«Abbiamo speso oltre 1 miliardo di euro, abbiamo dispiegato polizia ed esercito al confine meridionale con la Serbia. E abbiamo avuto successo: non ci sono immigrati illegali in Ungheria, li abbiamo fermati. E facendo così abbiamo tolto un fardello agli altri Paesi europei. Noi siamo stati i primi a bloccare l’invasione degli illegali lungo la rotta terrestre dei Balcani e l’Italia era riuscita, chiudendo i porti, a ripetere lo schema sul Mediterraneo. Poi però, è cambiato governo. E con esso l’approccio, e questo ci dispiace». Peter Szijjarto è il 40enne ministro degli Esteri ungherese dal 2014, fedelissimo di Orban che aiutò a dare una spinta al movimento Fidesz, poi diventato partito di governo e membro, riottoso talvolta, del Partito popolare. Lunedì Szijjarto ha incrociato le spade a colpi di dichiarazioni con Di Maio, accusando l’Italia di aver compiuto una scelta «deplorevole e pericolosa» riaprendo i porti. La Farnesina ha risposto per le rime: «Facile fare i sovranisti con i confini deglialtri»,ha replicatoDiMaio. Ministro Szijjarto, è finito l’idillio con l’Italia? «Noi abbiamo una grande stima per il popolo italiano e collaboriamo volentieri con tutte quelle forze politiche che sono disposte a contenere l’immigrazione illegale; per noi la priorità resta la protezione dei confini. Aprendo i porti l’Italia manda un segnale sbagliato, questa decisione è un invito ai migranti di mettersi in marcia per l’Europa. E si fa un favore a scafisti e trafficanti di esseri umani». Con Roma, che ha stretto un accordo con Francia e Germania per la redistribuzione dei migranti, dovrete comunque dialogare. Crede di riuscirci con Di Maio? «Possiamo lavorare insieme per la protezione dei confini e per portare aiuto nelle zone di crisi, in aree colpite da difficoltà. Ma siamo contrari all’importazionedelledifficoltà,della migrazione in Europa. L’Italia sta andando in una direzione opposta, rispetto alla nostraeaquellacheavevaimboccatoSalvini». Vi sentite un po’ orfani, vi manca una sponda? «I nostri alleati più importanti sonogli ungheresi.Losono ancheipaesidi Visegrad elo éancheMatteoSalvinichedaministro dell’Interno ha subito grandipressioni,hapresodecisioni importanti sull’immigrazionee così ha contributo a dare più sicurezza all’Europa. Ma soprattutto ha dimostrato unacosaimportante». Quale? «Che l’immigrazione illegale può essere fermata. È una bugia dire che contenere i flussi è impossibile e che bisogna ragionare sulla redistribuzione. Salvini ha dimostrato che se c’è la volontà di bloccare gli sbarchisi può fare». L’Italia vorrebbe rivedere l’accordo di Dublino. Ritiene ci sia in seno alla Ue la volontà maggioritaria di riformarlo? «Non è questo l’approccio giusto. Prima di tutto bisogna fissare le priorità. Per noi in cima atutto vieneladifesadei confini. Quindi la politica deve adoperarsi per portare aiuti dove c’èbisogno». Lo slogan «aiutiamoli a casa loro»? Lo hanno usato e ne hanno abusato un po’ tutti, a ogni latitudine, non trova? «L’Ungheria sostiene le comunità cristiane in Medio Oriente: per esempio, portiamo sostegno soldi e sosteniamo con progetti di sviluppo e sociali la costruzione di scuole, ospedali, chiese. Se si aprono i porti passailconcettochequipossono entrare tutti, è un invito all’immigrazione». Quindi le quote, la redistribuzione non sono un elemento di discussione? «Ilsistemadellequoteobbligatorie é tuttora sul tavolo e noi continuiamo a combattere contro di esso. Chi invita i migrantiinEuropavorrà redistribuirli. Tocca a noi, tocca agli ungheresi e alle singole Nazioni, decidere con chi vogliamo vivereacasanostra,nonameccanismiautomatici». Voi avete 640 richiedenti asilo, l’Italia solo nel 2018 ha vagliato 94 mila richieste. Lo squilibrio è evidente. Non crede che chi chiede misure europee sulla redistribuzione possa avere dei solidi argomenti da far valere? «La risposta giusta alla crisi migratoria non è quella di aprire i confiniedistribuireimigrantiillegalisullabasediquote.Alcontrario, i confini vanno difesi, è nell’interesse dell’Italia stessa. L’Ungheriasìcheèsolidaleconi paesieuropei,abbiamospesooltre1miliardodieuroperproteggereiconfini,inostripoliziottie militari difendono non solo l’Ungheria ma tutti i paesi occidentali. Ci siamo mossi secondo le regole dell’area Schenghen, rispettiamo le norme comuni e agiamo alla tutela della sicurezza europea, gli altri dovrebberofarealtrettanto». Di Maio invoca sanzioni per chi non accetta quote obbligatorie. Non teme che Bruxelles possa punire Budapest? «Punire un paese che difende l’Europa? Sarebbe un ricatto e un controsenso oltre ad essere contrarioallenorme Ue».
Ricominciamo da capo. È con questo spirito che Emmanuel Macron sbarca oggi a Roma, primo dirigente straniero in visita dopo il debutto del nuovo governo. Obiettivo: far dimenticare i difficili trascorsi con la precedente maggioranza gialloverde (compreso il richiamo dell’ambasciatore in Italia da parte della Francia lo scorso febbraio). Macron vuole parlare soprattutto di politica migratoria. E davvero con un nuovo spirito, perché anche a casa sua sta spingendo verso una stretta, con la volontà di ridurre i richiedenti asilo, il ricongiungimento familiare, l’assistenza sanitaria ai clandestini. Intanto, le trattative continuano fra i ministeri degli Interni dei due Paesi, oltre che di Malta e della Germania, in vista dell’incontro dei quattro ministri alla Valletta il 23 settembre, dove si punta a fissare un meccanismo automatico di redistribuzione dei migranti salvati nel Mediterraneo. Il tema sarà affrontato anche oggi da Macron e Giuseppe Conte, che si vedranno a cena a Palazzo Chigi (in precedenza il presidente francese vedrà Sergio Mattarella, che l’Eliseo definisce «la garanzia di una continuità nei nostri rapporti, al di là delle peripezie politiche»). Proprio ieri una nuova crisi si è aperta sui migranti tra Italia e Malta. Dopo che lunedì notte la nostra Guardia costiera aveva soccorso un barchino con 90 persone su esplicita richiesta dell’autorità Sar maltese, è ricominciato l’abituale scaricabarile sulle competenze, con le unità navali italiane dirette verso La Valletta, che però si rifiutava di concedere il trasbordo. Solo in serata i soccorsi sono stati trasferiti su un pattugliatore maltese, forse grazie all’intervento del presidente di Malta George William Velia, che era ricevuto da Mattarella. In serata quindi Malta ha dato via libera allo sbarco. Per evitare situazioni del genere, secondo l’Eliseo bisogna definire regole precise: «Il porto più vicino e più rapidamente raggiungibile deve accogliere i migranti salvati. Poi dovrà scattare un meccanismo stabile e automatico di ripartizione di quelle persone fra i Paesi europei, che non dovranno essere solo Francia, Germania e pochi altri». A Roma si segnala pure la presenza del primo ministro libico Fayez al Sarraj, che dopo quasi due giorni di attesa vedrà il premier italiano oggi a mezzogiorno. Come suggeriscono diversi media arabi, al Sarraj avrebbe sperato in un incontro estemporaneo anche con Macron (ma l’Eliseo esclude che ci siano il tempo e l’intenzione di un vertice a tre). Il leader libico sta cercando di rafforzare il suo ruolo, magari riguadagnando terreno diplomatico sul rivale Haftar, che è di casa a Parigi. Ritornando alla politica migratoria, ieri all’Eliseo insistevano sul fatto che, al di là del meccanismo di redistribuzione delle persone salvate in mare, Macron vuole discutere con l’interlocutore italiano «della riforma dello spazio Schengen e dell’accordo di Dublino». Quanto agli immigrati economici «dobbiamo accelerarne l’identificazione e il loro ritorno nei Paesi di origine». Lunedì scorso Macron ha incontrato i deputati del suo partito, la République en Marche: un incontro ufficioso, ma i messaggi lanciati dal presidente sono già trapelati nei media francesi. In salsa Nicolas Sarkozy, Macron ha chiesto una stretta sugli immigrati. Vuole eliminare «le distorsioni del diritto d’asilo», per cui in Francia, dopo gli afghani, sono i georgiani e gli albanesi i richiedenti più numerosi (provenienti da due Paesi che non hanno diritto allo status di rifugiati). E le richieste in generale aumentano (130 mila previste a fine anno) mentre calano nel resto dell’Europa. Inoltre, Macron pretende dai suoi parlamentari nuove norme che limitino il ricongiungimento familiare e anche il finanziamento (un miliardo di euro) consacrato ogni anno alle cure mediche dei clandestini. Una possibilità è escludere il trattamento di cancro ed epatite C. Le prossime presidenziali, nel 2022, alla fine sono dietro l’angolo. Marine Le Pen appare come l’inevitabile rivale, ancora una volta. E sui migranti bisogna essere all’altezza.
Da ieri Roma si è trasformata in un importante crocevia diplomatico per la stabilizzazione del Mediterraneo e la gestione del dossier migranti in vista del vertice della Valletta del 23 settembre. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha incontrato ieri il Presidente della Repubblica di Malta, George William Vella, Paese con il quale sono in corso contatti non sempre agevoli per un ultimo salvataggio di 90 migranti vicino alle coste maltesi. Ma l’appuntamento più atteso è quello di questa sera a Roma del presidente francese, Emmanuel Macron, con Mattarella e il premier, Giuseppe Conte, per riprendere il filo del dialogo tra Roma e Parigi che dovrebbe portare, entro la metà dell’anno prossimo, alla firma dell’accordo del Quirinale, intesa quadro su tutto lo stato delle relazioni culturali, politiche ed economiche tra i due Paesi. Sempre oggi a Roma Conte vedrà anche il premier del Governo di unità nazionale libico, Fayez Sarraj in vista di un cessate il fuoco duraturo e l’organizzazione di una conferenza internazionale tra tutti gli attori della crisi in vista di nuove elezioni. Anche in questo caso un capitolo riguarderà il tema migranti e il passaggio dei centri di raccolta migranti sotto il controllo delle agenzie Onu. E di migranti, oltre che di futuro dell’Unione europea e Brexit si parlerà domani tra Mattarella e Conte con il presidente tedesco, Frank-Walter Steinmeier in visita di Stato a Roma. Verso il Trattato del Quirinale Solo sette mesi fa il Governo francese richiamava a Parigi l’ambasciatore, Christian Masset dopo il sostegno di Luigi Di Maio ai “gilet gialli”. Fonti dell’Eliseo hanno tenuto ieri a ricordare che il presidente Mattarella «si è posto in questi ultimi mesi come garante della continuità e della qualità della relazione» franco-italiana, a cui Macron «tiene molto». Quanto a Di Maio, sostiene l’Eliseo «non stiamo qui a distribuire buoni o cattivi punteggi. Oggi è il ministro degli Esteri italiano e ci sono già stati contatti con l’omologo Le Drian. Non commentiamo episodi del passato. La cooperazione prosegue». Il clima generale è positivo e lascia sperare che nel colloquio di Macron al Quirinale e nella successiva cena di lavoro a Palazzo Chigi con Giuseppe Conte verrà fissata la data del nuovo vertice bilaterale italo-francese (forse entro l’anno) e la riattivazione del Trattato del Quirinale da firmare entro la prima metà dell’anno prossimo. Le partite economiche Conte si congratulerà con Macron per come ha saputo gestire il vertice G7 di Biarritz in anni difficili. Si lavorerà insieme tra capi di Stato e Governo della Ue per riformare il Wto come concordato a Biarritz. Italia e Francia condividono poi la stessa posizione su un adeguamento del Patto di stabilità e crescita che premi gli investimenti produttivi soprattutto nella green economy eventualmente da scorporare dal conto del deficit. Sulla collaborazione industriale bilaterale sarà evocata la questione Fincantieri Stx (Conte è stato aggiornato dall’ad Giuseppe Bono) in vista della decisione dell’Antitrust europeo attivato dalle autorità regolatorie francese e tedesca. Non è escluso che Macron possa chiedere un aggiornamento sulla vicenda Tav che vede sempre molto critici i Cinque stelle, azionisti di maggioranza del nuovo Governo giallo-rosso. Il nodo migranti Rispetto all’”era Salvini” si ricomincia a discutere sul tema anche se con alcuni non secondari distinguo. La Francia, ad esempio, è sì d’accordo nell’aderire a un meccanismo automatico di redistribuzione dei migranti salvati ma solo per i richiedenti asilo o per coloro che provengono da Paesi per i quali vige un accordo di riammissione con la Francia, non per quelli economici. E per quanto riguarda gli sbarchi Parigi insiste sul principio del porto più vicino ed è contraria a una rotazione. Diversa è la posizione della Germania che è pronta ad accogliere anche i migranti economici e vede favorevolmente l’azione delle Ong nel Mediterraneo. C’è, invece, una sostanziale intesa sulla creazione di meccanismi europei di incentivo per le politiche di accoglienza volte a incoraggiare altri Paesi come quelli di Visegrad ad accettare la relocation. Con Sarraj Conte parlerà oggi di cessate il fuoco e soluzione politica ma anche di come gestire il trasferimento dei campi profughi sotto il controllo dell’Unhcr e Oim e chidere i campi di Khoms Tajura e Misurata troppo vicini alle zone di guerra. Domani, intanto, arriverà a Roma un aereo con bambini da curare in ospedali italiani provenienti dalla Cirenaica.
Alla frontiera alta sembra che sia scoppiata la guerra. Intorno alle due casupole del valico di confine con la Francia lungo la statale Aurelia sono schierati otto blindati e una cinquantina di gendarmi, muniti di sguardo duroemitragliatrici spianate. Era stata un’estate tranquilla, persino in questo lembo estremo d’Italia che quattro anni fa divenne uno dei simboli europei del dramma dell’immigrazione, con centinaia di profughi senza nome e senza niente accampati sugli scogli dei Balzi rossi, che tentavano di passare dall’altra parte, verso Mentone, a nuoto oppure tentando la via stretta e pericolosa delle montagne che sovrastano il mare. Ancora negli ultimi giorni d’agosto, il vecchio posto di blocco che separa i due Stati era popolato solo da qualche agente che faceva passare le famiglie di rientro dalle vacanze. Invece, alle 18 di quello che dovrebbe essere un normale martedì di settembre, prima e oltre le sbarre appare uno schieramento imponente, con i blindati messi di traverso a sbarrare qualunque deviazione sul piazzale, auto «civili» perquisite con modi bruschi, controlli molto più stretti del solito, che comunicano una certa ansia, comunque una sensazione di urgenza. L’apparenza non inganna, per una volta. La spiegazione è nei numeri raccolti dai volontari delle associazioni KeshanyaeDiaconia, che lavorano a stretto contatto con la Caritas e, in una accezione diversa, con la Gendarmerie. Nel senso che controllano 24 ore al giorno il valico che tutti qui chiamano la «frontiera alta», per differenziarla da quella «bassa» sulla provinciale della Valle Roya che dalla Francia conduce a Cuneo. I respingimenti dei migranti verso l’Italia da parte delle forze dell’ordine francesi non sono mai cessati del tutto, nonostante le proteste delle organizzazioni umanitarie e talvolta anche del nostro governo. L’estateèsempre la stagione più intensa. A luglio ed agosto erano state contate poco più di 150 persone al mese, ben sopra la media annuale. Ma nella prima settimana di settembre, il numero sièimpennato fino a diventare abnorme, 420 migranti prima trattenuti e poi rilasciati in strada. Rispediti oltre confine, da noi, con le consuete cattive maniere sempre denunciate dalle associazioni non governative. Nella seconda settimana, 8-15 settembre, la tendenza si è ancora più accentuata, 60-70 persone ogni giorno. «Non è questione di predicare bene e razzolare male, perché è dal giugno 2015, da quando ci fu la prima emergenza, che i francesi razzolano male. Quindi la novità è solo nel dato statistico». La premessa di Maurizio Marmo, che da nove anni dirige la Caritas di Ventimiglia introduce la domanda che i suoi volontari si sono posti per primi. Perché questo aumento così improvviso di respingimenti? Serena Regazzoni, responsabile dell’area immigrazione, ha trovato una risposta sorprendente raccogliendo le testimonianze dei migranti appena espulsi dalla Francia. Sono persone provenienti dal Corno d’Africa e dal Marocco, dalla Tunisia. Ma per arrivare da noi «hanno fatto il giro dall’altra parte», come ci confermano anche due dei tanti ragazzi marocchini nascosti tra le rocce in attesa di riprovare il passaggio della frontiera una volta calato il buio. Sono passati per la rotta balcanica, conferma Serena che non ha una spiegazione per questo maggiore afflusso attraverso la via più inusuale per chi proviene dai Paesi affacciati sul Mediterraneo. L’unica apparente certezza è che il termine italiano di questo viaggio non è più il valico piemontese di Bardonecchia,molto più sorvegliato e difficile da passare dopo la mezza crisi diplomatica dello scorso autunno con la Francia causata dagli sconfinamenti dei gendarmi. I migranti che si presentano al mattino per ricevere un pasto sanno che rimane questa la frontiera più porosa. Arrivano fino all’ingresso del campo della Croce Rossa sul fiume Roya, parlano con gli addetti, sempre restando fuori. L’entrata comporterebbe la rilevazione delle loro impronte digitali, che certificherebbe l’Italia come Paese di primo ingresso. Loro cercano la Francia, invece. Alla Caritas di Ventimiglia restano solo le persone più vulnerabili, con problemi psichici o fisici. Gli altri rimangono nascosti sulle montagne e lungo il fiume che attraversa la città, evitando i luoghi affollati, perché dai racconti di chi li ha preceduti hanno imparato che da questa parte della frontiera l’importanteènon farsi vedere, non dare nell’occhio. E così può continuare questo continuo rimpallo da un Paese all’altro di esseri umani che nessuno vuole.
Sette mesi dopo il richiamo a Parigi dell’ambasciatore Christian Masset, a seguito dell’incontro di Luigi Di Maio con i gilet gialli, l’Italia tende la mano e Emmanuel Macron non se la lascia scappare arrivando in serata a Roma. Prima l’incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica SergioMattarella, poi la cena con Giuseppe Conte. Ma se il Capo dello Stato ha sempre tenuto aperti i canali diplomatici con i cugini d’oltralpe, altrettanto non si è fatto nei quattordici mesi di esecutivo gialloverde. Conte è salito ieri al Quirinale per discutere con Mattarella dei tanti dossier internazionali che l’aspettano questa settimana. L’annuncio della ripresa dei vertici intergovernativi, fermi al 2017, verrà dato oggi al termine di un incontro a palazzo Chigi che servirà ai due per tastarsi il polso sui molti temi che Italia e Francia dicono di avere in comune. L’uscita della Lega dal governo favorisce la ripresa dei rapporti, ma soprattutto aiuta il significativo cambio di linea compiuto dai grillini in politica estera. IL FUOCO Visto anche il format della visita, Macron non incontrerà il neo ministro degli Esteri e sui settemesi di scontri diplomatici farà calare un significativo silenzio. Rapidamente sembra ricomporsi il puzzle delle alleanze. Domani Mattarella incontrerà il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, mentre la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese sarà a Berlino. A Mattarella l’Eliseo ha riconosciuto ieri di «aver garantito le relazioni con Roma» e Macron avrà modo di ribadirlo nel colloquio che avrà al Quirinale. L’incontro conviviale servirà invece a mettere a fuoco alcuni nodi che per il neonato governo italiano rappresentano una possibile svolta rispetto all’esecutivo precedente. Migranti e legge di Bilancio priorità per Conte, ma anche per Macron che lunedì sera a Parigi ha lanciato una vera e propria sfida a Marine Le Pen proprio sul fronte della lotta all’immigrazione clandestina. Obiettivo di Conte è quello di arrivare ad un meccanismo automatico di redistribuzione dei migranti, nel tentativo di evitare che ogni nave si trasformi in un caso. Sulla ricerca di un unico criterio di accoglienza e di ripartizione, anche Parigi sembra d’accordo. Così come Macron condivide la necessità di accelerare accordi europei di rimpatrio, di rivedere il trattato di Dublino e ricercare un meccanismo di penalizzazione per i paesi europei che rifiutano le quote. Sulla rotazione dei porti di primo approdo, tra Italia, Malta, Francia e Spagna, le posizioni restano però distanti. Così come un’intesa ancora non c’è sui movimenti secondari che Parigi stima in 140 mila immigrati che dovrebbero rientrare nel paese di primo sbarco (l’Italia) in attesa dell’asilo o del rimpatrio. E’ possibile che dopo la cena e l’incontro con le delegazioni Conte e Macron abbiano un faccia a faccia durante il quale si tornerebbe ad affrontare il tema della flessibilità che la Commissione Ue dovrebbe dare ai bilanci nazionali, e il nodo della pacificazione della Libia. Sul primo punto le posizioni tra Roma e Parigi sono molto vicine. Macron ha bisogno di comporre un fronte mediterraneo in grado di tenere testa al fronte rigorista dei paesi del nord Europa e sostenere l’arrivo alla Bce della francese Lagarde. L’Italia ha invece bisogno di nuovi spazi di bilancio per risollevare una crescita ormai al lumicino attraverso investimenti pubblici nell’ambito della “svolta verde” promessa dalla presidente della Commissione Ue von der Leyen. Poche ore prima della cena con il presidente francese, Giuseppe Conte incontrerà il primo ministro libico Fayez Serraj al quale rinnoverà l’invito a fare ogni sforzo per la ripresa del dialogo con le altre tribù e fazioni libiche. L’incontro tra i due avviene mentre prende quota l’idea di una terza conferenza di pace sulla Libia. Dopo Parigi e Palermo, la sede potrebbe essere Berlino e di questo si discuterà a margine dell’assemblea delle Nazioni Unite di fine mese a New York. La coincidente presenza a Roma di Serraj e Macron non sarà però l’occasione per un incontro a tre, anche se la Francia gioca nel nord Africa una partita importante e ha contribuito non poco a destabilizzare la Libia. Ma se i temi economici verranno rinviati al prossimo vertice intergovernativo che potrebbe tenersi anche prima della fine dell’anno, la questione libica si intreccia a quella dei migranti e ai rapporti con l’Egitto ancora in stand by dopo il caso Regeni, malgrado i fortissimi interessi economici che Roma ha con il Cairo. Anche su questo punto il contributo francese potrebbe risultare decisivo.
Sette mesi dopo il richiamo a Parigi dell’ambasciatore Christian Masset, a seguito dell’incontro di Luigi Di Maio con i gilet gialli, l’Italia tende la mano e Emmanuel Macron non se la lascia scappare arrivando in serata a Roma. Prima l’incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica SergioMattarella, poi la cena con Giuseppe Conte. Ma se il Capo dello Stato ha sempre tenuto aperti i canali diplomatici con i cugini d’oltralpe, altrettanto non si è fatto nei quattordici mesi di esecutivo gialloverde. Conte è salito ieri al Quirinale per discutere con Mattarella dei tanti dossier internazionali che l’aspettano questa settimana. L’annuncio della ripresa dei vertici intergovernativi, fermi al 2017, verrà dato oggi al termine di un incontro a palazzo Chigi che servirà ai due per tastarsi il polso sui molti temi che Italia e Francia dicono di avere in comune. L’uscita della Lega dal governo favorisce la ripresa dei rapporti, ma soprattutto aiuta il significativo cambio di linea compiuto dai grillini in politica estera. IL FUOCO Visto anche il format della visita, Macron non incontrerà il neo ministro degli Esteri e sui settemesi di scontri diplomatici farà calare un significativo silenzio. Rapidamente sembra ricomporsi il puzzle delle alleanze. Domani Mattarella incontrerà il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, mentre la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese sarà a Berlino. A Mattarella l’Eliseo ha riconosciuto ieri di «aver garantito le relazioni con Roma» e Macron avrà modo di ribadirlo nel colloquio che avrà al Quirinale. L’incontro conviviale servirà invece a mettere a fuoco alcuni nodi che per il neonato governo italiano rappresentano una possibile svolta rispetto all’esecutivo precedente. Migranti e legge di Bilancio priorità per Conte, ma anche per Macron che lunedì sera a Parigi ha lanciato una vera e propria sfida a Marine Le Pen proprio sul fronte della lotta all’immigrazione clandestina. Obiettivo di Conte è quello di arrivare ad un meccanismo automatico di redistribuzione dei migranti, nel tentativo di evitare che ogni nave si trasformi in un caso. Sulla ricerca di un unico criterio di accoglienza e di ripartizione, anche Parigi sembra d’accordo. Così come Macron condivide la necessità di accelerare accordi europei di rimpatrio, di rivedere il trattato di Dublino e ricercare un meccanismo di penalizzazione per i paesi europei che rifiutano le quote. Sulla rotazione dei porti di primo approdo, tra Italia, Malta, Francia e Spagna, le posizioni restano però distanti. Così come un’intesa ancora non c’è sui movimenti secondari che Parigi stima in 140 mila immigrati che dovrebbero rientrare nel paese di primo sbarco (l’Italia) in attesa dell’asilo o del rimpatrio. E’ possibile che dopo la cena e l’incontro con le delegazioni Conte e Macron abbiano un faccia a faccia durante il quale si tornerebbe ad affrontare il tema della flessibilità che la Commissione Ue dovrebbe dare ai bilanci nazionali, e il nodo della pacificazione della Libia. Sul primo punto le posizioni tra Roma e Parigi sono molto vicine. Macron ha bisogno di comporre un fronte mediterraneo in grado di tenere testa al fronte rigorista dei paesi del nord Europa e sostenere l’arrivo alla Bce della francese Lagarde. L’Italia ha invece bisogno di nuovi spazi di bilancio per risollevare una crescita ormai al lumicino attraverso investimenti pubblici nell’ambito della “svolta verde” promessa dalla presidente della Commissione Ue von der Leyen. Poche ore prima della cena con il presidente francese, Giuseppe Conte incontrerà il primo ministro libico Fayez Serraj al quale rinnoverà l’invito a fare ogni sforzo per la ripresa del dialogo con le altre tribù e fazioni libiche. L’incontro tra i due avviene mentre prende quota l’idea di una terza conferenza di pace sulla Libia. Dopo Parigi e Palermo, la sede potrebbe essere Berlino e di questo si discuterà a margine dell’assemblea delle Nazioni Unite di fine mese a New York. La coincidente presenza a Roma di Serraj e Macron non sarà però l’occasione per un incontro a tre, anche se la Francia gioca nel nord Africa una partita importante e ha contribuito non poco a destabilizzare la Libia. Ma se i temi economici verranno rinviati al prossimo vertice intergovernativo che potrebbe tenersi anche prima della fine dell’anno, la questione libica si intreccia a quella dei migranti e ai rapporti con l’Egitto ancora in stand by dopo il caso Regeni, malgrado i fortissimi interessi economici che Roma ha con il Cairo. Anche su questo punto il contributo francese potrebbe risultare decisivo.
Il nome del procuratore generale dell’Umbria fa adesso capolino nell’i n t esa faticosa che Pd e Cinquestelle stanno chiudendo per reggere l’urto del centrodestra a trazione leghista. Fausto Cardella, già capo della Procura di Terni, con un cursus honorum di tutto rispetto, è l’ultima carta, immaginata dai Cinquestelle, a cascare sul tavolo di un’alleanza che deve trovare un volto per dirsi viva. Luigi Di Maio ha infatti bocciato il candidato sul quale il Pd aveva puntato all’i n izio di una corsa apparsa solitaria e piuttosto disperata: Andrea Fora, uomo delle cooperative bianche, detentore di un consistente pacchetto di voti, amato dalla curia ma inseguito da un rinvio a giudizio che lo rende indigeribile ai grillini. DA QUI L’INIZIO FRENETICO di una corsa al nome nuovo – un esperimento, precisa Di Maio, “innovativo” che non è detto sarà replicato in altre regioni – in grado di respingere l’attac – co del centrodestra, ora in netto vantaggio e già in partita con il fenomenale traino leghista. Non c’è settimana che Matteo Salvini non faccia capolino in Umbria chiedendo a Donatella Tesei, la candidata a presidente, senatrice e sindaco di Montefalco, di completare il ko: dopo i fortilizi espugnati o solo riconfermati di Terni e Perugia, i due capoluoghi, la preda più ambita: la Regione. Il centrodestra è avanti nei sondaggi ed è certo che, con Pd e M5S divisi, la partita sarebbe stata vinta a tavolino, ancor prima di iniziare. Perciò l’evoluzione della crisi di governo nazionale ha provocato anche qui un rilevante effetto collaterale: i due partiti carissimi nemici provano ora a incontrarsi su un nome. Di Maio ha chiesto al re del cachemire Brunello Cucinelli, ma la risposta è stata negativa. “Grazie, no. Aiuterò la coalizione ma non mi c a nd i d o”. La rinuncia dell’i mprenditore ha fatto riprendere la corsa al totonomi. Le attenzioni si sono quindi posate su Stefania Proietti, sindaco di Assisi. Un profilo che è apparso adeguato: donna, ingegnere, senza tessera e sindaco della città di San Francesco. Perfetta per ridurre le distanze, neutralizzare le rispettive crisi di identità, agevolare l’unione. Dopo poche ore al nome di Proietti si è aggiunto quello di Cardella. Assai più pesante, politicamente più impegnativo, Cardella è un magistrato assai conosciuto, esperto di mafia. Ha portato a segno alcune significative indagini. A Marsala ha indagato sul suocero di uno dei Salvo, storici esattori siciliani. Con Ilda Boccassini ha lavorato all’inchiesta sugli intrecci mafiosi delle stragi che hanno condotto alla morte di Falcone e Borsellino. In Umbria ha gestito il processo Pecorelli (con Giulio Andreotti imputato), a L’Aquila gli scandali seguiti alla ricostruzione. CARDELLA andrà in pensione a marzo prossimo. Il fatto che sia ancora al lavoro, per di più a Perugia, rende più controversa la scelta e plausibile che lo stesso procuratore, dopo Cucinelli, possa rinunciare. Per adesso nessun commento, anche se la stampa locale annuncia una lettera con cui il procuratore dovrebbe smentire la sua corsa alle elezioni. Vedremo. Bisognerà scegliere comunque, e pure in fretta. Sapendo che l’orizzon – te è pieno di nuvole nere.
Dalla finestra che affaccia su Palazzo Chigi, Vincenzo Spadafora in questi primi giorni da ministro dello Sport e delle attività giovanili ha visto in lontananza, direzione Foro Italico, le scintille di Sport e Salute, la spa ministeriale, e Coni che duellano; vede le scintille dei contrasti tra Malagò a duello con alcuni presidenti federali. La legge delega di riforma dello sport è “attenzionata” dal Cio come contraria alla Carta Olimpica. E le scuole elementari rischiano di restare senza educazione fisica. Ministro, partenza in salita. «C’è chi punta la propria azione politica sulla divisione, io ho sempre provato a metterle insieme le persone. Partendo dal rispetto dei ruoli: ci sono parti in conflitto, a tutti sto dicendo che io sono il ministro dello Sport, intendo esercitare una delega che ho scelto, non residuale, appieno. Si rispettino i ruoli di tutti. Senza personalismi, che stanno alimentando troppo la polemica: le istituzioni che sopravviveranno a noi. Eppoi a me non piace chi chiede pieni poteri…» Ma lei l’avrebbe riformato lo sport italiano? In fondo il modello funzionava. «Si scaldano tutti su questo tema, ma la legge delega non è una scatola chiusa, nulla è già deciso. In questi mesi, con i decreti attuativi possiamo dare ad una riforma dello sport necessaria la forma migliore. Ascolterò anche le osservazioni del Cio. Per questo sto incontrando tutti: gli uffici ministeriali, Sport e Salute, che non è un interlocutore, è un’estensione del mio ministero. Poi c’è il Coni che in questi anni ha supplito ad un vuoto politico costruendo un modello vincente. Oggi un ministro dello Sport c’è e vuole assolvere al suo ruolo». Cioè? «Ho debuttato da ministro a Monza, la Ferrari vinceva il gp, ma io soprattutto mi sono reso conto di quanto lo sport per valori sociali ed economici sia una filiera da eccellenza nazionale come moda e cibo. Per aiutarla la politica serve. Serve un progetto almeno decennale, con una struttura interna al ministero di specialisti pronti a cogliere opportunità come Atp Finals o candidature olimpiche o per grandi manifestazioni: un piano strategico di questo tipo lo può fare solo il governo. Con le capacità di livello mondiale che Coni e federazioni hanno sviluppato. Dentro il piano ci mettiamo una struttura di finanziamento pluriennale». La riporto al qui e ora: i bandi sono in ritardo, a rischio l’educazione motoria per i bimbi delle elementari. «Il primo file che ho aperto. Domani incontro il ministro Fioramonti sul tema. Il Coni ha supplito, ora noi dobbiamo trovare i soldi». Scusi, sa, ci tocca tornare alla legge Giorgetti. «Purtroppo si è prima pensato alla governance e poi al piano. Io voglio prima avere un orizzonte, poi troveremo tutti insieme il modo per traguardarlo». Vedrà il Cio? «Spero proprio di sì, prima però incontro martedì Malagò: così mi spiegherà a voce anche la questione delle lettere. Gli dirò che in quella legge delega non c’è nessun preconcetto, se ognuno rispetta i ruoli degli altri. A tutti ripeto che io non tifo per nessuno: ho la fortuna di essere un neofita, non ho relazioni pregresse, anche con Malagò. Niente giacca tirata». Viene dalle pari opportunità: lo sport femminile chiede proprio questo. «Uno dei primi messaggi appena nominato ministro è arrivato dalla capitana delle azzurre del calcio, Sara Gama. Mi chiedeva di non dimenticare la loro richiesta: professionismo, parità. Nei primi giorni di ottobre si apre un tavolo al ministero per dare tutele, diritti e il professionismo laddove serva alle donne sportive». Milano-Cortina, le Atp Finals di Torino. «La legge olimpica diventi il contenitore per cogliere altre opportunità come queste. Dobbiamo essere pronti a cogliere occasioni come questa». Con Roma 2024, però, l’occasione si è persa. «Il momento storico era diverso, all’epoca era la scelta migliore. Ma la vera sfida per un’amministrazione è quella di competere con il mondo e arginare il malaffare, fare è la vera sfida». La vicenda dei ricatti ultrà alla Juventus. «Sono sgomento, arrabbiato: io, da cittadino e ministro dello sport e dei giovani, farò tutto quello che posso per combattere dirigenti o politici che si mostrino contigui, accondiscendenti verso questi che distruggono una nostra eccellenza». Da tifoso, diceva. «Del Napoli, su spinta dei nipoti. M’è arrivata anche la telefonata del presidente De Laurentiis. In famiglia sono tutti molto sportivi, ma quello vero è mio fratello: hanno fatto ministro lo Spadafora sbagliato, mi ha detto scherzando». Il suo pantheon sportivo? «L’altro giorno con i nuotatori al Quirinale ho visto qualche atleta preoccupato per il ruolo della politica: io li rassicuro, non metterò mai il cappello sui loro successi, farò di tutto per dare sostegno ai loro sforzi con un sistema sport migliore. I miei eroi sportivo però sono Coppi e Bartali, mio padre andava ad applaudirli sulle cime del Giro. Il suo racconto, i suoi vhs, le foto d’epoca… Eppoi Mennea: mi aspetta una corsa come i suoi 200, veloci e resistenti in curva. Tutti, in questi giorni mi chiedono di intervenire di corsa su questo e quello, ma il mio motto non cambierà: senza fretta, ma senza sosta. La mia prima intervista da ministro la chiudiamo così?»
A ggrappati ai Verdi. Con la speranza di farsi aprire la porta per abbandonare il gruppo dei Non Iscritti. Dove i soldi sono pochissimi, lo staff ridotto all’osso e le possibilità di mettere le mani sui dossier praticamente nulle. Ieri gli eurodeputati del Movimento Cinque Stelle hanno atteso per tutta sera l’esito della discussione nel gruppo degli ecologisti, chiamati a decidere se avviare o meno un dialogo con gli italiani per ospitarli sotto il loro tetto. Ma dovranno aspettare ancora. Altre 24 ore di suspense, visto che l’incontro si è chiuso con un nulla di fatto. La discussione è stata riaggiornata a oggi perché nel gruppo rimangono le resistenze di alcune delegazioni: quella tedesca in primis, che è anche la più numerosa (25 seggi). «I Verdi ci permetterebbero di rilanciare le nostre battaglie storiche e di rispolverare la nostra identità ecologista», spiega una fonte M5S. La fine del governo gialloverde certamente ha abbattuto ostacoli che nei mesi scorsi venivano considerati insormontabili. Ma alla controparte non basta. Gli ecologisti – marcatamente europeisti, ma altrettanto critici e identitari – non si fidano di un partito che considerano capace di cambiare radicalmente posizione dalla sera alla mattina. Un partito passato dall’alleanza con Nigel Farage e Matteo Salvini al sostegno per Ursula von der Leyen (che i Verdi invece non hanno votato). Ieri i grillini hanno rispolverato l’anima eurocritica e non hanno votato a favore di Christine Lagarde, prossima presidente Bce. Lo hanno fatto, spiega l’eurodeputato Ignazio Corrao, «per rispetto dei popoli affamati dalle politiche del Fondo Monetario da lei diretto». Niente voto contrario, però. Come previsto si sono astenuti. Il problema è che in questo caso la maggioranza dei Verdi ha votato a favore. Ma al di là degli atteggiamenti ondivaghi, ci sono divergenze sui singoli temi. Anche su quelli che sono di primaria importanza nel dibattito europeo. Vedi alla voce immigrazione. Persino il belga Philippe Lamberts, favorevole alle trattativa, ammette: «Non posso non notare che Lui gi Di Maio ha insistito molto per mantenere con il nuovo governo tutte le leggi scandalose sull’immigrazione e la soppressione della solidarietà». Il contrasto alle Ong impegnate nei salvataggi nel Mediterraneo, che Di Maio aveva definito «taxi del mare», è un pugno in un occhio per i Verdi. C’è poi la forte contrarietà dei Verdi italiani, che però al Parlamento Ue non sono rappresentati. Le delegazioni favorevoli (per esempio i francesi) hanno molto puntato sulla questione-Brexit. Attualmente i Verdi sono il quarto gruppo all’Europarlamento con 74 deputati, uno in più dei sovranisti di «Identità e Democrazia» (di cui fa parte la Lega). Ma con l’addio di Londra all’Ue gli undici britannici saranno costretti a uscire e di conseguenza la formazione scenderebbe al quinto posto. Anche per questo il supporto grillino fa gola: il M5S porterebbe in dote 14 seggi (e dunque la garanzia di rimanere il quarto gruppo) e una vice-presidenza del Parlamento (Fabio Massimo Castaldo), che si aggiungerebbe alle due già conquistate dai Verdi. Dunque, assicurerebbe un maggiore peso in Aula. Ma a quale prezzo? Oggi il responso dell’analisi costi-benefici.
Pd e M5s tentano l’affondo su Marcello Foa, già nei mesi scorsi dai 5 stelle erano arrivati segnali di insofferenza verso il presidente Rai ma adesso i neo-alleati di governo provano sul serio ad ottenere la testa dell’uomo voluto da Matteo Salvini ai vertici di viale Mazzini. Dopo l’intervista di ieri sulla Stampa a Primo Di Nicola, M5s, è il renzianissimo Michele Anzaldi a dettare l’ultimatum: «Foa non ha più la maggioranza in commissione di Vigilanza. Si dimetta subito». In teoria, potrebbe essere il ministero dell’Economia a revocare Foa, ma in realtà per ora Pd e M5s provano ad offrire a Foa la possibilità di una resa con l’onore delle armi. Spiega un parlamentare di maggioranza: «Foa può anche restare nel Cda, per quanto ci riguarda. L’importante è che si dimetta da presidente». A quel punto il successore andrebbe scelto tra gli attuali consiglieri, ovviamente «escludendo Igor De Biasio e Giampaolo Rossi», eletti rispettivamente da Lega e Fdi. Se poi Foa dovesse fare resistenza, allora «sarebbe una sfida e il Cda potrebbe sfiduciarlo». Fonti di maggioranza spiegano che si stanno studiando le carte proprio per preparare il terreno ad una eventuale sfiducia del Cda, che poi verrebbe confermata in Vigilanza. Le cose però non sono così semplici, come avverte Rita Borioni, consigliere in quota Pd: «Attenzione, la cosa è molto più complicata di quanto qualcuno possa pensare, leggi e regolamenti alla mano». Soprattutto, una volta sfiduciato Foa c’è da eleggere un nuovo presidente capace di ottenere i voti dei due terzi della commissione di Vigilanza, come prevede la legge. E M5s e Pd da soli non arrivano a quella soglia. In altre parole, non basta sfiduciare Foa, serve un accordo politico almeno con una forza di opposizione per eleggere un nuovo presidente. Francesco Verducci, Pd, non ha dubbi: «La presidenza Foa è figlia di uno strappo che abbiamo sempre considerato illegittimo e ha dimostrato di non essere di garanzia. La prima cosa è lasciarsi alle spalle questa pagina nera per la Rai». Ma, appunto, al momento non è chiaro «come fare», come ammette un altro esponente di maggioranza e secondo Lega e Fi non è da escludere che alla fine si arrivi a mettere in discussione anche l’a.d. Salini. Qualche avvisaglia c’è. Ieri la Vigilanza ha discusso del codice etico che si vuole introdurre per evitare che i giornalisti Rai eccedano sui social, dopo il caso del caporedattore di Radio Rai che ha attaccato Salvini. Pd e M5s si sono divisi, con i democratici che hanno votato insieme a Lega, Fi e Fdi, di fatto scegliendo un’altra strada rispetto a quella suggerita da Salini. Ma i 5 stelle si sono astenuti e, secondo alcuni, questo atteggiamento è un segnale di freddezza rispetto all’a.d. Rai. Sempre secondo fonti di opposizione, poi, il Pd avrebbe nel mirino anche il direttore di Rai Uno Teresa De Santis. D’altro canto, Fi per ora non sembra aprire al dialogo. Dice Giorgio Mulè: «Se il buongiorno si vede dal mattino, Pd e M5s non avranno nessun tipo di visione comune sulla Rai e questo si rifletterà anche sulla governance». E Massimiliano Capitanio, Lega, aggiunge: «Foa ha esercitato il suo ruolo di presidente super-partes in maniera inequivocabile. Poi, se i 5 stelle vogliono rimettere in discussione tutto il cda – compreso l’ad – parliamone. Ma non crediamo che questo sia l’obiettivo». Per Paolo Tiramani, sempre della Lega, «si sente già aria di restaurazione».