Se le sono metaforicamente date di santa ragione per tutto il dibattito, su Obamacare, immigrazione, l’eredità di Obama: sembravano dem doc, ma non americani, di casa nostra. Il loro vero nemico, Donald Trump, si poteva fregare le mani in panciolle davanti alla televisione. Al terzo dibattito, il battistrada, Joe Biden, li ha di nuovo avuti tutti contro: se l’è cavata a tratti bene, a tratti meno bene, ma è stato quello che ha parlato più di tutti, oltre 17’, più del doppio di Andrew Yang, l’imprenditore filantropo di origine cinese, che non si capisce bene come riesca a stare nel gruppo dei migliori. Chi ne è uscita meglio è forse Elizabeth Warren: il New York Times le dà 7 e mezzo in pagella, il voto più alto della serata. È quasi inevitabile che ciò accada: gli aspiranti alla n o mi n a t i on d emocratica alla Casa Bianca sono ancora una ventina, anche se qualcuno s’è già ritirato: per restare in lizza, farsi notare, convincere gli elettori a ricordarsi di loro nei sondaggi e poi a votarli nelle primarie, devono rallentare la corsa di chi è in testa dall’i n izio della corsa, con un vantaggio in doppia cifra.

SUL PALCO DI HOUSTON, nel Texas, giovedì sera, c’e ran o, per la prima volta insieme i dieci che sono più avanti nei sondaggi e che hanno raccolto più fondi: hanno confrontato i punti di vista sull’Obamacare, la riforma della sanità di Obama che alcuni vogliono più radicale, sul razzismo e sul controllo delle armi, l’immigrazione, il commercio, la politica estera, il clima, l’istruzione. L’economia è stata la grande assente, proprio nel giorno in cui il presidente Trump lasciava esplodere tutta la sua collera contro Jerome Powell, il presidente della Fed, che non taglia il costo del denaro, mentre la Bce riduce i tassi. Per i candidati rimasti fuori dal podio di Houston, sarà difficile avere una chance di riscatto: forse ci può riuscire la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, forse il sindaco di New York Bill de Blasio, forse il miliardario filantropo Tom Steyer. Ma le rimonte s’a nnunciano problematiche. Il dibattito ha fatto emergere l’interrogativo principale della corsa democratica: se Biden e il suo “migliorismo” fa passi avanti senza stravolgimenti, esercita sugli elettori Il dibattito tv a 10 I migliori candidati alle primarie a Houston si sfidano sui temi che “fanno grande l’America”, dalle cure per tutti ai muri: alla fine vince Joe Biden un richiamo maggiore delle promesse di trasformazione più radicali della Warren e di Bernie Sanders, la cui foga resta intatta, ma che sta un po’ mostrando l’erosione dell’et à (ha appena compiuto 78 anni, ne avrà 79 quando si voterà l’anno prossimo). Per distinguersi da Biden, anche i moderati di maggiore spicco del gruppo, la senatrice della California Kamala Harris e il senatore del New Jersey Cory Booker, mettono un po’ di radicalismo nelle loro posizioni – più la Harris di Booker –. Sotto attacco, Biden ha ripetutamente rivendicato l’eredità di Obama, che è difficile contestargli, essendone stato il vice per otto anni alla Casa Bianca, anche se l’ex presidente nero non ha finora “endor – sed”nessun candidato ed è fra quanti s’interrogano se Biden sia la scelta giusta per battere Trump. Che, intanto, sotto sotto, ma neppure troppo, tifa per lui: “Ci sono tre persone che guidano” la corsa democratica, Biden, Sanders, la Warren, “e penso che il mio sfidante sarà uno di questi tre”, “salvo clamorose sorprese sarà Biden”. Per il magnate, le posizioni dei democratici “so – no antitetiche ai valori e agli interessi degli americani comuni”. Trump nega di volere vedere il dibattito, ma nessuno gli crede: “Lo so che ci stai guardando – lo apostrofa la Harris –e ti voglio dire che semini odio, divisioni e paura. Ora puoi tornare a guardare la Fox”. Nel 2020 diremo “Good – bye Trump”, fa Julian Castro, ispanico, obamiano, sindaco di San Antonio, aprendo il dibattito. E tutti si associano, ciascuno ha pronta la sua formula per esorcizzare il magnate presidente.

POI COMINCIANO a darsele: per il Washington Post, Biden ne esce meglio di tutti, anche se a volte “parla a vanvera”. O’Rourke, in perdita di velocità da mesi, prova a ritrovare lo smalto battendosi contro le armi d’assalto e contro il cambiamento climatico: lui, che è di El Paso, la città della strage, si prende l’applauso più lungo della serata con “Maledizione! Vi toglieremo i vostri Ar-15!”. Sanders rinfaccia a Biden il voto per la guerra in Iraq nel 2003, la Warren i limiti dell’Obamacare, Castro quasi bullizza l’ex vicepresidente per i vuoti di memoria. Vengono fuori le due anime del partito democratico quella moderata e quella più liberal; e Biden ne esce senza le ossa rotte, anche se, come Obama, la stampa di qualità e liberal resta fredda.

Ieri c’è stata la prova generale, ed è stata un successo: dieci linee di metro chiuse a Parigi, autobus e treni regionali col contagocce, praticamente impossibile arrivare agli aeroporti con i mezzi pubblici, biciclette e monopattini a noleggio presi d’assalto, quasi 400 chilometri di ingorghi dentro e intorno alla capitale. Chi ha potuto, non è andato al lavoro.

L’autunno caldo di Emmanuel Macron è cominciato: con i Gilets Jaunes (ancora) a riposo, si arma la rivolta contro la riforma delle pensioni. Ieri, alla sede della Ratp, l’ente dei Trasporti pubblici di Parigi e Ile de France, in mezzo ai fumogeni e alla soddisfazione per il tasso di partecipazione allo sciopero (in alcuni settori ha sfiorato il 99 per cento), gridavano tutti la parola d’ordine: se il governo non cede, a dicembre sarà sciopero illimitato. EMacron ha già fatto sapere che non cederà. Quella delle pensioni è la più importante delle riforme del suo mandato: allungare (nei fatti) l’età pensionabile e la durata dei contributi, e soprattutto arrivare a un sistema unico uguale per tutti, annullando le eccezioni (alcuni dicono privilegi) di alcune pensioni di categoria, in particolare dei conducenti dei mezzi pubblici parigini, dei dipendenti delle Ferrovie dello Stato Sncf, dei dipendenti dell’ente elettrico Edf. Finora, nessuno è riuscito a far saltare il sistema. Jacques Chirac ci provò nel 1995 e dovette ritirare tutto al termine del più lungo sciopero dal ’68: dal 25 novembre al 15 dicembre, il paese si paralizzò. Nel 2007 toccò a Nicolas Sarkozy fare un passo indietro, dopo più di un mese di scioperi. Macron ci riprova. «Per cambiare le cose, a volte bisogna cambiare le abitudini» ha detto il presidente nella sua prima conferenza stampa alla fine delle vacanze. Si rivolgeva ai suoi concittadini, ma anche a sé stesso. Da luglio, il presidente ha cominciato a ricevere regolarmente i sindacati – snobbati durante la prima parte del mandato.

Fino a dicembre ha previsto una fase di “negoziato” e di “consultazioni cittadine” sulle pensioni, con l’obiettivo di portare la riforma all’Assemblée Nationale entro l’estate. Il calendario rischia di essere difficile. Sul piede di guerra ci sono già gli ospedalieri, che hanno manifestato mercoledì scorso e continueranno. Le misure annunciate dalla ministra della Sanità hanno avuto come unico effetto di far aderire alla protesta anche i medici. Lunedi in sciopero e per la strada gli avvocati, i piloti, le hostess e gli steward per protestare contro la riforma che toccherà anche i fondi autonomi, mentre giovedì tocca ai dipendenti di Edf. Sabato prossimo è il sindacato Force Ouvrière a chiamare a raccolta tutti per le pensioni, mentre il 24 settembre a organizzare la protesta è la Cgt. Il 2 ottobre sono i poliziotti (fatto abbastanza raro) ad aver previsto una “marcia della rabbia”, come “primo avvertimento” all’Eliseo. I pompieri, da parte loro, sono già in stato di agitazione da giugno e preparano una grande manifestazione nazionale per fine ottobre. Senza contare i Gilets Jaunes, che potrebbero tornare numerosi in qualsiasi sabato a venire.

L’Alto Commissario alle Pensioni Jean-Paul Delevoye, autore del progetto di riforma, continua a spiegare: «A lavoro uguale, pensione uguale. Come possiamo giustificare in una società come la nostra che chiede più equità, che un conducente di autobus a Bordeaux non abbia la stessa pensione di un conducente di autobus a Parigi?» Secondo le linee del progetto, la riforma riguarderà i nati dopo il 1963. L’età pensionabile resta formalmente ferma a 62 anni, ma per avere il massimo si dovrà arrivare ai 64. Chi deciderà di continuare, avrà diritto a un supplemento. Altra possibilità: l’allungamento della durata dei contributi fino a un minimo di 43 anni. Cambia anche il sistema, che dovrebbe diventare a punti, prendendo in considerazione tutti gli anni lavorati e non solo i migliori.

Lo scorso 2 giugno, tre uomini scrutavano all’aeroporto di Roissy l’arrivo del volo Iberia 3740 proveniente da Madrid. Dopo l’atterraggio, uno dei passeggeri veniva fermato da quelli che si rivelarono essere agenti segreti dell’intelligence interna francese (Dgsi). Di lui si conoscono ora il nome e l’iniziale del cognome (Marc-Antoine G.): era un diplomatico, numero due dell’ambasciata di Francia nel Salvador. Ormai sospeso dal ministero degli Esteri, pochi giorni dopo il rientro a Parigi è stato incriminato per associazione terroristica, accusato di far parte di un gruppo sovversivo di estrema destra, scoperto nel giugno 2018 e fondato da Guy Sibra, poliziotto in pensione: il misterioso Afo. Come ha spiegato lo stesso Marc-Antoine G., l’Azione delle forze operative venne creata dopo gli attentati a Parigi del 13 novembre 2015, per combattere il «pericolo islamico». L’obiettivo era organizzare rappresaglie: nel caso di altri attacchi da parte di integralisti musulmani, si sarebbero colpiti esponenti radicalizzati di quel mondo. Ma le ambizioni si erano poi estese fino alla volontà di avvelenare il cibo halal in vendita nei supermercati, lanciare bombe contro auto guidate da nordafricani e attaccare moschee. I militanti dell’Afo non sono mai passati all’azione. Ma quando i primi sospetti sono stati arrestati, nei loro domicili è stato trovato il materiale per fabbricare bombe artigianali. La rete Si tratta di un gruppo di persone varie e spiazzanti: uomini e donne fra i 33 e i settant’anni, sparsi in tutto il Paese e senza precedenti. Si va da pensionati adepti del survivalismo a giovani pronti a fare attentati. Ma un diplomatico (già viceconsole nel Gabon, prima di diventare numero due dell’ambasciatore nel Salvador) non se l’aspettava nessuno. La notizia è stata rivelata solo ieri dal quotidiano «Le Parisien» e le autorità francesi l’hanno confermata. Marc-Antoine G. non è stato un semplice simpatizzante ma un membro attivo di Afo. Nel giugno 2017 Sibra lo nominò responsabile della regione parigina e dal Salvador scambiava continue mail con gli altri. Si rese anche disponibile a portare armi dal Paese del Centro America con la valigia diplomatica. Poi, nel maggio 2018, un mese prima della cattura degli altri, partecipò a una riunione segreta in Francia. Lui assicura oggi che allora ebbe i primi dubbi, scioccato dall’intenzione dei complici di andare ad avvelenare il cibo halal nei supermercati. L’ex diplomatico si trova adesso agli arresti domiciliari, con il divieto di lasciare il territorio nazionale. E sotto stretta sorveglianza.

Sabato scorso nell’elegante quartiere residenziale di Altona ad Amburgo. Alcune centinaia di studenti – fra loro anche un nutrito gruppo di giovani ed esuli di Hong Kong – manifesta pacificamente di fronte al consolato generale della Repubblica Popolare Cinese in segno di solidarietà con gli attivisti delle proteste anti-governative che da mesi scendono in piazza nell’ex colonia britannica per lottare a favore della democrazia, del pluralismo e della libertà d’espressione. Improvvisamente spuntano una decina di cittadini cinesi che senza preavviso si scagliano contro i manifestanti, li spintonano, insultano, gli strappano di mano striscioni e cartelli e li fotografano minuziosamente. Prima ancora che la polizia riesca ad intervenire il gruppo di provocatori riesce a fuggire facendo perdere ogni traccia. Episodi di questo genere sono ormai all’ordine del giorno in Germania, come ha confermato ieri lo stesso governo di Angela Merkel rispondendo ad un’interrogazione parlamentare presentata dal partito dei Verdi. «In seguito all’ondata di proteste a Hong Konk le autorità cinesi esercitano in modo crescente forti pressioni nei confronti dei loro connazionali residenti in Germania, in modo particolare contro quelli originari dell’ex colonia britannica», si legge nella risposta scritta diramata dal Ministero degli Interni a Berlino. Le intimidazioni Agenti dei servizi segreti cinesi, la famigerata Guojia Anquan Bu, considerata come la più grande e spietata agenzia d’Intelligence del mondo, terrebbero sotto costante osservazione in Germania tutti coloro che in qualche modo hanno espresso simpatie nei confronti del movimento di protesta di Hong Kong sorvegliando e intercettando le loro comunicazioni telefoniche e digitali, pedinandoli o schedando i loro nomi e trasmettendoli poi al quartier generale a Pechino. Ma le operazioni degli agenti segreti cinesi non si fermano qua. Studenti e uomini d’affari che si trovano in Germania solo temporaneamente grazie a permessi di studio e di lavoro, vengono contattati anche direttamente dall’Intelligence che in modo molto esplicito e diretto minaccia il ritiro del permesso di rientro in Cina e a Hong Kong nel caso dovessero solidarizzare col movimento di protesta democratico. Quelle rese note ufficialmente dal governo di Angela Merkel sono pratiche che violano in modo eclatante tutti i trattati internazionali e la stessa sovranità della Germania. Pratiche che i servizi segreti tedeschi del Bnd stanno osservando con crescente preoccupazione e che sono in grado di mettere a rischio la sicurezza interna e la convivenza all’interno della comunità tedesco-cinese. Il nodo degli affari In Germania vivono attualmente 212mila cinesi, di cui circa 16mila sono originari di Hong Kong. Gli scambi commerciali tra Germania e Cina raggiungono un volume di affari pari a 170 miliardi di euro, di gran lunga superiore a quello fra la Germania e gli Stati Uniti. Dati che da soli bastano a spiegare la pragmatica prudenza e titubanza della cancelliera tedesca nell’affrontare con i suoi interlocutori cinesi il delicato tema dei diritti umani. Nel corso della sua recente visita in Cina la cancelliera si è così limitata ad auspicare una «soluzione pacifica e non violenta delle proteste a Hong Kong». A esporsi di più e a mandare su tutte le furie le autorità cinesi è stato invece il Ministro degli esteri Heiko Maas (Spd) che ha «osato» addirittura incontrare il dissidente di Hong Kong Joshua Wong facendosi anche fotografare con lui. Per Pechino, che ha subito convocato l’ambasciatore tedesco, si è trattato di «un’inaccettabile ingerenza in questioni di politica interna» e una «mancanza di rispetto» nei confronti della Cina che avrà «conseguenze pesanti» sui rapporti bilaterali.

Sta per lasciare il suo posto di Speaker, il presidente della Camera dei Comuni, ma è determinato a portare a compimento la sua ultima battaglia: quella di evitare una Brexit No Deal. John Bercow ha giurato al premier Boris Johnson di essere pronto a tutto affinché venga rispettata la volontà dei deputati, che hanno approvato un provvedimento che impone al premier di chiedere all’Ue un rinvio del divorzio oltre la data del 31 ottobre in assenza di un accordo. E per farlo è disposto a mettere in campo una «ulteriore creatività procedurale». Il popolare quanto controverso speaker aveva già impedito a marzo a Theresa May di portare in Aula per la terza volta il suo accordo, già due volte rigettato dai Comuni, tirando fuori una convenzione risalente al 1604. «Se finora fossi stato minimamente ambiguo, permettetemi di essere cristallino. L’unica forma di Brexit che avremo, in qualsiasi momento avvenga, sarà una Brexit che la Camera avrà approvato esplicitamente», ha assicurato Bercow. Lunedì Johnson da Juncker Lo speaker si è spinto anche ad aprire all’idea che il Paese potrebbe avere bisogno di una costituzione scritta. «In passato sono sempre stato scettico sull’opportunità di una costituzione scritta», ha affermato, ma ora «sono giunto alla conclusione che vale la pena istituire una commissione», allo scopo di «esplorare» le possibili opzioni. Johnson deve risolvere la grana del backstop in Irlanda del Nord. Il Times aveva scritto che gli unionisti del Dup avevano fatto alcune aperture su una soluzione di compromesso, come quella di tenere l’Ulster in un’unione doganale limitata ai prodotti agroalimentari e spostando per queste merci i controlli doganali sulla costa. Ma la leader del partito, Arlene Foster, ha smorzato tutti gli entusiasmi parlando di «notizie senza senso» e ribadendo che il Regno Unito «deve lasciare la Ue come una nazione». Per provare a vedere se ci sono ancora spiragli per un accordo il premier lunedì incontrerà in Lussemburgo il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e il negoziatore per la Brexit, Michel Barnier. Le speranze di superare l’impasse sono poche, tra Londra e Bruxelles resta un divario «molto ampio», ha dichiarato il premier irlandese Leo Varadkar. Intanto rompe il silenzio David Cameron, il premier conservatore che volle il referendum sulla Brexit. In un’intervista al Times anticipando l’uscita della sua autobiografia Cameron ha detto di essere consapevole che «c’è chi non mi perdonerà mai», quindi ha attaccato Gove e Johnson accusandoli di essersi comportati in modo «orrendo» e di «aver fatto a pezzi il suo governo». Quindi non ha escluso l’ipotesi di un secondo referendum

Manca poco più di un mese alla Brexit, ma solo la metà degli italiani ufficialmente presenti nel Regno Unito ha fatto e ottenuto il permesso di residenza, il cosiddetto “settled status”: 150mila persone, ossia il 50% dei 300mila iscritti all’Aire, l’Associazione degli italiani residenti all’estero,ma ben pochi se co]nfrontati ai 700mila che, secondo le stime, vivono nel paese senza averlo comunicato alle autorità. «Speriamo di arrivare presto al 100%», spiega al Messaggero Brandon Lewis, sottosegretario agli Interni con delega all’uscita dalla Ue, lanciando un appello agli italiani: «Registratevi subito, è meglio». Su 3,2 milioni di cittadini Ue, avete accettato 1,5 milioni di domande. Cosa succederà a tutti gli altri? «Innanzi tutto fino a ora abbiamo respinto solo una domanda su un milione e mezzo. Per tutti gli altri c’è tempo fino al 31 dicembre del 2020 per richiedere il permesso di residenza, a cui hanno diritto solo coloro che erano nel paese prima del 31 ottobre 2019, data della Brexit. Questo vale sia con un accordo con Bruxelles che in caso di no deal, è indipendente dai negoziati e il nostro governo, in questo, vuole essere più generoso di altri paesi. Stiamo spendendo 9 milioni di sterline per raggiungere tutti e evitare che qualcuno rimanga senza documenti». Ma dal gennaio 2021 chi non avrà fatto i documenti dovrà tornare nel suo paese d’origine? «No, siamo molto cauti, certamente guarderemo con una certa flessibilità anche le situazioni che si presenteranno dopo, però vogliamo essere sicuri di arrivare alla scadenza pronti. Chiunque sia stato nel paese per cinque anni ha diritto a registrarsi o a pre-registrarsi in attesa di maturare il diritto. Noi vogliamo che rimaniate!». Certo, quando ci sono i ministri come Priti Patel che dicono che la libera circolazione finirà da un giorno all’altro è difficile che non ci sia panico… E ora che inizia la stagione delle convention politiche e forse anche una campagna elettorale ci potrebbero essere tanti slogan aggressivi, non pensa? «Con la Brexit, nei tempi dovuti, ci sarà un nuovo sistema per l’immigrazione che sostituirà la libera circolazione. Dopo il 2020 ci sarà un ‘permesso temporaneo di rimanere’ di 36 mesi per gli studenti e per i lavoratori, in aggiunta a chi avrà il settled status, ossia il diritto di rimanere a tempo indeterminato. E poi ovviamente vogliamo che i turisti continuino a visitare il nostro paese. Questa è la nostra offerta, la nostra promessa». La procedura di registrazione è effettivamente molto facile, ma solo per chi ha un Android. Chi ha un iPhone sta incontrando difficoltà. Quando risolverete il problema? «Già nelle prossime settimane sarà possibile usare l’iPhone, ma nel frattempo ci sono altri sistemi, si può prendere appuntamento. Noi vogliamo tutelare tutti i diritti degli europei residenti nel paese e sicuramente non ci saranno problemi per chi ha una casa o delle proprietà nel Regno Unito, questione totalmente indipendente dalla residenza, con il nostro governo conservatore. La cosa importante è che ci si registri il prima possibile, per non perdere tempo».

Tira quasi una vaga aria di pragmatismo, a Londra. Lunedì il premier Boris Johnson, dopo aver tanto temporeggiato, si siederà finalmente a un tavolo per un «pranzo di lavoro» con il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e con il negoziatore capo Michel Barnier in quello che sarà il loro primo incontro da quando l’ex sindaco di Londra è entrato a Downing Street a fine luglio. IL VERTICE Scartata la capitale europea come luogo del vertice, «di comune accordo hanno scelto di vedersi a Lussemburgo», un territorio più neutrale, secondo la Commissione. «Sono cautamente ottimista su un accordo sulla Brexit», ha detto Johnson a Rotherham, aggiungendo che esiste «una bozza sommaria di accordo da raggiungere con Bruxelles», ma che ad ogni modo «non si farà distogliere da nessuno dall’uscire il 31 ottobre» dall’Unione europea, anche a costo di un no deal che lo stesso rapporto del governo ‘Yellowhammer’, letteralmente ‘Zigolo giallo’, descrive in termini apocalittici, tra penuria di medicinali e problemi nella fornitura di generi alimentari. Sullapossibilitàche lunedì sia il giorno della svolta sono stati ancora più cauti sia l’esecutivo europeo che Downing Street, oltre allo stesso Barnier che giovedì scorso ha detto di non vedere ragioni di ottimismo. ma a gettare acqua sul fuoco è stato soprattutto il premier irlandese Leo Varadkar, il quale ha fatto presente come sul dossier della clausola di salvaguardia dell’Irlanda del Nord il divario rimane «molto ampio», precisando che le proposte che circolano «lascianomolto,molto a desiderare». Secondo quanto trapelato in questi giorni, l’ipotesi allo studio è quello di un allineamento normativo tra Dublino e Belfast, introducendo dei controlli alla frontiera marittima tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, parte del Regno Unito. Si tratta di un ritorno a unadelleprime ipotesi allo studio, che però era stata respinta con sdegnodalla leader degliunionisti irlandesidelDUP,Arlene Foster, a cui la ex premier TheresaMay doveva appoggiarsi per avere una maggioranza in parlamento. Ma ora che il governo comunque non ha una maggioranza, Johnson è menosoggetto ai ricatti. E la Foster,che sadinon potersi permettere un no deal catastrofico per l’Irlanda del Nord sia da un punto di vista economico che geopolitico, ha ammorbidito il tono delle sue critiche, parlando di «assurdità» e aggiungendo: «Il Regno Unito deve uscire dall’Ue come un’unica nazione, noi non sosterremo alcuna soluzione che crei barriere o differenziazioni» fra IrlandadelNord eGranBretagna. LA TENSIONE Le evoluzioni sul fronte europeo non aiutano a sciogliere la tensione sulla scena politica interna, a pochi giorni dall’inizio della lunghissima sospensione del Parlamento voluta da Johnson e a pochissimo dalle convention dei partiti, dove il dibattito si preannuncia possibilmente ancora più acceso che nella camera dei Comuni, tanto che qualunque proposta sull’Irlanda verrà formalizzata solo dopo l’appuntamento dei Tories aManchester a inizioottobre. Lo speaker dimissionario della Camera, John Bercow, ha invitato alla «ulteriore creatività procedurale» nella ricerca di soluzioni qualora il premier decidesse di ignorare la legge che lo obbliga a chiedere un rinvio della Brexit qualora non ci fosse nessun accordo prima del 19 ottobre. «L’idea di non obbedire alla legge non può andare da nessuna parte», ha precisato. Bercow, decisamente esplicito nella sua difesa del ‘remain’, ha annunciato che lascerà il suo posto entro il 31 ottobre, data della Brexit. Intanto, l’ex premier Cameron rompe il suo silenzio, critica la sospensione dei lavori del Parlamento: «Il no deal non è una buona idea». E regola i conti con Boris Johnson e Michael Gove: a entrambi contesta di essersi comportati «in modo orribile» nella campagna referendaria «facendo a pezzi il governo di cui erano parte».

Si profila un’altra proroga per la vicenda Alitalia. Il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli dovrebbe decidere lunedì insieme ai commissari della compagnia: l’ipotesi al momento è che venga concesso un altro mese per definire l’azionariato e il piano industriale del vettore. Il termine inizialmente era per questa domenica. I futuri azionisti dovrebbero avere tempo fino al 15 ottobre, anche se Ferrovie dello Stato e Atlantia, gli azionisti di maggioranza, chiedono almeno un mese e mezzo. I tre commissari straordinari della compagnia non hanno intenzione però di concedere altri giorni. Con l’insediamento del nuovo governo i tempi si sono infatti dilatati e ci sarebbero anche alcuni nodi da sciogliere, che vanno dalla governance agli accordi commerciali. L’aspetto più ostico è sempre la collocazione della nuova Alitalia all’interno di Blue Skies, la joint venture composta da Delta, Air France-Klm e Virgin Atlantic. In questo accordo infatti Alitalia avrebbe il ruolo di “associated partner” e non di partner di primo livello. Altro tema ancora da affrontare a fondo è quello degli esuberi, che rischiano di essere circa duemila. Intanto per il 18 settembre è previsto al ministero dello Sviluppo un incontro con i sindacati, le associazioni professionali, i tre commissari straordinari Enrico Laghi, Stefano Paleari e Daniele Discepolo, la Regione Lazio, i ministeri del Lavoro e dei Trasporti: sarà presente il nuovo ministro dello Sviluppo Patuanelli, che ha ereditato il dossier dal leader grillino Luigi Di Maio. Il piano resta quello impostato dal precedente governo, con la partecipazione cioè di Delta Airlines, che potrebbe anche salire dal 10% al 15%, di Atlantia con il 35% e da un altro 35% di Ferrovie: la parte restante andrà in mano al ministero dell’Economia. Il nuovo titolare del Tesoro, Roberto Gualtieri, ha spiegato che il Mef parteciperà all’operazione, il piano però dovrà essere «un modello industriale sostenibile per un Paese che vive anche di esportazioni e di turismo».

Problemi di «strategia, fattibilità e valorizzazione». Con queste motivazioni il consiglio del London Stock Exchange, il gruppo che controlla la Borsa di Londra e quella di Milano, ha respinto l’offerta da 36 miliardi di euro avanzata nei giorni scorsi dalla Borsa di Hong Kong (Hkex) per una fusione. Il consiglio, spiega una nota del gruppo, ha rifiutato all’unanimità questa proposta e non vede motivo di proseguire nelle «discussioni». La proposta di Hong Kong prevedeva l’acquisizione di Lse attraverso una offerta in parte in contanti e in parte attraverso l’emissione di nuove azioni, per una valorizzazione del titolo Lse pari a 83,61 sterline. Nel respingere l’offerta «non sollecitata» della Borsa di Hong Kong, Lse ha sottolineato che «resta impegnata e continua a fare buoni progressi» nella proposta di acquisizione di Refinitiv, fornitore globale di dati e infrastrutture sui mercati finanziari. «I processi approvazione normativa sono in corso e una circolare dovrebbe essere inviata agli azionisti di Lse a novembre per chiedere la loro approvazione alla transazione», prevista nel secondo semestre 2020. Malgrado la complessità dell’operazione con Refinitiv, la piattaforma di dati adesso controllata dal fondo Blackstone, gli analisti nei giorni scorsi erano concordi nell’indicare questa come la strada preferibile per il futuro di Lse. Così come scontato appariva il «no» alla proposta arrivata da Hong Kong. Lo stop all’offerta ha spinto gli acquisti su Lse – salita del 3,6% -. Hkex, dal canto suo, ha chiuso in rialzo dell’1,4%, con la Borsa di Hong Kong che però ha chiuso gli scambi prima che venisse ufficializzata la notizia del rifiuto di Londra. Alla decisione di Londra ha fatto seguito la replica di Hkex. La società che gestisce la Borsa di Hong Kong ha fatto sapere di voler insistere con Londra che, a suo dire, ha l’opportunità di valutare tanto l’operazione con Refinitiv, tanto quella dell’Hkex che nel frattempo ha avviato i primi contatti con i regolatori e le istituzioni interessate. La società dell’ex colonia britannica potrebbe rivedere la sua offerta – 20,45 sterline in contanti e 2,495 azioni Hkex di nuova emissione per ciascuna azione Lse – magari aumentando la parte in contanti. Ma prima di ritoccare l’offerta Hong Kong aspettava la bocciatura formale, arrivata ieri. In questo quadro resta sotto osservazione anche il futuro di Milano che del London Stock Exchange Group fa parte. Il neo ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, ha fatto sapere di seguire con grande attenzione la vicenda, consapevole che Borsa Italiana – che comprende anche Mts, il mercato all’ingrosso dei titoli di Stato – rappresenta «un asset strategico per il Paese».

L’avvicinarsi della manovra riaccende le discussioni sulla lotta all’evasione fiscale a colpi di limiti o divieti all’utilizzo del contante. Ma tanta passione non sembra coinvolgere Giulio Tremonti. «La finanziaria – ragiona l’ex ministro dell’Economia – segna tradizionalmente l’inizio della stagione venatoria, che nel caso specifico si manifesta come caccia all’evasore fiscale. Ogni autunno si aprono i cancelli dello zoo: la novità di quest’anno è la varietà e la modernità delle specie. Non è più il vicino di casa o il negoziante che nega lo scontrino, si vede un’evoluzione in senso tecnologico che arriva fino a prospettare pagamenti realizzati con l’iride o con la mano. Una gamma di strumenti ampiamente utilizzati in Cina, dove in effetti il contante quasi non c’è più. Il che forse autorizza l’idea che da quelle parti si vada configurando una vera e propria dittatura, più che fiscale, digitale». Da Bankitalia al Comitato per la sicurezza finanziaria, però, le analisi concordano nell’indicare un legame stretto fra la diffusione del contante e il rischio di evasione fiscale e riciclaggio. Sono pronto a riconoscere ad altri una superiore capacità di formulare studi sull’evasione. Ma questa lotta al contante è la tipica forma di intervento demagogico e regressivo, perché il contante in Italia è prima di tutto lo strumento dei poveri e degli anziani. Con campagne di questo tipo, se anche non ti importa di perdere i voti, certamente non guadagni gettito perché spingi ancora più sul nero. Bisogna cambiare ottica. In che senso? Non è una norma fiscale a modificare i comportamenti di una società, ma è l’evoluzione della società a portare con sé migliori rapporti fiscali. Solo una prospettiva graduale e progressiva può avere successo se congiuntamente rispetta e coinvolge le persone. Gli interventi strampalati di cui si parla in questi giorni rischiano di essere incostituzionali, e fuori dal quadro europeo. Gli strumenti normativi, poi, devono considerare la realtà effettiva. Dopo l’11 settembre si pensò a un complicatissimo sistema di controllo dei flussi finanziari in funzione antiterrorismo, che però si sarebbe rivelato inutile perché gli attentati purtroppo sono continuati, ma in forma low cost. Quando si guarda alle classifiche internazionali, però, l’Italia occupa le prime posizioni sia in termini di utilizzo del contante sia in termini di evasione. Non c’è un legame? Le stime sull’evasione sono ampiamente discutibili. Dai calcoli Ocse sulle voluntary disclosure si scoprì per esempio che il capitale tedesco in Austria, Lussemburgo e Svizzera era pari a quello italiano in rapporto al Pil. E guardare a quello che capita nel resto d’Europa può essere di qualche utilità. Ci sono 11 Paesi che non conoscono limiti di legge all’uso del contante, e fra questi ci sono appunto Germania, Regno Unito, Austria, Svezia. È una scelta ideologica, di libertà e anche di sicurezza perché in tanti casi il contante può essere una riserva. E perché si assume che una totale dipendenza dalle banche sia un limite gravissimo alla libertà. È poi sbagliato pensare che ci sia un legame diretto e assoluto per effetto del quale se elimini il contante elimini l’evasione. Un conto è vietare il contante, altro conto è non usarlo: in 11 Paesi in Europa convivono l’assenza di divieti con l’uso del contante comunque volontariamente limitato alle piccole operazioni. Fermo che in molti casi va per contanti l’assegnazione ai dipendenti di enormi stock di auto a chilometro zero o l’acquisto non malavitoso di beni immobiliari di valore. In tutti questi casi si parla comunque di libertà considerata non incompatibile con i doveri fiscali. In quest’ottica, allora, più dei divieti possono tornare utili incentivi e disincentivi. Certo non quelli che ipotizzano aliquote Iva diverse a seconda della modalità di pagamento, anche perché l’Iva è per definizione europea e neutrale rispetto a ogni tipo di flusso finanziario. C’è però il tema delle detrazioni e deduzioni fiscali. Alcune, per esempio quelle per le spese in risparmio energetico, sono già vincolate a pagamenti tracciabili. Non è un meccanismo da estendere? Non credo su scala vasta e generale. Il cosiddetto contrasto d’interessi, per cui io batto l’evasione se ti concedo deduzioni e detrazioni, realizza l’ideale concentrazionario per cui ognuno diventa il finanziere dell’altro. Se applicati sistematicamente, poi, questi sistemi sono regressivi. Poniamo per esempio di concedere uno sconto fiscale al padrone di casa che chiama l’idraulico se si fa fare la ricevuta: a parità di lavandino, l’anziano pensionato che non ha capienza Irpef paga il prezzo pieno, il benestante ottiene invece la deduzione e quindi il lavandino gli costa meno. Questa evoluzione non è però favorita da condoni, definizioni agevolate, paci fiscali e dalle tante forme di sanatoria che periodicamente si affacciano nell’ordinamento tributario. Chiudere davvero questa stagione non potrebbe aiutare? Non è vero nemmeno questo. E anche in questo caso è utile vedere che cosa accade all’estero. Molti sistemi, a partire da quelli anglosassoni ma per arrivare anche a quelli continentali, conoscono meccanismi permanenti di definizione agevolata dei debiti fiscali. Il nostro è sempre stato invece un sistema dogmaticamente rigido, e un sistema rigido per forza produce rotture periodiche, sotto forma di condono. Solo negli ultimi anni abbiamo introdotto meccanismi come l’accertamento con adesione, e per esempio la Procura di Milano ha agito in questi termini nei grossi casi recenti. Se da noi i condoni sono stati saltuari, uno ogni dieci anni, in tanti altri sistemi, meno rigidi in assoluto, al posto dei condoni periodici ci sono meccanismi permanenti, addirittura preventivi.