Ve la ricordate la flat tax? Che poi in realtà già agli sgoccioli del governo gialloverde si era capito che della tassa piatta sarebbe rimasto poco o nulla. Ora il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiesto al Tesoro di ritirare fuori dai cassetti il pacchetto di misure al quale stava lavorando l’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria alla ricerca di un compromesso tra lo choc promesso da Matteo Salvini e la sua realizzabilità in termini di risorse. Conte vuole che nella legge di Stabilità si mettano i primi mattoncini della futura riforma del fisco. E, forse prevedendo le intenzioni di Matteo Renzi, già la scorsa settimana aveva chiesto a Via XX settembre di preparagli uno schema sulle proposte di rimodulazione dell’Irpef. L’obiettivo del M5S, durante la difficile convivenza con la Lega, era di sgonfiare la flat tax controproponendo la riduzione da 5 a 3 degli scaglioni dell’imposta sulle persone fisiche. Obiettivo ambizioso, va detto, per il reticolo di detrazioni che definiscono la tassazione progressiva. Ma adesso che il renziano Luigi Marattin ha rilanciato sull’Irpef per piegare gli ex compagni del Pd e lasciare un altro sassolino negli ingranaggi del governo, Conte pretende un’accelerazione, a partire dall’estensione della no tax area. Al Tesoro si stanno studiando i possibili ritocchi alle aliquote: l’idea sarebbe quella di abbassare le percentuali asciugando le detrazioni. Tutto si gioca sulla differenza percepita tra il valore reale degli scaglioni e quello al netto delle detrazioni (ovviamente è più basso). Non si riuscirà ad abbatterle subito e farle scendere a 3, ma intanto si potrà usare la leva delle agevolazioni per garantire al premier un’altra arma da opporre a Renzi. Anche il ministro dell’Economia, in quota Pd, Roberto Gualtieri ci va cauto e prevede un primo serio discorso sulle nuove aliquote Irpef a partire dal prossimo Def, che sarà triennale. Qualcosa si potrà fare anche con i collegati alla legge di Bilancio, ma la rimodulazione non vedrà la luce prima della prossima manovra. Nel frattempo il governo si concentrerà sul cuneo fiscale, che è il vero terreno di scontro dei partiti che compongono la maggioranza. Si prevedono 2,5 miliardi per quest’anno e 5 miliardi a regime. Renzi lo ha definito «un pannicello caldo». Ieri Antonio Misiani, viceministro dell’Economia e già responsabile economico del Pd con Nicola Zingaretti, gli ha risposto proponendo di dare la priorità ai dipendenti a basso reddito, «3,7 milioni di lavoratori incapienti che sono rimasti esclusi dal bonus 80 euro di Renzi e che solo in alcuni casi beneficiano del reddito di cittadinanza». Un riferimento, quello al sussidio, che non piace al M5S. Sullo sfondo di queste e altre dichiarazioni si scorge una battaglia di tutti contro tutti. I grillini lo considerano un altro bonus «alla Renzi», (40 euro al mese in più secondo Misiani per chi guadagna sotto gli 8 mila euro) per cui servirebbero 3 miliardi e che costringerebbe al rinvio del taglio vero e proprio sul cuneo. Dopo aver dedicato il primo anno al governo alle fasce più povere attraverso il reddito di cittadinanza, i 5 Stelle vorrebbero concentrarsi sul ceto medio. Lo stesso a cui punta Renzi. Mentre il Pd guarda ai cosiddetti working poors, «lavoratori poveri spesso precari» spiega Misiani: «Aiutarli è un dovere». E uno degli strumenti per farlo è quel salario minimo che per mesi è stato sulla bocca di Luigi Di Maio: «Da estendere erga omnes» continua il viceministro: «E chi pensa che le risorse ipotizzate nella nota di aggiornamento non siano sufficienti non chieda di rinviare ma ci aiuti a trovare i fondi».

Si vedranno di nuovo domani per decidere chi sarà il presidente del Copasir, un ruolo ambito e nevralgico che viene sempre assegnato alle opposizioni. Ieri sera, nel corso di un vertice a Milano, Salvini, Berlusconi e Meloni non hanno trovato un accordo. L’ex ministro dell’Interno rivendica la poltrona per la Lega. Meloni sponsorizza invece Adolfo Urso, vicepresidente di Fratelli d’Italia del Copasir. Salvini non ha fatto nomi ma tra i vari che girano il più accreditato è quello di Raffaele Volpi, leghista di lungo corso ed ex sottosegretario alla Difesa. Ha sviluppato buoni rapporti con le strutture di intelligence italiane e con l’attuale ministro della Difesa Guerini, che è stato alla guida del Copasir durante il governo gialloverde. Su Urso c’è l’ok di Forza Italia e Ignazio La Russa dice: «Non è scritto da nessuna parte che la presidenza del Copasir debba andare al partito maggiore dell’opposizione, non è una scelta automatica. Poi dipende dal nome che proporrà Salvini». Certo, il nome conta, dice il capogruppo del Carroccio Riccardo Molinari: «E noi ne faremo uno che sarà all’altezza del compito istituzionale che lo attende». Tuttavia, ricorda Molinari, oggi la Lega è all’opposizione e l’unico incarico rimasto scoperto che viene assegnato alle opposizioni è il Copasir. Gli altri sono andati a Fdi e Fi. Ad esempio, la Vigilanza Rai è presieduta da un esponente di Forza Italia, Alberto Barachini. È una corsa contro il tempo: il presidente del Copasir dovrà essere eletto mercoledì. Salvini, oltre a Volpi, prepara tre nomi: Giancarlo Giorgetti oppure gli ex sottosegretari al Viminale Nicola Molteni e Stefano Candiani. Il problema è che nessuno di questi fa parte del Copasir, e quindi non può essere eletto alla presidenza. Del Comitato fanno parte invece Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, e Paolo Arrigoni. Il primo non vuole e non può lasciare scoperta la guida dei deputati leghisti, il secondo non è nella rosa di Salvini. Allora, nel momento in cui verrà scelto uno dei nomi in ballottaggio, bisognerà scrivere al presidente della Camera una lettera per comunicare la sostituzione di uno dei due componenti attuali del Comitato di controllo dei servizi. Un cambio che dovrà avvenire entro domani. Il primo impegno del nuovo presidente sarà la convocazione del premier Giuseppe Conte, che dovrà essere ascoltato sulla visita segreta del ministro Usa della Giustizia William Barr nella sede romana dei nostri 007. Il premier dovrà spiegare perché abbia autorizzato l’incontro e soprattutto se i dirigenti dei nostri servizi fossero stati avvertiti del fatto che si sarebbero trovati di fronte un esponente dell’amministrazione Usa. Nella Lega sono questi gli interrogativi che si fanno ed è il partito che aspira a presiedere il Copasir, ma non può calcare troppo la mano, mettere a repentaglio il rapporto con Trump pur di dare una mazzata a Conte. Cosa che, per la verità, Salvini farebbe molto volentieri, considerandolo il vero e primo traditore del governo gialloverde. In effetti nel centrodestra non c’è alcuna intenzione di sollevare più di tanto il caso, fare le pulci a Trump che cerca di smontare il Russiagate, e aiutare Hillary Clinton. Il leader della Lega farebbe e direbbe di tutto contro il premier italiano, ma in questo caso non può farlo. Tuttavia c’è un aspetto che, per restare nel campo degli 007, può essere sollevato. Perché Conte continua a tenere la delega ai servizi segreti? Aveva un senso, ragionano, nella Lega, nel precedente governo: non voleva darla a un esponente del Carroccio perché non si fidava; e forse non si fidava neanche dei 5 Stelle, anche perché non c’erano esponenti esperti in questa materia. Ma adesso, perché Conte continua a tenersi stretta la delega? Interrogativi che non hanno una risposta certa, ma c’è un indizio: la delega ai servizi è la polizza che gli ha permesso di assicurarsi il passaggio dal Conte uno al Conte Due come fosse una passeggiata. Da questo punto di vista, dicono i leghisti, Renzi ha ragione nel chiedere al premier di mollare la delega ai servizi. Non sarà certo Salvini a togliere le castagne dal fuoco a Conte, che si trova sul banco degli imputati. Non ha informato l’allora responsabile leghista del Viminale. E fino a oggi non ha avuto nessun interlocutore istituzionale per la gestione dei servizi segreti. Anche il ritardo nella nomina del presidente del Copasir è stato un fattore che lo ha indebolito.

La missione a Roma del segretario alla Giustizia americano Barr è nata dalla denuncia di George Papadopoulos, consigliere di politica estera di Donald Trump all’inizio della campagna elettorale del 2016. Papadopoulos è la persona da cui era partita l’inchiesta sul Russiagate, quando aveva rivelato all’ambasciatore australiano a Londra Downer che Mosca aveva le mail di Hillary Cliton e del Partito democratico. George, condannato a 12 giorni di prigione per aver mentito al procuratore Mueller, sostiene che si è trattato di un complotto per abbattere Trump, nel caso in cui avesse vinto le elezioni. In un’intervista pubblicata da La Stampa il 24 marzo scorso, l’ex consigliere ci aveva spiegato così la sua teoria. Secondo lui il professore maltese Joseph Mifsud lavorava per l’Fbi e i servizi segreti italiani, e durante una conferenza avvenuta alla Link Campus University di Roma aveva rivelato a Papadopoulos l’informazione sulle mail. La sua speranza era che George la passasse alla campagna di Trump, e la campagna contattasse Mosca, creando così l’appiglio sfruttato dall’Fbi per lanciare l’inchiesta sul Russiagate. Una volta tornato a Londra il consigliere aveva incontrato l’ambasciatore Downer, anche lui parte del complotto, che gli aveva estratto l’informazione sulle mail per passarla poi all’Fbi. Papadopoulos ci aveva spiegato così i suoi sospetti politici sull’Italia: «Stiamo parlando del 2016, quando Renzi era il presidente del Consiglio. Mifsud era vicino alla sinistra. A meno che non fosse il più grande doppio agente della storia, è chiaro che gestiva un’operazione per dare informazioni a me sui russi, nella speranza che le girassi alla campagna di Donald Trump. Ora la situazione è cambiata. Trump è presidente e l’establishment cerca di essere amichevole con lui». Il capo della Casa Bianca ha chiesto a Barr di investigare sulla denuncia di Papadopoulos, e il premier Conte gli avrebbe dato accesso ai servizi italiani (due presunti incontri a Roma tra Barr e i vertici dei servizi italiani, il 15 agosto e il 27 settembre) per ingraziarsi il presidente, che ha appoggiato la creazione del suo secondo governo. I critici di George rispondono che non ha fornito le prove della sua teoria, perché non esistono, e infatti nessun inquirente finora le ha trovate.

Io non la metterei in termini di dovere, perché ritenere che da parte del presidente del consiglio ci sia un obbligo costituzionale, o anche solo politico, di rinunciare alla delega ai servizi, equivale a depositare una mozione di sfiducia contro di lui». Da ex presidente della Camera, con trent’anni di esperienza nelle aule parlamentari (ultimo incarico la guida della commissione Banche nella scorsa legislatura), Pierferdinando Casini, oggi eletto col Pd, giudica pertanto «una richiesta forte» l’invito rivolto a Conte da Renzi. «Se non si ha fiducia politica che il premier riesca a gestire questa delega, vuol dire che lo si ritiene istituzionalmente inaffidabile. Se invece Renzi intende solo consigliare al premier di rinunciare alla delega, allora condivido anche io». Perché? «La motivo con la mia esperienza. I premier più esperti e più capaci hanno sempre delegato questa responsabilità, perché c’è la necessità di competenze specifiche e di un impegnoal cento per cento. E peraltro rischia di essereinavvedutal’ideachequalche consigliere del presidentepossasuppliredandoiconsigli giusti. Perché ciascuno risponde a una cordata e quindi in quel ruolo serve un’autoritàcon delle competenzespecifiche». Come prassi però anche altri premier tra cui Gentiloni l’hanno mantenuta questa delega… «Ci sarà però un motivo per cuilamaggiorpartedeipresidenti del consiglio l’ha delegata. Anche a garanzia della posizione in sé del Presidente, che può essere ingiustamente trascinato a dover spiegare delle cose. Mentre se c’è un ’autorità che fa da schermotraluieilParlamento, questo lo garantisce maggiormente.Secondome,meno si coinvolge un premier, meglioè.Estodandoalpresidente un consiglio, basato sull’esperienza. Ma se vuole tenere la delega, la tenga. A suorischio e pericolo». La vicenda Barr solleva interrogativi da chiarire. Come si è mosso il premier in questo frangente? «Non voglio dare giudizi, ho opinioni maturate dalla lettura della stampa, non suffragate da elementi su cui formulare un giudizio. Ma è chiaro che questa è una vicenda che rischia di finire in Parlamento. Proprio per l’esposizione in prima persona del premier, il rischio che qualcuno chieda un dibattito in aula, anche dopo la sua audizione al Copasir, c’è. E sotto il profilo politico, Conte farebbe fatica a sottrarsi a questa richiesta». Questa della delega ai servizi è solo una delle ultime richieste di Renzi. Le pare che stia facendo ballare troppo il governo? «Renziè un cavallo di razza e i cavalli di razza sono scalpitanti per natura. Non mi meraviglio di ciò che capita. La mia preoccupazione da esperto della politica è che questa cosa finisca per indebolireilgoverno, creandoun clima di fibrillazione permanente. Perché se anche Renzi non lo vuole, sarà troppo forte la tentazione di dare visibilità al suo nuovo partito. Cosa che il Pd non può tollerareperchérischia diindebolirsi. Insomma, se il buon giornosivededalmattino,allacciamolecinture…». Ma perché tutti temono le mosse di Renzi se la carta di far cadere il governo non sembra averla, visto che ha appunto bisogno di tempo per far crescere Italia Viva? «In teoria è così, ma in realtà tutti hanno molta più paura di Renzi di quanto dicono. Anche a causa della sua grande determinazione. Tutti hanno capito che sta coprendo uno spazio politico straordinario, che nessuno finora ha coperto. E proprio questo grande spazio politico è la ragione per cui fibrillano tutti. In presenza di Forza Italia che si sta disgregando, è chiaro che lui può fare la differenza». Il premier può essere un concorrente temibile per Renzi, tanto da indurlo ad attaccarlo? Visto che si muove da ex democristiano, che ha buoni uffici con la Chiesa e parla al centro… «Onestamente non lo credo. La sua forza è essere un premier terzo, se scendesse in campopoliticamenteverrebbe triturato. E poiché è una persona avveduta, non credoche lofarà».

Infine dovrebbe essere lui, Gennaro Vecchione, il punto più alto nei vertici degli 007 italiani, a cadere? Il tempismo non aiuta Giuseppe Conte, che ha in mano la delega ai servizi segreti e continua a coprire il capo del Dis da mesi e ancora oggi, nonostante la tempesta perfetta che da pasticciata trama di intelligence sta scivolando verso l’ennesimo terreno di lotta politica. «Vecchione non si tocca e la delega resta a me» è la risposta che ancora ieri dava a chi gli riportava del pressing dei partiti della maggioranza per mollare il dirigente coinvolto in una coda del Russiagate. Un passo indietro sulla delega invece gliel’ha chiesta dalle colonne della Stampa Matteo Renzi. In una coalizione nata a freddo tra ex nemici, Conte non si può aspettare la difesa incondizionata dal leader di Italia Viva. E Renzi, da parte sua, ha messo in campo il suo miglior talento, che è quello di approfittare delle debolezze altrui. Soprattutto se l’effetto è di appannare l’aura internazionale che si è costruito il premier: «Potremo dare un giudizio quando il presidente del Consiglio spiegherà al Copasir quello che è stato fatto». Il fianco di Conte si è improvvisamente scoperto su una vicenda dai contorni ancora oscuri. Il ministro della Giustizia americano, William Barr, ha incontrato per ben due volte, ad agosto e a fine settembre, i vertici dei Servizi segreti italiani. Nel primo caso solo Vecchione, direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, che dipende direttamente dalla Presidenza del Consiglio. Nel secondo incontro, il ministro di Donald Trump ha visto anche Luciano Carta e Mario Parente, direttori di Aisi e Aise, le agenzie per la sicurezza interna ed estera coordinate dal Dis. In quest’ultimo colloquio ad accompagnare Barr c’è anche il procuratore John Durham, l’uomo a cui è stata affidata la contro-inchiesta che mira a smontare il Russiagate e a trasformarlo in un complotto dei servizi occidentali con la complicità politica dei democratici Usa e del Pd italiano per evitare l’elezione di Trump alla Casa Bianca. Questa l’estrema sintesi di una storiaccia di spionaggio che lascia tracce di veleno nei rapporti tra servizi e governo, e tra i partiti della maggioranza. Perché, nel frattempo, quel che sembra un fatto acclarato è che nessun organo parlamentare preposto, il Copasir innanzitutto, la commissione di controllo sui servizi, era stato messo a conoscenza della visita americana. Conte sapeva e aveva dato l’ok. Il motivo, lo spiegherà proprio al Copasir. Certo, non sfugge al premier quello che sta accadendo. Cedere, come chiede Renzi, i servizi all’Autorità delegata o chiedere a Vecchione di lasciare suonerebbe come una sconfitta. Ed è quello che pensa vogliano sia Renzi sia Matteo Salvini. A Conte non fa gioco nemmeno che non si sia trovato l’accordo sul nome del presidente del Copasir e che per questo lui sia costretto a rinviare il chiarimento rimanendo esposto a sospetti e retroscena. A Chigi cominciano ad avere il dubbio che sia tutto calcolato. Da quanto trapela, l’umore di Conte non è dei migliori. Si è convinto che sia in atto una faida interna ai servizi per far fuori, di sponda con la politica, Vecchione, suo amico personale, da lui nominato al Dis. Non è vero, sostiene per esempio, che l’incontro con Barr sia avvenuto all’ambasciata Usa. «Ci sono fonti che vogliono screditare l’operato dei nostri servizi e alterare la realtà. È chiaro che si sta approfittando dell’occasione per ricamarci su, e ostacolare future riorganizzazioni dei servizi» . «Giochi interni – li definiscono – che ci sono sempre stati» e che Conte «non accetta più». Perché il compito del comparto di intelligence è di «lavorare con il massimo riserbo e nel rispetto dei vincoli di legge e non alimentando fughe di notizie». La furia di Conte è tale che promette, subito dopo aver parlato al Copasir, «un chiarimento interno» e una riorganizzazione. Tanto più se pensa che le rivelazioni degli incontri a cui ha partecipato Vecchione siano state manovrate proprio per affossare il suo uomo, mai gradito ai vertici degli 007. In realtà la bufera silenziosamente si scatenò già ai tempi della sua nomina. E anche nel M5S c’è chi storse il naso, come il sottosegretario Angelo Tofalo. Vecchione è un generale di Divisione, di grado inferiore ai generali di Corpo d’armata ai quali può dare ordini, come Carta, direttore dell’Aise, e Carmine Masiello, suo vice al Dis. Una scelta irrituale da parte di Conte. Ma ci sono anche fonti di governo del M5S che, come i renziani e qualcuno nel Pd, fanno eco alle lamentele di funzionari e dirigenti su Vecchione, di cui chiedono la rimozione. C’è poi chi pensa che il premier stia aspettando il momento giusto per farlo, rinviando la decisione a quando le acque si saranno calmate per non dare l’impressione di un’ammissione di colpa dopo le polemiche sul vertice segreto con gli americani. Quel che è sicuro è che Conte non intende lasciare la delega, come chiede oggi Renzi, e come chiedevano durante la fase di formazione del governo anche nel M5S per trasferirla a Vito Crimi. Presto, giura il premier, saranno altri nomi ai vertici dell’intelligence a saltare. Uomini dei servizi che considera in quota Salvini o ancora di stretta osservanza renziana, come Masiello, ex consigliere militare di Renzi dato in partenza già a luglio. Tutto questo avviene mentre, allineandosi alla posizione del M5S, Conte smentisce di voler confermare così com’è il programma degli F35 firmato anni fa con gli Usa. Il governo, fa sapere, punta a una «rinegoziazione» dell’accordo.

Sul piccolo schermo scatta la stagione delle grandi manovre. I capitani italiani della tivù digitale, ispirati dai colleghi europei, muovono i primi piccoli passi concreti sulla strada delle alleanze e delle piattaforme comuni con i rivali internazionali, in vista dell’inverno del possibile scontento globale che potrebbe cominciare quando Disney e Apple scateneranno l’offensiva planetaria all’ultimo telespettatore. Mediaset risulta aver pronto un patto pluriennale per sette film con Netflix da varare domani, stesso interlocutore con cui Sky farà massa critica su un’unica centralina a partire da mercoledì. Vengono presentate come strategie di attacco. Eppure, a ben vedere, sono soprattutto una difesa, almeno per il momento. I maligni scherzano sugli operatori «in cerca di un cardiotonico». Netflix è la regina dello streaming, tuttavia su alcuni mercati le cose non vanno come auspicato, anche per effetto dei recenti ritocchi al rialzo dei listini di abbonamento decisi per compensare l’aumento degli investimenti e l’erosione dei margini. Il mitico 9,99 al mese è diventato 11,99 o più nella versione ad alta definizione. La reazione non è stata quella sperata, il numero dei sottoscrittori ne ha sofferto. Il gigante americano della tv «a richiesta» si attrezza così per il duello col canale Disney che si offrirà (12 novembre negli Usa) a un prezzo che si vocifera inferiore, intorno ai 7-8 dollari, per cominciare. Nel frattempo, Amazon tesse la sua tela ibrida, destinando programmazione a basso prezzo a chi si iscrive al club «Prime» per far shopping online. È una cavalcata minacciosa che obbliga a ragionare sul consolidamento delle posizioni attraverso progetti comuni con singoli operatori nazionali. È qui che spuntano le intese con Mediaset e Sky. Il gruppo del Biscione balla da tempo fra le ombre, ha due piazze di riferimento (Italia e Spagna), ma fatica a scavarsi la dimensione europea necessaria per generare gli utili adeguati a non esser tagliati fuori dalla competizione continentale. La stretta di mano per la co-produzione di fiction con gli americani potrebbe permettere alla tv di Berlusconi una più ampia monetizzazione dei diritti, con gli americani a far da spalla per la commercializzazione dei prodotti fuori dai territori di diretta competenza. Il fidanzamento di Netflix con Sky ha un profilo differente, ma l’esigenza di fondo non è dissimile. Il grappolo di canali del gruppo Comcast deve affrontare la concorrenza crescente, una domanda di contenuti fortunatamente in aumento, e la perdita di valore del prodotto che una volta era centrale, le «news». L’intesa con Netflix concederà di offrire titoli come «La Casa di carta» e «Gomorra» su una sola piattaforma. Concentrerà gli interessi ed è questa la chiave. In attesa che il legislatore Ue renda i big americani meno indipendenti dai vincoli che pesano sugli attori del nostro mondo, la via per non soffocare è fare squadra in modo creativo. Nessuno immagina un’alternativa, per le tv private come quelle pubbliche. In Francia è nata la piattaforma Salto, nel Regno Unito la Bbc ha animato Britbox. In Italia, a partire dalla Rai, c’è chi accarezza l’idea di creare un ambiente unico per lo streaming a richiesta. Anche l’idea di una Santa Alleanza fra le Tv di stato europee, per fare massa e difendere le identità nazionali è oggetto di riflessione costante nel quartiere generale dell’Ebu, l’unione delle «rai» europee, a Ginevra. Tutti sanno che non c’è scelta, che il nemico è alle porte e che la partita è esistenziale, per il business e la cultura. Vuol dire che bisogna agire in fretta. Più di quanto, se si scremano le parole dai buoni auspici, si sta effettivamente facendo.

La postmodernità è il regno dei paradossi. E ha introdotto modelli cognitivi e interpretativi diversi, se non antitetici, rispetto alla logica razionale, dentro cui si annidano, a volte, rischi collettivi molto forti ma non decifrabili perché collocati all’interno di narrazioni ben confezionate (e magari pure affascinanti). Come nel caso dell’ideologia della trasparenza, un must della Silicon Valley, presentata come un grande traguardo dell’umanità perché se non si ha nulla da nascondere non si deve temere di rendere pubblico (specie sui social) ogni aspetto di sé. Una visione che fa ben più di una grinza sotto il profilo della sensatezza, per l’appunto, ma che viene spacciato per gesto normale e positivo, da incentivare a più non posso presso tutti gli utenti del web. E, invece, questi nostri «atti di trasparenza» non vengono soltanto presi sempre più in ostaggio a fini di profilazione pubblicitaria, ma diventano mezzi di oppressione consegnati spontaneamente ai poteri autoritari e liberticidi. E la terribile piega presa dalla reazione della Cina e dalle autorità di Hong Kong contro le proteste dei cittadini lo mostra in maniera palese. Nelle scorse ore il governo filocinese ha invocato prerogative di tipo emergenziale per stroncare i cortei che si susseguono nella metropoli nonostante l’escalation della repressione. E per rendere operativa la «norma anti-mascherine» l’amministrazione di Carrie Lam – che si proponeva di spaccare il fronte avverso separando i «moderati» dagli studenti e dai più radicali – ha rispolverato addirittura una legge di età coloniale, la «Emergency Regulations Ordinance», inapplicata da più di mezzo secolo. Nell’epoca della predicazione della trasparenza digitale come virtù assoluta, i manifestanti di Hong Kong adottano lo strumento offline e «analogico» della maschera per tutelare l’incolumità della propria persona (oltre che per difendersi concretamente dai gas lacrimogeni della polizia). Ed è come se la gestione dell’ordine pubblico ci riportasse improvvisamente a ritroso nel passato, diventando materia viva (e, purtroppo, sempre più sanguinante) della politica. Tanto più dal momento che in Cina il riconoscimento facciale di massa è realtà effettiva, e non una distopia fantascientifica. E, dunque, il segreto della mascherina e la tutela della privacy diventano la sola forma di resistenza possibile al cospetto dello strapotere tecnologico e dell’idea secondo cui tutto deve risultare visibile e fintamente trasparente (nell’esclusivo interesse della sorveglianza esercitata da un qualche potere). Pare, così, anche di tornare a John Locke e ai filosofi dell’opinione pubblica borghese del Sei-Settecento, gli alfieri delle libertà dell’individuo (e del suo diritto alla privatezza) di fronte alla minaccia di uno Stato arbitrario e onnipotente. Quel Leviatano hobbesiano che prende oggi le sembianze della Repubblica popolare cinese in grado di tenere insieme l’autocrazia eterna con i dispositivi tecnologici più avanzati al servizio della censura e del controllo politico. In sostanza, a livello di simboli, la maschera antigas (dopo quella di Guy Fawkes) contro il Panopticon in salsa Ict.

Più che delle divisioni interne alla maggioranza sulla manovra d’autunno, e ancor più delle libere uscite di due dei suoi maggiori alleati – Di Maio e Renzi – che parlano senza concordare nulla prima con lui, il presidente del consiglio Giuseppe Conte da ieri deve preoccuparsi dello strano caso Trump-Barr-Russiagate-Servizi italiani, su cui con un’intervista alla Stampa il leader della neonata Italia Viva lo ha sollecitato a rispondere al più presto in Parlamento, presentandosi davanti al Comitato di controllo, il Copasir, e affrettandosi a nominare un sottosegretario agli stessi servizi che li segua quotidianamente. La vicenda su cui dovrà rispondere è così complicata che, per quanto abile possa essere Conte, difficilmente riuscirà a dare risposte in grado di accontentare le legittime curiosità dei parlamentari. In breve, tra il 15 agosto e il 27 settembre di quest’anno, solo poche settimane fa, il premier autorizzò il capo del Dis, organismo di coordinamento dei Servizi segreti, Gennaro Vecchione, ad incontrare a Roma all’ambasciata Usa il ministro di giustizia americano William Barr, incaricato da Trump di far luce sul Russiagate che rischia di provocare il suo impeachment, e se possibile di dimostrare che si trattava di un complotto ai suoi danni. Ordito, nientemeno, da Renzi su ordine di Obama, e in Italia da un misterioso professore maltese, Joseph Mifsud, in realtà una spia che come mestiere di copertura insegnava all’università romana Link, fondata dall’ex-ministro dc Enzo Scotti, e dalla quale provengono alcuni ministri 5 stelle.

Mifsud,nel frattempo, è sparito. Dove, è verosimile che Barr volesse saperlo da Vecchione. Il quale, non essendo in grado di rispondergli ma non volendolo deludere, dopo averlo incontrato convocò per il 27 settembre una riunione con i capi operativi dei servizi, Luciano Carta (Aise) e Mario Parente (Aisi). Con quale esito, e perché, dal momento che formalmente un ministro americano non può dare ordini ai Servizi italiani, è ciò che Conte dovrà spiegare ai membri del Copasir. Ma appunto, del fatto che il premier sia messo in condizioni di fornire risposte chiare in Parlamento, è lecito dubitare. Basti sapere che la presenza di Mifsud in Italia, il suo ruolo di copertura alla Link, e il suo possibile coinvolgimento nel Russiagate erano stati rivelati più di un anno fa. Scotti e la Link, inizialmente, avevano negato. Poi erano saltate fuori prove inconfutabili della presenza del prof-spia. Allora sempre Scotti e la Link avevano cominciato a minimizzare, dicendo che questo Mifsud lo conoscevano solo come docente e delle sue presunte attività destabilizzatrici non erano al corrente. Difficile che a distanza di tempo, e a sparizione avvenuta dell’indiziato numero uno, si riesca a saperne di più. Sentiremo Conte, che tuttavia, per autorizzare una mossa così delicata del capo del coordinamento dei servizi, non poteva scegliere momento più sbagliato di quello in cui era a cavallo tra la crisi del suo primo e la nascita del suo secondo governo. E comunque, avrebbe dovuto trovare modo di informare il Parlamento. Così che, prima ancora di vedere se il caso, che via via sta assumendo le consuete caratteristiche del mistero all’italiana, possa essere risolto nella prossima seduta del Copasir, se ne possono valutare le conseguenze politiche. Stavolta non è un ministro qualsiasi, ma direttamente il premier, a trovarsi al centro di una vicenda assai controversa, con possibili ripercussioni internazionali. Ad averla scaricata interamente sulle sue spalle è il suo nuovo (per nascita recente di Italia viva) alleato Matteo Renzi. Il quale, almeno da un punto di vista temporale, visto che ciò che sarebbe accaduto – se poi è effettivamente accaduto – risale al 2016, qualcosa da dire, in merito, potrebbe averlo. Invece, con l’abilità e la disinvoltura che tutti gli riconoscono, è riuscito a mettere in mezzo Conte e a presentarlo come partner poco affidabile agli occhi del presidente Usa. Trump fino a qualche settimana fa lo chiamava confidenzialmente «Giuseppi»; ma adesso, visto che il Russiagate lo riguarda da vicino, magari avrà modo di ripensarci.

La tesi è una, percorre tutto il libro dal primo all’ultimo capitolo, in un’appassionata dimostrazione, esistenziale e filosofica, sul nostro diritto di dire la parola fine. Di scegliere se, quando e come vogliamo morire. Perché se la vita ci appartiene e possiamo farne (più o meno) ciò che vogliamo, allo stesso modo non dovrebbe appartenerci anche la morte? Una buona morte, una eutanasia cioè. Perché mai, si chiede Paolo Flores d’Arcais, direttore di Micromega, in un implacabile pamphlet dal titolo Questione di vita e di morte (Einaudi), sulla nostra ultima ora dovremmo sottometterci a un Dio, a una Chiesa, a un potere politico? Rivolgendosi a un immaginario “amico lettore”, con l’uso del “tu” letterario che chiama in causa e responsabilizza chi legge, Flores d’Arcais smonta passo dopo passo tutte le tesi che si oppongono al nostro diritto di essere “sovrani” rispetto alla morte. Puntando a demolire, in particolare, l’architettura che da sempre la chiesa cattolica ha creato intorno alla presunta “indisponibilità” della vita e della morte. Affermando, in sostanza e arbitrariamente, che l’essere umano non può fare quello che vuole né del proprio inizio, né della propria fine. Anche qui Flores d’Arcais si rivolge, idealmente, a tre interlocutori ben precisi, nomi famosi della bioetica confessionale, ossia il cardinale Dionigi Tettamanzi, il cardinale Elio Sgreccia (entrambi scomparsi), ma soprattutto a Vincenzo Paglia, “l’amico Vincenzo”, oggi presidente della Pontificia accademia per la vita, ma da sempre fulcro spirituale della Comunità di Sant’Egidio. «Caro Vincenzo, stimate Eminenze Tettamanzi e Sgreccia, non accettereste certamente che sul vostro fine vita decida io, la giudichereste aberrante pretesa di sopraffazione. Non potete perciò pretendere di decidere sul mio». Nessuno può insomma imporci come vivere e dunque come morire, spiega Flores d’Arcais in questo pamphlet di apologia dell’eutanasia, che arriva dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla depenalizzazione dell’aiuto al suicidio. E alla vigilia, forse, di nuove alleanze sui diritti civili che infatti spaventano il Vaticano, tanto che il presidente della Cei, il cardinale Bassetti, ha proposto di inserire l’obiezione di coscienza per i medici nella legge sul testamento biologico. Alterando così, radicalmente, quel principio di libertà contenuto nella possibilità di rifiutare le cure, e ottenere una morte senza dolore, nello stadio terminale di una malattia. Sulla nostra dipartita, dunque, dice Paolo Flores d’Arcais, non possono decidere né lo Stato con una legge che fosse coercitiva della mia volontà, né la Chiesa in nome di un Dio che soltanto alcuni riconoscono, né tantomeno la Natura. E questo è uno dei concetti fondamentali del libro, ricco anche di un toccante capitolo di storie e testimonianze di vita e di morte, di persone che sono riuscite a ottenere il rispetto delle proprie volontà, ma anche di persone che hanno dovuto soffrire fino all’ultimo istante. I difensori della (presunta) indisponibilità della vita affermano che deve essere la Natura, con il suo naturale decadimento o con i suoi imprevisti a decidere l’ora dell’addio. Ma così non è, visto che l’essere umano da sempre sottomette la Natura, combattendo le malattie, dominando l’ambiente, allungando la vita stessa grazie a scienza e medicina, a volte oltre misura. Quindi questa Natura-Fato che dovrebbe fare il suo corso, portandoci “naturalmente” alla morte, è qualcosa di mitico, immaginario, pretestuoso. Sgombrato sul filo della logica il campo da chi potrebbe decidere in nostra vece, la tesi del libro è che se «si prendono sul serio eguaglianza di dignità e libertà, cioè la condizione minima del cittadino», le dispute sul fine vita non dovrebbero proprio esistere. Essendo noi sovrani anche della nostra ultima ora, sarebbe poi logico che ne disponessimo come meglio crediamo, affidandoci a un medico, alla scienza, anche a Dio per chi crede, ognuno alla ricerca di quella eutanasia, morte senza dolore, a cui ogni essere umano aspira. Questione di vita e di morte è dunque una trattazione giuridico-filosofica e religiosa del diritto di scelta. Ma nel capitolo “esistenzialmente” Flores d’Arcais, definendoli “condannati a morte con tortura”, ripercorre anche, in una dolente antologia, i tanti casi di chi, da Giovanni Nuvoli a Vincent Hubert, hanno invano chiesto allo Stato di poter mettere fine alle proprie, indicibili sofferenze. Morendo poi come Nuvoli nel più assoluto dolore, o come Hubert aiutato dalla madre e da un medico amico, entrambi poi assolti per il loro gesto. Storie a cui si contrappongono lucide testimonianze di libertà. Quella di Damiana Saba, affetta da sclerosi multipla, che racconta a Radio Radicale la sua scelta di andare a morire in Svizzera, così come anni dopo farà Dj Fabo, alla vigilia del suo (ultimo) viaggio a Zurigo.

uropa con pervicacia tale da far pensare che non esista altro tema di dibattito politico. Al più tardi dalle migrazioni di massa del 2015 ha monopolizzato l’agenda incentrando la critica sull’immigrazione, le comunità europee, la distribuzione del welfare, l’indulgenza della giustizia. Il grande successo riportato alle urne, da ultimo nelle elezioni regionali in Brandeburgo e Sassonia, è legato a una grave carenza dell’establishment. Se milioni di persone si orientano agli estremi del panorama politico, deve esserci per forza un grande vuoto al centro. Ma quando ultimamente i nazionalisti di destra in Europa sono andati al potere o hanno almeno sostenuto ufficialmente il governo, è andata piuttosto male. Il Fpoe austriaco è stato defenestrato dal governo per via di una conversazione ebbra e compromettente del suo leader Strache a Ibiza. In Italia il partito di maggioranza M5S ha dato il benservito alla Lega di Salvini prendendo come partner il Pd, di sinistra. E la Brexit, fiore all’occhiello dei nazionalisti di destra, dopo il trionfo al referendum, nel caotico passaggio alla realtà, si sta rivelando sempre più un incubo per tutto il Paese. La nuova destra però non è una fastidiosa meteora. I problemi delle migrazioni, dell’Euro, della criminalità, sono virulenti ovunque in Europa occidentale. I populisti di destra sono venuti per restare e possono arrogarsi il merito di aver spinto partiti in pericoloso declino, come i socialdemocratici in Danimarca, a ostacolare l’accesso degli immigrati allo stato sociale, riavvicinando gli elettori non proprio di destra al loro vecchio partito di riferimento e dimostrando in che misura il programma della nuova destra fosse in effetti socialdemocratico. L’aspetto più irritante dell’ascesa del nazionalismo di destra sta nella polarizzazione della vita politica. In Germania già prima del 2015 un partito ancora relativamente moderato come la Afd di Bernd Lucke è stato investito da un odio palese e isolato come qualcosa che non era: un insieme di nazisti. Questa demonizzazione sommaria ha fatto comodo ai vecchi partiti, evitando loro il necessario confronto con le istanze della nuova destra. Inoltre, tutti gli “antifascisti” dichiarati si possono fregiare del titolo di combattenti della resistenza contro l’ipotetico pericolo dell’hitlerizzazione. Si è visto ancora di recente con l’accorato appello del bardo Herbert Grönemeyer a un concerto a Vienna. Per contro c’è un vittimismo trito anche a destra. I nazionalisti, da Höcke a Salvini, si trincerano in una narrazione che li vede esclusi dal potere e messi in cattiva luce dai media e così facendo riescono a rimuovere più facilmente i loro insuccessi. Chi esagera la portata di questi movimenti popolari in realtà di scarso successo e straparla di una presa di potere per mano di finti fascisti, sfrutta la polarizzazione politica solo per pigrizia mentale e per autoesaltarsi. L’aspetto tragico è che Höcke e Grönemeyer si somigliano molto di più di quanto entrambi vorrebbero, un finto gigante e un antifascista per finta.