«Nulla è stato firmato o adottato». È molto prudente il commissario europeo ai migranti Dimitris Avramopoulos sull’accodo di Malta che considera solo un «paper» su cui si dovrà trovare un’intesa al prossimo Consiglio europeo di Lussemburgo. Fiducioso e ottimista per i risultati raggiunti, il commissario ricorda anche che gli sbarchi irregolari in Italia «sono diminuiti in maniera significativa rispetto agli anni precedenti». Commissario, lei ha speso tutto il suo mandato a trovare una soluzione condivisa per la redistribuzione automatica dei migranti. L’accordo di Malta la soddisfa? «Sì, sono fiducioso e ottimista perché sono stati compiuti buoni progressi nel delineare i contorni di un insieme di accordi fissi e strutturali, basati sul lavoro svolto dalla Commissione. Detto questo, nulla è stato ancora firmato o adottato. L’obiettivo era quello di preparare un documento da presentare al prossimo Consiglio deiministri degli interni». L’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini parla di «euro-fregatura», mentre il premier Giuseppe Conte di «passaggio storico». Come stanno veramente le cose? «Non spetta a me commentare singole reazioni politiche. In tutti questi anni mi sono sempre astenuto dall’intromettermi nella politica interna. L’incontro a Malta è stato un passo avanti positivo, che ora dovrà essere discusso». Non teme anche lei il rischio “pool factor”, ossia che con questo accordo ripartano gli sbarchi? «Questo lavoro non dovrebbe essere visto separatamente da tutti gli altri sforzi che stiamo facendo. La nostra priorità è ridurre gli arrivi irregolari, combattere i trafficanti, facilitare i rimpatri dei migranti irregolari, nonché salvare vite umane e aprire percorsi legali, sia per le persone bisognose di protezione internazionale, sia per i migranti regolari. Ma se i migranti si trovano in mare – il che dovrebbe essere un’eccezione – è nostro dovere salvarli». Nel documento non si capisce se il meccanismo di redistribuzione messo a punto interesserà solo i richiedenti asilo o tutti i migranti, anche quelli economici. «Il documento deve essere presentato e le discussioni devono ancora svolgersi, quindi aspettiamo. La Commissione ha contribuito a ciò che è stato discusso e siamo pronti a sostenere le disposizioni temporanee di solidarietà a seguito dello sbarco. Ma non spetta a noi decidere su tali dettagli». Rimangono esclusi i migranti che arrivano con i cosiddetti “sbarchi fantasma” che in Italia rappresentano circa il 90% del totale… «Le critiche ci sono sempre, ma per ora mancano proposte alternative. Invece, dovrebbe prevalere il pragmatismo». È comprensibile, ma almeno le linee generali? «Posso dire che in Italia gli arrivi irregolari sono diminuiti in modo significativo rispetto agli anni precedenti. Dobbiamo concentrarci sul sostenere questo progresso. Inoltre, il nostro obiettivo è riformare il Sistema europeo comune di asilo, compreso il Regolamento di Dublino». Le sue deleghe insieme a quelle del Commissario Pierre Moscovici, sono state quelle in cui si sono concentrate le tensioni più alte. Di cosa va particolarmente fiero? «L’Ue ha affrontato e superato diverse crisi: dalla crisi economica a quella migratoria. Ma anche numerosi attacchi terroristici e c’è stata un’importante revisione del nostro paradigma di sicurezza. Sono proprio questi risultati di cui sono orgoglioso. Mi riferisco alle norme sulla lotta al terrorismo, sul Passenger Name Record, sulla limitazione dell’acquisto di armi da fuoco e sull’aver reso interconnessi tutti i sistemi di intelligence». Mentre sul tema deimigranti? «Sono orgoglioso per l’enorme Sistema operativo che abbiamo istituito: dal potenziamento della Guardia di frontiera e costiera europea al massiccio sostegno infrastrutturale». L’egoismo dei singoli paesi è ancora molto elevato o l’integrazione europea si va concretizzando? «Le voci del populismo e del nazionalismo sono ancora lì. Tuttavia, se guardiamo alla storia, vediamo che questi sono fenomeni ciclici. Perciò, sono fiducioso che l’Europa stia andando nella direzione giusta». Si riferisce alle ultime elezioni? «Esattamente. Guardate il risultato delle elezioni europee: l’affluenza alle urne è stata alta e i cittadini hanno votato in modo schiacciante a favore dell’Europa, non contro».

Il futuro del governo e i paletti di un movimento. Il perimetro degli amici e il profilo dei nemici. Il senso di una mossa e le contraddizioni di una svolta. La consapevolezza della sconfitta e le sfide alla maggioranza. E poi le confessioni sul domani, le idee sulla manovra, il progetto sul deficit, il sorteggio al Csm, gli elogi a Di Maio, le stoccate a D’Alema, il guanto lanciato a Salvini, il sogno della doppia cifra e una storia non ancora raccontata su quella domenica del 2018 che ci può dire qualcosa sulla scadenza del governo e sul destino della legislatura. Abbiamo passato un’ora con Matteo Renzi, per provare a capire qualcosa di più rispetto alla sua scissione, alla sua nuova strada, alla sua Italia Viva, e in un’ora di chiacchiere l’ex presidente del Consiglio, ed ex segretario del Pd, ha parlato di tutto e ha cercato di spiegare la ragione per cui la separazione dal Pd ha più a che fare con i nemici del Pd che con gli amici rimasti nel Pd. La chiave è tutta lì, nella vera divisione del mondo, nella frattura tra apertura e chiusura, nella capacità, in mezzo a mille contraddizioni e a mille difficoltà, di presidiare uno dei due terreni da gioco provando a far di tutto non per distinguersi con chiarezza dai vecchi amici ma per distinguersi con chiarezza dai nuovi nemici. Difficile dire dove potrà arrivare Renzi. Ma per provare a capire dove potrà arrivare il governo ascoltare l’ex presidente del Consiglio è utile. Senatore Renzi, ma che differenza c’è tra Italia Viva e il Pd? “C’è una differenza di linguaggio, di stile, di liturgie interne. E di entusiasmo. Noi siamo felici di essere una squadra, non passiamo il tempo a cercare di attaccare il compagno di partito. Non viviamo di correnti e di fuoco amico. Poi, certo, abbiamo anche dei temi di contenuto: Zingaretti valorizza la classe dirigente che era contro il Jobs Act. Mette nella sua segreteria uno che era contro la riforma del lavoro, mette alle riforme istituzionali uno che era contro il nostro referendum. Quindi ci sono delle differenze programmatiche, di contenuto. Del resto la parola d’ordine della nuova segreteria era ‘Dobbiamo chiedere scusa’ per gli anni dei nostri governi. Io non chiedo scusa delle cose buone che abbiamo fatto, io non mi vergogno della stagione riformista di questo paese, io sono fiero di aver preso un paese che stava con Letta al meno 2 per cento e che abbiamo lasciato a Conte a +1.7 per cento. Ma più che sul passato, la differenza è sul futuro. Noi abbiamo creato un partito in cui la diarchia uomo donna è regola costitutiva mentre nella cultura dominante di questo paese quando valorizzi una donna c’è sempre chi si chiede: ‘Chissà cosa c’è sotto’. E quando una storia bellissima come quella di Teresa Bellanova arriva al Quirinale, la attaccano sul vestito: meschini! Abbiamo un partito in cui i coordinatori provinciali saranno spesso millennial, ragazzine e ragazzini. Se un ventenne entra in una sezione del Pd gli chiedono ‘Con chi stai?’, noi dobbiamo chiedergli ‘Che cosa pensi? Che idee hai? Che cosa proponi?’. Non me ne frega niente di farti iscrivere alla mia corrente, mi interessa sapere come vuoi cambiare il mondo. Ecco, con una battuta possiamo dire che noi non stacchiamo la spina al governo: noi stacchiamo le correnti, non la corrente. Naturalmente dico queste cose con una punta di amarezza perché avrei voluto cambiare il Pd e non ci sono riuscito. Paradossalmente la nostra azione di governo ha cambiato l’economia italiana più di quanto la nostra segreteria abbia cambiato il Pd. Ma forse le correnti del Pd sono ineliminabili se è vero che costituiscono il cruccio per tutti i segretari autenticamente riformisti. Detto questo, caro direttore, il mio avversario non è il Pd: il mio avversario è Salvini. Siamo un’altra cosa rispetto al Pd, abbiamo un altro stile, abbiamo un altro entusiasmo. Ma il nostro avversario è Capitan Fracassa Salvini, non Zingaretti. E forse anche il Pd senza più Renzi dentro vivrà meglio e senza alibi, mettiamola così”. Non si può non ricordare però, senatore, che quello che lei ha fatto è in contraddizione con molte idee che lei ha rivendicato negli ultimi anni. Ricorda? “Dobbiamo dire no ai partitini”, “dobbiamo coltivare a tutti i costi la vocazione maggioritaria”, “dobbiamo ricordare che quando si perde si resta dentro, si lotta e si va avanti e non si scappa via con il pallone”. Come spiega anche a se stesso l’avere cambiato idea su tutti questi punti? “Le critiche sono oggettive, certe. Abbiamo semplicemente dovuto cambiare idea, prendendo atto della realtà. Fare politica senza fare i conti con la realtà è la negazione della democrazia e della serietà: tu sei davanti a un mondo che cambia, non puoi interpretarlo sulla base dei tuoi desideri ma di ciò che hai davanti. Il principio di realtà è il fondamento della serietà. Io contesto chi vive di ideologia e non si arrende davanti alla realtà. Tutto cambia il 4 dicembre 2016. La mia sconfitta, certo. Ma dopo aver personalizzato la campagna elettorale, non personalizziamo anche l’analisi del voto. Io perdo, certo. E vado a casa, certo. Ma chi perde è innanzitutto l’idea che l’Italia possa diventare un luogo di stabilità politica. Tra il 2016 e il 2017 arriva uno tsunami sulla politica mondiale. E oggi paesi che erano strutturalmente stabili non lo sono più: il Regno Unito e la Spagna erano modelli di alternanza, oggi sono modelli di caos. Quanto l’Italia, forse persino più dell’Italia. Negli ultimi quattro anni l’Italia ha votato una volta, la Spagna quattro volte. Chi lo avrebbe mai detto solo dieci anni fa? La Germania è potenzialmente il prossimo paese a rischio anche se a Berlino la cultura della grande coalizione e del compromesso costituiscono una base solida per evitare tensioni istituzionali. Rimangono solo Stati Uniti e Francia, che hanno un sistema in cui chi vince governa davvero. Io volevo questo, con quel referendum: far governare il vincitore. E dargli poteri veri, in un sistema di pesi e contrappesi costituzionalmente forte. Abbiamo tentato di scrivere una pagina nuova che partisse dalla riforma istituzionale. Se noi avessimo approvato una legge elettorale con il ballottaggio e un sistema senza il bicameralismo paritario avremmo avuto le condizioni per garantire la stabilità per cinque anni e avremmo indirizzato le forme della politica sul modello che io sogno, ovvero il modello francese o americano dove chi vince governa per cinque o quattro anni. Macron può fare Macron anche perché se arriva al 9 per cento di consenso con i gilet gialli nessuno gli toglie la fiducia fino al 2022: sembra banale ma è un punto decisivo. Quella del 4 dicembre è stata una sconfitta pazzesca perché non ha solamente segnato la fine dell’ultimo governo che aveva fatto leggi di bilancio espansive, è anche stata la sconfitta di un modello politico. Non c’è dubbio: aver detto di no il 4 dicembre ha segnato la mia sconfitta tre anni fa ma – contrappasso dantesco – paradossalmente i principali sconfitti di oggi sono il centrodestra e i Cinque stelle perché non possono immaginare di governare l’Italia sulla base dell’attuale sistema e devono per forza inventarsi qualche accordo. Loro che dicevano “Mai col Pd” ora stanno col Pd per colpa o grazie al loro No al referendum. Quelli che prima erano inciuci oggi si chiamano contratti di governo: cambia il nome, non la sostanza. Io ho tentato di scrivere una pagina nuova che partisse dalla riforma istituzionale. Adesso il principio di realtà ci dice che dobbiamo girare pagina. Fatta questa lunga premessa, posso rispondere. Certo, ho cambiato idea sul restare dentro il Pd. Ma il Pd che festeggia la notte del 4 dicembre o che mette alla guida delle riforme chi ha votato No il 4 dicembre non può più essere casa mia. Quanto al fatto di aver fondato un partitino, ho un unico modo per smentire questa idea. Farlo diventare un partitone: ci proveremo. E io dico che ci riusciremo. Se guardate le immagini delle prime riunioni di questi giorni, penso a quella di Milano ma non solo, vedrete che quel partito non è un partito del 5 per cento. E a bassa voce nei palazzi della politica lo ammettono tutti: chi con entusiasmo, chi con terrore. Questa nostra casa avrà a breve più di cinquanta parlamentari, centinaia di sindaci, una cinquantina di consiglieri regionali, migliaia di amministratori e soprattutto un sacco di comitati e semplici iscritti. Sarà una rivoluzione, mi creda”. Lei, in modo forse ottimistico, ha detto che il suo partito ha le potenzialità di arrivare fino al 10 per cento. In vista del futuro, qual è il sistema elettorale che meglio si può adattare al profilo del vostro movimento? “Non faremo alcuna battaglia politica sul sistema elettorale perché ci sentiamo vincolati dall’impe – gno che il presidente del Consiglio porterà in Aula. Siccome il premier ha parlato della riforma istituzionale in un pacchetto noi valuteremo ciò che egli offrirà. Non saremo noi a dire come farla. Io preferisco il maggioritario ma siccome non posso più decidere da solo mi va bene il proporzionale, il misto, il sorteggio, quello che vogliono. Quello che devono capire è che se qualcuno immagina di poter condizionare Italia Viva, dicendo che vuole fare una legge elettorale contro di noi, commette un duplice errore. Innanzitutto fare una legge elettorale contro qualcuno di solito porta sfiga. Poi l’attuale legge elettorale rafforzerebbe Salvini: quindi per fare un dispetto a Renzi farebbero un favore a Salvini. Ci hanno già provato quest’estate e non è andata benissimo. Il secondo punto è che Italia Viva non ambisce a essere un partitino, noi vogliamo essere oltre la doppia cifra. Siamo certi che essere stimati attorno al 5 per cento di partenza dai sondaggisti che non conoscono il logo e il brand è già un risultato sorprendente. Ma noi vogliamo essere più forti rispetto alle previsioni”. Sul nostro giornale, Luigi Marattin ha scritto che il vostro progetto nasce dalla volontà di presidiare con forza il terreno di gioco dell’apertura. Si è mai chiesto perché il mondo della chiusura ha un suo eroe, ovvero Trump, mentre il mondo che si ispira all’apertura fatica a trovare un suo leader, che ha tutta l’aria di essere un politico come Macron? “Gigi Marattin è molto bravo. E sarà una colonna di Italia Viva, insieme a tanti altri parlamentari e no che non hanno trovato purtroppo molto spazio in questi ultimi mesi nel dibattito politico ma che saranno una sorpresa per tanti. Ha ragione Marattin quando dice che noi siamo per l’apertura. L’Ita – lia aperta vince, l’Italia chiusa muore. Non lo dicono i futurologi, lo dice la storia. L’Italia è diventata grande quando ha colto le occasioni di una società capace di aprirsi e contaminarsi, dall’Impero Romano al Rinascimento. L’Italia è terra di emigrazione e immigrazione da sempre e un piccolo paese di 60 milioni di persone oggi può essere luce in tutto il mondo, con la propria cultura, il proprio export, la propria bellezza. Noi siamo per l’apertu – ra e lasciamo i muri a chi scimmiotta Orbán non rendendosi conto di fare un danno esistenziale al nostro paese. Veniamo a Trump e Macron, domanda tosta questa. Trump oggi è il mito dei nuovi protezionisti. Ma la sua narrazione è decisamente zoppicante per vari motivi. Intanto perché laddove un leader populista ha sfidato e sfida le istituzioni non è detto che vinca. Magari fa il pieno di like sui social, ma non è detto che vinca. Negli ultimi due mesi i due leader populisti che hanno sfidato i propri parlamenti, Matteo Salvini in Italia e Boris Johnson nel Regno Unito, hanno raccattato sonore sconfitte. Con buona pace di chi profetizza la fine delle democrazie liberali, i presidi istituzionali parlamentari sono ancora garanzia e argine della democrazia. Cito questo fatto perché la vicenda del rapporto Ucraina-Trump contro il figlio di Biden rischia di essere decisiva per la Casa Bianca, molto più delle precedenti storie delle interferenze russe o di qualche pornostar. Lo ha scritto, acutamente come sempre, Giuliano Ferrara sul Foglio di sabato. E lo ha detto in modo rigoroso e austero la speaker Nancy Pelosi qualche giorno fa. Nelle prossime settimane in America si gioca la terza partita ‘Istituzioni versus Populismo’. E non è detto che Trump vinca: farà la vittima certo, i dem probabilmente non hanno i numeri. Ma attenzione: questa vicenda potrebbe anche rafforzare Joe Biden. E Joe non solo è un grande amico dell’Italia (spassosi i suoi ricordi dei pizzaioli del Delaware emigrati dal Mezzogiorno che lo votano da anni e lo ritengono uno di loro) ma è anche e soprattutto l’unico in grado di battere il presidente. Il sistema americano dipende da cinque-sei piccoli stati decisivi, gli swing states. E Biden in quegli stati può fare la differenza, mentre ragionevolmente la Warren no. Insomma: è vero che Trump che ha aperto la sua presidenza col discorso dell’inaugurazione tutto concentrato sul protezionismo è il campione del mondo chiuso. Ma è anche vero che la partita negli Stati Uniti è più aperta di quanto si racconti. Macron è invece nel suo momento decisivo. Ha vinto, entusiasmato, poi ha ricevuto una gigantesca campagna ostile con i gilet gialli, ha saputo recuperare con il Grand Debat. Adesso che fa? Adesso deve implementare le riforme, deve dare concretezza al suo progetto. E può farlo, secondo me. Anche perché la nuova Europa di Ursula von der Leyen e Charles Michel è figlia della sua leadership come molti di noi avevano previsto proprio un anno fa, quando sembrava assurdo dirlo e quando il genio di Salvini arrivava al punto di andare a Mosca a tifare contro la Francia persino ai Mondiali. Fino a poco fa quattro paesi erano alla guida dell’Europa: Regno Unito, Francia, Germania e Italia. Il Regno Unito è fuori, l’Italia è stata fuori per oltre un anno. Una delle ragioni per cui mi sono convinto – nonostante i risentimenti personali – a fare l’accordo con i grillini è anche perché serviva ritornare, hic et nunc, a giocare un ruolo in Europa evitando che la storica e necessaria relazione franco-tedesca cancellasse tutti gli altri. Rispetto a questo scenario, la partita europea, la partita americana e i rapporti con la nuova Via della seta in Cina aprono degli scenari meravigliosi. Se l’Italia prova a gestire una partita e se Macron prova a essere leader europeo c’è da divertirsi per tutti. Ma sono due punti interrogativi. Macron deve implementare le sue riforme e l’Italia deve tornare al tavolo da protagonista, non da comprimaria”. Abbiamo parlato a lungo negli ultimi mesi di spread, inteso come differenziale tra Btp e Bund, ma ci sono altri spread più importanti che andrebbero considerati, per studiare bene i deficit del paese. Pensiamo alla giustizia. Pensiamo alla competitività. Pensiamo alla crescita. Tempo fa, per provare a stimolare la crescita, lei propose l’idea di arrivare a un deficit al 2,9 per cento. Non potrebbe essere questo il momento per provarci? E non potrebbe essere questo il momento per provare a superare il fiscal compact in Europa? “Se la mette così facciamo venire un colpo al mio amico Roberto Gualtieri. Che è forse il più ferrato di tutti noi nel calcolo del deficit giusto sulla base delle regole europee. Facciamo un passo indietro. Il primo punto fondamentale è che se noi non avessimo compiuto il capolavoro tattico di mandare a casa Salvini ad agosto oggi avremo un sistema economico in crisi profonda. Quella che hanno ironicamente chiamato ‘la zampata’ oppure ‘Operazione Machiavelli’ compor – ta il fatto che l’Italia ha comprato tempo in Europa. Abbiamo di fronte a noi un anno di relativa tranquillità ma tale è stato il sollievo di aver allontanato dal governo chi usava l’Europa come mezzo per regolare qualche conto interno che è come se ci fossimo comprati un anno di tempo. Se non si fosse fatto il governo avremmo avuto lo spread a 300, un leghista alla Commissione europea anziché Gentiloni, i mercati in tensione e il paese impegnato in una gara a colpi di slogan. La prima manovra economica è stata cacciare Salvini e bloccare l’aumento dell’Iva. L’aumento selettivo sarebbe una presa per il naso selettiva. La sfida è conformare la nostra politica di sviluppo a un piano quinquennale, che corrisponde al programma di governo di Ursula von der Leyen, che prevede l’eco – nomia verde, la sostenibilità, gli investimenti nelle periferie. In questa fase il governo non ha intenzione di portare il deficit al 2,9 per cento e noi rispettiamo questa scelta. Si poteva fare nel 2017 se avessimo vinto il referendum e soprattutto questa è una cosa che fai se hai nel carniere delle riforme fatte, un premier che ci crede, una maggioranza solida, un paese in forma. Oggi aprire questo tema farebbe solo un danno a Gualtieri e Gualtieri va sostenuto e aiutato, punto”. Per ottenere qualcosa di più in termini di flessibilità bisognerebbe evitare di utilizzare quei soldi in più per portare avanti politiche non espansive e forse persino recessive. Secondo lei Quota 100 e reddito di cittadinanza sono riforme da abolire? “Ritengo Quota 100 un furto alle nuove generazioni. E un autogol per il bilancio del paese. Vedremo che cosa ci porteranno in Aula da votare e discuteremo ma Quota 100 è l’ennesima dimostrazione di come il populismo faccia danni a lungo termine. Il reddito di cittadinanza è una misura che io non amo, notoriamente. Alla Leopolda ho chiesto di intervenire al sindaco di Gabicce, Domenico Pascuzzi, che a inizio estate fece scalpore sottolineando come molti giovani rifiutassero di fare la stagione per colpa del reddito di cittadinanza. Ma è una legge che c’è, è un pilastro dei Cinque stelle e noi l’accordo l’abbiamo fatto coi Cinque stelle. Hanno già cambiato idea sulla Tav, sulla Tap, su Ilva, sulle Olimpiadi: non è che puoi imporre tutto tu. Giusto dunque che si lavori insieme sul reddito, partendo dal presupposto che questa misura non si può eliminare. Magari si può cercare di valorizzare i controlli della Guardia di Finanza visto che il 60 per cento dei controlli a campione che sono stati fatti hanno mostrato qualche problema. E si può aiutare la parte positiva del ‘lavoro di cittadinanza’ che deve essere implementata. Che non ci sia soltanto un sussidio ma che venga valorizzata anche la parte che riguarda la ricerca del lavoro. Eliminare il reddito di cittadinanza sarebbe un’inutile provocazione ai Cinque stelle, cercare di trasformarlo sempre di più in un lavoro di cittadinanza può avere una logica anche per le aziende. Abbiamo qualche nostra parlamentare bravissima su questi temi, sarà un piacere provare a migliorare le cose tutti insieme. Sul tema delle tasse rivendico ciò che abbiamo fatto: l’Irap costo del lavoro, l’Imu prima casa, l’Ires, il canone Rai, gli 80 euro. Oggi l’abbassamento delle tasse è più complicato perché i numeri sono stretti. Abbasserei tutte le tasse perché credo che la pressione fiscale sia eccessiva, però intanto pensiamo a non fare aumentare l’Iva. Dopo di che spero che il ministro dell’Istruzione si preoccupi di rimettere in piedi l’Unità di missione sull’edilizia scolastica, non di attaccare la Ferrero dicendo che l’uomo più ricco d’Italia fa le merendine. Perché se vuoi aprire un dibattito sull’educazione alimentare, discutiamo e ragioniamo. Se vuoi mettere le tasse sulle merendine in nome dell’invidia sociale stiamo scendendo ai livelli bassi bassi di chi diceva ‘Anche i ricchi piangano’. Il mio obiettivo non è la punizione sociale per chi sta bene ma aiutare chi sta peggio. Noi non vogliamo far piangere i ricchi, vogliamo far star bene i poveri. Spero che il ministro dell’Istruzione si occupi di scuola, non di invidia sociale”. E’ una promessa la sua? Ovvero: il suo partito dà la garanzia che nelle manovre di questa legislatura non ci sarà alcun aumento delle tasse? “Il nostro obiettivo è questo, noi abbiamo fatto un partito No Tax. Qualcuno ha fatto il partito No Tav, qualcuno No Tap, noi facciamo il No Tax. Nella mia esperienza di capo di una giunta o di un governo non ho mai alzato una tassa. Oggi non sono più solo, non comando più io. Ma quello che potremo fare per evitare l’aumento delle tasse lo faremo. Ricordo che con il governo gialloverde la pressione fiscale è aumentata… Bisognerebbe fare un monumento al professor Marco Fortis, che costantemente sul vostro giornale fa la fatica di leggere i dati Istat e di spiegarli. Forse è per questo che i talk-show non lo chiamano mai. Preferiscono commentatori che spiegano dati che spesso neanche hanno capito. La narrazione di un’Italia debole e senza manifattura va avanti da 20 anni. Ma è falsa. E dire che nel nostro triennio le tasse sono diminuite”. In Italia si parla da tempo della necessità di avere un partito del pil. Lei crede che quel partito possa corrispondere al profilo del suo movimento? “Il partito del Pil significa nella mia testa il partito di chi non si rassegna. Mi hanno molto preso in giro per il nome Italia Viva. Vi devo confessare che appena ho proposto il nome nella prima riunione dei gruppi parlamentari mi hanno preso in giro quasi tutti. Qualcuno lo ha definito un tonno, altro che lo yogurt di Prodi. Ma questo dà il senso di una cosa importante: fuori dal Pd, siamo tornati a scherzare, a sorridere, a prenderci in giro, a vivere con leggerezza. Nel Pd ti alzavi la mattina e dovevi guardarti le spalle dal tuo compagno di stanza. Qui scherziamo, sorridiamo, ci prendiamo in giro. Ma poi marciamo insieme senza correnti e divisioni. E comunque alla fine Italia Viva piace a tutti. Perché basta vedere una riunione per capire perché abbiamo scelto questo nome. Noi siamo l’Italia Viva. E’ una definizione che include chi si alza la mattina presto, chi si fa il mazzo, chi lavora e ci crede. E’ anche il partito di chi fa associazionismo e volontariato, del terzo settore, dell’Italia che si mette in movimento. Poi dobbiamo considerare dei punti specifici come non alzare le tasse, sbloccare gli investimenti. Il piano per l’edilizia scolastica e il piano per il dissesto idrogeologico che stavano dentro l’ope – razione Italia sono stati bloccati dal precedente governo e credo abbia un senso tornarci. Ci sono 36 miliardi di euro di opere pubbliche da sbloccare subito con la pax burocratica che ha permesso ad esempio a Genova di bruciare i tempi e di lavorare bene sul nuovo ponte di Renzo Piano. E del resto ne ho parlato a lungo in questi giorni, ho scritto un articolo sul Sole 24 Ore, stiamo predisponendo con Maria Chiara Gadda un documento molto bello per la Leopolda. Così come ha un senso tenere vivo l’impianto di Industria 4.0 che ha consentito a molte aziende di cambiare il proprio modello aziendale ma che oggi ha bisogno di nuove professionalità formate. L’ultima cosa è recuperare, senza odio ideologico, i soldi di chi non paga le tasse. Lo abbiamo fatto con la fatturazione elettronica, con la dichiarazione precompilata, con lo scontrino digitale, con tutte le misure che sono le nostre misure. Sono misure made in Leopolda e solo chi è in malafede rifiuta di ammetterlo. Ma il tempo è galantuomo”. Cosa ne pensa Renzi dell’idea di non penalizzare chi usa il contante ma di agevolare le transazioni elettroniche? “E’ meglio agevolare che penalizzare gli altri. E’ una delle ipotesi alle quali sta lavorando il governo e vedremo cosa ne verrà fuori. Quando ci mostreranno le carte, diremo la nostra. Noi abbiamo fatto una grande operazione con il fisco telematico e adesso Ernesto Maria Ruffini sarà alla Leopolda a presentare la seconda parte di questo progetto. Anche se spero che Ruffini venga richiamato in servizio all’Agenzia delle Entrate: il suo lavoro ha dato frutti, non vedo ragioni per non ripartire da lui”. Non esiste un’economia competitiva senza avere una giustizia all’altezza delle sfide dell’Italia. E per parlare di giustizia non si può non parlare di magistratura. E di Csm. Cosa farà Italia Viva per combattere il profilo giustizialista del governo? “Il problema della giustizia sono innanzitutto i tempi che vanno accorciati, su questo concordo con Bonafede. Non è possibile che l’imprenditore Tonino Angelucci sia costretto a 16 anni di processi prima che sia dichiarata la sua innocenza. Non è possibile che la vicenda Papa-P4 finisca nel nulla dopo aver costituito l’apertura dei giornali per mesi. Non è pensabile che Silvio Berlusconi sia indagato per anni come mandante delle stragi mafiose o dell’attentato a Costanzo. Dico: hai prove sul fatto che Berlusconi voleva uccidere Costanzo? Vai a processo e condannalo. Ma siccome le prove non ci sono, tenere sotto schiaffo per anni un qualsiasi cittadino è ingiusto, un ex premier è addirittura incredibile. Rispettare le istituzioni significa rispettare la magistratura, rispettare la giustizia, ma significa innanzitutto rispettare la realtà. Io sono garantista. Per me contano le sentenze passate in giudicato, quelle della Cassazione insomma. Le aspettiamo con fiducia. Ma combattere il giustizialismo significa combattere la filosofia per la quale un magistrato apre un’indagine, un direttore di giornale decide di fiancheggiarla, poi si arriva alla Cassazione che magari assolve e nessuno fa il conto dei danni che il povero malcapitato imputato deve subire. Io ho firmato un centinaio di azioni di risarcimento danni in sede civile e conto di pagarmi il mutuo di casa con quei soldi. Ma un cittadino semplice che finisce stritolato in questo meccanismo che fine fa? La nuova maggioranza ha una forte componente giustizialista nei Cinque stelle. Ma devo ammettere che parlando con molti deputati e senatori grillini mi rendo conto che le sensibilità personali sono spesso meno dure della linea ufficiale del partito. Molti di loro ammettono candidamente che il giustizialismo è un errore. E questo mi fa pensare che potremo mitigare certi toni e certi insulti. Mi preoccupa paradossalmente di più la potenziale svolta giustizialista del Pd. Quando sono stato segretario ho tenuto in minoranza l’ala giustizialista. Vediamo se gli amici che adesso guidano il Nazareno a cominciare da Andrea Orlando che è comunque un amico e una persona seria riusciranno a contenere le varie spinte interne”. E rispetto alle proposte sulla giustizia annunciate ve – nerdì scorso dal governo? “Vediamo che testo ci porteranno. Al momento si stanno vedendo solo loro e forse è meglio così. Non mi preoccupano i vertici di maggioranza tra Bonafede e Orlando senza di noi. Perché senza di noi possono fare i vertici ma non possono fare la maggioranza. Specie sui temi della giustizia”. Se il ministro Bonafede dovesse proporre il sorteggio per il Csm, che è un’idea che abbiamo sentito anni fa alla Leopolda, lei potrebbe prendere in considerazione la proposta? “Vi sorprenderò: per me sì. Io sul Csm sono più d’ac – cordo con Bonafede che con Orlando. Con Andrea ricordo una bella discussione a Palazzo Chigi in cui io proponevo il sorteggio, ispirato da Gratteri e lui che mi spiegava la sua contrarietà e l’impossibilità tecnica di farlo. Se si arriva al sorteggio per il Csm personalmente ci sto. Anche perché è ipocrisia pura fingere che solo qualche corrente facesse le cene per accordarsi sugli incarichi direttivi. Le correnti sono un danno sicuramente nei partiti. Ma per me sono un problema anche dentro la magistratura. In ogni caso, quando avranno la bontà di confrontarsi anche con noi discuteremo. Gli obiettivi di Bonafede di diminuire i tempi della giustizia e di arrivare al sorteggio del Csm mi sembrano interessanti. Faccio una previsione: Bonafede non avrà mai il coraggio di andare fino in fondo, scommettiamo? Chi tocca certi equilibri nella magistratura ne paga le conseguenze. Non dico altro. Italia Viva non ha ancora discusso di questo, lo faremo liberamente, tutti insieme, senza pregiudizi o decisioni precostituite”. Se dovesse spiegare agli interlocutori stranieri cosa sono i Cinque stelle, che cosa direbbe? “Sono maturati, dato che sono partiti per distruggere tutto e adesso si rendono conto che così facendo distruggono solo loro stessi. L’immagine che ho in mente è quella di un coriaceo Luciano Nobili che in una delle trasmissioni del mattino disintegra Paragone sulle banche al punto che l’ex anchorman delle critiche sulle banche è costretto a dare ragione al deputato iper-renziano. Divertente, molto divertente. Quanto a Di Maio si gioca la partita della vita. Devo ammettere, obtorto collo, che l’inizio del suo lavoro mi è sembrato molto saggio. Ha scelto una bella squadra, è circondato da persone di grande qualità a cominciare da Ettore Sequi che si è scelto come capo di gabinetto, e si è mosso senza sbagliare nulla. Almeno per il momento. Detto questo, noi saremo alleati seri e affidabili adesso perché è giusto dare stabilità al governo e tranquillità al paese. Ma noi non abbiamo fatto questo governo per diventare alleati in pianta stabile di Casaleggio, sia chiaro. Salvare il paese è un dovere, salvare la Rousseau no. Alla fine di questa legislatura torneremo liberi e felici competitor. E certo non ci possono chiedere di votare a favore delle fallimentari esperienze di Virginia Raggi e di Chiara Appendino: due giovani donne politiche che rispetto e a cui va tutta la mia solidarietà per gli attacchi personali che hanno ricevuto. Ma le ritengo esempi di due amministrazioni fallimentari. Dunque, patti chiari amicizia lunga. Lavoriamo insieme al governo fino al 2023. Poi ognuno per la propria strada. Una bella stretta di mano e via, non un abbraccio per sempre”. E’ vero o no che nel marzo 2018 sarebbe stato possibile fare l’accordo con i Cinque stelle? “Allora non c’erano le condizioni politiche per fare l’accordo perché i Cinque stelle erano molto più forti. La loro agenda era totalmente contro la nostra stagione riformista, contro l’Ilva, contro la Tav, contro la Tap, contro i vaccini e andare al governo con loro sarebbe stato il suicidio del Pd. Chi non lo capisce, o fa finta di non capirlo, e paragona marzo 2018 con settembre 2019 lo fa in malafede. Chi conosce l’abc della politica sa che di mezzo non ci sono solo 14 mesi ma un’èra geologica, segnata dal trionfo del salvinismo. Le loro avance furono molto sulla sinistra radicale al punto da definire il Jobs Act come un grande problema. Le proposte che Di Maio mandò al Corriere della Sera il giorno della mia intervista da Fazio erano incentrate sul ripristino dell’articolo 18, non un gran segnale per me. Oggi è cambiato tutto perché dopo un anno sono più deboli elettoralmente, meno centrali dal punto di vista della presenza nel dibattito politico e il nemico comune Salvini permette di fare un’opera – zione a tutela degli interessi degli italiani, non semplicemente un’operazione di Palazzo”. Quand’è stata la prima volta che ha pensato a questa operazione? “L’8 agosto, quando Salvini ha fatto la follia. Ne avevamo parlato prima, più volte, però avevamo convenuto che non ne valesse la pena. Ero a casa a Firenze, appena rientrato da Roma. E dovevo andare all’unica Festa dell’Unità cui ho partecipato quest’estate, la prima, l’unica, l’ultima, a Santomato, vicino a Pistoia. Mi arriva l’agenzia con cui Salvini chiude ufficialmente l’esperienza di governo. Respiro. E mi vedo il film. Papeete, tour nelle spiagge, caccia all’immigrato, mojito, dichiarazione contro Macron, cubista che balla, mercati che ballano, spread che aumenta, dichiarazione di Borghi o Bagnai contro i mercati, caccia a chi la spara più grossa, populismo esasperato dei Cinque stelle per tenere botta contro Salvini, dati devastanti della produzione industriale, recessione, fuga dei capitali, scontri verbali e odio sui social, polemiche sui bus contro i ragazzi di colore. Tutto avrebbe subito un’accelerazione. E a quel punto il 10 settembre alle 23 la Maratona Mentana – ormai una presenza istituzionale di questo paese – avrebbe raccontato un paese dilaniato, in ginocchio, diviso. E forse persino senza maggioranza o con i sovranisti pronti a cambiare la Costituzione. Con o senza pieni poteri Salvini avrebbe distrutto l’economia italiana. Mi vedo questo film, mi mordo la lingua pensando all’idea di votare la fiducia a un governo con dentro Di Maio, e mando un sms a Andrea Orlando. Perché era il vicesegretario del mio partito, quello con il quale parlavo, visto che con altri dirigenti era più complicato: ‘Andrea, se fossimo seri ora sarebbe il momento di fare politica. Sentiamoci’. Poi prendo la Mini di mia moglie e guido fino a Santomato: sono uno di quelli che quando ha bisogno di riflettere, ama guidare. La scelta era ardita ma non avevamo alternative. Mi fa ridere chi dice che l’ho fatto per salvare i parlamentari renziani: è vero che per la seconda volta in cinque anni salviamo la vita di una legislatura e mi ha fatto ridere un parlamentare dell’opposizione che mi ha detto ‘grazie, mi hai salvato il mutuo’. Il punto è che io non l’ho fatto per i miei parlamentari, tanto è vero che il giorno dopo il giuramento del governo i ‘miei’ parlamentari sono passati quasi tutti con Zingaretti. La leadership non dipende da quanti parlamentari hai, ma dalla forza delle tue idee. E questo purtroppo i signori delle correnti, i signori delle tessere non lo capiranno mai”. Quali sono state le volte in cui in passato ha pensato di volere fare un proprio partito? “Il giorno dopo le elezioni europee del 26 maggio 2014, ma sarebbe stato un atto di egoismo. Avrei vinto le elezioni ma avrei fatto un danno al paese. In un certo senso io capisco Salvini che voleva riscuotere il consenso: ma prima dell’interesse individuale c’è il bene comune, il servizio alla comunità. Salvini ha cercato di fare ciò che io avrei potuto fare e non ho voluto fare. Quanto a Italia Viva è chiaramente il partito che ho ispirato. Ma non è solo Renzi, anzi. E’ la diarchia, con una donna e un uomo in tutti i posti di responsabilità. Sono tantissime ragazze che in tutte le città stanno prendendo le redini di Italia Viva. Sono le parlamentari bravissime che stanno lavorando con noi: anche i maschietti sono bravi, ma le donne di più. E meno male che Rosato non è entrato al governo: è una macchina da guerra nell’organizzazione”. In questi giorni avete proposto delle misure complessive per favorire l’occupazione delle donne. Può dirci qualcosa di più? “La Leopolda quest’anno sarà una bomba. Queste proposte che lei cita faranno parte del Family Act su cui sta lavorando Elena Bonetti, una professoressa universitaria bravissima ma anche una bravissima ministra. Noi abbiamo in squadra un’altra fuoriclasse, Teresa Bellanova, che è strepitosa e tutte le volte che la vedo all’opera mi chiedo come sia stato possibile non candidarla alla guida del Pd nel 2019: chi le ha detto di no, si sta mangiando le mani. Sarebbe stata straordinaria. Ma sulle donne lavoreremo molto. Saremo davvero il primo partito femminista in un’accezione diversa dal passato: non ideologica ma straordinariamente concreta”. C’è la possibilità che nei prossimi mesi arrivino ancora nel suo partito persone provenienti da altre esperienze politiche? “Serve coraggio, noi abbiamo comprato un anno di tempo in Europa ma o lo riempiamo di progetti e proposte credibili oppure il rischio è quello di regalare ai nostri avversari a cominciare da Salvini un match point. Mi rivolgo a tutti, il mio è un appello ai naviganti. E’ il momento di mettersi in gioco, di dare una mano. E’ il momento zero, esattamente come lo è stato la Leopolda degli inizi e infatti sono convinto che quest’anno ci sarà un sacco di gente che ha voglia di impegnarsi e di iscriversi. Abbiamo ricevuto 10 mila euro al giorno per cinque giorni di fila con piccole donazioni sul sito dei Comitati. Siamo bombardati da email, da richieste di collaborazione, da proposte intelligenti. Venite a prendervi l’Italia Viva, venite a darci una mano. Basta polemiche sul passato, costruiamo il domani. Tutti insieme”. La scorsa settimana abbiamo visto di fronte ai nostri occhi in azione il fenomeno Greta, anche nelle piazze italiane. Greta ha avuto certamente il merito di averci costretto a porci delle domande sull’ambiente. Non ha però paura che l’ambientalismo possa diventare una maschera dietro la quale nascondere i valori della decrescita? “Il rischio esiste, però ci sono due fatti. Primo, c’è una generazione di ragazzi che si è messa in moto e chi ironizza su Greta deve avere il coraggio di ammetterlo. Potenza di quello che i greci chiamavano kairos: migliaia di persone hanno detto prima di Greta le cose che dice Greta. Al Gore ci ha vinto un Nobel e un Oscar, Obama ci ha costruito una intera narrazione a Parigi 2015, tante associazioni ci si sono spese. Eppure nessuno ha ottenuto la visibilità di questa ragazzina scandinava. Il secondo è che la politica non può mettere ‘mi piace’ in modo ipocrita sulle provocazioni di una sedicenne e poi girarsi dall’altra parte. Il nostro Piano Verde alla Leopolda sarà più ambizioso di quello della Merkel per la Germania. Su questo chiederemo di essere giudicati dal popolo delle piazze giovanili. Poi è chiaro: se vuoi difendere l’ambiente devi investire in tecnologia e infrastrutture, non rifugiarti nei boschi. E devi scommette su un ecosistema imprenditoriale e sociale che l’Italia già possiede ma che va migliorato. Servono le metropolitane e le tramvie per migliorare la vita nella città, servono i treni e le piste ciclabili, non la retorica e la demagogia”. Tre ragioni per cui oggi può affermare con ragionevolezza che Salvini è un leader pericoloso. “Non è pericoloso per la nostra democrazia ma per il nostro portafoglio. Perché se chiedi pieni poteri e poi scegli Borghi e Bagnai i mercati si agitano e a noi questo meccanismo ci massacra. Non è pericoloso per la nostra democrazia ma per la giustizia del nostro paese perché non fa chiarezza su questioni su cui ha il dovere di essere trasparente, ovvero la vicenda dei 49 milioni e la tangente da 65 milioni proposta dai russi. Non è pericolo per la democrazia ma per la convivenza civile. Poi Salvini ha creato un clima di tensione sociale per cui è normale che una ragazza di colore violentata nei lager in Libia si senta dire che la pacchia è finita. Se lo dice il ministro dell’Interno, chiunque pensa di poterlo ripetere senza problemi”. Si è mai chiesto perché Salvini è ancora così popolare? “Inviterei tutti a dare meno importanza ai sondaggi, che lasciano il tempo che trovano. Salvini è sempre più un personaggio e meno una personalità. E’ un personaggio quando va a fare la lotta nel fango da Barbara D’Urso e su questo costruisce la sua narrazione. E’ un personaggio con mille sfaccettature, è quasi complicato da definire. Lui è il nostro avversario principale, guai a sottovalutarlo. Sarà un piacere confrontarsi con lui il 15 ottobre davanti alle telecamere di ‘Porta a Porta’, con Bruno Vespa. Ma la popolarità va e viene, io ne so qualcosa”. Qual è secondo lei oggi il principale ostacolo all’evo – luzione dell’Europa? “La Brexit è il più grande labirinto mai immaginato dalla mente politica. Come va a finire? Con Boris tutto è possibile. In questo scenario, l’Italia è fondamentale e molti ministri mi raccontano di essere accolti calorosamente ai vertici europei. Avere fatto tornare l’Italia in Europa è la strategia di fondo del cambio di governo perché togli di colpo l’idea che in Italia ci sono i populisti. Il sovranismo alle vongole di Meloni e Salvini ignora che il loro modello Orbán sta accogliendo molti migranti economici (almeno cinquantamila) ma utilizza i soldi del contribuente italiano per dire di no alle nostre richieste di solidarietà. Se l’Ita – lia fosse un paese forte oggi direbbe con chiarezza che non accetteremo mai di dare soldi a chi ci dice di no. Ma Meloni e Salvini non sono fratelli d’Italia, sono nipotini d’Ungheria”. La sentenza della Consulta sul fine vita interpella la nostra coscienza prima ancora che la nostra politica. Qual è il suo giudizio sulla sentenza? “Su questo tema ho una lettura peculiare. Il cristiano che non vede nella morte la fine di tutto ovviamente non può legittimare il suicidio ma deve fare i conti con la morte, che è il momento chiave dell’esistenza tant’è che i teologi parlano di una nuova nascita, della nascita al Cielo. Tuttavia pretendere di eliminare la morte o semplificarla è disumano, per cristiani e no. La morte è la morte. Leggevo l’acuta riflessione di chi dice che ormai la morte è l’unico tabù rimasto: parlarne fa male, pensarci ancora di più. Ecco, su questi temi dovremmo fare una riflessione seria, articolata, profonda. Penso a me: dovessi trovarmi in condizioni devastanti vorrei che per me scegliessero i miei, mia moglie, i miei figli. Perché so che loro prenderebbero la decisione giusta per me. Non mi farebbero soffrire inutilmente e non mi farebbero morire per togliersi il problema. Ciascuno di noi ha un parente, un genitore, un nonno, un amico che ha dovuto vivere questa scelta. Questa scelta può essere codificata? Difficile farlo, difficile capire i paletti, difficile dare torto ai medici che chiedono che ci sia un pubblico ufficiale. Tutto è difficile su questi temi. Ma per forza, parliamo della morte, non di una corrente del Pd o di un tweet del Capitano: sono cose serie queste. Nella civiltà contadina da cui proveniamo, i piccoli erano portati sul letto di morte dei vecchi perché la morte faceva parte della vita. E andava guardata in faccia. E non era un tabù, ma un dolore. Il dolore più grande, certo. Ma un dolore da affrontare, non da rimuovere. Il Parlamento deve legiferare con lo spirito giusto: altrimenti commettiamo lo stesso errore commesso con i Dico, cioè ideologizzando una questione, e risolto con le unioni civili dopo anni. Bisogna ascoltarsi, dialogare. Accogliere le idee degli altri e rispettarsi”. Lo Ius soli si può fare in questa legislatura? “Se ci sono i numeri, e Di Maio ci sta, facciamo lo Ius Culturae. Se non ci sono i numeri, perché i Cinque stelle non ci sono, prendiamone atto. Ma non trasformiamolo in un tormentone come è stato fatto dal governo nel 2017, con un tragico errore. Io sono per lo Ius Culturae. Ci sono i numeri? Si fa. Non ci sono i numeri? Se ne parla la prossima volta. Intanto abbiamo sconfitto in Parlamento chi seminava odio e questo è già un passo avanti”. Qual è un battaglia di cui ancora non ha parlato e che si vuole intestare come Italia Viva? “Quella sull’autonomia. Salvini forse sarà sconfitto dai guai giudiziari della Lega, dai suoi errori, dai suoi colonnelli che sono pronti a farlo fuori. Ma noi non risolveremo mai il problema Salvini se non affronteremo in modo serio il nodo dell’autonomia. L’autono – mia alle regioni è solo un nuovo centralismo. L’Italia deve scommettere sulle autonomie ma sulle autonomie dei sindaci, non dei governatori. Devi portarti dietro il Nord, a cominciare dal Veneto. Ma anche i tanti bravi sindaci del Sud. Devi scommettere su un modello in cui il sindaco non è stretto in una morsa tra la Corte dei conti che ti chiede i danni per qualsiasi errore e le Autorità centrali che ti bloccano ogni investimento. Liberare i nostri sindaci, liberare i nostri comuni, liberare i nostri territori. Se lo fai partendo dalle città sei forte e credibile, se lo fai partendo dalle regioni fai un nuovo centralismo. Italia Viva sarà il partito dei sindaci. Quelli di ieri, quelli di oggi e quelli di domani. Ma Italia Viva sarà anche il partito che chiede più autonomia in un quadro di solidarietà nazionale, non di egoismo. Ne parlerò venerdì prossimo con Matteo Ricci al Festival delle città, ma devo dire che su questo tema hanno già detto parole di saggezza Beppe Sala e altri ex colleghi. Torno da dove siamo partiti: contrastare il salvinismo è possibile sui contenuti, non con i tweet. Lo abbiamo sconfitto nel Palazzo, adesso va sconfitto nelle piazze. Italia Viva è nata anche per questo. E la Leopolda lo dimostrerà”.

Per la prima volta da vent’anni tutti parlano di lotta all’evasione fiscale: non è che gli italiani sono diventati più onesti e i politici meno sensibili al voto degli evasori. Il problema è che bisogna trovare così tante coperture per la legge di Bilancio che, se proprio bisogna tassare qualcuno, anche i politici più riottosi si sono convinti che è meglio colpire gli evasori. Ma come? SIAMO COSÌ ARRUGGINITI in questo dibattito che alcune delle proposte che circolano son o bislacche. Per esempio quelle sul contante. Partiamo dai punti fermi: l’evasione si regge sul contante, è assai difficile aggirare il fisco se i pagamenti dei clienti e quelli ai fornitori sono fatti con bonifici e carte. Chi lo nega è in malafede e non può produrre evidenza scientifica a supporto delle sue tesi. Secondo punto fermo: si vive benissimo anche senza contante, le solite obiezioni culturali (“siamo abituati così”) o anagrafiche (“gli anziani come fanno?”) sono assurde. Da un mese vivo negli Stati Uniti e non ho mai – dico mai – pagato qualcosa con una banconota: l’unico prelievo al bancomat che ho fatto serviva ad aprire un conto corrente americano, i bonifici internazionali restano complicati. Anche il biglietto dell’autobus si paga avvicinando la carta, o con smartphone e impronta digitale: quante competenze digitali richiede appoggiare un dito su un tasto? Ridurre l’uso del contante è utile e possibile, ma circolano idee poco efficaci su come farlo a scopo anti-evasione. Sembra allettante la prospettiva di incentivare le transazioni elettroniche, con un rimbors da parte dello Stato tra il 2 il 4 per cento dell’importo. Anche il centro studi di Confindustria propone qualcosa di simile, con i rimborso sottoforma di credito di imposta. Ma le misure di lotta all’evasione dovrebbero, lo dice il nome, colpire gli evasori. Cioé far emergere gettito che ora lo Stato non riesce a incassare perché le transazioni che dovrebbero generarlo restano sommerse. L’incentivo ai pagamenti elettronici serve a questo? In una parola: no. Al commerciante o al professionista evasore basta offrire al cliente uno sconto superiore al bonus fiscale per cancellare ogni effetto dell’incen – tivo governativo: se il cliente guarda solo al beneficio immediato e non si cura della legge, preferirà sempre pagare 90 euro in nero invece che 100 regolari con la prospettiva di riceverne indietro poi 2 o 4 quando farà la dichiarazione dei redditi. In un caso paga 90, nell’altro 96 o 98. Lo Stato sosterrebbe un costo ingente – tra i 2 ei 6 miliardi il primo anno, a seconda di come si struttura il bonus – ma l’unico vero effetto sarebbe quello di premiare i contribuenti onesti che già ora, per varie ragioni, pagano con la carta. Gli onesti ringrazierebbero, ma gli evasori continuerebbero a evadere come prima. Sarebbe pure un premio iniquo, perché i più poveri spesso non hanno un conto corrente e dunque una carta e sono incapienti, non pagando tasse non saprebbero che farsene del credito di imposta (a meno di non trasformarlo in un sussidio, comunque minimo per loro viste le scarse transazioni). Altre idee lasciano presagire una enorme macchina burocratica dagli esiti incerti: una carta gestita da Poste per aver rimborsi Iva sui pagamenti elettronici. Se queste proposte servono soltanto a indorare la pillola di un aumento dell’Iva che colpirà come sempre più gli onesti che i disonesti, lo capiremo in fretta. PIÙ CHE INVESTIREmiliardi in complessi incentivi dall’i mpatto nullo o negativo, sarebbe molto più efficace costringere i negozianti ad avere il Pos: la legge c’è, ma le sanzioni per chi non permette pagamenti elettronici sono di fatto assenti. É così difficile stabilire che i taxi senza Pos funzionanti non possono circolare o devono rinunciare al pagamento della corsa da parte dei clienti che vogliono pagare con carta? É mai possibile che ci siano ancora ristoranti che esbiscono il solito foglio con scritto a penna “bancomat rotto”(che poi significa: “Sono un evasore”). Certo, con il Pos pagheranno più commissioni bancarie ai gestori dell’infra – struttura elettronica di pagamento. Ma anche il contante ha i suoi costi di gestione – cassette di sicurezza, protezioni varie, il tempo che si perde ad andare e tornare dalla banca – ma sono meno percepibili e percepiti di quelli delle carte di credito perché sono spalmati su una vasta platea: tutti i contribuenti sostengono i costi di produzione e gestione delle banconote, e tutti i clienti delle banche devono contribuire pro quota alle spese per guardie giurate, furgoni blindati e telecamere che servono a proteggere il denaro degli evasori senza Pos. Va benissimo la lotta all’evasione e la lotta al contante. Ma bisogna essere sicuri di colpire il bersaglio giusto. Sprecare i soldi incassati dai poveri contribuenti onesti e tartassati in nome della battaglia contro i ladri sarebbe l’ul – tima beffa. Da due anni i Cinque Stelle promettono di rivedere la soglia di non punibilità per i reati fiscali che è stata alzata dal governo Renzi nel 2015 così da rendere di fatto impossibile ai pm perseguire gli evasori in sede penale. Abbassarle non costa nulla alle casse dello Stato, porterebbe gettito e darebbe un segnale chiaro. Lo faranno, ora che non c’è più la Lega al governo e il Pd, almeno a parole, vuole contrastare l’evasione? Sarebbe un buon test per verificare se la convivenza giallorossa (e con Matteo Renzi) è davvero possibile.

Dimenticate l’avocado, cibo modaiolo che impazza in ristoranti onnivori e vegani oltre che su Instagram, dove è uno dei cibi più fotografati. Il riscaldamento globale sta mettendo a dura prova la sua produzione, e infatti i prezzi sono in crescita costante. Il motivo è semplice: occorrono oltre trenta di litri di acqua per produrne trenta grammi, oltre duecentocinquanta litri a frutto, e purtroppo l’acqua è sempre di meno. Ma altre colture, rischiano, proprio come gli animali, di diventare beni rari e preziosi. Il quadro generale del problema l’ha disegnato il penultimo rapporto del comitato scientifico sul clima dell’Onu, l’Ipcc, dedicato al “Cambiamento climatico e territorio” e uscito nell’agosto scorso. Il riscaldamento globale aumenta alluvioni, siccità e desertificazioni, oltre a produrre nuovi e diversi parassiti, e va a colpire direttamente la produzione agricola, proprio mentre la domanda di cibo cresce perché cresce la p op o l az i on e globale. Ad essere in pericolo, però, non solo sono cibi di cui possiamo fare a meno, ma anche colture base della nostra alimentazione. Il Wo r l d Economic Forum ne ha indicate undici, oltre all’avocado. E due di loro sono veri e propri, amatissimi, confort food, come il cioccolato e il caffè. Il primo, infatti, cresce unicamente in territori con un suolo ricco e molto umido. Molte piantagioni, però si trovano in regioni dove le temperature stanno diventando più volatili: ecco perché si parla di un calo drastico della produzione entro il 2030. Il secondo è messo a repentaglio dalla crisi delle comunità delle api, perché le temperature alte riducono gli insetti meno resistenti che impollinano le piante. Ancora più grave, in realtà, è il calo previsto nella produzione di tre cereali chiave per il sostentamento globale, ossia il mais, il grano, il riso, che –secondo la Fao – producono il 51% delle nostre calorie. Siccità e alluvioni ne minano la produzione, a fronte di un aumento della domanda del 33% nel 2050. Altra coltura in pericolo è la soia, che potrebbe crollare del 40% entro il 2100 e il problema non è solo la sparizione di tofu e tempeh: la soia infatti è una fonte fondamentale per il biofuel. I legumi più a rischio, strano a dirsi, sono i ceci, che richiedono tantissima acqua (oltre duemila litri per una scatola), mentre la frutta secca più vulnerabile al cambiamento climatico sono le arachidi, molto sensibili agli sbalzi di temperatura. Infine, a rimetterci sono anche moltissimi tipi di frutta: dalle banane, che richiedono acqua consistente e clima moderato, e che tra l’altro oggi sono sotto attacco di un parassita che sta distruggendo le piantagioni, alle delicate fragole; dalla frutta con nocciolo, che cresce precocemente per il caldo salvo essere distrutta poi dal gelo improvviso, all’uva, tanto che anche il vino rischia di ridursi dell’85% entro i prossimi cinquant’anni, a meno che non si comincino a sperimentare altre varietà di viticci più resistenti. Requiem anche per lo sciroppo d’acero, che richiede temperatura alte di giorno ma fredde di notte: gli alberi stressati producono così sempre meno linfa. Purtroppo, l’elenco dei cibi a rischio è destinato ad allungarsi. Ovviamente, maggiormente a repentaglio sono quelli per la cui produzione è necessaria più acqua. Interessante, a questo proposito, il lavoro del Water Footprint Network, sul cui sito si trova una galleria che misura l’impatto idrico di ogni alimento. Tra i peggiori, su questo fronte, c’è la carne bovina (15.415 litri per kg), quella di maiale (5.988 per Kg), il burro (5.553), il cioccolato (17.196). Ma la sicurezza alimentare è a rischio? Secondo una rielaborazione del Rapporto Ipcc sull’agricoltura e il suolo fatta dal Centro-Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), l’aumento delle temperature riduce la produttività dei raccolti ovunque e sta minacciando la sicurezza alimentare nelle zone aride del pianeta, in particolare in Africa, nelle regioni montuose dell’Asia e nel Sud America, dove risiede la metà delle popolazioni vulnerabili. Il cambiamento climatico, di conseguenza, avrà un impatto anche sui prezzi, che aumenteranno del 23% per il 2050. E se sa un lato una crescita contenuta della concentrazione di CO2 potrebbe migliorare la produttività di alcune colture, dall’altro diminuisce la qualità nutrizionale di alcuni alimenti (come il grano, che avrà meno proteine, zinco e ferro). Esistono, però, strategie di adattamento a questo quadro: la protezione delle foreste e la riduzione del degrado boschivo, ad esempio, è tra le azioni di mitigazione del clima più efficaci. Ma di ancor più facile adozione è, secondo gli esperti Ipcc-Cmcc, il cambio della dieta alimentare. Le indicazioni sono sempre le stesse: non sprecare cibo, ridurre drasticamente la carne, orientare la propria dieta su alimenti di origine vegetale e basso impatto ambientale.

Non è un problema di questo o del governo precedente. È chiara la consapevolezza che la salute del comparto agroalimentare non è nelle vene, nel dna di chi ci amministra, ci sono processi che proprio non appartengono loro». È una vigilia ad alta tensione per i produttori del Consorzio del Parmigiano reggiano, e il presidente Nicola Bertinelli se ne fa interprete, nello stand del Villaggio Coldiretti, a Bologna, che sforna a ciclo continuo tortellini mantecati al parmigiano, per la gioia di italiani e non. La vigilia della decisione del Wto che potrebbe confermare l’incubo dazi sui prodotti della filiera agroalimentare italiana, parmigiano reggiano in testa. Presidente, come state vivendo queste ore? «Male, molto male. Abbiamo fatto di tutto per evitare una situazione paradossale, che dalla vicenda Airbus arriva ai nostri prodotti. Rischiamo il cappotto continuando a porci una domanda: qual è la colpa dell’agroalimentare in una tematicaaerospaziale?». Avete fatto di tutto, dice. Ovvero? «Io sono andato personalmente a Washington a parlare con l’ambasciatore italiano, a Roma abbiamo cercatodifarcapirela situazione all’ambasciatore americano.Sono tentativi». La politica? «Non voglio polemizzare, ma i governi non ce l’hanno nelle vene questa sensibilità». Si spieghi meglio. «Non capiscono che una dop, oggi, non è più una commodity, ma è remunerizzazione di un prodotto che si differenzia. L’enogastronomia è un traino, oggi un turista su due si muove andando a visitare zone dove sa di poter mangiare prodotti di qualità. Ecco che cosa deve fare la politica: deve difendere questa possibilità di sviluppo per il futuro. Dovrebbe fare il diavolo a quattro come stiamo facendo noi». Quindi? «Non ci resta che urlare che siamo di fronte a una ingiustiziaimperiale». Ci fa capire che cosa potrebbe accadere oggi? «Trump può applicare dazi che aumentano del cento per cento il costo di un prodotto. Le faccio un esempio: oggi il dazio applicato dagli Stati Uniti sul Parmigiano reggiano è di 2,5 dollari al chilo, potrebbe salire a 20. Il che significa che sugli scaffali il costo salirebbe dagli attuali 40 a 60 dollari al chilo». Diventerebbe un prodotto esclusivo, di nicchia… «Certo, con un prezzo inavvicinabile. Secondo le nostre stime il mercato americano potrebbe crollare dell’80-90 per cento. Dalle 10mila tonnellate di oggi, chearrivanonegliStati Uniti, si potrebbe scendere a una, duemila. Un danno incredibile per noi, i nostri 335 produttori ma anche per i 2.620 allevatori da cui prendiamo il latte a 80 centesimiallitro,quandoinBaviera,peresempio,ne prendono venti… Ma c’è di più: non è possibile ricollocare suimercatiimilionidichilogrammi in più di produzione. La conseguenza, quindi, è il crollo del prezzo, per noi, per il Grana padano, per i produttori di pecorino, ma anche per la filiera dellatte.Eccoleconseguenzedei dazi:faranno precipitarei prezzi».

Non si chieda a Giuseppe Conte di avere fiducia nelle previsioni politiche. È stata sufficiente la crisi deflagrata a sorpresa in piena estate per instillare nel premier un sano scetticismo per certe cose. Diffidenza che riemerge in questi giorni, mentre osserva i giuristi del Pd scommettere sulla bocciatura a gennaio, da parte della Corte costituzionale, del referendum che la Lega depositerà oggi per modificare la legge elettorale. Se non andasse come pronosticano i Dem e a giugno Matteo Salvini vincesse la sua battaglia, la quota proporzionale dall’attuale Rosatellum verrebbe cancellata. Così, la Lega, anche andando da sola alle elezioni, farebbe il pieno di seggi. Un incubo per il governo giallorosso. Ecco perché palazzo Chigi ha già studiato la soluzione: «Approviamo una nuova legge elettorale in primavera». Modificando il sistema di voto, infatti, i quesiti referendari del Carroccio decadranno automaticamente, pur aprendo prospettive non meno fosche sulla legislatura. «Renzi potrebbe staccare la spina il giorno dopo l’approvazione della legge elettorale», temono sia nel Pd che nel M5S. Conte si augura però che l’ex premier fiorentino abbia maggior interesse a incidere sull’elezione del prossimo Capo dello Stato, nel 2022, che non rischiare le urne a pochi mesi dalla nascita del suo nuovo partito. E ancor di più, il presidente del Consiglio sa di non poter lasciare alla Lega l’occasione di modificare la legge elettorale a suo favore. Salvini trasformerebbe poi il voto in un voto sul governo e l’esecutivo, in caso di sconfitta, potrebbe non reggere l’urto. «Non possiamo permetterlo», ha detto il premier ai suoi. A palazzo Chigi credono infatti che il verdetto della Consulta non sia scontato come dicono i Dem. Il referendum ha qualche possibilità di passare il vaglio della Corte e il massimo esperto di cavilli e regolamenti della Lega, Roberto Calderoli, ne ha già offerto riprova, scovando alcuni precedenti che disinnescherebbero le obiezioni mosse dai giuristi del Partito democratico. Il giudizio della Consulta, poi, arriverà a gennaio. Troppo tardi per pensare di poter avviare una discussione sulla legge elettorale in tempo per giugno. Per questo – è la convinzione diffusa nella maggioranza – il tavolo va fatto partire subito, con l’obiettivo di avere un disegno di legge pronto per essere approvato in prima lettura in uno dei due rami del Parlamento entro febbraio. Tale è la fretta che Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio hanno già messo al lavoro i loro uomini. La prima assonanza trovata tra le due forze di maggioranza è sulla necessità di evitare un “modello proporzionale puro” – come lo stesso Conte ha detto pubblicamente –, perché porterebbe in Parlamento una miriade di partiti e partitini tale da rendere ingovernabile il Paese. Di Maio ha incaricato il suo fedelissimo Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, di avviare le prime ricognizioni con i Dem questa settimana, mentre Zingaretti ha riunito i suoi ed è stato chiaro: «Dobbiamo discutere di un proporzionale con soglia alta o di un maggioritario a doppio turno». Ma non basta. C’è da affrontare anche la riforma dei regolamenti di Camera e Senato, da adattare al definitivo taglio dei parlamentari che arriverà il 7 ottobre. Un impegno enorme di modifica dei numeri, dei meccanismi, e in definitiva del funzionamento dell’intero Parlamento: «Dovrà essere tutto pronto – sostengono nel Pd – in tempo per l’approvazione della nuova legge elettorale, ma la Corte boccerà il referendum». A palazzo Chigi le certezze sono bandite; le speranze, tutt’altro.

A guardare Yascha Mounk che saluta il pubblico della conferenza «Cracking Borders, Rising Walls», organizzata dalla ong Kultura Liberalna nel cuore di una Varsavia ansiosa per le elezioni prossime venture, è chiaro come questo enfant prodige delle scienze politiche sia l’alter-ego esatto del modello populista: insegna alle matricole della John Hopkins a emanciparsi con lo studio, attraversa i continenti come se prendesse il tram, parla 5 lingue, tra cui il polacco delle origini. Eppure, il suo ultimo saggio, «Popolo vs Democrazia», è un j’accuse a quelle élite che si sono allontanate troppo dal Paese reale. Come l’Unione Europea, dice, «un modello liberale ma non democratico». Se salta il binomio fondante del vecchio continente, cosa resta dell’identità europea? «Il legame tra liberalismo e democrazianonèpiùindissolubile. Ci sono le democrazie illiberali ma c’è anche una forma di liberalismo non democratico. Penso alla storia dell’identità europea, finché si continuerà a porla come alternativa – sei italiano o sei europeo – la risposta sarà conservatrice. Si può essereentrambelecose». C’è uno stile di vita europeo? «Il tema è l’immigrazione, non giriamoci intorno. Noi rispetto a Loro. La gente su questo si arrabbia, si scalda in un modo che non ha paragoni rispetto a quanto tenga al cambiamento climatico. Non si può glissare sulle paure delle persone, vanno prese sul serio. I populismi creano una rabbia divisiva, poi magari a un certo punto la gente si stanca, non vuole pensare ogni giorno alla politica, ma se le cause del disagio restano lì primaopoiriemergeranno». L’immigrazione è il fuoco. Lo attizzano le diseguaglianze? «Inpartesì,mamenodiquanto si supponga. Il problema è la classe media: quando guadagnano sia i ricchi che la classe media la società tiene, ma se tutti perdono il 25% allora lo scarto tra chi ha tanto e chi ha meno diventa una questione di giustizia.Lastagnazioneeconomica ha colpito duro sulle democrazie avanzate, l’Italia non cresce da 30 anni ma anche negliStatiUnitiilsalario,lievitato tra il 1935 e il 1960, dopo il 1985 si è fermato. C’è voglia di sperimentare. Il guaio è che ci sono forze che cavalcano i problemiedifattolirafforzano». L’Ue sopravviverà a questa fase «laboratorio»? «Tutti pensano alla Brexit, ma il pericolo populista va oltre il Regno Unito. L’Ue può sopravvivere anche a 27. Il problema è interno, gli sviluppi dell’Europa centrale sono molto più pericolosi del «no deal». L’Ue, in teoria, si basa su valori liberal-democratici e da lì dipende la sua legittimità. L’Ungheria è una semi-dittatura, la Polonia guarda a Budapest e se la maggioranza sarà rieletta, come pare,la democraziase lavedrà male anche a Varsavia. Perché un democratico francese o tedescodovrebbe condividere la sovranitàconchihaun’ideaaltradi democrazia?». La liberaldemocrazia europea annaspa. Cosa ha ucciso la socialdemocrazia? «In Europa la socialdemocrazia è stata sempre una coalizione di operai e borghesi istruiti, nell’epoca in cui la più importante richiesta politica era economica, welfare, tasse. Oggi la faglia divide altri territori, LGBT, patriottismo, identità, cultura: su questo non ci sono compromessi possibili, non si puòessere favorevoli alle unioni gay al 50+%. E la socialdemocraziasièspaccata,unaparte è andata con verdi e liberali, l’altra con i populisti. Attenzione però, i verdi non sono un’alternativa ai populismi né la loro contro-narrativa, nessunoin Germania oscilla tra Verdi e AfD.Altre forze devono recuperare il voto populista». Trump può essere rieletto? «Non è inverosimile. Trump non è popolare ma l’elezione del presidente non è un referendumbensì unasceltatra diversi, e anche i democratici sono molto impopolari. Trump, un po’ perché l’economia tira e un po’ perché ci si è abituati ai suoi modi, regge. In più la sinistraamericana siè radicalizzata e tratta l’altra metà dell’America con aperto disgusto rifiutando anche solo di parlare conglielettoridiTrump.Maallora,comeli recuperi?».

Il 29 settembre 2019. È il giorno in cui viene a galla il primo asse tra Matteo Renzi e Luigi Di Maio. I due leader insieme mettono una zeppa sul cammino di Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri impegnati nella ardua stesura di una manovra da 30 miliardi. Sono le nove di sera. Da ore premier e ministro dell’Economia lavorano per strappare una benedizione da Bruxelles sul deficit che ci verrà concesso, numero magico per le sorti della finanziaria in via di scrittura. Un numero che dovrebbe attestarsi al 2,2%, per salire magari più in là fino al 2,3% durante la sessione di bilancio in Parlamento. Ma è il secondo nodo, collegato (in parte) al primo, il casus belli. L’Iva da sterilizzare per 23 miliardi di euro: i fondi scarseggiano, i tecnici le stanno studiano tutte, le simulazioni fioccano sui tavoli che contano. Come conferma il titolare di via XX Settembre, alcune aliquote Iva potrebbero essere rimodulate. Magari con ritocchi selettivi e anche limature ben calibrate. Ma ben sapendo la tempesta che si sta scatenando, Franceschini (d’intesa con Zingaretti) chiede a Conte di convocare un vertice con i capi delegazione dei partiti di maggioranza per mediare le diverse posizioni. «Non volete ritoccare l’Iva sui tartufi e abbassare quella sulle bollette? Proponete voi qualcosa, ma va siglato un patto blindato», è la posizione dei Dem. «Vogliono levare dalla manovra il taglio del cuneo e l’aumento dei salari da 5 miliardi che è una nostra battaglia, ecco la verità». La bordata del ministro degli Esteri arriva dagli studi di Giletti. «Senza voler minacciare nessuno, come il taglio dei parlamentari, se non aumenta l’Iva confermiamo il senso di questo governo» . Nessuna rimodulazione dunque? «L’ Iva non può aumentare, la minima, quella intermedia o le altre. Se vogliamo far pagare meno chi usa Poste Pay va bene, perché così recuperiamo evasione». Altolà al vertice da Conte Lo stop di Renzi e compagni va in onda per bocca di Ettore Rosato non appena partono le bordate delle azzurre Gelmini e Carfagna contro chi finanzia il reddito di cittadinanza facendo crescere l’Iva. «Siamo Italia Viva non Italia Iva. Non aumentarla è un impegno che spetta a tutti mantenere. Noi su questo non faremo sconti». L’altolà istituzionale si consuma in nottata nel vertice a Palazzo Chigi, dove Conte e Gualtieri si sentono rispondere «giammai» dalle due plenipotenziarie di Renzi e Di Maio sui terreni economici, il ministro Bellanova e il sottosegretario al Mef, Laura Castelli: spalleggiata dal sottosegretario alla Presidenza Riccardo Fraccaro. Ma la novità stavolta è che si crea di fatto il primo accordo di merito tra Renzi e Di Maio dopo anni di sciabolate reciproche. E su un tema sensibilissimo, come il fisco e l’innalzamento, se pur parziale e se pur contenuto, dell’Iva. Ritenuto da Renzi un’arma contro il governo caricata a pallettoni e consegnata nelle mani di Salvini. Un boomerang insomma. «Cosa altro dovremmo regalare a Salvini?», sospira un colonnello dell’ex premier. Renzi lo dice chiaro e tondo senza mezzi termini intervistato dal Foglio. «Il nostro obiettivo è questo, noi abbiamo fatto un partito No Tax. Oggi non comando più io. Ma quello che potremo fare per evitare l’aumento delle tasse lo faremo». Governo avvisato, mezzo salvato. Anche perché pur senza essersi sentiti, Renzi e Di Maio procedono di conserva. Se non fosse bastato lo stop intimato ieri al vertice con Gualtieri e Conte, arriverà oggi un secondo round in consiglio dei ministri convocato per approvare la cosiddetta “Nadef”: la nota di aggiornamento al Def, il documento con i dati macroeconomici che faranno da cornice alla legge di stabilità e che non conterrà le decisioni sull’Iva. Sarà lì che i grillini porranno la questione. Insieme ai ministri renziani, Bellanova in testa, sollevando una questione formale e sostanziale. «Perché la condizione costitutiva di questo esecutivo è proprio bloccare l’aumento dell’Iva. Punto». Braccio di ferro Pd-Italia Viva Del resto sottotraccia si consuma in queste ore una guerra intestina tra il leader di Italia Viva e Zingaretti. Renzi punta molto sul «family act», ovvero misure per la famiglia che costano un miliardo di euro e darà battaglia su questo. Zingaretti punta sul taglio delle tasse sul lavoro per aumentare i salari dei lavoratori, il taglio del cuneo fiscale che costerebbe 5 miliardi. Allo stato non pervenuti e quindi da reperire magari in parte facendo salire l’Iva. Dalle parti di Renzi invece il leitmotiv è che a volere l’aumento dell’Iva sono Franceschini e Gualtieri, con l’avallo di Conte. Nel Pd sospettano che questa levata di scudi nasconda la voglia di trattare sui desiderata da inserire in manovra. Una sorta di do ut des.

Con un filo di malcelata ironia lo chiama «il conto del Papeete», dal nome della nota disco sulla spiaggia di Milano Marittima in cui Matteo Salvini quest’estate ha consumato molti Mojito. Avrebbe potuto rifiutarsi di pagare, ma il partito che l’ha indicato ministro del Tesoro si è trovato alleato al governo un vecchio amico di Salvini, ovvero Luigi Di Maio e il Movimento Cinque Stelle. Per Roberto Gualtieri l’esordio televisivo da custode dei conti pubblici non era semplice. Ha in eredità cinquanta miliardi di nuove spese, deve ammettere che non avrebbe mai impegnato tutti quei soldi, e allo stesso tempo che non è opportuno eliminarle. Il reddito di cittadinanza verrà rivisto, quota cento si esaurirà al termine del terzo anno e però costerà diversi miliardi per parecchi anni. La tassa forfettaria al 20 per cento per le partite Iva con reddito annuo inferiore a 65 mila euro è confermata, salterà solo quella prevista nel 2020 al 20 per cento fino a centomila euro. E’ per tutte queste ragioni che – lo ammette solo a mezza bocca – si troverà costretto ad aumentare almeno in parte l’Iva agli italiani. «Quando ho giurato sapevo che mi avevano chiamato per trovare 23 miliardi in 23 giorni», dice ospite della prima puntata de «In mezz’ora». La Commissione europea permetterà all’Italia di spingere l’asticella del deficit al 2,2 per cento – al cambio poco più di dieci miliardi – ma poiché di tagli importanti alla spesa non se ne parla, non resta che aumentare le entrate. «Sanità, scuola e istruzione non si toccano», dice il ministro. Al Tesoro hanno ripreso in mano il dossier sulla revisione della spesa, ma se tutto andrà bene varrà un miliardo di euro. Se a questo aggiungiamo l’impegno – confermato da Gualtieri – di ridurre il carico fiscale sul lavoro dipendente, si comprende quanto poco siano credibili i proclami di guerra di Renzi e Di Maio, a parole contrari ad ogni aumento dell’imposta sui consumi. Gualtieri non spiega nel dettaglio cosa accadrà. Né lo farà domani sera dopo l’approvazione della nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Il polverone sollevato ad arte nelle ultime ore da Renzi e Di Maio gli impedisce di entrare nel dettaglio. Un esponente Cinque Stelle che chiede l’anonimato spiegava la strategia già sabato: «Non diremo subito che l’Iva aumenta. Lo farà più avanti Conte, andrà in Parlamento e dirà alla nazione che non ci sono alternative». Di qui la prudenza del ministro: «Il dibattito è ancora in corso, non abbiamo ancora un piano», dunque se rivedere l’imposta su singoli beni o se scegliere la via dell’aumento secco di una delle tre aliquote. Anche in questo caso per capire cosa accadrà basta spegnere i microfoni. Spiega un altro esponente di governo, questa volta del Pd: «L’aumento al rialzo di singoli beni finirebbe ostaggio delle lobby in Parlamento». Altra cosa è invece aumentare in modo secco una delle aliquote, e contestualmente ridurre l’imposta stessa su alcuni beni di prima necessità. L’aliquota indiziata è quella oggi al dieci per cento, quella applicata per carne, pesce, zucchero, uova, latte, farmaci, frutta, oggetti da collezione, bollette energetiche. L’ipotesi più concreta in queste ore al Tesoro è proprio questa: aumento dell’imposta all’11-12 per cento compensata da riduzioni all’8. L’indizio è nelle parole dello stesso ministro: l’aumento dell’imposta potrebbe avvenire «nelle aree a rischio evasione» compensata da riduzioni «per beni di largo consumo». Per indorare la pillola Gualtieri conferma l’intenzione di introdurre rimborsi per chi utilizzerà carte di credito e bancomat. Resta da capire se il meccanismo sarà semplice e automatico. L’avallo di Renzi e Di Maio dipenderà anche da questo.

La tv culturale batte quella del disimpegno. Con un ritorno all’antico e, al medesimo tempo, qualcosa di nuovo: la Rai che, per vincere la sfida dello share, rispolvera il suo dna di servizio pubblico. Il sorpasso di Ulisse su Amici Celebrities è l’esito di alcuni elementi contingenti e certe tendenze di lunga (o, almeno, media) durata. E la sintesi ha prodotto questo autentico «miracolo italiano» degli ascolti. Tra gli elementi specifici di quel 20% di telespettatori troviamo l’argomento della puntata: Leonardo da Vinci, il «genio universale» che è anche un pilastro del «made in Italy» e della nostra identità nazionale nell’epoca della globalizzazione. Un personaggio stratosferico intorno a cui, negli ultimi anni, l’industria culturale mainstream, tra film e libri, ha ingigantito l’aura di mistero. E, per finire, nel suo racconto il conduttore si è fatto affiancare da un parterre de roi di grandi ospiti (Proietti, Benigni e Giorgia). L’altro motore di questo record sono taluni fattori di lungo periodo. Angela è un vero e proprio «marchio», detentore di una vasta platea di ammiratori . Uno studioso e giornalista capace di declinare efficacemente quelle formule del personal branding e dello storytelling da cui dipende in maniera significativa il successo nei flussi della comunicazione contemporanea. Fa una tv molto professionale e di elevata fattura tecnica , pensante senza essere pensosa, amichevolmente pedagogica ed educativa, per niente pedante. E, così, Ulisse ha saputo intercettare quella parte di pubblico che chiede altro rispetto alla programmazione dominante (e, a volte, disarmante) – e che commenta in presa diretta sui social quanto sta seguendo, versione positiva della disintermediazione, e avanguardia domestica della convergenza mediale.