tusk, attuale presidente del Consiglio europeo, è al 27,4% e ottiene 130 deputati. La formazione, sotto il logo di Lewica, il cartello de «La Sinistra», è 11,9% (con 43 seggi) e il Psl, il «partito dei contadini», è quarto con il 9,6% (34 seggi). Konfederacja, o Coalizione nazionale, la preferita dalla destra estrema, chiude con il 6,4% oltre la soglia di sbarramento, fissata al 5%, e si assicura 13 deputati circa. Almeno alla Camera bassa, il settantenne Kaczynski avrà ormai vita facile, grazie al premio di maggioranza che garantirà ai sovranisti una comoda autosufficienza e la possibilità di governare senza dover cercare appoggi o alleanze. In base ai primirisultati, il Pis sembra aver dunque catalizzato tutta l’opinione conservatrice polacca, sedotta da una campagna elettorale molto patriottica e ostile all’Unione europea e alla Germania, in particolare. Ha ottenuto il mandato forte che aveva chiesto il suo capo e che preoccupa gli avversari, allarmati da una saldatura in chiave anti europea tra il governo polacco e quello ungherese. Hanno pagato gli attacchi ai giudici, considerati troppo amici del potere finanziario, europeo ed ebraico. La difesa della famiglia tradizionale, un padre e una madre, contro le unioni civili e le coppie omosessuali. E hanno funzionato le promesse di Kaczynski di far sì che «i polacchi si sentano sicuri a casa loro», tutelati anche dall’immigrazione, presentata come una minaccia addirittura della salute pubblica. A favore del partito di governo ha giocato anche il buon andamento dell’economia, una delle più dinamiche in Europa, oltre all’impegno di aumentare, in caso di vittoria, i salari minimi e di abbassare l’età pensionabile. Determinante è stato il programma «500 +» che stimola la crescita demografica premiando con 500 zloty, 130 euro mensili, ogni figlio oltre il primo. L’affluenza insolitamente alta ieri alle urne era già stato un segnale significativo a metà giornata, con il 61% di votanti (su un elettorato di 30 milioni). Ma non è stata una sorpresa. Nei giorni precedenti si erano moltiplicate le domande di iscrizione alle circoscrizioni elettorali di residenza da parte di elettori convinti che questo appuntamento con le urne fosse davvero il più importante dopo la caduta del Muro. La mobilitazione era stata particolarmente forte nelle regioni occidentali e settentrionali, bacini di consensi per la sinistra e aveva quindi alimentato le speranze all’opposizione. Kaczynski si è presentato ai suoi sostenitori dieci minuti dopo la chiusura delle urne, omaggiato da un enorme fascio di rose rosse e bianche, i colori della Polonia. Aveva chiuso il suo giro elettorale nelle zone rurali, le più tradizionaliste e le più inclini a sostenere le riforme giudiziarie che la Commissione europea tenta di contrastare.

L’offerta di Carlo De Benedetti è arrivata a sorpresa, e ha aperto pubblicamente un nuovo capitolo della storia a dir poco discontinua delle relazioni fra il padre e i figli, in particolare Marco e Rodolfo. Come dimostrano la manifestata intenzione di Carlo di rilanciare il gruppo editoriale presieduto da Marco estromettendo i figli, e le dichiarazioni incrociate: lo «sconcerto» e «l’amarezza» sottolineati da Rodolfo, presidente di Cir, la holding del gruppo De Benedetti, e la risposta di Carlo, che ha definito «bizzarre» le parole di Rodolfo e ha accusato i due figli di aver «determinato il crollo di valore dell’azienda» e, privi di «passiodi Sergio Bocconi ne e competenza», di essersi «concentrati solo sulla ricerca di un compratore». A sorpresa sì, per timing e modalità. E tuttavia è in effetti da tempo che sul mercato circolano rumor relativi a riflessioni, offerte, operazioni destinateacambiare il corso di Gedi, la holding editrice di La Repubblica, La Stampa e Il Secolo XIX nata tre anni fa dalla fusione di Espresso e Itedi. Mosse che possono spiegare il blitz dell’Ingegnere, nonostante resti comunque sospesa la valutazione sulle ragioni che lo hanno portato a formulare un’offerta senza premio rispetto alle quotazioni, attualmente sui minimi, del titolo, e relativa solo a una parte della quota detenuta da Cir in Gedi, il 29,9% rispetto al 43,78%, corrispondente alla evidente volontà di fermarsi sotto la soglia che fa scattare il lancio di un’Opa, resa ancora più chiara dalla richiesta di distribuire ai soci Cir le azioni che sarebbero rimaste in portafoglio. Elemento questo che avrebbe tenuto fuori dall’operazione gli altri azionisti di Gedi (il flottanteèdi circa il 50%) e che evidentemente ha reso ancora più rapida la valutazione di Cir. La holding non ha atteso perrigettare l’offerta il consiglio programmato a fine mese sui conti, giudicando con tutta probabilità la proposta così formulata, anche al di là di qualsiasi altra considerazione sull’importo messo a disposizione perrilevare la quota (inferiore a 40 milioni), del tutto fuori mercato. Un rapido e secco botta e risposta che può essere letto anche alla luce di alcune iniziative di Carlo De Benedetti, come l’affondo rivolto verso Eugenio Scalfari, fondatore de la Repubblica, consumato pubblicamente l’anno scorso, che ha messo in evidente imbarazzo Marco e Rodolfo. Ma che non può far dimenticare anche che lo stesso Ingegnere si è ritiratoafavore dei figli. Nel 2009 ha lasciato le cariche operative e nel 2012 ha ceduto a loro gratuitamente il controllo del gruppo. Resta dunque l’interrogativo sul perché abbia deciso oggi di fare un’offerta che per le sue caratteristiche non appare adeguata e dunque corrispondente alla sua evidente volontà di riprendersi La Repubblica, sua passione da sempre. Nei mesi scorsi si è parlato più volte di interessamento e negoziati con investitori: si tratta anche, come ha detto lo stesso Carlo De Benedetti nella risposta al figlio Rodolfo, di Flavio Cattaneo e del fondo Peninsula guidato da stefano Marsaglia. Ma si sarebbero concluse senza nulla di fatto. Più di recente invece sarebbero cominciate riflessioni sui risultati dell’integrazione fra Espresso e Itedi che avrebbero portato John Elkann, presidente e amministratore delegato di Exor e, dopo la fusione, azionista con il 5% circa e consigliere di Gedi, a incontrare Marco e Rodolfo De Benedetti. Il confronto sull’andamento economico-editoriale e sulle possibili soluzioni avrebbero riguardato diverse ipotesi, fra le quali quella di una marcia indietro con il ritorno ad attività separate, che sarebbe stata vista con più favore da Elkann. Opzione che i figli di Carlo si sarebbero proposti di esaminare, insieme però con la possibilità di procedere diversamente, mantenendo l’integrazione con un ricollocamento proprietario. Riflessioni che sarebbero in corso e che avrebbero previsto in agenda nuovi incontri. In questo arco temporale dunque sarebbe intervenuta l’offerta senza premio e senza Opa di Carlo De Benedetti. Subito respinta perché giudicata irricevibile.

Carlo De Benedetti vuole riprendersi La Repubblica e gli altri giornali del gruppo Gedi dalla Cir, la holding che fa capo ai tre figli Rodolfo (presidente), Marco ed Edoardo. Il gruppo Gedi, quotato in Borsa pubblica, oltre a La Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX, 13 testate locali, il settimanale L’Espresso, altri periodici e possiede Radio Deejay, Radio Capital, m2o,reti tv musicali e la concessionaria di pubblicità Manzoni. L’offerta vale circa 36-38 milioni.Nel 2016 i gruppi Espresso e Itedi (e le rispettive famiglie Agnelli, De Benedetti e Perrone) avevano siglato la fusione che ha portato all’attuale Gedi: Cir al 43,78%, Exor al 6%, Mercurio al 5%. «Questa mia iniziativa — ha scritto De Benedetti nella lettera che accompagna l’offerta di acquisto da Cir del 29,9% di Gedi —èvolta a rilanciare il gruppo al quale sono stato associato per lunga parte della mia vita e che ho presieduto per dieci anni, promuovendone le straordinarie potenzialità». Cir, che ha ricevuto la proposta venerdì, ha risposto con una nota (dopo che ieri l’Ingegnere ha reso pubblica la sua mossa tramite l’Ansa), definendo l’offerta «manifestamente irricevibile in quanto del tutto inadeguata a riconoscere a Cir e a tutti gli azionisti il reale valore della partecipazione e ad assicurare prospettive sostenibili di lungo termine a Gedi». Il figlio Rodolfo ha fatto sapere di essere «profondamente amareggiato e sconcertato dall’iniziativa non sollecitata né concordata presa da mio padre». Quest’ultimo ha replicato definendo le dichiarazioni «bizzarre» e accusando il figlio di «aver distrutto valore», non avendo «né competenze, né passione». L’Ingegnere ha presentato a Cir, attraverso la controllata al 99% Romed, un’offerta di acquisto per cassa del 29,9% delle azioni Gedi al prezzo di chiusura di giovedì: 0,25 euro ad azione. L’offerta, su cui vigila la Consob, non prevede un esame dei conti e pone due condizioni: dimissioni «entro due giorni» dei consiglieri indicati da Cir (inclusi i figli e la ceo di Cir, Monica Mondardini) eccetto John Elkann e Carlo Perrone; distribuzione delle azioni residue ai soci Cir.

«Il giorno 19 ci sarò anch’io in piazza perché questo governo attacca i nostri fondamentali diritti di libertà». Silvio Berlusconi non lascia piazza San Giovanni in mano a Matteo Salvini e Giorgia Meloni e annuncia che ci sarà anche lui alla manifestazione del 19 a Roma per protestare contro un governo che «tassa e ammanetta». A far scattare la molla sono state le dichiarazioni del governo sull’evasione fiscale. «Con il carcere per l’evasione sopra i 50 mila euro, basteranno solo le accuse. Chi vorranno eliminare sarà eliminato». Palazzo delle Stelline. Giornata conclusiva di IdeeItalia, la kermesse azzurra organizzata da Mariastella Gelmini e dal coordinatore lombardo, Massimiliano Salini. Si capisce che Berlusconi ha voglia di parlare. Lo capisce anche il direttore de il Giornale, Alessandro Sallusti che riesce a piazzare la prima domanda solo dopo 30 minuti di monologo. «È peggio del 1994» quando il rischio era quello di vedere i comunisti al governo dice l’ex premier. Ora «le sinistre» che governano «sono quattro». E quella peggiore, secondo Berlusconi, è rappresentata dai Cinque Stelle. Motivo necessario e sufficiente per fargli dire che FI non confluirà mai nel nuovo partito di Matteo Renzi: «È molto abile, ma è di sinistra ed è stato il principale artefice della formazione del governo delle quattro sinistre. Gioca dall’altra parte del campo». Nella sua metà del campo, Berlusconi rivendica il ruolo giocato da FI e lancia un messaggio a Salvini. «Senza di noi ci sarebbe una destra-destra estrema incapace di vincere le elezioni e non in grado di governare». Subito dopo arriva la carota: «Quando riesco a parlare direttamente con Salvini c’è grande intesa e non c’è mai stato un punto su cui ci siamo trovati discordi. Sono convinto che si ritorni a una collaborazione leale». Il banco di prova sono le Regionali che potrebbero diventare un banco di prova anche per la tenuta del governo. Berlusconi ci crede ma solo fino a un certo punto: «Se il risultato delle Regionali sarà clamoroso per noi, allora anche il presidente dovrà accorgersi che la maggioranza del palazzo è diversa dalla maggioranza della gente. Ma è più probabile che il governo arrivi a fine legislatura perché il potere è un grandissimo collante». A domanda diretta di Sallusti, Berlusconi smentisce di avere incontrato recentemente Urbano Cairo e di aver parlato di politica. «Non è assolutamente vero. Sono molti mesi che non ho incontri con Urbano a cui mi lega un’amicizia e un’antica collaborazione. È uno intelligente che ci sa fare, un bravo imprenditore, quando ci siamo incontrati abbiamo parlato di politica, ma ha sempre escluso questa possibilità, ritiene che sia incompatibile con quello che ha da fare. Penso che lui non abbia nessuna vera intenzione di entrare in politica». Lo farà invece Mario Draghi chiede Sallusti? «Se Draghi fosse disponibile ad assumere questa responsabilità di capo di governo, certamenteèuna persona preparata e intelligente e certamente può farlo in maniera adeguata». Ricorda che era stato lui a volerlo governatore della Banca d’Italia e di aver intrapreso una «grande battaglia per nominarlo alla Bce» contro il parere di Angela Merkel «e del suo reggicoda Sarkozy». Greta? «È stata strumentalizzata. Il terrorismo ambientale non è la via giusta». Ius culturae? «Sì alla cittadinanza, ma caso per caso. No a una norma generale». I tagli ai parlamentari? «Anticostituzionali». Infine Altra Italia. L’idea è quella di costituire in ogni regione una cellula di persone che cerchi di convincere gli astenuti a tornare al voto. «Sono 7 milioni quelli che si ritengono liberali, moderati e conservatori – conclude Berlusconi —. Se solo la metà tornasse a votare vinceremo le elezioni».

Proprio nel giorno dedicato alla memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro, un agricoltore di 32 anni, Paolo Aimetta, è morto ieri all’ospedale Santa Croce di Cuneo, dopo essere stato travolto da una mietitrice mentre raccoglieva fagioli su un terreno dell’azienda di famiglia, a Maddalene, frazione di Fossano. Secondo l’Inail i morti sul lavoro in Italia sono in aumento: quest’anno, solo nel periodo gennaio-agosto, hanno già perso la vita 685 persone (il 2% in più rispetto al 2018). Intanto, però, è passato un altro mese e mezzo e i lutti, come si vede, continuano. Così, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha inviato al presidente dell’Anmil, l’associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro, Zoello Forni, un messaggio forte: «La sicurezza di chi lavora è una priorità sociale ed è uno dei fattori più rilevanti per la qualità della nostra convivenza — le parole di Mattarella —. Non possiamo accettare passivamente le tragedie che continuiamo ad avere di fronte. Le istituzioni e la comunità nel suo insieme devono saper reagire con determinazione e responsabilità». E ancora: «Sono stati compiuti importanti passi in avanti nella legislazione, nella coscienza comune, nell’organizzazione stessa del lavoro. Ma tanto resta da fare per colmare lacune, per contrastare inerzie e illegalità, per sconfiggere opportunismi —èil monito lanciato dal presidente della Repubblica — L’applicazione e il rispetto delle norme va accompagnata a una corretta attività di vigilanza cui devono essere assicurate le risorse necessarie e che può essere sostenuta da strumentazioni moderne e da banche dati». Purtroppo, continua il capo dello Stato, «le notizie di incidenti mortali continuano a essere quasi quotidiane. Alla scomparsa di un congiunto segue una grande sofferenza, anche economicaesociale della sua famiglia. Ancor di più sono i feriti sul lavoro (tra 650 mila e 700 mila ogni anno, ndr) e non pochi subiscono invalidità permanenti». «Sono i numeri di una strage», commenta il segretario della Cgil Maurizio Landini. «Un tributo troppo alto», il richiamo della presidente del Senato, Elisabetta Casellati. «Una ferita da sanare al più presto», dice la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo. Ecco, perciò, conclude il presidente Mattarella, che «tutti, dai dirigenti dell’impresa ai singoli lavoratori, sono chiamati a prestare la giusta attenzione al rispetto delle norme e degli standard più avanzati e l’impegno comune è condizione per raggiungere il traguardo di una maggiore sicurezza». E la ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, invoca «un grande patto sociale».

«Se si pensa che il governo nei suoi documenti ufficiali certifica un’evasione fiscale di 109 miliardi, sette miliardi di euro recuperati in un anno sono una cifra possibile» dice Maria Cecilia Guerra, sottosegretario al ministero dell’Economia. «E siamo stati anche prudenti nelle stime. Per alcune misure, dalle quali ci attendiamo grandi risultati, non indicheremo previsioni di gettito», aggiunge. Tra queste misure ci sono anche i controlli a tappeto sulle fatture elettroniche, che da gennaio saranno obbligatorie per tutti? «Per aggredire l’evasione non ci affidiamo a un solo strumento miracoloso, ma abbiamo definito una strategia molto articolata. Uno degli obiettivi è quello di usare al meglio l’enorme quantità di dati che vengono raccolti, sia per verificare incongruenze nelle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti, sia per fare analisi di rischio». Un anno fa il Garante per la privacy aveva fissato paletti molto rigidi per l’uso dei dati delle fatture elettroniche, che poi sono 2,1 miliardi di dati ogni anno. Dati che raccontano tutto di noi.. che richiede il consenso dei cittadini sull’uso dei dati personali, se è giustificato da un’azione istituzionale propria delle autorità deputate. Come la Guardia di finanza o l’Agenzia delle entrate». Torniamo alla strategia. Che altro c’è nella manovra? «Una serie di norme per incidere in alcuni ambiti dove si genera l’ evasione fiscale. Come la stretta sulle compensazioni dei crediti fiscali e contributivi. O le misure contro l’evasione dell’accisa sui carburanti, oppure le false cooperative e le imprese fittizie. Poi, questa volta, chiudiamo la stagione dei condoni». Ma si parla di una proroga della rottamazione. «Si tratta solo di riallineare delle scadenze. La rottamazione è stata un fallimento, dovevamo incassare 21 miliardi a fine 2018, ne sono entrati la metà. Ma ha lasciato un vulnus, dando un messaggio sbagliato ai contribuenti: quanto più aspetti a pagare le tasse, tanto più sarai premiato. Ecco, questa stagione è finita». Ci sarà la stretta sull’uso del contante? «I disincentivi non ci sono, stiamo studiando dei meccanismi premiali per chi utilizza pagamenti tracciabili, come uno sconto fiscale. O la possibilità di introdurre il conflitto di interessi, permettendo ai contribuenti di detrarre alcune spese oggi non previste. E dal 2020, per godere delle detrazioni fiscali dai redditi, bisognerà aver fatto quelle spese con mezzi tracciabili». Cosa cambierà per commercianti e professionisti? «Puntiamo a ridurre le commissioni sui pagamenti con carte di creditoebancomat, ma anche ad introdurre le sanzioni, che oggi non ci sono, per chi non si dota di un Pos per i pagamenti digitali». E il patto antievasione con i cittadini di cui ha parlato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte? «Contiamo anche sul loro aiuto. Se facciamo la lotteria degli scontrini e il fruttivendolo non me lo dà o non batte il conto in cassa, mi sta imbrogliando». Ci saranno provvedimenti sul lavoro domestico di colf e badanti? «Qui c’è un problema evidente. Almeno un milione di persone che lavora in nero. Lo sappiamo, ma non andremo a pescare lì adesso. Non è prioritario. E comunque non dando altre incombenze alle famiglie». Come cambierà la flat tax per le partite Iva? «Il tetto resterà a 65 mila euro e non sarà portato a 100 mila. E stiamo ragionando sulla possibilità di tornare a escludere dal regime forfettario Iva quei contribuenti che hanno redditi prevalenti da lavoro dipendente». Taglierete le detrazioni fiscali? «Sì, finalmente cominceremo. Lo faremo in modo selettivo e non lineare».

Dalla tassa sulle merendine a quella, proposta dal collega Luigi Di Maio, sulle bottiglie di plastica. Migliorare consumi e stili di vita e allo stesso tempo riuscire a trovare risorse per scuola, università e ricerca, promesse prima di ogni manovra economica e poi ridotte quando si arriva al dunque. Fin dall’inizio del suo incarico il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti (Movimento5Stelle) non ha voluto sentire parlare di tagli, tanto da aver minacciato le dimissioni in caso contrario. E le sue idee per portare più soldi alla scuola hanno fatto molto discutere. Lui però neèconvintoestavolta si dice fiducioso sia quella buona per il mondo dell’istruzione italiana. Ministro, facciamo un punto sui fondi che arriveranno all’istruzione e alla ricerca dalla prossima manovra economica? Alcuni mesi fa si è parlato di un taglio progressivo di 4 miliardi delle risorse alla scuola in tre anni. È vero? «Non ci saranno tagli, anzi. Sto lavorando da tempo, già da quando ero sottosegretario, per reperire nuove risorse per la scuola, l’università e la ricerca». Come pensa di reperire le risorse che chiede per il suo ministero? «Le mie proposte sono conosciute: fisco intelligente attraverso una rimodulazione dell’Iva su consumi dannosi alla salute e all’ambiente, in particolare una sugar tax ed una tassa di scopo sui voli aerei. Proposte che sono state non solo criticate, ma anche messe in ridicolo dall’opposizione, nonostante leggi del genere ci siano nei Paesi più avanzati». E ora che siete alle battute finali della manovra, le sue proposte vengono considerate? «Alla fine mi sembra che il buon senso stia prevalendo, superando quello che sembrava un tabù». Lei all’inizio del suo mandato ha chiesto3miliardi di euro: due per la scuola, uno per l’università, altrimenti si sarebbe dimesso. Da dove arriveranno questi fondi? Arriveranno? «La sugar tax e la tassa di scopo sui voli aerei sono due proposte, ma si sta ragionando anche su altre tasse che possiamo definire virtuose perché indirizzano verso comportamenti ecologici e sostenibili. Sono felice per esempio che oggi (ieri, ndr) a Napoli alla festa peri dieci anni del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio parlando di come sostenere un’economia più verde abbia proposto tasse differenziate alle aziende: se si imbottiglia una bibita nella plastica si paga di più, con il vetro si paga di meno. È un ragionamento che è cominciato». È fiducioso quindi che i fondi si troveranno? «Sono convinto che ci sia la buona volontà per trovare quelle risorse — tre miliardi, appunto — che sono necessarie per far ripartire il mondo della scuola, dell’università e della ricerca». Basteranno tre miliardi al mondo dell’istruzione e della ricerca italiana? «Non è una richiesta fuori misura, anche così resteremmo sotto ai livelli di spesa di dieci anni fa». Ma se il governo non riuscisse ad accontentarla, cosa farebbe lei, si dimetterebbe come annunciato più volte? «Ho messo in gioco il mio mandato perché sia chiara la necessità di invertire la tendenza. Gli altri grandi Paesi europei puntano sull’istruzione per rilanciare l’economia mentre noi, tagliando di anno in anno gli stanziamenti per la scuola, abbiamo frenato la crescita». Come userebbe quei tre miliardi? «Per rinnovare il contratto dei docenti, sostenere i servizi nelle scuole, intervenire in modo massiccio sul sostegno, perché continuiamo ad avere troppe cattedre scoperte e un danno enorme a migliaia di giovani con disabilità e alle loro famiglie». E per l’università? «Bisogna rilanciare la ricerca di base, aumentareiconcorsi per i ricercatori, sostenere le accademie e i conservatori e investire in innovazione, senza la quale non ci sarà alcuno sviluppo. I fondi si stanno trovando, ho fiducia che finalmente cambieremo passo».