«L’Italia starebbe molto meglio fuori dall’Ue». A dirlo non è un opinionista qualsiasi, ma il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante un’intervista stasera, alla radio londinese LBC (Leading Britain’s Conversation), con il suo vecchio amico sovranista inglese Nigel Farage, leader del Brexit Party e storico euroscettico del Regno Unito, che ha un programma fisso sulla stessa LBC. Trump sinora non si era mai espresso così esplicitamente contro l’appartenenza dell’Italia in Ue. Tutto è avvenuto mentre Trump e Farage parlavano in diretta di sanità pubblica britannica, subito dopo l’endorsement del presidente Usa a un’alleanza di Farage con il premier britannico Boris Johnson alle prossime elezioni in Regno Unito il 12 dicembre («sareste una coppia perfetta per completare la Brexit»), affinché il leader Labour Jeremy Corbyn non vada a Downing Street («finireste molto male con lui»). A un certo punto Trump, mentre prova a tranquillizzare i britannici sulle future relazioni commerciali Usa-Uk dopo la Brexit, dice: «Noi non vogliamo avere niente a che fare con la vostra sanità pubblica. Parliamo soltanto di commercio, che nel vostro caso, se faceste un accordo con noi, sarebbe quattro-cinque volte più grande di adesso, e la vostra economia ne gioverebbe moltissimo. Ma oggi voi siete bloccati dall’Unione Europea, come altri Paesi nell’Ue. Anche l’Italia e altri Paesi starebbero molto meglio senza l’Unione Europea». Trump cita espressamente soltanto l’Italia, oltre al Regno Unito. «Ma se questi Paesi vogliono rimanere in Ue, ok», ha aggiunto Trump. «Ma sappiate che in Europa governano persone con le quali è molto difficile negoziare, mentre con me sarebbe tutto più facile: faremmo subito un accordo commerciale con voi».

La Russia di Vladimir Putin ha condotto e continua a condurre campagne di ingerenza e disinformazione nelle dinamiche politiche del nostro Paese e in quelle dell’Unione Europea. E per questo, il nostro presidente del Consiglio le indica come una minaccia. Si scopre infatti – per come ricostruiscono a Repubblica fonti qualificate – che durante la sua audizione del 23 ottobre al Comitato parlamentare di controllo sui Servizi (Copasir) Giuseppe Conte ha dedicato un articolato passaggio delle oltre duecento pagine della sua relazione semestrale sulle attività della nostra intelligence (Aise, spionaggio all’estero, e Aisi, controspionaggio) proprio alle operazioni di manipolazione del consenso e di raccolta di informazioni condotte da Mosca in grado di condizionare gli equilibri politici del Parlamento europeo. E, con loro, la «dinamica interna» della discussione nel nostro Paese. Sempre con un unico obiettivo: ingrossare le fila di quegli schieramenti politici che in Europa e in Italia premono per la cancellazione delle sanzioni economiche a Mosca per la guerra in Ucraina. Che Conte abbia scelto quella seduta del Copasir per accendere un faro sulla Russia non appare casuale. E, in qualche modo, spiega anche a posteriori la conferenza stampa successiva a quella audizione. Nel dare conto di quanto accaduto al capitolo Russiagate (l’affaire che ruota intorno alla collaborazione italiana fornita alla contro-inchiesta condotta dall’attorney general William Barr, e che vorrebbe Donald Trump vittima di un complotto) il premier aveva infatti giustapposto un affondo a Salvini – apparentemente incongruo rispetto all’oggetto della sua audizione – sui suoi legami con Mosca. Si spiega insomma meglio, ora, la riproposizione di un assioma che ha definito e continuerà a definire il peso delle due vicende russe nella battaglia politica di queste settimane. E che, all’osso, suona così: se è vero che va ancora messo un convincente punto alla storia della collaborazione fornita da Conte alla contro-inchiesta di Barr, a maggior ragione il leader della Lega non può continuare a fuggire dai fatti del Metropol e dalla sua dichiarata sintonia di interessi e prese di posizione con Mosca per far cadere le sanzioni Ue alla Russia. Torniamo alla relazione al Copasir, dunque. Sempre secondo quanto riferito a Repubblica dalle stesse fonti, il premier, facendo riferimento all’intelligence raccolta dall’Aise, ha indicato al Comitato l’esistenza di evidenze per cui Mosca avrebbe condotto, ancora in occasione delle recenti elezioni europee del maggio scorso, «attività di informazione e ingerenza sui dispositivi dell’Unione europea» per condizionare l’esito del voto. Una circostanza, questa, peraltro ulteriormente accreditata, non più tardi di tre giorni fa a Bruxelles, dalla Commissaria europea al digitale Mariya Gabriel, che ha sottolineato come «le elezioni per il Parlamento Ue del maggio 2019 non siano state esenti da disinformazione». Una modalità tipica, come ormai pacificamente acclarato, delle centrali di intossicazione con sede in Russia. Il quadro, sempre secondo quanto riferito dal premier al Copasir, non cambia se ci si muove all’interno dei nostri confini. Con un riferimento alle attività di intelligence svolte dall’Aisi (il nostro controspionaggio) Conte ha menzionato in modo volutamente generico «attività ostili» condotte dalla Federazione russa. Il premier non è sceso nel dettaglio di queste «attività ostili» nei primi sei mesi del 2019 (quando peraltro, e non è un dettaglio, Salvini era il suo vicepremier). Anche se è verosimile che il riferimento sia all’attività di cyber-war, la guerra informatica, con cui vengono regolarmente aggrediti server e banche dati del nostro Paese che custodiscono informazioni sensibili. È certo che, nella sua disamina del rischio Russia, Conte abbia fatto cenno all’uso della «propaganda» per «indebolire il fronte Ue sul mantenimento delle sanzioni» e «modificare le politiche Nato sulla Russia». Sollecitato da Repubblica, Palazzo Chigi non fornisce alcuna indicazione sul merito dei passaggi della relazione semestrale dedicati a Mosca. «La legge non ci consente di confermare o smentire qualsiasi contenuto coperto da segreto nell’interesse nazionale». Diverso il discorso sul capitolo Russiagate-Washington. Qui, Palazzo Chigi lamenta la manipolazione, nei giorni scorsi, dell’intervista concessa da William Barr alla cable tv Fox News. «Nelle parole del ministro Usa – fa dire il premier – non c’era alcun riferimento esplicito a informazioni utili raccolte in Italia. Si parla infatti genericamente di “Paesi” cui gli Stati Uniti hanno chiesto collaborazione». Che la precisazione sia arrivata a distanza di quasi due giorni non deve sorprendere. È infatti contestuale alla notizia dell’apertura della procedura di impeachment del Congresso Usa nei confronti di Trump. Ed è la prova del timore di rimanere incastrati con la vicenda Russiagate in una partita mortale – lo scontro sull’impeachment – che si giocherà a Washington. Una partita che Roma non può evidentemente controllare.

La svolta di Twitter divide i partiti americani e innesca una discussione di interesse mondiale. Ieri Jack Dorsey, 42 anni, fondatore e amministratore delegato della società, ha annunciato che la piattaforma non ospiterà più pubblicità politica a partire dal prossimo 22 novembre. La rinuncia riguarda tutti i Paesi del mondo, ma la decisione è stata presa sulla spinta delle polemiche negli Stati Uniti, nel mezzo della campagna per le primarie democratiche e in vista delle presidenziali nel 2020. Scrive Dorsey, naturalmente sul suo account Twitter: «La pubblicità su Internet è incredibilmente potente e molto efficace per gli inserzionisti commerciali; ma questo potere comporta rischi significativi per la politica, dove può essere usato per influenzare voti che toccano la vita di milioni di persone». Brad Parscale, 43 anni, capo della campagna, di Donald Trump, è duro: «Una scelta davvero molto stupida». E ancora: «Questoèl’ennesimo tentativo di silenziareiconservatori». Potrebbe sembrare un’affermazione paradossale, visto che il suo capo, il presidente americano, detta quotidianamente l’agenda al Paese e al mondo con i tweet, seguiti da 66 milioni di follower. In realtà «i conservatori», sotto la guida dello stesso Parscale, sono più avanti di tutti gli altri avversari democratici nella dimensione digitale. La strategia tiene insieme diversi canali di comunicazione che parte dall’account di Trump, passa dai gruppi di fan, fino agli spot a pagamento mirati su singoli segmenti dell’elettorato. Il problema, però, è come garantire all’opinione pubblica che la propaganda, repubblicana o democratica che sia, non contenga palesi falsità sugli avversari, incitamenti all’odio e così via. Il tema è da mesi al centro del confronto. E finora il network più investito dalle polemiche è stato Facebook, non Twitter. Il 24 ottobre scorso Mark Zuckerberg si è trovato in grande imbarazzo in un’audizione al Congresso, specie quando la deputata radical Alexandria Ocasio-Cortez gli ha chiesto se Facebook fosse «in grado di controllare la veridicità delle inserzioni pubblicitarie a pagamento». Risposta: «Riteniamo sia giusto tutelare la libertà di espressione di tutti, politici compresi. Sarà poi il pubblico a giudicare». «Quindi – ha continuato Ocasio-Cortez – io potrei fare uno spot su Facebook sostenendo che i repubblicani appoggiano il mio piano sull’ambiente?». Jack Dorsey si è inserito in questa disputa, con una mossa che appare anche un’operazione di marketing. Ha ottenuto, però, solo un moderato consenso tra i democratici. Ocasio-Cortez ha osservato che «se un social non è in grado di garantire il fact-checking degli spot politici, allora fa bene a rinunciare». Joe Biden, l’ex vicepresidente candidato nelle primarie per le presidenziali, ha notato che «è un peccato dover fare a meno di questo strumento, perché non si è in grado di gestirlo in modo corretto». E Zuckerberg? Il fondatore di Facebook non si smuove. Ieri ha saputo di Twitter mentre stava facendo una «conference call» con gli investitori. Questa la sua reazione: «Anche io avevo pensato di togliere gli spot politici, ma è difficile stabilire dove tirare la linea. Vogliamo veramente bloccare le inserzioni su temi importanti come il climate change o l’avanzamento sociale delle donne?». E aggiunge che non è una questione di soldi: «Ci aspettiamo che per il prossimo anno i ricavi dalle inserzioni politiche siano pari allo 0,5% del nostro fatturato». Per mettere le cose in chiaro: iricavi di Facebook si aggirano sui 66 miliardi di dollari: la politica, dunque, rende sui 330 milioni di dollari l’anno.

Twitter decide di non accettare più pubblicità elettorale perché considera quella veicolata online troppo potente, personalizzata e manipolabile, mentre Facebook la mantiene anche quando verifica che diffonde affermazioni false. Dice di farlo in nome della libertà d’espressione e del diritto degli elettori di vedere tutti i messaggi, anche quelli ingannevoli. La decisione di Jack Dorsey viene attaccata da destra mentre il rifiuto di Mark Zuckerberg di cambiare rotta fa infuriare la sinistra Usa. Solito muro contro muro tra repubblicani e democratici anche sulla pubblicità politica? Attenti: i tempi sono cambiati e per capirlo basta analizzare la furiosa reazione del capo della campagna di Trump, Brad Parscale: «La scelta di Dorsey è stupida: un altro tentativo di ridurre al silenzio i conservatori perché Twitter sa bene che noi abbiamo la macchina elettorale digitale più sofisticata mai costruita». È vero, ma qui il principio della libertà d’espressione c’entra poco, visto che l’efficienza di quella macchina non consiste in una superiore capacità di veicolare messaggi convincenti, ma nell’uso dei dati personali di ogni singolo cittadino perinfluenzare o addirittura manipolare le sue scelte. Nell’era di big data puoi inviare messaggi personalizzati a ogni consumatoreoelettore sulla base di un profilo individuale capace di scoprire, attraverso la psicografica, idee, gusti e anche vulnerabilità psicologiche: una rivoluzione che va ben oltre la pubblicità.

È un mondo nuovo e non regolato (o con norme concepite per un’altra realtà) nel quale gli strumenti di analisi e comunicazione e l’uso del microtargeting — nel commercio come in politica — sono diventati talmente potenti e sofisticati da poter essere usati come armi che mettono in pericolo la democrazia. Se ne è vantato tante volte, prima in riunioni riservate, poi anche nelle presentazioni pubbliche ai potenziali clienti, perfino Alexander Nix, il geniale e diabolico capo di Cambridge Analytica, prima di essere travolto dallo scandalo dell’uso illegale dei dati di Facebook per favorire la campagna 2016 di Donald Trump: «Noi non siamo un’agenzia di pubblicità, ma una società che usa la scienza dei dati e la psicografica per influenzare il comportamento delle persone e anche il loro voto». Quello che è accaduto nel 2016 non è un caso isolato: la Scl, società britannica, madre di Cambridge Analytica, ha condotto per oltre vent’anni campagne miranti ad alterare il risultato di elezioni in molti Paesi, dalla Nigeria all’Indonesia. Prima di inciampare nello scandalo, Nix non ne faceva mistero (e parlava della raccolta di dati come di una «corsa agli armamenti») perché aveva tra i suoi clienti anche alcuni governi occidentali e la Nato che usavano le

sue campagne psicologiche anche per cercare di arginare la diffusione delle ideologie terroriste di Al Qaeda e dell’Isis nel mondo islamico. Ma, come scrive il president di Microsoft Brad Smith nel suo recente «Tools and Weapons», un saggio nel quale chiede ai governi di regolamentare tecnologie ormai troppo potenti, questi strumenti digitali stanno diventando un pericolo per la democrazia: sono usati da molti come armi anziché come attrezzi socialmente utili. Perché ci svegliamo ora se le manipolazioni vanno avanti da vent’anni? Per due motivi: il primo è che le campagne nei Paesi del Terzo mondo «non facevano notizia». La stampa anglosassone è scesa in campo quando nel mirino sono finiti Brexit e le presidenziali americane. Il secondo è che la potenza degli strumenti psicologici è enormemente aumentata con lo sviluppo di big data e dei canali delle reti sociali: Nix sosteneva di avere un database con 240 milioni di cittadini americani, ognuno dei quali profilato con una media di cinquemila dati. Sceglieva gli elettori in bilico e li raggiungeva via social network con messaggi personalizzati. Cambridge Analytica non c’è più, ma, in assenza di regole, negli Usa queste tecniche stanno diventando di uso comune nelle battaglie elettorali. E la diffusione di nuove, inquietanti tecnologie come il deepfake (filmati falsi) renderà tutto ancor più caotico. Elezioni falsate? Forse, ma basta già l’inevitabile diffusione di disaffezione e cinismo per minare ulteriormente la democrazia. L’uomo della strada può non saperlo, ma Zuckerberg lo sa benissimo.

Abbiamo passato molto tempo con Eugenio per preparare un libro che lui ha letto solo quando è stato stampato. Quasi due anni di lavoro per raccontare i mille Scalfari “che mi somigliano tutti un po’ con una vita molteplice e ormai indipendente dalla mia”. La cifra unica di questi mille Scalfari è stata l’allegria. E il racconto, anche quando diventa intimo, rivela sempre la sua gioia di vivere: “C’è stato molto divertimento nella mia vita. Nel lavoro mi sono sempre divertito. E quando ho smesso di fare qualcosa è perché non mi divertivo più”. Anche noi ci siamo divertiti e ci auguriamo che queste confessioni sorprendenti e libertine ora divertano il lettore. Il capitolo che qui anticipiamo, intitolato “Io e Montanelli”, è il penultimo. I capitoli sono 24, l’ultimo è il “Lungo addio”. C’è poco di quel che si conosce, anche dell’amicizia con il Papa: “Di tutto quel che ho realizzato nella mia lunga vita, la cosa che piacerebbe di più alla mamma è l’amicizia con Papa Francesco. In questi anni mi è stato chiesto che senso ha per un laico parlare di religione e di Dio. Che ne sanno, loro, di me e di mia madre?”. (a.g. / f.m.)

Un giorno pronunciammo entrambi la stessa frase: «Ti immagini noi due insieme?», e non so se i nostri stupori fossero uguali; non so se lui si riferisse all’impossibilità di mettere insieme il suo carattere ribaldo di toscanaccio e la mia cocciutaggine di calabrese o la sua Italia di destra e la mia Italia di sinistra. Indro aveva rotto con il Corriere ed ero andato a trovarlo a Milano, a casa di una signora da cui viveva e che credo fosse la sua compagna. Gli proposi di fare insieme un giornale e gli offrii il posto di direttore. Mi disse che voleva scrivere articoli e non dirigere giornali e lo rassicurai promettendogli che così sarebbe stato: avrebbe fatto i suoi editoriali di direttore e al resto ci avrei pensato io. Le mie parole gli giunsero chiare, ma non colsi nessuna reazione emotiva. Dunque non so se restò lusingato dalla proposta. Mi assicurò soltanto che ci avrebbe pensato per un paio di giorni. E, quando ci salutammo, aggiunse che con ogni probabilità la risposta sarebbe stata no. E in effetti, come aveva promesso, e come a quel punto prevedevo, quarantotto ore dopo mi arrivò il suo no: non avrebbe fatto, mi spiegò, il direttore di un giornale che nella realtà sarebbe stato tutto mio. Montanelli realizzò il quotidiano facendosi finanziare da Berlusconi e questa è stata una delle ragioni per cui per molto tempo ce ne dicemmo di tutti i colori. Poi però, quando fu licenziato dal Giornale e fondò La Voce, ci rivedemmo ancora, due o tre volte. In un’occasione rievocò, con una punta d’ironia, quel nostro incontro milanese: «Credi che se io avessi accettato di diventare il direttore del tuo giornale, tu avresti avuto lo stesso successo?». Era sempre l’uomo mordace che avevo imparato a conoscere fin dagli anni in cui a Milano capitava di incrociarci al Covino, un ristorante dove mangiava spesso con Longanesi. Ricordo con simpatia il Montanelli novantenne, mi rivedo nei suoi sorrisi senza goffaggini, mai fuori contesto, mai giovanilisti, che è la peggior maniera di essere vecchi, negando sé stessi. Del vecchio Montanelli ricordo il viso lungo nell’intreccio scarnificato di solchi e di macchie: era stato sempre magro, ora era traballante e curvo. Non aveva i miei capelli né la barba bianca con qualche striscia lucente, ma la pelle era la stessa: sdrucita e sottile, non gli copriva ma gli scopriva le ossa, le sue più ancora delle mie. Mi è piaciuto il suo modo di invecchiare. Ma anche quando quello stesso Berlusconi che ci aveva allontanato ci avvicinò, continuammo ad avere punti di vista differenti sull’Italia e sul mondo. Curiosamente, il legame si rinsaldò allorché insieme partecipammo a un festival dell’Unità, ma non ci fu nessuna sbandata di Indro a sinistra, come in quell’occasione dissero i berlusconiani delusi. E soprattutto nessuna ruggine senile nel suo pensiero. La verità era che un uomo di destra del suo stampo si trovava molto meglio con una sinistra alla Prodi che con una destra alla Berlusconi. Non si riconosceva nella sinistra, che però non gli faceva più paura; al contrario, temeva la destra che era la sua bandiera, e dunque si sentiva tradito. Indro rimase il grande giornalista che era sempre stato, l’interprete più arguto del senso comune: quello che gli italiani di solito sentivano con la pancia, lui lo restituiva nell’inimitabile efficacia del suo stile. Ogni italiano aveva in casa uno zio brillante e pungente, un fratello caustico che somigliava a Montanelli. Io ho cercato invece di essere l’interprete del buon senso, che è cosa diversa dal senso comune, ma oramai eravamo entrambi vecchi e questo ci rendeva più compatibili, sebbene avessimo fantasmi diversi: lui con i suoi Longanesi e Prezzolini; io con i miei Pannunzio e Benedetti. Io di sinistra e lui di destra. E benché ce ne dicessimo di cotte e di crude, siamo stati, a modo nostro, amici e alla fine era vero che ci somigliavamo. Nonostante fossi più giovane, abbiamo vissuto nella stessa epoca e attraversato lo stesso fuoco, trasformando il nostro mestiere in un romanzo, al punto che il mondo reale e il mondo narrato non si distinguono più, con una folla di Scalfari e una folla di Montanelli, tutti veri, tutti falsi, tutti verosimili, tutti leggendari. Entrambi abbiamo fatto i conti con il liberalismo: lui da conservatore anarcoide, io da radicale libertino; lui divulgatore di storia e io scrittore di filosofia. Entrambi ci siamo fatti beffe di quella ipocrisia che chiamano «i fatti separati dalle opinioni», ed entrambi siamo stati circondati da servizievoli cloni ai quali abbiamo sempre preferito gli avversari, non gli insultatori e i quaquaraquà, ma la gente con cui ci si intende anche quando ci si morde. Avevamo in comune pure la pretesa dell’eleganza, quell’idea di indossare con semplicità un cachemire come fosse lana grezza. Siamo stati «la dualità italiana», come qualcuno ha detto, la mano destra e la mano sinistra del giornalismo del Novecento, due irriducibili ghibellini: il ghibellino bianco e il ghibellino nero. E anche due provinciali, aggiungo, uguali e diversi: la sua Fucecchio è il mondo che rimanda alla metafora dell’individuo, alla solitudine e alla singolarità, ma anche allo spazio chiuso che più resiste al tempo; la mia Civitavecchia è il mare aperto, l’orizzonte, lo sguardo. Da un lato la provincia chiusa di un toscanaccio che si liberava girando il mondo e andava a cercare il segreto dell’universo in Finlandia e in Ungheria; dall’altro la provincia aperta del Viandante di Caspar David Friedrich che cercava il segreto dell’universo scrutando l’orizzonte. La provincia gelosa e permalosa del sarcastico provocatore in faccia alla provincia paterna e dolce che dalla riva guarda le navi lasciare il porto e diventare punti lontani. Oggi sorrido immaginando me stesso con Montanelli accanto, a passeggiare nel secolo. Ma non voglio esagerare. E non solo perché i nostri modelli giornalistici restarono inconciliabili nello stile e nel modo di pensare. Nel ricordo non mi pesano le critiche e i giudizi aspri che per decenni ci siamo scambiati. Confesso però che mi dispiacque quando appresi che nei suoi Diari mi dipingeva come una specie di Bel-Ami, il personaggio che Maupassant immortalò assegnandogli il tratto della spregiudicatezza. Ora, per quello che ne so, la spregiudicatezza può essere tanto mancanza di scrupoli quanto libertà dal pregiudizio; può trasformarsi in cinismo oppure in indipendenza d’opinione e perfino in anticonformismo. Ritengo che la mia, anche quando ha sfiorato l’azzardo, non abbia mai forzato le regole del gioco. Qualunque partita da me affrontata è sempre stata condotta secondo le regole. Maupassant consegnò al lettore un tipo umano che, attraverso il giornalismo, scopre la seduzione del potere e se ne innamora al punto da volersi sostituire ai potenti che descrive. So bene che il mio mestiere è stato una forma di dominio che ho esercitato lungo sessant’anni. Tutta la mia vita è stata costellata di incontri con quella «razza padrona» che ho cercato non solo di combattere, ma anche di raccontare in maniera dettagliata. E non c’è mai stata la tentazione di sostituirmi a loro, di voler essere come loro. Lo dico senza snobismo, con la consapevolezza che la mia storia, come ho raccontato, nasceva da altre premesse. È vero, tuttavia, che a lungo ho avuto un potere reale. E, avendolo esercitato nella doppia veste di giornalista ed editore, è sembrato ancora più grande. Per me è naturale che la figura di Bel-Ami lasci il posto a qualcosa di più sfumato, perfino di malinconico. Nel senso che ho sempre avuto chiaro che il potere, rispondendo alle leggi della meccanica, per il semplice fatto che c’è, si può perdere. Ho combattuto molte battaglie: ho difeso quando c’era da difendere e ho attaccato quando ho avvertito la minaccia di un nemico deciso a insidiare le nostre postazioni. Non penso sia un’eccezione aver vissuto in modo alquanto tempestoso certi momenti dell’esistenza. Il Novecento, più di altri secoli, è stato il tempo delle burrasche e delle bonacce. Averlo attraversato per un lungo tratto mi consente di vedermi come un protagonista che ha lottato, patito, desiderato affinché le proprie idee, i propri progetti avessero la meglio in una competizione che non ha mai ignorato la correttezza. Ecco perché la spregiudicatezza alla quale alludeva Montanelli mi è parsa inappropriata. Quanto a me, non ho mai discusso l’autorevolezza del giornalista né la lealtà e la generosità dell’uomo che ha sempre conservato un certo sprezzo per la vita. Semmai ho preso di petto le sue convinzioni politiche. Sulla scia di Longanesi, Montanelli ha creduto che l’unica borghesia degna fosse la più conservatrice. Si sbagliava? Penso di sì. Ritengo che proprio di quel soggetto, al quale più volte ha fatto riferimento, spronandolo, sferzandolo e criticandolo, si sia sentito il legittimo interprete, depositario di una verità sociologica moderata che a me ha fatto soprattutto pensare alla difesa di un’Italia arretrata. Montanelli fu un italiano sui generis. Non lo avvicinerei, come pure è stato fatto, alla figura di Curzio Malaparte, il troppo avventurista autore della Pelle. Semmai, ritengo che abbia fatto parte di quella schiera di pessimisti che, oltre a Longanesi, ha avuto in Giuseppe Prezzolini un indiscutibile punto di riferimento. Perfino nel suo lavoro di divulgatore storico non seppe sottrarsi alla convinzione che l’Italia fosse un paese diverso dal resto dell’Europa, una zattera che si era staccata dalla terraferma per galleggiare e ondeggiare seguendo il flusso delle correnti. Anche nei momenti in cui più accese furono le controversie fra noi, non ho mai visto in Montanelli il mio nemico, e non solo perché mi pareva troppo grande come giornalista, troppo fuoriclasse, ma perché ci univa una passione comune: quella per la libertà.

Nonostante quello che il premier e alcuni suoi ministri continuano a ripetere è del tutto evidente che l’evasionefiscale non sial’emergenza italiana. Il paradosso è che anche i più duri al governo non credono a ciò che dicono. Non si spiegherebbe altrimenti la manovra economica approvata definitivamente, si spera, l’altra notte. Il ragionamento èmolto semplice. Se un politico ritenesse davvero l’evasione il principale dei problemi italiani, si comporterebbe di conseguenza. Due delle misure simbolo, le sanzioni per i commercianti che non accettino i sistemi di pagamento elettronico e l’abbassamento della soglia dei pagamenti in contanti, sono state rinviate a luglio dell’anno prossimo. Allora dobbiamo capirci. È come essere «quasi incinta». O si è in stato interessante, oppure no. Difficile pensare ad una via di mezzo. E dunque se davvero siamo in un’emergenza non si capisce bene perché non fare subito ciò che si deve fare. La verità è che le manette agli evasori, la lotta al contante, l’obbligo dei pagamenti elettronici, sono solo fumo negli occhi. Quando MarioMonti abbassò la soglia dei contanti, nel 2011, a mille euro, non successe assolutamente nulla nel contrasto all’evasione. Quando, ahinoi, pochi mesi prima il governo Pdl-Lega pressato dalle letterine europee abbassò la soglia della punibilità penale per gli evasori a 50mila euro, non si riempirono le carceri di malfattori. L’obbligo del pos per gli esercenti esiste da tempo. Un commerciante non èfesso e tende a conquistare clienti: se non si dota di una macchinetta elettronica nel 99% dei casi lo fa perché non rientra con i costi rispetto ai ricavi che si attende. Il premier ha scelto un nemico,l’evasore cattivo, perché è sufficientemente astratto,ma genericamente identificabile. L’evasore è sempre il tuo vicino, ma per definizione non è mai lo Stato. Al contrario la crescita economica, lo sviluppo che non c’è, dipende proprio dalla macchina pubblica. Nel primo caso i colpevoli sono i privati, cattivi e avidi. Nel secondo è lo Stato conle sue burocrazie,le leggiincomprensibili, le tasse vessatorie. Per farla breve, se si dovessefare un’operazione di sincerità e ricercare un’emergenza, questa verrebbe rappresentata dalla mancata crescita, che non si può certofar ricadere sulle nostre imprese, sui professionisti, sui commercianti, sulle partite Iva. La colpa è in gran parte dovuta dalla nostra folle emiope conduzione politico-burocratica. Ecco perché la Bestia statale, sempre più affamata ed ecologica, cerca disperata la sua nuova preda.

Aneddoto. Nelle curve della scorsa legislatura il Senato di allora approvò una legge che impediva le cosiddette «porte girevoli» per i magistrati in politica, gli impediva cioè di sedere in Parlamento e poi tornare come se nulla fosse ad amministrare la giustizia, in ossequio ad un precetto, nel nostro Paese tanto conclamato quanto disatteso, che «un giudice non deve essere solo imparziale, ma apparire tale». Un principio basico, visto che un magistrato indossando una maglietta politica, non ha certo l’immagine di chi è al di sopra delle parti. Ebbene, il provvedimento (…)(…) passò al Senato ma a Montecitorio (per usare un lessico d’archivio) finì insabbiato: il sottoscritto ed altri scrissero che la presidente della Commissione Giustizia di quel tempo, Donatella Ferranti, magistrato, non si fosse impegnata più di tanto nell’approvazione della legge perché dopo il mandato parlamentare puntava ad andare in Cassazione. Ovviamente, l’interessata protestò per quelle insinuazioni. Sta di fatto che a due anni dalla fine della scorsa legislatura, mentre la legge contro le porte girevoli – giudicata sacrosanta da magistrati come Piercamillo Davigo, o ex come Antonio Di Pietro oppure l’ex presidente della Corte d’Appello di Roma, Marcello Vitale («chi si candida dovrebbe lasciare la magistratura» è il parere drastico di quest’ultimo) – è finita sepolta negli scantinati della Camera, se si legge Wikipedia si scopre che la «politica» Donatella Ferranti (così è presentata nel frontespizio della pagina web) nel 2018 è stata nominata giudice di Cassazione. È solo un esempio che dimostra come in Italia il garantismo si predica e non si pratica. E ora che i 5stelle, che hanno un’anima pervicacemente «giustizialista», sono diventati per usare un’espressione di Giggino Di Maio «l’ago della bilancia», le cose sono peggiorate. E di molto. Si può dire che sia il governo gialloverde, sia quello giallorosso sono nati su un’eclisse del garantismo nel nostro Paese: per strappare l’alleanza con i grillini prima i leghisti, poi il Pd, hanno subito i loro diktat sulla giustizia. Dall’abolizione della prescrizione, alle manette ai presunti evasori (ora anche i sospetti evasori sopra i 100mila euro possono entrare nel mirino delle intercettazioni telefoniche), il Paese è diventato uno Stato di polizia. Giri di vite a cui non è corrisposto un aumento delle garanzie: c’era l’impegno dello scorso governo che l’abolizione della prescrizione sarebbe stata accompagnata dalla riforma del processo penale; caduto il governo gialloverde si farà solo la prescrizione e non il resto. Ed ancora: nel decreto sull’Ilva era previsto lo scudo penale per i precedenti amministratori; è stato tolto sotto la minaccia di una ventina di senatori grillini pronti a far mancare i loro voti e, per impedire a Renzi e ai suoi di opporsi, sul testo del provvedimento il governo ha posto la fiducia. Insomma, sotto il ricatto grillino si assiste ad una «débâcle» delle istanze garantiste in Parlamento. E gli altri attori politici si impegnano su queste tematiche a seconda se sono al governo o meno, se gli conviene oppure no. «Siamo rimasti solo noi di Forza Italia – è il commento laconico di Pierantonio Zanettin – visto che il Pd per trovare un’intesa con i 5stelle si è dimenticato le battaglie che faceva all’opposizione. Risultato: mettono in campo norme terrificanti». «La verità – aggiunge Enrico Costa – è che le compromissioni con il giustizialismo grillino le ha fatte la Lega nell’altro governo. Ora rinfaccia al Pd di non riuscire a tornare indietro. Ma sono tutte facce di bronzo: il discorso di insediamento di Bonafede nel governo giallorosso era uguale, letteralmente, a quello che fece quando si presentò come ministro del governo gialloverde: prima lo applaudiva la Lega e il Pd lo fischiava; ora avviene l’esatto contrario». «Almeno Renzi sul palco della Leopolda – rimarca Davide Bendinelli – qualcosa sul “garantismo” lo ha detto, Salvini mai». La verità è che i garantisti in Parlamento sono isolati. I grillini dettano legge e in nome della realpolitik di coalizione nel governo precedente la Lega e ora il Pd abbozzano. Dimenticando che il rischio di una crisi che porti alle elezioni, dovrebbe terrorizzare, visti i sondaggi, soprattutto Di Maio e compagni. E, invece, niente: con la legge del bilancio in Parlamento, l’iter della legge di iniziativa popolare per la separazione della carriere tra giudici e Pm alla Camera è stato rallentato. «Meglio aspettare» è il segnale che arriva sia dal Pd, sia dai renziani. In fin dei conti il «garantismo» torna in mente solo quando si è nei guai, mentre se si ha il coltello dalla parte del manico si arriva addirittura ad aizzare la magistratura. Dopo l’inchiesta di Report sul «Russiagate», Nicola Zingaretti non ha posto la questione nelle aule parlamentari ma ha dichiarato: «Sono sorti molti interrogativi sulla Lega. Notizie inquietanti per la tenuta della nostra democrazia. Chi deve indagare, indaghi». Inutile dire che la Lega in questo caso è insorta: «Quelli di Report – si è arrabbiato Giancarlo Giorgetti – sono dei criminali. Altro che porte girevoli, tra politica e magistratura ci dovrebbero essere compartimenti stagni». Poi, però, è Matteo Salvini a prendere a pretesto gli avvisi di garanzia – non i rinvii a giudizio – per porre un veto sulla candidatura del sindaco di Cosenza, il forzista Mario Occhiuto, a governatore della Calabria. E torniamo al limite strutturale di questa classe politica, che interpreta il garantismo non come un valore, ma come un calcolo.

No, non è più cosa. Oliviero Diliberto lo ha capito sei anni fa, dopo il naufragio, la batosta elettorale di cui porta ancora i segni. Perché insistere? Meglio ritirarsi, farsi una second life. «Una scelta logica, obbligata. La mia parte fu sconfitta disastrosamente». Lui poi per navigare aveva pure scelto il partner sbagliato, Rivoluzione Civile (…) (…) di Antonio Ingroia: il presuntuoso movimento dell’ex pm fece cilecca, la soglia di sbarramento rimase lontana e il leader dei Comunisti italiani, che era capolista per il Senato, finì inghiottito nel gorgo: fuori dal Parlamento, cancellato dalla geografia del Palazzo, dimenticato in fretta. Qualche mese più tardi, quando rimise in piedi un Partito comunista, andò persino peggio. Da allora Diliberto, ministro della Giustizia del governo D’Alema, ha dedotto che era il caso di lasciare perdere. «La mia generazione ha fallito. Il suo unico dovere morale è scomparire». Infatti, a differenza di altri, è sparito. Basta comizi, via dalla politica, il professore è tornato in cattedra. E con un certo successo: prima ha aiutato il presidente Xi Jinping a inserire il Diritto romano nel codice civile cinese, poi si è presentato alle sue ultime elezioni. E stavolta le ha vinte. Roma, università La Sapienza, facoltà di Giurisprudenza. Le scale sono le stesse dove quel 16 marzo del ‘68 Giorgio Almirante si fece fotografare accanto a un gruppo di neofascisti pronti a una spedizione punitiva, adesso però ci sono solo ragazzini che tra una lezione e l’altra si godono il sole di ottobre e distribuiscono improbabili opuscoli. Si sale la rampa, si attraversa un atrio affollato ma ordinato e, alla prima porta a destra, eccoci nel nuovo ufficio di Diliberto, la presidenza, dove ancora non si è del tutto insediato. Qui, solo tre settimane fa, l’ex segretario del Pdci ha trionfato, battendo in un duello tutto accademico l’altro candidato Cesare Pinelli 63 voti a 45, e ora è il nuovo preside di Legge. «La politica è la mia passione, tuttavia insegnare è la professione che amo». La politica, appunto. Il giovane Oliviero, oggi 63 anni, cagliaritano, ne fu «folgorato» in quarta ginnasio dalla lettura di un volantino, durante l’autunno caldo del ‘69. «Non ne avevo mai visto uno prima». Fece carriera, in breve tempo era già segretario provinciale della Fgci. «Da ragazzo volevo cambiare il mondo – ha scritto in un blog – e non ci sono riuscito. Però, a differenza di altri, che sono stati cambiati dal mondo, io non ho cambiato casacca». Infatti nel 1991 non seguì la svolta di Occhetto e con Armando Cossutta e Fausto Bertinotti diede vita a Rifondazione comunista. «Non accettavo che il Pci potesse sciogliersi». Nel ’98 la seconda scissione. Bertinotti staccò la spina all’Ulivo, il governo Prodi cadde, Cossiga si diede un gran da fare perché bisognava intervenire in Kosovo, D’Alema entrò a Palazzo Chigi alla guida di un esecutivo di centro-sinistra, col trattino, il Pdci si staccò da Rifondazione e Diliberto diventò Guardasigilli: uno dei suoi primi atti, far tirare fuori dagli scantinati la mitica scrivania di Palmiro Togliatti. «Persino Nicolò Ghedini – ha raccontato al Corriere – che non è un bolscevico, disse che ero stato un buon ministro, anzi il migliore». Un’altra vita. Diliberto è stato parlamentare dal 1994 al 2008, ma adesso che è fuori sostiene di non avere nessuna nostalgia. La sinistra, quella che intende lui, è finita, polverizzata, «annientata dal voto del 4 marzo 2018». Sul Pd non conviene scommettere un euro perché non si possono «tenere insieme Gramsci, Kennedy, Luther King e Don Milani». Quanto ai grillini, ne ha ribrezzo, «il peggio che ci potesse capitare». Ce l’ha in particolare con il giustizialismo dei 5s: «L’idea che chiunque abbia fatto politica è un delinquente a prescindere, contraddice tutti i valori della democrazia rappresentativa dai tempi di Pericle a oggi». Meglio, molto meglio la seconda vita, che in realtà è sempre stata la principale. Tranne i due anni da ministro, Diliberto non ha mai smesso di insegnare. «Tenere il corso di Diritto romano alla Sapienza – si confessa – mi ha aiutato a non perdere il contatto con il mondo reale e le giovani generazioni. Lezioni, tesi di laurea, esami, dialogo continuo: di questo sono particolarmente orgoglioso, più di tanti altri incarichi che ho avuto». Alcuni prestigiosi, come quello del governo di Pechino. Dal 1998, insieme al professor Sandro Schipani, Diliberto ha cercato di far digerire il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano ai nipotini di Mao. Ha insegnato all’Università Zhongnan of Economics and Law di Wuhan, terza città della Cina. Ha allevato una generazione di giuristi con il compito di scrivere il codice civile, e cioè trapiantare «in un Paese giuridicamente vergine, comunista, enorme, complesso, concetti come la proprietà, l’usufrutto, la successione, la compravendita, la proprietà intellettuale per libri e brevetti. Hanno dovuto creare i notai». E i diritti? «Arriveranno anche lì, per processo naturale».

Riscoprire le regole dell’etica in politica, nel giornalismo, tra le imprese, e seguirle laddove i dettamideldiritto inunambitodaidifficili equilibri,come ilmondodei socialmediae leripercussionicheun loroutilizzogeneranosullareputazione individuale, non riescono a segnare una strada da seguire. È questo l’invito lanciato ieri dalla professoressa Paola Severino, vice presidente dell’ateneo Luiss – GuidoCarli al termine dell’incontro “Il rischio reputazionale nell’era dei socialmedia”.Unconvegnocheha chiamato a raccolta esperti di economia,Ceodi grandiaziende –perché anche le società maturano fatturatio implodono inbaseallabuona o cattiva reputazione che plasmanodi fronte agli stakeholders – ma ancheuomini e donnedel giornalismoedellagiustizia,comeGiuseppe Pignatone, già Procuratore capo di Roma e ora presidente del TribunaleVaticano. «C’è gente che lavora tutta una vita per costruirsi una reputazione – ha detto la Severino – ma basta pochissimo per vederla compromessasoprattuttoquandoadiffonderenotizie lesive sono i socialnetworko glistrumentidelweb».Una campagna pubblicitaria che altera la natura di un prodotto, una sentenza di assoluzione che non viene riportata sui giornali a fronte di precedenticolatedipiombosull’inchiestaacaricodiun individuo:come fare a difendere la reputazione – individuale o di un’azienda – cercando di evitare che si trasformi in disprezzo e arginando la minaccia della diffamazione? Le aziende hanno capito che la difesa della reputazione èqualcosadi imprescindibile.Dati allamanosu 800 aziendequotateemonitoratedal2007al 2018 quelle che avevano investito sul capitale intellettuale sono cresciute tra il 3 e il 3,4%.Piùcomplessa l’analisi legata al rapporto reputazione-informazione-social media emersa nel corso del secondo panel dell’incontro, moderato dal direttore de Il Messaggero Virman Cusenza, a cui hanno preso parte oltreall’exProcuratorecapoPignatone e alla vice presidenteLuiss Severino, anche le giornaliste Silvia Barocci, Fiorenza Sarzanini (Corriere della Sera) e il sostitutoprocuratore generale della Corte di Cassazione Giuseppe Corasaniti. È la cronaca, principalmente giudiziaria, il terreno più friabile quando si parla di reputazione anche e soprattutto quando i protagonisti sonodonne. I CONFLITTI «Esiste un conflitto di interessi – haspiegatoPignatone –privodisoluzioni ideali, tra quattro diritti costituzionalmente garantiti: il diritto alla privacy, quello all’informazione, il diritto della magistratura di compiere le indagini e il diritto alla difesa». L’equilibrio vacilla nel momento in cui avviene una fuga dinotizienonpiùcoperte dasegreto. Che uso si fa di queste informazioni? «Notizie che in altri paesi – conclude Pignatone – non vengono date, in Italia entrano nel frullato della grande lotta politica». Ne è un esempio «l’uso distorto – ha aggiunto ildirettoreCusenza–dell’avviso di garanzia da parte della politicastessa».E inun’epoca dove tutto diventa fruibile – proprio attraverso i socialmedia – il livello di attenzioneper tutelare lapubblicareputazionedeveesseresempremolto alto. «I social – ha spiegato il sostituto Corasaniti – sono un giacimentodi falsitàperché è impossibile un riscontro professionale». Bisognadunque «interveniredeontologicamenteconunanuovaprofessionalità–haconclusoCorasaniti– tra i singoli attori coinvolti». E riscoprire proprio quell’etica oggi in partedimenticata.

«Più di 140 parlamentari gettati al macero per salvaguardare solo una ventina di fedelissimi di Berlusconi». E’ una protesta silenziosa quella che continua a montare dentro FI dopo il patto Berlusconi-Salvini che ha portato l’ex presidente del Consiglio sul palco di piazza San Giovanni a Roma sabato scorso. I due si erano sentiti al telefono due giorni prima, trovando l’accordo sulle modalità della partecipazione del Cavaliere alla kermesse. E ora l’ex premier e il leader del partito di via Bellerio cammineranno insieme verso l’obiettivo della «coalizione degli italiani», come intende chiamare l’alleanza Salvini. IL MALESSERE Ma dietro le quinte il malessere nel partito azzurro cresce. Calcoli alla mano, soprattutto se non dovessero esserci intoppi sul taglio dei parlamentari, in FI più di cento tra deputati e senatori sarebbero in overbooking. E la stessa Lega non avrebbe certo tanti posti disponibili nelle liste, pur viaggiando al di sopra del 30% nei sondaggi. «Al massimo può concederci posti di ultima fila», si lamenta un big azzurro. Il mal di pancia riguarda già la partita futura delle candidature. Anche perché l’intenzione dell’ex responsabile del Viminale è quella di aprire alla società civile e di far emergere figure nuove. Ma chiaramente il nodo è legato anche alla leadership ormai indiscussa di Salvini. «Se ci consegniamo a lui svenderà la nostra storia. Non rappresenta i moderati», il refrain tra diversi dirigenti del partito. L’alternativa al segretario della Lega si chiama Renzi. E c’è chi è già stato attratto dalle sirene del leader di Italia viva. Alla Leopolda, riferiscono fonti parlamentari azzurre, c’erano anche amministratori e parlamentari di FI. In incognito. Tra questi è stato notato il coordinatore del Veneto Bendinelli. Nominato direttamente da Berlusconi proprio un anno fa. E da sempre critico riguardo all’operato dei leghisti. E’ uno dei deputati che – dicono i renziani – potrebbe passare nelle file di Iv nelle prossime settimane. Al momento, invece, porta chiusa per la Polverini che dopo essersi autosospesa è rientrata nei ranghi. E pure Brunetta, che aveva criticato la presenza degli azzurri alla manifestazione di sabato, ha fatto marcia indietro: «Salvini dice di volere una coalizione ampia, inclusiva, con le componenti liberale, laica, socialista. E questo significa che è definitivamente tramontata la Lega sovranista e estremista». Una tesi che però dai malpancisti viene confutata, visto che – osserva un altro senatore – sul palco della manifestazione c’erano i vessilli solo del partito di via Bellerio ed esponenti critici sull’Euro come Bagnai erano ben presenti. «Chi non chiude la porta a Renzi – ammette un big – lo fa per un motivo ben preciso. Se raggiunge il 10% avrà perlomeno 15 posti liberi». I vertici azzurri – tra cui le due capogruppo al Senato e alla Camera Bernini e Gelmini – hanno sottolineato che l’Opa renziana è destinata a fallire. «Possiamo anche non tornare in Parlamento, ma la storia la svendiamo andando con Renzi», il ragionamento tra chi magari è rassegnato ad abbandonare il seggio. Tuttavia alla kermesse di sabato erano presenti solo 20 senatori. Contati, certificati. Il resto ha disertato la piazza. E a palazzo Madama tra i possibili “responsabili” si parla, tra gli altri, di Causin e Dal Mas (Berardi e Fantetti hanno smentito eventuali approcci con Iv) ma – viene riferito – si starebbero muovendo anche alcune senatrici (si fanno i nomi di Stabile, Tiraboschi, Lonardo – moglie di Mastella –, Papatheu), anche se – aggiungono le stesse fonti – non è detto che escano dal gruppo. «Situazione confusa, è chiaro però che il malessere c’è. E ci sarà soprattutto se si aprirà la partita sulla legge elettorale», osserva chi si è messo ormai sull’uscio della porta.