Sarebbe un errore considerare lo stragista mancato di Halle — che sperava di infilarsi in una scia nera internazionale che va da Utoya, Norvegia, a Christchurch, Nuova Zelanda — un caso isolato. Rinnegato dal padre, bollato dai vicini come un irriducibile lupo solitario, Stephan Balliet somiglia più al norvegese Andreas Breivik che a Tom W., il fondatore della cellula terroristica neonazista “Revolution Chemnitz” che da qualche giorno è in un carcere tedesco in attesa di processo. Ma i politici tedeschi, che si dicono scioccati dinanzi ai fatti di Halle, dovrebbero studiare molto più attentamente Tom W. Troppe volte si sono voltati dall’altra parte dinanzi a casi come quello del figlio di un noto picchiatore che cresce tra amici neonazisti, si fa tatuare “skinhead” sulla testa rasata, canta apertamente canzoni in cui si inneggia allo sterminio di ebrei e stranieri e conduce, indisturbato, un’esistenza da naziskin in un paesino della Sassonia. A quelli come lui si aggiunge un fenomeno inquietante che abbiamo raccontato molte volte su questo giornale e sul Venerdì. Secondo l’ultimo rapporto dei servizi segreti, ci sono 24mila estremisti di destra che infestano la Germania, la metà dei quali pronti alla violenza. E cresce il ruolo — visibilissimo se lo si vuol vedere — delle colonie neonaziste. Delle comunità di artamani, movimento fondato dai nazisti nel 1926, di voelkische o di bionazi che nelle teste non necessariamente rasate nascondono la stessa immondizia bruna che ha ispirato Stephan Balliet o Tom W. Adoratori del Reich mimetizzati da contadini che si trasferiscono nelle campagne desertificate dall’esodo verso ovest o verso le città e le colonizzano militarmente. Che mobbizzano i vicini finché non si trasferiscono altrove e lasciano spazio ad altri neonazisti. Che aspirano, come documentano alcuni pentiti, a crescere i figli secondo il credo hitleriano. Il caso più clamoroso è Jamel, villaggio del Meclemburgo-Pomerania abitato da 38 neonazi e due artisti, i Lohmeyers, che resistono coraggiosamente da anni. O Troeglitz, paesino della Sassonia-Anhalt invaso da una protesta bruna all’arrivo dei profughi talmente violenta da aver costretto il sindaco onorario ad andarsene. Episodi che si moltiplicano silenziosamente, come i “nastri bianchi” che il pastore sadico dello straordinario film di Michael Haneke metteva ai bambini in segno di purezza. Per prepararli, in futuro, a distribuire le stelle di David.
«Ho fallito un’altra volta, sono sempre un perdente». Stephan Balliet si dispera. Non per l’attacco armato di mercoledì alla sinagoga di Halle, o per i due passanti uccisi a caso. Il terrorista tedesco, europeo bianco, fai da te e della porta accanto, non si dà pace «per non essere riuscito a farla, la strage di ebrei». Il suo delirio «neonazista, antisemita e xenofobo» continua davanti ai giudici della corte federale. Dimesso dall’ospedale per le ferite al collo durante l’arresto, viene trasferito a Karlsruhe in elicottero. «Ripete come un autonoma “sono un fallito” — dice uno degli agenti che lo sorvegliano a vista — ed è sconvolto dall’idea di essere deriso dagli estremisti di destra che hanno seguito in diretta social il suo fallimento». Una confessione fiume: cinque ore di «dichiarazioni lucide» per ammettere l’intenzione di «schiacciare il numero più alto di scarafaggi stranieri, possibilmente ebrei». Le prove dell’orrore emergono dalla casa-bunker di Benndorf. Stephan si era sepolto vivo qui assieme alla madre Claudia Pleyer, maestra elementare di 52 anni. Nella cantina blindata, la polizia scientifica sequestra una stampante 3D. Il folle 27enne, mutato in mostro grazie al network dell’estrema destra e alle piattaforme che trasmettono videogame in streaming, l’ha usata per costruirsi parte delle armi servite nell’attacco. In un disco rigido del computer, trovato accanto al letto della madre, Stephan aveva salvato le istruzioni date via internet agli amici virtuali. Spiega «come si fabbrica un arsenale, dalla pistola al mitragliatore». «Su un caricatore e sopra una busta di esplosivo — rivela chi indaga — aveva dipinto una svastica. Un foglio spiega che “ammazzare ebrei è più educativo che uccidere musulmani, perché tanto di questi in Europa ne arrivano a centinaia ogni giorno”». Sequestrato a Benndorf anche quello che il mostro aveva intitolato «Il Piano». È il manifesto, ideologico e operativo, dell’attacco. Risulta stampato «prima di fine maggio». Il procuratore Peter Frank non ha dubbi: «Balliet preparava la strage da oltre quattro mesi e nei minimi dettagli». Dall’interrogatorio trapela anche l’incubo di un particolare. «Dopo aver crivellato invano di proiettili la porta chiusa che per caso ha salvato gli ebrei barricati nella sinagoga — dice il capo dell’anti-terrorismo che l’ha bloccato — si è reso conto di non riuscire a fare un massacro. A quel punto ha detto che voleva uccidere chiunque, lasciare a terra più morti possibile per “mostrarmi comunque un eroe spietato e implacabile” a chi stava seguendo l’attacco in diretta smartphone». I vicini di casa confermano. «Da mesi — dice Christa Mildner — era fuori di sé. Sembrava drogato: era chiaro che aveva bisogno di essere curato». Invece nessuno, né la madre né il patrigno Roland, ha fatto qualcosa per fermarlo. La polizia è concentrata anche su di loro. La caccia punta però due obiettivi: chi ha fornito pezzi di armi ed esplosivo all’assassino, chi lo seguiva sulla Rete e dialogava con lui virtualmente giorno e notte. In Germania i militanti dell’estrema destra, motore di xenofobia e razzismo, sono oltre 24mila. Almeno metà, secondo gli inquirenti, «sul web si dice pronta a emulare azioni mutuate dai videogiochi di guerra». Halle come Utoya e Christchurch: il popolo suprematista dei «giovani-luna», auto-espulsi su Twitch dal mondo reale, fa scattare l’allarme. Preoccupato anche il sindaco di Benndorf, Mario Zanirato. Il padre era arrivato qui da Rovigo durante la seconda guerra mondiale. Vive a pochi metri dalla casa di Balliet. «In 13 anni l’ho incontrato una decina di volte. Non usciva quasi mai all’aperto: una volta ha montato il condizionare sul balcone. Per il resto camminava lungo i muri a testa bassa, assente, come un automa, senza salutare. È incredibile che chi gli era vicino non si sia reso conto del pericolo». Zanirato spiega così il boom dell’AfD, partito dell’ultradestra xenofoba, nelle regioni dell’Est. «Prima che razzista, la gente è arrabbiata. Io sono figlio di un italiano, eppure mi hanno eletto. Al crollo di Muro e Ddr però non sono seguiti soldi e libertà, ma crisi ed emarginazione. A Benndorf restano i vecchi, non c’è lavoro, i giovani emigrano. Chi rimane si sente fallito. Violenza e odio contro chi non è tedesco risorgono in questo senso di tradimento. Non è un caso se Balliet è esploso qui». Nella notte su un muro del quartiere è comparsa una scritta: «Danke Stephan, eine andere Welt ist moeglich» (Grazie Stephan, un altro mondo è possibile) firmata dalla sigla di una formazione neonazista. Prima di mezzogiorno viene cancellata. Il brivido resta.
Senatore Luigi Zanda, lei chiede che il premier Conte chiarisca davanti all’opinione pubblica sul Russiagate. Che idea si è fatto della vicenda? «Di una storia poco chiara. E che perciò va chiarita con urgenza. I doveri che il premier ha davanti all’opinione pubblica non sono meno rilevanti di quelli che ha con il Copasir. Sono passati oltre due mesi dal primo incontro del ministro Usa William Barr con i nostri servizi segreti. È tempo di fare chiarezza». Non è sufficiente aspettare l’audizione dinanzi al Copasir? «Esiste anche un diritto dell’opinione pubblica a sapere e se possibile ad essere rassicurata». Cosa non torna in questa vicenda? «Il fatto che un politico autorevole, come il ministro della giustizia dell’amministrazione Trump, abbia incontrato i nostri servizi. È un’anomalia davvero rara. È una pratica ordinaria che i nostri servizi collaborino con i loro omologhi dei Paesi alleati, ma qui si è presentato il ministro della Giustizia». Cosa teme? «Intanto la politica non deve trascinare nella dialettica fra i partiti, o in polemiche internazionali, i servizi segreti, che sono notoriamente molto efficienti, come dimostra la loro attività di prevenzione sul fronte del terrorismo internazionale». Cosa c’è dietro? «Non lo so. Vorrei che lo spiegasse Conte. M’inquieta che due quotidiani del calibro del New York Times e del WashingtonPost facciano capire di essere in grado di pubblicare nuovi documenti su questa vicenda. Di tutto abbiamo bisogno tranne che aprire una nuova stagione di veleni o di dossier. Sono rimasto molto colpito, a questo proposito, dalle accuse mosse da George Papadopoulos, l’ex collaboratore della campagna elettorale di Trump, nei confronti di Matteo Renzi, che è stato costretto ad annunciare querela». Conte ha smentito l’indiscrezione sul fatto che avrebbe chiesto alla Cia notizie sui comportamenti dei governi Renzi e Gentiloni. L’ha convinta? «Un’altra vicenda singolare, su cui Conte dovrebbe fare chiarezza al più presto. Mi auguro che non sia accaduto quanto trapelato». Conte ha tirato in ballo anche la presidenza della Repubblica. «La Presidenza della Repubblica non dovrebbe essere mai chiamata in causa, dico mai, su questioni riguardanti il governo, come previsto dalla Costituzione, figuriamoci in vicende di tale delicatezza». Perché Giuseppe Conte ha detto sì a Donald Trump? Per faciloneria, per compiacerlo? «Non ne ho idea. È un’altra domanda che andrebbe posta a lui, visto che non ha delegato la guida dei servizi segreti». E lei che domande farebbe al presidente del Consiglio se fosse al Copasir? «Conte non deve attendere le domande. Ci sarà una ragione per cui Barr è venuto due volte in Italia e questa ragione va pubblicamente spiegata». Lei prima parlava del rischio di una nuova stagione di veleni. Ne vede altri per il Paese? «Si corre il pericolo di delegittimare i servizi. La forza di una democrazia sta nel rendere più forti le sue istituzioni, la magistratura, la stampa, l’intelligence. Vede, quando Salvini picconava la magistratura, dicendo che i giudici non erano stati eletti, colpiva la democrazia». Vecchione deve lasciare la guida del Dis? «Non lo conosco, non so come lavora, non mi occupo del Dis, e quindi non mi azzardo a dare giudizi». La sua posizione è diversa dal Pd? Il capogruppo alla Camera Graziano Delrio in fondo si è detto fiducioso che Conte saprà chiarire. «Penso che non sia diversa, Giuseppe Conte è il nostro presidente del Consiglio e sono certo che chiarirà al più presto».
Per convincere Gazprom, il colosso petrolifero russo, a chiudere l’affare sulla maxi-fornitura di petrolio che sarebbe dovuta servire a coprire un presunto finanziamento illecito alla Lega, c’era bisogno di un una referenza a prova di bomba. E il leghista Gianluca Savoini, ex portavoce di Matteo Salvini, riferimento per i rapporti del leader leghista con la Russia e protagonista della trattativa al Metropol di Mosca, l’aveva trovata in tempi record, grazie ai buoni uffici del suo consulente, l’avvocato Gianluca Meranda: la garanzia di affidabilità firmata da una società dell’Eni, la Eni Trading & Shipping. L’Espresso, nel numero in edicola da domani, rivela un nuovo pezzo dell’inchiesta sugli incontri riservati tra Savoini, i suoi consulenti italiani e gli emissari russi per far arrivare alla Lega alcune decine di milioni, utilizzando l’intermediazione di un maxi-contratto petrolifero con una società statale di Mosca. L’affare del Metropol era stato rivelato da Giovanni Tizian e Stefano Vergine de l’Espresso il 24 febbraio del 2019, a luglio – poco dopo la pubblicazione dell’audio dell’incontro sul sito BuzzFeed – la procura di Milano ha aperto un’inchiesta per corruzione internazionale. Il tribunale del Riesame, confermando il sequestro degli archivi informatici di Savoini a fine settembre, ha messo nero su bianco che l’accordo raggiunto a Mosca prevedeva di «finanziare la campagna elettorale della Lega per le Europee» dirottando al partito «il 4% del prezzo pagato dall’Eni» su una fornitura di gasolio: «250 mila tonnellate al mese, per tre anni». I documenti trovati dall’Espresso ora certificano che una società dell’Eni, nel 2017, ha accreditato come proprio «partner d’affari affidabile» la Euro-Ib, la piccola banca inglese rappresentata negli incontri a Mosca da Meranda. Il documento fu trasmesso da Meranda a Savoini, l’8 febbraio 2018: gli uffici interni di controllo di Gazprom chiedevano garanzie sul compratore finale. Meranda, a nome della banca, rispose che «Euro-Ib compra per vendere all’Eni», allegando a riprova la lettera di referenze del gruppo italiano. La missiva, «strettamente confidenziale», è firmata da un manager di una sede estera, in qualità di responsabile degli acquisti petroliferi del gruppo italiano, Alessandro Des Dorides. La stessa società dell’Eni, e Des Dorides, come racconta l’Espresso, sono al centro di un’altra inchiesta a Milano su presunte tangenti milionarie a indagati italiani. Le indagini devono ancora chiarire se la banca inglese avesse già siglato precedenti mediazioni con il gruppo Eni, direttamente o indirettamente, o se invece la lettera sia stata scritta solo per spianare la strada all’accordo con Gazprom. Eni si è dichiarata estranea alla trattativa russa, assicurando di non aver mai finanziato la Lega né altri partiti politici. “La lettera citata nell’articolo è una mera lettera di referenza generica, risalente a maggio 2017”, fa sapere la società, cioè “un anno e mezzo prima del periodo oggetto dell’inchiesta, e riflette una dichiarazione imputabile a chi l’ha sottoscritta (Alessandro Des Dorides), non trovando alcun reale riscontro nelle attività commerciali effettive di ETS. Non certifica in alcun modo la conclusione di operazioni commerciali con Euro-IB”. Des Dorides è stato licenziato a giugno di quest’anno.
Banchieri, imprenditori, manager. Politici e amministratori. E poi giornalisti, avvocati, lobbisti neonazisti. Un network sovranista al servizio della Lega di Matteo Salvini. Con base qui, nella “schermata” Lugano, il cuore politico-finanziario del Canton Ticino dove gli “agenti” di collegamento tra la Lega e gli uomini di Putin organizzano seminari, incontri, cene. Una rete che dalla Svizzera italiana porta dritto all’Hotel Metropol di Mosca: il luogo della tentata trattativa, che – secondo la Procura di Milano – , avrebbe dovuto convogliare 65 milioni di dollari nelle casse della Lega (l’ormai famosa cresta del 4%). Per capire questo intreccio ticinese, bisogna scavare nei rapporti tra persone che si conoscono da tempo. Alcune sono all’apice della carriera, altre si sono riciclate. Che cosa lega l’ex ministro e vicepremier Matteo Salvini, il presidente della Rai Marcello Foa (piazzato dal Capitano sulla poltrona più alta di viale Mazzini), il numero uno di Banca Intesa Russia Antonio Fallico (a capo dell’associazione “Conoscere Eurasia”), l’avvocato Andrea Mascetti (uomo chiave del sistema di potere della Lega, pure lui nel cda di Banca Intesa Russia), lo “sherpa” Gianluca Savoini (il play maker del Metropol; presidente di “Lombardia-Russia”), il filosofo post-nazista Aleksandr Dugin e il “signore nero” del populismo Steve Bannon? Che c’entrano questi nomi con Norman Gobbi (ministro delle Istituzioni del Canton Ticino), il miliardario Tito Tettamanti (mentore di Foa), e il meno referenziato Roger Etter, pregiudicato neonazista fotografato insieme a Salvini e al vicesindaco leghista di Luino Alessandro Casali? Partiamo dal basso. Da Etter e dalla fotografia pubblicata una settimana fa da Repubblica. La villa di Rovio dove la sera del 24 febbraio 2003 l’ex politico svizzero spara in testa all’imprenditore Ernesto Zanini, è in vendita. Nessuno la compra. Etter – dopo 11 anni di carcere – si è trasferito in un appartamento dove custodisce libri e cimeli sulla gioventù hitleriana, sua passione con la Russia di Putin. In onore della quale, a maggio, fonda “Fratria”. La sede è a Lugano, negli uffici della Ticonsul SA. “Fratria” organizza eventi: quello clou è stato il 10 giugno, ospite d’onore Aleksandr Dugin. Il “Rasputin” di Putin, il teorico dell’egemonia dell’Eurasia venerato dalle formazioni di estrema destra. Fa capolino anche lui nell’affaire Metropol: il 17 ottobre, il giorno della visita del vicepremier Salvini a Mosca per l’assemblea di Confindustria Russia, e vigilia del “tavolo” tra Savoini e i russi, è ritratto fuori dall’albergo moscovita con Savoini e a Francesco Vannucci (il “terzo uomo” del Metropol, l’altro è Gianluca Meranda). I magistrati sospettano che Dugin abbia facilitato il gruppo italiano nei rapporti con Mosca («Aleksander ha detto che la cosa importante è che siamo solo noi», dice Savoini a Meranda, ndr). Sta di fatto che Etter, pregiudicato per tentato omicidio, porta Dugin a Lugano. Chi finanzia l’iniziativa all’hotel Pestalozzi? Su quali risorse può contare l’attivismo di Etter che abbraccia Salvini nella foto? Tra i filo-russi ticinesi, Etter è un peso piuma. I nomi che contano sono altri. In alto c’è Antonio Fallico, da 30 anni plenipotenziario di Banca Intesa Russia. Anche lui abita a Lugano. Come Foa, come Tettamanti, come Etter. Siciliano di Bronte, compagno di scuola di Dell’Utri che lo introdusse a Berlusconi (affare Gazprom con Putin), Fallico ha rapporti di lunga data con il Cremlino. È sempre stato lui il punto di riferimento della comunità economica italiana a Mosca. L’altro è Ernesto Ferlenghi, presidente di Confindustria Russia e vicepresidente esecutivo di Eni per Russia&Central Asia Market Developmen, il suo nome entra nel caso Metropol. In uno degli audio dell’inchiesta milanese – quello in cui Savoini dice che «bisogna agire rapidamente per l’avvicinarsi delle elezioni europee» -, il presidente di “Lombardia-Russia” fa riferimento ai «contatti in Banca Intesa necessari per il passaggio del denaro». Forse sarebbero dovuti passare per il consigliere del cda Andrea Mascetti (lui ha smentito). Mascetti, avvocato varesino (incarichi in Cariplo e Italgas), è un militante della Lega dai tempi di Bossi. Con Fallico e Foa è presenza fissa ai forum svizzero-russi animati dal network di Salvini. Ventidue novembre 2017: seminario al palazzo dei Congressi di Lugano (promosso da Conoscere Eurasia con Banca Intesa). Tra i relatori, Fallico, Mascetti e il ministro Gobbi. La regola è che dove c’è Russia c’è Fallico. È lui l’ideatore dell’XI Forum economico euroasiatico il 24 ottobre 2018 a Verona: lo inaugura Salvini. E il moderatore? Il giornalista-manager Marcello Foa. Che con Fallico ha rapporti stretti. «La Russia non fallirà», gli dice nel 2016 il boss di Banca Intesa Russia in un’intervista non proprio incalzante.Tra gli sponsor di Foa c’è Tito Tettamanti, fondatore del gruppo Fidinam, specializzato nella consulenza fiscale internazionale con la creazione di strutture offshore. L’8 marzo 2018 la villa di Tettamanti a Castagnola accoglie un ospite di passaggio: Steve Bannon (diretto a Zurigo). Chi glielo porta? Foa, tra i pochi ammessi alla cena. «In Europa c’è l’avanguardia del populismo», spiegò l’ex stratega di Donald Trump. La tappa bannoniana a Lugano non fu casuale. Nemmeno, un anno dopo, quella di Dugin. In Ticino si vedeva spesso anche Savoini. Di lui Salvini si fidava. Ma sapeva anche che il “Nazi”, rivelatosi un po’ pasticcione , da solo non bastava per tenere rapporti con il cerchio economico di Putin. Al Capitano, Foa, l’aveva spiegato: il pezzo da novanta italo-russo era Fallico. L’uomo di punta dell’Eurasia e dell’asse Lugano-Mosca.
Un’interrogazione parlamentare che apre la battaglia delle nomine nel governo giallo-rosso. Un attacco di Italia Viva a Gianfranco Battisti, il manager interno (è stato responsabile dell’Alta Velocità) che a luglio 2018 l’ex ministro dei Trasporti M5S Danilo Toninelli ha promosso ad di Ferrovie dello Stato, mandando a casa Renato Mazzoncini, il precedente Ceo scelto da Matteo Renzi. Una ricostruzione, scritta tutta in forma di domanda, in cui si avanza più di un sospetto su polizze assicurative milionarie e su una misteriosa caduta in bagno che sarebbe valsa, proprio a Battisti, oltre un milione e 600mila euro. Due deputati del partito dell’ex premier, Lella Paita e Luciano Nobili, stanno per depositare alla Camera un documento rivolto «al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e al Ministro dell’Economia e delle Finanze» chiedendo per prima cosa di sapere se sia vero «che la gara per le coperture assicurative esperita dal Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane nel 2017 aveva registrato, dopo diversi anni di gestione mono fornitore, un ribasso complessivo rispetto alla spesa storica di circa il 40%, garantendo l’apertura dei servizi ad almeno sette istituti assicurativi di primario rating mondiale». È uno dei risultati della gestione Mazzoncini che Italia Viva intende rivendicare, ma serve soprattutto ad attaccare il nuovo ad per le scelte fatte. Nell’interrogazione infatti si chiede se sia vero che «non appena nominato» Battisti abbia rimosso dall’incarico i dirigenti che hanno ottenuto quei risultati, «riportando la gestione assicurativa nella precedente area organizzativa». E, sempre in forma dubitativa, si domanda «se corrisponde al vero che l’attuale amministratore delegato Gianfranco Battisti abbia beneficiato nel 2014 di due risarcimenti assicurativi per una cifra complessiva pari a oltre 1,6 milioni di euro, di cui un risarcimento per essere caduto in bagno durante una domenica di lavoro nella sua precedente responsabilità professionale e il secondo risarcimento, più capiente, come indennizzo per inabilità; in caso di riscontro positivo, se le cause di tali risarcimenti siano state valutate compatibili con le importanti responsabilità che il ruolo richiede». L’attacco è quindi personale, rivolto all’ad di Fs. Il portavoce di Ferrovie, sentito da Repubblica, spiega che la gara del 2017 per le assicurazioni era scaduta e che un’altra è in corso, con procedura europea e con il medesimo capitolato di quella precedente, attraverso la società controllata Fs Servizi. È però anche un attacco politico: perché Italia Viva domanda anche se ci sia un calo di investimenti, rispetto alle precedenti pianificazioni, di 3,5 miliardi di euro. E quali siano le cause di una tale diminuzione, «che ha inevitabili impatti sul pil Italiano, sull’andamento occupazionale e sulla qualità, efficienza e sicurezza» dei nostri trasporti. «Sono domande che Italia Viva fa per rispetto dei pendolari – spiega Lella Paita – per chi ogni giorno rischia di arrivare tardi al lavoro per un treno ritardo, un binario interrotto, un’infrastruttura mal funzionante. Chiediamo al governo delucidazioni su tutti i punti elencati, ma soprattutto vogliamo che venga fatta chiarezza sui risultati di questa gestione». La deputata genovese giura che non è una «questione di persone o di poltrone», ma «se i risultati sono deludenti a pagare il prezzo è il Paese». Fatto sta che quello di Italia Viva è un attacco frontale alla nuova gestione di Ferrovie. E che tutto questo avviene mentre il precedente board, quello guidato da Renato Mazzoncini, ha ancora in corso una causa civile di risarcimento danni per la rimozione forzata voluta da Toninelli. Nell’interrogazione, Paita e Nobili chiedono anche quali siano i risultati reali del gruppo nel 2019. E infine: «Quali iniziative urgenti, anche di natura straordinaria, i ministri interrogati intendano assumere per superare le criticità riportate in premessa gravissime e potenzialmente lesive di qualsiasi principio di buona etica e di buona gestione aziendale».
L’ultimo stop l’ha intimato ieri pomeriggio di fronte alla proposta del ministro dell’Economia Gualtieri di tassare gli abbonamenti ai telefonini business. «No, grave impatto sull’occupazione», ha detto la viceministra Laura Castelli pochi minuti dopo la riunione che si è tenuta in Via Venti Settembre. Ma la vera linea di frattura all’interno del palazzone del Tesoro corre sull’inasprimento delle sanzioni penali esistenti per chi evade. «Carcere per i grandi evasori», ha detto più volte Conte. «Non ci sono misure allo studio», ha replicato Gualtieri. Eppure le misure ci sono, come hanno annunciato fonti dei Cinque Stelle giovedì sera, e come risulta dal disegno di legge che gli uffici del ministro della Giustizia Bonafede hanno inviato da qualche giorno al Tesoro. Per omesso versamento, dichiarazione infedele e per gli altri reati tributari vengono abbassate le soglie e aumentate le pene massime da 6 a 8 anni: un modo per evitare di restare impigliati nel reato o in alternativa di farla franca evitando il carcere quando la sanzione è sotto i due anni di reclusione. Nel pacchetto del Guardasigilli anche altre misure severe come quella che consente di aggredire il patrimonio dell’evasore condannato per reati tributari anche in casi di prescrizione quando non emerga la legittima provenienza. Anche in questo caso la mossa è stata accompagnata dal pressing di Laura Castelli, autrice della proposta – poi rientrata – del Daspo per i commercialisti e della lotta alle frodi sui carburanti: «Sulla lotta all’evasione noi facciamo sul serio», ha avvertito due giorni fa. Ma durante la riunione di ieri il Pd ha frenato, seguito persino da Leu: del resto anche i maggiori esperti della sinistra come Vincenzo Visco, padre della fatturazione elettronica, pur non contestando le attuali misure che già prevedono il carcere, sono convinti che la strada sia quella delle banche da ti, della trasmissione di fatture e scontrini all’Agenzia delle entrate, delle “pagelle” gli Indici sintetici e dell’anagrafe dei conti correnti. Per questo il Pd frena: il viceministro Antonio Misiani esprime espliciti «dubbi sull’ennesimo aumento delle pene», mentre il capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera, Alfredo Bazoli, spiega che «l’esperienza insegna come le pene non hanno alcuna efficacia dissuasiva sui comportamenti illeciti». La soluzione, prospettata dal segretario del Partito democratico, Nicola Zingaretti, potrebbe essere quella di togliere dal tavolo della manovra questo tema, rinviandolo ad un provvedimento ad hoc, una «delega sull’evasione fiscale». L’altra questione che divide è quella delle limitazioni all’uso del contante e degli incentivi all’utilizzo delle carte di credito. La questione è sicuramente importante ma molti specialisti spiegano che i dati delle transazioni via Bancomat e credit card sono talmente ampi che sono difficilmente trattabili anche da programmi sofisticati. Il cashless. tecno-cavallo di battaglia dei Cinque Stelle, visto con scettiscismo al Tesoro, per ora dovrebbe entrare solo nella forma di sconti Iva per chi paga al negozio con la carta di credito e nella lotteria degli scontrini (chi compra col Bancomat ha più probabilità di vincere). Così con tutta probabilità si tornerà al vecchio artificio, utilizzato da Monti, di ridurre a 1.000 euro il tetto dei pagamenti cash.
Rush finale per la presentazione della manovra lunedì prossimo: ma all’appello mancano almeno 2-3 miliardi dalla lotta all’evasione mentre sull’inasprimento delle pene per i grandi evasori il leader Pd Zingaretti dice «sì» al carcere, ma fa capire che tutto va rinviato ad un provvedimento ad hoc. Ieri durante un vertice al ministero dell’Economia con Gualtieri, i sottosegretari e i rappresentanti delle quattro forze della maggioranza, sono stati messi a punto gli ultimi dettagli in vista della stretta conclusiva di domani sera a Palazzo Chigi con Conte. Tre i documenti sul tavolo del governo: la legge di Bilancio con l’articolato che sarà varata “salvo intese” per avere il via libera definitivo il 20-21 ottobre; il Documento programmatico di bilancio, in pratica una sintesi della legge di Bilancio, da inviare entro il 15 a Bruxelles; e il decretone fiscale, per ora a 51 articoli, con le norme antievasione. Nonostante la maratona degli ultimi giorni vanno ancora trovati 2-3 miliardi che mancano al pacchetto antievasione contenuto nel decreto. La cifra di 7 miliardi, sulla quale hanno già espresso dubbi Bankitalia e Corte dei conti, è difficilmente raggiungibile: un paio di miliardi erano fisiologici nello schema originario, 3,3 arrivano dal decreto fiscale come è uscito nei giorni scorsi, mancano dunque un paio di miliardi. Si lavora anche sul fronte delle spese e delle tax expenditures. L’idea è quella di tagliare le attuali detrazioni al 19% in modo decrescente a partire dal prossimo anno. La riduzione comincerebbe intorno a quota 100 mila euro e proseguirebbe fino all’azzeramento per redditi oltre i 200 mila. Esclusi gli sgravi sui mutui casa. Trovano conferma anche gli interventi per incentivare la moneta elettronica: il primo prevede sconti sull’Iva per chi paga con carte di credito o Bancomat, naturalmente senza gli aumenti dell’Iva previsti in precedenza; l’altro intervento riguarderebbe invece l’inserimento di un tetto ai pagamenti in contante, scendendo dagli attuali 3.000 a 1.000 euro. Non è ancora escluso, vista la posizione del Tesoro, un intervento di rimodulazione delle aliquote Iva ma a gettito zero. Nella ricerca spasmodica di risorse ieri è il Tesoro ha presentato l’ipotesi di una tassa sulle Sim card per l’utenza business in grado di dare un gettito di 600 milioni. Ma la nuova tassa ha subito incontrato l’opposizione dei Cinque Stelle che attraverso la viceministra dell’Economia Laura Castelli hanno bloccato l’operazione: «Ferma contrarietà». Via libera invece alla Web tax sul modello francese che non si discosta molto dal sistema varato per il 2019, ma rimasto disatteso dal vecchio governo gialloverde. Previsto un pagamento del 3% sui ricavi per chi supera i 750 milioni globali. Sembra comporsi inoltre la questione dell’assegno unico per le famiglie: su proposta del viceministro dell’Economia Misiani si collocheranno tutte le risorse attualmente destinate ai figli, ora comprese in una decina di strumenti, in un unico fondo che non sarà però in manovra, ma sarà attivato con un provvedimento successivo. Lo stesso si farà con i 2,5 miliardi del cuneo fiscale che saranno inseriti in un fondo e attivati con provvedimento successivo. Uno schema simile a quello messo in campo lo scorso anno per reddito di cittadinanza e quota 100 (per la quale non è escluso un intervento sulle finestre).
Europa spaccata e sotto ricatto. Con il rischio che alla fine oltre a non comminare sanzioni a Erdogan per l’invasione della Siria settentrionale, si trovi anche costretta a versare altri 3 miliardi di euro al Sultano. È lo scenario che in queste ore tormenta diplomazie e Cancellerie del continente. Troppa la paura dei paesi esposti sulla Rotta balcanica di ritrovarsi di nuovo sotto la pressione di centinaia di migliaia di profughi come nel 2015. Mentre Francia, Italia e Olanda spingono per non chinare la testa di fronte a Erdogan, Germania, Bulgaria e i quattro di Visegrad non ne vogliono sapere: l’importante è evitare che la Turchia riapra i rubinetti dei migranti. «Non accetteremo ricatti sui rifugiati, le operazioni in Siria devono cessare», dichiarava il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Dura la Francia, che con il viceministro de Montchalin chiedeva «sanzioni» contro Ankara. Sulla stessa linea il titolare della Farnesina Luigi di Maio, che invocava «misure», mentre il premier Conte ribadiva il no al ricatto turco. E l’Olanda sospendeva la vendita di armi alla Turchia. Ma la situazione in Europa non è facile. Nel 2016 la Ue ha stretto un accordo con Erdogan secondo il quale la Turchia avrebbe chiuso la Rotta balcanica ospitando 3,6 milioni di rifugiati siriani in cambio di due tranche da 3 miliardi di euro. Oggi la paura è che riapra le frontiere, come ha minacciato di fare l’altro ieri. Che il Sultano non accetti critiche, figurarsi sanzioni, lo dimostra il conflitto diplomatico per le trivellazioni turche nelle acque di Cipro: è bastato che Bruxelles chiedesse di fermarle perché a settembre in Grecia arrivasse la cifra record di 11.500 profughi. Lunedì i ministri degli Esteri nel Lussemburgo e poi i leader giovedì e venerdì a Bruxelles discuteranno la richiesta di Cipro di sanzioni contro Ankara per le trivellazioni. Sarebbero anche un segnale sulla Siria. Ma stando ai contatti in corso non dovrebbero passare. Forte l’opposizione della Germania (Paese nel quale vivono milioni di turchi, generalmente pro Erdogan) e dei Visegrad: potrebbero far mancare l’unanimità per le sanzioni. Inoltre Erdogan vuole sostituire i curdi nel nord della Siria con circa 2 dei 3,6 milioni di siriani ora in Turchia di sangue sunnita. E chiede all’Europa di finanziare l’economia delle cittadelle dove realizzerà questa sostituzione etnica. Il presidente della Commissione, Juncker, ha escluso l’ipotesi. Almeno su questo punto le capitali sono d’accordo. Il problema è che Erdogan chiede anche una terza tranche, sempre di 3 miliardi, per continuare a ospitare i siriani che resteranno in Turchia. E Berlino ha messo in campo fortissime pressioni sui partner: preferisce pagare che rischiare nuove colonne di migranti al confine. Non senza un tasso di ipocrisia, l’escamotage sarebbe di spiegare all’opinione pubblica che i soldi non andrebbero direttamente a Erdogan, ma ai progetti di accoglienza. Punto sul quale è sostenuta dai Visegrad: gli stessi governi che nel nome del sovranismo hanno negato solidarietà all’Italia, ora sono pronti a inginocchiarsi al cospetto del Sultano. Non è ancora possibile stabilire se da qui a fine anno la terza tranche passerà o meno, ma le diplomazie ritengono che sarà difficile dire di no alla Merkel.
SURUC (confine turco-siriano) — «Calling Kobane, calling Kobane…». Mustafa parla dentro il suo cellulare, ma dall’altra parte del confine la sua amata Hulya non risponde. Nessuno risponde ormai più da Kobane. Linea tagliata. «Sto continuando a chiamare», dice Mustafa. Da giorni, inutilmente. Si siede, come tutti in queste ore a Suruc, sul ciglio della carrozzabile, e sconsolato guarda a dieci chilometri più in su il fumo che sale, mentre nel cielo chiaro di queste giornate afose scorrono i caccia turchi che sganciano gli ordigni, e il rumore dei mortai finisce per rimbombare in testa come una ferita lacerante. Suruc e Kobane, l’una turca e l’altra siriana, sono città sorelle. Curde entrambe, però. Divise da un confine, oggi ancora più sigillato dopo l’invasione turca della Siria. Mustafa ha 18 anni, la testa nascosta da una felpa e sneaker ai piedi. Potrebbe essere un ragazzo di una qualsiasi città d’Europa. Sullo smartphone, quasi scarico, mostra la foto di Hulya, 17 anni, bionda. È incredibile quante donne dai capelli chiari si incontrino in questa regione. “Sbooom”. Il suono degli obici arriva con un’ondata di polvere e vento. Oggi pomeriggio sono morte due persone a Suruc, 9 in totale in questa parte di Turchia. Ma oltre la frontiera sono quasi 400 le vittime ammesse dalle autorità di Ankara, riferite ufficialmente “ai terroristi neutralizzati”. Di civili uccisi parlano solo le organizzazioni umanitarie. Centomila è la cifra di profughi in fuga citata dall’Onu. Famiglie che scappano verso Sud, verso il nulla. In Turchia non possono certo arrivare, visto che Erdogan vuole già riversare sulla Siria i 3,6 milioni di rifugiati ospitati in questi anni. Kobane in fiamme è tristemente gemellata con Suruc. Era la città simbolo della resistenza curda, capace di sconfiggere e ricacciare i jihadisti ai quali per anni il governo di Recep Tayyip Erdogan ha permesso di scorrazzare in lungo e in largo. A Suruc, qualche anno fa, 32 persone, per lo più giovani, saltarono in aria al Centro Culturale Amara, dove la Federazione delle associazioni della Gioventù socialista si era riunita per portare materiali nella Kobane da ricostruire: giocattoli, libri, documentari. Un massacro incomprensibile. Suruc è la città del melograno, e nella piazza centrale il monumento è una mano di pietra che solleva il frutto verso il cielo. La piccola folla di residenti assiepati sul bordo della strada tiene lo sguardo dritto sulla città sorella, mitragliata di continuo, come le vicine Ras al-Ayn (dove l’esercito è penetrato per 4 chilometri) e Tall Abyad (8 km). La tv di Ankara, grondante retorica, dà la notizia dei primi due soldati turchi uccisi. La lezione di giornalismo impartita dal Sultano è stata ben assimilata dai capo redattori dei quotidiani di Istanbul. Con fare grave, il ministro dell’Interno, Suleyman Soylu, può ora annunciare l’arresto di 121 cittadini: sono accusati di “favorire la propaganda al terrorismo” per avere inviato sui social media messaggi critici con l’operazione militare. Nulla sfugge all’occhio del censore. Le persone sotto inchiesta, aggiunge il ministro, sono “quasi 500”. Dentro le case di Suruc, con il fronte militare davanti, le notizie reali arrivano per assurdo dalle padelle satellitari sistemate sui balconi. Il Pentagono americano, in un soprassalto di lucidità, manda il suo “forte” invito alla Turchia affinché interrompa l’operazione “Fonte di pace”. Donald Trump ventila, forse, «severe sanzioni». Ma solo, spiegano i suoi consiglieri, «se necessario». Un Erdogan sarcastico risponde subito picche a quelle che definisce “minacce”: «Qualunque cosa dicano, non faremo passi indietro». Davanti a lui, ieri mattina il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, quasi balbettava: «L’esclusione della Turchia dalla Nato è sicuramente fuori discussione. Sono fiducioso che l’intervento in corso sia proporzionato». Una tale sbornia di fiducia non sembra condivisa a Qamishli, località della Siria del Nord, la regione curda detta Rojava, dove un’autobomba rivendicata dall’Isis ha ucciso 6 persone. E dove almeno 5 jihadisti risultano in fuga dopo che l’artiglieria turca ha bombardato e distrutto la prigione in cui curdi e americani avevano assicurato i terroristi veri, quelli del cosiddetto Stato Islamico. Intuizione condivisa persino da Vladimir Putin, il quale avverte che l’offensiva turca rischia di ridare slancio ai miliziani dell’Isis che “potrebbero fuggire”: «Non sono sicuro che Ankara possa prendere il controllo della situazione. Dove andranno? Passeranno dal territorio turco o da altre zone?». Il caos regna sovrano nel territorio a cavallo fra Turchia e Siria. Dove non esistono certezze. A meno di non prendere per buone le penose esibizioni dei diplomatici turchi, mandati a difendere l’indifendibile in conferenze stampa surreali. Come quando, ieri a Roma, assicuravano che «le cose sono più complesse di come le presenta la stampa» e che «la situazione non è bianca e nera come la presentano i giornali». Vogliamo apprenderlo dalla libera stampa di Erdogan, ridotta tutta all’esilio o alla prigione? A Suruc e a Kobane oggi si spremono melograni e vite. Sarà la Storia, più prima che poi, a giudicare gli attori di tanto dolore.