Dall’Iva all’Ilva, breve storia di un governo. Quanto breve non sappiamo. Magari sarà anche lunga. Ma se continua così non è detto che sia un bene. In qualcuno dei suoi artefici sembra infatti albergare l’illusione che più i sondaggi vanno giù e più durerà, per evitare una catastrofe elettorale, sempre in attesa del prossimo Godot: il voto in Emilia di gennaio, e se si sopravvive a quello le nomine negli enti di primavera, e se si incassano quelle vediamo come arrivare a Pasqua. Non è così. I governi camminano sulle gambe del Paese. O cadono. La desolante condizione del governo Conte 2 deriva da una ragione molto semplice: non ha una maggioranza. Non ce l’ha tra i cittadini, e questo era vero già all’atto di nascita; ma allora si poteva immaginare che, col tempo e con l’astuzia, riuscisse un po’ alla volta a riunire tutti coloro—non sono pochi in Italia — che non vogliono consegnare a Salvini i «pieni poteri» (e la scelta del prossimo capo dello Stato, che sarebbe un vero e proprio passaggio storico della vicenda italiana). Sono invece bastate poche settimane di navigazione per far capire a tutti che l’obiettivo primario del governo giallo-rosa, e cioè fermare l’ascesa di Salvini e farlo un po’ alla volta dimenticare, sta fallendo. La performance del governo ha infatti rilanciato la Lega e la Meloni, e ha compiuto perfino il miracolo di resuscitare nei sondaggi Forza Italia.

Ciò che è peggio, il governo non ha nemmeno una vera maggioranza politica, pur disponendo di quella numerica in Parlamento. Esattamente come nel Conte 1, i rapporti tra i partiti che la compongono sono infatti basati sul «mors tua vita mea», non su una convenienza reciproca a far bene. Ognuno è convinto che il mal comune del governo possa essere un mezzo gaudio per sé. Con l’aggravante che stavolta il gioco è a tre: oltre alla competition tra i due big c’è Renzi, che cerca disperatamente voti a danno di tutti, pur ripetendo a tutti di stare sereni. Solo che il Matteo di questo giro vale sei volte meno nei sondaggi dell’altro Matteo. Il che rende il clima della lite continua nel governo anche più insensato, surreale, quasi kafkiano. Il «festival delle tasse», messo su in occasione della Finanziaria, è stato da questo punto di vista un vero e proprio tentativo di suicidio politico, amorevolmente assistito da Italia viva. Il governo ha tagliato 26 miliardi di tasse (23 del disinnesco dell’Iva e 3 del cuneo fiscale): non una cosa da poco, visto che Salvini aveva fatto cadere il Conte 1 «preventivamente» anche per evitare l’ostacolo della manovra e il rischio di impopolarità. Ma, ciò nonostante, il Conte 2 passerà alla storia perla tassa sulle merendine, che poi non ha messo, e per quella sulla plastica, che forse dovrà ridurre (o «rimodulare») ben al di sotto del miliardo previsto. Questa débâcle del «Fisco percepito», come lo ha brillantemente definito Daniele Manca sul Corriere, non è solo frutto di una cattiva comunicazione, ma di una cattiva politica. Perché nell’infinito elenco di possibili misure che i tecnici del Tesoro ogni anno portano al tavolo della legge di Bilancio per far cassa, il gioco perverso di posizionamento dei partiti ha fatto scegliere quelle di natura ideologica o pedagogica, per punire i «cattivi» e premiare i «buoni», secondo una visione etica del Fisco che da sempre spaventa più di quanto ottiene. Ai difetti storici della sinistra italiana si aggiungono poi le tare demagogiche del Movimento Cinque Stelle e la sua profonda divisione interna, ormai quasi esistenziale. Si deve a questa se il governo Conte rischia di passare alla storia per aver fatto chiudere l’Ilva di Taranto, l’1,4% del Pil nazionale. È ovvio che l’Italia non se lo può permettere. Le ragioni che consigliarono qualche mese fa di evitare una nuova (e permanente) campagna elettorale, sono oggi rese finanche più valide dall’aggravarsi della prospettiva economica e della tensione sociale. Ma i partiti che sono al governo devono sapere che se continueranno a tradire quelle ragioni per un sondaggio si prenderanno sulle spalle una colpa che gli italiani non dimenticheranno; mettendo così a rischio, oltre che le sorti del Paese, anche le proprie. Nessuno dei partner di governo può davvero sperare di ergersi vincitore sulle macerie del governo. Ma per evitare il disastro bisogna che le cose cambino radicalmente, e subito. L’altro giorno la ministra Bellanova, reagendo con un tweet al comunicato di ArcelorMittal che annunciava il disimpegno da Taranto, ha chiesto che «il governo intervenga». Era una voce dal sen fuggita, ma utile a spiegare che cosa non va: i ministri e i rispettivi partiti devono ricordarsi che il governo sono loro, invece di parlarne in terza persona; e il presidente del Consiglio deve prendere nelle proprie mani quelle redini che già nella sua esperienza precedente gli sfuggirono. Non siamo sicuri che ne abbiano ancora il tempo: ma di certo ne hanno il dovere democratico.

Nel caldo ottobre romano del 2019 incontro Nicola Zingaretti nel suo luminoso ufficio dell’antico Collegio Nazareno, nel cuore della Roma politica. (…). Chiedo a Zingaretti perché abbia lanciato un’alleanza durevole e strategica con una forza così diversa in tutto dal Pd come il Movimento 5 Stelle. (…) «Per la verità io ho affermato che è riduttivo governare insieme l’Italia solo per paura di Matteo Salvini o per occupare poltrone; ed è necessario, invece, avviare un confronto sui contenuti e su una possibile visione del futuro. Se si governa insieme, si è alleati, non nemici». È facile l’integrazione con il M5S?, gli chiedo. «No, ma è di fondamentale importanza non viverla come esaltazione delle differenze, come è accaduto nel governo gialloverde. L’errore drammatico delle due vicepresidenze Salvini – Di Maio fu alimentare un gioco al massacro con la contemplazione e l’esaltazione delle differenze. Noi dobbiamo cambiare passo. Sulla maggioranza è ovvio che bisogna voltare pagina. Mi auguro una nuova solidarietà nella coalizione, che non può essere un campo di battaglia quotidiana. Questo offusca la bontà delle cose fatte e mina la credibilità di tutti». Zingaretti dà l’impressione di voler prendere per mano inquietudini e contraddizioni del M5S e accompagnarlo verso una definitiva scelta istituzionale. «La politica non è fatta di emoticon su Facebook in cui giudichi con il dito all’insù o all’ingiù. La politica è un giudizio». Per questo ha voluto un governo politico. «Mi avrebbe spaventato più un governo tecnico di quello che abbiamo fatto con i 5 Stelle. Io non ho mai votato per un governo tecnico. Per questo ho voluto un politico come Roberto Gualtieri all’Economia, perché al massimo della crisi occorre il massimo della politica». (…) Gualtieri ha firmato una legge di bilancio necessariamente povera e fatalmente controversa. («È povera, sì,» precisa il segretario del Pd «ma garantisce una maggiore equità grazie a una precisa scelta di campo»). Faccio osservare a Zingaretti le bizzarrie delle proposte di ennesima modifica della legge elettorale. La storia ci dice che vengono sempre fatte più contro qualcuno che per qualcosa. E, in genere, si ritorcono contro i proponenti. Per arginare Salvini, la sinistra valutò una legge completamente proporzionale: rappresentanza per tutti, governabilità complicata. Insorsero giustamente Romano Prodi e Walter Veltroni. Dopo la scissione di Renzi, che sarebbe stato ovviamente favorito dal proporzionale, ci fu una marcia indietro con il ritorno al maggioritario. Dunque? «Non c’è solo il tema Renzi», risponde Zingaretti. «Nel Pd esiste la cultura del maggioritario, ma è vero anche che questo sistema non ha garantito la stabilità del presidente del Consiglio. Soltanto Berlusconi (2001-2006) ha concluso una legislatura. Con la riduzione del numero di deputati e senatori il problema si è complicato perché, senza una revisione dei collegi, ci sarebbero in alcune aree partiti non rappresentati. Nelle regioni e nei comuni abbiamo un sistema maggioritario. I due paletti del Partito democratico sono, perciò, o un proporzionale con alta soglia di sbarramento o un maggioritario a doppio turno. Di Maio dice: “Vediamo in Parlamento”. Noi siamo disponibili». «Io rimango per il maggioritario, perché per questo ho combattuto», puntualizza Renzi. (…) «Tuttavia, oggi, non abbiamo i numeri per decidere da soli e, dunque, daremo una mano. Per noi andrebbe bene sia se proponessero un proporzionale con sbarramento del 5 per cento come in Germania sia un maggioritario con il ballottaggio al secondo turno. Se faranno altro, ascolteremo».

A Giuseppe Conte il compito di guardare negli occhi Laksshmi Mittal e Aditya Mittal e capire «quali sono le loro reali intenzioni». Appuntamento questa mattina alle 11, alla presenza dei ministri dello Sviluppo economico e del Sud Stefano Patuanelli, M5S, e Giuseppe Provenzano, Pd. Il premier pubblicamente indossa la maschera dura dell’avvocato pronto a tuffarsi in una causa giudiziaria per dimostrare che ArcelorMittal non aveva ragioni a supporto della sua volontà di recedere. Semplicemente perché lo scudo penale, evaporato lo scorso 23 ottobre dal decreto Salva imprese per volontà di una pattuglia di 5 Stelle irriducibili, non era previsto nel contratto sull’acciaieria ex Ilva. Ma a quel tavolo, oggi, se davvero una trattativa ci sarà, entrambi le parti dovranno essere disponibili a cedere qualcosa. E Conte avrà in mano una doppia offerta: la reintroduzione in forma più temperata e temporanea di una tutela legale, e la possibilità di condividere i costi di un mercato in affanno aiutando l’azienda sul lato dell’occupazione con una possibile cassa integrazione. Strumento al quale si riferisce implicitamente Patuanelli quando dice che «i cicli produttivi in flessione possono essere accompagnati con mezzi di sostegno, non licenziando le persone». Questi i paletti oltre i quali il divorzio con Arcelor sarà certo e doloroso. Ma se, come molti nel governo temono, la storia con i franco-indiani è ormai avviata sul viale del tramonto, l’Ilva tornerà nelle mani dello Stato. E nel Pd, dove l’angoscia di trovare una soluzione è al massimo grado, spunta pure l’idea di affidare la gestione ad un «supercommissario» come fu Enrico Bondi, che rimetta a posto i conti, completi il risanamento ambientale e nel frattempo cerchi una cordata disposta a rilevare l’azienda di qui a un anno. È uno sbocco, ipotizzato da uno dei ministri Dem che stanno gestendo la partita, e non escluso da chi, come il governatore pugliese Michele Emiliano, non vedrebbe male un ritorno alla gestione diretta dello Stato. Fonti del Mise però parlano di un’amministrazione straordinaria affidata, come previsto dalla legge, a tre commissari. Questo affanno alla ricerca di un piano B è sintomatico di un clima di passione in cui si sta vivendo alla vigilia dell’incontro clou. Il primo punto da chiarire è se serva reintrodurre lo scudo penale per i manager Ilva. In quel caso il governo è pronto a fare la sua parte: quando il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dice che uno Stato serio deve fare «qualunque cosa serva», si riferisce a questo. Un “lodo» di mediazione, in mano a Provenzano, prevede una norma per cui chiunque sia impegnato in un piano di risanamento ambientale, non può essere ritenuto responsabile di quanto fatto dai suoi predecessori. Il battello potrebbe essere il decreto fiscale all’esame della Camera o un nuovo decreto più vasto. Attorno al provvedimento si è già creata la calca con una polemica che investe la voglia di rivalsa di Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva ha smentito la notizia di lavorare a una cordata alternativa con in testa il colosso indiano dell’acciaio Jindal, nel cui Cda siede l’amico Marco Carrai, e che fu avversaria di Arcelor ai tempi della gara sull’Ilva. Ma Jindal sarà in Italia giovedì e potrebbe incontrare i commissari straordinari. La smentita di Renzi però è arrivata a seguito di quella di Cdp, tirata in ballo all’insaputa della società proprio dai renziani, e assieme al sostegno, inatteso in questa forma, a Conte: «Quando dice che Mittal deve onorare il contratto, noi stiamo con il premier». Solo se l’azienda accetterà di trattare, a quel punto l’alibi dell’immunità penale potrà essere tolto. Come? Maria Stella Gelmini ha fatto sapere che Forza Italia aveva già presentato un emendamento al Dl Fiscale alla Camera. Simile a quello con il quale Renzi punta a spogliare di ogni scusa l’azienda, presentato dalla deputata di Iv Raffaella Paita. Invotabili entrambi per i grillini, perché ripristinerebbero l’immunità bocciata a Palazzo Madama dalla fronda sfuggita a Luigi Di Maio. L’apertura di Patuanelli a una versione soft dello scudo si può spingere a una leggina che salvaguardi gli attuali concessionari «senza cedere a norme ad personam». Con il M5S in subbuglio e i numeri in bilico in Senato, Davide Faraone chiede alla Lega di votare l’emendamento dell’immunità. Il centrodestra è pronto a votarlo: supplirebbe ai voti mancanti tra i grillini ma fotograferebbe le divisioni della maggioranza.

In attesa che il premier Conte oggi incontri i vertici di Arcelor-Mittal per capire fino a che punto è seria l’intenzione di uscire dall’Ilva e spegnere l’impianto di Taranto, l’unica novità degna di nota è l’emergere di un partito trasversale anti-scudo penale, in grado di condizionare o di bloccare qualsiasi soluzione di compromesso il governo abbia intenzione di proporre. Al vertice di questo partito c’è l’ex-ministro grillino per il Sud Lezzi, che capeggia un sottogruppo di 17 senatori capaci di azzoppare qualsiasi maggioranza a Palazzo Madama ed è già riuscita a imporre a Di Maio la cancellazione dello scudo che il governo Conte 1 aveva previsto per gli attuali gestori dell’Ilva. Ma dietro i senatori pentastellati si muovono anche i parlamentari pugliesi del Pd, che, posti a scegliere tra i lavoratori dell’Ilva in procinto di perdere il posto di lavoro, e i cittadini di Taranto convinti di rischiare la vita per la mancata messa in sicurezza dello stabilimento, e il rimedio fin qui rinviato al problema dell’aumento delle polveri cancerogene liberate dalla lavorazione dell’acciaio, sceglierebbero senz’altro i secondi, pur consapevoli che il licenziamento dei primi farebbe esplodere quella che i sindacati chiamano una “bomba sociale”, oltre diecimila famiglie messe in mezzo alla strada. Contro questo partito si muovono Conte e, con la necessaria cautela visto il coinvolgimento di una parte del Pd, Zingaretti. La prima cosa da fare, ovviamente, è capire le reali intenzioni di Arcelor-Mittal, visto che i sindacati insistono a dire che quella dello scudo potrebbe anche essere una scusa, per evitare di affrontare il problema di gestire un impianto messo in difficoltà da una crisi del settore che vede una contrazione del 10% della domanda di acciaio, e la conseguente ipotetica riduzione dei posti di lavoro. Su questo piano, se si tratta cioè di predisporre strumenti di flessibilità che consentano ai vertici aziendali di ridisegnare il piano industriale, il governo potrebbe offrire qualche risorsa. Se invece Arcelor-Mittal si impunta sullo scudo, la reazione, a sentire Conte, potrebbe essere dura, visto che il contratto non lo prevede e Conte, per le ragioni appena dette, non è in condizioni di riproporlo.

Uno, due. Prima la lettera ai commissari straordinari con cui si annuncia l’intenzione di rescindere il contratto e poi, a distanza di poche ore, un atto di citazione presentato al Tribunale civile di Milano per chiedere il via libera al divorzio. ArcelorMittal non scherza: vuole regolare una volta per tutte i conti col governo. E se Conte e Patuanelli sostengono che «non ci sono i presupposti giuridici» per rompere, ArceloriMittal sostiene l’esatto contrario: non solo che l’accordo non è stato rispettato e va sciolto, ma che ci sono pure gli estremi per rivendicare i danni. Che è quello che i due Mittal, padre e figlio, Lakshmi e Aditya, spiegheranno questa mattina al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Saranno infatti loro in prima persona, in qualità di firmatari delle intese del 2018, a rispondere alla convocazione urgente del governo. Si rischia un muro contro muro, ma non è detto. La procedura avviata lunedì prevede infatti che gli impianti dell’ex Ilva (e quindi anche i 10.700 dipendenti presi in carico, compresi i 2 mila oggi in cig) vengano restituiti ai commissari entro il 3 dicembre. Insomma c’è tutto il tempo per trattare. Ma è chiaro che dopo l’ultimo sgambetto del Senato con cui è stato tolto ai manager di Arcelor lo scudo penale nonostante le assicurazioni date a suo tempo dal governo, i Mittal adesso facciano molta fatica a fidarsi di eventuali nuove promesse dell’esecutivo. Grandi avvocati in campo Per questo, intanto, mandano avanti le carte bollate mobilitando due grandi studi di diritto societario come Gianni Origoni Grippo Cappelli e Partners e Cleary Gottlieb. Sono ben sette i legali che firmano la chiamata in giudizio dell’Ilva in amministrazione straordinaria per conto di AcerlorMittal Italia. In 33 pagine (e 37 allegati) di esposto chiedono l’annullamento del contratto o in subordine «la risoluzione per impossibilità sopravvenuta» oppure «per dolo», o ancora «per inadempimento degli obblighi gravanti sulle concedenti» o per «eccessiva onerosità sopravvenuta». Le ragioni del divorzio sono le stesse riassunte poi nelle 6 pagine con cui l’ad di AMItalia Lucia Morselli il 4 novembre, esattamente il giorno dopo la fine delle tutele legali concesse in precedenza, ha comunicato ai commissari la volontà di rinunciare al contratto d’affitto dell’ex Ilva. E’ la questione dell’immunità a dare il là alla battaglia legale. «Come previsto nell’offerta vincolante definitiva e nell’articolo 25.9 del contratto, la protezione legale costituiva un presupposto essenziale su cui l’affittuario ha fatto esplicito affidamento e in mancanza del quale non avrebbe neppure accettato di partecipare all’operazione» scrive Morselli. Taranto a rischio paralisi La cancellazione dello scudo, viene poi sottolineato, «ha un impatto irrimediabilmente dirompente sul contratto perché, fra l’altro, comporta una modifica del Piano ambientale che rende non piú realizzabile il Piano industriale». Tanto più che «da quando hanno appreso che la protezione legale sarebbe stata eliminata – scrive ancora Morselli – numerosi responsabili operativi dell’area a caldo nello stabilimento di Taranto hanno affermato che si sarebbero rifiutati di lavorarvi per non rischiare di incorrere in responsabilità penale». Col risultato che a questo punto «è inevitabile

Se si compie l’immane sforzo di guardare al caso Ilva senza farsi distrarre dalle troppe e confuse voci della politica, la scena si presenta drammaticamente chiara. Un anno fa, Arcelor Mittal ha affittato per 18 mesi l’Ilva di Taranto con l’impegno di acquisirla il primo giugno prossimo, per un totale di 1,8 miliardi; contestualmente, il colosso siderurgico euroindiano s’è impegnato a investimenti ambientali (1,1 miliardi) e industriali (1,2). È stata una gara vinta al rialzo ad un prezzo non da saldo: «Hanno pagato una bicicletta usata al prezzo di una nuova», è il senno fuggito dal cuore d’un analista di lungo corso. Eppure, è apparso il migliore degli accordi possibili, ai lavoratori, ai signori dei palazzi romani come ai tecnici di Bruxelles, scesi in agosto per vedere l’aria che tira e quella che respiriamo, e rientrati a casa soddisfatti.

A dodici mesi dal passaggio di mano, Arcelor Mittal ha fatto saltare il tavolo. Con calma si può ragionare sulla possibilità che abbiano compiuto un passo più lungo della gamba con quella firma del 2018. Errore o no, si sono infilati in una posizione scomoda. I dazi americani li espongono sempre di più alla concorrenza asiatica e turca, mentre la domanda europea è in forte calo e, secondo le stime, lo sarà almeno per altri due trimestri.

L’intrigo del caso Ilva, complicato dalla mutabilità degli umori politici nazionali, ha finito per generare gran turbamento in Mittal & Co. Sempre che, come bisogna naturalmente ritenere sino a prova contraria, siano tutti in buona fede. Allora prendete dei non italiani e portateli nel paese dove gli italiani sono accampati da secoli. Poneteli di fronte a ogni sorta di alea e vincolo, ambientali e legali, poi industriali. Se siamo di qui, abbiamo ben presente come nelle amministrazioni pubbliche chi firma un pezzo di carta lo faccia col timore di finire indagato suo malgrado. E che un sindaco trascurato dalla magistratura sia un elefante bianco.

Lo scudo penale serviva a garantire il management dalle code delle precedenti gestioni. Se sono seri, i nuovi signori di Taranto devono aver pensato che dopo l’eliminazione in Parlamento non ne valesse più la pena. «Senza tutele non ci viene nessuno», concede un giurista che lavora col governo dove, come evidente, albergano anime differenti e contrastanti.

È un pasticcio con una sola soluzione accettabile: salvare il potenziale industriale rimasto della più grande fabbrica siderurgica d’Europa, dare un futuro a quasi ventimila lavoratori (indotto compreso), e assicurare la tutela della salute dei tarantini che rischiano di pagare il prezzo più alto e duraturo dello stallo. Per centrare questo obiettivo, ci sono due vie: ripristinare le condizioni per realizzare il piano Mittal, ribadendo lo scudo penale con tutti i suoi rischi, senza però riaprire la trattativa sui contenuti industriali; oppure rompere con gli euroindiani, buttandosi in una disputa giuridica complessa e potenzialmente costosa, trovando al contempo un nuovo socio (chi, a queste condizioni?) oppure ripubblicizzando profilati e affini (con quali soldi?).

Quale sia la risposta che si vorrà e riuscirà a dare, ce n’è un’altra che non si può rinviare. Nessun governo italiano ha fatto miracoli per l’industria nazionale e tantomeno per il Mezzogiorno. L’assistenzialismo è prevalso sulla strategia di sviluppo e la stagione gialloverde è apparsa più parca di successi del previsto. Nell’ultimo anno sono passati al Mise accordi annunciati come miracolosi – da Whirlpool a Pernigotti – che la realtà ha trasformato in beffa. L’Ilva è l’ennesimo brutale inciampo per una classe politica ondivaga e stonata. Rischia di innescare una crisi lunga e difficile, durante la quale non bisognerebbe dimenticarsi di chi produce, di chi lavora, di chi respira. Servirebbe una decisione presa nell’ambito di una strategia industriale seria e moderna, concertata, credibile e mantenuta nel tempo. Se non ci piace dove stiamo, esiste sempre la facoltà di cambiare posto. Siamo uomini, mica ciminiere.

Da tempo immemore, ormai, e ciclicamente, s’invoca il fatidico Centro politico, con la maiuscola. Che lo faccia la Chiesa o qualche sopravvissuto dc non importa, l’i mportante è che s’i ns eg ua l’Araba Fenice della moderazione a dispetto dei terribili sovversivi di oggi, alias populisti. Dunque, ieri, una delle vedove inconsolabili del Centro, Angelo Panebianco – sia detto con il massimo ossequio per la vasta dottrina politologica di cui è portatore – ha vergato l’ennesimo editoriale sul Corriere della Sera sul “ruolo chiave del Centro”, spingendosi a dire che senza Centro stavolta è a rischio persino la democrazia. E ancora una volta, il professore Panebianco, è incappato nell’errore più comune che si fa affrontando questo tema. Confondere, cioè, l’elettorato di centro con un eventuale partito di centro, vagheggiato e teorizzato in questi anni da una falange di moderati convinti ma poi delusi dall’esito finale (Monti e Montezemolo, Alfano e Verdini, Pezzotta e Pomicino, D’Antoni e Zecchino, Tabacci e Passera, Rutelli e Casini, e fermiamoci qui) . Per capire questa distinzione basta rileggersi ciò che scriveva il compianto Giovanni Sartori proprio sul Corsera ben tre lustri fa. Oggi siamo fermi sempre a quel punto. Non solo. Come si concilia la certezza di Panebianco, “il ruolo chiave del Centro”, con quello che sempre ieri rivela Ilvo Diamanti su Repubblica? Ovvero: il Centro sta scomparendo e vale solo il 10 per cento. Seguendo il metodo sartoriano, gli elettori di centro nella Seconda Repubblica hanno prediletto il bipolarismo, scegliendo più Berlusconi che il centrosinistra. E oggi che ritorna forte la questione, è consigliabile farsi anche un’a lt r a domanda realistica: a partire da Conte e Franceschini, questo governo quanto centro ingloba?

Il boss latitante Matteo Messina Denaro, per lui, è “il primo ministro”. Invece i giudici Falcone e Borsellino sono morti in “un incidente sul lavoro” e dedicare loro l’aeroporto di Palermo è rimestare “sempre la stessa merda”. La reazione più comoda alle allucinanti intercettazioni alla base dell’arresto per mafia di Antonello Nicosia, dirigente radicale e portaborse della deputata Pina Occhionero (appena passata da LeU a Italia Viva), è quella di prendersela con lui. Ma l’indirizzo è sbagliato: questo bel soggettino ha già scontato una condanna definitiva a 10 anni e 6 mesi per associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga e ora è indagato per associazione mafiosa, avendo usato visite e ispezioni nelle carceri accanto alla Occhionero per fare il postino dei messaggi tra i boss in cella (anche al 41-bis) e quelli fuori. Se è vero, come dicono gl’inquirenti, che è un mafioso doc, non c’è nulla di scandaloso se considera Messina Denaro il suo premier e Falcone e Borsellino due rompicoglioni che se la sono cercata. I mafiosi fanno il loro mestiere e lui lo faceva benissimo: sedeva nel Comitato nazionale dei Radicali italiani (i fedelissimi di Emma Bonino e Riccardo Magi usciti dal Partito radicale pannelliano di Rita Bernardini); teneva in una rubrica tv contro le “torture” inflitte ai poveri mafiosi; e si era infiltrato nelle istituzioni grazie a una parlamentare voltagabbana, che usava come un taxi per entrare e uscire dalle patrie galere e confabulare coi boss: la Occhionero, eletta nel partito più di sinistra e approdata in 18 mesi al renzismo, dopo aver persino progettato di passare a FI (anche lei fatica a distinguerla da Iv) e dopo aver rotto con Nicosia. Chi non fa il suo mestiere, almeno quello che si richiede in un Paese decente, sono i partiti senza filtro. Anzitutto LeU: possibile che quello fondato dall’ex procuratore antimafia Grasso non si sia accorto che la sua deputata si portava dietro come assistente parlamentare un pregiudicato per traffico di droga? La risposta è sì: è possibile. Perché la bella abitudine di chiedere il casellario giudiziale e l’esistenza di indagini a carico ai candidati e ai collaboratori ce l’hanno solo i famigerati 5Stelle. Gli altri no, per scansare i sospetti di “giustizialismo”. Ora vedremo se Renzi la metterà alla porta o se la terrà stretta. Dovrebbe bastargli il dialogo fra la cosiddetta onorevole e Nicosia, che la informa di aver scritto a un mafioso detenuto un messaggio su “un blocchetto di carta intestata della Camera”, per evitare che gli inquirenti lo controllino. E lei, anzichè denunciarlo e cacciarlo, gli dice “bravo!” e gli domanda se la carta intestata “gli è piaciuta”.

Però, in un comunicato tragicomico, la Occhionero spiega di aver ingaggiato Nicosia “in virtù del suo curriculum”, ma di avere rotto dopo “solo quattro mesi” perché “si spacciava per docente universitario e studioso dei diritti dei detenuti” e non era vero. Non certo perché fosse un ex detenuto per traffico di droga e la accompagnasse nei pellegrinaggi carcerari. Così lui –scrivono i pm – “sfruttando il baluardo dell’appartenenza politica, ha portato avanti l’ambizioso progetto di alleggerire il 41-bis o favorire la chiusura di istituti penitenziari giudicati inidonei a garantire un trattamento dignitoso ai reclusi”. Quanto ai radicali, per loro i precedenti penali han sempre fatto curriculum: non solo accettano, ma sollecitano l’iscrizione di detenuti, preferibilmente boss e terroristi al 41-bis. Tengono i congressi nei migliori penitenziari. Regalano pulpiti a sanguinari come Fioravanti e Mambro o a pregiudicati per mafia come Dell’Utri e Contrada. E, se qualcuno chiede che almeno paghino queste campagne invereconde coi loro soldi anziché con i nostri succhiati da Radio Radicale, è un attentato alla libertà di stampa. Ieri Marco Lillo ha chiamato la Bonino per sapere se intenda espellere dal Comitato nazionale il prode Nicosia e altri due illustri membri, Alessio Di Carlo che ascoltava i suoi insulti a Falcone e Borsellino senza fare un plissé, e Michele Capano, avvocato di boss a lui legato. Ma la madre della patria ha risposto che i radicali non espellono nessuno. Appunto. Lungi da noi sostenere che chi – i radicali, pezzi di sinistra e di destra –è contro il 41-bis, l’ergastolo, i pentiti e le altre armi anti-mafia è complice delle cosche. Ma spesso, dietro il “garantismo” all’italiana, si celano collusioni. Chi si presenta alle elezioni con lo stesso programma di Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, sa benissimo che riceverà i loro voti e i loro infiltrati. E, se vorrà evitarli, dovrà mettere all’i ngresso delle sedi robusti buttafuori per selezionare attentamente i nuovi arrivi. Nel 1987, dopo 40 anni di appoggio incondizionato alla Dc, Cosa Nostra decise di punirla per non aver fermato il maxiprocesso istruito dal pool di Falcone, Borsellino &C. Infatti Totò Riina ordinò ai suoi di votare radicali e socialisti, che avevano appena promosso lo sciagurato referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Poi, dal ’94, Cosa Nostra sostenne FI, avendo in comune il fondatore Dell’Utri e il programma sulla giustizia. Nel 2013 Pannella raccolse le firme (compresa quella del neopregiudicato B.) per abolire – fra l’altro – l’ergastolo, rendere ancor più intimidatoria la responsabilità civile delle toghe e limitare vieppiù la custodia cautelare: Giuseppe Graviano, in carcere, esultò per l’ideona e per la firma di B. Oggi, crollata FI, i clan si guardano intorno a caccia di chi lanci segnali d’apertura alle loro esigenze. Per esempio, chi plaude (o tace) alle scandalose sentenze anti-ergastolo ostativo della Cedu e della Consulta. Posizione legittima, ci mancherebbe, purché chi la tiene apra gli occhi sui voti e gli infiltrati mafiosi in arrivo. Non sollecitarli o rifiutarli (a parole) non basta: bisognerebbe proprio non meritarli.

Che succede se l’Ilva chiude? L’impatto negativo sull’economia nazionale sarebbe molto significativo: sono in ballo complessivamente cinquantamila posti di lavoro; fortissimo quello sulla Puglia: almeno il 3% del suo Pil: che valore, infatti, ha la produzione di acciaio aTarantoinbase,quantificataal piano industriale che ArcelorMittal si era impegnata a realizzare? E’ possibile rispondere con precisione a questa domanda, anche grazie ad un dettagliato studio di impatto realizzato dalla Svimez poco più di un anno fa. Sotto il profilodelle quantità, la produzione IlvadiTaranto e dei due impianti liguri (Genova eNovi) si dovrebbe attestare per iprimi anni a ottomilioni di tonnellate all’anno, pari apocopiù diun terzodi tutto l’acciaio realizzato in Italia,conunaprospettiva di aumento dopo il 2023conulteriori due tonnellate aTaranto. Si tratta dunquediuna quota rilevante diun importante settoredellamanifattura nazionale. Sotto il profilodegli investimenti, la nuovasocietà si era impegnata per 2,4 miliardi di euro, acui va aggiunto oltre unmiliardo di spesedestinate alla bonifica.Questi investimenti attiverebberoun valore economico complessivodi oltre 3miliardi di euro all’anno.Lamaggior parte di questo valore aggiunto sarebbenaturalmente localizzato inPuglia,per circa 2,3 miliardi.Per avere un terminedi paragone, siconsideriche ilPil di quella regionenel 2017 è pari a pocomeno di 70miliardi.Quindiparliamo,come solo effettodiretto degli investimenti nell’acciaieria tarantina, dicirca il 3% di quanto si realizza inPuglia ogni anno. Quasiunmiliardo diPil sarebbe a beneficio del resto delPaese: questo è moltosignificativo, perché le produzioni tarantine e liguri necessitanodi beni e servizi realizzati nel resto delPaese.Cioè diffondono i loro effetti sull’intero territorio nazionale.Naturalmente questi effetti siripetono ogni anno:nell’arcodiun quinquenniosi trattadi 15miliardi di euro,cioècirca l’1% dell’intera produzione annuale dell’Italia.Va ancheconsideratoche la solaPuglia oggi (2018) esporta acciaiopercirca mezzomiliardo di euro. Infine,sotto ilprofilo dell’occupazioneparliamoper la sola Pugliadicirca 20.000unità direttamentecollegati alla produzione, interne ed esterne allo stabilimento.Ma ad esse vanno aggiunte altre 11.000 unitànei beni e servizi indotti dalla siderurgia,come i trasporti o l’energia. Ilmaggiore reddito di questepersone si traducepoiunmigliore tenoredi vita e quindi inmaggiori acquistinell’intera economia regionale: la Svimez l’anno scorso quantificavaquesto effetto indotto incirca 11.000ulteriori postidi lavoro.Perdirla in altri termini, se l’Ilva chiudesse, la produzionecessasse e i dipendenti si trovassero senza stipendio, ilcostoper laPuglia sarebbe dipoco piùdi 42.000postidi lavoro; in una regione dove l’occupazione totale è dicirca unmilione e duecentomila unitàsignifica oltre il 3%.Agli effetti occupazionali inPuglia sonoda aggiungerequellinel resto delPaese, pocomenodi diecimila.Ancorauna voltaconuna stimadi largamassima diciamochesono in ballocirca cinquantamilaposti di lavoro in tutta Italia,sommando quellidiretti, indiretti e indotti.A questecifre vanaturalmente aggiunto ilcosto –non quantificabile mamolto grande –della scomparsa di grandecultura e tradizione industriale, con tutto quellocheciò significa perun territorio: la “dismissione” diBagnoli è lì a ricordarcelo. Epoi?Che succederebbe di tutti gli attualidipendenti?Quanti e quali ammortizzatori socialibisognerebbe mettere incampo?E quali effettisociali, culturali,psicologici avrebbe la presenzadimigliaia emigliaia di persone senza lavoro inun’area ristretta intorno aTaranto?E quanto costerebbe alle cassepubbliche, ancora, lamanutenzione e auspicabilmente la progressiva bonificadell’immenso territorio oggi copertodall’acciaieria? Quantidecenni sarebberonecessari? Tutte domandeche trovano facilmente risposte assai preoccupanti, checonvergono inuna semplice valutazione finale.L’Italianon può permettersi, danessunpunto di vista, uncollasso industrialecome la chiusuradel siderurgico tarantino.

Infuriato è dire poco. Per Carlo calenda, ex ministro dello Sviluppo, siamo di fronte ad un Vajont annunciato: tutti sapevano che ci saremmo fatti molto male ma nessuno ha agito. Oggi Calenda è europarlamentare di Siamo Europei, ma l’ex ministro dello Sviluppo che preparò l’ingresso di Arcelor in Ilva, benedetto poi nell’estate del 2018 dal suo successore al Mise il pentastellato Luigi Di Maio, non è tipo da contenersi e attacca a testabassa. Chi sta facendo scappare Arcelor? «La colpa principale ricade sul Pd esuRenzi». Ma sono stati i senatori dei 5Stelle a imporre la retromarcia sull’immunità per i gestori attualidell’acciaieria. «No. Pd e Renzi in Parlamento hanno voluto compiacere il gruppo dei senatori 5Stelle vicino all’ex ministro del Sud, Barbara Lezzi. Altrimenti la proposta dei 5Stelle non sarebbe neanche nata. La verità è drammatica: ci stiamo giocando la più grande acciaieria d’Europa per compiacere la Lezzi. Non condivido la politica dei 5Stelle ma quello che non posso concepire è che Pd e Italia Viva consentano la creazione di casi come questo e magari ci sguazzino dentro. Non è politica questa siamo ai giochini fini a se stessi che però fanno danni enormi». Chiudiamo la parte politica: lei attacca Pd e Renzi più dei 5Stelle.Non crededi fareun favorea Salvini? «So benissimo che la politica economica di Salvini sarebbe peggiore. Ma chi è causa del suo mal pianga se stesso. Non sono io ma Renzi che passa il tempo a bombardare Palazzo Chigi. Così la destra cresce come era stato ampiamente previsto. Pd e Italia Viva stanno giocando con il fuoco e danno spazio alle follie 5Stelle. La verità è che devono andarseneacasasenzaperdere tempo». Ma è giusto scudare gli amministratori dell’Ilva dall’azione dellamagistratura? «Attenzione. Lo scudo vale per il passato ed era stato concesso anche ai commissari. I dirigenti di Arcelordevono seguireunpiano di risanamento concordato col governo e se non lo facessero sono sottoposti all’azione dellamagistratura come tutti. Non per il passatoperòperchéaltrimenti la magistratura fa chiudere tutto in tresecondi». Però il problema salute esiste a Taranto. «A Taranto stanno sigillando i parchiminerari, cioè i depositi di carbone le cui polveri creano problemi quando tira il vento. Si tratta di un investimento gigantesco destinato a coprire i parchi con unacostruzione alta come il grattacielo Unicredit e larga quanto 80 campi di calcio. Alla fine del piano Taranto sarà l’acciaieria piùpulitad’Europa». Sechiude l’Ilva cosasuccede? «Sei cose. Il Pil italiano perde di botto l’1%. Poimettiamo sul lastrico oltre 20.000 famiglie. Il Sud perde un investimento enorme da oltre 4 miliardi di euro proprio mentre torna in recessione come ci ha appena ricordato lo Svimez. Facciamo un enorme favore ai produttori tedeschi o indiani o cinesi di acciaio che tra l’altro lo producono in condizioni ambientalimolto peggiori dellenostra. Inoltre noi che utilizziamo grandi quantità d’acciaio per la produzione di macchinari di cui siamo leader nel mondo ci metteremmo nellamani di fornitori stranieri. Stiamo mettendo a rischio gran parte dell’industria italiana. E’ inconcepibile». Mancauna delle sei conseguenze. «La più importante. L’Italia ci starimettendo la faccia in tutto il mondo perché dimostra che non è capace di mantenere un impegno assunto conuna grande investitore». Edunque? «In Italia 1,5milioni di persone lavorano per multinazionali straniere. Vogliamo che se ne vadano? Guardate che a distruggere la reputazione di un Paese si fa presto, le conseguenze poi durano per decenni. Ma chi verrà più a investire da noi dopo un voltafacciadel genere?». Ma dove sta la razionalità di questescelte? «Non c’è alcuna razionalità. Questa vicenda è figlia dell’irresponsabilità di chi non ha la più pallida idea di cosa sia una fabbrica, dell’importanza dell’industria nellosviluppodei territori edella qualità della vita delle persone. Ma su questo fenomeno poi si tessono giochini politici da quattro soldi che portano a idee assurde come quella della plastic tax che devono subito essere rimodulate tanto sono controproducenti sia fiscalmente quanto politicamente.Lo ripetoquesto governosene vada acasa». C’è modo di recuperare Arcelor? «Non ho contatti diretti. Io spero che intervenga Conte senza perdereunminuto». Altrimenti? «Altrimenti c’è la nazionalizzazione. Che piacerebbe a tanti in Parlamento.Ma per via degli aiuti di Stato non credo che l’Ue la consentirà. Io spero solo che non si ripieghi sulmodello Alitalia dove dopo aver buttato via tanti soldi si sta tornando all’ipotesi di Lufthansa». Certo cheArcelor… «Arcelor aveva annunciato quello che sta facendo. Sono le nostre follie che paradossalmente le tolgono le castagne dal fuoco. QuandoArcelor, leadermondiale, fece l’offerta per Taranto il mercato dell’acciaio andava benissimo e quindi avevamo potuto ottenere buone condizioni come governo. Adesso ilmercato è in crisi. E noi abbiamo trovato il modo per aprirle la porta d’uscita. Non mi capacito di come si possa deindustrializzare con tanta leggerezza».