«Siamo preoccupati per i dazi che gli Stati Uniti potrebbero introdurre, in modo del tutto incomprensibile. Ma anche fiduciosi per le rassicurazioni che ci ha dato il presidente del Consiglio sulla legge di Bilancio». Ettore Prandini è il presidente di Coldiretti, la più grande associazione di rappresentanza dell’agricoltura italiana. A Bologna ha appena incontrato Giuseppe Conte, invitato per un evento della sua organizzazione. Cosa avete chiesto al premier per la prossima legge di Bilancio? «Potrà sembrarle strano ma non abbiamo chiesto nuove misure di sostegno. Abbiamo ottenuto delle rassicurazioni, però. E sono importanti». Quali rassicurazioni? «Il presidente Conte ci ha garantito che non ci sarà il taglio alla agevolazioni fiscali per il nostro settore, ad esempio sul diesel agricolo, di cui si era parlato nelle scorse settimane. Noi siamo i primi ad avereacuore il nostro ambienteel’agricoltura italiana ha un livello di emissioni più basso del 50% rispetto a quella degli altri Paesi europei». E sull’Iva? In questi giorni si parlato di aumenti selettivi, che potrebbero riguardare alcuni prodotti agricoli. Cosa vi ha detto Conte? «Sì, si era parlato di possibili aumenti per la carne o per alcuni prodotti cerealicoli. Ma anche su questo Conte ci ha rassicurato: gli aumenti non ci saranno». Ma lei è tranquillo, oppure teme che alla fine qualche aumento ci sarà? «Mi fido di quello che ci ha detto il presidente. A preoccuparmi davvero sono invece i dazi che potrebbero essere introdotti dagli Stati Uniti». Ecco, perché li definisce incomprensibili? «Perché tutto nasce da un’accusa di concorrenza sleale nel settore aerospaziale che gli Stati Uniti muovono ai quattro Paesi europei che fanno parte del consorzio Airbus: Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna, che avrebbe danneggiato l’americana Boeing. Mentre la loro rappresaglia riguarda invece un settore, quello dell’agroalimentare, che con gli aerei non c’entra nienteenel quale noi siamo i primi esportatori tra i Paesi europei». Che effetti ci sarebbero? «Un disastro. Le faccio solo un esempio: Parmigiano Reggiano e Grana Padano oggi pagano un dazio di 2 euro e mezzo al chilo. Finirebbero per pagarne più di 20. Si stima un crollo dell’export pari al 90%. E questo dopo che l’Italia si è contraddistinta in Europa nel sostenere la richiesta degli Stati Uniti di imporre i dazi verso la Russia, perdendo 1,2 miliardi di euro. Una beffa. Abbiamo chiestoaConte di parlarne con Mike Pompeo, il segretario di Stato americano che nei prossimi giorni sarà a Roma. Ci ha garantito il suo massimo impegno». Un’ultima cosa, presidente. Il vostro evento di Bologna si chiude con l’ex vice premier Matteo Salvini. Meglio il governo Conte uno o il governo Conte due? «Noi siamo per costruire un rapporto con le forze politiche indipendentemente dal fatto che siano al governo o all’opposizione. Con il presidente Conte abbiamo sempre avuto un buon rapporto. E siamo abituati a giudicareigoverni dai fatti».

Le democrazie si sanno difendere. È almeno prematuro dichiararne la fine. In Italia Salvini chiedeva lo scioglimento del Parlamento, nuove elezioni e pieni poteri. Nel Regno Unito Johnson aveva sospeso per un periodo di cinque-otto settimane l’attività parlamentare. Negli Stati Uniti Trump intendeva manipolare le prossime elezioni presidenziali con l’aiuto di un governo straniero. Nel braccio di ferro che ha visto contrapposti, in modi diversi, quelli che Antonio Polito ha chiamato su questo giornale il 26 settembre scorso «aspiranti autocrati» e parlamenti, hanno per ora avuto la meglio questi ultimi.

In Italia, le forze politiche hanno subito trovato un accordo che ha consentito la continuazione dell’attività del Parlamento. Nel Regno Unito la Corte Suprema ha fatto muro e stabilito che nessuna forza esterna possa interferire con l’attività parlamentare. Negli Stati Uniti la Camera dei rappresentanti ha deciso di avviare la procedura di incriminazione del Presidente prevista per i casi di alto tradimento, corruzione o altri crimini gravi. Gli aspiranti Perón l’hanno presa male. Salvini agita le piazze e ricorre alla filibusta parlamentare. Johnson ha chiamato i parlamentari codardi e sabotatori. Trump ha affermato che i suoi accusatori dicono il falso. Queste tre vicende nazionali sono l’illustrazione di una tensione che corre, in tutta la storia delle democrazie, tra i tre poli, popolo, leader e parlamenti. Questi ultimi nacqueroesi rafforzarono proprio per rompere la concentrazione dei poteri in una mano sola, quella di un Luigi XIV prima, dei diversi governanti cesaristi e bonapartisti poi, fino ai dittatori del secolo scorso. Perrompere la concentrazione, prima si separarono i tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), poi si stabilì che chi detta le norme deve avere una legittimazione popolare mediante l’approvazione, con il voto, dei candidati proposti dai partiti e dalle altre forze politiche. Ma quella tensione siripresenta periodicamente, in forme diverse, da ultimo, con maggiore frequenza, con l’appello al popolo di leader che intendono valersi dell’appoggio popolare per contrastare i parlamenti. La bontà dei sistemi democratici sta proprio nella capacità dei parlamenti di resistere a questi tentativi, come è accaduto o sta accadendo nei tre casi indicati. La rivincita dei parlamenti nei tre casi non deve far pensare che la partita sia chiusa. Infatti, la globalizzazione dà inesorabilmente un sovrappiù di forza a chi ha raggiunto il vertice, aumentando la concentrazione dei poteri nelle sue mani. Ai vari «summit», ormai quasi settimanali, possono partecipare solo i capi di governo, nelle cui mani si concentrano conoscenze, una legittimazione nuova (che vien dall’alto, invece che dal basso), un prestigio che altri protagonisti nazionali non hanno. In secondo luogo, i parlamenti, la forza sulla quale riposa principalmente la democrazia, si sono fatti sfuggire di mano la funzione principale, quella normativa, quasi ovunque passata ai governi. Inoltre, esercitano pocoemale quella di controllo dell’esecutivo, rimangono esclusivi titolari dei soli compiti di costruire e distruggere i governi e di fungere da camera di compensazione. Sono quindi organi alla ricerca di una collocazione, specialmente in Italia, dove il tatticismo prevale sulla strategia, non si fanno programmi, «la politica oscura le politiche», come scrissero anni fa alcuni acuti sociologi. Da ultimo, nelle tensioni al vertice delle democrazie si sono inserite ora le corti costituzionali. Queste hanno in alcuni casi rubato la scena al Parlamento, ma senza fare la parte del leone. Nel Regno Unito, la Corte Suprema ha ristabilitoiruoli, limitando quello dell’esecutivoafavore del Parlamento. Anche in Italia, con la recente decisione sull’aiuto al suicidio, la Corte non ha rubato al Parlamento il suo ruolo, sia perché aveva lasciato ad esso un anno per decidereeha chiuso la partita quando ha potuto constatare di aver una sorta di implicita delega a provvedere da parte delle assemblee legislative, sia perché ha scelto la strada di appoggiare la sua sentenza sui criteri dettati dal Parlamento con la legge sul fine vita del 2017. In conclusione, le democrazie godono di buona salute, nonostanteimolti profeti di sventure che ne raccontano la fine. Ma esse sono continuamente percorse dalla tensione tra concentrazione e diffusione del potere, hanno bisogno di ribilanciarsi periodicamente. Le vittorie dei parlamenti non sono mai definitive.

C i sono due luoghi comuni sul debito e sul deficit di uno Stato che è bene smentire. Non esiste un livello ottimale (o pericoloso) del debito pubblico, uguale pertutti i Paesi. Dipende da chi possiede i titoli emessi dallo Statoedalla credibilità della nazione. In Argentina, un Paese che più volte non ha ripagatoisuoi debitori (cioè è andato in default) e dove circa metà del debito è detenuto all’estero, anche un indebitamento ben inferiore al 100 per cento del Pil preoccupa i mercati e basta una piccola scossa per scatenare una tempesta. All’opposto il Giappone, con un debito che ha superato il 250 per cento del Pil, ma che è posseduto in parte da agenzie governativeeper ilresto dalle famiglie giapponesi, non preoccupa gli investitori internazionali. L’Italia èametà fra questi due estremi. Il nostro debito, 134 per cento del Pil, è detenuto all’estero per circa un terzo: quindi, diversamente dal Giappone, gli investitori internazionali si preoccupano della sua sostenibilità e chiedono una politica di bilancio prudente che eviti ilrischio di un default. Ecco perché aumenti del deficit coniugati con incertezza politica fanno balzare lo spread e quindi il costo del debito peri contribuenti. Per quanto riguarda il deficit, il pareggio di bilancio sempreecomunque non è una buona regola. Il deficit (e di conseguenza il debito) deve salire durante una recessione, quando le entrate fiscali scendono e la spesa sociale aumenta, ad esempio per pagare sussidi ai disoccupati. M aideficit vanno compensati con attivi di bilancio quando l’economia va bene. Questa norma di buon senso non è stata seguita in Italia. Il rapporto debito-Pil è quasi sempre salito, anche quando, ad esempio nella prima parte degli anni 2000, l’andamento relativamente favorevole dell’economia avrebbe consentito di sfruttare l’occasione per ridurre il debito: invece la spesa pubblica salì di un paio di punti di Pil. Così accadde anche negli anni 80 quando l’economia cresceva. Unica eccezione lo sforzo compiuto per entrare nell’euro, anche grazie airicavi incassati dalle privatizzazioni alla fine degli anni Novanta. Quindi, una delle conseguenze di un debito altoèche non possiamo permetterci di seguire la regola di buon senso descritta sopra. Cioè, un Paese con un alto debito, posseduto in parte significativa da investitori esteri, non può usare il deficit per evitareoattenuare una recessione. Veniamo a oggi. Tutti i segnali concordano nell’indicare che l’economia dell’eurozona è prossima a una recessione. In Germania la crisi dell’industria automobilistica, il cuore della manifattura tedesca, pare più profonda di un semplice rallentamento ciclico. Sarebbe quindi il momento, in Europa, di seguire politiche di bilancio più rilassate, visto che i tassi di interesse non sono mai stati così bassi. Il contributo antirecessivo delle politiche di bilancio non può però essere lo stesso in tutti i Paesi. Alcuni, come Germania, Austria, Repubblica Ceca, hanno bilanci pubblici in attivo che li aiuta a ridurre il debito: dovrebbero invertire la rotta, soprattutto la Germania. Altri, come l’Italia, dovrebbero seguire una politica fiscale neutrale, cioè mantenere stabili deficit e debito. Nell’eurozona segnali di rilassamento delle politiche fiscali si incominciano a vedere. La legge di bilancio varata la scorsa settimana dal Parlamento olandese, che pure continua ad avere un piccolo deficit di bilancio (ma il debitoèsolo il 53 per cento del Pil), prevede un minor peso fiscale sulle famiglie per circa tre miliardi di euro. In Germania le richieste di abbandonare, almeno fin che dura la recessione, il pareggio di bilancio (che oggi in realtà è un surplus), si fanno più numerose, aiutate dalla forza politica dei Verdi: le misure espansive in discussione (fra i quali appunto i provvedimenti in difesa dell’ambiente) per ora valgono solo mezzo punto di Pil, ma durante la sessione di bilancio questa cifra potrebbe salire. L’Italia, come abbiamo spiegato, non può aumentare il debito, ma può aiutare la sua economia tagliando contemporaneamente spese e tasse. L’evidenza empirica dimostra con un livello di certezza assai alto che tagli di spesa combinati con riduzioni equivalenti delle tasse, in Paesi a elevata pressione tributaria come il nostro, fanno salire il Pil. Dal lato delle imposte, queste vanno ridotte per tutti, eliminando le cosiddette «spese fiscali», cioè favori e agevolazioni concessi a quei settori o imprese che nel tempo sono riusciti, tramite le loro connessioni politiche, a ottenere vari regali. Molte di queste numerosissime spese fiscali sono relativamente piccole (ad esempio le agevolazioni ai battelli che trasportano i turisti, e qualche residente, da una sponda all’altra dei laghi lombardi) ma vanno in ogni caso abolite. Altre sono ingenti, come ad esempio l’aliquota agevolata dell’accisa sul gasolio che vale, se confrontata con l’aliquota più elevata sulla benzina, 5 miliardi di minor gettito. Anche recuperare l’evasione per far pagare meno chi non evade si può fare, in altri Paesi ci sono riusciti: basta volerlo davvero. Dal lato della spesa abbiamo più volte suggerito che un modo per cominciareècollegare il costo di alcuni servizi pubblici, come sanità e università, al reddito dell’utente. Una regola che oltre ad essere equa (oggi il sussidio che lo Stato concede a uno studente universitario di famiglia abbiente, cinque-seimila euro l’anno, è identicoaquello che concede ai figli di famiglie relativamente povere) incentiva gli studenti a controllare la qualità dell’istruzione che ricevono. Un provvedimento che evidentemente richiede una seria lotta all’evasione. Quanto alle pensioni, non solo si dovrebbe eliminare «Quota 100»: bisogna, più in generale,riequilibrare il peso intergenerazionale che oggi favorisce gli anziani punendo i giovani e le generazioni future. Occorre anche rivedere la regola per cui i dipendenti pubblici, a parità di mansioni, percepiscono il medesimo stipendio al Sud e al Nord. Una regola che non solo è un sussidio permanente al Mezzogiorno, dove il costo della vita è significativamente inferiore rispetto al Nord, ma che, mettendo pressione sui salari delle aziende private, costituisce uno dei maggiori fattori di freno dell’economia del Mezzogiorno. Una ricerca di uno di noi (Alesina) pubblicata nel 2001 nella rivista del Fondo Monetario Internazionale (Imf staff papers) calcolava, sicuramente in modo imperfetto, che il potere di acquisto dei salari al Sud era circa il 25 per cento più alto che al Nord per analoghi livelli salariali. La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che verrà pubblicata martedì è la prima occasione che ha questo governo per indicare un cambiamento di rotta e la volontà di agire, non di attendere gli eventi passivamente. Certo, un singolo documento non può risolvere d’incanto tutti i problemi di bilancio del nostro Paese, ma può segnare almeno un cambio di marcia.

Robert Doisneau, il fotografo del bacio nella Parigi del dopoguerra, diceva del suo lavoro: «Il mondo che cercavo di far vedere era un mondo dove stavo bene, dove la gente era gentile e dove trovavo la tenerezza di cui avevo bisogno. Le mie fotografie volevano dimostrare che un mondo del genere poteva esistere». Robert Capa, grande fotografo di guerra morto su una mina in Vietnam, diceva del suo lavoro: «La guerra è come un’attrice che invecchia. È sempre meno fotogenica e sempre più pericolosa». N on so invece chi sia l’autore della fotografia della quale stiamo per parlare. Forse uno di quei meravigliosi professionisti d’agenzia che accorrono, cuore in gola, a fotografare il dolore degli altri. Quella mattina del 23 giugno del 1980 qualcuno gli deve aver telefonato a casa, era presto, e non esistevano i cellulari. Gli deve aver detto di andare di corsa a Viale Jonio, più precisamente a Via Monte Rocchetta. Gli avrà detto, il giornalista di turno in questura, «hanno ammazzato qualcuno». Durante quegli anni orrendi ci sono stati centinaia di «qualcuno». Erano poliziotti, carabinieri, finanzieri, uomini della polizia penitenziaria, giornalisti, politici, imprenditori, sindacalisti. Pioveva sempre, in quegli anni, e la pioggia cancellava i segni col gesso che delimitavano le strane posizioni che assume un corpo morto. E poi tanti magistrati. Tanti. In quei primi mesi del 1980 sono caduti, sotto il fuoco del terrorismo rosso, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini e Guido Galli. Li hanno uccisi in tre giorni di fuoco, quelli tra il sedici marzo e il diciannove marzo. A febbraio era toccato a Vittorio Bachelet. Quando il fotografo arriva vede la scena solita. Un corpo a terra, un lenzuolo pietosamente disposto per coprirne la vista, come se la vittima e non già gli assassini fossero un orrore, i curiosi, il confabulare delle autorità «prontamente accorse». Poi lo sguardo del fotografo scorge un particolare. Ad altri sarebbe sfuggito. Lui, dentro il mirino della sua Nikon o Canon, ha visto decine di scene così. Diverse e uguali. Ma i particolari, che spesso gli investigatori ignorano, a lui sembrano decisivi. Così i suoi occhi, aiutati dal teleobiettivo, si fissano su una scarpa, la sinistra, che spunta dal lenzuolo. Sulla punta c’è un buco. Un buco, come nelle descrizioni di Dickens o nei fumetti di Pippo. Forrest Gump diceva: «Mia mamma mi ha insegnato che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose: dove va, cosa fa, dove è stata». Quel buco nelle scarpe mi è rimasto nella memoria in tutti questi anni. Mi sembrava raccontasse molto dell’austera figura di un magistrato. Di questo magistrato. Mi sembrava dicesse «dove va, cosa fa, dove è stata». Un terrorista nero, Ciavardini, per non essere da meno dei colleghi rossi, aveva atteso Mario Amato, il proprietario di quelle scarpe bucate, alla fermata dell’autobus, gli aveva puntato la pistola alla nuca e poi aveva premuto il grilletto. Un altro, Cavallini, lo aspettava su una moto. Alla fermata dell’autobus. Tre mesi dopo la mattanza dei magistrati il titolare delle inchieste sui terroristi neri viaggiava in autobus. Non poteva disporre della macchina di servizio, ovviamente non blindata, perché l’autista prendeva servizio alle nove e dunque non sarebbe stato in ufficio prima delle dieci. Lui invece voleva essere presto al lavoro. Per questo uscì di casa e fece pochi passi, per prendere l’autobus 319. Non aveva l’auto blindata anche perché, come aveva detto in audizione al Csm poco prima di essere ucciso: «C’era una sola macchina blindata. Ritenevo più opportuno lasciarla disponibile per i colleghi che si occupano del terrorismo rosso e svolgono un’attività di gran lunga più rischiosa di quella che svolgo io». Quel buco, quella palina di un autobus dicono molto, ma non tutto. Dicono di un uomo attaccato al lavoro, vissuto come una missione, dicono di chi non vuole perdere tempo, né occupandosi delle suole di una scarpa logora né aspettando una macchina pigra. Mario Amato era il magistrato che, nella Roma della fine degli anni Settanta, indagava sul terrorismo nero. Era solo. Era solo lui a farlo. Come solo era stato, prima di lui, Vittorio Occorsio. Non aveva un pool, qualcuno che lo aiutasse. I suoi colleghi a Roma, in Procura, dopo la mattanza di metà marzo si erano riuniti in assemblea permanente, cosa inedita e segno della tensione crescente. Amato quattro giorni dopo sale le scale del Csm e parla alla prima commissione referente. Ascoltiamolo, questo racconto di una paurosa solitudine. «Sono stato lasciato completamente solo a fare questo lavoro, per un anno e mezzo. Nessuno mi ha mai chiesto cosa stesse succedendo. Solo una volta sono stato chiamato dal procuratore capo a proposito del nominativo di un collega trovato nell’agenda di un professore arrestato. Recentemente ho molto insistito per avere un aiuto sia perché sono stato bersagliato da accuse e denunce in quanto vengo visto come la persona che vuole “creare” il terrorismo nero, sia perché le personalizzazioni tornano a discapito dello stesso ufficio. Affiancandomi dei colleghi sarebbe possibile, infatti, sia ridurreirischi propri della personalizzazione dei processi, sia darmi un conforto in quanto, se dei colleghi giungessero a conclusioni analoghe alle mie, sarebbe evidente che le stesse non sarebbero frutto della mia asserita faziosità. Oltre a tali motivazioni vi è, poi, anche quella che non ce la faccio più da solo perché è un lavoro massacrante che comporta la necessità di tenere a mente centinaia di nomi e centinaia di dati, il che è impossibile per una persona sola. Nonostante, peraltro, le più reiterate e motivate richieste di aiuto, a tutt’oggi, tale aiuto non mi è stato dato». Oggi Giovanni Canzio, presidente emerito della Cassazione e magistrato che si occupava di terrorismo a Rieti, mi dice: «Mario era isolato. Fu lasciato solo. Sapeva di essere minacciato, le indagini sul terrorismo nero erano molto pericolose». E aggiunge: «Quando fu ucciso io provai un grande dolore, ma non fui sorpreso. Noi avevamo la sensazione di non avere dalla nostra parte l’intero Stato. C’era chi remava contro. E chi toccava quei fili rischiava». Il figlio di Amato, Sergio, che aveva sei anni quel giorno, ha pochi ricordi: il padre che suona il violino della sorella di sei anni più grande di lui; un’immagine di Cristina, talmente innamorata del papà che, quando lo sentiva tornare, gli preparava le pantofole davanti alla porta. Sergio miracconta che ha passato la sua giovinezza a cercare ovunque le ragioni dell’accaduto. Nei libri di storia, per capire un fenomeno che non ha vissutoein quelli di filosofia per comprendere come possa, un essere umano, arrivare alla ferocia disumana di un assassinio a freddo o di una strage. L’una e l’altra, di esseri innocenti. Sergio va spesso a Bologna dove si tiene un processo sulla strage del due agosto. È soddisfatto perché il tribunale ha chiesto al Csm le trascrizioni delle due udienze di Mario Amato. Sente che un filo lega quelle due vicende. Sergio mi dice che sua madre non gli ha insegnato l’odio, neanche nei confronti degli assassini che gli hanno tolto quel padre insieme al quale avrebbe potuto fare tante cose. Personalmente credo che l’omicidio di Amato non fosse un mero atto dimostrativo. D’altra parte nella rivendicazione i Nar sono espliciti: «Abbiamo eseguito la sentenza di morte contro il sostituto procuratore dottor Amato, per la cui mano passavano tutti i processi a carico dei camerati. Oggi egli ha chiuso la sua squallida esistenza imbottito di piombo. Altri la pagheranno». Valerio Fioravanti dirà: «Noi scegliemmo Amato come simbolo dello Stato per addivenire ad una rottura con quelle forze dello Stato stesso a cui eravamo “simpatici”, fino a quel momento, poiché ci consideravano “figli della borghesia” lasciandoci “fare” e scorrazzare liberamente per tutta Roma». Amato non viene ucciso solamente per impaurire. Con Amato i Nar mandano un segnale allo Stato e, allo stesso tempo, uccidono chi stava collegando i fili del rapporto tra terrorismo nero e pezzi di potere. Si spegne, con quel colpo alla nuca, la più potente banca dati di contrasto all’eversione nera. Quel cervello conteneva un’immensa quantità di informazioni, deduzioni, collegamenti che volano via. Un’esecuzione chirurgica, nei suoi effetti. Aveva detto, in quell’audizione: «Come esempio posso citare la famosa “banca dati” che tutti coloro che si occupano di terrorismo dicono da anni che è indispensabile. Ebbene, non se ne è mai fatto niente». Amato stava unendo i puntini, stava costruendo, dell’analisi del fenomeno, una visione sistemica. Il suo amico di sempre Paolo Cenni mi dice: «Negli ultimi quindici giorni Mario aveva cominciato ad organizzare una sua banca dati,richiamando fascicoli di inchieste che avevano invisibili collegamenti. Mi disse: “Quando vado in udienza mi accorgo che vengo osservato. Vogliono capire quanto ho capito, quanto so”. Attorno a lui c’era un brutto clima. Fui avvicinato dal giudice Alibrandi, suo collega, che mi sibilò minaccioso: “Dì al tuo amico che qui a Roma non si scherza, quelli si incazzano davvero”». Amato stesso dirà, poco prima di morire, «sto arrivando alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle degli stessi esecutori materiali degli attentati». Amato, prima dell’assassinio, è assediato. Giovanni Canzio racconta che andavaacasa sua con dei pesantissimi fardelli di bobine che voleva ascoltare personalmente: «Non mi fido, possono non trascriverle perintero». Sergio lo ricorda nel suo studio in casa, con delle gigantesche cuffie sulle orecchie mentre ascolta le intercettazioni. Amatoèbraccato. Un detenuto, un confidente, tal Marco Mario Massimi, al termine di un interrogatorio, gli aveva detto solo quattro parole, affilate come una lama: «Lei, dottore, la cercano». Un funzionario di polizia, come riporta il bel libro di Achille Melchionda Piombo contro la giustizia, aveva scritto, nella sua relazione di servizio, di avere a sua volta interrogato lo stesso pregiudicato. E chiudeva ilrapporto così: «Il Massimi ha concluso indicando il dottor Amato come uno dei maggiori obiettivi del terrorismo di destra che, peraltro, potrebbe portare a termine, entro breve tempo, attentati in danno di poliziotti». Quindi sapevano. E lo hanno lasciato solo, alla fermata del 319. Amato torna al Csm, stessa commissione, dieci giorni prima di essere ucciso. Racconta di un esposto presentato da avvocati contro di lui nel quale si diceva, testualmente: «Segnaliamo alla S.V. se non sia il caso che il dottor Amato venga invitato ad astenersi a causa della sua conclamata militanza politica che è in netto contrasto con le idee professate da tutti gli inquisiti nelle varie istruttorie da lui condotte. Ci sembra inoltre molto strano che indagini di elementi appartenenti alla destra politica vengano sempre affidate, almeno negli ultimi tempi, al predetto magistrato». Il procuratore capo De Matteo, al quale l’esposto era indirizzato, non gli aveva detto nulla, se non che c’era una «cosa» che lo riguardava e, soprattutto, non lo aveva difeso pubblicamente. Amato non voleva essere solo, voleva aiuto. Voleva essere affiancato. Dice, con drammaticità in audizione: «Ricordo, a tal proposito, una riunione piuttosto spiacevole in cui il Capo disse che “il mio problema“ (era infatti divenuto il“mio” problema) era risolto perché vi erano due volontari senza, peraltro, farne il nome. Il collega Nicolò Amato domandò, allora, se si poteva sapere chi fossero tali due colleghi, al che il procuratore fece i nominativi di due colleghi che subito si alzarono protestando che loro “volontari non erano” e che, anzi, avevano manifestato una idea contraria. Uno dei due, successivamente, mi spiegò anche i motivi di tale sua reazione e cioè che lui vive in un quartiere in cui il Msi è particolarmente attivo ed aveva addirittura la sezione di detto partito sotto casa. Tale situazione mi mise ovviamente in imbarazzo in quanto sembrava, quasi, che si trattasse di un mio problema personale». Poco prima di essere ucciso gli vengono finalmente affiancati due magistrati. Uno di loro, il dottor Giordano, dice oggi: «Non avevamo uomini operativi. I carabinieri ci diedero solo un capitano. Sica ci disse che c’era il rischio che a Roma i terroristi uccidessero un magistrato. Ma ci disse “colpiranno l’ultimo della fila”. Non poteva essere Amato. Lui era stato minacciato in vari modi. Mario aveva preso un’arma come, dopo il suo assassinio, facemmo tutti noi. Eravamo arrivati tutti a Roma per dare una mano. Dopo l’omicidio Occorsio c’era stato il fuggi fuggi. Sentivamo il nostro lavoro come un dovere civile». Amato si interrogava sul fenomeno che stava investigando. Usava la ragione, non solo la legge. Disse in quella audizione: «Vi sono un sacco di ragazzi o addirittura ragazzini che sono come i miei o i vostri figli, o come i figli di persone assolutamente per bene e che vengono armati o comunque istigati ad armarsi e che poi ci troviamo che ammazzano.Ne troviamo con armi, con silenziatori o colti nel momento in cui stanno ammazzando. Si tratta, quindi, di un fenomeno grave anche sotto questo profilo che non può essere trascurato perché il problema non si può risolvere prendendo iragazzini e mettendoli in galera, o meglio mettiamoli pure in galera, ma teniamo presente che il gravissimo danno sociale di questa massa di giovani che vengono travolti da vicende di questo tipo». E poi aggiungeva: «Sono tutte questioni che da troppo tempo sto “macerando” e che mi hanno messo in difficoltà e, non vi nascondo, mi hanno traumatizzato perché io pensavo, venendo a Roma, di trovare un Ufficio dove avrei imparato». Veniva da Rovereto. Dove lui, palermitano, era stato felice con sua moglie e dove diventerà sostituto procuratore della Repubblica. Era un grande magistrato. Vissuto in quegli anni folli. A cercare di debellare con la sua testa, insieme ad altri coraggiosi servitori dello Stato, chi voleva instaurare una dittatura nella quale, a chi non la pensava come il presunto vincitore, veniva assicurata morte certa. Quegli anni orrendi, che solo chi non ha vissuto può rimpiangere, li dobbiamo ricordare senza distinzioni. Non esistevano assassinî o stragi più giustificabili di altre. Sono morti ragazzi solo perché erano di destra, altri solo perché erano di sinistra. Sono morti magistrati che applicavano la legge, giornalisti che raccontavano ciò che vedevano, politici che testimoniavano le loro idee, ragazzi in divisa perché facevano il loro dovere. La storia professionale di Mario Amato inizia il15 giugno del1970. Così ne parla la scheda del Csm a lui dedicata: «Presso il Tribunale ordinario di Roma, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica; il rappresentante dell’ufficio del Pubblico ministero è, in quel momento, Antonino Scopelliti». Quel giorno, per quel giuramento al quale ciascuno resterà fedele, ci sono due prossimi «qualcuno». Uno, Amato, sarà ucciso dal terrorismo nero. L’altro, Scopelliti, il 9 agosto del 1991, verrà assassinato su ordine dei capi della mafia. Anche per lui un colpo alla testa. La testa, il cervello, gli studi raccolti in una borsa, come quelli di Massimo d’Antona, ucciso dalle Br. Di fronte al piombo la testa è fragile, indifesa. Specie se è condannata alla solitudine. Come quella di Mario Amato. Scarpe bucate e coscienza pulita.

 

L’editoriale.
Abbiamo sottovalutato bombe e pistole nelle piazze.
di Leo Valiani

I neofascisti hanno fatto la loro ricomparsa con l’assassinio del procuratore Mario Amato. La loro ideologia è diversa da quella dei terroristi d’estrema sinistra. I bersagli delle azioni delittuose e la ferocia dei metodi impiegati dagli attentatori sono i medesimi. Purtroppo, l’impreparazione dello Stato a battersi contro le due criminalità politiche, e contro quelle mafiose e comuni, che minacciano tutti, non è ancora sufficientemente diminuita. I mezzi stanziati per il potenziamento della giustizia e delle forze d’ordine sono esigui e una parte degli stanziamenti tarda ad essere spesa. I magistrati hanno ragione ad esigere di essere protetti (…). Il terrorismo è stato sottovalutato per lunghi anni dal governo, dalla magistratura, dal parlamento, dai partiti politici, dai sindacati. Gli avvertimenti che gli osservatori chiaroveggenti non mancarono di lanciare, sin dal primo dilagare delle violenze nelle piazze, nelle università, nelle aziende, ad opera di gruppi organizzati in formazioni paramilitari, dotati di spranghe di ferro, bombe Molotov, passamontagna, e, in ultimo, di pistole, furono sistematicamente disattesi. Soffiava un vento di permissività e di lassismo. Gli strumenti di difesa, legislativi ed amministrativi, di cui uno Stato deve poter disporre nell’eventualità di un assalto armato, furono smantellati proprio quando sarebbero stati indispensabili. Una parte di quegli strumenti la Repubblica li aveva ricevuti in eredità dal fascismo e dalla monarchia. All’indomani della Liberazione si sarebbero dovuti rivedere ed epurare. Fummo in pochi a reclamarlo. Prevalse la prassi del rinvio (…).

Caro Renato, so che non riuscirò a convincerti, ma devo dirti che anche tu non persuadime con ragionamenti fuori dalla realtà. Intantoèillecitoefuorviante parlare di eutanasia, cosaassai diversa dal suicidio assistito promosso dalla Consulta. L’eutanasia, se tradotta in legge, rischia di essere applicata indipendentemente dalla volontà di chi vi si sottopone. E ciò sconfinerebbe nella violenza, anzi nell’omicidio organizzato,magari perfinieconomici. Un orrore. Il suicidio viceversa è tutt’altro. Mi spiego. (…)(…) Un individuo è distrutto dalla sofferenza, non sopporta più le atrocità delle cure e preferisce chiudere la propria esistenza, non solo per dignità ma pure per incapacità di combattere contro un male mortale?Chiede di potersene andare. Tu al massimo gli concedi di gettarsi dal terzo piano o di premere il grilletto della pistola.Quanto sei generoso e animato da buoni sentimenti. Io invece, peccatore e noncredente, reputo siagiustoconcedergliil diritto di scegliere e di andare in clinica dove, esaminata la sua situazione, il medico gli dia il via libera verso l’inferno, che è ancorapiù ridicolo delparadiso. Il candidato cadavere si sdraia su un comodo lettino e ha di fronte a sé un bicchiere che non contiene una camomilla, bensìuna sostanzaletale. Se è convinto di recarsi nell’aldilà, liberamente se la beve e buona notte al secchio, altrimenti rinuncia a ingurgitarla e se ne torna a casa coni propri tormenti. Nonesistono forzature né induzioni. Ciascuno pensa a sé, poiché la vita è sua e non tua o del parroco. Se sei propensoa dedicarei tuoi dolorial Padreterno o alla Madonna o a San Gennaro, non ti proibisco di farlo in espiazione dei tuoi peccati. Non comprendo per quale motivo io non sarei in grado di farmi secco con le mie mani. Ma a te che te ne frega se crepo? Una volta, in tv mi hanno domandato come mai non ho fede in Dio, e ioumilmente ho risposto: perché nonlo conosco. Sono stato sinteticamente sincero. Nel rispetto delle norme civili agisco come mi pare, magari sbagliando. Sono rigorosamente fatti miei. In sintesi, cari cattolici, non vi va a genioil suicidio assistito per ragioni diciamo così teologiche? Ottimo. Non ricorrete ad esso. Ma perché impedite a me di utilizzarlo? Fatevi i cazzi vostri e non i miei, perfavore,ai quali provvedo io. La società mi obbliga a pagare tasse esorbitanti, a obbedire a leggi cretine, a inchinarmi di fronte a qualunque toga e presunta autorità. Va bene tutto, però almeno datemi il permesso di trapassare quando ne ho piene le palle di vivere in questo schifo dimondo, dovemolti amano la natura e non si accorgono che è unamacelleria a cieloaperto, un tritacarne crudele. Chi avesse creato tale schifezza immonda non meriterebbe tanto ossequio, sprecato. Ieri ilCorriere della Sera ha titolato in prima pagina: “No dei medici alla fine vita”. Una scemenza. Non si sono espressiin questo senso tuttii dottori, ma solo il presidente romano dell’Ordine professionale. Uno su tanti, probabilmente piegato ai pregiudizi di vescovi e cardinali. Bigotti.

«Decideròio come quandomorire». Lo ricordano in pochi, ma Indro Montanelli, cronista invincibile nonché ateo perfetto, vedeva nel suicidio assistito un’estremafrontiera della libertà. In tema di dibattito sul diritto alla morte, il Vecchio Cilindro diventava un miliziano implacabile. In un articolo pubblicato sul Corriere della sera, “Il Tabù caduto,i soliti bigotti”, datato 18 luglio 2000, un Montanelli vicino al crepuscolo (sarebbe morto l’anno dopo, a 92 anni) accoglieva con gioiala caduta sul pregiudizio dell’eutanasia. Allora non esistevala sfumatura semanticadel “suicidio assistito”, e Marco Cappato era solo un radicale libero con i calzoni corti. Eppure Indro aveva iniziato la propria difesa della morte assistita parlando di un’indagine delle Fondazione Floriani chefotografaval’eutanasia «inlentamainesorabile crescita». E discettava sui «sei anni di galera inflitti (dopo il riconoscimento di tuttele attenuanti compresa quella delle seminfermità mentale che l’imputato non chiedeva, anzi rifiutava) a un disgraziato che aveva strappato il tubo dell’ossigeno di bocca alla moglie ridotta allo stato vegetale, e pensare che ai piromani colti in flagrante che stanno distruggendo il paese si esista ad appioppare qualche mese di detenzione». Per sostenerela tesi oggi acclarata dalla Corte Costituzionale,Montanelli richiamava un documento del Consiglio comunale di Torino che miravaalla depenalizzazione dell’eutanasia; ed evocava l’unica, coraggiosa proposta di legge sul tema firmata, allora, dei Verdi Mancini e Carella. Era, Indro, talmente preso dalla vicinanza all’argomento, che, di lì a poco, participò perfino, alla sua età, ad un dibattito all’Università Statale di Milano, in cui non peroròesattamenteil «dirittoal suicidio»: perché «il suicidio – spiegò – è una cosa che non ha né diritti né doveri. Difronte ad esso ci sono soltanto due sentimenti: di pietà, di enorme pietà, per lo stato di disperazione che ha condotto la vittima al suicidio. E di rispetto. Di altrettanto rispetto per il coraggio che ha chi resta vittima di questa cosa». Il vecchio cronista aspirava a vedere, magari prima della propria dipartita, uno spiraglio diluce, almeno un progetto, una bozza di legge sul famigerato finevita.Malo scetticismo,inlui, prevaleva sempre sulla speranza: «Nonfacciamoci illusioni: tutto questo rimarrà soltanto sulla carta, sommerso da un diluvio dinobili evirtuose parole sulla sacralitàdella vitael’intoccabilità deontologica del giuramento di Ippocrate (che Ippocrate, ne sono sicuro, non hamaiformulato). Ma nessuno prenderà l’iniziativa di una riforma della legge vigente. In Parlamento maggioranza e opposizione concordamente si defileranno perché una cosa èmanifestare infavore degli omosessuali, roba chefafesta,allegria, visibilità e, di conseguenza, voti. Altre cose è parlare di morte: argomento che, anche se non procura più scomuniche, rischia di farti passare per jettatore, e voti non porta». Dalìl’espressione di una grande riconoscenza nei confronti di Umberto Veronesi, allora ministro delle Sanità il quale, sfidandofatwe religiose d’ogni tipo, aveva almeno dichiarato la fine del tabù dell’eutanasia («Parliamone»). Indrointerpretava così il pensiero elegantemaformalissimo dell’oncologo: «Paese cattolico. Noi non abbiamo la forza di cambiare la legge, come hanno fatto in Olanda.Ma se il tabù è caduto e se ne può parlarein libertà, sarà pure per dire che contro il diritto del paziente (questo sì davvero sacrosanto) di decidere finoa chelimitele sueforzelo dispongono all’accettazione delle sofferenze fisiche emorali di un’agonia senza speranza, le arroganto obiezioni dei bigotti sia delleChiesachedella Scienza sono destinate alla sconfitta, anche se ancora lontana. Parliamone, quindi, parliamone». Se ne parlò. Anche se il Corriere non lo appoggiò in questa sua ossessione. Indroeralaico dentro. Sciveva: «Lo confesso: io non ho vissuto la mancanza di fede con la disperazione di un Prezzolini (…)Ma l’ho sempre sentita come una profonda ingiustizia che toglie alla mia vita, ora che ne sono al rendiconto finale, ogni senso». Era la fine del 2000. Mesi dopo, secondo affermazioni di Cesare Romiti e successivamente del cardinal Ravasi, Indro avrebbe ricevuto «il dono di una morte autenticamente umana» e sarebbe «morto sereno, a seguito di una riflessione religiosa», che tanto sembrava assomigliare ad una conversione. Ma di questo non si sono mai avute prove concrete. E, soprattutto, è un’altra storia.

Caro Vittorio, il mio contributo, che sono felice tu mi abbia chiesto, consapevole che il tema ci divide, si comporrà di due punti. Il primo per così dire procedurale. Il secondo esistenziale. Mi appello alla tua onestà intellettuale per accordarci su una premessa, che non starò a dimostrare:il suicidio assistito benedetto dallaCorte costituzionale equivale alla eutanasianella suaforma più estesa, includendo persino come motivazione bastevole la “sofferenza psicologica”. Manca solo che il costo sia detraibile dal reddito (…)(…) degli eredi come sifa per i funerali, ma ci si arriverà. 1. Avevo rinunciato a scrivere contro la sentenza della Corte costituzionale sul suicidio assistito. Mi sembrava inutile eccepire. Una seccaggine per chi scrive è per chi legge. Infatti non si può cambiar nulla. Una legge si può modificare,abrogare, c’è spazio per battersi, proporre un referendum e perdere, cosa a cui sono abbastanza abituato sin dal referendum del 1981 sull’aborto. Una sentenza della Consulta è invece potente come un pronunciamento divino portato giù dal Sinai. E il nuovo Mosè oggi chi può essere secondo te? Solo un giudice con la sua bella toga oggi può surrogare l’Onnipotente. Se l’eutanasia discende dai principi costituzionali come il ruscello dalla sorgente d’acqua pura, essa diventa un diritto fondamentale, e chi la nega è fuori dai valori repubblicani. Be’, preferisco essere unindiano sioux, unmaledetto pellerossa, piuttosto che riconoscermi in questa equazione. Si accusa il Parlamento di non aver legiferato causa pigrizia. Non è vero. È stata una mirabile astuzia delle forze parlamentarifavorevoliall’eutanasia l’impedire che il tema fosse affrontato. Un calcolo molto semplice: si sapeva l’orientamento dei giudici costituzionali: in una intervista alla Stampa, il presidente Giorgio Lattanzi (12 giugno scorso) aveva lasciato intendere l’esito di questi giorni. Una pattuglia di deputati di centrodestra ha proposto un testo che evitasse di deificare la volontà di suicidio (prima firma Alessandro Pagano della Lega), spingendo a che si mettesse a paragone con altri disegni normativi. Niente da fare. 2. Si dice: libertà! Diritto di scegliere come morire. E a questo punto il discorso è chiuso. Liberiliberi. Siamo sicuri che questa libertà non sia una finzione scenica, una parte che ci tocca recitare per toglierci di torno da un mondo che non ci vuole più tra i piedi perché diventati un peso? In questo nostro tempo è inutile far riferimento al senso religioso e alla ragionevolezza dell’affermazione per cui la vita non me la sono data da solo, ho una responsabilità dinanzi al Creatore. Siamo molto dopo il cristianesimo, sembra passata un’era geologica. Allora faccio un discorso che ho vissuto come tanti. Una persona a me molto cara, molto anziana, ha un ictus, lo menoma nel fisico, ma è lucido, deve dipendere dagli altri. Sa di essere un costo per i figli, per lo Stato. Se questa sentenza-legge-comandamento entrasse (ci vuole qualche tempo) nel costume, avrebbe posto a noi, agliinfermieri, aimedici, anzi soprattuttoa sé stesso una domandaingiusta, chegliavrebbe rubato il diritto di morire in pace, di abbandonarsifiducioso ai suoi cari e anche alla vasta comunità degli umani: forse preferite che me ne vada? Sono uno scarto costoso, voglio morire, non sopporto più questa condizione psichica. Mi chiedo.Chi vuoleil diritto all’eutanasia è consapevole del fatto che sta dicendo di sì a un mondo dove diventerà un dovere? Nonpretendo di convincerti, caro Vittorio, né questo mio sicuro insuccesso mi spingerà all’eutanasia della stima e dell’amicizia per te. Ma considera queste parole di Jacques Attali, che è uno dei padri della estirpazione delle radici cristiane dalle carte fondative dell’Europa e ha creato Macron: «Quando si sorpassano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e costa caro alla società. (…) L’eutanasia sarà uno degli strumenti essenziali delle nostre società future (…) il diritto al suicidio diretto o indiretto è quindi un valore assoluto in questo tipo di società (…) vedranno la luce e saranno pratica corrente lemacchine per uccidere, delle protesi che permetteranno dieliminarela vita quando sarà del tutto insopportabile o economicamente troppo costosa.Penso quindi chel’eutanasia, come valore di libertà o di mercato, sarà una delle regole della società futura». Be’, io prenderò il fucile, con il tappo, ma anche no.

Ahmad Massoud, classe 1989, sembra il padre da giovane. Viso affilato, barba curata, naso pronunciato, capelli corvini e inseparabile pacul, il copricapo di lana del leone del Panjsher. Ahmad Shah Massoud, il leggendario comandante afghano che ha combattuto contro sovietici e talebani, è stato ucciso nel 2001 da due terroristi di al Qaida travestiti da giornalisti. Il giovane leone, il «predestinato» come lo chiamano nella valle del Panjsher, vuole continuare la battaglia del padre. I talebani torneranno a Kabul? «Il popolo non ha nessuna voglia che un gruppo estremista ricominci a controllare il paese. Pensano di tornare a Kabul? Che vengano pure, ma devono accettare prima di tutto la democrazia. Se vogliono conquistare il potere possono farlo unicamente attraverso il voto». Il negoziato con i talebani è stato interrotto dalla Casa Bianca. «Il modo in cui è stato gestito il processo di pace, la segretezza, le trattative dirette fra americani e talebani, senza che le autorità afghane fossero coinvolte, era inaccettabile. Ci siamo opposti a questo metodo, ma non abbiamo mai detto che siamo contro la pace». Una delle condizioni dei talebani era rinominare l’Afghanistan «Emirato» al posto di Repubblica. Cosa ne pensa? «Nessun negoziato o super potenza a cominciare dagli Usa e neppure il governo hanno il potere di cambiare il nome del paese, ma solo il popolo attraverso un referendum. Non accetteremo mai che un accordo di pace, una decisione governativa o straniera trasformi la Repubblica afghana in Emirato». Cosa pensa delle elezioni presidenziali di oggi? «Queste elezioni hanno sollevato fin dall’inizio numerosi dubbi. Non penso che saranno libere e corrette, ma spero, almeno, che siano migliori delle precedenti parlamentari». Il voto avrebbe dovuto essere rimandato per favorire i colloqui di pace. Andare alle urne sia una buona idea? «Per me la pace ha sempre la priorità rispetto a qualsiasi elezione. Solo la pace può dire la parola fine al bagno di sangue in Afghanistan. Preferisco un voto corretto e libero dai brogli in una situazione pacifica piuttosto che avere, come ora, una elezione fraudolenta, che può creare ulteriore caos». La soluzione alla crisi del paese è il federalismo o la nascita di due nazioni separate? «Il decentramento dei poteri in Afghanistan risolverebbe molti problemi. La guerra con i talebani e le rivalità fra i gruppi etnici sono in gran parte causati dall’accentramento del potere. Un sistema federale deve essere portato avanti». Suo padre aveva previsto l’11 settembre organizzato da Al Qaida. Adesso in questo paese è spuntato pure lo Stato islamico. Il terrorismo dall’Afghanistan può minacciare di nuovo l’Occidente? «Allora si trattava di Al Qaida e adesso si chiama Isis, ma è la stessa minaccia con nomi diversi. La comunità internazionale deve prestare attenzione e non dimenticarsi del pericolo. Specialmente il mondo islamico dovrebbe mobilitarsi ed emettere una fatwa di tutti i paesi musulmani per sradicare l’ideologia del terrore una volta per tutte». Sulle sue spalle ha un’importante eredità. Cosa si propone con la fondazione del nuovo movimento «il Sentiero di Ahmad Shah Massoud»? «L’Afghanistan è sempre più diviso: terrorismo, corruzione, contrasti etnici e religiosi. Mio padre voleva un Afghanistan indipendente, forte e pacifico, dove non si consumino più guerre per procura di altri paesi e soprattutto democratico. Questo movimento è il simbolo di un Afghanistan unito che si batte per un paese pulito, di leader onesti, libero dalla corruzione. Non solo: mio padre ha sempre combattuto e protetto l’Afghanistan dall’invasione straniera e dai gruppi totalitari. Se accadrà di nuovo sono pronto a proteggere il paese raccogliendo la sua eredità». Le truppe della Nato devono rimanere in Afghanistan? «Non abbiamo bisogno delle truppe straniere, ma di supporto logistico. Alcuni paesi provano a intimorirci minacciando ripetutamente il ritiro. Se vogliono andarsene che lo facciano. Siamo sopravvissuti al comunismo, al terrorismo e ai talebani. Gli errori compiuti dalla comunità internazionale in Afghanistan negli ultimi 18 anni di intervento sono la vera ragione che ha fatto riemergere i talebani». Ha mai pensato di venire in Italia? «Amo l’Italia e mi piacerebbe visitare anche il Vaticano. Vorrei avere l’opportunità di incontrare quest’ultimo Papa, che segue la vera strada di Gesù, che la pace sia con lui».

A rompere il muro del silenzio, un po’ imbarazzato (per l’assurdità delle accuse) e un po’ tremebondo (mai criticare una Procura), con cui la sinistra ha accolto l’ultimo fuoco d’artificio giudiziario contro Berlusconi è Matteo Renzi. L’ex premier, oggi leader di Italia Viva, ieri mattina si è letto con attenzione le cronache giudiziarie che raccontavano le generose «indiscrezioni» sull’inchiesta fiorentina che vede il Cavaliere indagato perché sospettato di aver non solo ordito ogni strage mafiosa dell’ultimo secolo, ma anche di aver riempito di tritolo la macchina che sarebbe esplosa al passaggio di Maurizio Costanzo (che lavorava per lui a Mediaset), in Via Fauro a Roma. L’autobomba esplose in ritardo, Costanzo rimase illeso e restò beatamente a lavorare a Canale 5, per il medesimo Berlusconi che per i pm fiorentini desiderava eliminarlo al punto da attentare alla sua vita (anziché, più agevolmente, licenziarlo). E dopo averle lette, Renzi ha vergato un commento tranchant: «Ho sempre detto che rispetto i magistrati e aspetto le sentenze definitive – scrive su Facebook –. Ma leggere che qualche magistrato della procura della mia città da anni indaga sull’ipotesi che Berlusconi sia responsabile persino delle stragi mafiose o dell’attentato a Maurizio Costanzo mi lascia attonito». La difesa del leader di Forza Italia è senza esitazioni: «A differenza di quanto scrivono taluni giornali non ho mai governato con Berlusconi e mai Forza Italia ha votato la fiducia al mio governo (a tutti gli altri sì, a me no): dunque posso parlare libero, da avversario politico. Berlusconi va criticato e contrastato sul piano della politica. Ma sostenere 25 anni dopo, senza uno straccio di prova, che egli sia il mandante dell’attentato mafioso contro Maurizio Costanzo significa fare un pessimo servizio alla credibilità delle Istituzioni italiane. Di tutte le istituzioni». Le parole di Renzi fanno ovviamente rumore, e sollevano un vespaio di polemiche: c’è chi lo accusa di voler corteggiare gli elettori di Fi e chi insinua che sia un modo indiretto per attaccare la stessa, iperattiva procura che lo tiene sotto tiro (dall’arresto dei genitori alla nuova inchiesta sulla fondazione Open). Ma aprono anche un varco a sinistra per i garantisti, che iniziano a farsi sentire. «La tesi investigativa mi sembra francamente ardita: Berlusconi che ordina attentati contro Costanzo? Neanche nelle serie Netflix», ironizza il sottosegretario dem Salvatore Margiotta. «Bisognerebbe distinguere la serietà del diritto dalle fantasie estrose – incalza il costituzionalista Stefano Ceccanti – attenzione, perché le inchieste-monstre, se poi finiscono in nulla, minano la residua credibilità del sistema giudiziario». Gennaro Migliore, già sottosegretario alla Giustizia, definisce «singolare» l’ipotesi accusatoria che vede Berlusconi mandante contro «la principale star del suo network». E invoca «la verità giudiziaria, quella fatta di prove e di sentenze». Lella Paita, ex assessore ligure e deputata renziana, invita a non usare «la giustizia come arma di lotta politica, anche se ben pochi hanno applicato questo principio per me», assolta ben due volte da accuse pesantissime in seguito all’alluvione di Genova. E ricorda: «Chiunque sia indagato è innocente, fino al terzo grado». Incredula anche Enza Bruno Bossio, parlamentare Pd: «Nelle vicende giudiziarie che coinvolgono Berlusconi, ormai non si capisce dove sia il confine tra realtà e fiction».

Matteo Salvini è pronto a dare battaglia al premier Giuseppe Conte sui presunti conflitti di interesse evidenziati, prima della fine del precedente governo, proprio dal Pd, oggi alleato di governo del Conte bis. A sollevare le polemiche erano stati, mesi fa, proprio i dem sottolineando il rapporto tra Guido Alpa, mentore del premier, e Carige senza poi tuttavia entrare nel merito di alcunché.La banca genovese, dopo aver a lungo camminato sull’orlo del baratro, è stata salvata una settimana fa grazie a un aumento di capitale da 900 milioni di euro che vedrà coinvolti lo Schema Volontario del Fondo Interbancario e la trentina Cassa Centrale Banca. «Su Banca Carige avevamo promesso una soluzione di mercato e così è stato. In questo modo è stata preservata e rilanciata un’azienda che è un prezioso polmone finanziario per la Liguria e per i suoi cittadini», aveva commentato in un tweet il presidente del consiglio Giuseppe Conte dopo il via libera in assemblea al piano di salvataggio di Carige. La via crucis di Carige era però iniziata a cavallo tra il 2012 e il 2013 quando le ispezioni di Bankitalia avevano fatto emergere criticità nella gestione di mutui e prestiti oltre a un buco miliardario (per 1,78 miliardi) per cui Giovanni Berneschi, all’epoca padre padrone del gruppo, era stato condannato per truffa. L’agonia della banca era poi proseguita tra diversi aumenti di capitale (per due miliardi circa), fallimentari tentativi di salvataggio e guerre tra vecchi e nuovi soci fino al commissariamento deciso dalla Bce a inizio anno e al decreto a tutela del risparmio varato lo scorso gennaio per mettere in sicurezza l’istituto mettendo sul piatto la possibile garanzia pubblica. «Presenteremo la prossima settimana in Parlamento un’interrogazione sui presunti conflitti di interesse del professore Giuseppe Conte nel suo passato» ha dichiarato il leader della Lega dal suo profilo Facebook, preannunciando che il provvedimento nasce proprio «dalle segnalazioni del Pd» che sono state «semplicemente lette e aggiornate». L’ex ministro dell’Interno e attuale leader dell’opposizione, ha poi chiuso la diretta Facebook con un sibillino: «Vediamo se dopo un anno di silenzio Conte si degnerà di rispondere agli italiani…». Ma già a inizio anno, con Conte sostenuto dalla Lega di Salvini, fonti di Palazzo Chigi avevano minimizzato la vicenda. I dem, all’indomani del varo, lo scorso gennaio, del decreto Tutela del risparmio avevano sollevato il tema dell’opportunità per Conte di votare la normativa in Consiglio dei ministri. Al premier era contestata la vicinanza al professor Alpa, originario proprio di Genova e con rapporti in Carige sin dal 1993. Il professore era stato infatti membro del cda della banca ligure dal 1993 al 2003 e poi dal 2009 al 2013; inoltre era stato presidente di Carige Assicurazioni e Carige Vita Nuova da aprile a dicembre 2013 e membro del cda di Fondazione Carige da dicembre 2013 a febbraio 2014. Lo stesso professore aveva espresso criticità sull’operato della precedente gestione, come rilevato da Bankitalia, dimettendosi insieme ad altri professionisti dal cda nel luglio 2013 (e facendo decadere il cda). Alpa infine aveva rappresentato nell’assemblea del settembre 2018 Raffaele Mincione, all’epoca terzo azionista di Carige. Il cerchio si chiude con il Mincione che nel 2018, aveva richiesto un parere a Conte, prima che quest’ultimo diventasse premier, in merito a Retelit in cui il finanziere detiene il 13,7% del capitale.