Belli, belli, sono belli i nostri figli senza bandiere, belli e presuntuosi, belli e saputi, belli senza cattiveria, belli senza violenza, tanto belli che oggi a Roma anche la piazza non è più la piazza dove “si scende”, la piazza dello scontro, la piazza-tribunale del popolo, la piazza-plotone della demagogia. Oggi, in piazza della Repubblica, il Friday for future sembra realizzare invece, quasi settant’anni dopo, il magico raduno immaginato da Salinger nel 1951, quello dei giovani Holden, degli adolescenti del disagio: «Mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande voglio dire…». Gianfranco Mascia e gli altri organizzatori dicono che nei campi di segale di tutta Italia si sono radunati più di un milione di giovani Holden, che non è un numero verificabile, ma è la giusta definizione filosofica dell’abbondanza, il tao, il flusso, la potenza, la quantità che paralizza. E a Roma erano duecentomila. E però, tra loro, qui ci sono mamme e nonne che fotografano figlie e figli adolescenti e, via WhatsApp, mandano le immagini ai papà e ai parenti. Se le avvicini cominciano con «anche io nel 77» oppure, addirittura, «noi nel 68», pronte a lucidare ricordi senza più denti e senza più artigli. Ma in questo nuovo romanzo di formazione non c’è (ancora?) posto per quel vecchio rancore ideologico. L’ utopia rimane la stessa, quella del mondo al contrario, ma con la simpatia e non più con il ghigno, con il sorriso e non con l’odio. Il coro canta Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano. Nella colonna sonora c’è, come sempre, Bella ciao. E ogni tanto parte forte un applauso e allora tutti applaudono senza sapere chi e perché. Planet before profit, l’isola di plastica in mezzo all’oceano, la Great Pacific Garbage Patch, l’Amazzonia, il caldo che fa scappare i pinguini… sono le nuove superbe turbolenze che hanno sostituito “la rivolta degli studenti” che si ripeteva sempre uguale, con i vecchi instupiditi che riproponevano, anno dopo anno, un nuovo sessantotto. Anche questo ha fatto Greta, ha trasformato quella inutile e qualche volta violenta “rivolta degli studenti” nella reliquie di un mondo perduto. I ragazzi ne hanno parlato con gli insegnanti e con i presidi dei loro licei, a cominciare da Carlo Firmani del Socrate che, prima ancora del ministro Lorenzo Fioramonti, aveva benedetto la manifestazione e giustificato l’assenza. «Vi hanno tolto il nemico?» chiedo. Mi raccontano che, per preparare la manifestazione, a scuola hanno fatto il debate, che sta insidiando la centralità dell’assemblea. Si dividono in due squadre e si affrontano come in tribunale, con arringa e requisitoria finale. Sotto accusa c’era la leadership di Greta: è giusto che ci sia una leader mondiale così carismatica o è troppo pericoloso? In un angolo ci guardiamo insieme il video del debate: la scuola è scholé, tempo libero, otium, e dunque il tempo della libertà e anche delle manifestazioni: «Nessuno ha tolto il nemico a nessuno, ma la manifestazione, che era un rito inevitabile e stanco, è ora una specie di lezione, è materia didattica, è programma scolastico. La manifestazione diventa scuola all’aperto». I ragazzi non sono arrivati tutti in una volta, ma a gruppetti, a drappelli, a ciuffi, fischiettando con le mani in tasca…, ciascuno con un proprio cartellino di cartone, “Lend a hand to save the land”, una frase sul global warming, il solito aforisma sull’assenza di un Planet B, un pensiero per acchiappare il mondo dalla coda: “Che manifestate a fare, se non siete vegani!”. E mentre piazza della Repubblica si infuoca di sole quelli con il cartello “Eat less meat” si cercano con quelli di “Vacce te su Marte”, e tutti si perdono e si ritrovano perché ci si smarrisce facilmente nella folla: «Scusa, dov’è santa Maria degli Angeli?». «Quella di Michelangelo?». Poi, però, davanti all’architettura minimalista che Stendhal definì «sublime» inaspettatamente si confrontano con i compagni di Lotta comunista che fiutano il vento, propongono il giornale con la falce e il martello e lo striscione rosso contro “la mercificazione della natura”; la proposta è: “Riconvertire l’economia”. Sembra l’angolo dell’antiquariato a paragone di quel “Make love not CO2”, per non dire di quell’altro un po’ folle e però così romano: “Se non facciamo qualcosa, il Pianeta non produrrà più geni come Totti. Auguri capitano”. Nei cartelli ci sono troppi rimandi sessuali, forse perché è l’età dei brufoli o forse perché va di moda anche in tv. Mi avvicino ad un gruppetto che inalbera “Destroy the pussy, not the planet”. Chiedo spiegazioni per quel destroy: «In senso erotico» mi dicono. Ma forse è Roma ad eccitare i sensi: “Salviamo il pianeta perché e pieno di gnocca”. Una ragazza piccolina, pulita, con gli occhiali di metallo inalbera un improbabile: “The Seasons are more regular than my period”. Di sicuro c’è, finalmente, un uso appropriato dell’inglese che davvero colpisce nel paese dove la tradizione maccheronico-goliardica è ben più antica di Renzi e di Di Maio: “The planet is getting hotter than my boyfriend”. Lancio un dibattito sull’inglese, «è la lingua che usa Greta», «nel mondo globalizzato chi non parla inglese è un analfabeta», «è la lingua della scienza». Ma che c’entra la scienza con “Don’t fuck your Mother Earth”? Chiedo allora di spiegare in inglese perché Greta ha ragione: «Because she induces nasty comments». Non è dunque vero che questi ragazzi non hanno nemici. I loro nemici sono i nemici di Greta. «Oggi insultano l’ingenuità delle nostre manifestazioni, negli anni scorsi ne insultavano la sapienza». Quando il corteo passa di fianco al Colosseo, che è il luogo del colossale, del globale, il punto dove tempo e spazio si fondono, si vede il senso della manifestazione come insegnamento, come educazione, con il sottosopra dei figli che diventano maestri dei propri padri, come già è accaduto con gli smartphone, con la tv digitale, con il web. È per questo che Greta irrita, perché rovescia Freud e dimostra che la più goffa delle stramberie pedagogiche è ormai l’ultima ratio dell’ecologia.
Primo cortocircuito tra Pd e 5 Stelle nonostante la necessità ad auto-rappresentarsi come una coalizione meno litigiosa di quella passata del governo giallo-verde. È successo che ieri in un incontro tra Bonafede e Orlando si è discusso uno dei temi più spinosi per i due neo-alleati di Governo, la riforma della giustizia, e in molti si attendevano una maggiore cautela per le distanze che sono – e a quanto pare restano pure – piuttosto importanti. I punti di frizione sono due: la prescrizione – che i grillini vogliono sospendere dopo il primo grado – e il metodo del sorteggio per l’elezione dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura. Invece, al termine dell’incontro sembrava che anche su questo fronte – come su quello del taglio dei parlamentari – il Pd avesse ceduto al Movimento quando si è sentito dire dal ministro grillino che l’accordo era stato raggiunto e che i testi sarebbero rimasti identici, sulla prescrizione come sulla riforma del Csm. In pratica, una vittoria per il titolare della Giustizia e per il Movimento. È qui che è scattato il cortocircuito con una reazione del Pd piuttosto netta in cui sono state smentite/corrette le parole di Bonafede ed è stata data la versione del Pd: nella riunione ci si è dati un tempo per trovare una formula che metta insieme tempi brevi e blocco della prescrizione e la riforma è stata spacchettata in due testi distinti. È stato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis a mettere in chiaro come ci sia ancora una dialettica tra i due partiti e non una resa alle posizioni grilline. Quello che è successo è che è stato toccato un nervo scoperto del Pd, cioè l’essersi ritrovati spiazzati da un messaggio comunicativo che li faceva apparire appiattiti sulle posizioni dei 5 Stelle. Far passare in silenzio le dichiarazioni di Bonafede sarebbe stato come accettare un “uno-due” per il Pd a pochi giorni di distanza. Prima il cedimento sul taglio dei parlamentari poi quello sulla giustizia con il rischio di cominciare l’avventura al Governo in sostanziale posizione di svantaggio. Dunque, una piccola “guerra” comincia a vedersi tra i due partiti scatenata dal fatto che nessuno dei due vuole apparire come subalterno all’altro. Ecco perché, nonostante gli sforzi congiunti a non esasperare le divisioni, nel partito di Zingaretti si è voluto dare un colpo di freno e correggere la propaganda grillina. Tra l’altro un passo indietro del Pd vorrebbe dire “appaltare” un tema fondamentale come quello della giustizia ai 5 Stelle e rinunciare a cercare compromessi con l’alleato. Mediazioni che sono spinte e agevolate anche dal fatto che in Parlamento i pentastellati non troverebbero i numeri per far passare le loro ricette. Con la Lega, per esempio, un punto di rottura era proprio sulla riforma dei processi mentre Renzi ha già fatto sapere che dirà la sua. Insomma, se il messaggio di ieri voleva essere quello di una rivoluzione sui tempi della giustizia, risulta già un po’ ammaccato visto che trovare un accordo appare ancora laborioso. Intanto il prossimo incontro sarà allargato al premier Conte e sarà lui a dover esercitare un ruolo di mediazione per colmare una distanza che resta.
Avere evitato elezioni anticipate in piena sessione di bilancio è stato un miracolo e soprattutto un toccasana per l’economia. I mercati hanno brindato, lo spread è sceso, l’Europa è tornata a fidarsi. E il fatto che alla guida del Mef ci sia una persona seria come Roberto Gualtieri è un grande passo in avanti. Archiviata l’illogica pretesa di Salvini e le farneticanti dichiarazioni sull’euro dei suoi consiglieri ora bisogna correre. Perché abbiamo un’emergenza crescita molto seria. E va affrontata subito. Italia Viva sostiene l’Esecutivo e lo incalza non sulle poltrone, ma sullo sviluppo. Individuo due punti chiave: sul breve periodo la crescita del Pil attraverso lo sblocco degli investimenti. Sul medio periodo la crescita demografica, vera catastrofe italiana. Andiamo con ordine. Partiamo dalla crescita economica. Chi dice che l’Italia non cresce da vent’anni mente sapendo di mentire. Con le nostre manovre di bilancio l’Italia è cresciuta. Come ha ricordato il professor Fortis su questo giornale, nel triennio 2015- 2017 abbiamo registrato un ciclo di crescita record nei consumi delle famiglie, negli investimenti fissi lordi, nel valore aggiunto dell’industria manifatturera, nel commercio. E il Pil ha raggiunto nel 2017 quota +1,7%. La fallimentare esperienza del governo sovranista ci ha invece isolato nel mondo e riportato la crescita a zero. Il Nord ha rallentato la sua corsa, e le fratture tra aree geografiche e generazionali sono aumentate. Questo peserà maggiormente su famiglie, e fasce fragili della popolazione. Dunque non tutti i governi sono uguali. Se si fanno misure pro-business, la crescita arriva. E con la crescita, aumentano i lavoratori. Abbiamo oggi solo una strada: un gigantesco piano di investimenti, pubblici e privati. E il bello è che i soldi ci sono: il blocco è esclusivamente di natura burocratica o politica. Ci sono 36 miliardi di euro da spendere nelle grandi opere. Non solo la Torino-Lione, intendiamoci. Penso alla SS 106 in Calabria, a parte della Napoli-Bari, all’Alta velocità tra Veneto e Lombardia, al Terzo valico in Liguria, alle opere pubbliche ferroviarie e stradali ritardate in Sicilia. Penso anche al piano di infrastrutturazione digitale, vero volàno contro l’abbandono e lo spopolamento di intere aree del Paese; alla politica energetica; a sbloccare il piano periferie nei comuni; a rimettere in funzione le unità di missione sul dissesto idrogeologico (Casa Italia) e sull’edilizia scolastica; ad assicurare un piano Casa che dia certezze ai privati dopo l’abolizione dell’Imu, ma anche prospettive all’edilizia residenziale popolare. Non si tratta di trovare le risorse, ma di spendere bene quelle che già ci sono. E garantire leadership adeguate ai centri di spesa a cominciare dalle Ferrovie, vera azienda strategica in cui il cambio di vertice deciso da Toninelli e Tria si è rivelato un autogol incomprensibile. Si dice che in Italia non si possano fare i lavori. E spesso è vero per responsabilità di un assurdo risiko politico-amministrativo. Ma laddove si creano le condizioni di “pax burocratica”, la qualità delle aziende, la capacità dell’ingegneria e l’abilità dei lavoratori consentono risultati strabilianti. Ciò che sta accadendo a Genova, dove il bellissimo ponte di Renzo Piano prende forma in tempi da record, rappresenta non soltanto il riscatto di una città, ma anche un modello per le opere pubbliche almeno quanto Expo ha segnato la ripartenza di Milano nel 2015. Se applicassimo il modello Genova ai 36 miliardi di euro di opere pubbliche bloccate o rallentate avremmo una crescita del Pil di almeno il 2% per i prossimi cinque anni. Il recente “Progetto Italia” al quale ha lavorato bene la Cdp può consentire in prospettiva di consolidare il settore e recuperare migliaia di posti di lavori persi durante la crisi. Su questi temi alla Leopolda, dal 18 al 20 ottobre, presenteremo un Piano di investimenti sostenibili più ambizioso di quello lanciato da Angela Merkel per il governo tedesco. La Germania è molto più in ritardo dell’Italia rispetto al target di riduzione di emissioni inquinanti. Per questo dobbiamo puntare in alto: vogliamo fare meglio della Germania, possiamo farlo. Serve un piano di investimenti legato a misure fiscali stabili, superando il metodo fino a ora utilizzato di incentivi frammentati e limitati nel tempo. Da progettare con le imprese, la sostenibilità ambientale e sociale non deve essere un costo, ma un’opportunità. Conto molto sulla tenacia e sull’intelligenza dei ministri Paola De Micheli e Stefano Patuanelli. Il secondo obiettivo che deve trovare già dalla prossima legge di bilancio è quello della crescita demografica. Abbiamo dimezzato in qualche decennio il numero dei bambini nati in Italia. Pessimo segnale. Per ripartire, ovviamente, non basta un emendamento. Ma credo che il primo stanziamento di almeno un miliardo di euro in favore del “Family Act” al quale lavora bene la ministra Elena Bonetti sia un dovere civile. L’attenzione alle persone con disabilità, agli anziani, alle donne, alle mamme e ai papà, ai servizi nelle città, così come nelle aree rurali, agli assegni per i figli, è una delle ragioni costitutive di Italia Viva. Ripartire insomma dai bisogni delle persone. Non sarà un miliardo all’anno a invertire il trend demografico spaventoso, ma sarà un primo passo di cui tutti avvertiamo l’importanza e che sarebbe bello votare tutti insieme, anche con l’opposizione. Perché sulle misure per i figli dovremmo essere tutti d’accordo: sono il nostro futuro, e i ragazzi se lo meritano. Crescita, crescita, crescita. Aver mandato a casa Salvini ha tolto la pressione dei mercati. Ma guai a cantar vittoria: ora bisogna crescere! Italia Viva non si occupa di poltrone, ma si preoccupa della crescita. Crescita economica, crescita demografica, crescita educativa e culturale. Perché la decrescita non è mai felice. E per l’Italia, adesso, è tempo di rimettersi a correre.
La riforma elettorale non si farà. Quanto meno non ora. Il proporzionale può attendere. È una buona notizia per diversi motivi. Negli ultimi 26 anni le regole di voto sono state cambiate sei volte. Quattro riforme elettorali sono state fatte dal Parlamento, due dalla Corte costituzionale. Un record mondiale. La settima riforma, quella apparentemente rinviata, avrebbe riportato l’Italia ai tempi della Prima Repubblica senza i partiti e la classe politica di allora. Già ora i governi sono poco stabili. Figuriamoci con un sistema elettorale interamente proporzionale. L’attuale sistema, il cosiddetto Rosatellum, non è il migliore dei mondi possibili. I seggi proporzionali sono troppi rispetto a quelli maggioritari. I collegi uninominali sono il 37%. Avrebbero dovuto essere il 50 % o meglio ancora il 75% come nella legge Mattarella. Ciò nonostante il fatto che siano un terzo fa comunque la differenza perché produce due effetti positivi. Il primo è che i partiti devono dichiarare prima del voto con chi si vogliono alleare per fare il governo. La formazione di coalizioni pre-elettorali è la caratteristica distintiva di tutti i sistemi di voto introdotti nel nostro paese a partire dal 1993. È così a tutti i livelli di governo, dai comuni alle regioni allo Stato. Il secondo effetto riguarda la trasformazione dei voti in seggi. Con una percentuale di voti compresa tra il 40 e il 45% si può ottenere la maggioranza assoluta di seggi. È un tasso di disproporzionalità limitato, ma non irrilevante. Se nel Paese esiste un consenso di queste dimensioni a favore di una coalizione saranno gli elettori a scegliere il governo. Se i consensi sono inferiori saranno i partiti dopo il voto a decidere come farlo, Esattamente come è successo con i due governi Conte. Il Rosatellum è un sistema di voto flessibile. Funziona sia come un sistema maggioritario che come un sistema proporzionale. Tutto dipende dal livello di consensi e dalla loro distribuzione territoriale. In sintesi, un tasso di disproporzionalità compreso tra i 5 e i 10 punti percentuali non è elevato ma serve a favorire la creazione di maggioranze in sistemi di partito frammentati. In sua assenza alla disproporzionalità generata dal sistema di voto si sostituirebbe il potere di ricatto di piccoli partiti detentori di piccole quote di seggi necessari per arrivare alla maggioranza assoluta. I Ghino di Tacco di craxiana memoria. A questa analisi ne va aggiunta una altra. A partire dalle elezioni del 2013 il sistema partitico è diventato tripolare grazie al successo clamoroso del M5s. Due volte consecutive il movimento di Grillo è stata la formazione politica più votata, con il 25,6% nel 2013 e con il 32,7% nel 2018. Dopo le ultime elezioni è diventato l’ago della bilancia della politica italiana. E si è visto cosa è successo. Prima ha fatto un governo con la Lega, e ora con Pd e Leu. L’introduzione di un sistema di voto interamente proporzionale servirebbe a perpetuare questa dinamica. Anche con una percentuale di voti inferiore a quella del 2013 e del 2018 il Movimento diventerebbe indispensabile per fare qualunque governo. Solo una alleanza Pd-Lega potrebbe evitare questo esito. C’è qualcuno disposto a credere a una operazione del genere? Dunque, il proporzionale conviene al Movimento. Ma perché dovrebbe convenire al Pd? Con la formazione del secondo governo Conte siamo entrati in una nuova fase della politica italiana. Pd e M5s (insieme a Leu) hanno deciso di mettersi insieme. Da tanti punti di vista è un fatto sorprendente che potrebbe rappresentare una vera svolta. I poli intorno a cui si articola la competizione elettorale sono tornati ad essere due, e non più tre. Non siamo così ingenui da pensare che questo sia ancora un assetto stabile. Il rapporto tra Pd e Movimento è ancora molto fragile. Ci vorrà del tempo per capire se potrà diventare una alleanza strategica. Si vedrà a partire dalle scelte che verranno fatte in tema di politica economica e di alleanze alle regionali dell’anno prossimo. Ma una cosa è certa. L’adozione di un sistema proporzionale non favorirebbe il rafforzamento dell’alleanza tra i due partiti. E senza questa alleanza come pensa il Pd di poter competere per il governo contro una destra unita? In realtà dietro i disegni neo-proporzionalisti coltivati dentro e fuori il Pd si nasconde un altro obiettivo. Non quello di vincere, ma quello di non far vincere la destra, anche a costo di sacrificare la governabilità del paese. Meglio l’instabilità che la vittoria di Salvini. Non sono più i Cinque Stelle il partito anti-sistema. È la Lega di Salvini. E allora davanti al rischio che un partito anti-sistema arrivi al governo del paese diventa legittimo manipolare per l’ennesima volta le regole del voto, come se questa fosse diventata una procedura normale. Il taglio dei parlamentari fornirà l’alibi. Spaventa la leggerezza con cui tanti condividono questa idea senza vederne i rischi. Cambiare, oggi o domani, le regole del gioco non farà altro che indebolire ancora di più la fiducia nelle istituzioni e dividere ulteriormente un paese già spaccato. Non servirà a impedire alla destra di arrivare al governo. Anzi. Ma per adesso la decisione è stata rinviata. Meno male.
Dilemmi a sinistra. Nel corridoio dei passi perduti di Montecitorio, Andrea Orlando, uomo forte della segreteria Zingaretti, mentre parla della legge elettorale si cala nei panni dell’Amleto del to be or not to be… «Non possiamo – spiega – mollare sul proporzionale se non sappiamo dove si va a finire. Bisogna vedere le prospettive dell’alleanza con i 5stelle. Anche se non è per nulla detto che diventi strutturale». Nel Transatlantico di Montecitorio, invece, il capogruppo Graziano Delrio ha meno dubbi. «Certo – osserva – la discussione nel partito è aperta, ma immaginare che l’alleanza con i 5stelle diventi strutturale è un’illusione, o peggio, un atto di arroganza intellettuale. Per cui se scegliamo il maggioritario Salvini ha già bello e pronto il soggetto, lo schieramento con cui andare in lizza, cioè il polo sovranista; noi no! È quello che sto tentando di spiegare a Prodi». Mentre nel Pd si trastullano sul dilemma «proporzionale sì proporzionale no» alimentato dall’accordo con i 5stelle sulle elezioni in Umbria e dalla scissione di Italia viva, i due duellanti della politica italiana, cioè Salvini e Renzi, badano al sodo e preparano le truppe in Parlamento per la madre di tutte le battaglie. Del resto il fischio d’inizio delle grandi manovre l’ha dato la Camera, che ha fissato la data (8 ottobre) in cui sarà approvata in via definitiva la riduzione dei parlamentari. Una decisione che ha messo automaticamente all’ordine del giorno la legge elettorale. Così la sfida all’0k Corral è cominciata. «Noi – teorizzava ieri Giancarlo Giorgetti, stratega del Carroccio – li abbiamo presi in contropiede con i referendum. E ora giochiamo. Se riusciamo ad avere cinque Regioni dalla nostra parte entro il 30 settembre ne vedremo delle belle. Oggi la Lombardia ha detto sì». Ma a parte il referendum, su cui pesa la spada di Damocle della Consulta, lo scontro decisivo si svolgerà in Parlamento. «Salvini è terrorizzato – confida il piddino Emanuele Fiano, sottosegretario all’Interno – le tenterà tutte». E, infatti, il leader del Carroccio ha dato il via alla campagna acquisti dei grillini: «Ci sono 5stelle che sono a disagio nel governo giallorosso. Una condizione di sofferenza che sarà palesata a sorpresa con dei passaggi verso la Lega». Un fenomeno di cui l’altro duellante, Matteo R, è a conoscenza, tant’è che ha informato i suoi di un’ondata migratoria di senso contrario: «Io non voglio rompere le scatole a Di Maio, ma se Salvini vuole accaparrarsi dei parlamentari grillini, allora competition is competitition, sono pronto ad accogliere quelli che bussano alla nostra porta». E per essere più diretto ai suoi ha sciorinato un elenco di dieci nomi. Poi ci sono anche quelli di Forza Italia, ma questa è un’altra storia. Lo scontro tra Matteo R e Matteo S è in atto, chiaro e trasparente, mentre tra gli altri c’è chi immagina di avere in mano alternative tutte da verificare. Una forma, appunto, di «arroganza», intellettuale e politica, che è un tratto distintivo di tutta l’attuale classe dirigente. Un atteggiamento che ha cadenzato le svolte politiche degli ultimi anni. Il 27 giugno del 2017, ad esempio, un Matteo Renzi deluso perché il Quirinale non gli concedeva il voto, in una telefonata con Salvini aprì la strada all’attuale legge elettorale, quel Rosatellum che già allora sembrava fatto a pennello per il leader leghista. «Tanto vinco lo stesso», disse all’epoca l’ex segretario del Pd: poi si è visto com’è finita. Un peccato di arroganza, magari ancor più grave, è stato quello di Salvini di quest’estate: immaginare che un patto per le urne con Zingaretti, che sarebbe andato incontro ad una sconfitta scontata, fosse fattibile, equivale all’illusione di qualche superuomo che immagina di gettarsi da una grattacielo sicuro di avere le ali. «C’è un’unica spiegazione – sospira un leghista come l’ex sottosegretario Guglielmo Picchi -: aveva alzato troppo il gomito». E ora l’arroganza ha contagiato Zingaretti, tornato al governo senza volerlo, con i suoi dubbi sul proporzionale e il sogno di un nuovo Ulivo che rischia di rivelarsi un Salice piangente. Dubbi che, però, stringi stringi, sono in realtà figli dello stesso sentimento che lo aveva portato mesi fa a caldeggiare l’ipotesi elettorale. Quale? «La fobia nei confronti di Renzi e dei renziani», osservano su sponde opposte il piddino Fiano e Nico Stumpo di Liberi e uguali. «Il solito atteggiamento arrogante – sentenzia Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana – di chi si illude di dare le carte: hanno il miraggio dell’alleanza strutturale con i grillini, ma al massimo potranno stabilizzare il rapporto con una parte di loro. Ipotesi impossibile senza il proporzionale». Senza contare, poi, che chi dentro il marasma grillino punta ad un’alleanza strategica con il Pd, punta al superamento del Pd. «C’è un gruppo di parlamentari grillini, me compreso, – teorizza Giorgio Trizzino, grillino, già medico della famiglia Mattarella con buone entrature al Quirinale – pronto ad appoggiare Conte sempre e comunque, anche nel caso che Di Maio cambi atteggiamento e torni ad affacciarsi dal balcone. Conte è il nuovo Prodi, sul suo nome potrebbe crearsi un schieramento progressista in cui Pd e 5stelle potrebbero sciogliersi». Si tratti di sogni o di obiettivi velleitari, anche questa ha l’aria di essere una formula che rischia di non avere i piedi piantati per terra. E a volte anche guardare troppo in là, lanciando il cuore oltre l’ostacolo, tradisce un atteggiamento arrogante. Come pecca di «arroganza» di converso, chi gioca la partita stando fermo, nella convinzione di essere, comunque, insostituibile o centrale. È il pendolo di Forza Italia che divisa sul tipo di rapporto da instaurare con la Lega, è divisa anche sulla legge elettorale da appoggiare. Risultato: ai consiglieri regionali che dovevano assumere una posizione sul referendum proposto dalla Lega, martedì sera è arrivata l’indicazione per l’astensione, poi dodici ore dopo, ieri mattina, su pressione di Salvini, quella per la libertà di voto. «Sestino – è l’sms che il coordinatore del Veneto, Davide Bendinelli, ha recapitato al consigliere del Cav, Giacomoni – noi siamo come Garibaldi, rispondiamo: obbedisco! Ma se cambiamo posizione ogni dodici ore, rischiamo di scordarci quello che abbiamo detto il giorno prima!!!». Cose che capitano, in una fase politica convulsa, dove i cambi di campo o di casacca sono all’ordine del giorno e improvvisi. Magari intervallati, appunto, da dodici ore. L’altra sera quando l’ex presidente della Camera, Boldrini, ha deciso di aderire al Pd con un’intervista a Repubblica, ha tentato invano di avvertire in anticipo Nicola Zingaretti della sua scelta. Non trovandolo, ha rivolto una preghiera al telefono ad Andrea Orlando: «Non riesco a mettermi in contatto con Nicola, puoi metterlo al corrente prima che l’intervista esca». Orlando, però, ha visto bene di farlo solo le fatidiche 12 ore dopo, spiegandone, con una battuta, la ragione agli amici: «Non volevo rovinare la serata a Nicola!».
Il bollettino della disfatta è stato recapitato ad Arcore a fine giornata e raccontano che Silvio Berlusconi non poteva credere ai suoi occhi. Del resto, era il resoconto della debàcle forse finale, quasi il sigillo su un tramonto politico ormai compiuto. L’ordine rivolto due giorni fa dall’anziano leader ai consiglieri regionali di Forza Italia, di astenersi sulla mozione della Lega per promuovere un referendum elettorale pro-maggioritario in primavera, è stato disatteso da tutti. L’intero esercito dei rappresentanti forzisti nelle regioni ha voltato le spalle al Cavaliere votando a favore e adeguandosi al diktat di Matteo Salvini. Ormai unico capo riconosciuto della coalizione, da chi milita nel centrodestra. A nulla è valso il tentativo in extremis di trasformare con una nota (a firma Tajani, Gelmini, Bernini e Giacomoni) l’ordine di scuderia del giorno prima, pur di salvare almeno l’apparenza: «Votate a favore del referendum, ma con un ordine del giorno pro-presidenzialismo». La strada ormai era segnata. La mozione è stata approvata intanto nelle quattro regioni guidate dalla Lega: in Sardegna (perfino con i voti di due grillini), nel Veneto di Luca Zaia, nella Lombardia di Attilio Fontana e nel Friuli di Massimiliano Fedriga. Ma è questione di ore nel Piemonte dove anche il governatore forzista Alberto Cirio ha dato indicazione a favore. Si attende l’ok dell’Abruzzo, mentre resta in bilico la Liguria, dove Giovanni Toti può contare su un solo voto di maggioranza (e oggi uno dei consiglieri sarà assente). Le mozioni andavano approvate in tempo utile per consentire il deposito del quesito referendario entro lunedì 30 ma già il leghista Roberto Calderoli, artefice dell’iniziativa, può esultare: «Lunedì mattina andremo in Corte di Cassazione a depositare il quesito referendario». E così Matteo Salvini, dall’Umbria: «Mentre Pd e M5s tolgono il diritto di voto agli italiani, noi l’offriamo nella prossima primavera». Forza Italia invece, dopo ieri, è un partito ancor più terremotato. In serata riunioni dei gruppi parlamentari per serrare le file e alla Camera la capogruppo Gelmini – dopo le voci di dissenso e la cena dei 50 con Mara Carfagna – ha preteso un documento di pieno sostegno ai vertici, a Berlusconi e alla sua presidenza del gruppo. «Poco senso metterlo ai voti quasi a insinuare il dubbio di infedeltà di alcuni – ha stigmatizzato proprio Carfagna – Farlo poi nel giorno in cui nei consigli è stata disattesa l’indicazione che il presidente aveva dato può essere a maggior ragione un boomerang». Ma il documento è stato preteso e alla fine è stato votato da tutti. Il Cavaliere tuttavia resta un leader sempre più solo
L’operazione annunciata da Matteo Salvini, che attraverso la richiesta di referendum avanzata da cinque consigli regionali vuole abolire la quota proporzionale nell’assegnazione dei seggi, è essenzialmente propagandistica. Sul piano pratico spetta alla Corte di cassazione valutare la legittimità e alla Corte costituzionale la ammissibilità del testo del referendum. Nel caso di una legge elettorale il referendum è necessariamente parziale, abroga cioè solo alcuni commi della legge elettorale vigente, e questo implica che, se ottenesse il quorum e la maggioranza dei voti, dovrebbe essere immediatamente applicabile, senza ulteriori interventi legislativi. La legge in vigore assegna due terzi dei seggi alle liste su base proporzionale, un terzo maggioritario a coalizioni che si presentano nelle varie regioni. Trasferire all’area maggioritaria tutto risulta complesso e l’esito che ne deriverebbe nel caso si trovasse un marchingegno capace di renderlo possibile, entrerebbe in conflitto con la decisione, già espressa dalla Consulta quando abrogò il maggioritario della legge elettorale precedente perché non conteneva un quorum minimo per assegnare il premio di maggioranza. Siccome il referendum proposto è di tipo abrogativo non può introdurre questa condizione e quindi suscita la stessa obiezione che la Consulta ha già fatto valere. Si può aggiungere che se, come pare abbia deciso la maggioranza, entro ottobre verrà approvata in via definitiva la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari, sarebbe comunque necessaria una revisione dei collegi, che non può essere contemplata preventivamente dal referendum leghista. I dirigenti della Lega hanno avuto a che fare con questi problemi già in passato, anche come promotori di precedenti meccanismi elettorali, quindi sanno bene che l’opera – zione che hanno avviato si fermerà quasi subito, o alla Cassazione o alla Consulta. Puntano comunque ad avviarla, per poi strillare che si vuole impedire di decidere al popolo sovrano, e anche per aprire preventivamente un fuoco di sbarramento contro l’eventuale riforma proporzionale di cui si parla (per la verità con convinzione decrescente) nei partiti della maggioranza. La legge elettorale è un sistema di garanzia che deve valere per tutti, per questo sarebbe meglio che fosse il risultato di un confronto parlamentare aperto e sereno. Nelle occasioni precedenti non è stato così, e forse anche per questo il meccanismo di voto in Italia muta tanto spesso. Ma almeno va definito seguendo le norme costituzionali, che non consentono manomissioni referendarie “creative”.
L’ingegneria italiana si fa onore in Europa. Dopo circa 8 anni di lavori, la nuova linea M3 della metropolitana di Copenaghen, realizzata da Salini Impregilo, sarà inaugurata domenica 29 settembre dalla Regina Margherita di Danimarca, insieme al primo ministro Mette Frederiksen, al sindaco di Copenaghen Frank Jensen e a Pietro Salini, amministratore delegato di Salini Impregilo. L’investimento per costruire l’opera è stato di 3,5 miliardi di euro. La capitale danese, che vanta il più evoluto sistema di mobilità pubblica in Europa, con il progetto Cityringen ha realizzato il nuovo anello metropolitano nel centro città: un mega-progetto infrastrutturale che aiuterà Copenaghen a diventare la capitale più “verde” al mondo. Il progetto La linea Cityringen circonda il centro di Copenaghen con due tunnel di 15,5 chilometri di lunghezza ciascuno, per un totale di 31 chilometri di tunnel, ed è caratterizzata da 17 nuove stazioni in sotterraneo completamente attrezzate, situate mediamente a 30 metri di profondità dal piano stradale. La nuova linea metropolitana – promossa da Metroselskabet, l’ente pubblico responsabile della rete metropolitana della città – raggiungerà l’85% della popolazione con una stazione ogni 600 metri e un convoglio ogni 80-100 secondi. Si collegherà alla metropolitana già esistente, così come alle altre stazioni di autobus e treni della città, riducendo ulteriormente l’utilizzo delle automobili da parte dei cittadini. Rispettando il CPH Climate Plan 2025, Copenaghen intende infatti diventare da qui al 2025 una città carbon neutral. Il sistema metro, e in generale tutto il sistema del trasporto pubblico, si inserisce come progetto strategico di supporto nel raggiungimento dell’obiettivo 0-emissioni di CO2 entro il 2025. Grazie alla nuova rete di connessioni, i residenti potranno muoversi a piedi, in bicicletta o con il trasporto pubblico per il 75% dei loro spostamenti. La linea Cityringen, totalmente automatizzata, è dotata di treni senza conducente (driverless) e offrirà un sistema di trasporto attivo 24 ore su 24, garantendo la mobilità di 72 milioni di passeggeri all’anno. Innovazione Realizzare Cityringen, con il suo portato di tecnologia e innovazione, non è stata impresa facile. Come detto, Cmt (la società che ha costruito l’infrastruttura controllata al 100% da Salini Impregilo) è stata impegnata per circa 8 anni per portare a termine il progetto. Un risultato significativo, già in termini di tempi, se si considera il confronto europeo con altre linee metro, simili per tecnologia a Cityringen, anche se realizzate in luoghi e condizioni differenti. A Parigi, per realizzare la linea 14 lunga 9,2 chilometri sono stati necessari 15 anni di lavori (1993 – 2007); 12,8 anni sono serviti per terminale la linea 5 di Milano (2007 – 2015) e 15 anni per la Linea 9 di Barcellona (2002 – 2016). Oltre al tempo di realizzazione, una delle grandi sfide affrontate con Cityringen è stata la realizzazione dell’opera in aree altamente urbanizzate e in contesti in cui sono presenti edifici storici di grande valore. In concomitanza con i Magasin Du Nord (il più importante e storico grande magazzino di Copenaghen) lo scavo è passato a un metro e mezzo dalle fondamenta dell’edificio, senza mai richiedere un giorno di chiusura alle attività commerciali. O ancora, sotto la Marble Church (la chiesa più importante della città) è stata realizzata la stazione più profonda del progetto, proteggendo e garantendo l’assoluta tutela del monumento. «Cityringen – osserva Pietro Salini – è una metro smart, la cui costruzione ha rappresentato una sfida unica dal punto di vista ingegneristico e ci ha messo continuamente alla prova per superare complessità legate alla gestione di un’opera così ampia in una città come Copenaghen, con edifici storici da tutelare e impegno continuo per ridurre al massimo i disagi della popolazione nella fase di costruzione».
Quindici anni per cinque chilometri. La (lunga) storia della (breve) strada che dovrà collegare Rho a Monza ha una particolarità: gli anni di attesa sono tre volte il numero dei chilometri. Se ne è cominciato a parlare in modo più circostanziato nel 2005, ma ancora non è terminata. Per chi vive nell’area sembra un’opera importante – e durante l’Expo pareva addirittura indispensabile. Servirebbe infatti a creare un’alternativa al tratto urbano della A4, utilizzato per il traffico cittadino, e a completare il sistema di tangenziali intorno a Milano. Eppure non c’è stato ancora modo di completarla, tra lungaggini politiche, pressioni dei comitati cittadini e disavventure societarie. Ora c’è una nuova scadenza: la fine del 2021, per realizzare i 5 chilometri di competenza della società autostradale Serravalle (a cui si aggiungono 1,7 chilometri di innesti), su un totale di circa 8 chilometri, di cui i primi 3 già realizzati da Autostrade per l’Italia. Costo dell’infrastruttura: 170 milioni, di cui 100 già spesi per iniziare i cantieri e per costruire i correttivi che durante l’Expo hanno permesso di decongestionare solo in parte le strade vicine, in particolare la Milano-Meda. Il resto, di fatto un ampliamento stradale, è ancora da fare. Il 4 ottobre Ezio Casati, sindaco di Paderno Dugnano – una delle cittadine più coinvolte dall’opera – andrà al Ministero delle Infrastrutture per “spingere” la costruzione di misure compensative ambientali, che potrebbero far lievitare i costi. «Ma sarebbero comunque ripagati dal pedaggio della Serravalle – spiega Casati – L’opera ormai non può essere fermata, comprendo la necessità, ma non posso far pagare un prezzo troppo alto alla mia comunità. Chiedo barriere naturali e artificiali per proteggere la città da rumore e polveri sottili». Ricapitoliamo le tappe. Della Rho Monza se ne comincia a parlare nel 2005, con Filippo Penati alla guida della Provincia di Milano, l’istituzione che controllava Serravalle, concessionaria del tratto a due corsie della Rho Monza. Viene così commissionato uno studio di fattibilità (costato 100mila euro), da cui prende vita il primo progetto preliminare. Nel 2010 cambia giunta provinciale e colore politico, alla guida di Palazzo Isimbardi arriva Guido Podestà (Forza Italia), che fa un accordo col provveditorato alle Opere pubbliche affidandogli la responsabilità di stazione appaltante dell’opera per i due lotti di competenza della Serravalle, 5 chilometri in totale. Il resto viene realizzato da Aspi senza gara. Il metodo che sceglie il provveditorato è quello dell’”appalto concorso”, dove va a gara il progetto esecutivo, a seguito del quale viene prevista la conferenza dei servizi e la valutazione di impatto ambientale (Via). La gara viene aggiudicata al raggruppamento di imprese guidato da Fincosit, ma l’iter di Via è più lungo di quanto immaginato, anche a causa dei ricorsi al Tar contro i decreti di esproprio. Nel 2013 l’opera viene inserita nell’elenco di infrastrutture indispensabili per l’Expo, visto che avrebbe permesso di arrivare al sito espositivo di Rho evitando il flusso di traffico proveniente da Est. Tuttavia a causa dei ricorsi e delle lunghe procedure di valutazione ambientale l’aggiudicazione definitiva della gara arriva solo nel 2014 e i lavori partono a inizio 2015. Troppo tardi a quel punto, bisogna riflettere sulle varianti per facilitare l’Expo e abbandonare l’idea di completare l’opera in pochi mesi. L’evento universale rimane senza la “sua” Rho Monza; al suo posto solo qualche svincolo provvisorio. Così finisce che le aree vengono consegnate all’azienda solo nel 2016. Sembra tutto pronto per partire, ma nel 2018 altro colpo di scena: Fincosit ha una crisi finanziaria irreversibile, e si ritrova in concordato preventivo. I fornitori non vengono più pagati e i cantieri si fermano ancora. Serravalle ha recentemente pagato 16 milioni per saldare i debiti di Fincosit. I lavori possono ricominciare, ma intanto sono passati 15 anni e il nuovo orizzonte è la fine del 2021.
Con poco tempo e molti miliardi da trovare per far tornare i conti, Roberto Gualtieri deve aver studiato ogni riga delle previsioni e dei saldi lasciati dai governi di prima. C’è un dato di spesa pubblica che potrebbe aver fatto sobbalzare il ministro dell’Economia alla scrivania: nei tre anni fino al 2021, le uscite correnti dello Stato risultano più alte di 48,7 miliardi rispetto a quanto stimato per lo stesso periodo appena diciotto mesi fa. Naturalmente si tratta del risultato cumulato nel triennio, non di ogni singolo esercizio, ma è quanto risulta dal confronto dei Documenti di economia e finanza, o Def, pubblicati nell’aprile del 2018 (governo di Paolo Gentiloni) e in quello del 2019 (primo governo di Giuseppe Conte). In sostanza la spesa corrente quest’anno sarà più alta di una decina di miliardi rispetto a quanto sembrava possibile diciotto mesi fa; quindi in ciascuno dei prossimi due anni sarà superiore di circa venti. È il punto di partenza che rende così difficile far quadrare la Legge di bilancio delle prossime settimane. Se lasciata a se stessa, questa tendenza minaccia di consegnare nel 2021 un debito pubblico che metterebbe in dubbio la tenuta di prezzo dei titoli di Stato e il precario equilibrio dell’economia italiana. Da solo un deficit al 2% del prodotto lordo (Pil) per quest’anno — lo ha previsto ieri Antonio Misiani, viceministro all’Economia — non disinnesca la minaccia. Da dove vengano quei 48,7 miliardi di spesa corrente in più è noto: in buona parte, dalle pensioni anticipate di «quota 100» e dal reddito di cittadinanza. Ma è proprio questa realtà, che non è destinata a cambiare, a rendere più fragili le altre aree di tensione nella spesa dello Stato. Perché non ne mancano. Misiani ha riconosciuto il lavoro di chi è passato prima al ministero dell’Economia, con una «spending review» da 1,3 miliardi nel 2019. Eppure un’occhiata da vicino alle voci di uscita rivela dinamiche sorprendenti: in gioco c’è il modo in cui le amministrazioni pubbliche gestiscono gli appalti, smaltiscono i rifiuti o intrattengono rapporti con una miriade di società partecipate a livello locale. I numeri suggeriscono che non tutto è a posto, né tutto sembra sempre sottoposto uno stretto controllo di gestione. Soprattutto, un lavoro di monitoraggio e cesello sulla spesa nei prossimi anni diventa decisivo per garantire quella che serve: assistenza alle famiglie, sanità, istruzione, ricerca. Senza un impegno del governo su questo fronte, non è scontato che gli equilibri attuali possano reggere. La spesa per «consumi intermedi» dello Stato, quella per l’acquisto di beni e servizi, è salita di 7,2 miliardi di euro da fine 2016 a fine 2018: sono aumenti del 2,6% all’anno su un portafoglio che da vale circa 140 miliardi, quasi un quinto di tutte le uscite pubbliche prima di pagare gli interessi sul debito. Non tutto in queste spese è sbagliato e da eliminare, ovviamente. Negli anni scorsi c’era stata una compressione, quindi un rimbalzo era prevedibile. Soprattutto, nei «consumi intermedi» rientrano 33 miliardi della sanità per l’acquisto di costosissimi farmaci contro i tumori o l’epatite C: ma comprarli giustifica un aumento degli esborsi da mezzo miliardo, mentre la fattura degli acquisti di beni e servizi dal 2017 sale sette volte di più ogni anno. Lo Stato non pubblica una contabilità per funzioni, ma dietro l’esplodere di questi costi emergono alcuni principali sospetti: i contratti di servizio a mille, spesso inefficienti partecipate pubbliche locali; e i rifiuti urbani, a caro prezzo spediti all’estero o in altre regioni da centinaia di enti privi dei mezzi per smaltirli. Non è solo con l’inquinamento che l’assenza di inceneritori e altri impianti presenta il conto agli italiani. Ne deriva una sfida per il governo: la spesa pubblica complessiva (al netto degli interessi sul debito) sta salendo del 2% all’anno fino al 2022, secondo l’ultimo Def; ma ciò resta vero solo a patto che la dinamica degli acquisti di beni e servizi freni drasticamente rispetto agli ultimi due anni. Per garantire gli equilibri del bilancio, la fattura dei «consumi intermedi» dovrebbe più che dimezzare il proprio ritmo di crescita nominale dal 2,6% all’uno per cento annuo. In caso contrario la spesa pubblica (sempre al netto degli interessi) rischia di aumentare in proporzione all’economia italiana. Servirebbe dunque un’idea di dove mettere le mani. Servirebbe un’idea dei servizi pubblici che occorrono e di come fornirli con efficienza. È necessario un commissario alla «spending review», ma non basta: servirebbe un’idea politica di come lo Stato funziona per i cittadini, specie i più deboli, senza sprecare le proprie risorse.