Matteo Orfini (Pd), crede che raggiungerete il risultato? «Aver sbloccato l’iter è un piccolo passo. Ma dobbiamo lavorare a un vero patto politico per legiferare». Teme che nella maggioranza ci possano essere defezioni? «In teoria sono tutti a favore. Se tutti si comporteranno di conseguenza, ce la faremo». Il centrodestra promette le barricate. «Sì, mi hanno subito attaccato. Sono obiezioni propagandistiche». Non teme che potreste pagare questa proposta, in termini elettorali? «Non possiamo fermarci per paura della destra. Chi è nato in Italia e ha completato qui un ciclo di studi che cos’è se non italiano?». Un ciclo di studi qualsiasi? «A mio avviso dovrebbe essere il primo, quello delle elementari. Poi deciderà il Parlamento». I grillini sono d’accordo? «Molti di loro hanno sempre fatto dichiarazioni favorevoli. Di Maio ha detto che il taglio dei parlamentari si può fare in 2 ore: per questa bastano poche settimane».

Cittadini italiani appena completato positivamente un ciclo di studi. Riparte alla Camera, su impulso del M5S, la discussione sullo ius culturae. La commissione Affari costituzionali discuterà giovedì prossimo i testi di modifica della legge di cittadinanza. Lo ha annunciato ieri il presidente della commissione Giuseppe Brescia (M5S), spiegando: «Serve una discussione che metta all’angolo propaganda e falsi miti, guardi in faccia la realtà e dia un segnale positivo a chi si vuole integrare». Immediati i consensi da parte del Pd. E la replica del leader leghista, Matteo Salvini: «La Lega si batterà contro lo ius soli, comunque lo chiamino, contro la cittadinanza facile, senza se e senza ma. Se questa è la priorità del governo, povera Italia…». Proprio ieri il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, aveva lanciato un appello. «Lo ius culturae è da promuovere perché l’integrazione, senza il riconoscimento da un punto di vista normativo, sarebbe un contenitore vuoto. Accogliere è un dovere fondamentale ma se poi non si integra, non si forma, e non si porta una persona anche alla cittadinanza, resta un guscio vuoto. Non basta essere nati in un suolo. La cittadinanza va costruita, è frutto di integrazione, di un accompagnamento». E l’appello è stato colto al volo. «Siamo ancora all’inizio», ha dichiarato Brescia — grillino molto vicino al presidente della Camera Roberto Fico—ricordando che oltre al testo a prima firma di Laura Boldrini (Leu all’epoca della stesura, ora passata al Pd) ne sono stati depositati anche altri tra cui uno della Polverini (FI) che introduce proprio lo ius culturae. «Naturalmente arriverà anche un testo M5S», annuncia Brescia. Concorda con la necessità dello ius culturae l’ex segretario dem, Maurizio Martina. Sottolineando che «occorrono tempi certi per portare a casa il risultato». Soddisfatto anche il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci: «Giusto portare finalmente all’approvazione lo ius culturae». Di ritorno da New York, Luigi Di Maio,riprende in mano la questione immigrazione. Anticipa a ministri e viceministri che lunedì arriveranno importanti novità sul tema. «Non potevamo fermarci alla redistribuzione», è il suo ragionamento. «Dobbiamo andare oltre bloccando le partenze. Dobbiamo lavorare in loco», dice. La sua idea è quella di creare una «sinergia» tra Farnesina, ministero dei Trasporti e Viminale «che ci permetta di lavorare al meglio, trovando le giuste soluzioni». E per questo chiede il «supporto» al sottosegretario alla presidenza Crimi e al sottosegretario ai Trasporti Cancelleri. Poi, con inguaribile ottimismo, annuncia: «La soluzione è vicina».

Nel governo passa la linea prudente del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Il deficit pubblico del 2020 non andrà oltre il 2,1% del Pil, un livello un po’ più basso di quello auspicato dal M5S. Il titolare dei conti pubblici, che ieri ha avuto un incontro di quasi tre ore con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non vuole esasperare subito il rapporto con la Commissione Ue, disposta a offrire flessibilità, ma a non eccedere. E il deficit al 2,1% invece che all’1,5% dove finirebbe senza interventi, in soldoni uno “sconto” di almeno 10 miliardi, nonostante lo renda più difficile, non impedisce al governo di varare una manovra leggermente espansiva. L’obiettivo resta quello di spingere la crescita ed evitare l’aumento dell’Iva, magari riducendola su alcuni servizi come la fornitura di gas e luce. La vera novità, piuttosto, è che con la manovra il governo stavolta non punterebbe solo al rinvio della manovra sull’Iva, ma anche ad alleggerirla in prospettiva futura. Una parte delle coperture per il 2020 sarà strutturale, tagliando dunque la “bolletta” che si presenterà tra un anno. Risorse importanti, oltre che dal maggior deficit, arriveranno anche dalla stretta sull’evasione con gli incentivi all’uso della moneta elettronica. Chi paga con il bancomat o carta di credito avrebbe uno sconto fiscale, e ogni 10 euro spesi in questo modo un biglietto per la lotteria degli scontrini. Si ragiona sull’entità dello sconto: il 2% su tutto è troppo costoso per l’erario, così non si esclude di concedere anche uno sconto più alto, ma limitato ad alcuni servizi e prodotti più esposti al rischio evasione (come nella ristorazione, o le riparazioni). L’obbligo per esercenti e professionisti di accettare i pagamenti elettronici dovrebbe essere rafforzato prevedendo le sanzioni, che oggi non ci sono, per chi non rispetta la norma. Nello stesso tempo avrebbero anche loro degli sconti fiscali, come un’aliquota Iva forfettaria (e ridotta) sul fatturato incrementale realizzato grazie ai pagamenti elettronici. E una forte riduzione delle commissioni. Secondo il governo sarebbe possibile così recuperare almeno 5 miliardi di euro dal gettito Iva. Altre risorse verranno dai risparmi su Reddito eQuota 100 (4-5 miliardi) e dagli interessi, almeno 2 miliardi di spesa in meno nel 2020 grazie allo spread in calo, e al tasso dei Btp ai minimi. Altri punti qualificanti della manovra saranno il taglio del cuneo fiscale (si parla di 5 miliardi) e il piano per gli investimenti verdi, 50 miliardi in 15 anni.

Il clima di fiducia delle famiglie migliora, quello delle imprese peggiora. Non è la prima volta in assoluto che questa contraddizione si presenta ma vale la pena tentare di spiegarla nelle mutate condizioni rappresentate in prima battuta dal cambio di governo e in seconda dal ristabilimento di rapporti cordiali con la Ue e i nostri tradizionali partners. Intantoinumeri: secondo la rituale rilevazione dell’Istat a settembre l’indice di fiducia è migliorato (da 111,9 a 112,2) mentre in parallelo quello degli imprenditori è calato da 98,8 a 98,5. Spulciando ancora meglio tra le cifre viene fuori che le famiglie sono relativamente più pessimiste sulla situazione attuale ma di un umore migliore riguardo la loro condizione personale («l’Italia non sta bene, ma io me la cavo» si potrebbe sintetizzare) e soprattutto sono più ottimisti sul futuro. Tra le imprese a vederla più nera delle altre sono le manifatturiere e le aziende del commercio che addirittura portano l’indice complessivoatoccare i minimi da ottobre 2014 (prima che iniziasse la «piccola ripresa»). Come si può spiegare tutto ciò? I consumatori sembrano aver percepito che gli orientamenti sia del nuovo governo sia delle autorità europee vanno in direzione dell’adozione di misure espansiveehanno comunque visto scendere lo spread verso numeri totalmente imprevisti. Di conseguenza sono portati a pensare che i consumi quantomeno riescano a mantenere la tendenza al moderato rialzo che avevano manifestato nel recente passato. Le imprese, invece, non paiono accontentarsi affatto di questi elementi di novità e di questi raggi di sole e, forse grazie al fatto che dispongono di una maggiore varietà di informazioni di medio periodo, intravedono prevalenti elementi di preoccupazione. I manifatturieri sanno che la trasformazione digitale di molti business (sommata ai ritardi di sistema) mette alla frusta persino il vantaggio competitivo dei settori made in Italy e tutto ciò perloro conta molto di più del decimale di spesa aggiuntivo conquistato dal governo nel negoziato con Bruxelles. E sempre in virtù delle informazioni che circolano in ambito associativo o convegnistico gli imprenditori sanno che le incognite legate all’evoluzione del commercio internazionale costituiscono altrettanti vincoli negativi alla crescita. Sanno, insomma, che non sarà possibile scampare alla stagnazione.

I l sistema elettorale maggioritario fondato su collegi uninominali non garantisce la stabilità. In questo modo si premiano le forze minori, necessarie per conquistare il voto in più che fa vincere. Ma dopo le elezioni le differenze esplodono. Rifondazione comunista nel 1996 aveva stipulato con l’Ulivo un patto di desistenza, ma fece cadere il governo Prodi 1 nel 1998. L’Udeur di Clemente Mastella faceva parte nel 2006 dell’alleanza dell’Unione, ma fece cadere il governo Prodi 2 due anni dopo. In dodici anni, dal 1994 (legge Mattarella) al 2006 (legge Calderoli), abbiamo avuto otto governi: Berlusconi 1, Dini, Prodi 1, D’Alema 1, D’Alema 2, Amato, Berlusconi 2, Berlusconi 3. Se guardiamo fuori dei nostri confini, il sistema più maggioritario è quello inglese che oggi attraversa una delicata fase di instabilità e che negli ultimi dieci anni ha avuto ben tre governi di coalizione, Cameron (2010-2015), May (2017-2019), Johnson. Il sistema più proporzionale, invece, è quello tedesco, che dal 1994 (anno in cui da noi si è votato con la legge Mattarella) ha avuto solo sette governi; ne ha avuti quattro dal 1994 al 2006 mentre noi, come già detto, nello stesso periodo ne contiamo otto. Peraltro l’esperienza israeliana dimostra che neanche il sistema proporzionale di per sé può garantire la stabilità. In realtà non si può chiedere al sistema elettorale quello che le leggi elettorali non possono dare; queste leggi servono solo a trasformare i voti in seggi; la stabilità, invece, può essere garantita solo dalla responsabilità delle forze politiche. Tuttavia, indipendentemente dal sistema elettorale, la stabilità può essere favorita da due misure. Unaèla sfiducia costruttiva, che evita crisi al buio: un governo può essere sfiduciato solo con una mozione che indichi anche il nome del futuro premier. È prevista dalle costituzioni tedesca e spagnola. Una seconda misura potrebbe essere costituita dalla riduzione della legislatura a quattro anni, come in Germania, Spagna e Portogallo. Una legislatura più breve rende più compatta la maggioranza e frena i tentativi di destabilizzazione. La discussione, inoltre, deve tener conto degli effetti maggioritari della riduzione del numero dei parlamentari. Saranno eletti non più 630 deputati, ma quattrocento; non più 315 senatori, ma duecento. Se si adottasse un sistema proporzionale, le forze minori non avrebbero accesso al Parlamento, con riduzione della frammentazione e benefici per la stabilità. Una clausola di sbarramento al 4% accentuerebbe l’effetto maggioritario. Se si scegliesse il sistema maggioritario conicollegi, invece, queste forze rientrerebbero in gioco e potrebbero diventare la spada di Damocle sul collo del governo, come accaduto nel passato. I collegi uninominali, inoltre, sarebbero troppo vasti e renderebbero insostenibili i costi della campagna elettorale. A mio avviso, servirebbe un sistema proporzionale con clausola di sbarramento al 4%, liste brevi bloccate, sfiducia costruttivaeriduzione della legislatura a quattro anni. Certo, non è il sistema perfetto ma «in ogni nostra deliberazione — suggerisce Machiavelli — si debbe considerare dove sono meno inconvenienti e pigliare quello per migliore partito, perché tutto netto, tutto senza sospetto, non si trova mai».

Qualcosa sta tracimando in Gran Bretagna. Qualcosa che non si era mai visto prima. Un linguaggio violento che sta rompendo gli argini: e che rischia di chiamare sangue. Sì, può sembrare un’esagerazione: ma ricordiamo che già tre anni fa, alla vigilia del referendum sulla Brexit, una deputata laburista filo-europea, la coraggiosa Jo Cox, era stata accoltellata a morte da un estremista di destra al grido di «Britain first», prima la Gran Bretagna. E ancora oggi l’ombra cupa di quel delitto grava sul Parlamento di Westminster, dove l’altro giorno è andato in scena uno spettacolo indegno: grazie, si fa per dire, alla disinvoltura verbale di Boris Johnson. Quando un’altra deputata laburista gli ha ricordato, in aula, che bollare gli avversari della Brexit come «traditori» pronti alla «resa» è un linguaggio che incita a quella violenza che ha tolto la vita a Jo Cox, Johnson ha replicato: humbug, fesserie. E ha preteso che il modo migliore di onorare la memoria di Jo sarebbe proprio quello di portare a termine il divorzio dalla Ue. Il vedovo della Cox ha reagito dicendo che gli veniva da vomitare; ma soprattutto le politiche donne hanno espresso il loro disgusto, dalla leader liberale Jo Swinson a quella scozzese Nicola Sturgeon fino alla combattiva laburista Jess Philips, che detiene il triste primato delle minacce di stupro e di morte. Perché la verità è che la Brexit ha polarizzato le opinioni ed esasperato gli animi: e anche nella civile Gran Bretagna al dibattito delle idee si sono sostituiti l’invettiva e l’insulto. Il problema è che a rinfocolare le fiamme ci si è messo lo stesso primo ministro: le cui parole appaiono ora legittimare quella violenza verbale. Che, come gli è stato ricordato, finisce prima o poi per tradursi in gesti sconsiderati. Lui rifiuta di scusarsi: anzi, i suoi scherani ripetono che proprio frustrando la Brexit si andrebbe incontro a disordini civili. Cosa che ormai, vista la piega presa dagli eventi, pochi si sentirebbero in animo di escludere. Grazie, Boris.

La disposizione costituzionale che — in Italia come in quasi tutte le altre democrazie rappresentative—vieta che i parlamentari siano sottoposti al vincolo di mandato garantisce sì la libertà d’opinione dei suddetti parlamentari (di fatto, dunque, non ponendo ostacoli a che essi possano tranquillamente passare da un partito all’altro, da uno schieramento all’altro), ma in realtà la sua vera ragion d’essereècompletamente diversa. Quella disposizione infatti serve principalmente a sancire la sovranità degli elettori, a consacrare il principio, ribadito anche dalla nostra Costituzione, che «la sovranità appartiene al popolo». È la sovranità popolare insomma il vero motivo del divieto che oggi suscita tanto scandalo. Da questo punto di vista è davvero paradossale che a essere soprattutto scandalizzati di quel divieto, scagliandosi con parole di fuoco contro di esso, siano proprio coloro che sostenendo l’opportunità della democrazia diretta si presentano come i massimi difensori della sovranità popolare. Per spiegare il divieto di mandato imperativo per i parlamentari bisogna risalire al passato. Bisogna addentrarsi un po’ nella storia: quella storia che, da che mondo è mondo, è l’altra faccia della politicaela crescente ignoranza della quale è causa non ultima della crisi che da noi come altrove attraversa la politica stessa. Quando alla fine del Settecentoirivoluzionari francesi decisero di farla finita con la monarchia, si trovarono di fronteaun problema a suo modo drammatico. Fino allora era stato un dato di fatto indiscutibile che il depositario della sovranità, del principio ultimo della legittimità e del comando politico della collettività, fosse il re: il sovrano per l’appunto. Depositario simbolico ma al tempo stesso ben concreto, trattandosi di una persona fisica e perciò in grado di esprimere senza problemi la propria volontà. Una volta però che una tale figura era cancellata e che si decideva che il nuovo sovrano sarebbe stata la «nazione» e cioè il «popolo» (e già questo passaggio implica più di un problema), in qual modo la suddetta sovranità avrebbe mai potuto esprimersi? Esclusa in quanto del tutto irrealistica la possibilità di un continuo, capillare, quotidiano ricorso alle urne perfar decidere di ogni cosa al «popolo», vale a dire agli elettori, non restava che pensare a un’assemblea di eletti dal popolo stesso, a un Parlamento. La sovranità popolare dunque espressa da un Parlamento. Il guaio è che il Parlamento non esiste come un unicum, è composto necessariamente di individui, e qualsiasi Parlamento, di qualsiasi cosa debba decidere, si divide sempre in una maggioranza e una minoranza.Ovvia a questo punto la domanda: chi esprime in tal caso la sovranità? La maggioranza o la minoranza? E ancora: si può mai pensare una sovranità che si divide? Se in caso di divisione è alla maggioranza che, puta caso, viene riconosciuta la qualifica di depositaria della sovranità, allora gli altri membri del Parlamento rimasti in minoranza, a quel punto che cosa sono? Come possono essere considerati ancora titolari della sovranità? La soluzione a suo modo logica di questi problemi — non a caso quella storicamente adottata — è stata quella di considerare ogni singolo eletto dal popolo, ogni parlamentare, semplicemente in quanto tale il rappresentante della nazione-popolo nel suo insieme, e quindi il depositario della sua intera volontà sovrana. Sicché quando il Parlamento si divide in una maggioranza e in una minoranza questo non significa affatto una vera divisione, una frantumazione della sovranità, ma semplicemente, diciamo così, una sua manifestazione articolata. È solo per precisare definitivamente questa che si adotta il principio di maggioranza. È una pura finzione, si capisce. Ma è una finzione che serve a mantenere in piedi un principio fondamentale (il principio della sovranità popolare) evitando che tale principio possa essere manipolato a fini politici di parte, ad esempio decretando che la sovranità popolare sia rappresentata esclusivamente dalla maggioranza parlamentare. Con le conseguenze che è facile immaginare. È una finzione che ha peraltro, una conseguenza importantissima. Vale a dire che ogni singolo deputato, titolare dell’intera sovranità, non può in alcun modo essere considerato il rappresentante solo di una parte del popolo, solo della parte che lo ha eletto. Titolare simbolicamente dell’insieme indiviso della sovranità, egli deve necessariamente rappresentare, altrettanto simbolicamente, tutto il popolo, il corpo elettorale nella sua interezza.Sta in questo complesso insieme di questioni la ragione per cui nelle democrazie rappresentative europee continentali esiste il divieto del vincolo di mandato. (Diverso è il discorso per le democrazie anglosassoni, che non essendo state originate da una rivoluzione antimonarchica non si sono mai poste un analogo problema di attribuzione della sovranità e ad esempio possono tranquillamente adottare la figura del recall, cioè della destituzione del deputato «infedele»). Infatti, se si vuole mantenere l’insieme delle finzioni di cui sopra, la loro fondamentalissima ragion d’essere rappresentata dalla sovranità popolare, ne segue che i parlamentari non devono/non possono essere dei delegati dei loro elettori. Non possono/non devono essere dei semplici incaricati di riprodurne meccanicamente le opinioni, vincolati per l’appunto a un mandato ricevuto sulla base di una presunta identità di opinioni talché se viene meno tale identità perché il parlamentare ha cambiato idea o schieramento allora esso debba essere obbligato a dimettersi. Abolire il divieto del vincolo di mandato, insomma, potrà pure avere l’effetto positivo di contrastare il trasformismo. Ma al prezzo di una conseguenza ben più grave: di infliggere un colpo mortale alla democrazia rappresentativa nel suo fondamento costitutivo rappresentato dalla sovranità popolare. Coloro che credono davvero nel primato di tale sovranità e hanno una quantità di sale in zucca sufficiente per crederci con un minimo di cognizione di causa ci pensino dunque due volte, e magari anche tre, prima di parlareavanvera additando rimedi demagogici sicuramente peggiori del male che vorrebbero curare.

La prima volta che l’ho visto incollato sulla parete di un’edicola non avevo ancora quindici anni. Mi aveva colpito la foto di un uomo con il nasone tutto storto, una pagina fradicia d’acqua e quel titolo: «Aiutateci». Nella penombra mi sono avvicinato per leggere. C’era scritto: «Mauro manca ormai da cinque giorni, è stato sequestrato sotto i vostri occhi». Mauro De Mauro, giornalista, rapito il 16 settembre del 1970 e mai più ritrovato. Scomparso, lupara bianca. Il primo delitto eccellente di Palermo. Quella sera non avrei mai potuto immaginare che, meno di dieci anni dopo, sarei diventato un cronista del giornale L’Ora o come lo chiamavano i palermitani «il L’Ora» o più brutalmente «il L’Ora morti e feriti», così gridavano gli strilloni per le strade della capitale della Sicilia per annunciare l’ultima ammazzatina di mafia alla Zisa o alla Vergine Maria. Nello stanzone della Cronaca, rovente d’estate e gelido d’inverno, ci sono entrato alle sette del mattino del 20 maggio 1979 (il L’Ora era un quotidiano del pomeriggio, le rotative cominciavano a girare verso mezzogiorno) e mi tremavano le gambe. Un’emozione che mi aveva inchiodato per un quarto d’ora sulla sedia di ferro davanti alla seconda scrivania sulla destra, seduta accanto a me c’era già Bianca Stancanelli, una fuoriclasse che nonostante la giovanissima età — pressappoco la mia — era già una “firma” di quello che era la voce dell’altra Palermo. Giornale antimafia lo definiscono ancora oggi. Una bestemmia. Era un giornale che pubblicava le notizie quando gli altri fogli le nascondevano. Solo un giornale, un vero e grande giornale. Lì dentro, nello stanzone rovente d’estate e gelido d’inverno, ho imparato tutto. Era la “scuola” dell’Ora, quello che per direttore ha avuto per oltre vent’anni Vittorio Nisticò, un calabrese emigrato verso Sud che ha formato dal 1955 almeno tre generazioni di reporter di classe e inchiestisti di lusso, diventati famosi o rimasti nell’ombra, comunque tutti giornalisti che hanno scritto non soltanto articoli ma hanno fatto anche un pezzo di storia della Sicilia. A dieci anni dalla morte di Vittorio Nisticò e a cento dalla sua nascita le mappe della città di Palermo avranno una nuova strada, via Giornale L’Ora, la prima in Italia dedicata a un quotidiano. Parte da via Mariano Stabile e raggiunge via Pignatelli Aragona, passando proprio da piazzetta Francesco Napoli davanti al palazzetto di vetro dove era acquartierata la redazione e dove — domani — i giornalisti passati da lì scopriranno una targa in attesa di dare alle stampe un libro: L’Ora, Edizione straordinaria. L’ultima volta che era andato in edicola è stato alla vigilia di Capaci, un paio di settimane prima dell’uccisione di Giovanni Falcone. Aveva quasi un secolo. Primo direttore Rastignac, al secolo Vincenzo Morello. Primi editori i Florio, proprio quelli della dinastia che fece “felicissima” Palermo. Poi, nel secondo dopoguerra, il L’Ora che noi conosciamo meglio. Le occupazioni delle terre, Emanuele Macaluso e Pio La Torre, le battaglie civili. E la mafia. La prima inchiesta italiana su quella che si chiama — ma lo sapremo poi — Cosa Nostra la scrivono due giornalisti dell’Ora, Mario Farinella e Felice Chilanti. È quando i boss abbandonano il feudo e si trasferiscono in città, mercato ortofrutticolo, cantieri navali e palazzi, tanti palazzi che sotterrano i giardini di limone e fanno sparire le ville settecentesche. La strage di Ciaculli, il “sacco di Palermo” e le bombe in tipografia. È il 1958. Il L’Ora esce anche quella volta in edizione straordinaria: «La mafia ci minaccia, l’inchiesta continua». Poi l’altra storica prima pagina che svela il volto di qualcuno che diventerà tristemente noto negli anni a seguire: «Quest’uomo è pericoloso». È Luciano Liggio da Corleone. La mafia fa brutta Palermo con il cemento e i capibastone della politica. Sono Salvo Lima, Vito Ciancimino, Giovanni Gioia. Tutti sanno e tutti stanno zitti. Solo il quotidiano della sera di Palermo li smaschera. Con la scuderia dei suoi giornalisti più pregiati, Marcello Cimino, Giuliana Saladino, Salvo Licata, Enzo Perrone, Orazio Barrese. Il commentatore delle vicende siciliane è Leonardo Sciascia, i disegni che compaiono in prima pagina sono del pittore Bruno Caruso. Intanto il L’Ora perde altri due giornalisti, Cosimo Cristina e Giovanni Spampinato. Anche loro uccisi. Quando l’Italia scopre l’esistenza della mafia, non c’è inviato dei giornali del Nord che non bivacchi nello stanzone della Cronaca di piazzetta Francesco Napoli. E c’è un’altra stirpe di cronisti che cresce, Sergio Buonadonna e Alberto Stabile, Alberto Spampinato e Nino Sofia, il cui padre Marcello era stato capocronista sempre all’Ora e suo nonno Nino direttore dopo una gioventù avventurosa che lo portò alla ribalta a fine Ottocento per la sfida — lui in bicicletta, l’altro a cavallo — lanciata al velodromo di via Parlatore a un Buffalo Bill passato da Palermo durante la sua famosa tournée in Europa. Il L’Ora, che è anche il L’Ora delle foto di Letizia Battaglia e di Franco Zecchin, domenica ritorna per un giorno a Palermo. Con il sindaco Leoluca Orlando che inaugurerà una lapide in ricordo di Vittorio Nisticò «insieme a una redazione di coraggiosi giornalisti», tutti con la voglia di raccontare, tutti trasmigrati lontano dalla Sicilia dopo la chiusura del loro giornale. L’ultimo titolo, bellissimo, dell’Ora: «Arrivederci».

La nostra missione, al New York Times, è cercare la verità e aiutare le persone a comprendere il mondo. Questa missione assume molte forme, dalle inchieste sugli abusi sessuali che hanno contribuito a scatenare il movimento #MeToo a livello mondiale ai reportage di esperti che rivelano come la tecnologia stia rimodellando ogni sfaccettatura della vita moderna. Ogni anno inviamo reporter sul campo in più di 160 paesi. Sono incarichi che comportano rischi considerevoli: negli ultimi anni i miei colleghi hanno riportato lesioni a causa di mine antiuomo, autobombe e incidenti di elicottero, hanno subìto pestaggi da bande criminali, sono stati sequestrati da gruppi terroristici e incarcerati da governi repressivi. Però, c’è stato un cambiamento drammatico: in tutto il mondo si è scatenata una campagna incessante contro i giornalisti, per il loro ruolo di garanti di una società libera e informata. Per impedire ai giornalisti di portare alla luce verità scomode e costringere il potere a rendere conto delle sue azioni, un numero sempre maggiore di governi mette in atto misure esplicite, in certi casi violente, per screditare il loro lavoro e ridurli al silenzio attraverso l’intimidazione. Siamo di fronte a un’aggressione contro il diritto dei cittadini di sapere, un’aggressione contro i valori fondamentali della democrazia. E la cosa forse più inquietante è che i semi di questa campagna vengono piantati proprio qui, negli Stati Uniti, in un Paese che per molto tempo è andato orgoglioso del suo ruolo di difensore più accanito della libertà di espressione e di stampa. Voglio cominciare ribadendo l’ovvio: i media non sono perfetti. Commettiamo errori. Ma la stampa libera è un elemento fondante di una democrazia sana, e probabilmente lo strumento più importante che abbiamo in quanto cittadini. Dà più potere alla gente, perché fornisce l’informazione necessaria per eleggere i governanti e la vigilanza costante per garantire che si comportino onestamente. Ma deve fare i conti con una pressione ingente e crescente. Il modello d’impresa fondato sulla pubblicità, su cui si reggeva il giornalismo, è venuto meno, provocando la perdita di più della metà dei posti di lavoro. Google e Facebook sono diventati i distributori di notizie e informazioni più potenti nella storia dell’umanità, scatenando accidentalmente un’inondazione di disinformazione di proporzioni mai viste. Quello passato è stato l’anno più pericoloso che si ricordi per chi svolge il mestiere di giornalista, con decine di reporter uccisi, centinaia imprigionati e migliaia e migliaia oggetto di minacce e vessazioni. La differenza, oggi, è che queste brutali repressioni sono passivamente accettate e forse tacitamente incoraggiate dal presidente degli Stati Uniti. Da quando è entrato in carica, Trump ha twittato quasi 600 volte sulle fake news. I suoi bersagli più frequenti sono organi di informazione indipendenti che si impegnano al massimo per offrire un giornalismo imparziale e veritiero. Per essere assolutamente chiari, le critiche al New York Times e ad altri organi di informazione sono più che legittime. Ma ci sforziamo anche di prenderci la responsabilità dei nostri errori, di correggerli. Quando il presidente punta il dito contro le fake news, però, non sono gli errori effettivi quello che gli interessa: quello che cerca di fare è delegittimare le notizie reali. Così, quando il New York Times porta alla luce le pratiche finanziarie fraudolente della sua famiglia, quando il Wall Street Journal rivela che ha fatto pagare una pornostar perché mantenesse il silenzio, lui può evitare di rispondere del suo operato semplicemente liquidando le notizie come fake news. Ma attaccando i mezzi di informazione americani, Trump di fatto dà ai leader stranieri il permesso di fare lo stesso nei loro Paesi, anzi fornisce loro le parole per farlo. Io e i miei colleghi recentemente abbiamo fatto una ricerca sulla diffusione dell’espressione fake news: negli ultimi anni, più di 50 tra primi ministri, presidenti e altri leader di governo nei cinque continenti l’hanno usata per giustificare iniziative di diversi livelli di gravità contro la stampa. Il termine è stato usato dal primo ministro Orbán in Ungheria e dal presidente Erdogan in Turchia, che hanno imposto pesantissime sanzioni pecuniarie a organi di stampa indipendenti per costringerli a vendere a imprenditori fedeli al governo. In Myanmar la parola è usata per negare l’esistenza di un intero popolo, oggetto di violenze sistematiche che mirano a costringerlo a lasciare il Paese. «Non esistono i rohingya», ha detto al New York Times un leader del Myanmar. «È una fake news». La parola è stata usata per imprigionare giornalisti in Camerun, per mettere a tacere servizi che parlavano della corruzione in Malawi, per giustificare un blackout dei social media in Ciad, per impedire a organi di informazione stranieri di operare in Burundi. È stata usata da leader liberali, come il primo ministro irlandese Varadkar. È stata usata da leader di destra, come il presidente brasiliano Bolsonaro. I nostri corrispondenti esteri hanno sperimentato in prima persona la trasformazione dell’accusa di fake news in un’arma. L’anno scorso Hannah Beech, che copre il Sudest asiatico, era presente a un discorso del primo ministro cambogiano Hun Sen. In mezzo alle sue osservazioni, Hun Sen ha pronunciato un’unica frase in inglese: «Il New York Times». Ha detto che il New York Times è così fazioso che il presidente Trump gli ha dato il premio delle fake news e ha minacciato che se il nostro articolo non fosse stato conforme alla sua versione della verità ci sarebbero state conseguenze. Di fronte a questa pressione crescente, gli organi di informazione devono mantenersi fedeli ai valori del grande giornalismo — imparzialità, accuratezza, indipendenza — e al tempo stesso dobbiamo aprirci, in modo che i cittadini possano comprendere meglio il nostro lavoro e il suo ruolo nella società. Dobbiamo continuare ad andare dietro alle storie che contano, senza preoccuparci se siano un trending topic su Twitter. Non possiamo permetterci di farci adescare o acclamare per diventare l’opposizione di qualcuno o le cheerleader di qualcun altro. La nostra lealtà dev’essere verso i fatti, non verso un partito o un leader, e dobbiamo continuare a seguire la verità dovunque ci porti, senza paure o favori. L’autore è l’editore del New York Times © 2019 The New York Times Company Traduzione di Fabio Galimberti

I l governo giallo-rosso si appresta a presentare, probabilmente lunedì, i suoi primi obiettivi programmatici di bilancio. È facile immaginare che in un esecutivo di coalizione così eterogeneo le negoziazioni continueranno fino all’ultimo, ma dalle voci circolate in questi giorni si intravedono due opportunità e due rischi. Starà al nuovo ministro Roberto Gualtieri, nelle ultime ore di trattativa, riuscire a cogliere le prime, cercando in ogni modo di evitare i secondi. La prima occasione della manovra è continuare a godere di quel clima di fiducia sui mercati internazionali che ha accompagnato la creazione del governo di Partito democratico e Movimento 5 Stelle. Il governo vuole fortemente che l’obiettivo di bilancio — che si aggirerà intorno al 2,2% di prodotto interno lordo — sia concordato in anticipo con la Commissione europea. L’Italia potrebbe in teoria permettersi una manovra leggermente più espansiva, vista la forte riduzione del costo di finanziamento del debito e il rallentamento economico europeo legato a fattori esogeni come le guerre commerciali. Tuttavia, è giusto cercare di evitare a ogni modo lo scontro con Bruxelles: la pantomima della “manovra del popolo” dello scorso anno ha prodotto soltanto irritazione tra i partner europei, delusione fra gli elettori e, soprattutto, confusione tra gli investitori, che hanno continuato a lungo a chiedere interessi più alti, vanificando i presunti effetti espansivi della legge di bilancio. La seconda opportunità sta nel voler concentrare le poche risorse disponibili per un’operazione di riduzione del cuneo fiscale, una delle vere emergenze economiche del paese. Sarebbe appropriato destinare queste risorse a ridurre la tassazione per le imprese, aiutando a migliorarne la competitività. Ma è tutto sommato comprensibile che un governo di sinistra preferisca aiutare i lavoratori, specialmente quelli con stipendi più bassi. Allo stesso tempo, sarebbe comunque utile rilanciare strumenti di sostegno agli investimenti privati, particolarmente a rischio in questa fase negativa del ciclo. Un pericolo da evitare è invece quello di esagerare con l’ottimismo per quanto riguarda altre variabili decisive nella stesura della manovra. Il governo sembra vicino a ipotizzare un tasso di crescita tendenziale — ovvero al netto delle misure in programma — dello 0,4%, che dovrebbe arrivare allo 0,6% una volta che si terrà conto, ad esempio, del minore aumento dell’Iva rispetto a quanto previsto nei mesi scorsi. Si tratta di numeri piuttosto rosei se confrontati con altri organismi internazionali, che ipotizzavano un tasso di crescita leggermente più alto, a fronte però di un deficit di bilancio superiore al 3%. Il governo dovrebbe stare attento anche alle stime di maggiore gettito legate alle misure anti-evasione che intende attuare: la fatturazione elettronica si è dimostrata più efficace del previsto, ma non è detto che ad esempio piccole agevolazioni per chi paga con carta di credito invece che in contanti possano avere effetti altrettanto positivi. Infine, il governo dovrebbe evitare che la gran parte delle coperture della manovra consista di maggiori entrate. Tagliare la spesa pubblica si può, a partire dall’ingiusta Quota 100, e dagli inutili navigator introdotti frettolosamente con il reddito di cittadinanza. Aumentare solo le imposte, ad esempio rimodulando eccessivamente l’Iva, rischierebbe di far passare in secondo piano il taglio del cuneo fiscale per i redditi più bassi, regalando a Matteo Salvini e al centrodestra facili slogan contro il governo delle tasse. Buon senso economico e opportunità politica suggerirebbero al ministro Gualtieri di usare un po’ più le forbici e meno i prelievi. L’autore è editorialista di Bloomberg Opinion