I l nuovo partito «Cambiamo!» ora c’è. Giovanni Toti, governatore della Liguria, dopo la scissione da Forza Italia, ieri ha presentato la sua creatura alla Camera. «Stiamo facendo tutto in fretta, non avevamo ancora nemmeno registrato il simbolo». Con lui ci sono per ora cinque giovani deputati e presto qualche senatore, il che significherà che mezzo milione di euro mancherà alle casse degli Azzurri. Ma molti amministratori locali già bussano alla sua porta. Toti, allora è fatta. «Oggi intanto abbiamo presentato la componente della Camera, di cui sono particolarmente soddisfatto. Tutti giovani che vengono da esperienze di amministratori locali, chi in Lombardia, chi in Toscana, chi in Liguria. Non dei cooptatiqualsiasi,mal’idealtipo di chi vorremmo con noi: gente giovane, motivata, che crede nel merito e in una culturaliberaledarifondareeaggiornareai tempi». Non sono solo rose, però. Da Forza Italia sibilano che è fallito l’obiettivo di formare un gruppo: siete solo 5 nel Misto. «Eh, se fossi in loro mi preoccuperei piuttosto dei milioni di voti che hanno perduto. Chi viene con noi, è consapevole di come Forza Italia si stia degradando. Sono partiti con il 28% dei consensi, oggi i sondaggiladannoal 5esipreoccupano di quanti sono i mieiragazzi?Allorasono davvero messi male. Forza Italia guarda solo alla sua attuale consistenza parlamentare, tutti seggi che sono figli di una spartizione dentro il centrodestra che alle Politiche gli ha garantito il 18% dei posti. Altra storia, invece, che nelle urne abbiano preso il 16, poi l’8alleEuropee, eadessocalano ancora… Noi guardiamo piuttostoaiterritori,alleenergieche lì ancoraesistono». La fase politica è già cambiata con la nascita del nuovo governo. Addio blitz elettorale, se mai ci avesse pensato. Attrezzato a una lunga traversata nel deserto? «Ne sono consapevole e non mi aspetto elezioni in tempi veloci, anche se penso tutto il male possibile di questa coalizione tra due partiti che sono antitetici. Voglio vederli sulle infrastrutture, sui vaccini, sulla decrescita felice. Avranno le loro mille difficoltà. Quanto a noi, non votare subito non è detto che sia uno svantaggio». Lei si è subito dichiarato anti-proporzionalista. Lo sa che si va a parare su una legge elettorale con sbarramento al 4%? «Continuo a pensare che sia un errore. Significherebbe ridare alle segreterie di partito lapossibilità di fare accordiex post, alla faccia del voto. Mi sembraunpreoccupanteritornoalpassato». Non pensa che un tale sbarramento possa essere un problema serio? Con questa guerra fratricida tra voi e Forza Italia, sa, rischia di non passare nessuno. «Guardi, noi abbiamo un’ambizione un po’ più alta. Noi ci rivolgiamo a quei 10 milioni di elettori che nel tempo si sono riconosciuti in Forza Italia e che si sono dispersi. Aggiungo che se un partito non riesce a superare il 4%, è giusto che rimangafuori.Capiscoil diritto di tribuna, ma io credo ancora nel bipolarismo e in una democraziadecidente». Senta, questa brutale diagnosi su Forza Italia in fondo è la stessa di Mara Carfagna. Però voi siete fuori, lei è dentro. Continuate a sentirvi? «Non abbiamo smesso di parlarci. Mara condivide appieno il disagio di un partito in pieno declino e che non riesce a reagire. D’altra parte, il fatto che fosse un partito non contendibile ha creato le condizionidi immobilità. Con Mara ci divide però la riflessione sul bipolarismo. Lei crede finita unastoriaeimmaginalapossibilità di un soggetto di centro, equidistantedaLegaedallasinistra. Io, no. O si sta di qua, o dilà:enoi stiamodi qua».

I l nuovo aeroporto di Berlino proprio non sembra tedesco. Assomiglia a uno dei quei tanti progetti infrastrutturali italiani che non si realizzano mai, un misto di ritardi (un decennio), errori di progettazioni, scandali, rivalità regionali. I ritardi, del resto, non riguardano solo quest’opera pubblica ma anche le ferrovie, dove i treni a lunga percorrenza sono noti per la scarsa puntualità; e l’Alitalia non è la sola linea aerea a collezionare risultati negativi, la Lufthansa ha fatto registrare nella prima metà del 2019 una perdita di 116 milioni di euro contro un utile di 713 milioni nello stesso periodo dell’anno scorso. L’elenco potrebbe continuare e l’immissione di liquidità decisa ieri dalla Bce non è fatta per salvare l’Italia; è fatta invece per salvare la Germania e con essa l’intero sistema economico europeo di cui la Germania rappresenta il centro tecnologico e operativo al quale l’Italia è fortemente agganciata. Una volta tanto i cattivi non siamo noi e non è un caso che negli ultimi mesi, mentre sull’Italia piovevano i rimproveri (largamente giustificati) della Francia e dei paesi nordici, i tedeschi stavano quasi sempre zitti. Che cos’è dunque che non funziona in Germania, il paese della tranquillità sociale legata all’avanguardia tecnologica? I punti dolenti dell’economia reale sono almeno cinque. Al primo posto occorre mettere le banche. Quando, negli Anni Novanta, la globalizzazione portò all’apertura del grande mercato finanziario mondiale, il sistema bancario tedesco si trovò con moltissimi soldi e poca esperienza. E quei soldi spesso li investì male, caricandosi dei famosi titoli americani “subprime” che persero gran parte del loro valore e che ancora adesso turbano i sonni di molti banchieri tedeschi. L’elenco continua con l’industria dell’auto, i cui primati fanno (facevano) invidia a tutti, specie per quanto riguarda i motori diesel, prodotti in varianti sempre più efficienti e meno inquinanti. Purtroppo, alcuni dei test dell’inquinamento risultarono truccati con un apposito software, con la nota sequenza di indagini e multe astronomiche soprattutto negli Stati Uniti. Puntando sul diesel, i tedeschi avevano posto in seconda linea i motori elettrici e ibridi, per cui si sono trovati in difficoltà sui mercati mondiali. I risultati della rincorsa cominceranno a tradursi in vendite solo tra uno-due anni. Al terzo punto compare quello che può essere considerato un autentico, grave infortunio industriale: la tedesca Bayer, colosso mondiale della chimica, nel 2016 acquistò l’americana Monsanto per la bellezza di circa 60 miliardi di euro. Circa due anni più tardi, un tribunale americano accertò che un prodotto della Monsanto era cancerogeno, aprendo la strada alla prospettiva di miliardi di dollari di danni da pagare. L’episodio sembra ormai superato, il carico sui bilanci – e sugli investimenti del gruppo – probabilmente non ancora. Da queste storie bancarie e industriali passiamo ai grandi flussi commerciali della globalizzazione. La crescita tedesca è stata realizzata per la generale eccellenza (al di là dei pur importanti e clamorosi casi sopra illustrati) dei prodotti riconosciuta in tutto il mondo. Ed è stata la guerra dei dazi, iniziata dal presidente Trump, a rallentare, sia pure indirettamente, la corsa tedesca e poi ora a mandarla in negativo: la Cina vende meno agli Stati Uniti, il suo principale mercato, e imprese e famiglie cinesi hanno meno soldi per acquistare i prodotti europei, il che potrebbe mettere a rischio redditi e posti di lavoro non solo tedeschi ma anche, tra l’altro, italiani in quanto moltissime imprese italiane sono fornitrici apprezzate dell’industria tedesca. E così arriviamo all’ultimo punto dolente, che agli italiani sembra impossibile: in Germania il deficit/Pil non esiste. Il che significa che lo stato tedesco, forse l’unico nell’Unione europea, oltre ai Paesi Bassi spende (da diversi anni) meno di quanto incassa. In un certo senso, quest’anomalia dà ragione a quanti considerano che la Germania andrebbe punita, così come vengono sanzionati i paesi che accumulano troppo deficit, visto che l’obiettivo generale è l’equilibrio dei conti pubblici. Come si spiega questo comportamento virtuoso, di una ben strana virtù che impedisce all’economia tedesca di esercitare una vera funzione di leader in Europa, pur avendone tutti i requisiti economici? Le radici profonde si trovano naturalmente nella storia tedesca, nell’inflazione degli Anni Venti del secolo scorso che distrusse i patrimoni delle famiglie, e più profondamente nella stessa lingua tedesca che usa lo stesso vocabolo (“Schuld”) per indicare sia il debito sia la colpa. Per molti tedeschi avere un debito è come essere in colpa e fare deficit significa naturalmente aumentare il debito. Ecco allora arrivare, proprio ieri, l’ultimo colpo del “bazooka” di Mario Draghi – anche se c’è motivo di crede che Christine Lagarde, che gli succederà tra poche settimane, sia d’accordo – che crea le premesse per l’immissione di nuovo denaro nel circuito europeo e permetterà a paesi come la Germania di indebitarsi a tasso zero, o forse a livello inferiore a zero, restituendo di meno di quanto prendono a prestito. Forse anche il nuovo aeroporto di Berlino sarà presto finito. In ogni caso viene regalato anche all’Italia un forte sconto sugli interessi da pagare. Con la speranza che queste complesse decisioni contribuiscano davvero a far nascere una nuova Europa.

D al ritiro di Genval, Paolo Gentiloni coglie al balzo l’assist che arriva da Mario Draghi. «L’economia europea è ancora debole – ha twittato il commissario agli Affari economici in pectore -. La Bce fa bene a rilanciare la politica monetaria a sostegno della crescita». Ma l’esponente del Pd non si limita a ringraziare il numero uno dell’Eurotower per la mossa che aiuta l’Italia. Va oltre e sottolinea l’importanza del messaggio rivolto a quei «Paesi con maggiori spazi di bilancio» che la Bce «invita a politiche espansive». I destinatari sono Germania e Olanda in primis. E con questa uscita Gentiloni lascia intravedere quello che potrebbe diventare il suo cavallo di battaglia all’interno della prossima Commissione. Se finora le politiche di bilancio Ue erano orientate a mettere la briglia ai Paesi con alti livelli di debito e di deficit, ora da Bruxelles potrebbe arrivare un’azione più decisa anche per spronare chi avrebbe i mezzi per spendere e non lo fa. La frenata dell’economia europea, appesantita dall’immobilismo della locomotiva tedesca, richiede un’azione per ridare fiato all’intera Eurozona. Il tema del surplus di bilancio non è mai stato affrontato in maniera severa dai controllori dei conti pubblici Ue. E Gentiloni si candida a diventare il guardiano di Bruxelles su questo fronte. Un possibile cambio di passo che in prospettiva potrebbe favorire l’economia italiana e darle una spinta. Di certo il rilancio del Quantitave Easing è un’altra botta di ossigeno per il nostro Paese e per il nuovo governo giallo-rosso non poteva arrivare nel momento migliore. Il ministro del Tesoro, Roberto Gualtieri, oggi farà il suo esordio all’Eurogruppo informale di Helsinki. Un appuntamento che ha una parola chiave all’ordine del giorno: “investimenti”, oggetto della discussione di stamattina su crescita e qualità delle finanze pubbliche. Da un lato verrà sollevata l’esigenza di aumentare il pressing sui Paesi che hanno spazi di bilancio e non li usano, in modo da spronarli a investire. Dall’altro c’è invece il tema dello scorporo degli investimenti dal calcolo del deficit, in particolare quelli “green”, come suggerito anche dal report dell’European Fiscal Board. La proposta entrerà nelle discussioni per la riforma del Patto di Stabilità. Ma l’Italia vuole capire se ci sono margini già all’interno delle regole attuali. Oggi Gualtieri presenterà ai suoi colleghi la direzione di marcia in cui intende andare il governo. Al tavolo non gireranno cifre sugli obiettivi di deficit che l’esecutivo punta a strappare a Bruxelles. Per quello ci sarà spazio durante i bilaterali con Pierre Moscovici e soprattutto con Valdis Dombrovskis, ai quali il 15 ottobre sarà spedita la bozza di manovra. Certamente a Palazzo Chigi e sulla sponda grillina del governo la mossa di Draghi è considerata in linea con il Green New Deal battezzato da Giuseppe Conte nel suo discorso alla Camera. Che per realizzarsi, però, ha bisogno di un passaggio cruciale: scollegare dal computo dal deficit gli investimenti verdi. «Tutto ciò che uno Stato mette in campo per combattere i cambiamenti climatici» spiega il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli. Un’azione da portare avanti «attraverso una serie di regole stabilite con l’Ue». Luigi Di Maio vuole istituire un tavolo permanente con Gualtieri, Conte e Dario Franceschini (in qualità di capo delegazione Pd), attorno al quale discutere la declinazione delle misure economiche. Anche per Laura Castelli, a un passo dalla riconferma come viceministro al Tesoro, è necessario «scomputare dal deficit tutti gli investimenti utili per una riconversione verde». Se il nuovo Qe, nelle intenzioni di Draghi, serve a spingere gli investimenti favorendo l’accesso al credito, condizionandolo però allo sviluppo non finanziario ma dell’economia reale, i grillo-dem si devono far trovare pronti per sfruttare l’occasione. I primi semi della rivoluzione verde sono stati piantati nel Documento di economia e finanza e vanno tradotti nella manovra di dicembre: addizionale Ires legata all’impronta ecologica e progressivo smantellamento dei sussidi ambientali dannosi, cioè le agevolazioni che ancora sopravvivono per quelle attività che si ostinano a usare materiali inquinanti.

P ensieri indecenti: 1. La sconfitta di Matteo Salvini è tutt’altro che definitiva. Può essere, addirittura, la premessa di una rivincita e di una più duratura vittoria. 2. La sconfitta di Matteo Salvini si deve solo a Matteo Salvini. I suoi avversari, noi tutti, non ne abbiamo alcun merito. L’ex ministro dell’Interno ha fatto tutto da solo. 3. La sconfitta di Matteo Salvini è più istruttiva di dieci vittorie della sinistra (se pure riusciamo a contarne tante). Per converso, la sconfitta di Salvini è una vittoria della politica. Di quella buona quando riesce a combinare insieme (e accade molto raramente) modalità classiche e strumenti innovativi di azione pubblica e di mobilitazione collettiva. Ancora più raramente ciò succede grazie a una strategia calcolata e programmata da parte di una leadership lungimirante. Più spesso è la “fortuna”, in senso machiavelliano, a decidere le sorti di un leader, o meglio l’incapacità di dominare la “fortuna”, adattando l’azione politica alla mutevolezza delle circostanze: come è accaduto, tempo fa, a una personalità, di ben altra intelligenza politica, quale Bettino Craxi. Ad accostare quest’ultimo a Salvini non è solo qualche tratto del temperamento, ma anche quel gusto dell’azzardo che, in politica, può essere una risorsa fondamentale se vi si fa ricorso con sobrietà. Se diventa stile di governo, fatalmente si ritorce contro chi, quell’azzardo, lo manovra con superficialità. In altre parole, la sfida rappresentata dall’azzardo finisce spesso col dominare chi voglia dominarla. È quanto è accaduto a Salvini nel momento in cui, nel delirio sudaticcio di Milano Marittima, pronunciò la fatale frase: «Andiamo subito in Parlamento per prendere atto che non c’è più una maggioranza». Da qui si può trarre una preziosa lezione. La politica sovraeccitata produce stress. Mostra, così, la sua debolezza, quell’idea di un’azione fatta di strappi, forzature, accelerazioni, tutta giocata su una concezione decisionistica che ignora i rapporti tra i gruppi e le classi, la vita delle comunità e dei corpi intermedi, le dinamiche sociali profonde. Questa politica, anche quando sembra immergersi nel “popolo”, tratta quest’ultimo come un pubblico o, al più, una platea di fedeli: e si riduce, in tal modo, a un aggregato di apparati, amministrazioni, strutture organizzative, che passano sempre e comunque sulla testa dei cittadini. Anche la formidabile arma rappresentata dall’agitazione della paura si rivela, a ben vedere, una risorsa scarsa, a termine, non rinnovabile all’infinito, per una ragione non prevista: non è possibile che, in tempi di pace, si produca artificialmente una condizione di perenne allarme, col rischio di logorare il sistema nervoso della società. È una strategia che può funzionare (ha funzionato, funzionerà ancora) ma è destinata a esaurirsi. La solitudine del capo fa un capo instabile. I segni dell’imminente declino di Salvini si sarebbero potuti cogliere nel momento in cui si manifestò la rottura tra lui e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Per una sinistra coincidenza, l’allontanarsi di quest’ultimo ha coinciso puntualmente con l’avvicinarsi degli uomini dell’affair russo, con ciò che di losco si portano appresso, e la rivelazione del loro ruolo centrale nell’inner circle della Lega. È accaduto così a Salvini, come a molti altri leader, di ritrovarsi solo, smarrito, circondato da cortigiani e sicofanti, quelli del “servo encomio”. Ciò lo ha precipitato in una sorta di spirale solipsistica, tutta rattrappita sulla strenua salvaguardia del proprio simulacro tonitruante. L’inganno della folla. Fin dalle prime ricerche sulla psicologia delle masse, la folla è stata considerata, per un verso, una essenziale risorsa di mobilitazione della politica e, per l’altro, il suo punto di massima vulnerabilità e di possibile crisi. È proprio la folla, infatti, con la sua volubilità e la sua erraticità, che la rendono sempre mutevole e inaffidabile, a rappresentare il tallone d’Achille della base di consenso del leader. Ciò in ragione del fatto che quel consenso è più il prodotto di un umore e di uno stato d’animo che di un orientamento razionale; più un moto di empatia che un’adesione elaborata e motivata. Se consideriamo le successive tappe dell’inesausta “galvanizzazione sentimentale delle masse”, che ha segnato gli ultimi dodici mesi di attività del ministro, vediamo nitidamente come l’azione di Salvini si sia affidata tutta alla gestualità e alla verbosità. In altri termini, l’euforia dell’animatore da spiaggia veniva trasmessa empaticamente alla moltitudine dei bagnanti vogliosi di divertimento. E il corpo del leader-deejay veniva esibito impudicamente, facendone conoscere le abitudini alimentari e quelle sessuali, la nudità delle membra e il sudore, l’adesione al ritmo della musica e ai riti del bere. Poi, la cerimonia del selfie per consentire agli adepti di accedere al corpo del leader, attingervi energia e portare con sé reliquie della sua immagine sacra. Infine, la blasfemia dell’uso mondano della religione con l’ostensione del rosario e il richiamo alla Madonna di Medjugorje e al cuore immacolato della Vergine Maria, espressioni proprie della devozione popolare. Si potrebbe andare avanti a lungo. Ma ciò che conta è evidenziare come questo apparato retorico e iconografico poggi su radici fragilissime, ridotte a costruzioni linguistiche prive di qualunque base materiale e interamente affidate a una emotività elementare. Dunque, effimere e, soprattutto, dipendenti da uno stato di eccitazione che, se non conoscessimo la morigeratezza di Salvini e il suo “impegno contro la droga”, dovremmo definire psicotropa. Uno stato di eccitazione destinato inevitabilmente a esaurirsi. Poi c’è il fattore umano, forse il più importante: quello correlato alla personalità individuale. Qui il ‘mistero salviniano’ resta insondabile, e non è lecito indagare oltre un certo limite. Ma è qui, senza dubbio, che affondano le radici della pulsione che ha portato Matteo Salvini, la sera dell’8 agosto scorso, a decidere di farsi saltare in aria con un salvagente imbottito di esplosivo.

H anno fatto una morte orribile, annegati nel letame. I 4 morti dell’azienda agricola della campagna pavese si aggiungono alla lunga lista di morti sul lavoro che sta facendo del 2019 il peggiore degli ultimi anni. È una strage trasversale a tutti i settori produttivi, anche se è particolarmente concentrata nelle costruzioni e in agricoltura, oltre che nei trasporti. Si muore cadendo da un’impalcatura, o fulminato dalla corrente, o per il malfunzionamento di un’attrezzatura, o per l’esposizione senza protezione a gas nocivi. Molte di queste morti sono dovute all’inosservanza delle norme di sicurezza, perché mancano del tutto gli strumenti o perché per fare in fretta se ne fa a meno. È vero che un tempo, venti-trent’anni fa, i morti sul lavoro erano molti di più, toccando anche i quattromila l’anno. Ma negli ultimi anni non si è osservato nessun miglioramento. Anzi, dopo l’orribile 2018 in cui i morti sul lavoro accertati sono stati 703 (oltre il doppio, contando anche quelli morti per strada), il 2019 è avviato ad essere ancora peggio, visto che nel primo semestre sono già stati 462 e dal primo di settembre se ne è aggiunta oltre una decina. La crisi che non finisce, il timore di uscire fuori mercato da parte delle aziende, la mancanza di investimenti in una forza lavoro spaventata e spesso sotto pressione per paura di perdere il lavoro, o di non vedersi rinnovare il contratto, fanno saltare molte norme di sicurezza. In questo contesto generale, l’agricoltura sembra essere uno dei settori di lavoro più a rischio nel nostro Paese, a causa di una combinazione letale di sfruttamento estremo, inosservanza di elementari norme di sicurezza e spesso mancanza di competenze adeguate. Ci sono braccianti che muoiono letteralmente di fatica, stroncati da orari disumani e condizioni di lavoro intollerabili, come il bracciante morto sotto il sole ai primi di settembre mentre raccoglieva meloni senza neanche uno straccio di contratto, non dissimilmente a quanto era successo ad un’altra bracciante qualche anno fa. Ma ci sono anche agricoltori che muoiono schiacciati dal trattore che stavano usando e che per disattenzione o imperizia si è rovesciato su di loro, o che, come i quattro del Pavese, annegano nella vasca del letame perché non si sono protetti rispetto al rischio di soffocare, o anche solo di scivolare. Senza distinzione tra padroni e dipendenti, specie nelle piccole aziende. Tra i quattro morti di ieri due erano i padroni e due gli operai, livellati nella morte orribile dalla assenza di misure di sicurezza, dall’imprudenza e probabilmente anche da un estremo atto di solidarietà, se il secondo, il terzo e il quarto sono morti nel tentativo di salvare il primo che era caduto. Il lavoro in agricoltura sembra essere rimasto più di altri ai margini sia delle norme che regolano i rapporti di lavoro e i diritti dei lavoratori in termini di orari, salari, contributi, sia delle norme sulla sicurezza e sulla necessità di avere competenze specifiche rispetto al lavoro da fare. La ministra Bellanova, che bene conosce questi problemi, ha davanti a sé un compito difficilissimo, ma non ulteriormente rimandabile. Non c’è possibilità di rilancio dell’agricoltura, di sostegno a un’agricoltura sostenibile non solo per l’ambiente, ma per chi ci lavora, se non si riesce da un lato a controllare tutte le forme di caporalato e sfruttamento intensivo di una forza lavoro in condizioni di estremo bisogno e perciò vulnerabile, che sia italiana o straniera. Dall’altro lato a diffondere capillarmente in agricoltura, anche nelle piccole aziende, una cultura professionale. È un compito non solo delle politiche pubbliche, ma anche delle associazioni di categoria.

«Togliere il nome Prosecco dalle nostre bottiglie sarebbe come se la Ferrari cancellasse il suo dalle automobili. Semplice, rischiamo il crac: però così non possiamo andare avanti, se porto l’uva in cantina ci perdo». Isidoro Mion assaggia gli acini dorati della sua glera in equilibrio sulla riva, a precipizio tra Follina e Miane. Scuote la testa: «Quando eravamo poveri — dice — ci prendevano in giro. Bevevamo il nostro bianchetto da caraffa e nessuno litigava. Poi siamo diventati ricchi, un fenomeno: soldi e invidia, la pace è finita». Sulle colline della Marca trevigiana la vendemmia sta per cominciare. Per la prima volta i contadini non parlano di acidità e grandine. Pensano «al referendum» che minaccia di far implodere il più iconico successo italiano nel mondo dell’ultimo decennio. Il pianeta Prosecco, dove si spilla il vino da aperitivo che ha cambiato lo stile di vita anche a Londra e a New York, vale 2,5 miliardi all’anno. Fa vivere 16 mila viticoltori, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia ospita 500 cantine. All’improvviso è scosso da un terremoto: la secessione dei produttori-simbolo nella culla storica di Conegliano e Valdobbiadene. Le rare colline ricamate dai filari, appena indicate dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, contro la sconfinata pianura delle nove province del Nordest che in un pugno di anni si sono appropriate di quasi cinque bottiglie su sei. Per gli enologi la guerra è tra Docg e Doc: l’aristocrazia di 90 milioni di bottiglie e 8500 ettari contro il proletariato di 464 milioni di bottiglie e 24500 ettari. Fino a 2 milioni contro 300 mila euro, il valore a ettaro della terra. Oltre 700, contro 150, le ore di lavoro annuo a ettaro per contadino. «Per questo — dice Loris Dall’Acqua, enologo e gran maestro della Confraternita di Valdobbiadene — un nome generico come Prosecco è superato. Non esprime più un territorio, non racconta le differenze storiche della qualità. Impossibile spiegare al cliente perché beve lo stesso vino per 2 euro, oppure per 20 a bottiglia». La sua cantina, il nome Prosecco, l’ha già eliminato. Adesso però è partita la lettera che ha scatenato la bufera. I 2640 produttori di collina, a vendemmia finita, dovranno dire sì o no all’addio definitivo e di massa al nome diventato sinonimo dell’era dello spritz globale. Come se Tocai, Chianti e Barolo facessero sparire il marchio che ha trasformato la tradizione in capitale. Vincesse la nobiltà separatista del Conegliano-Valdobbiadene Superiore, cui si oppone un paladino dell’autonomia come il governatore leghista Luca Zaia, a vendere Prosecco resterebbero solo le cantine popolari che in pianura hanno cavalcato il boom delle bollicine low-cost. Uno strappo da 16 bottiglie ogni 100. Peccato siano, per l’immagine, quelle che contano. «La verità — dice Dall’Acqua — è che il successo è finito fuori controllo. Il mondo è inondato dal Prosecco industriale. Quello falso, Ucraina e Romania quasi lo regalano. Se scoppiano la bolla e la Brexit, bisogna salvare almeno gli eroi che non hanno speculato sulla corsa al ribasso». Uno schiaffo da shock dentro un universo che già deve difendersi dalle accuse di «insostenibilità ambientale»: o dal miraggio di trovare qualcuno disposto a vendemmiare, perché «per gli italiani si fa troppa fatica». Così, nelle vigne e nelle cantine del Prosecco Doc, è rivolta. «Se il nome che ha fatto la fortuna di tutti all’improvviso fa schifo a chi produce Docg — dice Stefano Zanette, presidente del consorzio che tutela il Doc — lo buttino pure via. Evitino però di denigrare il lavoro degli altri: grazie alla capacità di rispondere alla domanda del mercato, in dieci anni, abbiamo regalato un terzo di fatturato in più anche a chi ora sputa nel piatto». L’incubo non è però solo «la bolla delle bollicine». Sempre più difficile controllare cosa finisce nelle bottiglie esplose al ritmo del 10% all’anno dal 2009 e verificare la vigna d’origine di ogni acino: convincere chi amava lo spumante, di non brindare con un surrogato da discount. «Il cortocircuito — dice Innocente Nardi, presidente del consorzio Conegliano Valdobbiadene — si consuma con il successo mondiale. Una piccola cantina, con un mercato poco più che regionale, può sostituire il suo marchio al nome storico. Chi esporta, non ancora. All’estero comprano Prosecco e basta. Lo champagne ha impiegato un secolo per accreditare i brand di punta nella tasca di chi può scegliere. Noi siamo ancora neonati e ci confrontiamo con lo scaffale del supermercato. Tra vent’anni potremmo discutere, ma oggi scendere dall’aereo in volo è un lusso che non possiamo permetterci». Divisi non solo consorzi, contadini e cantine. In collina chiamarsi Prosecco, causa costi, fa guadagnare sempre meno. In pianura il nome resta invece cruciale per non finire sfusi nei cartoni. Due crociate contrapposte, unite solo dalla sacralità di una montagna di soldi da salvare. La maggioranza, scoppiata la bomba, teme di restare sotto le macerie dall’anonimato. Per i separatisti che hanno acceso la miccia, a essere in rovina è proprio il nome. Nessuno tornerà indietro, lo scisma nel calice è compiuto. «Ci guarderanno con sospetto — dice Isidoro Mion risalendo la sua collina pettinata — se il capofamiglia sbatte la porta di casa, poi si evita di entrare e di sedersi a pranzo. Pagheremo il conto noi contadini». L’epilogo, nella Marca, si dà per scontato. Finirà che per bere un goccetto prima di cena, giusto per evitare guai, dovremo fare come una volta: chiedere all’oste «uno di quello buono» e stop.

Immaginate di aprire il vostro computer e di trovare sul desk un documento non redatto da voi che raccolga in ordine tutti i dati della vostra vita. Quando vi siete diplomati, la foto in cui siete allo stadio, la patente, gli audio mandati su WhatsApp. E poi, scavando, ogni singolo dettaglio: una foto di quando eravate ubriachi a una festa dieci anni fa, il dettaglio di un bacio dato alla moglie del vostro migliore amico che entrambi avete giurato di non raccontare e di non far accadere mai più. E ancora: l’elenco di tutti i porno che avete visto, la mappatura di ogni commento stupido e sessista detto in una telefonata. Un selfie da nudi, la foto fatta al compleanno di vostra madre, un video al museo del Louvre. Ebbene, questo documento esiste. O meglio, potrebbe esistere e non è una fantasia distopica, né un’esagerazione: la persona che di tutto questo ha portato prova, documentazione, esperienza diretta ce l’ho davanti ai miei occhi ora ed è Edward Snowden. Non cercate di catalogare in mente, andando a ritroso, le cose fatte o i file inviati che potrebbero esporvi; troppo tardi, è ormai cosa irrimediabile. E anche se aveste vissuto come un monaco trappista nelle alture del Golan, qualche elemento per mettervi in imbarazzo lo si trova sempre. Ah, sia chiaro, non ci sono reati in quest’elenco, nemmeno uno. E a ben vedere neanche immoralità, ma elementi personali, gusti, contraddizioni, errori, passioni di cui dovreste rispondere soltanto a voi stessi o a chi decidete di metterne a parte ma che, se finissero nelle mani di qualche “giornalista” pagato (o a qualche “tribunale”, dipende dallo Stato in cui vivete) per fare killeraggio sulla vostra reputazione, comprometterebbero la vostra immagine pubblica e dovreste spendere tempo e energie a giustificarvi. Non tutti abbiamo un profilo pubblico, potreste obiettare. Non siamo giornalisti, né volti della tv, non siamo politici né scrittori. Vero, eppure paradossalmente questo genere di informazioni, se rese pubbliche, fanno più danno alle persone comuni che, da sole, si trovano costrette a difendere il proprio privato all’interno di una comunità di persone in carne e ossa, che giudicano e stigmatizzano, e non di odiatori virtuali da social media. Ora però calmate il respiro, nessuna paranoia. Non c’è nessuno che vi stia spiando. Nessuno con occhi voce orecchie; ma ci sono strutture tecnologiche che raccolgono tutto, con il consenso del vostro governo e all’occasione, se serve, se fate qualcosa che non va fatto, se diventate nemico di qualcuno, le informazioni disponibili su di voi verranno selezionate e consegnate a chi potrà servirsene in modo lecito o illecito, secondo arbitrio. Cosa avete fatto? Molto spesso nulla, ma è bastato spiarvi nella vostra normale vita di tutti i giorni per rendervi “mostri”. Snowden ha scritto un libro, “Errore di Sistema”, in cui racconta come sia riuscito a scoprire tutto questo e come la sua vita lo abbia portato a scegliere di svelare la più grande violazione di massa della privacy mai accaduta in una democrazia. SAVIANO: Edward, quindi non c’è modo di difendere la propria privacy? SNOWDEN: «Non puoi pensare che non ti interessa la privacy perché non hai nulla da nascondere, sarebbe come dire che non ti interessa la libertà di stampa perché non ti piace leggere o che non ti importa della libertà di culto perché non credi in Dio. La privacy è l’espressione individuale di un diritto collettivo. Ma quando costruiscono un sistema che cataloga, immagazzina, sfrutta gli scambi tra esseri umani, per usarli contro di noi, devi stare in guardia e chiederti: e ora che cosa ci succederà?». Snowden mi sta parlando da uno schermo, mi parla dal suo esilio lungo ormai sei anni. Da quando nel 2013 ha rivelato ciò che accadeva, gli Stati Uniti gli hanno revocato il passaporto e lo hanno denunciato per aver rivelato i programmi della Nsa: questo è ciò che si sa di lui. Nel libro c’è tutto il resto. Il suo primo atto di hackeraggio lo fa a sei anni quando, per andare a dormire due ore dopo l’ordine della madre, cambia l’orario di tutti gli elettrodomestici di casa, riuscendo a ingannare la famiglia. La sua prima operazione importante risale ai suoi sedici anni, quando scopre che il sito di Los Alamos può essere “bucato” per trovare documenti ad uso interno. Chiamano a casa, la madre crede che abbia fatto danni, invece vogliono assumerlo, ma non sanno che è minorenne. Edward Snowden è il classico nerd che passa le giornate sul Web e con i videogiochi. Quando non è collegato, Edward pensa a quando si collegherà e nel suo libro racconta benissimo la trasformazione del Web. «So bene quale luogo tossico e insano sia diventato oggi il Web, ma dovete capire che per me, quando ci sono entrato in contatto per la prima volta, Internet era qualcosa di totalmente diverso. Era come un amico, un genitore. Tutti indossavamo delle maschere, eppure questa cultura dell’“anonimato attraverso la polionimia” produceva più verità che falsità, perché aveva un carattere creativo e cooperativo, più che commerciale e competitivo. Dopo la bolla… Le aziende capirono che le persone, quando si trovavano online, erano più interessate a condividere che a spendere, e che la connessione umana che Internet aveva reso possibile poteva essere monetizzata: dovevano semplicemente trovare il modo di inserirsi in questi scambi sociali e trarne profitto. Così è iniziato il capitalismo di sorveglianza, decretando la fine di Internet per come la conoscevo io». Come è avvenuto, in concreto, questo passaggio? «Le persone, attirate dalla maggiore facilità d’uso, hanno preferito abbandonare i propri siti personali – che richiedevano un costante lavoro di manutenzione – a favore di pagine Facebook o account Gmail, dei quali, però, erano proprietari solo nominalmente. Chi era succeduto alle società che avevano fallito nell’e-commerce ora aveva un nuovo prodotto da venderci. Quel prodotto eravamo noi stessi. I nostri interessi, le nostre attività, i nostri desideri». Se avessi di fronte Zuckerberg, che cosa gli diresti? «Non penso che sarebbe interessato a conoscere la mia opinione, perché mi pare un uomo piuttosto sicuro di sé». Insisto. «Gli chiederei: come vuoi essere ricordato? Credo che quando Zuckerberg invecchierà, si guarderà indietro, vedrà il suo fascicolo personale e si rammaricherà di non aver usato le risorse di cui oggi dispone per qualcosa di più nobile, che non vendere più pubblicità». “Permanent Record”, “Fascicolo personale”, è il titolo in inglese del libro di Snowden e indica tutte le informazioni che non è più possibile cancellare su di te. “Errore di sistema” è il titolo scelto da Longanesi e credo sia più su misura di Edward, perché rappresenta quel tassello del sistema che doveva funzionare e che invece… Forse come titolo lo prediligo. C’è un passaggio in “Errore di Sistema” che descrive come, la prassi di registrare, non visti, le abitudini private di tutti noi, non sia stata mai condivisa con nessuno: mai votata, mai approvata. “Il governo americano – scrive Snowden – nel più totale disprezzo dei principi della Carta costituzionale, ha ceduto alla tentazione e, una volta assaggiato il frutto dell’albero avvelenato, è stato colto da una smania irrefrenabile. Ha assunto in segreto il controllo della sorveglianza di massa, un’autorità che, per definizione, affligge più gli innocenti che i colpevoli”. Si può recuperare la libertà del Web? «Non credo che possiamo riportare le cose come erano un tempo, ma penso che possiamo ricordare che esistono dei valori e rispettarli. Ci sono persone più intelligenti di me, persone come l’inventore del World Wide Web, Tim Berners, che si sta dedicando a una cosa che si chiama re-decentralizzazione di Internet». Il punto di caduta del tuo discorso è che, in definitiva, non usiamo più il Web, ma siamo usati dal Web. «I cittadini oggi sono meno consapevoli di ciò che accade nelle nostre democrazie e, invece di essere soci della rete, sono diventati oggetto della rete». Che cos’è la re-decentralizzazione? «Re-Decentralizzare, ossia fare in modo che il sistema non abbia più bisogno di trattenere i nostri dati per fornire servizi. Per capire il motivo per cui internet è diventato quello che è oggi, dobbiamo ragionare in termini di servizio pubblico. Tu paghi l’acqua e le società che gestiscono servizi idrici non pensano a come la usi. La stessa cosa vale per l’elettricità. Ma quando si parla di Internet, o di qualsiasi forma di comunicazione che utilizzi Internet, come ad esempio le smart tv, non ti permettono di usare una banale connessione internet che non possono controllare. I giovani sono naturalmente affascinati e attratti dalla tecnologia perché le macchine non discriminano. È il primo vero incontro che i bambini hanno con una realtà in cui vengono trattati non da bambini, ma come gli altri, perché un computer o uno smartphone non coglie la differenza. Ciò che è cambiato, rispetto a quando ero bambino io, è che la tecnologia con cui interagivo non si ricordava di noi». Che cosa pensi della condivisione sui social delle fotografie dei bambini? «È estremamente pericoloso il fatto che oggi, partendo dalle immagini che le mamme postano di un’ecografia su Facebook, Twitter o Instagram, la storia privata dei bambini venga catturata e conservata, e che non sia posseduta o controllata da chi l’ha creata. Sono terze parti, aziende, gruppi di aziende o governi che assoldano queste società come “delegati” per avere informazioni. Quello che cercano di creare è un “grafico sociale” a partire da una semplice connessione tra persone che conosci, con cui parli e interagisci». In termini pratico questo che cosa comporta? «La differenza tra me bambino e la mia generazione è che io potevo fare errori, potevo dire cose terribili, provare momenti di vergogna e fare cose di cui mi pentivo e che facciamo tutti da piccoli, perché fare errori ci fa crescere. Oggi invece le persone sono desensibilizzate perché sanno che quello che hanno detto rimarrà, non puoi dire che era stato un errore e devi difenderti e giustificarti e finisci per rafforzare un’identità in cui non ti ritrovi più, che non volevi, ma è troppo tardi: sei intrappolato nel tuo passato. Ogni cosa che facciamo ora dura per sempre, non perché vogliamo ricordarla, ma perché non ci è permesso dimenticarla». Vuoi dire quindi che qualsiasi cosa diciamo o scriviamo ci perseguiterà? «Viviamo gli errori come un archivio. Molti giornalisti si chiedono, ad esempio, se io sia un eroe o un traditore, perché ci piace l’idea competitiva di schierarci, di scegliere una squadra. Quello che neghiamo sono le nostra capacità, credendo di essere incapaci sia di fare del bene che di evitare il male». Ciò che abbiamo di più prezioso, ovvero la nostra vita, che è composta di tracce e dati, la lasciamo fluttuare nel Web, la diamo via in cambio di niente e senza accorgercene. Come accade? «Storicamente i grossi cambiamenti sono avvenuti ogni volta che le persone sono passate da circostanze comode a scomode, dal conforto allo sconforto. La sorveglianza è insidiosa, anche quella aziendale. Chiedo sempre a tutti: che cosa sa Google di noi? O Facebook? Nessuno sa rispondere precisamente. Quello che ci viene detto è incompleto. Quando fai una ricerca su Internet, quelle parole sono registrate per sempre ed è la stessa cosa per tutti i siti. Alla Silicon Valley usano il temine “frictionless”, senza attrito, cioè comodo, senza problemi, ma quello che in realtà significa è celare le conseguenze, nascondere i costi e farti sentire al sicuro anche quando ti stanno danneggiando». Una volta, Edward, hai detto che il vero valore di una persona non si misura dai valori in cui sostiene di credere, ma da che cosa è disposto a fare per proteggerli. Non senti di non praticare i tuoi valori vivendo in Russia, un Paese che viola i diritti umani, un regime che risponde a un unico uomo e a uno strettissimo gruppo di oligarchi, dove i tribunali e i processi sono costruiti per impartire condanne e assoluzioni? «Molti dimenticano che non è stata una mia scelta vivere in Russia. Ero a Hong Kong in viaggio verso l’America latina quando il governo americano mi ha annullato il passaporto e sono atterrato in Russia. Di sicuro avrei potuto collaborare con la Russia e dire che questo era il posto più sicuro del mondo per una persona come me e mi avrebbero accompagnato in limousine fino all’hotel, ma ho rifiutato quel trattamento. Mi è costato molto negli anni. Sono stato intrappolato in quell’aeroporto per circa 40 giorni. Quando ero lì ho fatto domanda di asilo in 27 Paesi nel mondo, inclusa l’Italia, ma anche Francia, Germania, Norvegia: i Paesi che immaginiamo rispettino i diritti umani. Ma ogni volta che si arrivava alla decisione e pensavamo fosse una decisione positiva, i miei legali sentivano che una di “quelle due persone” aveva chiamato i ministri degli Esteri di quei Paesi, e quelle due persone erano John Kerry, il segretario di Stato o il vicepresidente Joe Biden. E così ero intrappolato. Non sapremo mai perché i russi mi lasciarono uscire dall’aeroporto, ma la verità è che non sapevano cosa fare perché al momento ero l’uomo più ricercato al mondo. Ora non ho più scorta, agenti di protezione, vado in metropolitana, prendo il taxi e pago l’affitto come chiunque altro. È una situazione rischiosa e non ne ho il controllo, ma la realtà è che il motivo per cui mi va bene vivere così, nonostante sia frustrante – per quanto io abbia criticato il governo russo per le sue politiche di sorveglianza, per la gestione delle elezioni politiche, per come vengano effettuate e abbia supportato le proteste –, è che se qualcuno mi fa qualcosa, se il governo americano o i loro amici provassero ad uccidermi, confermerebbero la mia teoria, perché io non ho fatto nulla per danneggiare il mio governo. Volevo aiutarlo. Ciò che ho iniziato a fare, con questo lavoro di giornalismo, non è un atto di rivoluzione, ma un atto di ritorno agli ideali degli Stati Uniti. Tutto il mondo ha sempre creduto che fossero gli Stati Uniti a proteggere i dissidenti. Che cosa accade quando notiamo di vivere in un mondo in cui un dissidente deve essere protetto dagli Stati Uniti?». L’Europa ha perso un’occasione unica rifiutando l’asilo politico a Snowden; avrebbe potuto dimostrare il diverso approccio nel dare sicurezza ai cittadini. Se Paypal, Facebook, Apple, Microsoft nascono negli Usa, è anche perché l’Europa non ha considerato una sfida alla sua altezza avere delle proprie piattaforme, ma è chiaro anche quanto poco riesca a preservare spazi di diritto e di scambio dentro un perimetro di libertà. «Noi siamo vicini di età e, considerata la nostra situazione, è quasi ironico: entrambi siamo stati in esilio e visto da un punto di vista storico, l’esilio è una cosa terribile. Nella letteratura italiana e nel passato, essere in esilio era quasi peggio della morte. Sei tagliato fuori dalla famiglia, dalla società, dalla vita intellettuale, dalla lingua. Ma siamo qui a parlarne. Non hanno vinto…». Vero… ti trovo pieno di speranza. Anche il tuo libro lo è. «Sai, l’oppressione politica ha strumenti che iniziano a non funzionare più. L’esilio non riesce a fermare più una conversazione. Se mi chiedi se ho una vita felice, nonostante tutto quello che ho passato, nonostante i sacrifici che anche tu hai dovuto fare,ti rispondo che in verità sto meglio ora di quando sono uscito allo scoperto, perché almeno ora posso credere nelle cose che faccio». Ti sei mai pentito? «Rimpiango di non essermi fatto avanti prima». La tua famiglia è con te? Temi per i tuoi familiari? «Io sono minacciato da una parte che impone su se stessa delle restrizioni etiche, per cosi dire. La mafia può toccare i familiari, il governo non può. La mia famiglia non ha dovuto vivere altre conseguenze se non quella di essere preoccupati per me, abbiamo ancora un rapporto molto stretto. È stata di grande consolazione». Vorresti tornare negli Usa? «Sì, e vorrei che mi fosse concesso un giusto processo, di essere giudicato secondo la legge. L’Espionage Act del 1917 (della cui violazione Snowden è accusato) in realtà non era stato creato per fermare le spie, ma per fermare la resistenza politica. Credo però che questa legge non durerà. Penso anche che anno dopo anno, tutte le accuse che mi sono state fatte crolleranno sempre di più». Dopo la pubblicazione di questo libro aumenteranno i guai… «Non ho fatto quel che ho fatto per avere amici. L’ho fatto perché penso che le cose in cui crediamo contino. Ma contano soltanto in relazione a ciò che siamo in grado di rischiare per esse. L’unica cosa su cui posso contare, pensando al mio futuro, è la mia compagna Lindsay». Sto per salutare Edward Snowden e lo ringrazio per la sincerità delle sue risposte e la profondità non scontata, ma lui continua… «Non so chi vivrà più a lungo tra noi due…». E allunga un sorriso tenero da bimbo. Per esorcizzare mi giro e faccio una foto, un selfie di me con Edward dietro, sullo schermo. Lui sorride e aggiunge: «Sapevo che avrei sempre lavorato con i computer ma non avrei mai immaginato di vivere dentro un computer». Click.

La lettera con cui, bocciando la riforma dello Sport, il Comitato olimpico internazionale (Cio) il 6 agosto scorso ha minacciato l’esclusione dell’Italia dalle Olimpiadi di Tokyo 2020 e — peggio ancora — la revoca dell’assegnazione di Milano-Cortina 2026, è stata voluta, richiesta e letteralmente dettata dal Coni. Nella persona del suo presidente Giovanni Malagò. Il quale dunque, mentre con la mano sinistra “avvertiva” il Senato (audizione del 29 luglio) del «serissimo problema con il Cio» causato dalla riforma, e del «relativo rischio di pesanti sanzioni»; con la mano destra quello stesso problema e quelle stesse sanzioni invocava, per iscritto. A documentare il ruolo quantomeno irrituale giocato da Malagò in questa partita ci sono due lettere inviate dal Palazzo H a Losanna, il 30 e il 31 luglio scorso. Entrambe sono a sua firma. La prima è la più formale ed è indirizzata direttamente al presidente del Cio Thomas Bach. «Dear president, dear Thomas — si legge nel documento — vorrei informarla che il governo italiano approverà nei prossimi giorni un decreto legge non in linea con la Carta olimpica…» Malagò spiega, poi, in che modo, secondo il Coni, Sport e Salute — la società creata dal precedente governo nella quale è confluita la cassa dello sport italiano — interferisca con l’attività del Coni e con la sua autonomia. «Prima di tutto — si legge — il decreto legge definisce il ruolo del Coni come limitato alla gestione delle attività olimpiche (…) e questa definizione è contraria all’articolo 27 della carta olimpica che parla invece di sviluppo e promozione sia dello sport di alto livello sia dello sport per tutti». In secondo luogo, sempre secondo Malagò, la riforma contrasta anche con il paragrafo 5 dei principi fondamentali della carta olimpica, secondo cui «le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico devono essere politicamente neutrali». Fin qui, per quanto netto, il comportamento del presidente del Coni, che è anche membro Cio, è formalmente inappuntabile. Da regolamento è tenuto a segnalare eventuali violazioni alla carta olimpica. (Unica sbavatura, la riforma in questione è una legge delega, dunque ancora ampiamente modificabile, e non un decreto legge). L’eccesso di zelo, l’elemento che oggi consente di leggere tutta questa vicenda come un’operazione mediatico-burocratica orchestrata in aperto contrasto con la riforma Giorgetti-Valente, è invece contenuto in una seconda lettera (di carattere riservato), indirizzata sempre a Losanna ma stavolta all’attenzione di James Macleod, il responsabile del Cio per le relazioni con i Comitati nazionali. Vale a dire l’uomo indicato da Bach per affrontare il caso. «Dear James, oltre a quanto scritto al presidente ieri, vorrei sottolineare alcuni altri aspetti…», è l’incipit. Tra questi aspetti, Malagò sottolinea un punto preciso dell’articolo 27, il nove. Ovvero quello che «stabilisce che il comitato esecutivo del Cio può assumere le decisioni più appropriate per proteggere il movimento olimpico (…) tra cui la sospensione o il ritiro del riconoscimento del Noc (comitato olimpico nazionale) nel caso in cui una legge o anche ogni altro atto del governo sia di ostacolo all’attività o alla libera espressione del Noc stesso». Sanzione che avrebbe come conseguenza proprio quella catastrofe sportiva paventata da Malagò due giorni prima in Senato. Insomma, invece di cercare una soluzione soft (magari modificando appunto la legge delega) Malagò indica al Cio la soluzione finale, scegliendo di prendere in ostaggio la partecipazione olimpica dell’Italia a Tokyo 2020, nonché l’organizzazione delle Olimpiadi del 2026, pur di ostacolare la riforma Giorgetti-Valente. Riforma che, tra le altre cose, prevede la necessità di rimettere mano al numero dei mandati del presidente del Coni (potenzialmente rendendo Malagò ineleggibile per il prossimo mandato). Nei giorni successivi a quelle due lettere, e comunque ben prima del 6 agosto — giorno in cui il Cio manderà la sua lettera (che riprenderà in pieno l’imbeccata arrivata da Roma) — parte una massiccia campagna stampa proprio sui punti in questione. Campagna alla quale parteciperanno molti degli atleti più vicini ai vertici del Coni, e culminata l’8 agosto con la campionessa del circolo Aniene Federica Pellegrini. La lettera riservata di Malagò a Macleod rischia adesso di avere importanti riflessi. Sia in Italia — entro il 30 settembre deve essere firmato il contratto di servizio tra Coni e Sport e Salute, partita nella quale sarà decisivo il nuovo ministro Vincenzo Spadafora — sia a Losanna, visto che difficilmente Bach sarà contento di passare come uno che si fa dettare le lettere da Malagò. Il quale nega decisamente ogni anomalia in questa vicenda: «Entrambe le lettere — spiega a Repubblica — erano atti dovuti. In qualità di membro Cio, sono tenuto a segnalare ogni possibile violazione della carta olimpica». Ma non aveva già ottemperato ai suoi obblighi con la missiva a Bach? «Bach ha delegato Macleod, e io l’ho informato in maniera tecnicamente più completa. In ogni comunicazione — conclude il presidente del Coni — erano in copia gli altri due membri Cio (Ivo Ferriani e Franco Carraro, ndr). Ho agito con trasparenza e tempestività nell’interesse dello sport. Merito i complimenti, altroché».

Anche la legge elettorale assume un suo fascino perverso e sorprendente quando Arturo Parisi spiega che sarebbe pronto a scendere in piazza con Salvini, a raccogliere le firme con lui, a stare ai banchetti accanto al segretario della Lega, al “fascista”, al “sovranista”. «Ma io mi alleo anche con il demonio per difendere il sistema maggioritario. Sapendo che il diavolo ha i suoi disegni sia ben chiaro». Quando nascerà la legge proporzionale, che insieme al taglio dei parlamentari, è una delle basi del nuovo governo giallo-rosso, l’ex ministro dell’Interno ha già annunciato una chiamata alle armi dei cittadini per riaffermare il principio «che chi prende un voto in più governa». Nella battaglia potrebbe trovarsi al fianco il fondatore dell’Ulivo. «Prima voglio vedere se alle parole seguono i fatti. Però le regole si concordano con gli avversari. Lo scrivemmo al primo punto del programma quando il “nemico” di allora era Berlusconi e lo additavamo come un pericolo per la democrazia. Se ci sono forze politiche che si alleano per il ritorno al proporzionale, non vedo perché altre forze politiche non possano accordarsi per sfidarsi col maggioritario. Non avrei esitazioni a stare dalla parte di Salvini in questo caso». La bomba legge elettorale è destinata a esplodere. È successo che il Partito democratico sta lavorando a un proporzionale puro, come nella Prima repubblica. Il sistema preferito dai 5 stelle, quello che elimina le coalizioni, consente di formare maggioranze solo dopo il voto, dunque anche il giochetto di prestigio che ha portato i grillini dal sostegno all’esecutivo giallo-verde a un nuovo giro di valzer con i nemici del Pd. Mena le danze della “restaurazione” Dario Franceschini che «legittimamente è figlio di un’altra storia, non di quella dei referendum maggioritari degli anni ‘90», dice Parisi. Invece i padri nobili della stagione cresciuta nel solco di quei referendum si ribellano. Walter Veltroni: «Se torniamo al proporzionale sarà il festival della frammentazione e del ricatto. Rivivremo scene di governi che cadevano perché un partitino voleva la presidenza dell’Eni». Romano Prodi: «Il Paese si regge solo nella continuità che può dare il maggioritario». Più chiari di così. Ma sono le uniche voci levatesi in difesa di un pilastro costituente dell’Ulivo e poi del Pd, nato appunto per mettere sotto lo stesso tetto ex Dc ed ex Pci che con il proporzionale avrebbero potuto tranquillamente stare separati e stringere patti dopo le elezioni. «Siamo quattro gatti per ora — ammette Parisi — . C’è anche Mario Segni». E Salvini, se fa sul serio. Manca Matteo Renzi, ovviamente, che immagina un suo partito. Nicola Zingaretti, visto il calibro dei frenatori, sta cercando di rallentare un treno già lanciato tipo Frecciarossa. «Non c’è nessuna decisione presa». Eppure, mentre non si era ancora votata la fiducia al Conte bis in Senato, Franceschini ha riunito i capigruppo del Pd e Andrea Giorgis, responsabile delle riforme, per mettere a punto una road map. Legando la legge elettorale alla discussione sul taglio dei parlamentari. «Zingaretti è figlio della stagione degli amministratori locali eletti direttamente — osserva Parisi — . Dovrebbe rendersi conto che la spinta maggioritaria non si ferma a Roma. Che ci sono i comuni, le regioni». Potrebbe essere quella una base capace di far cambiare idea ai vertici. Giorgis ha promesso un percorso trasparente: voteranno il progetto di riforma la segreteria, la direzione, i gruppi parlamentari. Sarà coinvolta la base e gli amministratori. Su di loro ricadono le speranze dei tifosi del maggioritario. Ma anche qualche sindaco vacilla. «Io sostengo il doppio turno come nei comuni, la soluzione più chiara — dice il primo cittadino di Bergamo Giorgio Gori — . Il maggioritario però non ha garantito la stabilità in questi anni. Allora è più efficace un proporzionale con una soglia di sbarramento alta». Un modo per ridurre i partiti presenti in Parlamento. Ma morirebbero le coalizioni, le alleanze dichiarate prima del voto, «i programmi comuni», come spiega Veltroni. Un’intera storia verrebbe cancellata. «Il Pd è pieno zeppo di dirigenti contrari al proporzionale. Ma sta funzionando la narrazione del pericolo salviniano — sottolinea Parisi – e un cambiamento epocale sembra quasi un fastidio discuterlo».

Dalle elaborazioni diffuse dall’Istat ieri sappiamo qualcosa in più su come si sta muovendo il mercato del lavoro italiano. In sintesi: è vero che aumentano le tes te (+0,6%) ma diminuiscono le ore (-0,1%) e di conseguenza l’incremento dell’occupazione di cui abbiamo parlato nei mesi scorsi —eche il Movimento 5 Stelle si è intestato — in realtà è composto interamente da quello che abbiamo imparatoachiamare part time involontario (+105 mila). Ovvero mezzi lavori che hanno come teatro privilegiato il settore dei servizi (ristorazione, turismo, logistica, ecc…). Se poi incrociamo i dati Istat di ieri con quelli forniti solo 24 ore prima dall’Osservatorio sulle partite Iva Mef il quadro che emerge è ancora più nitido. L’aumento dell’apertura di partite Iva (+6,2% nel primo semestre ‘19) non deriva da spazi di nuova imprenditorialità favoriti della mini-flat tax del governo Conte 1 ma da una sorta di trasloco fiscale da regimi con tassazione più elevata al nuovo forfettario (per un approfondimento si può leggere l’articolo di Andrea Dili su nuvola.corriere.it). E’ in atto in sostanza una frammentazione delle attività, calano le associazioni professionali, le società di persone e di capitali e aumentano i forfettari. Qual è il link tra le due tendenze? Un terziario che retrocede, abbandona le linee operative più strutturate e abbraccia una molecolarità fatta di mezzi lavori e di sopravvivenza fiscale. Questa mutazione proiettata sul sistema aggrava ancora di più lo storico ritardo del nostro terziario. Da qui forse una riflessione che merita tempo e spazio: la difesa del lavoro si deve organizzare a valle modificando di continuo la legislazione o forse va salvaguardata contrastando a monte le tendenze verso il low cost dei servizi? A mio giudizio la risposta giusta è la seconda ma come conseguenza richiede una chiamata in causa dei principali committenti del low cost. Le imprese privateela stessa pubblica amministrazione.