Anni fa si lamentava l’assenza di giovani nella vita pubblica, soffocati, i poverini, da una gerontocrazia imperante in tutti i settori. Ora i giovani si sono svegliati ed hanno incominciato ad occupare posizioni. In primis fu Matteo Renzi che riscosse tanta attenzione proprio perché era un volto nuovo e fresco che irrompeva nella politica senza lord protettori, proponendosi di “rottamare” la vecchia classe dirigente del Pd. Un proposito ruvido ma in sintonia con il clima di quei tempi che voleva un rinnovamento radicale della classe politica. Proprio grazie ad un messaggio così ribaldo l’allora sindaco di Firenze prese il volo. A seguire, sono arrivate le truppe grilline che nel 2013 hanno portato nelle camere uno dei più giovani gruppi parlamentari della storia repubblicana. E infine l’attuale governo Conte ha stabilito il primato dell’età più bassa dei governi democratici. Anche fuori dalle istituzioni il “momento Greta” ha investito gli studenti di mezzo mondo portandoli a riempire le strade in difesa dell’ambiente; ma non solo: pensiamo ai manifestanti di Hong Kong o ai giovani algerini che da mesi scendono in piazza ogni venerdì per reclamare, in entrambi casi, più libertà e democrazia. In questo clima così galvanizzato non manca chi suggerisce di estendere il diritto di voto ai sedicenni… La mobilitazione politica delle fasce giovanili interrompe una lunga fase di apatia in tutte le società occidentali (anche il movimento spagnolo degli Indignados si è rivelato un fuoco di paglia). Ma l’ingresso dei giovani in politica non porta solo buoni frutti; c’è un rischio insito nella “presa del potere” delle giovani generazioni: la loro assenza di memoria. Non tanto perché debbano rendere omaggio ai padri quanto perché oggi l’accesso ai piani alti della politica è avvenuto bruciando tappe che dovevano essere tutte percorse. Comunque li si giudichi, non esistono più riti di passaggio nella nostra società (esame di maturità, servizio militare, matrimonio). In alcuni casi, come nel matrimonio, la loro smitizzazione ha avuto un significato di autonomizzazione delle scelte individuali e quindi, in linea di principio, di maggiore responsabilizzazione; in altri di semplice abbandono di ogni prova, di un momento di verifica dove si mettono in campo, in una sfida collettiva, le proprie capacità. In questo contesto anche la politica ha perso i suoi riti di passaggio. In alcuni casi è stato un bene. Indipendentemente da ogni giudizio di valore, i grillini hanno rotto ogni prassi e buttato sul tavolo con imberbe arroganza idee e proposte innovative, dall’uso (sregolato: senza regole chiare) della democrazia elettronica, alla critica degli strumenti e degli istituti di rappresentanza. Bene ridiscutere tutto quando i sistemi democratici mostrano segni di logoramento e perdono il sostegno di fasce sempre più ampie di cittadini. Ma tutto ciò diventa un problema quando si vuole fare tabula rasa del passato, cancellando tutto. Oggi le leve del potere (ad eccezione della Presidenza della Repubblica) sono in mano ad una generazione che è cresciuta senza legami con le culture politiche dei fondatori della repubblica. Solo nel Pd ancora risuona quel richiamo (mentre la pur coriacea memoria storica coltivata in Fratelli d’Italia è di tutt’altro segno). Per il resto, le nuove generazioni, pentastellati in testa, sono arrivate alla stanza dei bottoni senza un cursus honorum politico significativo. Sono state catapultate ai vertici bruciando le tappe e non perché fossero formate da tutti enfant prodige, bensì per la mancanza di sedi e regole per fare esperienza. Senza questo passaggio anche la trasmissione di riferimenti e valori si annacqua. Gli odierni protagonisti della politica non solo ignorano il lavoro delle generazioni precedenti su una serie di temi e progetti ma non hanno nemmeno i rudimenti del “far politica”; con il risultato di concepirla e praticarla come una guerra totale, assoluta, dove chi vince, vince tutto, e chi perde, perde tutto. E il dialogo, la ricerca del consenso, il compromesso trasmutano da buone pratiche a pratiche oscene. Perché sono deperite, o sono state rifiutate, le sedi proprie del far politica: i partiti.

La campagna contro Trump finalizzata al suo impeachment rivela molte cose della difficile situazione politico-ideologica attuale. Trump è raffigurato come un cittadino che persegue soltanto i propri interessi, non come il rappresentante di uno Stato e dei suoi apparati. Edward Snowden l’ha capito subito, commentando dritto al punto e dicendo che «le denunce dell’autore di una soffiata, che hanno innescato l’inchiesta per l’impeachment del presidente degli Stati Uniti, sono ‘alquanto sagge’ dal punto di vista strategico perché si concentrano sul presidente in contrapposizione a un’istituzione. […] Il Congresso potrebbe essere ‘più che felice’ di spingere sotto il tram un cittadino che abusi della sua carica, come peraltro non sarebbe disposto a fare quando chi ne fa parte si ritrova implicato nello stesso tipo di accuse». Ne consegue, pertanto, che è accettabile criticare un individuo che infrange la legge mentre persegue il proprio tornaconto o soddisfa le sue tendenze patologiche (vendetta, brama di potere e sete di gloria…), mentre è molto più difficile individuare un crimine nell’attività di un’istituzione statale, perseguita da soggetti onesti sul piano personale e dediti al loro lavoro. Il male e il reato non sono una faccenda personale, ma insiti nel funzionamento stesso dell’istituzione. Il tanto celebrato film di Florian Henckel von Donnersmarck, “Le vite degli altri”, cade nella stessa trappola: come nel caso di molte altre raffigurazioni dell’inclemenza dei regimi comunisti, omette di illustrare la vera atrocità della situazione che si sforza di presentare. Il corrotto ministro della Cultura vuole liberarsi una volta per tutte del più importante commediografo della Repubblica Democratica Tedesca, Georg Dreyman, per portare avanti senza ostacoli la relazione che ha con la compagna di quest’ultimo, l’attrice Christa-Maria. Così facendo, l’atrocità insita nella struttura formale del sistema è relegata a conseguenza di un capriccio personale: il punto di cui non si parla è che, anche senza la corruzione personale del ministro, il sistema non sarebbe meno terrificante. Nella DDR reale, uno scrittore come Dreyman, famoso e pubblicato anche in Occidente, sarebbe stato tenuto costantemente sotto sorveglianza (come fu il caso di tutti gli scrittori famosi della DDR, da Bertolt Brecht a Heiner Muller), anche se nessun alto apparatchik avesse desiderato avere per sé sua moglie. La stessa cosa vale per chi caldeggia l’impeachment di Trump. Trump, indubbiamente, è una persona ripugnante, priva di qualsiasi riferimento morale. Ma che dire delle sistematiche e continue violazioni dei diritti umani nelle attività delle agenzie d’intelligence statunitensi? Il nemico non sono i personaggi idiosincratici che fungono da agenti perturbanti dell’establishment. Il vero nemico sono i burocrati patrioti sinceri che perseguono spietatamente gli obiettivi degli Usa. Volendo fare nomi, il modello che incarna questo tipo di burocrate patriota è James Comey, il direttore dell’Fbi deposto da Trump. Sebbene sul piano dei fatti Comey sia stato probabilmente sincero nelle sue critiche a Trump, non si dovrebbe in nessun caso ammettere che la sua “fedeltà superiore” ai principi e ai valori degli Usa possa lasciare indenni quelle che non si può fare a meno di denominare le tendenze criminali insite nelle istituzioni degli Usa, per esempio tutto ciò che Assange, Snowden e Manning hanno rivelato. Altresì, non si dovrebbe dimenticare che il movimento che si batte per l’impeachment di Trump è motivato dal desiderio di dimostrare che la Russia ha condizionato le elezioni 2016, permettendo a Trump di vincere. Se da un lato è probabile che la Russia si sia intromessa (proprio come gli Usa cercano di influenzare le elezioni in tutto il mondo, con la sola differenza che definiscono i propri interventi “una difesa della democrazia”), rivolgere l’attenzione a questo aspetto offusca i veri motivi della sconfitta di Hillary Clinton, la sua lotta senza mezze misure contro Bernie Sanders e l’ala sinistra del partito democratico. Sanders aveva perfettamente ragione a mettere in guardia l’opinione pubblica dicendo che «se l’anno prossimo o tra un anno e mezzo, avvicinandoci al nocciolo delle elezioni, il Congresso non farà altro che parlare dell’impeachment di Trump e di Trump, e di Mueller e di Mueller; e se non staremo parlando di assistenza sanitaria, di portare il salario minimo a un livello che consenta di vivere decorosamente, se non parleremo di lotta al cambiamento climatico, se non staremo discutendo di sessismo e razzismo e omofobia, e di tutte le questioni che riguardano i comuni cittadini americani, temo che tutto ciò possa giocare a vantaggio di Trump». L’impeachment di Trump non è un piano della sinistra, bensì un piano dei centristi-liberal il cui scopo segreto è anche impedire la svolta a sinistra del Partito democratico.

Il Partito socialista (Ps) di Antonio Costa vince le elezioni in Portogallo ma si ferma a un soffio dalla maggioranza assoluta. Un risultato che – se confermato dai dati finali dello spoglio- potrebbe aprire la porta a una Geringonça 2.0, una riedizione, forse in edizione ridotta, dell’alleanza a sinistra che ha governato il Paese negli ultimi 4 anni. Il Ps – a scrutinio quasi ultimato – è al 37%, il 5% in più del 2015, e dovrebbe conquistare 110 seggi su 230. Premiati dalle urne anche il Bloco de Esquerda (9,1%) e – in misura minore – la coalizione tra comunisti e verdi (5,7%), i due partner che nell’ultima legislatura hanno garantito sostegno esterno al governo di minoranza del Ps. Crolla invece l’opposizione di centrodestra del Psd guidata da Rui Rio, scesa dal 38,5% al 29,4%. Il pallino è ora in mano a Costa che, numeri alla mano, può decidere con chi governare e ha bisogno di un solo partner per controllare il Parlamento. I negoziati dovrebbero cominciare nelle prossime ore ma ripartiranno con ogni probabilità dal cantiere a sinistra che ha portato il Portogallo fuori dalla crisi. Il Bloco de Esquerda e i comunisti riuniranno tra domani e dopodomani i vertici di partito. E forse già a metà settimana incontreranno il Ps per cercare un’intesa sul programma di governo. I temi di convergenza sono chiari: l’aumento degli investimenti pubblici e dello stipendio minimo e un piano per affrontare l’emergenza casa. Ma a complicare le trattative potrebbero essere proprio i tentativi di forzare la mano dell’ex-premier che può permettersi il lusso di scegliere solo uno dei due ex-alleati. Il suo obiettivo è evitare con un accordo forte e blindato i cortocircuiti degli scorsi mesi, quando l’alleanza di governo ha rischiato di saltare sulla riforma del lavoro e sugli aumenti di stipendio al settore pubblico. I socialisti, in teoria, hanno in mano anche altre alternative: potrebbero cercare un’intesa con Livre, altra formazione di sinistra radicale che sarebbe in grado di trovare per la prima volta spazio in aula. Oppure – ipotesi poco probabile – calare il sipario sull’esperienza degli ultimi 4 anni e cercare un asse con gli ambientalisti del Pan. Costa non ha voluto scoprire le carte durante la campagna: «L’unica cosa di cui sono certo è che il Portogallo ha bisogno di un governo stabile e non di uno a breve termine». Il voto di ieri, con l’affluenza alle urne crollata al 53%, segna una sconfitta storica per la destra con il crollo del Psd e il flop del Cds, a rischio sorpasso del Pan come quarto partito del paese. Assunçao Cristas, leader del partito, ha rassegnato le dimissioni .

 

Il difficile, per Antonio Costa, inizia ora. E l’austerity “light” che ha portato il Portogallo fuori dalla crisi senza far saltare gli equilibri di bilancio affronta da oggi la sua sfida più complicata: quella con il rallentamento economico del Vecchio continente. Il 58enne leader del Partito Socialista può in queste ore legittimamente far saltare i tappi dello champagne: il risultato delle urne gli consente di scegliere con chi governare e l’esecutivo prossimo venturo, almeno sulla carta, parte molto più robusto di quello che l’ha preceduto, un governo di minoranza nato dopo la sconfitta del Ps alle elezioni del 2015 (vinte in realtà dal centrodestra). All’appello però manca il più importante dei suoi alleati: quella brillante congiuntura che dal 2015 ad oggi ha garantito a Lisbona i miliardi necessari per “voltare la pagina sull’austerità”. Alzando il salario minimo, ritoccando all’insù le pensioni, ripristinando 35 ore e quattro festività soppresse e presentandosi a Bruxelles – malgrado tutto – con un rapporto deficit/pil da primo della classe, ridotto dal 7,2% del 2014 allo 0,2% previsto per il 2019. I motori di questo miracolo sono stati tre: il primo l’eccellente stato di salute negli ultimi quattro anni delle economie mondiali, una manna per un Paese che fonda buona parte delle sue fortune sull’export, salito dai 49 miliardi del 2015 ai 61 del 2018. Il boom del turismo ha garantito un altro po’ del tesoretto utilizzato per cancellare alcune delle misure imposte dalla Troika in cambio di 78 miliardi di prestiti: nel 2015 le entrate legate a questo settore – che ormai vale quasi il 20% del pil – erano pari a 14 miliardi. Lo scorso anno i miliardi sono stati 22 (quasi 4 punti di prodotto interno lordo in più, uno all’anno). Il terzo fattore dei successi della sinistra portoghese è stato il rallentamento “controllato” – almeno all’inizio della legislatura – degli investimenti pubblici: nel 2016 i soldi spesi dallo Stato in a questa voce sono scesi al minimo storico. E solo da allora il governo ha ripreso ad aprire un po’ i cordoni della Borsa rimanendo però ben al di sotto della media degli anni pre-crisi. Il vento, purtroppo per Costa, è ora girato: la guerra dei dazi ha paralizzato gli scambi globali, sull’Europa c’è la spada di Damocle della Brexit. «E un paese piccolo come il nostro è molto più esposto a queste tempeste», ammette persino Mario Centeno, ministro delle Finanze e presidente dell’Eurogruppo che è stato il regista dello spettacolare risanamento dell’ultimo quadriennio. Il problema è se (e quanti) soldi il nuovo esecutivo avrà a disposizione per finanziare le sue promesse elettorali. L’elenco è lungo: un raddoppio degli investimenti pubblici – un cavallo di battaglia del Bloco de Esquerda e dei comunisti – un altro ritocco all’insù del salario minimo, un piano per calmierare i prezzi di case e affitti, balzati del 37% in 4 anni per la domanda turistica, più finanziamenti a sanità ed educazione. La partita di Costa e dei suoi futuri eventuali alleati, da domani in poi, è chiara: servirà un prudente gioco di acceleratore e freno per continuare le politiche “sociali” senza compromettere la stabilità dei conti dello stato. Il Portogallo, dicono Ue e Fondo Monetario, dovrebbe continuare a crescere più del resto d’Europa: + 1,7% quest’anno, più 1,9% il prossimo. L’arrivo a Lisbona di molti big stranieri (da Mercedes a Google a Bosch a Volkswagen) dovrebbe garantire continuità di investimenti esteri e di posti di lavoro. Ma sullo sfondo resta – come per l’Italia – lo spettro di un debito pubblico che viaggia ancora al 127% del pil e fatica a scendere. Una bomba ad orologeria che – in caso di bufere impreviste – potrebbe rovinare i sogni e i progetti di Costa e della sinistra portoghese.

 

 

Sono passati sei mesi, era aprile quando dalla procura di Roma partì l’ennesima richiesta di informazioni ai colleghi egiziani. Gli stessi che avevano sempre giurato il massimo della collaborazione. Il sostituto procuratore Sergio Colaiocco cercava elementi per supportare il racconto di un testimone, il primo probabilmente in questa storia, che aveva ascoltato uno 007 egiziano raccontare di aver partecipato al sequestro di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto tra il gennaio e il febbraio del 2016. Quella testimonianza può ancora essere cruciale. E inchiodare alle loro responsabilità gli agenti della National Security, il servizio di sicurezza egiziano, dove lavorano i cinque agenti indagati oggi dalla procura di Roma per il sequestro di Giulio. Bene, sono passati sei mesi. E nessuna risposta dal Cairo alla richiesta italiana, è arrivata in piazzale Clodio. Non un’indicazione, niente. A conferma di quello che a molti pareva ormai chiaro da tempo: l’Egitto non ha alcuna intenzione di collaborare con l’inchiesta italiana. Probabilmente non l’ha avuto sin dal principio se è vero, come è vero, che la storia di questa inchiesta è una storia fatta di depistaggi (cinque innocenti sono stati uccisi dalla polizia egiziana, nella speranza di addossare loro la morte di Giulio). E di bugie. Tanto che tutto quello che oggi si sa è dovuto a un’indagine per sottrazione: al lavoro, cioè, dei carabinieri del Ros e dei poliziotti dello Sco che hanno dovuto smontare pezzo per pezzo le bugie che arrivavano volta per volta dal Cairo. A rendere la situazione ancora più complicata c’è poi un’altra circostanza: il procuratore generale Nabel Sadek, che fin qui era stato il punto di riferimento dei magistrati e delle autorità italiane, è andato in pensione. Sadek è stato sostituito da un nuovo magistrato che pare essere in ottimi rapporti con il presidente Sisi. E che, comunque, in queste prime settimane di lavoro non ha ritenuto opportuno affrontare con l’Italia il caso Regeni. Un ennesimo schiaffo al quale i genitori di Giulio, Paola e Claudio, non hanno intenzione di rispondere con il silenzio. Non a caso oggi alla Farnesina incontreranno, insieme con il loro avvocato Alessandra Ballerini, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Al quale chiederanno, come già hanno fatto in più occasioni pubblicamente nelle scorse settimane, il ritiro dell’ambasciatore italiano al Cairo. Inviato due anni fa con il compito di accelerare la collaborazione investigativa con l’Italia, il lavoro di Gianpaolo Cantini è servito soprattutto — come hanno documentano i numeri — a implementare il business tra Italia ed Egitto. Questa volta è possibile, però, che qualcosa si muova. D’altronde il presidente della Camera, Roberto Fico, in occasione della lectio magistralis tenuta all’università di Trieste la scorsa settimana, è stato molto chiaro: «In Egitto la giustizia è solo sulla carta, non viene messa in pratica. Niente libertà di espressione e di stampa. Il divieto di tortura è soltanto una realtà fittizia, i maltrattamenti avvengono ancora e Giulio ne è l’esempio. Purtroppo in questi anni sono state fatte tante promesse e dette tante parole, ma ancora nulla è stato mantenuto».

La vicenda della visita in Italia, nel maggio 2017, del libico Abd al-Rahman al-Milad, meglio conosciuto come “Bija”, già signore del traffico di esseri umani nel quadrante di Zawyah, a capo di milizie fedeli al premier Serraj nel conflitto con il generale Haftar e contestualmente ufficiale della Guardia Costiera libica, al riparo della quale ha continuato, se possibile con maggior ferocia e profitto, a coltivare i propri traffici, riassume e fotografa in modo nitido il fantasma, la cattiva coscienza e l’ipocrisia che inseguono la sinistra italiana dal giorno della sua sconfitta elettorale nel marzo 2018. E con lei l’Europa. Bija, finito nell’estate del 2018 nella lista dei trafficanti di esseri umani sottoposti a sanzioni delle Nazioni Unite, appena un anno prima, in una delegazione composta da 14 membri, visitava i Cara di Mineo e Pozzallo e il Centro di coordinamento della nostra Guardia Costiera a Roma sotto l’ombrello e per iniziativa della Oim, l’Organizzazione Intergovernativa per i migranti, che, per inciso, è Agenzia collegata alle Nazioni Unite. Ospite di un programma (il “Sea Demm”, “Sea and Desert Migration Management for Libyan authorities to rescue migrants”) concepito per formare operatori umanitari, compresi ex trafficanti che evidentemente tali non erano, ma tali si professavano. Ebbene, sollevata quattro giorni fa da un’inchiesta del quotidiano della Conferenza Episcopale Avvenire, la vicenda ha prodotto il consueto riflesso pavloviano del “se c’ero non sapevo”, del “se c’ero non ricordo”, come se la storia di Bija avesse quale sua unica posta in gioco il processo postumo alla responsabilità politica di un governo, di un singolo ministro, di un Capo della Polizia, o di qualche funzionario della nostra Intelligence. E che dunque la faccenda si risolva nel dimostrare che «le carte erano apposto». O che, al contrario, non lo erano. Il tutto, in un contesto di ipocrita rimozione. Che non solo non fa onore al silenzio di chi, nel 2017, guidava il Governo, l’attuale commissario Europeo Paolo Gentiloni – che, ancora recentemente, ha rivendicato le politiche migratorie implementate dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti come «eredità da trasferire in Europa» – e del segretario del Partito che allora lo sosteneva, Matteo Renzi, ma che avrebbe meritato e meriterebbe l’attenzione dell’attuale segretario del Pd Nicola Zingaretti. Non fosse altro per rispondere a una domanda fondamentale che la storia di Bija – come altre del resto, documentate in questi mesi anche da Repubblica e dal lavoro dei suoi inviati sulle navi delle Ong nel basso Mediterraneo – pone. Una domanda molto semplice che non contempla furbizie. Di quali politiche migratorie questo governo intende farsi promotore? Detta in modo più esplicito: esiste una volontà di completare la strada tracciata nel 2017 da Minniti e Gentiloni che, di fronte a uno “Stato fallito” e in preda a un’interminabile guerra civile che impiegava nell’indotto del traffico dei migranti almeno 40 mila miliziani, immaginava un compromesso in ragione del quale, stringendo mani non immacolate (come quelle delle centinaia di Bija e capi tribù della Libia), fornendo aiuti militari (le motovedette destinate a ricostruire un’inesistente Guardia Costiera) e umanitari sarebbe stato possibile progressivamente prosciugare quell’indotto criminale e portare le Nazioni Unite – Unhcr – su quelle coste dove migliaia di migranti marciscono in campi di prigionia ridotti a lager? O ancora, immaginare una politica di flussi e rimpatri governata e non subita? O, al contrario, si ritiene che quell’eredità sia ingombrante, fallimentare, peggio abbia aperto la strada a una criminalizzazione del lavoro delle Ong, alla dismisura e ai demoni salviniani, e si vuole per questo andare altrove? Saperlo non guasterebbe. Anche perché, in questo primo mese di Conte bis, le indicazioni sono di una grande confusione. Accade infatti che mentre nel Pd , e non solo, si levino voci contro «la vergogna della Guardia Costiera libica», il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, abbia ribadito la centralità di quella flotta dove, appunto, uno come Bija ha fatto il comandante. Accade anche che mentre i porti vengono riaperti alle navi delle Ong, i due decreti sicurezza firmati da Salvini – e la cui riscrittura era stata indicata come una pregiudiziale per la nascita del governo giallo-rosso – non solo non siano stati toccati, ma, anzi, continuino ad essere utilizzati come strumento di governo. Per non dire del decreto Di Maio sui rimpatri che, per i migranti provenienti da “Paesi sicuri”, contempla un’inedita inversione dell’onore della prova, in forza del quale, spetta al migrante arrivato sulle nostre coste dimostrare di essere fuggito da un luogo di guerra, persecuzione, violazione dei diritti umani. Ma può essere considerato Paesesicuro l’integralista Algeria? O la Tunisia? La storia di Bija merita insomma una qualche risposta politica su ciò che si intende fare e non quella della famosa e italianissima gag di “Totò Truffa”: «E che mi chiamo Pasquale?».

Stavolta, dopo il successo del maggio scorso degli striscioni fai-da-te appesi spontaneamente in migliaia di balconi italiani ma soprattutto a Milano, gli hanno dato proprio un nome, quasi fosse una disciplina: le “Balconiadi”. Contro la Lega e contro il sovranismo. Oggi I Sentinelli di Milano, seguitissimi agitatori “laici e antifascisti” con 180 mila fan solo su Facebook, sui propri canali social lanceranno una nuova mobilitazione di risposta alla piazza leghista del 19 ottobre a Roma. «Sarebbe bello esportare l’esperimento delle “Balconiadi” in tutto il Paese – racconta uno dei promotori e portavoce dell’associazione, Luca Paladini – proprio nei giorni della manifestazione sovranista di sabato. Un modo di esprimere il dissenso originale e libero dove ciascuno scatena la propria fantasia e usa il proprio balcone o la propria finestra come palco. Per mostrare che c’è da Nord a Sud una Italia diversa da quella dei porti chiusi e che sclera per le ricette dei tortellini». Oggi sulla pagina social dei Sentinelli verrà pubblicato un invito: «Lanciamo una nuova risposta di lotta e di balcone. Dichiariamo come la pensiamo e quello che desideriamo su striscioni, lenzuola, disegni da stendere ai nostri balconi, ma vanno bene pure finestre e terrazzi. Facciamolo in tutta Italia! Posteremo le voste foto ma sarà necessario che aggiungiate l’hashtag #parlatecidi. Inserite anche città e via». Il “parlateci di” fa ovviamente il verso al battage propagandistico sui fatti ancora tutti da chiarire di Bibbiano, caso di cronaca che negli ultimi mesi è stato utilizzato in lungo e largo da Lega, Fratelli d’Italia e i vari network sovranisti sul web contro il Pd ma più in generale contro il sistema educativo, sociale e cooperativo della sinistra nelle amministrazioni locali. Utilizzando corde arcaiche: se prima i comunisti mangiavano bambini, ora li rubano alle famiglie. “Accoglienza”, “diritti”, “prima le persone”, “Ius soli”, “omofobia”, “49 milioni”, sono alcune delle parole scelte e consigliate per gli striscioni. Cinque mesi fa in soli tre giorni sulla pagina dei Sentinelli arrivarono 4.300 foto di lenzuoli e bombolette spray. «E chissà quanti ce ne siamo persi…», sorride Paladini. Certo allora influì anche il voler protestare contro i casi di censura verso alcuni striscioni da parte delle forze dell’ordine, fatti togliere in occasione dei comizi del leader della Lega: Matteo Salvini era ministro dell’Interno, appariva invincibile e il tam tam partito sul web mostrò che nel Paese c’era invece un importante pezzo di opinione pubblico che avversava le sue ricette. Oggi Salvini si è relegato da solo fuori dal governo ma «la sua egemonia politica e culturale non si manifesta solo quando ha un posto di potere – chiosa Paladini – ma pure quando si trova all’opposizione: il timore di alcuni a sinistra di un provvedimento sullo ius soli ne è un esempio perfetto». Le “balconiadi” insomma non sono state pensate solo per dire no a qualcuno, ma anche per sollecitare i giallorossi.

Domani la Camera dei deputati voterà in via definitiva il taglio dei parlamentari, la riforma che il capo politico M5S Luigi Di Maio ha posto come condizione per la nascita del governo giallorosso, proprio mentre la maggioranza è un campo minato, tra il caso Conte-Russiagate, le critiche grilline al premier sugli F35, il duello Renzi-Pd. Ieri Di Maio ha sfidato la Lega e il resto del centrodestra: «Non mi aspetto solo un voto di maggioranza, ma un voto trasversale del Parlamento», ha spiegato. «Leggo di alcune forze politiche che vorrebbero assentarsi, di parlamentari di opposizione che non vorrebbero venire in aula. Vorrà dire che hanno scelto le poltrone al cambiamento». «Avranno il coraggio di votare insieme a noi?» ha rincarato la dose il blog M5S, citando alcuni dati Openparlamento, in cui si evidenzia l’assenteismo di Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia: «Ha saltato ben 3260 votazioni di 4352, ha il 74,91 per cento di assenze», è la denuncia. Giorgia Meloni ha reagito stizzita: «Secondo voi perché si mette ad attaccare frontalmente l’unico partito che ha votato la proposta dall’inizio, pur essendo all’opposizione? Sono cretini o cercano di affossare la legge? Forse, come spesso accade con i grillini, dicono una cosa per prendere i voti ma poi lavorano sottobanco per farne un’altra. Se il Pd, Leu e Italia Viva fanno mancare i numeri, faranno cadere il governo?». Come si spiega l’affondo di Di Maio? Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia dovrebbero votare sì al taglio. È quanto trapelato al termine del vertice dei leader del centrodestra, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, che si è tenuto in serata a Milano. «Il taglio dei parlamentari l’abbiamo votato tre volte e lo voteremo anche la quarta. E al vertice abbiamo deciso che avremo una posizione comune anche su questo punto» ha assicurato poco dopo Matteo Salvini a Non è l’Arena. «L’importante è che non ci sia uno scambio delle vacche tra M5s e Pd sullo ius soli». Ma fino a domani non si escludono sorprese. Alla vigilia il centrodestra potrebbe in extremis fare la scelta di non prendere parte al voto, se servisse a mettere in rilievo le divisioni nella maggioranza. Del resto la Lega da giorni diserta le sedute per protestare contro l’assegnazione del reddito di cittadinanza alla ex terrorista Federica Saraceni. Tra i Cinquestelle serpeggia la convinzione che l’approvazione potrebbe essere più insidiosa del previsto. L’appello Di Maio nasce anche per il timore di una defezione di Italia Viva. «Non capisco che dubbi ci possano essere: c’è un impegno della maggioranza e dunque voteremo sì», ha spiegato la capogruppo Maria Elena Boschi. Ma anche nel Pd e Leu non mancano i mal di pancia. È il primo vero cimento parlamentare dei giallorossi. Servono 316 voti. Oggi alle 10 partirà la discussione generale e domani pomeriggio inizieranno le dichiarazioni di voto. Se diventerà legge la Camera passerà da 630 a 400 deputati, il Senato da 315 a 200 senatori. Il risparmio stimato per le casse dello Stato di 100milioni di euro all’anno. La riforma dovrà poi essere accompagnata da una riforma delle legge elettorale. L’accordo di maggioranza è per una legge proporzionale pura, ipotesi che però non convince del tutto Matteo Renzi.

Goffredo Bettini, Renzi continua a sparare sul quartier generale del governo. È preoccupato? «Non troppo. Renzi nei sondaggi sta tra il 4 e il 5%. È molto attivo perché vuole e ha bisogno di crescere. D’altra parte questo governo avvia un processo politico complesso, mettendo a contatto mondi fino adesso molto diversi ed anche un partito che si è appena scisso dal Pd, la forza fondamentale dell’alleanza. Sono naturali convergenze e conflitti». Non crede di essere troppo ottimista? «No, l’importante è che il tutto si svolga in una prospettiva costruttiva, nell’interesse dell’Italia. Se invece dovesse prevalere il ricatto, l’interesse particolare, la manovra cinica e distruttiva, allora occorrerà rispondere con molta chiarezza. Ma non siamo ancora a questo punto». In molti temono di rivedere il film del Prodi 2006-2008. «Non credo. Perché, questa volta, chi dovesse rompere pagherebbe un prezzo altissimo. Il ricatto è una tigre di carta. Si vuole tornare al voto? Una sciagura. Ma il Pd è pronto e non ha paura delle urne». Renzi esercita un’egemonia comunicativa. Come pensate di arginarla? «La cosiddetta egemonia comunicativa non rappresenta i rapporti di forza reali nel governo e nel Paese. Come ora si gonfia, si può facilmente sgonfiare. Comunque noi marcheremo sempre di più il nostro profilo programmatico ed ideale. Ma il problema non è arginare Renzi. Il problema è frenare la risorgente e nuova destra italiana». Renzi si deve ignorare? O bisogna rispondergli, come ha fatto Orlando? «Ignorarlo sarebbe irrealistica iattanza. Concentrarsi in una polemica quotidiana con lui, ingiustificabile subalternità. Renzi è un alleato di governo, di conseguenza apprezzeremo quando dirà cose che riteniamo giuste, altrimenti con serenità cercheremo di far prevalere il nostro punto di vista. Orlando comunque non ha detto che la Leopolda è uguale al Papeete. Ma che gli ultimatum, seppure diversi nel merito, vanno comunque respinti. Non alimentiamo polemiche artificiose». E quale sarebbe il punto di vista del Pd? «L’obiettivo è mettere a riparo la democrazia italiana. Chi sente questa preoccupazione sta nel nostro campo. Un campo che si può allargare. E più si allarga, più il dispositivo di dissolvenza unilaterale del governo sarà inefficace». Nel concreto come pensate di riconquistare la vostra gente? «Bisogna aggredire le ragioni che hanno alimentato l’odio e la paura, come ha detto più volte Zingaretti. A partire dalle grandi distanze di reddito e di vita, troppo ampie e divenute insopportabili per gli italiani. Promuovere la giustizia sociale non è un capitolo di un programma. Piuttosto il motore di una visione nuova della società, che in questo modo diventa più sicura, serena e capace anche di aiutare a produrre meglio i lavoratori e le imprese. Ecco perché ha fatto benissimo il ministro Gualtieri a difendere l’intervento sul cuneo fiscale». Come valuta il primo mese del Conte bis? «Positivo. L’esecutivo è di qualità. Conte sta dimostrando intelligenza, saldezza e quel tanto di furbizia che serve, Su alcuni fronti si sono ottenuti risultati concreti. Sull’immigrazione, nei rapporti con l’Europa, sull’abbassamento dello spread che ha fatto risparmiare agli italiani miliardi di euro. In questo senso è bastata la presenza nella Ue e nel Tesoro di Gentiloni e Gualtieri». Quanti renziani in sonno ci sono ancora nel Pd? «Non mi preoccupa il sonno dei renziani rimasti nel Pd. Guardo piuttosto al sonno ancora profondo di troppo popolo, che abbiamo il compito di riconquistare».

Nella palestra di Ponte San Giovanni a metà pomeriggio, a qualcuno del Pd viene un dubbio: «Non è che abbiamo messo poche sedie?». In effetti, i 250 posti in platea si riempiono subito e almeno il triplo delle persone che arriva, resta in piedi, fra i due canestri del campo da basket e i manifesti con la faccia del candidato presidente per le elezioni regionali che nasce dall’accordo Pd-M5s, Vincenzo Bianconi. «Chi si aspettava così tanta gente?» borbotta un pensionato. E invece eccoli, in tanti, anche giovani, studenti universitari, gente senza tessera, militanti o volontari in questa frazione di Perugia che è un grande sobborgo di quasi ventimila abitanti. Comincia dalla periferia la campagna elettorale del Pd aperta ieri dal segretario Nicola Zingaretti. Comincia da un minuto di silenzio che cala pesante come il pensiero che va ai poliziotti uccisi a Trieste. Comincia dai mesi difficili alle spalle, quelli degli arresti per l’inchiesta sulla concorsopoli della sanità in Regione, dal bisogno di rialzarsi dopo la caduta. È la prima volta che Zingaretti viene in Umbria dopo quella ferita: «La terra di San Francesco non sarà mai la terra dell’odio. Siamo qui per evitare che questa regione cada nelle mani di chi stava distruggendo l’Italia». L’ombra di Salvini agita la platea, i tweet martellanti del capo della Lega, i comizi del suo tour elettorale che tallona città e borghi, gli aruspici dei sondaggi che danno il centrodestra in lieve vantaggio, allungano le ansie. Meno di un mese alle elezioni (27 ottobre), con un risultato cosi in bilico tutto si gioca nella campagna elettorale e allora Zingaretti dice: «Siamo in campo, sarò con voi ai mercati, sui bus, vi chiedo umiltà, vi chiedo di guardare la gente negli occhi e non da un dirigibile». Sente, il segretario che c’è bisogno di un impegno collettivo, quasi di un porta a porta negli ultimi cento metri di questa campagna elettorale che è anche un test per la nuova maggioranza alla guida del Paese. Non cita mai Matteo Renzi, tiene fuori dal recinto del suo discorso ogni tema che possa riecheggiare se non divisioni, anche solo visioni differenti, come la multa per chi cambia casacca. Le parole si muovono su un doppio binario: il timore dell’avanzata della destra («i 15 mesi di Salvini hanno dimostrato che l’odio non serve a creare lavoro e coesione sociale, ma soltanto voti. Quell’odio ha prodotto debiti, disoccupazione e un’Italia più debole di quel che era») e la certezza che il Pd è tornato in campo («15mila tessere in 3 giorni»). Rigenerato nelle liste, ma soprattutto nel morale. E su chi mugugna per l’alleanza last minute coi Cinque Stelle il segretario Dem va deciso: «Non viviamo questa unione come un problema: di fronte alla necessità di difendere questa terra, è una grande opportunità, perché noi preferiamo costruire invece che distruggere». Fra gli applausi, ripercorre cos’era il paese con Salvini al governo: «Suonava normale quello che è accaduto a maggio dello scorso anno quando una professoressa è stata sospesa perché ha detto ai suoi ragazzi “studiate la storia” e quei ragazzi hanno detto quello che pensavano: ma noi abbiamo ereditato un’Italia democratica in cui il vero reato è l’apologia di fascismo, non di antifascismo», arringa Zingaretti. Altri applausi, poi mentre sta riprendendo a parlare, mentre arringa il popolo dem con «dovete combattere, tiriamo fuori tutta la passione possibile accanto a Bianconi…» nel silenzio della sala si sente ringhiare un cane e il segretari dal palco scherza male: «È arrivato Salvini…». Risate in platea. Si chiude sulle note di “The miracle” degli U2, forse un augurio. In prima fila nella palestra di Ponte San Giovanni, c’era il candidato presidente Bianconi così emozionato che salendo sul palco è pure inciampato. Ha detto di «sentirsi a casa, parte di una famiglia ampia di cui condivide i valori». Ha raccontato la sua Umbria di sviluppo, ambiente e politiche sociali, ha sfiorato anche la ferita del passato, l’inchiesta della magistratura senza nominarla: «La nostra è una buona sanità». E ha raccontato di quando gli è stata offerta la candidatura: «Non ho dormito per tre notti».

La Svizzera non va più di moda, Panama è diventata scomoda, le Bermuda troppo sospette e il Lussemburgo troppo costoso. Ma l’evasore grande e medio ha già trovato un’altra oasi, che offre zero tasse e tanta riservatezza: gli Emirati Arabi. Grattacieli altissimi e controlli bassi, banche efficienti e regole carenti: la Mecca del quattrino in nero, che approda lì dopo avere rimbalzato tra fatture di comodo e costi gonfiati. Tutti sanno che è la nuova meta del denaro in fuga dal Fisco, anche gli investigatori delle Fiamme Gialle e della Agenzia delle Entrate. Eppure quando la scorsa primavera i Paesi dell’Ue hanno deciso di punire gli emiri, inserendoli nella lista nera di chi accoglie capitali grigi, l’Italia ha fatto di tutto per cercare di impedirlo. Siamo arrivati al punto di minacciare il veto, con il ministro Giovanni Tria trasformato in ambasciatore degli arabi «che hanno già preparato una legislazione e la devono solo approvare». Oggi che la lotta all’evasione è diventata il mantra del governo Conte Bis, chissà se il premier ricorda le scelte di pochi mesi fa. Perché se si vuole fare la caccia grossa alle tasse sparite, è proprio agli Emirati che bisogna guardare: l’unico paradiso fiscale che resiste alle pressioni internazionali. «In questo momento storico godono di una sorta di protezione da parte degli Stati Uniti, l’unico Paese che finora è riuscito a costringere gli altri ad aderire a standard di trasparenza”, spiega il tributarista Sebastiano Stufano, ex ufficiale delle Fiamme Gialle che ha condotto alcune delle indagini di Mani Pulite: «Washington si è fatta sentire con la Svizzera, mentre non interviene sugli Emirati». E proprio quando Berna ha di fatto ammainato il segreto bancario, i soldi da nascondere sono partiti da Zurigo e Ginevra verso Dubai ed Abu Dhabi. Spiega Stufano: «La voluntary disclosure del 2015 stabiliva che gli apporti di denaro nei cinque anni precedenti dovessero essere tassati ad aliquota ordinaria. Di fatto significava lasciare circa il 70 per cento del patrimonio e così in molti hanno dirottato i fondi dalla Svizzera agli Emirati». Parliamo di cifre enormi: «Per ricercare quegli oltre 100 miliardi scomparsi dagli istituti elvetici con la caduta del segreto bancario bisogna seguire le tracce dei fiduciari che si sono spostati in città come Dubai» ragiona Paolo Bernasconi, ex procuratore pubblico in Ticino. Il meccanismo preferito è semplice: aprire una società limited a Londra, che poi fa da sponda formale per i trasferimenti negli Emirati. I clienti italiani più grossi sono quelli che si occupano di petrolio e gas, con strutture di trading che permettono di sfruttare al massimo i vantaggi erariali. Insomma, un pozzo nero che inghiotte centinaia di milioni. D’ogni provenienza, inclusi i riciclatori di mafia e i baroni delle tangenti. “È un percorso ormai consueto. In questo modo hanno un passepartout che consente di aprire conti di corrispondenza e far confluire il denaro» constata il generale Giovanni Padula della Guardia di Finanza. Per chi deve ricostruire le transazioni il cammino è tutto in salita. Come quello condotto dalla Polizia valutaria di Roma che proprio tra i palazzi degli sceicchi ha ritrovato parte dei milioni del prestanome di Moutassim Gheddafi, figlio dell’ex dittatore libico incluso nella lista dell’Onu per crimini commessi contro l’umanità. Prendere la residenza fiscale costa poco e si può scegliere tra quaranta zone franche create proprio per attrarre quattrini. Le distrazioni non mancano, tra campi da golf e hotel superlusso. L’attrattiva maggiore però è la possibilità di aprire società totalmente anonime: anche se le autorità italiane scoprono conti e ditte, non otterranno mai i nomi dei titolari. C’è un vero boom: «Grazie ad un’infrastruttura finanziaria e servizi professionali molto solidi, opacità societaria e soprattutto il ruolo dei governi che compongono l’Unione degli Emirati. Investono in molti settori dell’economia europea e questo fornisce anche migliori coperture politiche», sottolinea il ricercatore di Transcrime-Università Cattolica Michele Riccardi. Dalla free trade zone di Jebel Ali, 57 chilometri quadrati da una parte all’altra di Sheikh Zayed Road, scaturisce quasi un quarto del Pil di Dubai. E da lì si muovono pure anche 63 miliardi di sigarette di contrabbando ogni anno: «Transitano in 94 paesi dall’Arabia Saudita alla Libia e 1,3 miliardi finiscono in Italia. Solo la vendita di quelle consumate nel nostro paese genera ricavi per 700 milioni di euro» evidenzia Alberto Aziani nel recente studio Nexus di Transcrime. Un anno fa i Dubai Papers pubblicati in Francia dal Nouvel Obs hanno svelato una rete di duecento persone attive nel nascondere sotto le dune arabe i profitti di clienti d’ogni genere, inclusi mercanti d’arte italiani. I più importanti casi di evasione smascherati in Gran Bretagna e Australia, ciascuno per importi superiori al mezzo miliardo, portavano proprio agli Emirati. Per questo a pretendere che i principi del Golfo aprano gli scrigni è l’Europa intera. Qualcosa sta cambiando e i primi ricercati sono costretti a tornare indietro. Come Luigi Provini da Piacenza, accusato per un giro di frodi fiscali da 75 milioni sulle corse di F1 e rally. Anche sul fronte dei latitanti, però, molto resta insabbiato nel deserto emiratino.