Quella Liguria dove ogni anno si ripresentano i problemi maggiori. Come nell’autunno 2018, esattamente in questi giorni. Con danni pesantissimi per tutta la costa. Uno sfogo di collera di Poseidone? Mah… Più probabile l’onda lunga di scelte scellerate. Basti dire che il suolo consumato all’interno delle aree a più alta pericolosità idrogeologica (ancora dati Ispra) è del 13% nelle Marche, dell’11,2 in Toscana, dell’11 in Emilia-Romagna e via via sempre meno nel resto della penisola mentre quello consumato in Liguria si inerpica al 30,1 per cento. Valeva la pena? Col senno di poi, no. Non è certo un caso se l’Italia è uno dei Paesi più colpiti d’Europa da fenomeni idrogeologici, con 620.808 frane che interessano in maniera più o meno pericolosa 7.275 comuni, pari al 91,1% del totale. Certo, gli investimenti degli ultimi anni su Genova, dove giorni fa è stato pubblicato il bando europeo per la copertura del tratto finale del Bisagno («È il fischio d’inizio di un’opera di cui si parla da circa 50 anni, dalla tragica alluvione di Genova del 1970», ha detto il governatore ligure Giovanni Toti) sono stati importanti. E così quelli in Toscana, con l’obiettivo di frenare ogni onda di piena a monte di Firenze, «trasferendo almeno 40 milioni di metri cubi di acque di piena in aree di esondazione controllate dove “immagazzinarle” in sicurezza». Evviva. Ed evviva anche per altri interventi in Sicilia come la messa in sicurezza di Giampilieri, dove dieci anni fa una frana uccise 37 abitanti e ne ferì altri 95. Per non dire dei tre miliardi e 145 milioni messi a disposizione della Protezione civile per aiutare le popolazioni e i territori colpiti da un anno in qua dalla tempesta Vaia e altre calamità naturali. Soldi che, spiega Angelo Borrelli, saranno investiti in oltre seimila interventi a difesa del territorio. È una svolta? Fino a un certo punto. I grandi piani di risanamento di un territorio fragile come il nostro, piani che non mettano volta per volta solo generose toppe alle nuove lacerazioni sismiche o idrogeologiche, piani che siano varati da larghe maggioranze parlamentari perché possano proseguire per i decenni necessari a prescindere da chi sarà al governo, non si sono visti. Anzi, potete scommettere che purtroppo, comunque vada a finire, chi arriverà butterà tutto il lavoro dei predecessori. Fossero pure progetti di puro buonsenso. Del resto così è andata, finora. Risultato? Dice tutto una tabella riassuntiva del Piano Italiasicura. Prevede contro il dissesto del territorio «9.397 interventi in tutte le regioni per una cifra complessiva di circa 27 miliardi di euro». Dei quali una dozzina già disponibili. Qual è il nodo? Che di quei 9.397 interventi solo 1.089 sono già al progetto esecutivo. Pronti ad aprireicantieri. Tutti gli altri sono ancora allo studio di fattibilità, al «preliminare» (quasi la metà)oal «definitivo». Per capirci: il 93,3% dei progetti contro il dissestoèancora lontano lontano dall’arrivo. Auguri. E noi dobbiamo restare lì, a scrutare il cielo con l’incubo di nuovi diluvi.

Il 5 marzo scorso scriveva sui social, allegando un articolo sui bambini in carcere: «Un mio contributo sul tema con la preziosa collaborazione del dott. Nicosia». Talmente «preziosa» che però, a quanto emerge dall’indagine, lui le aveva proposto una truffa proprio in relazione a una cooperativa del carcere della Giudecca. Proposta rifiutata dalla deputata. All’epoca era quasi finita, a sentir lei, la collaborazione con Giuseppe Nicosia, il suo ex assistente fermato ieri con l’accusa di associazione mafiosa. Quattro mesi di collaborazione intensa, per Giuseppina Occhionero, con quattro visite in carcere, punteggiate da dialoghi registrati dagli inquirenti, dai quali esce non indagata anche perché «poco propensa a scendere a compromessi». Ma anche con diverse cose da chiarire e di cui dovrà parlare, come persona informata dei fatti, con il pm. Per ora si difende con un comunicato nel quale si dice innocente. E al cronista si limita ad aggiungere: «Sono estranea ai fatti, fate emergere quel che scrivono i pm nell’ordinanza d’arresto di quel farabutto». La sua parabola politica è breve e vorticosa. Dopo essere stata assessore alla Cultura e al Turismo a Campomarino (provincia di Campobasso), la Occhionero, che è molisana e avvocato, si candida con Leu,in quota Articolo 1. Per il cosiddetto «flipper» dei resti, tecnicismi da Rosatellum, l’ignota candidata «riempilista» ottiene a sorpresa un seggio da deputata. Arriva in Parlamento sfoggiando occhiali dalla montatura stravagante e abiti appariscenti che la fanno notare da Vittorio Sgarbi. Ma il suo nome emerge dalle cronache soprattutto pochi giorni fa, quando, ancora una volta a sorpresa, abbandona Leu e sbarca a Italia Viva, il partito di Matteo Renzi, folgorata sulla via della Leopolda. La prima visita in carcere con Nicosia, a Trapani, è del 22 dicembre 2018. Ne seguono altre tre. Occhionero spiega così il rapporto con Nicosia: «La collaborazione, durata solo quattro mesi, era nata in virtù del suo curriculum, in cui si spacciava per docente universitario oltre che studioso dei diritti dei detenuti. Non appena ho avuto modo di rendermi conto che il suo curriculum eisuoi racconti non corrispondevano alla realtà ho interrotto la collaborazione». Non risulta che abbia denunciato pubblicamente il falso curriculum. Quanto alle visite in carcere, dice, «sono parte del lavoro parlamentareagaranzia dei diritti sia dei detenuti sia di chi vi lavora». Non spiega, nel comunicato, il tono di Nicosia che le inviava messaggi in cui diceva «mai si deve dire che siamo contro San Matteo», dove Matteo, per gli inquirenti, è Matteo Messina Denaro. E neanche la frase pronunciata da Nicosia, che la rimprovera: «Trattalo bene lo zio Santo Sacco, non è permesso, altrimenti il cous cous a Selinunte non te lo puoi mangiare manco se porti Bersani che tu dici che può fare tutte cose». Quel Bersani che siede alla sua sinistra a Montecitorio. La Occhionero, però, viene scagionata nell’ordinanza e del resto lo stesso Nicosia si dichiara insoddisfatt o d i lei. Cer c a altri «sponsor», spiega di non gradire la collaborazione «con una deputata del partito di Pietro Grasso» e dice che «con questi di Forza Italia sarebbe meglio». In realtà, secondo i magistrati, è proprio la Occhionero a chiudere il rapporto di collaborazione, lo scorso 17 maggio, cinque mesi dopo la prima visita in carcere. Ora la Occhionero si dice «amareggiata» e si mette a completa disposizione della magistratura.

Una lettera spedita in carcere su carta intestata della Camera dei deputati, e perciò non sottoposta a controlli, utilizzata come fosse un pizzino. Così Antonino Nicosia «era addirittura riuscito a procurarsi uno strumento sottratto direttamente dalla legge a qualsiasi verifica, per comunicare con gli associati mafiosi detenuti». Il destinatario era Santo Sacco, «esponente della famiglia mafiosa di Castelvetrano e uomo di fiducia di Matteo Messina Denaro», che ne faceva vanto con i compagni di cella come racconta lo stesso Nicosia in un colloquio con l’onorevole Giuseppina Occhionero, divenuta la sua chiave d’accesso nei penitenziari italiani. Nicosia: «La carta intestata della Camera, cioè io sono Santo Sacco, pure qua dentro, capito?». Occhionero: «Gli è piaciuta?». Nicosia: «Ma certo, la carta intestata della Camera, gli potevo mandare una cosa così? Mi sono fatto dare un blocchetto di carta intestata…». Occhionero: «Bravo!». Nicosia: «Con la firma sotto perché ho firmato tutte e due, gli ho messo Onorevole… e lui questa cosa la porterà in giro come fidanzata…». Occhionero: «Amoooreee (in senso compassionevole per Sacco, annotano i trascrittori, ndr)». Nicosia: «Come una fidanzata… Io sono Santo Sacco anche in galera! E il Primo ministro è sempre a Castelvetrano … non si scherza (ride)». Il «primo ministro» sarebbe il super-latitante Matteo Messina Denaro, che Nicosia cita in un paio di messaggi vocali diretti alla deputata. Nel primo gli ricorda di «non parlare a matula (a vanvera, ndr)… Santo Sacco non sbaglia, il braccio destro del primo ministro, non sbaglia. Non sbagliare a parlare tu, invece…»; nel secondo fa una sorta di invocazione: «Noi preghiamo San Matteo… tutti i Matteo… quelli buoni e quelli cattivi… San Matteo proteggici… Onorevole Occhionero… mai, mai si deve dire che siamo stati contro San Matteo, non si può sapere mai… Per ora c’è San Matteo che comanda e noi siamo, preghiamo San Matteo… grazie San Matteo per quello che ci dai tutti i giorni… grazie…». La funzione di assistente parlamentare—certificata dal tesserino rilasciato dalla Camera e trovato nella perquisizione di ieri, nonostante una condanna a 10 anni e mezzo di galera scontata per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga che gli è valsa la sospensione della potestà genitoriale ma non il libero accesso a Montecitorio — era diventata per Nicosia un lasciapassare per le carceri. Che gli consentiva di parlare con i detenuti, anche nelle sezioni speciali del 41 bis, lontano da orecchie indiscrete: «Perché col deputato non è come la visita radicale che siamo abituati a fare… la guardia vicino, quando ti rompe i co… che sentono… ti devono raccontare delle cose delicate, ci dici, “scusi si può allontanare un attimo”, quello se ne deve… se ne va». Durante questi colloqui — secondo i risultati dell’indagine condotta dalla Procura di Palermo, con i carabinieri del Roseifinanzieri del Gico — Nicosia aveva incontrato il boss Filippo Guttadauro, cognato di Messina Denaro recluso a Tolmezzo, e intimato proprio a Sacco, detenuto a Trapani assieme al boss Mangiaracina, di non parlare troppo in carcere. Con toni decisi, come riferito da lui stesso all’onorevole Occhionero: «L’unica cosa che deve fare Santo Sacco è cucirsi la bocca … Gliel’ho detto ieri, quando poi si è avvicinato gli ho detto “Sa’, continui a dire minchiate, a parlare assai, cioè capisci che tua madre quando hai detto le prime cose avrebbe dovuto tagliarti la lingua?”». I messaggi che Nicosia avrebbe portato dentro e fuori il carcere riguardano — nell’interpretazione degli inquirenti — possibili collaborazioni coi magistrati da scongiurare, ma anche progetti di estorsioni, di attentati e persino di un omicidio. Sempre protetto dalla qualifica di assistente parlamentare ricevuta da una deputata che però, in quanto esponente di Liberi e Uguali (ora passata con Renzi) non offriva garanzie di un rapporto duraturoestabile. «Io sono e resto radicale — diceva al boss di Sciacca Accursio Dimino —, però siccome collaboro alla Camera come consulente di una deputata di Grasso (Pietro Grasso, l’ex procuratore antimafia ed ex presidente del Senato, fondatore di Leu, ndr)… Se s’informano bene… mi brucia». Cioè lo fa licenziare. Quindi meglio correre ai ripari: «Io vorrei fare con questi di Forza Italia, sarebbe meglio». Dimino concorda: «Sarebbe meglio, che sono più garantisti».

Era stato condannato a dieci anni per traffico di droga, ma tutti se ne erano dimenticati e Antonino Nicosia, 48 anni (per tutti Antonello), radici a Sciacca, in provincia di Agrigento, direttore dell’Osservatorio internazionale dei diritti umani onlus, esponente dei Radicali Italiani, con un tesserino parlamentare ha potuto fare negli ultimi mesi il doppiogiochista entrando e uscendo dalle carceri con la scusa di occuparsi dei più deboli, ma lavorando per il clan di Matteo Messina Denaro, il superlatitante da lui chiamato «primo ministro» o, senza ironia, «San Matteo». L’arresto per associazione mafiosa scattato ieri con un blitz che ha coinvolto quattro boss deve aver sorpreso anche l’ignara deputata di cui Nicosia era diventato vulcanico collaboratore, Pina Occhionero, eletta in Molise con Liberi e Uguali, da poco transitata nella formazione renziana di Italia Viva, pronta a prendere le distanze, come ripeterà stamane al procuratore della Repubblica Franco Lo Voi che con l’aggiunto Paolo Guido e con i sostituti Francesca Dessì e Geri Ferrara ha coordinato il lavoro di finanzieri e carabinieri ascoltando numerose conversazioni captate dalle microspie. La più sgradevole è fatta in auto. Nicosia parla con un avvocato e si lamenta della denominazione dell’aeroporto di Palermo intitolato ai giudici Falcone e Borsellino: «Ma perché dobbiamo spiegare chi sono, perché dobbiamo sempre mescolare la stessa mer…». Poi infierisce derisorio sulle stragi del ‘92. Aggiungendo che non si dovrebbe neppure ricordare il magistrato vittima di un «incidente sul lavoro» a Capaci: «Ma poi quello non era manco magistrato quando è stato ammazzato. Aveva già un incarico politico». Disgustata da queste velenose frasi la sorella del giudice, Maria Falcone: «Per fortuna i giovani pensano diversamente. Ma la storia di questo messaggero obbliga a rivedere la legislazione per colloqui e visite con i detenuti al regime carcerario duro. Lo scopo del “41 bis”èspezzare la catena che lega chi sta dentro e fuori, il legame tra capomafia e territorio…». Con Nicosia accadeva il contrario, visto che a Tolmezzo ha potuto incontrare anche FilippoGuttadauro, il cognato di Matteo Messina Denaro, senza limitarsi a fare da tramite tra detenuti e cosche. Per i magistrati avrebbe gestito business in società col capomafia di Sciacca Accursio Dimino, 61 anni, l’imprenditore ittico da ieri in cella con Massimiliano Mandracchia, Paolo e Luigi Ciaccio. Protagonisti di un atteso «ingente finanziamento» da Nicosia invocato al suo «San Matteo». Spavaldo nei dialoghi, vantandosi di quel tesserino «passepartout», come gli inquirenti hanno intitolato l’inchiesta. «Quando entri con un deputato chiudono la porta». Lo ripeteva mimando l’arrivo in un carcere: «Driin, chi è? Sono l’onorevole Occhionero devo fare un’ispezione, tesserino della Camera, si entra e… (ride). Il direttore c’è? No il direttore non c’è, ah bene. Nella relazione che poi faccio… dico che il direttore non era presente. Il comandante? Un attimo che lo chiamiamo, ah se non c’è il comandante, c’è il vice comandante? Non è ancora arrivato, oh oh sono le otto e mezza come mai? Quando prende servizio? Capito, gliela metti dietro… questa scena è bella».

L’impatto emotivo sulresto della Spagna è grande: il sovrano che i manifestanti considerano un usurpatoreèun simbolo di unità per milioni di spagnoli. Ed è solo l’inizio. Gli indipendentisti annunciano una mobilitazione per sabato, il giorno del silenzio elettorale. Ad aprile, quando i socialisti hanno vinto—ma non abbastanza —, gli elettori avevano avuto più paura degli estremisti di destra di Vox che dei nazionalisti catalani. Domenica potrebbero avere più paura dei nazionalisti catalani che degli estremisti di Vox. Ieri era il giorno della prima visita di Felipe a Barcellona dopo le condanne inflitte ai leader della secessione. Ed era il primo discorso pubblico importante dell’erede al trono, la principessa delle Asturie Leonor, dopo il breve intervento della settimana scorsa a Oviedo («guapa!» le hanno urlato dal pubblico; «muchas gracias» ha risposto la quattordicenne destinata, se tutto va bene, a essere la prima donna a regnare sulla Spagna dai tempi di Isabella di Castiglia). Dentro il palazzo dei congressi, nessun problema. Una piccola folla di unionisti ha accolto Felipe — accompagnato dalla regina Letizia e dall’altra figlia Sofia — al grido di «Viva el rey!». Fuori però i manifestanti lo bruciavano in effigie. Alcuni erano giovani anarchici mascherati, gli stessi che hanno devastato la città nei giorni scorsi. Ma molti erano uomini e donne di mezza età, con le braccia alzate, decisi a resistere agli agenti che dai megafoni avvertivano: «Andatevene o carichiamo». Tra poliziotti e uomini della Guardia Civil, lo schieramentoèlo stesso del primo ottobre 2017, il giorno del referendum e delle manganellate. Per proteggere il re però sono mobilitati in particolare i Mossos, i poliziotti catalani. Due settimane fa gli anarchici non hanno esitato ad attaccarli con l’acido. Ieri sera non si sono viste scene di violenza. Ma le foto del rogo hanno oscurato quelle del dibattito tra i candidati dei cinque principali partiti. Quelli di destra — Santiago Abascal di Vox, Pablo Casado dei Popolari, Albert Rivera di Ciudadanos — hanno puntato sul pericolo di disgregazione del regno, in una gara a chi faceva la faccia più feroce. Abascal è arrivato a chiedere di arrestare il presidente catalano Quim Torra. Il capo del governo, il socialista Pedro Sánchez, è apparso più volte in difficoltà, anche se ai catalani non ha offerto nulla, tanto meno l’amnistia per i condannati. L’unico ad aprire al dialogo è stato Pablo Iglesias di Podemos; ma la sua è apparsa una mossa per distinguersi, più che un realistico piano di un eventuale governo di sinistra. Nel frattempo Barcellona era paralizzata. La polizia ha bloccato la Diagonal, l’arteria che collega le due parti della città, e ha circondato l’albergo delre, che porta il nome di suo padre: hotel Juan Carlos I. Il dibattito tra i leader, durato fino all’una di notte, avrebbe anche conciliato il sonno; ma gli indipendentisti si sono portati pentole, coperchi e altri attrezzi da cucina da battere sulle ringhiere della metropolitana, per non far dormire il povero Felipe

La «dottrina Trump» non esiste, sostiene, tra gli altri, Bob Woodward. Ci sono solo i tweet, postati dal presidenteabeneficio di 67 milioni di follower. Politici di tutto il mondo, diplomatici, giornalisti e, naturalmente, sostenitorieavversari: l’audience di Trump è ormai universale. Dal giorno del suo insediamento, il 20 gennaio 2017 a oggi, sono circa 11 mila messaggi, un flusso che non solo non conosce riposo, domeniche o feste comandate, ma che continua ad aumentare. «Ha bisogno di twittare, come noi di mangiare», ha c ommentato Kellyanne Conway, consigliera alla Casa Bianca, tra le più vicine allo Studio Ovale. Il New York Times si è tuffato in questo mare di parole, punti esclamativi, caratteri in stampatello, cercando di mettere un po’ di ordine. Impresa oggettivamente difficile, perché Trump riversa sul suo account tutta l’imprevedibilità e l’erraticità dei suoi umori, prima ancora che delle sue posizioni politiche. Tanto che i suoi collaboratori più stretti, rac c onta il quotidiano newyorkese, avevano contattato Twitter per capire se si potevano tenere i flash presidenziali in sala d’attesa per 15 minuti. Il tempo di controllare che non ci fosse qualcosa di irreparabile. Ma alla fine hanno rinunciato: da questo punto di vista Trump è semplicemente ingovernabile. Il leader della Casa Bianca si affaccia sul social quasi sempre la mattina: dalle 6 alle 10. In quelle ore è da solo, davanti alla tv, spesso sintonizzato su Fox News. Guarda, prende nota dei commenti, si carica come una molla. Poi, regolarmente, scatta. La metà degli 11 mila tweet contengono attacchi durissimi. Come sappiamo il presidente non fa distinzioni tra politiche e persone. La polemica non è contro la linea ufficiale dei democratici, ma contro «Hillary la corrotta», o «Joe morto di sonno» . Stesso discorso per James Comey, l’ex direttore dell’Fbi, licenziato nel 2017; per il fondatore di Amazon ed editore del Washington Post, Jeff Bezos, oppure, più di recente, per la Speaker della Camera, Nancy Pelosi. Circa duemila tweet sono autocelebrativi. Trump è il migliore presidente della storia, il più intelligente, il più abile «commander in chief». Per 183 volte si è vantato per le dimensione delle folle che accorrono ai comizi; in 570 casi ha offeso gli immigrati; mentre gli elogi dei dittatori, a cominciare dal nord coreano Kim Jong-un, sono 132. I media, quasi sempre «sull’orlo del fallimento», vengono bollati come «nemici del popolo» in 36 uscite. C’è poi un aspetto inquietante. Trump è anche un frenetico ri-twittatore. Ha rilanciato in rete almeno 145 account non verificati che diffondono teorie cospirative, contenuti estremi. Tra questi 25 sono stati sospesi da Twitter: un assortimento che comprende suprematisti bianchi, fanatici anti musulmani, seguaci di Qanon, estremisti considerati dall’Fbi come una potenziale minaccia per la sicurezza nazionale.

Alla sua seconda visita in Cina da presidente, Emmanuel Macron ieri ha esortato gli europei a coordinare gli sforzi e ad agire insieme nei negoziati con Pechino. «Esistono interessi nazionali — ha detto Macron poche ore dopo il suo arrivo — ma più giochiamo in assetto franco-tedesco e soprattutto europeo, più abbiamo credibilità e risultati». Macron parlavaaun pubblico di imprenditori francesi e tedeschi riuniti alla Fiera delle importazioni di Shanghai, che quest’anno ha la Francia come ospite d’onore. A dimostrazione dell’efficacia della diplomazia congiunta europea, il presidente francese ha annunciato che domani a Shanghai Unione Europea e Cina firmeranno un accordo sulle Igp — Indicazioni geografiche protette — che certificano l’origine dei prodotti europei destinati a entrare nel mercato cinese, dal cognac al parmigiano reggiano. «Questo accordo, atteso da molto tempo, è un progresso molto importante, frutto dell’azione comune a livello Ue». Da un lato il presidente francese esorta gli europei a muoversi all’unisono in futuro, dall’altro, intanto, va avanti da solo. Macron è accompagnato da una numerosa delegazione di uomini d’affari: è prevista la firma di circa 40 contratti bilaterali tra Francia e Cina nei settori dell’aeronautica, dello spazio e dell’agricoltura. Il presidente francese e quello cinese Xi Jinping discuteranno anche del progetto di costruzione di uno stabilimento di trattamento delle scorie nucleari, in discussione da una decina d’anni e giunto ormai al momento della decisione finale. Come in molti altri incontri internazionali, il capo di Stato della patria dei diritti umani è chiamatoafareodire qualcosa per difenderli. Le ong chiedono a Macron di non ignorare le proteste a Hong Kong e la repressione degli uiguri nello Xinjang, ma la diplomazia cinese ha già avvertito: «Hong Kong e lo Xinjang sono affari interni della Cina». In ogni caso si parlerà senz’altro di Asterix, perché Macron è accompagnato anche da Guillaume Canet protagonista del prossimo film «Asterix e Obelix — L’impero di mezzo» dove il celebre Gallo incontra la cultura cinese.

Caro direttore, l’11 luglio del 1963, Benigno Zaccagnini intervenendo alla Camera, sirivolse a Togliatti con parole profetiche: «Noi sappiamo che anche il muro di Berlino verrà abbattuto: e non dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo». Fummo in tanti a telefonarci emozionati e commossi la notte del 9 novembre 1989, con le immagini che arrivavano dalla Germania in sottofondo. I giovani che «abbattevano» il Muro, la consapevolezza di assistere ad un istante scolpito nella storia. Ma l’euforia si mescolava alla malinconia: Zac se ne era andato appena quattro giorni prima. Non poté assistereaquanto aveva previsto. Quello di Zaccagnini non è un santino sbiadito da venerare, una reliquia nella teca che ha smesso di sfidarci. La sua eredità, a trent’anni dalla morte, è allo stesso tempo attuale ed esigente, perché ci costringe a fare i conti con le nostre inadeguatezze. Per noi ha rappresentato qualcosa di più profondo che un leader di riferimento. Sentivamo di far parte di una generazione, quella dei ragazzi di Zac, che si era avvicinata all’impegno politico ispirata dal suo esempio. Quando la Dc, dopo le sconfitte al referendum sul divorzio e alle amministrative del 1975, aveva intrapreso inaspettatamente la strada del rinnovamento, sotto la guida di quest’uomo mite, schivo, così distante dall’immagine di un partito che sembrava identificarsi con il sistema. «L’onesto Zaccagnini — scrisse Walter Tobagi sul vostro giornale — il segretario dalla faccia pulita, il simbolo dell’antipotere che entusiasma le suto durante il sequestro Moro. Credo gli vada riconosciuto che se la Dc fu in grado di reggere l’impatto drammatico di quei giorni fu soprattutto per la sua credibilità personale, che l’aveva riconnessa alla società,restituendogli una dimensione popolare. Ma proprio come per lo statista di Maglie il suo ricordo non può e non deve essere circoscritto al perimetro di quei 55 giorni. La sua lezione è ancora feconda, su molti fronti: il senso dello Stato, i valori della democrazia repubblicana. La consapevolezza di dover unire le forze democratiche davanti alla minaccia del nazifascismo, come fece durante la Resistenza da partigiano cattolico, militando nella brigata Garibaldi insieme al comunista Arrigo Boldrini, il leggendario comandante Bulow. Il richiamo alla Carta costituzionale, Zac era stato Costituente, intesa non solo come organizzazione dello Stato, quanto piuttosto come un programma vivo, politico e valoriale, da mettere in pratica. Il principio della laicità delle istituzioni come bussola, perché come amava ripetere, lui che nutriva una spiritualità autenticaemai esibita, i cristiani sono in politica «a causa della fede, ma non in nome della fede». Ho letto sul Corriere, in questi giorni, autorevoli opinioni su una presunta irrilevanza dei cattolici democratici. Non credo sia così. Tanti di quei «ragazzi di Zac» oggi sono militanti e dirigenti del Pd,eogni giorno contribuiscono a scriverne l’identità e le politiche. In una forza plurale, che invera le tradizioni precedenti in un pensiero nuovo, all’altezza delle domande inedite del nostro tempo. *Ministro dei Beni culturali

«Per 35 anni ho scavato nelle discariche abusive. Una delle cose che si trovava più spesso era proprio la plastica. Bruciata, seppellita, una volta addirittura a 24 metri di profondità. La verità è che la plastica inquina: chi può dirsi oggi a favore?». Dopo una lunga carriera nel Corpo forestale, Sergio Costa è diventato ministro dell’Ambiente. Ed è tra i sostenitori della plastic tax, la contestata tassa sulla plastica prevista dal disegno di legge di Bilancio. Ministro, lei ha detto che questa imposta può essere «rimodulata». Come? «Intanto moltoègià stato cambiato. Rispetto all’impostazione iniziale sono state escluse dalla tassazione le plastiche riciclabili e compostabili, che dopo la loro degradazione si trasformano in terriccio. Ed è stato introdotto un credito d’imposta per le aziende che convertono il loro sistema produttivo proprio verso questo tipo di plastiche, che non sono più un rifiuto e anzi rappresentano un ottimo esempio di economia circolare. Per di più si tratta di un brevetto italiano di cui essere orgogliosi nel mondo». D’accordo, ma secondo lei quali altri modifiche sono opportune? «La plastic tax dovrebbe essere trasformata da tassa di gettito in tassa di scopo». E cosa vuol dire? «I soldi che si incassano con questa imposta devono essere utilizzati per rafforzare il credito d’imposta o per altri incentivi a favore delle aziende che si convertono alla plastica riciclabile o compostabile. Per farlo credo che la cosa migliore sia istituire un tavolo al quale far sedere il ministero dell’Economia, quello dello Sviluppo economico e quello dell’Ambiente, oltre ai rappresentanti dei produttori». Quindi volete discutere insieme a loroimeccanismi per reinvestire nel settore il gettito della plastic tax? «Esatto. Anche perché se usiamo il gettito per riconvertire il settore non perderemo posti di lavoroeavremo più investimenti per modernizzare il comparto. L’alternativa è intervenire dopo, quando il settore della plastica tradizionale sarà andato in difficoltà. Ma si tratterebbe di spesa non di investimenti, e salvare i posti sarebbe più difficile». Ministro, nella manovra nulla si crea e nulla si distrugge. Se il gettito della plastic tax viene usato per un pacchetto di incentivi per il settore, dal conto complessivo manca un miliardo. Da dove lo prendiamo? «Vedo che tra i parlamentari già ci sono diverse proposte per spostare in avanti la partenza di alcune misure previste dalla stessa manovra. Basterebbe quello». Sta parlando di Italia viva che vorrebbe rimandare da luglio ad ottobre il taglio del cuneo fiscale. Che effetto le fa essere d’accordo con Matteo Renzi? «Nessuno in particolare. Quando si parla di ambiente non c’è colore politico. Suggerimenti utili possono venire anche dall’opposizione». Edo Ronchi, tra i suoi predecessori, dice che la plastic tax serve solo a far cassa. «Per carità, Edo è un maestro, ho studiato sui suoi libri. Però credo che si debba guardare avanti. La plastica monouso non riciclabile e non compostabile non serve al pianeta». Ministro, ArcelorMittal vuole lasciare l’Ilva di Taranto perché non c’è più l’immunità penale. Cosa farete? «La questione è nelle mani del presidente Conte. Mi limito a dire che lo scudo penale non serve se si rispettano tutte le prescrizioni sul piano ambientale. Ed è quello che ArcelorMittal ha fatto finora: tutti i controlli dimostrano che l’azienda sta rispettando il piano ambientale. Anzi, è in leggero anticipo rispetto ai tempi previsti. Non vorrei che dietro questa scelta ci fosse qualche altra ragione che non saprei indicare». Ma le acciaierie di Taranto vanno salvate ad ogni costo oppure meglio chiuderle come diceva M5S tempo fa? «Se rispettano le regole ambientali e sanitarie non vedo perché dovrebbero chiudere. Sempre che siano in grado di stare sul mercato. Ma su questo davvero non ho elementi per giudicare».

«Questa non è la manovra delle tasse». Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte cerca di spegnere le polemiche, anche dentro la sua maggioranza, e si prepara a incontrare le imprese colpite dalla plastic tax per «renderla più efficace, sostenibile, e possibilmente ridurne l’impatto». «È una manovra che ha evitato il già programmato aumento dell’Iva per 23 miliardi, che avrebbe avuto un impatto negativo su consumi e famiglie.Non può essere raccontata come una manovra delle tasse solo per la presenza di alcune specifiche e limitate misure volteatutelare l’ambiente, la salute dei cittadini e che danno un indirizzo green al Paese», spiegano i collaboratori del premier. «La realtà — si aggiunge a Palazzo Chigi — è che la manovra è fortemente redistributiva, e dà soldi a imprese e cittadini, alle famiglie, ai disabili, alla ricerca».Concetti che lo stesso Conte ha ribadito ieri sera nel corso di un incontro conisindacati, in gran parte assorbito dal caso Ilva, l’ultima grana esplosa nelle mani del governo. Sulla manovra Cgil, Cisl e Uil chiedono segnali più forti a favore dei pensionati, dalla rivalutazione degli assegni, giudicata insufficiente, a nuovi meccanismi per favorire l’uscita dal lavoro delle donne, le più penalizzate dalla legge Fornero. Per ora le cose non cambiano, ma dal 2020, ha assicurato il governo, «si inizierà a discutere del superamento definitivo della riforma previdenziale», oltre che di una legge quadro sulla non autosufficienza. Mentre l’opposizione e Italia viva di Matteo Renzi continuano a martellare sulle nuove imposte previste dalla manovra, nella maggioranza continuano a scoppiare mal di pancia. Il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti lamenta l’insufficienza dei fondi e di non essere stato coinvolto nella stesura della norma che istituisce l’Agenzia della Ricerca. Conte e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, cercano intanto una via d’uscita dall’impasse in cui sono cadute le tasse sulla plasticaele auto aziendali, altro inasprimento fiscale che sarà oggetto di un tavolo di verifica e di confronto con le imprese. «Sono tasse che rappresentano la chiara volontà del governo di avviare una svolta green — ha detto ieri Conte—ma che nello stesso tempo non vogliono avere un fine punitivo». Le due imposte potrebbero essere alleggeriteerinviate, almeno di qualche mese. Una mediazione per cercare dirinserrare i ranghi della maggioranza. Il capogruppo alla Camera del Pd, Graziano Delrio, si dice prontoamodifiche della legge di Bilancio in Parlamento, nel rispetto dei saldi e dell’impostazione generale, e invita la maggioranza a rivendicare le buone scelte fatte più che a criticare. Anche se il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, non fatica ad ammette di essere «preoccupata per la leggerezza con cui alcuni membri della maggioranza guardano alla Legge di Bilancio». Nessuno oggi può escludere blitz da maggioranze trasversali.