Carfagna smentisce categoricamente di voler andare con Renzi o di voler costituire una corrente o un’associazione. Nessuna prova muscolare, «solo una cena tra amici, nulla che possa impensierire il coordinamento nazionale di Forza Italia». Ma la sua riunione conviviale con un gruppo di parlamentari tenutasi in un ristorante romano – presenti circa in 40 tra deputati e senatori – è diventata un caso. Un altro segnale di quel malessere che ormai da tempo attraverso il partito azzurro. La vicepresidente della Camera ha informato nei giorni scorsi il Cavaliere dell’appuntamento, gli ha garantito che dietro quegli inviti non c’è alcuna rivendicazione interna, né la volontà di congiurare. L’ex premier le crede, naturalmente, ma i vertici azzurri non hanno apprezzato. Hanno perfino tentato di organizzare una «cena» parallela, cercando di convincere Berlusconi a riunire un tavolo sulla legge elettorale, in risposta alle istanze di Salvini che gli ha dato del prendere-o-lasciare: «O tieni unito il gruppo e appoggi i quesiti referendari oppure scordati della piazza e di un’alleanza», il messaggio del Capitano. Il Cavaliere è convinto che quando interverrà lui – a Viterbo, sabato prossimo – il partito si placherà e tutti lo seguiranno. Ma per ora non è così. Perché l’allarme lanciato dalla Carfagna («la scalata renziana è un problema anche per Forza Italia perché arriva un nuovo competitor nell’area moderata») è reale. Circa venti deputati e quasi altrettanti senatori guardano con interesse alla nascita di un progetto di centro, lontano anni luce dal salvinismo. La vicepresidente della Camera raccoglie il malessere, vorrebbe che il partito marciasse con la schiena dritta, che ci fossero novità e non immobilismo. I suoi sono ancora più netti: «E’ arrivato il momento che venga nominata coordinatrice unica», afferma un senatore. LE CONVERGENZE Ma pure il fronte che si è adunato attorno a lei è diviso: una parte non vuole neanche sentir parlare di possibili convergenze future con Renzi, altri invece chiedono che si faccia alla Camera e al Senato un’operazione simile a quella dell’ex premier, ovvero che si costituiscano dei gruppi autonomi per poter poi convergere con ‘Italia viva’. Di mezzo poi c’è il discorso della legge elettorale: il modello proporzionale attrae, mentre Berlusconi prende tempo. A Montecitorio tra i più attivi nell’invocare una strada diversa da quella di FI ci sono deputati come Polverini, Brunetta, Rotondi. A palazzo Madama i nomi sono quelli di Conzatti, Mallegni, Causin ed almeno altri dieci. Berlusconi ha contattato i malpancisti semper più tentati da un dialogo con Renzi uno ad uno. Ma con i sondaggi che danno il partito ampiamente sotto il 10% l’ex premier al momento ha pochi strumenti per frenare le intenzioni di chi non ci pensa proprio a scendere in piazza con Salvini il 19 ottobre. «Senza di me nessuno va da nessuna parte», continua a dire il Cavaliere. «No, ormai non decide più lui», l’obiezione di tanti. Lo scontro è sempre più acceso tra i forzisti. «Bisogna ricominciare a far politica. FI rischia di dover competere nell’area dei moderati con un soggetto politico guidato da un leader di grande visibilità e proveniente da una tradizione diversa», osserva la Carfagna. «Non possiamo e non vogliamo minimizzare la nascita dei gruppi renziani, ma allo stesso tempo sarebbe sbagliato legittimarli. Si discuta nel partito non a cena», la reazione della Gelmini. Alcuni berlusconiani interpretano la querelle come una guerra tutta al femminile: lettura piuttosto manieristica e che non affronta il nodo di fondo. Con Renzi in campo e Salvini che non è disposto a tornare ai tempi in cui FI e Lega erano una comunità in cui ci si metteva d’accordo perfino sul menù delle cene, l’ex premier è chiamato di nuovo a far da paciere. Il suo timore è che il partito possa scoppiargli di mano e in troppi seguire la sirena renziana.
Non bastava l’opa di Matteo Salvini e Giorgia Meloni sul fronte destro. Adesso Forza Italia deve fare i conti anche con la mossa di Matteo Renzi. Lo spariglio del senatore di Rignano sull’Arno ha provocato più di un sussulto nel partito di Silvio Berlusconi. Al momento non c’è il rischio di un approdo in massa di parlamentari forzisti nei nuovi gruppi renziani. Lo stesso Cavaliere ha fatto un check tra i suoi e in particolare con i parlamentari più insofferenti il cui responso è stato rassicurante. Alla fine potrebbero essere solo due i senatori azzurri a confluire nel nuovo contenitore renziano (Donatella Conzatti, che sul governo si è astenuta, e il toscano Massimo Mallegni) e qualche deputato. Il problema non è l’immediato, ma il futuro prossimo. La nuova avventura politica dell’ex leader del Pd è una minaccia concreta perché si rivolge a quel centro dell’elettorato che è lo stesso di Forza Italia, lo stesso di Carlo Calenda e lo stesso a cui guarda anche Giuseppe Conte. Così la pensano in molti. «Per la prima volta Fi rischia di dover competere nell’area dei moderati con un soggetto politico guidato da un leader di grande visibilità e proveniente da una tradizione diversa», avverte Mara Carfagna, che ieri sera ha organizzato una cena con una cinquantina di senatori e deputati azzurri in un ristorante ai Parioli per fare il punto. «Non nasce una corrente, né un gruppo organizzato, né nulla che possa impensierire il coordinamento nazionale di Fi», assicura l’esponente azzurra che ha parlato con lo stesso Berlusconi. Eppure è proprio l’atteggiamento poco lineare del Cavaliere a impensierire i forzisti. Il forcing di Salvini, dopo l’incontro con Berlusconi a Milano, per portare anche Fi a spingere per una legge elettorale maggioritaria viene letta come l’ennesimo tentativo del leader della Lega per costringere alla resa il partito del Cavaliere. Una prospettiva che atterrisce e che potrebbe determinare il big bang tra gli azzurri. Di qui il forcing di Carfagna per una «ripresa d’iniziativa» che però viene guardata con sospetto: «Cene, aperitivi e socialità vanno benissimo, purché poi di politica si parli nelle sedi opportune», attacca la capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini che non minimizza la nascita dei gruppi renziani «ma allo stesso tempo – sottolinea – sarebbe sbagliato legittimarli»
Proprio mentre Matteo Renzi si godeva i ritrovati riflettori sul divano di Porta a Porta assicurando che non converrebbe innanzitutto a lui mettere in difficoltà il governo, la vicepresidente grillina del Senato Paola Taverna appuntava su Facebook: «Se la tua incauta operazione dovesse terminare nella caduta del nuovo governo Conte, allora ti chiederemo il conto». Il clima è questo. Un clima in cui nessuno si fida dell’ex leader dem. Non si fida il M5S, nonostante la clamorosa telefonata fatta a Luigi Di Maio. Non si fida Giuseppe Conte che sente riecheggiare il tormentone dello «stai sereno» rivolto da Renzi all’allora premier Enrico Letta. Non si fida chi dentro Forza Italia è combattuto dalla scelta se saltare o meno sulla nuova scialuppa renziana. In queste ore si sono riattivati canali di comunicazione aperti nella prima fase della crisi scatenata da Matteo Salvini. Quando si arrivò a una triangolazione tra pezzi del Pd, pezzi di Forza Italia e Palazzo Chigi. Si sentirono Mara Carfagna e Vincenzo Spadafora, il più attivo sul fronte del M5S durante le trattative per tenere a galla la legislatura. Si conoscono e si stimano da tempo. Si sentirono Renzi e Gianni Letta, come emissario di Silvio Berlusconi. Ed entrambi sentirono Conte. Mentre tra i 5 Stelle c’era chi aveva portato in fase avanzata un’interlocuzione con un gruppetto di berlusconiani, contandone almeno venti al Senato pronti a staccarsi all’occorrenza. Un mese fa c’era innanzitutto da tenere assieme una maggioranza per la nascita di un governo. Oggi un governo c’è, ma il timore di una frana a Palazzo Madama, dove i senatori di Renzi possono far traballare la maggioranza, è lo stesso di un mese fa. Ecco perché Conte e i 5 Stelle hanno rimesso mano alla rubrica per preparare le contromosse, casomai l’ex rottamatore smentisse per l’ennesima volta i suoi pacifici propositi. Fonti del Movimento confermano un contatto tra il presidente del Consiglio e Letta, il più prudente tra i consiglieri di Berlusconi, convinto da sempre della necessità di partecipare all’asse istituzionale che è stato infilato tra le ruote di Salvini. Letta osserva il disfacimento e la faida biblica di Fi, abbastanza disincantato da comprendere che di quello che resta oggi in Parlamento potrebbe domani non esserci più nulla. E allora è questo che pensa e ha detto ai capi forzisti che si contendono la leadership, anche alla presenza del patriarca di Arcore: «Non possiamo fidarci solo di Renzi». La conclusione fa parte delle rassicurazioni spedite al premier terrorizzato dai veti dell’ex Pd. Non ci sarà, almeno a breve, uno smottamento degli eletti di Fi verso il suo nuovo contenitore. Piuttosto nascerebbero gruppi autonomi, gli eterni «responsabili» che, in estrema emergenza, potrebbero addirittura sostituirsi agli uomini di Renzi. In cambio potrebbero ottenere persino qualche presidenza di commissione, da strappare di mano ai leghisti. Un pugno di loro, come Andrea Causin, ex Scelta civica, è stato anche sondato dall’ex premier che ancora spera di imbarcarli. Causin però è anche in costante contatto con i grillini. Allo stesso modo alla Camera, Conte può contare sull’amicizia del forzista Maurizio D’Ettore, collega di Università. Fa un certo effetto vedere i 5 Stelle addentrarsi nelle logiche della politica pura, fatta di tatticismi e compromessi. Ma un anno di governo assieme a Salvini sembra averli forgiati. In prospettiva ai grillini non dispiace il Pd «derenzizzato», soprattutto se l’alleanza dovesse fare un salto di qualità tramite le piattaforme civiche alle Regionali. Tra Conte e Di Maio i rapporti restano tesi ma è il premier ormai a guidare le speranze del M5S nel palazzo. Durante le riunioni con i 5 Stelle il capo del governo usa il «noi» per scacciare i sospetti di aderire di più allo spirito del Pd che a quello del Movimento. Il fattore Renzi era tenuto in considerazione e pochi giorni fa Conte ribadiva di attendersi prima o poi la scissione. Ma non pensava così presto e nel giorno del giuramento dei sottosegretari. «Poteva farla prima, almeno non avrebbe influenzato la formazione del governo e io ne avrei valutato la percorribilità». Ma più esplicito di lui è Beppe Grillo: Renzi ha visto che al momento «c’è una sola onda e due surfisti: Conte e Salvini» e ha fatto una «minchiata di impulso». Il rischio – conclude il comico – è di «svegliarci tutti in una Pontida d’Italia».
«Adesso siamo in tre», dice Giuseppe Conte a Nicola Zingaretti. Adesso dobbiamo fare i conti anche con Matteo Renzi, sembra dire il presidente del Consiglio al segretario pd nella telefonata in cui, ieri, hanno cercato di capire come arginare le fibrillazioni che vedono arrivare. Come fermare l’onda d’urto di una scissione tra i dem che non può che ripercuotersi sul governo. Perché l’ex premier e il suo nuovo partito cercheranno visibilità, è il ragionamento, e non potranno che trovarla cercando di interferire con le decisioni dell’esecutivo. «È un disastro», sbotta un ministro, rivelando quel che Conte non vuole dire ufficialmente, ma sa: il fragile equilibrio trovato tra le due componenti dell’esecutivo giallo-rosso è svanito per sempre. Ci sarà un terzo incomodo, su ogni cosa, e questo rischia di far saltare tutto. Rafforzando Salvini, invece di indebolirlo. «Dovevate dirmelo prima — ha detto Conte al segretario pd — quando ero presidente incaricato, quando ancora potevo fare qualcosa». È lo stesso ragionamento fatto la sera prima al telefono con Renzi, cui ha intenzionalmente dato del lei per tutto il tempo: «Dovevo saperlo quando gli equilibri non erano già stabiliti, che senso ha agire dopo che il governo ha giurato?». Ma se il premier pensava di poter offrire qualcosa di più ai renziani del Pd, e fermare uno scisma che era nella testa dell’ex segretario da mesi, dalla risposta del senatore di Firenze ha subito capito che il punto non era quello. Che non si tratta di qualche casella, ma di un peso specifico ben maggiore: numeri decisivi al Senato, dove tutto finisce sempre per ballare. Una Camera certo più litigiosa, nonostante il leader della nuova “Italia viva” abbia assicurato che il programma non si tocca e che il suo intento non è far cadere il governo. Non ne avrebbe alcun giovamento. Non tutto, però, accade per intenzione. Non tutto si può controllare, soprattutto in un’alleanza nata da chi per anni non ha fatto che odiarsi. I ministri Pd e M5S sono stati redarguiti e invitati a non provocarsi. La tregua stava reggendo. Cosa accadrà adesso? Cosa dirà il probabile neo capogruppo renziano Luigi Marattin alla prima riunione di maggioranza sulla manovra finanziaria? Come interpreterà il suo ruolo Ivan Scalfarotto, che convive al ministero degli Esteri con Luigi Di Maio? Conte, ieri pomeriggio, è salito al Quirinale a parlare con Sergio Mattarella. Un incontro sull’ordinaria amministrazione, oggi ci sono due vertici importanti, con il libico Al-Serraji a mezzogiono, poi a cena con il presidente francese Emmanuel Macron. I consigli del presidente della Repubblica sono fondamentali, anche se, ufficialmente, non si sarebbero estesi alla nuova composizione dei gruppi in Parlamento. Il vertice di maggioranza che si voleva convocare in tutta fretta viene rinviato. Il tentativo di tutti è far finta che non ci sia nulla da temere. Ma dura poco. Le chat dei parlamentari M5S ribollono. Gli scettici riguardo all’intesa col Pd rivendicano: «L’avevamo detto che non c’era da fidarsi». «Io al tavolo con Renzi non mi siedo, di lui non mi fido», aveva detto il leader M5S all’inizio della trattativa. Di Maio lo aveva ripetuto in assemblea, perché avesse ancora più forza. Per spingere il Pd a parlare solo attraverso il segretario Zingaretti e i suoi emissari. Il suo sospetto, già allora, era che sarebbe successo questo. Che l’ex premier si sarebbe staccato per avere un potere di interdizione maggiore di quello concesso dalla lotta tra correnti pd. «Chi di noi non se l’aspettava? — ha chiesto ai fedelissimi, prima dell’assemblea congiunta — pensavamo sarebbe successo alla Leopolda, tra un mese, ma non cambia molto. Adesso quello che dobbiamo fare è riversare il problema sul tavolo del Pd. È il loro peso specifico che viene intaccato, non il nostro. Saranno loro a perdere quote di governo, non noi». Questa la strategia. Almeno finché non si capirà come tutto questo si tradurrà in Consiglio dei ministri e in Parlamento. «Volete sapere cosa gli ho detto quando mi ha chiamato? – continua il leader M5S – che di Matteo che rompeva le palle ce n’era già uno!». Di Maio teme, più di ogni altra cosa, la battaglia di logoramento già subita con il leghista. Anche perché, il ruolo di chi pressa e pone condizioni, con i vertici paralleli alla Farnesina, con le continue foto della sua squadra, mai mescolata a quella del Pd, stava cercando di ritagliarselo lui: «Dobbiamo calendarizzare il taglio dei parlamentari entro la prima metà di ottobre», ha detto ancora ieri, sospettando che il Pd voglia fare “melina”. Da lontano, Beppe Grillo ha semplicemente invitato alla calma, A non lasciarsi intimorire dal “colpo di testa” di Renzi. Nel farlo, però, ha ancora una volta incoronato Conte come l’anti-Salvini: l’unico oppositore dell’ex ministro dell’Interno nel Paese. «Adesso siamo in tre», ha detto il premier a Zingaretti. Il posto a tavola per Luigi Di Maio, è già dimenticato.
«Non siamo il partito di Bandiera rossa, non siamo il partito della patrimoniale. Non ci faremo intrappolare in questa caricatura». Anche se dalla base o dai territori, come si dice, arrivano segnali rassicuranti (poche uscite), il vicesegretario del Pd Andrea Orlando non fa finta di niente. La scissione di Renzi è un danno e gli argomenti che l’ex premier potrà usare contro i suoi ex compagni vengono già radiografati a Largo del Nazareno. Il partito insomma è sotto choc. Deve preparare una reazione. «Noi vogliamo rappresentare il malessere sociale — dice Orlando a Repubblica — ma senza dimenticare i ceti produttivi e il Nord soprattutto». Questa idea del dividersi i compiti, il Pd fa la sinistra e Renzi il centro, va evitata come la peste. Ed è su questo fronte che Nicola Zingaretti sfida la nuova creatura. Dunque, non rientrano Bersani e D’Alema, come invece va ripetendo il transfuga fiorentino. «Questa è una stupidaggine», dice il segretario dem. «Non siamo i Ds e non torneremo ad esserlo — sottolinea Orlando — non c’è più quel mondo e non vogliamo riportarlo in vita. Chi sostiene il contrario mente sapendo di mentire». Il Pd continuerà l’opera di rinnovamento, cercherà di aprirsi magari a partire da un posto simbolico come la carica di presidente, vacante dopo la nomina di Gentiloni a Bruxelles. Zingaretti chiede una donna, ma non è detto, a questo punto, che il profilo debba uscire dal gioco delle correnti. Si cerca una figura esterna al Partito democratico. «Comunque non è che noi siamo il vecchio e Renzi è il nuovo — dice ancora il vicesegretario — . Basta vedere la lista di chi lo ha seguito nei gruppi parlamentari». Nessuno vive la scissione come una scelta consensuale. Tutt’altro. In ogni modo le strade s’incroceranno e non sempre pacificamente. Si apre un altro fronte per il Pd mentre stava faticosamente cercando un equilibrio con i 5 stelle, allargando le ragioni del governo alle alleanze nelle regioni. «Rifiuto lo schema per cui il Pd viene schiacciato a sinistra», dice Dario Franceschini a quelli della sua corrente. «Non dobbiamo dividerci i compiti. Il Pd esiste anche senza Renzi, così come lo avevamo immaginato all’inizio. Questo è il messaggio che deve passare forte e chiaro», è il ragionamento del ministro della Cultura. Ma Debora Serracchiani dice che non basta rassicurarsi, dirsi quanto siamo grandi rispetto al partito personale di Renzi. «L’unità ci è costata cara. E lo strappo non sarà indolore. Se il Pd non guarda oltre le correnti, c’è un problema. Zingaretti questo deve capirlo». C’è il danno al partito e il danno al governo. Che non è indifferente a quello che succede dentro il Pd, buttatosi nella mischia di un’operazione difficile e temeraria. Molti pensano che il movimentismo di Renzi lo farà assomigliare a un “Salvini di centrosinistra”. Un guastatore, per dirla in breve. «Come si può pensare che l’uscita di Renzi non crei un conflitto? Dovrà cercare visibilità con qualsiasi mezzo — spiega Orlando — come si fa quando bisogna lanciare un brand». Per questo l’incubo al Nazereno è quello di una presenza in tutti i talk show dove i renziani avranno la loro quota di spazio, il braccio di ferro quotidiano con i 5 stelle. «Ovvio che il nostro ruolo è quello — spiega il fuoriuscito Luciano Nobili — . Tenere a bada Di Maio e la sua agenda». Questa affannosa e indispensabile ricerca di visibilità mette il Pd nella condizioni di doversi ricalibrare in una nuova situazione. Ci sarà un rimpasto nella segreteria, dopo l’uscita dei membri del governo, con l’ingresso di figure esterne alla storia dem. «Dobbiamo essere noi il nuovo e non Renzi — dice Serracchiani — . Su questo terreno non possiamo farci superare». La scommessa da subito è quella di una campagna di tesseramento, di garantire gli assetti locali, di stabilizzare la situazione. Poi arriveranno i sondaggi, tra due settimane, e si capirà il primo effetto della scissione. Sono i sondaggi più attesi della breve storia della segreteria Zingaretti. Per capire davvero quanto conta Renzi e quanto toglie al Pd.
È la prima scissione allegra, goliardica nella lunga storia della sinistra che è storia di guerre civili e singhiozzi, di lacrime e coltelli: “Renzi se ne gghiuto e soli ci ha lasciato”. Franceschini ha mandato ai transfughi un WhatsApp – «ecco come andrà a finire» – con l’immagine del simbolo dimenticato di un’altra brutta scissione nel 2009 che andò male, quella di Rutelli che fondò l’ApI: una margherita e due api. E Cuperlo canticchia un vecchio e sgrammaticato Celentano: «Ancora una volta ho rimasto solo». Nella sede del Nazareno, che è stato uno dei simboli della modernità renziana ma anche il sinonimo dell’ inciucio e del pastrocchio, non solo non c’è l’aria cupa del “pugno ergo sum” e la forza selvaggia contro il tradimento di famiglia, mortale o vitale che sia. C’è, al contrario, l’aria frizzantina, e nessuno sembra avere il cuore stretto pensando ai disperati speranzosi che se sono andati, a quegli irriducibili renziani alla ricerca di rinascite epocali. Al Nazareno già al mattino conoscevano il nome del partito di Renzi: «Sarà Italia Viva». Ed è un altro motivo di goliardia, ma coperta «per carità», perché pesca, dicono, «nel sound berlusconiano più che in quello della sinistra, e senza l’ironia dello stadio e del tifo che c’era in Forza Italia». E forse perché non ci sono misteri da decifrare, oggi il Nazareno non è un bunker assediato neppure da noi giornalisti che non facciamo folla e non abbiamo la solita bulimia famelica quando, accaldati dal sole romano, corriamo incontro a Del Rio, a Martina, alla De Micheli, a Cuperlo, a Debora Serracchiani… Arrivano come in processione, non c’è nessuna Roma che li aspetta, non ci sono bandiere contese, ma solo la bassa marea di un divorzio senza pathos. Quasi tutti però sono stati renziani entusiasti dall’obbedienza pronta, cieca e assoluta. E magari ha ragione Luigi Zanda: «Non esistono scissioni gioiose, ma solo scissioni sanguinose, e perciò se qualcuno esibisce l’allegria è solo per difendersi». Come Mangiafuoco che, imbarazzato dalla propria sensibilità, starnutisce per non piangere: «Etcì, etcì, etcì. Tu sei un gran bravo ragazzo! Vieni qua da me e dammi un bacio». Nel grande salone del Nazareno provo a chiedere a questi dirigenti spiritosi chi è l’uomo che ha lasciato il partito. Alien? L’intruso? Il rottamatore? Fonzie? Il segretario che ha portato il Pd al record storico del 41 per cento? Il leader bastonato ma indomabile? E a tutti tornano in mente gli sbadigli annoiati dell’altra scissione, quella di D’Alema e di Bersani che uscirono dal partito e ne fondarono un altro,dicendo e ripetendo che sarebbero tornati «solo quando non ci sarà più Renzi». Il gladiatore D’Alema, con una delle sue famose profezie da ludopatico della rissa, aggiunse che «qui di Renzi non resterà neanche la puzza». Ora Bersani, inseguito per strada, è frastornato in mezzo ai giornalisti che gli si stringono a semicerchio, ma non riesce a fare la faccia tagliente, spigolosa e forte del “tié”. Si vede che è contento e che vorrebbe tornare nel Pd di nuovo suo: «Non ho mai creduto ai partiti personali» ripete. Chiamo allora al telefono Marco Minniti che è in Calabria e si limita a dirmi che «però non è divertente che nei 12 anni di vita del Pd, ben tre dei quattro segretari che abbiamo eletto con le primarie abbiano rotto traumaticamente con il partito: Veltroni si dimise, Bersani e Renzi hanno fatto le loro scissioni. Rimane Zingaretti». Sono dunque sopravvissuti solo i segretari traghettatori, i non eletti, i re senza terra e senza popolo, i burocrati sempre fuori posto e sempre provvisori, gli eternamenti quasi leader: Franceschini, Epifani e Martina. Oggi nello strano umore di sollievo nero del Pd c’è anche questa malinconia delle primarie, il fallimento di un’idea di democrazia importata d’ Oltreoceano. E davvero l’austerità del tempo andato ha definitivamente battuto la sfrontatezza del tempo nuovo? E che fine ha fatto quella moderna rivisitazione del rapporto tra impresa e lavoro? Zingaretti, che è diventato il riferimento di famiglia per la faccia e per le parole che dice, passa in mezzo ai giornalisti sorridente, cortese e muto. Si chiude nella sua stanza e scrive sui social che «è stato un errore». Ma in privato aggiunge: «Se c’è chi spera che io gridi al tradimento non ha capito nulla di noi». Zingaretti non crede nell’aria equivoca che aleggia sui fedelissimi renziani, nel sospetto di quinta colonna, nell’entrismo che Renzi però avrebbe capovolto perché, per la prima volta, sarebbe praticato non da chi è entrato nel partito del nemico, ma da chi non è uscito dal proprio. Faranno il doppio gioco i vari Marcucci, Nardella, Bonafé, Lotti, Guerini… che a sorpresa sono rimasti nel Pd? «Per qualcuno l’Italia è tutta un tradimento, ma non per me». Al segretario portano i dati, la scissione sembra dappertutto modesta, «in tv ho sentito che è un terremoto, ma non ci sono scosse»; non c’è un solo sindaco, neppure quello di Rignano, gli riferiscono. E ovviamente nessuno ha occupato le sezioni storiche, la Garbatella o via dei Giubbonari, come succedeva ad ogni scissione quando addirittura c’erano mogli che lasciavano i mariti perché ristrutturavano radicalmente le biblioteche di casa e si facevano contagiare dai liberali che governavano la mutazione comunista scompigliando gli scaffali: Hannah Arendt al posto di Stato e rivoluzione, via Marcuse e dentro Popper, via le opere complete di Togliatti e dentro la Storia dei Papi. Ci vado per dovere, anche se so che è un rito morto, e intercetto, per l’ennesima volta, la stanchezza di un popolo infiacchito, la stessa delle feste dell’Unità. Mi portano dal compagno Palmiro, 77 anni. Nelle mani ha la copia di Repubblica fitta fitta di sottolineature , scuote la testa e cita la vecchia frase che ieri è stata rilanciata da Orfini: «Extra ecclesia nulla salus». Poi dice che «anche Renzi è stato un leader politico di prima fila, nonostante i molti errori compiuti». E si accende solo quando gli parlo di Salvini: «Contro di lui ci ritroveremo tutti insieme» dice. Anche con Renzi e D’Alema, anche con Bersani e Maria Elena Boschi? «Noi del Pd saremo Biancaneve, e loro i sette nani».
“H o fatto un’o p erazione di Palazzo. Machiavellica, se volete. E per me Machiavelli è un grande”. Trasuda soddisfazione un dimagrito Matteo Renzi, mentre nello studio di Bruno Vespa racconta la sua scissione. Si gode la ritrovata centralità. Tutto da vedere quanto durerà e dove lo porterà. Di certo, come “t er za gamba” del governo, è in grado di condizionarlo. E poi ci sono le Regionali: Renzi non corre con liste sue, ma l’ope – razione “alleanza civica” che il Pd sta cercando di chiudere con M5s non gli piace. Colui che era partito come “r ot t amatore” e si era presentato da “sminatore” del governo PdM5s, si avvia alla sua carriera di “sabotatore”. LA GIORNATA di ieri racconta di una scissione a freddo, tra pochi entusiasmi e qualche psicodramma personale. “Che fai, vieni con me? Ricordati che una mano già te l’ho data. E nel Pd per te non c’è storia”. A una serie di parlamentari indecisi, in questi giorni sono arrivate pressioni direttamente da parte di Renzi con Whatsapp più o meno di questo tenore. Non è che ci sia proprio la fila a entrare nei gruppi dell’ex premier e neanche nel soggetto che verrà. “Italia viva” è il nome svelato dallo stesso Matteo ieri a Porta a Porta. Ricalca lo slogan della Leopolda del 2012 (“Viva l’Italia viva”), quella delle primarie perse contro Pier Luigi Bersani, da cui partì la scalata a Palazzo Chigi. I nomi in ballo erano 3 o 4, la scelta fa già un po’ amar – cord. Ma poi, il fatto che l’ex premier dissemini particolari, uno dopo l’altro, chiarisce un punto: l’operazione era fatta da quest’estate. Ha rischiato di fallire quando è caduto il governo, con la possibilità di elezioni. E il Renzi-Machiavelli (che non era pronto a misurarsi col voto) ha dato il via all’ac – cordo con M5s, togliendo il veto. E ha continuato a lavorare per strutturare il suo soggetto politico. “Con me 40 parlam en t ar i”, ha annunciato l’ex premier. Dovrebbero essere 25 deputati e 15 senatori. Ma al netto delle motivazioni personali, il senso politico de ll ’operazione è tutto racchiuso in una dichiarazione a R ep u bb li c a: “A me l’al l ea nz a strategica con Di Maio non convince”. Altro che la lezione del Talmud citata da Dario Franceschini domenica a Cortona per dire che Pd e M5s devono costruire una casa insieme “con i sassi che ci siamo tirati”. Renzi vuole “colonizza – re”il centro e costruire un soggetto alternativo e antagonista a M5s; Franceschini (che peraltro è saldamente uomo di centro) vuole portare il Pd di Zingaretti a unirsi in una sorta di amalgama con il Movimento. Prima prova, le Regionali. “Se si vota fra tre anni si vede fra tre anni” quale sarà il peso elettorale di Italia Viva. “Non corriamo alle Regionali. Mi interessa arrivare alla Leopolda con mille comitati attivi”. Prima di tutto una dichiarazione di “impote nza” (meglio non contarsi). Ma al Nazareno tirano un sospiro di sollievo: “Non si metterà di traverso”. Una speranza. Se in Umbria, l’ex premier finirà per appoggiare il civico che sceglieranno Pd e M5s (con convinzione relativa), difficile che possa assistere alla rimozione di un candidato come Stefano Bonaccini per l’Emilia Romagna. “In Toscana, c’è un candidato del Pd e si chiama Eugenio G ia n i ”, dicono i suoi. Tanto per chiarire quanto sia pronto l’ex premier a dire la sua. IN TAN TO, Luca Lotti annuncia pubblicamente che non andrà con l’amico di sempre. “Poi spiegherò”. I destini dei due si sono separati da quando “il Lam padin a” ha deciso di strutturare la sua corrente. “Luca ha utilizzato il nome di Matteo per fare carriera politica nella sua ombra”, accusano gli uscenti. Anna Ascani, appena diventata viceministro, sceglie di restare nel Pd. Motivazioni personali, tra cui i dissapori con la Boschi. Nel frattempo, Renzi aggiorna il pallottoliere. Alla Camera sembrano certi Rosato, Boschi, Marattin, Migliore, Anzaldi, Giachetti, Nobili, Paita, Mor, Marco Di Maio, Fregolent, Scalfarotto Annibali, Carè, Del Barba, Noja, Ferri, De Filippo, Ungaro, Librandi. Si aspettano innesti dal Misto e da FI. Al Senato Bonifazi, Bellanova, Garavini, Grimani, SudanoMagorno, Comincini, Faraone. In trattative, altri 3 o 4. Andranno nel Misto: per costituire un gruppo sarebbe servito un simbolo presentato alle elezioni. DOPO MESI, il tentativo di ottenere quello di Nencini è fallito: ci vuole l’ok anche di Giulio Santagata (che lo detiene insieme a lui) e non è arrivato. In tutto questo i big del Pd sono sconcertati e preoccupati. Anche se Zingaretti ostenta tranquillità per una “sci ss io ne flop”. “It’s a big problem”, ha detto Dario Franceschini alla sua omologa tedesca. D’al tr a parte, la domanda su che cosa cambierà la scelta di Renzi tiene banco all’estero. Ieri, Frans Timmermans è andato all’As – semblea del Pd a Strasburgo (pure li dubbiosi, a partire da renziani d’origine come Simona Bonafè): “Quando si spacca l’unità per motivi personali, diamo fiato alle destre”.
“La scissione di Renzi? Ma è il post bipolarismo, bellezza!”. E Francesco Rutelli, fondatore del Pd e ancora prima della Margherita, ex sindaco di Roma, leader dell’Ulivo nel 2001, sostiene che si sia chiusa un’èra: “Si è chiuso un ciclo cominciato venticinque anni fa con la discesa in campo di Berlusconi”. Il centrosinistra da una parte, il centrodestra dall’al – tra. La storia della Seconda Repubblica. “La nascita di questo nuovo governo, come d’altra parte anche del precedente, è un fatto strategico. Segna il ritorno delle coalizioni. I nemici del giorno prima, Lega e M5s, sono chiamati doverosamente a fare una coalizione. Poi, a seguire, altri due nemici e antagonisti, il Pd e il M5s, sono obbligati a formare una coalizione anche loro. Questo avviene in tutte le democrazie. In Spagna si torna a votare perché Sànchez non trova un accordo parlamentare con Ciudadanos e Podemos. Nel Benelux ci sono governi di coalizione. In Germania va avanti così da quindici anni…”. Quindi questa situazione non è l’effetto del Rosatellum, la legge elettorale? “Questa situazione è dovuta al fatto che nel 2013 il M5s è diventato il primo partito. Il bipolarismo è saltato. E allora o si riforma la Costituzione in senso presidenzialista come dice Salvini –solo così può funzionare il maggioritario, come in Francia – oppure si fanno le coalizioni”. E allora la scissione del Pd non lo impressiona affatto. E non solo perché Francesco Rutelli è da tempo ampiamente lontano dai democratici (“tentai di costruire il terzo polo, lasciai con amicizia il Pd e scrissi un libriccino che s’intitolava ‘Lettera a un partito mai nato’”). Ma questa di Renzi è una scissione senza pathos, senza strepiti, senza lacrime, senza dramma né tensione, senza nemmeno un ufficio politico convocato d’urgenza. Forse non s’era mai vista una scissione così, fredda come certe teorie sulla fusione nucleare. “Il Pd ha avuto tre segretari eletti dalle primarie, attraverso processi coinvolgenti e di vasta partecipazione. Il primo, Veltroni, è rimasto poco più di un anno, poi si è dimesso. Il secondo, Bersani, ha lasciato il partito. E adesso anche il terzo, Renzi, ha lasciato il partito per fondarne un altro. Sono fatti considerevoli. No?”. Altroché. Un partito mai nato, dunque? “In questa nuova fase, che io chiamo come ho detto ‘post bipolare’, il Pd resta un attore imprescindibile di qualunque coalizione. Ma per diventare partito egemone dovrebbe avere un pensiero egemone nella società. E invece vedo nel Pd la fatica di trovare sia un pensiero sia una vera direzione politica. Si è tentato il ritorno alle origini diessine, ed è andata male. Si è tentata la strada carismatica, ed è andata male… Vede, la fisionomia dei 5 Stelle è chiara. Quella di Salvini pure. Nel caso del Pd, come si fa a ricondurre questa esperienza a una sintesi? Qual è il pensiero? Qual è il progetto? Oggi forse loro pensano che la sintesi possa essere: ‘Siamo contro Salvini’. Ma non funziona. Non basta. Già era un limite quando lo facevamo con Berlusconi, cui pure venticinque anni fa ci si contrapponeva con una modalità di organizzazione collettiva che adesso non c’è più. Il bipolarismo è finito, e non rinasce sotto il segno dell’antisalvini – smo. Le cose non si ripetono mai uguali”. Chissà. Dario Franceschini sostiene che il nuovo bipolarismo sia l’alleanza tra M5s e Pd contro la destra. Lo ha detto ieri anche il ministro Francesco Boccia, al Foglio. “Per adesso c’è una coalizione di governo. Stiamo ai fatti. A quello che esiste. I 5 Stelle non stanno dentro una traiettoria astratta, non sono una anomalia, non sono soltanto rabbia e vaffa: sono l’espressione di un autentico malessere dei ceti medi. Sono diventati il primo partito. E sono diventati, di fatto, un partito di centro”. Di centro? “Nel senso che hanno indiscutibilmente occupato lo spazio centrale della società. Quello del ceto medio sommerso dalla crisi economica”. Va bene. Ma se Rutelli ha ragione, se lo schema è di coalizione, allora Renzi ha fatto bene a uscire dal Pd. E’ così: ha fatto bene? “Io dico che in un sistema post bipolare un partito si tiene unito con la coesione ideale e politica. Perché se costruisci un partito carismatico, come sta per fare Renzi, verifichi un paradosso: il leader è condannato a vincere. Se non vince, finisce tutto. Quindi devi costruire un partito con un pensiero e un’idea della società. La sindrome dell’immediati – smo, in politica, ha lasciato sul campo la tradizione del centrosinistra. La disintermediazione sistemica ha d’altra parte interpreti più efficaci altrove”. A destra, Salvini per esempi. “Certo”. Dicono che Renzi progetti di rappresentare i ceti produttivi. “In Italia storicamente i ceti produttivi sono stati legati al potere più che a delle intraprese in contropiede… Detto questo, Renzi si muove nella logica post bipolare, ripeto. Noi continuiamo a immaginare che possa esistere un partito nel centrosinistra capace di raccogliere il 40 per cento. Non è così. Non è più così. E’ cambiata la società. Ci sono le alleanze di governo. E lo schema di Renzi sta in queste regole di gioco”. O forse invece Renzi presume di poter svuotare il Pd? Ripersonalizzare tutto? “Cer – to questa scissione è una operazione molto sua, molto personale, appunto, e con i limiti che ben conosciamo. Perché, come dicevo prima, il partito del leader carismatico vede il leader condannato a vincere”. E Renzi può rilanciarsi, può tornare fresco e vivo (“Italia viva” è il nome del suo nuovo partito) come un tempo? “Renzi ha un peccato originale. Quello di aver annunciato il ritiro dalla politica se avesse perso il referendum. Una cosa enorme, dal punto di vista sostanziale. Non lo obbligava nessuno a dirlo. Ricordo la battuta di un autorevolissimo dirigente del centrosinistra che aveva appena ascoltato persino Padoan dire che si sarebbe anche lui ritirato come la Boschi e tutti gli altri: ‘Siamo forse diventati la setta del reverendo Moon?’”. Una battuta quasi dalemiana, diciamo. E un partito degli imprenditori, delle partite Iva, del ceto produttivo, può esistere? “Il perimetro dei grandi numeri non appartiene al cosiddetto partito del pil”. Nella Prima Repubblica c’era il Partito repubblicano, però. C’era Ugo La Malfa. “Un partito attento ai diritti di libertà, laico, europeista, moderno, che sdoganò la parola patria, e che io votai una volta perché candidava dei radicali…”. Ma? “Ma stava stabilmente tra l’1 e il 3 per cento. Una volta prese il 5 per cento, con Spadolini”. Come Renzi? “Eh”.
A suo modo era stato facile profeta, Giancarlo Giorgetti, quando aveva pronosticato, nei conciliaboli di retropalco di Pontida, che “se davvero Renzi esce dal Pd, sulla legge elettorale si andrà con calma. Perché una volta che ottiene il proporzionale, Renzi diventa incontrollabile”. E non a caso, riportato a chi segue la trattativa sulla riforma, il ragionamento produce un sorriso di approvazione. “Buoni sì, fessi no”, se la ride, dicendo senza dire, Federico Fornaro nella buvette di Montecitorio. Poco più in là, un altro esperto della materia, ragionava sornione. “L’idea su cui si stava ragionando era quella di un proporzionale senza collegi ma con sbarramento al quattro o cinque percento”, spiega Stefano Ceccanti, giurista pisano, uno che pure nei bollettini della vigilia veniva considerato tra quelli tentanti di seguire l’ex premier nella sua nuova avventura. “Ora bisogna capire – dice invece – se questo nuovo soggetto accetterà queste soglie, appena vedrà uscire i primi sondaggi. Io ne ho vista di gente, da Fini e D’Alema, che era convinta di fare doppia cifra e si è schiantata”. A sorprendere è stata soprattutto la fretta dell’ultimo miglio. “Un’accelerazione che ha sorpreso tutti”, spiega Carmelo Miceli, altro democratico in odore di ortodossia renziana che poi è rimasto – “irrevoca – bilmente”, dice lui – nel Pd. E certo la trattativa sui posti da sottogoverno, dove si è sentito trattato da “separato in casa”, avrà influito nel convincere Renzi all’estrema scelta. Ma molto, in questa ansia di fare presto, ha influito anche la paura che altri, prima di lui, arrivassero a occupare quel centro. Compreso Urbano Cairo, che guarda caso proprio lunedì sera, in un evento romano, è stato stuzzicato da parecchi, compreso Mario Monti, a impegnarsi in politica. E allora eccola, l’“Italia viva” di Renzi (un nome che sembra quasi un’inver – sione rispetto a Forza Italia). Sperava magari, l’ex premier, che si concretizzasse prima il rientro dei bersaniani, la ricostituzione di quella “ditta” da cui sarebbe stato facile, per lui uscire. “Ma non succederà, non se il Pd resta questo, non basta una direzione del partito per convincerci a rientrare”, dice in un corridoio di Montecitorio Nico Stumpo di LeU. E sembra quasi convincente, se proprio in quel momento non arrivasse Massimo Ungaro, da poco acquisito al nuovo progetto renziano, a salutarlo con una pacca sulla spalla: “Dai, Nico, ora che noi siamo usciti voi potete finalmente tornare”. Ma insomma quello che sembrava un affare da liquidare in poche settimane, quel proporzionale che tanto manda nel panico Salvini, diventa nuovamente questione di dibattito e di ripensamenti, che s’intreccia con l’altra riforma cui è legata. “Noi – con – ferma infatti Francesco D’Uva, capogruppo alla Camera del M5s, quasi ostentando indifferenza alla frenesia del Transatlantico – “alla prima data utile chiederemo la calendarizzazione del taglio dei parlamentari. Poi deciderà il presidente Fico, ma verosimilmente entro la prima metà di ottobre lo porteremo in Aula. Tutti gli altri correttivi, compreso quello della legge elettorale, fanno parte di un discorso più ampio il cui iter andrà definito”.
Tutto dipenderà da quanto Matteo Renzi saprà dosare strategia e impeto. Perché, se è vero che l’obiettivo dell’ex premier è di lungo periodo e guarda verso la fine della legislatura – con in primo piano le elezioni del capo dello Stato nel 2022 -, non c’è dubbio che la scissione del Pd crea una situazione (…)(…) di oggettivo indebolimento del governo, con conseguenze che non necessariamente saranno nella disponibilità del solo Renzi. Di qui l’irritazione di Giuseppe Conte, che solo dodici giorni dopo aver giurato per il suo bis si ritrova con la maggioranza che lo sostiene completamente rivoluzionata. Quando i gruppi parlamentari renziani saranno a regime, infatti, gli azionisti di maggioranza del governo non saranno più solo due (M5s e Pd), ma tre (M5s, Pd e Italia viva). Non un dettaglio, soprattutto quando ci sarà da sedersi al tavolo per decidere strategie comuni su temi delicati e magari divisi, a partire dall’imminente legge di Bilancio. O quando bisognerà affrontare il nodo delle nomine. Di qui al 2020, infatti, l’esecutivo dovrà indicare oltre cento manager pubblici, dal Cda dell’Inps fino agli ad di Eni, Enel, Leonardo e Terna. Tutte partite che fino a ieri sarebbero state decise all’interno del perimetro M5s-Pd (magari allargato a Leu) e nelle quali ora Renzi potrà ritagliarsi un ruolo. E qui sta il punto. Perché molto dipenderà dalla capacità che avrà il senatore di Rignano di non tirare troppo la corda, rendendo ai suoi ex compagni e soprattutto a Luigi Di Maio la convivenza indigeribile. Dosare strategia e impeto, appunto. Perché non è un caso che il leader del M5s abbia già fatto sapere a Conte che di vertici a tre o tavoli allargati non se ne parla. Insomma, una foto che lo immortali con Dario Franceschini (capo delegazione dem al governo) e Renzi, per il ministro degli Esteri sarebbe indigeribile. Al di là dei reali obiettivi dell’ex premier, dunque, è nelle cose che il governo sia già entrato in una fase di forte fibrillazione. Di cui già si colgono i primi segnali concreti, tanto che ieri – complici le tensioni sul greggio che hanno condizionato tutti i mercati – Piazza Affari ha fatto peggio di tutte le altre Borse europee. E non è un caso che il fastidio verso Renzi non sia solo di Conte, ma pure del Quirinale. Che i rapporti tra Sergio Mattarella e l’ex premier non siano propriamente idilliaci è cosa nota almeno dal dicembre 2016, ma certo il capo dello Stato non immaginava che si sarebbe spinto fino a questo punto e così presto. Già, perché all’appuntamento chiave della legislatura – l’elezione del successore di Mattarella – mancano poco meno di due anni e mezzo, poco meno di due volendo prendere come punto di approdo il semestre bianco che inizierà il 3 agosto 2021. Comunque la si veda, politicamente un’eternità. Anche per Renzi che, in verità, guarda a quel traguardo e non certo a fare saltare il governo, circostanza di cui sarebbe evidentemente considerato il solo e unico responsabile. Sarebbe uno scivolone forse anche più grande di quello che ha fatto Matteo Salvini in agosto aprendo una crisi al buio. L’ex premier, invece, ha rotto gli indugi con largo anticipo perché vuole avere il tempo di rafforzare i suoi gruppi parlamentari. Che più saranno corposi, più potranno incidere. Sia sull’elezione del nuovo capo dello Stato che, dovesse il Conte bis andare in crisi, su un’eventuale trattativa per un altro esecutivo. Non è un caso che abbia deciso di lasciare molti renziani «dormienti» dentro i gruppi del Pd e che abbia già aperto un canale con un pezzo dei malpancisti di Forza Italia (che al momento conta 99 deputati e 62 senatori). Il tutto con uno sguardo per niente disinteressato sia al grande spazio di manovra che c’è al centro, sia al confronto in corso tra M5s e Pd su una nuova legge elettorale proporzionale.