Non c’è stato niente da fare. Né l’indignazione dell’opinione mondiale. Né l’incomprensione dei militari, dei diplomatici, dei rappresentanti democratici e repubblicani americani. Né, in Francia, il presidente Macron, che ha ricevuto, all’Eliseo, qualche ora prima dell’attacco, martedì sera, una delegazione venuta dal Kurdistan siriano alla quale ha ribadito la solidarietà della Francia. Neppure lui, il presidente Macron, ha potuto qualcosa e credo di sapere da tempo che dispiega un’energia considerevole per far ragionare un Trump ignorante, accecato e che, alle critiche provenienti da tutte le parti, ha risposto con questo tweet surreale: «Nostri alleati i curdi? Da quanto ne so, non erano lì, 70 anni fa, sulle spiagge della Normandia!». L’impensabile è avvenuto. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha lanciato, mercoledì 9 ottobre, alla fine del pomeriggio, la sua offensiva contro il Kurdistan siriano. Quest’uomo che fu, durante gli anni della guerra contro l’Isis, il «traghettatore capo» di migliaia di jihadisti, che raggiungevano il Califfato via Turchia, quest’uomo i cui servizi segreti si sono adoperati, tre anni fa, durante la battaglia di Kobane, come testimoniano innumerevoli foto satellitari apparse nella stampa turca e internazionale, a far passare armi e rinforzi a destinazione dell’Isis, che tentava di conservare la città, quest’uomo, dunque, comincia a bombardare questi curdi siriani che furono, negli stessi anni, con i Peshmerga del Kurdistan iracheno, i resistenti più determinati allo stesso Isis. E l’ha fatto con il consenso di Donald Trump, che si era preso cura di annunciare, qualche ora prima, che dava il via libera all’operazione, che iniziava il ritiro dei suoi duemila uomini delle forze speciali, ridistribuiti lontano da quel fronte, e che non aveva niente a che fare con questa diatriba fra i democratici curdi e un neosultano, che invece è l’amico, in tutto il mondo, dei Fratelli musulmani. I loro scudi protettivi Non ci ricordiamo di aver visto, negli anni recenti, un caso simile di slealtà e di tradimento. Mai le democrazie hanno tradito così senza vergogna quelle e quelli che erano i loro scudi protettivi, le loro sentinelle, i loro rappresentanti, per non dire tappabuchi, sul posto. Mai, tra l’altro, si sono confrontate a casi catastrofici come quello di un membro della Nato, che aggredisce un popolo libero in dispregio di tutti i principi e valori, di cui lui è cofirmatario. Se il conflitto si allarga Una questione, diciamolo en passant, per quanto pazza possa sembrare, si pone inevitabilmente, quella di sapere cosa dovrebbero fare, se il conflitto si aggravasse e se i curdi resistessero o si trovassero altri alleati, i Paesi che, come l’Italia, la Francia o altri, sono legati a questa Turchia assassina da un trattato (proprio la Nato) in buona e debita forma. E sono tutte le conquiste della guerra anti-Isis, sono tutti i frutti di questa lunga lotta che americani, europei, curdi di Siria e d’Iraq hanno condotto e vinto insieme, fianco a fianco, che, d’un tratto, vanno oggi in frantumi. L’Europa accetterà il fatto compiuto? Ci renderemo complici dell’abbandono senza precedenti di un popolo amico e in lotta per la nostra libertà? Come reagire alle notizie sempre più inquietanti che ci arrivano da fonti in loco: come questa prigione dove i curdi tenevano prigionieri degli jihadisti pericolosi e che venerdì i turchi hanno bombardato? O un’altra sulla quale i carcerieri curdi hanno dovuto allentare la sorveglianza per andare in prima linea e tenere testa all’aggressione? E siamo alla vigilia di una liberazione forzata, di un’operazione per rimettere in libertà nella natura e disseminare tutti questi combattenti partiti a battersi sotto la bandiera nera, che i curdi avevano neutralizzato ma ai quali i turchi, che ci piaccia o no, stanno rendendo la loro libertà di movimento? La slealtà senza speranza C’è una slealtà senza speranza. Nessuno sa, in questa parte del mondo, dove la fedeltà alla parola data, in particolare ai suoi alleati e amici, conta così tanto, cosa varrà ancora la parola americana e, più in generale, occidentale. E sembra proprio che, facendo ai turchi, ai russi, agli iraniani, le cui ambizioni regionali non sono un mistero per nessuno, ai nostalgici del Califfato, sempre in agguato, e ai cinesi questo regalo inaspettato, Donald Trump abbia rovinato, con un azzardo, tutta la strategia americana nella regione. Ci ricordiamo delle parole di Talleyrand a Napoleone al momento dell’assassinio del duca di Enghien: «È stato peggio di un crimine, è stato un errore». Si ha voglia di fronte a queste allucinanti codardie e voltafaccia, di fronte a questa vetta di cinismo e di debolezza, di esclamare: «Peggio ancora di un crimine o di uno sbaglio, si tratta di un suicidio».

Mai contestazione è stata più gradita. Un pugno di ragazzi entra nell’anfiteatro della Mostra d’Oltremare sventolando uno striscione per chiedere di fermare la vendita delle armi alla Turchia. Luigi Di Maio è sul palco e per un attimo torna a indossare la marsina da ministro degli Esteri: «Avete ragione». E poiché siamo pur sempre a una festa del M5S, la scenografia, anche nell’improvvisazione, ha le sue esigenze. Di Maio scippa lo slogan ai contestatori, lo trasforma in un coro, tutti lo seguono. «Basta armi alla Turchia…», così l’Italia, in diretta da Napoli, annuncia la sua adesione al boicottaggio contro Erdogan. Inizia l’Olanda, poi la Norvegia, la Finlandia. Ma è quando si muove la Germania, che la nostra politica comincia a sentire il bisogno di una presa di posizione. Per tutto il giorno la sinistra incalza il governo. Arrivano i Verdi e Leu, ma prima c’è il tweet di Nicola Zingaretti: «Bisogna fermare l’invasione da parte della Turchia, siamo al fianco del popolo curdo. Mobilitiamoci in tutte le città. E il governo valuti subito il blocco delle esportazioni delle armi». Due giorni fa è stata la senatrice Monica Cirinnà la prima nel Pd a chiederlo, rilanciando l’appello della Rete per il disarmo. Ma dal governo – da Palazzo Chigi come dalla Farnesina – nessuno ha fiatato. La prudenza ha regnato per due giorni. Perché, come spiegano fonti vicine al presidente del Consiglio, Ankara è uno dei partner commerciali principali dell’Italia e soprattutto è un attore fondamentale per la crisi libica. Durante il summit Onu di fine settembre a New York, il bilaterale con Erdogan di Giuseppe Conte è servito a capire il grado di coinvolgimento possibile in una strategia che vede i turchi come possibili alleati contro l’escalation militare di Haftar, e per una soluzione pacifica che ancora non ha conquistato il sostegno degli Stati Uniti. Ma il numero dei morti che sale al confine siriano e lo strazio di un’altra guerra lampo alle porte dell’Europa travolgono ogni cautela diplomatica. La Francia è stata la prima a spingere l’Ue verso le sanzioni, ma nella triangolazione degli interessi sulla Libia è rimasta più vicina ad Haftar, e per questo è più alleggerita dalle responsabilità nei confronti di Erdogan. La sospensione sulle armi da parte di Parigi è una conseguenza logica che arriva mentre Di Maio da Napoli chiede una strategia comunitaria: «Lunedì al mio primo Consiglio europeo dei ministri degli Esteri chiederò che l’intera Unione europea blocchi la vendita delle armi». Si percepisce la volontà di non rimanere isolati, di non avvantaggiare altri possibili fornitori che approfitterebbero della frattura. La Turchia è il terzo Paese al mondo verso cui l’Italia esporta armi dopo Qatar e Pakistan. Secondo l’Uama, l’Unità per le autorizzazioni dei materiali da armamento, nel 2018 il peso dell’export è stato di 362,3 milioni di euro, circa 100 milioni in più dell’anno precedente, il doppio rispetto al 2016. Parliamo di missili, munizioni, aerei, bombe. «Con me sfondate una porta aperta», ripete Di Maio ai contestatori. È vero infatti che il M5S è sempre stato in prima linea nella battaglia alle lobby delle armi, soprattutto se dirette coinvolti Paesi coinvolti in guerre. Il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano ha più volte annunciato un provvedimento simile contro l’Arabia Saudita, che secondo diverse inchieste avrebbe utilizzato ordigni prodotti in Italia per i bombardamenti in Yemen. Anche la Turchia usa armamentari Made in Italy e adesso offre ai grillini l’occasione di riprendere in mano obiettivi politici che erano rimasti sommersi nei compromessi di governo. In questo modo il governo resta allineato all’Europa, parla con la stessa voce di Francia e Germania, e dà al presidente della Repubblica Sergio Mattarella uno strumento di pressione da usare nel suo imminente viaggio a Washington quando sarà a colloquio con il presidente americano Donald Trump. «Erdogan sappia – chiude il premier Conte – che non accetteremo ricatti. Nessuno li accetterà».

I bombardamenti dell’esercito turco sfiorano una postazione dei corpi speciali statunitensi nell’estremo nord della Siria causandone l’immediata evacuazione e spingendo Donald Trump ad attivare una serie di procedure volte a prevenire la deriva bellica di Recep Tayyip Erdoğan. Mentre Vladimir Putin invoca il ritiro di tutte le forze straniere presenti «illegalmente» sul territorio siriano. Venerdì, intorno alle 21 (le 20 in Italia), l’artiglieria di Ankara ha preso di mira un’area in prossimità dell’avamposto Usa sulla collina di Mashtenour, non lontano dalla città martire di Kobane, nella zona siriana che si trova sotto il controllo delle forze curde. Nella base si trovavano unità scelte Usa (tra alcune decine a un centinaio) e – sembra – francesi, le stesse che hanno coadiuvato le Forze democratiche siriane (composte da curdi, arabi sunniti e cristiani) nella guerra contro lo Stato islamico. Anziché rispondere al fuoco, i militari hanno avuto l’ordine di lasciare la base temporaneamente e in via cautelare, come riferisce un funzionario del Pentagono. Ankara assicura che nessuna postazione americana è stata presa di mira dalle sue forze impegnate nell’operazione “Fonte di pace”, ma un comunicato della Difesa Usa ribadisce come «l’esplosione è avvenuta a poche centinaia di metri da una posizione al di fuori della “zona del meccanismo di sicurezza” e in un’area conosciuta dai turchi per la presenza di unità Usa». Il Pentagono mette in guardia il sultano dall’evitare azioni che possano tradursi in un’immediata azione di difesa americana, e ribadisce la propria opposizione a ogni operazione che avvenga al di fuori delle zone cuscinetto. Le stesse che blindati di Washington e Ankara pattugliavano congiuntamente sino a qualche giorno fa per impedire incidenti come la violenta entrata dell’armata turca, all’inizio del 2018, ad Afrin (Operazione ramoscello d’ulivo). La storia si ripete e questa volta con la (forse involontaria) complicità di Trump che, annunciando di ritirarsi (e disinteressarsi) di una «guerra durata troppo», ha di fatto da to luce verde alla controversa operazione antiterrorismo di Erdogan, salvo ripensarci una volta preso atto del rischio «escalation». Ripensamento che mette in difficoltà le stesse forze sul campo, come dimostra il militare americano che rivela a Fox News come «sia vergognoso» assistere alla mattanza di chi sino a poco tempo fa era alleato nella lotta al terrorismo. Trump conferisce mandato al Tesoro di predisporre le opportune sanzioni nei confronti della Turchia in caso la situazione sfugga di mano, non fissando, tuttavia, una scadenza precisa per l’attuazione. Le contromosse Usa potrebbero giungere anche sul terreno, con la mobilitazione di forze tra le tremila che il Pentagono è pronto a inviare in Medio Oriente. E dai cieli visto che lo spazio aereo dal quale i caccia di Ankara martellano le postazioni curde è lo stesso pattugliato da jet Usa a est dell’Eufrate (a ovest i russi) nell’ambito dell’operazione anti-terrorismo «Inherent Resolve» attivata nell’ottobre del 2014. Tutte le truppe straniere presenti «illegalmente» in Siria devono andare via, afferma il presidente Putin, forte del fatto che la presenza di quelle russe è «legittimata» dal governo di Damasco. Chiara anche la presa di posizione della Lega Araba che riduce i rapporti con Ankara: «L’aggressione turca alla Siria costituisce una minaccia diretta per la sicurezza nazionale araba, così come per la pace e la sicurezza internazionali».

L’attacco turco «fa risorgere l’Isis». E i curdi non si sentono più «responsabili della sorveglianza» dei jihadisti prigionieri. L’avvertimento del comandante delle Forze democratiche siriane Redur Khalil arriva mentre la prima città del Rojava, Ras al-Ayn, è ormai perduta e persino soldati statunitensi sono finiti sotto il fuoco dell’artiglieria di Ankara. Stati Uniti ed Europa devono fare qualcosa, o la bomba Isis gli esploderà in mano. A cinque giorni dell’inizio delle operazioni di terra da parte della Turchia e degli alleati arabi, lo Stato islamico ha rialzato la testa, in uno stile che ricorda l’insorgenza irachena. Attacchi alle prigioni per liberare i combattenti e ingrossare le file delle cellule clandestine. Con l’obiettivo di ricreare un’armata in grado di prendere il controllo del territorio. Lo ammettono anche gli ufficiali americani. La lotta contro l’Isis è «finita». Un ufficiale curdo ha confermato, in quanto «gli Usa non possono agire senza le Sdf al loro fianco sul terreno». Un concetto che è stato ribadito ieri dal comandante Khalil. «Ci sentiamo traditi e dobbiamo combattere su due fronti, uno contro l’Isis e l’altro con la Turchia. Mantenere la sicurezza nelle prigioni dell’Isis non è più la nostra priorità. Il mondo si può occupare del problema Isis se davvero lo vuole». Ancora più duro il generale Mazloum Kobani: «Gli Usa ci hanno venduti, lasciati soli, al massacro». Tanto che è pronto a chiedere protezione ai russi, una loro «no fly zone». In queste condizioni è impossibile sorvegliare le 20 prigioni dove sono tenuti i 1500 jihadisti più pericolosi, su un totale di 12 mila. In quella di Qamishlo la fuga è già cominciata. È stata colpita da una bomba, e almeno cinque prigionieri dell’Isis sono riusciti a uscire dalla breccia nel muro di cinta. Un’altra, a Hasakah, dove i detenuti sono alcune centinaia, è stata presa di mira da un’autobomba dei jihadisti, che ha innescato una rivolta interna. Sono due centri che custodiscono soggetti pericolosi, come il foreign fighter francese Adrian Guihal, che fonti locali, finora non confermate in Francia, danno già in fuga. Guihal è responsabile dell’organizzazione degli attentati a Magnanville, due agenti francesi uccisi, e di Nizza, 87 vittime. A rischio evasione è invece lo svizzero Damien Grivat, uno dei coordinatori dei massacri di Parigi del 12 novembre 2015. La situazione è al limite nel campo di Al-Hol, con 10 mila jihadisti di caratura minore e 58 mila civili, moltissime vedove di combattenti morti. Fra loro ci sono anche Mylène Facre e Dorothée Maquère, vedove dei fratelli Clain. Le irriducibili conducono una guerriglia strisciante dentro il campo, sul punto di esplodere. Il caos è tale che nella tarda serata di venerdì colpi di artiglieria turca sono finiti a 200 metri dalla base Usa di Kobane i militari dell’avamposto sono stati sfiorati. Ankara ha poi spiegato di aver preso di mira i mortai curdi che colpivano una caserma della polizia oltre la frontiera. Le tensioni con l’America sono però sempre più forti. Senza una no fly zone il tempo gioca a favore dello Stato islamico. Le difese curde, impossibilitate a contrastare i raid aerei in un terreno piatto, privo di ostacoli naturali, cedono. Ieri i miliziani arabi alleati della Turchia hanno preso Ras al-Ayn. I curdi sostengono che il centro è ancora in mano a loro, ma sono circondati. I miliziani jihadisti di Ahrar al-Sharqiya hanno poi fatto un puntata fino all’autostrada M4, che attraversa tutto il Rojava. Sono stati respinti dopo due ore, ma nel frattempo hanno ucciso a sangue freddo sei civili. Fra loro ci sarebbe anche una nota esponente della leadership curdo-siriana, Hevrin Khalaf. I raid hanno causato perdite pesanti fra i guerriglieri. Il ministero della Difesa di Ankara sostiene che sono 415 i “terroristi neutralizzati”. Per l’Osservatorio: siriano dei diritti umani il bilancio è di 74 guerriglieri uccisi, 49 miliziani arabi, 5 soldati turchi.

Il rapporto di Unioncamere sulla fame di laureati del nostro sistema economico, con il deprimente scenario che quota tra 160 e 230 mila i ruoli qualificati potenzialmente scoperti nei prossimi cinque anni, smentisce una serie di luoghi comuni largamente diffusi nel Paese: la laurea serve a poco. Non garantisce un lavoro o un reddito decente. All’Italia servono più falegnami e idraulici, meno studenti di economia e discipline sociali (e figuriamoci di filosofia). È un filone di pensiero che nel lunghissimo tunnel della crisi si è fatto pervasivo, anche attraverso i giudizi di imprenditori italiani e internazionali di gran successo mediatico. Da Fulvio Briatore a Elon Musk, la critica alla formazione universitaria è stata il perno di molti ragionamenti sul tardivo ingresso dei ragazzi nel mondo della produzione, insieme all’esaltazione di percorsi più semplici e immediati finalizzati al lavoro manuale. Ma non solo: serie cinematografiche popolarissime come «Smetto quando voglio», con la sua galleria di latinisti e biochimici ridotti a fare i benzinai o gli sfasciacarrozze, hanno incardinato nell’immaginario collettivo l’idea della laurea come inutile impegno, o peggio aspirazione da perdenti. Ora i dati ci dicono l’esatto contrario: non abbiamo troppi laureati, ne abbiamo troppo pochi. Il polmone dello sviluppo, cioè chi studia, inventa, coltiva competenze e ambizioni, è in affanno e rischia di smettere di respirare senza un cambio di direzione. Il calo delle immatricolazioni registrato dal 2017 fa prevedere un rapido ed enorme scostamento tra domanda e offerta non solo nei celebrati settori dell’area economico-statistica ma anche nel bistrattato comparto umanistico: insegnanti, laureati in letteratura, lingue, scienze motorie. Ci serviranno architetti, medici, geologi, a migliaia, e non li avremo. Ci serviranno medici e odontoiatri: dovremo cercarli altrove. Ci serviranno persino 71 mila laureati in Giurisprudenza, la facoltà spesso definita come la più affollata e professionalmente improduttiva. Non troveremo neanche loro. Oltre ogni ragionamento tecnico sull’insufficienza del nostro sistema universitario, sui suoi costi, sul disinteresse per chi abbandona, sul numero chiuso che porta all’estero migliaia di diciottenni, è chiaro che serve un’inversione di tendenza culturale. L’Italia deve recuperare l’idea che lo studio universitario costituisca un’ambizione da incoraggiare, che valga la pena per le famiglie e i ragazzi investire in quella direzione tempo e denaro. Che la fatica sui libri vada socialmente sostenuta perché, come diceva Antonio Gramsci, è già «un mestiere e un tirocinio»: non una perdita di tempo. Lo scetticismo sull’importanza di «fare l’università» ha accomunato negli ultimi tempi sia la destra sia la sinistra, come dimostrano le molte e infelici citazioni sull’inutilità dei curriculum («Meglio giocare a calcetto»), sulla futilità degli sforzi per raggiungere il 110 agli esami, sulla cultura che non si mangia o sulla superiore furbizia di chi a sedici anni sceglie il professionale ammettendo che alla laurea forse non arriverà mai. Ecco, magari anche in politica sarebbe il momento di cambiare narrazione, alimentando nei nostri figli sogni e autostima anziché depressione e sfiducia. Fra l’altro, la svalutazione dell’importanza degli studi universitari non ha portato a un significativo aumento della propensione a scegliere i celebrati lavori manuali. Non abbiamo più falegnami o idraulici, ma il triste record europeo dei Neet, i giovani che non studiano e non lavorano: qualcosa di sbagliato deve esserci per forza, è ora di occuparsene.

I giganti digitali della Silicon Valley dominano l’economia globale ma la loro onnipotenza sui mercati e nell’innovazione è minacciata da una raffica di sfide tecnologiche, battaglie normative, attacchi politici, dazi commerciali e trasformazioni del web di entità tale da far prevedere che nel 2020 saranno al centro di uno scontro che ne minaccia la leadership. Sul fronte della tecnologia, a 12 anni dal debutto dell’iPhone almeno 4 miliardi di persone ne possiedono uno ma la crescita del mercato sta rallentando perché la sfida ora è su quale prodotto li supererà: saranno orologi, automobili, assistenti elettronici o robot da indossare a fare telefonate, inviare messaggi ed eseguire pagamenti? Il successo delle microtecnologie – come quelle che si inseriscono nelle orecchie – fanno intuire che gli smartphone di Apple e Huawei sono già sulla difensiva. Per non parlare di Google perché i disordinati risultati delle sue ricerche eseguite sul web – oggi quasi un monopolio – sembrano pratiche preistoriche davanti ai primi programmi di Intelligenza artificiale che consentono indagini personalizzate e raffinate, in tempo reale, di testi, immagini e video, in qualsiasi lingua, fornendo esiti ordinati secondo le preferenze desiderate. Poi ci sono le battaglie normative: Facebook, Google, Amazon e Apple si trovano ad affrontare nel complesso 12 mega indagini da parte di Dipartimento di Giustizia, Congresso di Washington e «Federal Trade Commission» (l’Autorità Usa che tutela i consumatori) che riguardano soprattutto concorrenza e privacy ma anche – nel caso di Facebook – acquisizioni e criptovalute. Ciò significa che i «Big Tech» dovranno difendersi nei prossimi mesi da un’offensiva delle autorità regolatorie Usa senza precedenti, destinata a modificare radicalmente norme, consumi e profitti. Anche perché alle spalle di tali iniziative c’è un crescente consenso del grande pubblico: tutti i 50 Stati Usa hanno aperto indagini su Google per violazione delle regole dell’Antitrust; candidati democratici alla Casa Bianca come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren invocano apertamente lo smembramento di Facebook e Google; senatori repubblicani come Josh Hawley, del Montana, chiedono di «porre fine all’immunità delle piattaforme» perché «i loro contenuti spesso non sono affatto neutrali». Nell’Unione Europea l’atmosfera è analoga, come suggeriscono tanto la volontà della nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen di varare la web tax entro un anno che la recente decisione del Parlamento europeo di approvare la tutela del copyright con una direttiva che diventerà legge entro 24 mesi in tutti gli Stati membri. Insomma, Usa e Ue vanno nella stessa direzione: il Far West digitale deve finire e chi lo domina deve sottomettersi a regole che difendano il mercato ed i consumatori. E ancora: la guerra dei dazi Usa-Cina è destinata a investire la produzione degli smartphone – la quasi totalità è prodotta nella Repubblica popolare – come dimostrano le reiterate richieste della Casa Bianca di Donald Trump ad Apple di «riportare tutta la manifattura negli Stati Uniti». La prima avvisaglia del cambiamento viene da Google che sta cercando in Vietnam fornitori elettronici alternativi a quelli cinesi. E come se non bastasse, c’è il processo di frammentazione del web che mina alla base il dominio digitale delle «Big Tech» perché dopo la scelta della Cina di dotarsi di un formidabile sistema di firewall cyber capace di isolarla dal resto del web anche Russia e India stanno andando – in maniera differente – nella stessa direzione, seguite a debita distanza da una pattuglia di nazioni in Africa e Asia determinate a usare la censura del web a fini politici in maniera efficiente come già riesce a Nord Corea ed Iran. La somma di tali scenari vede i giganti digitali della Silicon Valley sotto assedio da parte di nuove tecnologie, norme più rigide, cause legali imponenti, tariffe commerciali e una ridefinizione del cyberspazio. Può essere la genesi di uno scontro globale che segnerà il nuovo anno come anche di una nuova fase di sviluppo dell’innovazione, verso nuove avveniristiche destinazioni. Destinate ad avere un impatto sulla qualità della vita della popolazione del Pianeta.

Un eventuale embargo europeo alle vendite di armi per la Turchia non avrebbe grande effetto sull’invasione della Siria. Da tempo Erdogan ha incentivato l’industria bellica, sovvenzionando aziende guidate da fedelissimi e persino da familiari, che producono e addirittura esportano mezzi hi-tech: navi, tank, semoventi, artiglieria e missili oltre a ogni tipo di munizione. Anche una parte degli aiuti Ue frutto dell’accordo per fermare le partenze dei profughi è stata destinata direttamente alla costruzione di un centinaio di veicoli blindati con sofisticati sistemi di sorveglianza, inclusi apparati automatici per individuare ed eliminare i cecchini. Formalmente dovrebbero servire per il controllo delle frontiere, mentre si sospetta che abbiano un ruolo attivo negli scontri in Siria. In passato Ankara ha fatto incetta di armamenti dismessi da Olanda e Germania, comprando i carri Leopard II e i cingolati Ifv che in queste ore avanzano sparando nelle zone curde. Ma oggi il Sultano cerca in Europa soprattutto tecnologia: come quella che gli permette di realizzare in Turchia gli elicotteri da combattimento Mangusta grazie al contratto con il gruppo Leonardo. I Mangusta sono velivoli potenti, già impiegati negli scorsi anni nei raid contro le formazioni curde all’interno del territorio nazionale: lo stop alla fornitura di ricambi dall’Italia potrebbe sul lungo periodo impedirne l’uso. Di sicuro, però, un’intesa a Bruxelles sul divieto di export militare rappresenterebbe un importante segnale politico nei confronti di Ankara. E sarebbe il primo passo verso una politica comune in materia: più volte i Paesi europei hanno fatto a gara, in concorrenza l’un l’altro, per rifornire gli arsenali dei dittatori, da Saddam a Gheddafi. E spesso ciascun governo ha sfruttato i vincoli posti da un altro per incrementare i propri affari: Francia, Gran Bretagna, Italia, Svezia, Germania, Belgio, Spagna si sono sfidate nell’offrire caccia e cannoni, chiudendo gli occhi sui diritti civili pur di aumentare i fatturati. Anche in assenza di una decisione condivisa, sarebbe fondamentale che il governo Conte ordinasse subito il blocco di ogni rapporto di natura militare con Erdogan. Cominciando con l’ordinare il rientro in patria dei nostri soldati che proteggono i cieli della Turchia: 130 militari con una batteria di missili terra-aria Samp-T, tra i più avanzati al mondo, che dal 2016 vigilano proprio sul confine siriano. La Spagna ha già ipotizzato di ritirare i suoi Patriot, schierati lì nella stessa spedizione Nato. E noi? La missione costa ai contribuenti una dozzina di milioni l’anno: un regalo al Sultano che appare come una beffa.

La Germania di Angela Merkel e la Francia di Emmanuel Macron stoppano la vendita di armi alla Turchia di Erdogan. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, annuncia che domani alla riunione dei ministri degli Esteri dei Ventotto chiederà che «tutta l’Unione» proceda con l’embargo. Fonti di governo fanno sapere che in caso di inazione europea, l’Italia procederà autonomamente come hanno già fatto Olanda, Finlandia, Norvegia e appunto ieri Francia e Germania. Ecco che con la drammatica escalation sul terreno siriano si inasprisce la posizione diplomatica delle capitali del Continente verso la Turchia, in settimana pronte a «condannare» esplicitamente l’azione turca (finora si sono limitate a chiedere lo stop delle operazioni militari). Tuttavia non è detto che alla fine riusciranno a lanciare ritorsioni davvero capaci di colpire il Sultano di Ankara. Mentre Erdogan avanza nel suo progetto di sostituzione etnica nel Nord della Siria, dove intende cacciare i curdi e impiantare 2 dei 3,6 milioni di profughi siriani sunniti che ospita nel suo Paese, l’Europa stenta a trovare quella posizione comune invocata anche dal premier Conte. Fondamentale per capire cosa l’Unione possa davvero fare sarà l’incontro di questa sera tra Merkel e Macron. Domani poi toccherà ai ministri degli Esteri Ue riunirsi nel Lussemburgo, ma decisivo sarà il vertice dei capi di Stato e di governo di giovedì a Bruxelles. Francia (che definisce l’offensiva in Siria «un attacco che mette in pericolo la sicurezza degli europei»), Italia, Svezia, Olanda, Danimarca e Lussemburgo chiederanno misure contro Erdogan. Sul tavolo tre diverse opzioni: l’embargo alla vendita di armi, sanzioni legate alle trivellazioni illegali turche in acque cipriote in gestazione da mesi e sanzioni direttamente correlate all’azione militare in Siria. La situazione è fluida ed è impossibile stabilire con certezza che cosa succederà nei prossimi giorni. Dipenderà anche dal grado di drammaticità dell’evoluzione in Siria e dalla posizione degli altri attori internazionali. Al momento certo è che gli europei sono spaccati. Germania, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Bulgaria frenano. Sono terrorizzate dal ricatto di Erdogan di riversare ai loro confini milioni di rifugiati siriani che ospita dal 2016 in cambio di 6 miliardi versati dagli europei. Tuttavia media e opinioni pubbliche premono. Ecco perché ieri Berlino ha annunciato il blocco delle armi. Ma si tratta di un embargo solo su quelle terrestri, che poco male fa al terzo esercito della Nato. Gli europei discuteranno se trasformarlo in uno stop comune. Al momento però non c’è l’unanimità per sanzioni legate all’invasione della Siria sulle quale medita Parigi: scatenerebbero l’ira di Erdogan con il rischio della temuta riapertura della Rotta balcanica e milioni di migranti in marcia verso l’Europa centro-orientale. La terza opzione sono le sanzioni per le perforazioni turche in acque cipriote che assumerebbero una valenza politica anche rispetto alla Siria. Se la Germania era contraria, con il passare delle ore il suo “no” diventa sempre più difficile da sostenere. Ma dietro l’angolo potrebbe esserci un (poco glorioso) compromesso. L’esito potrebbe essere che i leader venerdì diano mandato a Federica Mogherini di studiare in tempi rapidi uno schema di sanzioni legate a Cipro (quindi non immediatamente operative) che colpirebbe le società impegnate nelle trivellazioni e bandirebbe dall’Europa i loro responsabili. Allo stesso tempo, per soddisfare le richieste di Berlino e delle altre capitali che affacciano sulla Rotta balcanica, gli europei potrebbero suggerire alla Commissione di preparare una nuova tranche di soldi per finanziare l’accoglienza dei siriani che resteranno in Turchia anche dopo l’invasione siriana. Se Erdogan per il 2020 chiede un terzo assegno da 3 miliardi, gli europei potrebbero concedere almeno un miliardo nella speranza di placarlo.

Nel 2016, durante la grande crisi dei migranti provocata dalla guerra civile in Siria, l’Europa promise 6 miliardi di euro a Erdogan per trattenere i rifugiati in Turchia, sperando così di contenere le spinte populiste che stavano terremotando i governi del continente. Tre anni dopo, quell’accordo rischia di rivolgersi contro gli stessi Paesi Ue che l’avevano sostenuto. La Turchia invade il Kurdistan siriano, e Erdogan chiede altri tre miliardi per gestire i rifugiati nel suo paese (in Turchia vivono tre milioni e seicentomila persone), minacciando di aprire le frontiere se i suoi piani di sostituzione etnica nel nord della Siria verranno ostacolati. L’Europa è divisa. Al di là dello stop alle forniture militari, Francia e Italia vorrebbero imporre sanzioni contro la Turchia per l’operazione in Siria. La Germania e i Paesi di Visegrad frenano, temendo la riapertura della rotta balcanica. La questione delle sanzioni verrà discussa al vertice dei leader della Ue giovedì a Bruxelles, e prima all’incontro dei ministri degli Esteri europei domani in Lussemburgo. Ma le tensioni tra Europa e Turchia, che pure sono legate da solidi rapporti economici, non riguardano solo i migranti. A dividere i due alleati Nato ci sono almeno altri tre dossier, dagli S-400 russi alle trivellazioni turche al largo di Cipro. Armi e commercio: gli interessi economici L’Unione europea è il primo mercato di sbocco dei prodotti che vengono dalla Turchia, davanti a Russia, Cina e Stati Uniti: nel 2018, il 42% di tutti gli scambi commerciali di Ankara è stato con l’Europa. E l’interesse è reciproco: la Turchia è il quinto partner commerciale dell’Europa, il primo della Germania (dove vivono più di 3 milioni di cittadini turchi) e ha forti legami con l’Italia, che ai turchi vende soprattutto armi. Dal 2014 al 2018, dice un rapporto del Sipri pubblicato lo scorso marzo, la Turchia è stato il primo Paese di esportazione delle armi italiane: 890 milioni di euro dal 2014, 360 milioni solo nel 2018. Ieri Francia e Germania hanno annunciato che bloccheranno la vendita di materiale bellico ad Ankara, così pure l’Olanda, la Norvegia e la Finlandia. L’Italia chiederà invece una misura comune europea per fermare le forniture di armi. Gli affari russi dell’alleato Nato Oltre la crisi siriana, la grande preoccupazione occidentale nei confronti della Turchia riguarda la sua posizione ambigua all’interno della Nato. Nel luglio 2018, la Russia ha cominciato a trasferire all’esercito turco la prima parte dei sistemi di difesa missilistica S-400, un affare che ha provocato molti malumori all’interno dell’Unione europea e della Nato, di cui la Turchia è membro e anche dei più rilevanti: l’esercito di Erdogan con oltre 400mila soldati è il secondo dell’Alleanza atlantica dopo quello americano. «Gli alleati temono che questa tecnologia possa fornire alla Russia informazioni sensibili sui sistemi difesa della Nato», spiega Valeria Talbot, ricercatrice e co-direttrice del centro per il Medio Oriente e il Nord Africa dell’Ispi. La contesa sul gas di Cipro L’altra faglia tra Europa e Turchia rischia di aprirsi al largo delle coste di Cipro, l’isola divisa dopo l’invasione turca del 1974 tra la Repubblica di Cipro greco-cipriota a Sud, che fa parte dell’Unione Europea e Cipro Nord, la zona turca non riconosciuta dalla comunità internazionale. A luglio la Turchia ha annunciato nuove trivellazioni a Nord-Est di Cipro, rivendicando la sovranità sulle acque territoriali contese e il diritto della comunità turco cipriota del Nord di sfruttarne i giacimenti di gas. Per l’Unione europea le trivellazioni invece sono illegali. Ieri il governo francese ha confermato che invierà una fregata nel blocco 7 della zona economica esclusiva di Cipro, dove le licenze operative sono state assegnate alle società petrolifere francese e italiana, Total ed Eni. Proprio sul dossier cipriota l’Europa si è scontrata con la difficoltà di imporre sanzioni a un alleato così strategico.

La donna è seduta sullo scalino di marmo dell’obitorio di Suruc. Piange con un dolore pieno di strazio. In testa un velo nero che l’avvolge per tutto il corpo, tranne per la mascherina azzurra che le copre la bocca. Sul tavolo, nascosto da un sudario intriso di sangue, il corpo del marito si può solo immaginare. Un padre di 10 figli, raggiunto per strada dalla scheggia di un obice. Lo strazio di questa moglie turca, che ritmicamente batte le mani sulle gambe, è lo stesso di tante – purtroppo molte di più – donne curde oltre la frontiera. E le parole che escono dalla bocca, delle une e delle altre, sono le stesse, benché con intenzione opposta: «Erdogan, che cos’abbiamo fatto di male?». Non c’è differenza nella morte, e nel dolore, se bisogna misurare quello delle mogli dei civili colpiti in territorio turco, o quelle delle madri dei combattenti curdi massacrati in zona siriana. In questi dieci chilometri maledetti di deserto, diviso a metà da una barriera spinata, si gioca la prima fase di una guerra appena cominciata. Nessuno ha mai avuto dubbi che i soldati di Ankara, con un esercito incomparabilmente più forte e attrezzato, avrebbero presto colto la prima significativa conquista sul campo. «L’area residenziale di Ras al-Ayn – si legge nel pomeriggio in un comunicato delle Forze armate – è stato posto sotto il controllo delle nostre truppe, nell’ambito dell’operazione Fonte di pace». Per giorni le milizie curde, a cui si aggiungono quelle arabe unite nell’alleanza delle Forze democratiche della Siria, hanno provato a resistere. Hanno anche smentito la presa della città. Ma alla fine la roccaforte del governatorato siriano di Hasakah, dove molti jihadisti dell’Isis sono detenuti e dove un’autobomba ieri è scoppiata vicino al carcere, è stata occupata. Ecco perché quest’area pullula di esponenti appartenenti all’ex al Qaeda. In tanti, piuttosto di fuggire nel nulla o essere ricatturati dai curdi, si sono prontamente schierati con i turchi. Due di loro, catturati come ostaggi dalle forze curdo-siriane e messi in ginocchio, vengono mostrati in foto sui social media diffusi dai resistenti. A parole la Turchia assicura di essere pronta ad assumersi la responsabilità dei tagliagole dell’Isis tuttora rinchiusi nei centri di detenzione. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ne ha discusso al telefono con Donald Trump, dando la propria garanzia. Ma oggi la credibilità di Ankara è vicina allo zero. Per non parlare, in politica estera, di quella americana. Un episodio imbarazzante lo conferma: la furia, ne ha parlato la Cnn, con cui il comandante delle Forze democratiche siriane, il generale Mazloum Kobani Abdi, ha investito in un incontro l’inviato della Coalizione globale per la difesa contro l’Isis, l’ambasciatore Usa, William Roebuck. «Ci avete venduti – gli ha detto in faccia -. Ci avete abbandonati per essere massacrati. Non volete proteggerci e non permettete che altre forze lo facciano. Tutto questo è immorale». A Suruc, gemella di Kobane, che le sta davanti ma sul fronte bellico opposto ora, siamo oggi a tre civili morti, che si aggiungono alla decina di questi primi cinque giorni di guerra. In Siria, siamo invece alle svariate centinaia di uccisi, fra miliziani e popolazione. Una conta da brivido. Se l’Onu ieri l’altro parlava di 100 mila profughi in fuga, oggi le autorità curde precisano che la cifra sarebbe di 191 mila sfollati. Altro che operazione “Fonte di pace”. Altro che impegno per trasferire i rifugiati. La Lega araba ieri riunita ha picchiato duro sulla Turchia. «L’aggressione alla Siria costituisce una minaccia diretta per la sicurezza araba, così come per la pace internazionale. È un’invasione di uno Stato arabo e un’aggressione alla sua sovranità». Ankara ha reagito con il solito sprezzo: «Definiscono in modo distorto l’operazione antiterrorismo in Siria come un’‘invasione’». Sofismi da diplomatici. Ma sul campo si continua a morire. In modo atroce. Vicino a Qamishli, la segretaria generale del partito Futuro della Siria, Hevrin Khalaf, nota per il suo impegno a favore delle donne curde e per la laicità di uno Stato plurietnico, è stata uccisa in un agguato dai mercenari sostenuti dalla Turchia. Trascinata fuori dall’auto è stata fatta fuori come in un’esecuzione. Sul pullmino con lei c’erano altri nove civili, tutti eliminati.