ROMA Il Pd deve ancora “deglutire” il probabile passaggio ad una legge elettorale di stampo proporzionale e Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, decide di far slittare il voto sul taglio dei parlamentari. D’altra parte anche la riunione dei capigruppo, convocata dal presidente Roberto Fico, aveva deciso di soprassedere almeno per la prossimasettimana. LA LANA Difficilmente i dem faranno un passo indietro rispetto all’intesa raggiuntaconM5S eLeu durante la formazione del governo, ma la pressione dei padri nobili del partito, Romano Prodi e Walter Veltroni, è forte. In ballo non c’è solo il sistema di voto,ma anche la natura del partito che, nato sulla spinta delmaggioritario,mise insieme iDscon laMargherita. Ora il timore dello stato maggiore del Pd è che un sistema elettorale proporzionale porti a nuove frammentazioni. Ieri Zingaretti, parlando a “Porta a Porta”, si è augurato che Matteo Renzi non faccia «lo scisma». Il tam tam dice però esattamente il contrario. Ovvero che l’ex presidente del possa fare suoi gruppi parlamentari, alla Camera più che al Senato, puntando ad allargare lamaggioranza con parlamentari ora all’opposizione. LE POSIZIONI «Se noi tornassimo al proporzionale – sostiene Veltroni – sarebbe il festival della frammentazione. Il Paese ha bisogno di governabilità». Sul tema il segretario del Pd dovrebbe convocare a breve una direzione in modo da tenere unito il partito nella trattativa con M5S e Leu. Sembra però difficile che il Pd possa tornare indietro, visto che uno dei motivi che hanno spinto il partito a comporre una maggioranza è proprio come evitare che Matteo Salvini, seppur con il 30%, possa “fare piatto” grazie all’attuale Rosatellum. Una legge, quella attualmente in vigore, che con il taglio dei parlamentari molto poco spazio lascerebbe agli altri partiti nei collegi. Tornare indietro, pensando magari che il fenomeno sovranista si sia già sgonfiato, non convince la maggior parte degli esponenti di punta del Pd che si preparano alla riunione della direzione e a quella dei gruppi. L’INTERVENTO Nel suo intervento in Aula Conte ha lanciato un appello alle forze politiche di opposizione a partecipare alla trattativa che dovrebbe riguardare anche un mini-pacchetto di riforme costituzionali. In quello che fu il centrodestra il dibattito è in corso. Silvio Berlusconi nei giorni scorsi ha chiesto un coordinamento tra FI, Lega e FdI. E’ probabile che prima della fine della settimana Berlusconi e Salvini possano incontrarsi dopo le reciproche bordate. Al leader della Lega in questo momento potrebbe convenire “resuscitare” l’alleanza di centrodestra in modo da contrapporsiconmaggiore forza al sistema proporzionale che ridimensionerebbe molto la leadership dell’ex ministro dell’Interno. Ricostruire l’alleanza solo per evitare il proporzionale difficilmente basterà al Cavaliere che in più di un’occasione ha tentato di far capire alla Lega e al suo leader che la deriva sovranista e lepenista, presa dal partito che fu di Umberto Bossi, può anche gonfiare i sondaggi, ma non porta a governare.
Questione di punti di vista. Per Matteo Renzi la formazione di gruppi parlamentari autonomi non è propriamente una scissione, ma il mezzo con cui attirare anche esponenti di altre forze politiche nel centrosinistra easostegno del governo. Per Nicola Zingaretti, invece non si capirebbero i motivi di questo «scisma» che potrebbe essere lacerante, come spiega lo stesso presidente della Regione Lazio intervistato da Bruno Vespa a Porta a porta. In realtà l’ex segretario ha messo in «stand-by» la sua operazione, «ma solo per adesso», come ha precisato ad alcuni senatori che gli chiedevano lumi: «Il progetto originario era ottobre, ora che è nato il governo vediamo se i tempi devono cambiare». E intanto si infittiscono i rapporti tra i due ex nemici Renzi e Dario Franceschini: l’altro ieri al Senato i due si sono appartati in un corridoio per discutere di governo e sottosegretari. Nel frattempo Zingaretti procede per la sua strada, guardando all’oggi. Il problema, adesso, a suo avviso «è la partenza del governo», che «è sempre il momento più difficile». Lui che voleva le elezioni e che alla fine ha dato il via libera a Conte non vuole rimpiangere quel suo si, perciò cerca di fare di tutto «perché questo non sia un governicchio». Arriva fino al punto di dire: «Considero della mia squadra i ministri dei 5 Stelle». Ed è sempre con lo stesso spirito che Zingaretti, dopo averlodato Conte e la sua missione a Bruxelles, lascia intendere che ormai l’Italia in Europa è «più autorevole». Certo, il segretario del Pd è preoccupato per le fibrillazioni grilline che hanno rallentato la nascita del governo e la nomina dei sottosegretari: «Dico ai5Stelle, guai a contemplare le nostre differenze. Se ci sono, bisogna sedersi attorno a un tavolo e trovare la sintesi. Non bisogna rapportarsi ognuno con le sue figurine Panini». E infatti lì dov’è queste differenze ci sono Zingaretti, pur mantenendo le sue posizioni, non calca mai la mano: «La revisione delle concessioni è cosa corretta, penso faccia bene ai concessionari e non a un solo concessionario», spiega parlando delle concessioni per le autostrade. Mentre cerca di fortificare Conte e di contenere i nervosismi degli alleati, Zingaretti non può certo trascurare il partito: Paolo Gentiloni vola a Bruxelles e bisognerà decidere chi siederà al suo posto, alla presidenza del Partito democratico. «Penso a una donna», dice il segretario. In lizza ce ne sono diverse, ma tutti, al Nazareno, scommettono sull’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti. «Un altro posto conquistato dalla corrente di Franceschini», osserva qualcuno nell’area Zingaretti.
A Le prossime Regionali saranno il «voto di legittima difesa». Matteo Salvini ha cominciato ieri sera il suo primo mini tour in Umbria, la prima regione che andrà al voto nella tornata di elezioni comprese tra l’autunno 2019 e la primavera 2020. Una maratona che per il segretario leghista ha un valore assolutamente strategico, perché la legittima difesa è contro i «ladri del voto». E che è partita subito dopo il faccia a faccia che si è svolto al Viminale in mattinata: un caffè di una mezz’ora tra la neo ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e il suo predecessore, una sorta di informale passaggio di consegne. Il concetto con cui Salvini martellerà nei prossimi mesi è quello espresso a più riprese negli ultimi giorni: se una «vergognosa manovra di Palazzo» impedisce agli italiani di mandare a casa» il governo giallorosso, saranno le numerose elezioni regionali dei prossimi mesi ad assediare la neo maggioranza parlamentare, «legittima formalmente ma abusiva nella sostanza». Insomma, si augura Salvini accompagnato dalla candidata presidente Donatella Tesei, «molto presto torneremo al governo mandando via quella gentaglia che ha paura di votare». La madre di tutte le sfide resta l’Emilia-Romagna, la regione «rossa» per eccellenza che potrebbe andare al voto — la data ancora non è stata fissata — già il prossimo 24 novembre. Il governatore dem Stefano Bonaccini sarà sfidato da Lucia Borgonzoni, già sottosegretario alla Cultura. Il dubbio riguarda l’atteggiamento che terranno i 5 stelle: sono sempre più insistenti le voci secondo cui il Movimento potrebbe addirittura non presentare proprie liste. Una desistenza che sulla carta favorisce Bonaccini, anche se i leghisti non ne sono affatto convinti. Non per l’Emilia Romagna, almeno: «Una persona che in Emilia ha votato 5 stelle — dice il deputato leghista Igor Iezzi — aveva votato contro il Pd. Non credo che oggi abbia cambiato idea». Insomma, l’idea è che una parte significativa del voto che nel 2014 era stato grillino possa confluire sulla Lega. Quanto a Salvini, ieri a Spello ostentava sicurezza: «Si metteranno d’accordo anche in Umbria come mi chiedono tutti? Ma magari…. tanto il 27 ottobre la sinistra va a casa e l’Umbria cambia». E c’è da credergli quando dice che, dal suo punto di vista, la cosa migliore sarà il «vedere le facce lunghe dei Conte, dei Di Maio e di tutti quelli che vi stanno rubando il voto per stare incollati alle poltrone». Se l’elezione con cui Luca Zaia tornerà a chiedere il consenso dei veneti difficilmente riserverà sorprese, meno prevedibile è il pronostico sulla Liguria. L’addio a Forza Italia del governatore Giovanni Toti rende il sostegno degli azzurri non scontato. Anzi, il portavoce Giorgio Mulè nelle scorse settimane l’ha messo esplicitamente in dubbio. Apertissima la partita nelle tre regioni del Sud che andranno al voto nei prossimi mesi. È assai probabile che la Lega rivendichi la candidatura di un suo uomo in Puglia, dove alle ultime europee ha superato il 25 per cento.Il nome di gran lunga più pronunciatoèquello del presidente di Invimit e già deputato leghista Nuccio Altieri. Sulla carta, e cioè prima che Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini si siano confrontati, la Calabria dovrebbe andareaFdI mentre la Campania a FI.
Prendere tempo: è questa la linea del Viminale rispetto alle richieste di approdo che arrivano dalla navi delle Ong dopo il salvataggio dei migranti. Perché «prendere tempo» è anche l’obiettivo del governo rispetto alla modifica del decreto sicurezza. La revisione si farà, esattamente come indicato dal Quirinale con la lettera che il capo dello Stato Sergio Mattarella aveva inviato al Parlamento dopo l’approvazione del provvedimento. Maitempi non saranno certamente brevi. «È una questione di coerenza politica», spiegano a Palazzo Chigi, ma soprattutto nel M5S che aveva condiviso il testo con la Lega. E dunque al momento si devono rispettare quelle norme, applicando i divieti di sbarco e le sanzioni previste. Ecco perché la strategia concordata dal premier Giuseppe Conte con la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese prevede di agire sempre in tandem e soprattutto abbassando la tensione con gli altri Stati europei. Quando c’è una richiesta di autorizzazione allo sbarco — proprio come avviene in queste ore con la Viking che si trova nel Mediterraneo con 82 persone a bordo — si cerca di ottenere la preventiva distribuzione degli stranieri negli altri Paesi e poi si dà il via libera all’approdo. Naturalmente accettando subito donne, bambini e malati. La posizione del Pd è stata ribadita ieri dal segretario Nicola Zingaretti intervistato a Porta a Porta: «Non si possono lasciare degli esseri umani all’infinito in mezzo al mare. Anche io voglio dei confini sicuri, ma la soluzione prospettata non era una soluzione, era solo ordine pubblico». Parole che ribadiscono una linea di partito favorevole agli sbarchi e all’accoglienza, rispetto alla quale i pentastellati — a eccezione della corrente che fa capo al presidente della Camera Roberto Fico e altri esponenti che più volte hanno espresso il proprio dissenso rispetto alla linea imposta dal Carroccio — appaiono molto più tiepidi. Del resto la fiducia al primo governo Conte era stata votata il 5 agosto scorso, poco più di un mese fa, proprio per concedere il via libera al decreto sicurezza. E adesso il timore che Salvini possa usare questo argomento per sminuire l’azione di governo e ottenere maggiori consensi, convince tutti a rinviare di qualche mese sia le nuove norme, sia un cambio di atteggiamento troppo evidente. L’ipotesi è arrivareafine anno, quando le partenze dall’Africa diminuiranno per il maltempo e anche il governo giallo-rosso avrà superato i primi mesi di convivenza.
È diventato di colpo positivo l’atteggiamento dei leader dell’Unione europea verso il premier Giuseppe Conte, che è volato a Bruxelles per incontrarli e presentare il nuovo governo del M5S con il Pd. Contestato duramente nell’Europarlamento come «populista» e «burattino» da popolari, socialisti e liberali, quando aveva nell’esecutivo il vicepremier sovranista Matteo Salvini, ora Conte ha reso noto di aver riscontrato «grande disponibilità» dall’establishment influenzato dall’asse franco-tedesco. «L’Italia ha bisogno dell’Europa, ma anche l’Europa ha bisogno di un Paese come l’Italia», ha chiarito il presidente eurosocialista dell’Europarlamento David Sassoli del Pd, dopo il colloquio con il premier connazionale a Bruxelles. In praticaivertici dell’Ue, espressi da popolari, socialisti e liberali, hanno apprezzato che Conte abbia escluso Salvini, procurato i voti del M5S risultati decisivi per l’approvazione nella Camera Ue della popolare tedesca Ursula von der Leyen (fedelissima della cancelliera Angela Merkel) come presidente della Commissione Ue e organizzato l’asse grillini-Pd funzionale per far passare dossier in Europa. «Non vedo l’ora di lavorare a stretto contatto con l’Italia e con Conte per affrontare sfide comuni — ha dichiarato il presidente designato del Consiglio europeo, il liberale belga Charles Michel (vicino al presidente francese Emmanuel Macron) —. Il nuovo governo in Italia ha un chiaro mandato ed è determinatoasvolgere un ruolo costruttivo all’interno dell’Ue». L’uscente popolare polacco Donald Tusk, dopo l’incontro con Conte, ha addirittura detto: «La mia migliore esperienza possibile qui a Bruxelles è stata con il suo lavoro». Aperture sarebbero arrivate perfino sui conti pubblici. «C’è una grande disponibilità nei confronti dell’Italia — ha detto Conte —. In particolare con von der Leyen abbiamo parlato di quel che ci aspetta , della manovra economica, dell’immigrazione». Il premier ha riferito di aver proposto un «patto con l’Europa», che dia tempo e flessibilità di spesa per investire per una «Italia digitalizzata», orientare «il sistema industriale verso una green economy», introdurre un «regime agevolato» per il Mezzogiorno. Ha ribadito di voler «tenere i conti in ordine» e ridurre «il debito», ma «attraverso la crescita con investimenti produttivi». Ha poi chiesto una soluzione di ridistribuzione dei rifugiati nell’Ue e più «rimpatri». Conte ha difeso la nomina di Paolo Gentiloni del Pd a commissario Ue per gli Affari economici. Ma gli eurosocialisti contestano l’attribuzione di una supervisione di fatto al popolare rigorista lettone Valdis Dombrovskis. La Francia e vari eurodeputati hanno contestato von der Leyen anche per aver nominato l’ex portavoce popolare della Commissione Juncker, il greco Margaritis Schinas, vicepresidente per la «Protezione del nostro stile di vita europeo», dizione troppo simile agli slogan anti migranti dell’estrema destra.
«In questi giorni c’è una grande attività politica e diplomatica di Parigi in direzione di Roma, come dimostra il viaggio del presidente Macron in Italia il 18 settembre prossimo», dice il politologo Dominique Reynié. Che cosa significa per la Francia e per l’Europa l’arrivo oggi a Bruxelles di un Conte capo di un governo stavolta europeista? «È una grande occasione, che Francia e anche Germania non possono mancare. Nei giorni della Brexit e di altri Paesi, come la Spagna, in difficoltà, il ritorno dell’Italia alla sua tradizione di Paese fondatore è una notizia insperata». Pensa quindi che l’Italia potrà godere dell’aiuto francese nelle discussioni su temi chiave come i migranti, con la riforma del Trattato di Dublino, e la manovra finanziaria? «Penso di sì, altrimenti crolla tutto. Francia e Germania non possono più lasciare l’Italia da sola. È mancata una gestione politica della questione, che non riguarda solo le ricadute economiche ma anche le conseguenze sulla civiltà europea. Per questo un commissario alla Protezione dello stile di vita europeo mi pare un’idea ottima, non condivido le proteste. Quanto all’economia, l’Italia ha difficoltà a rispettare Maastricht ma questo capita anche alla Francia. Grazie a un errore di Salvini si è aperta una finestra di opportunità per l’Europa, ma occorrono risultati, e in fretta. Parigi vorrà fare il possibile per aiutare il governo italiano a dimostrare, nei fatti, di essere più efficace del precedente».
Aumentano gli investimenti di Pechino sulla capitale Nuuk, in risposta al tentativo di Trump di comprare il territorio della calotta glaciale Petrolio, minerali e basi aeree nei ghiacci Nella Groenlandia contesa fra Usa e Cina.
L ’accordo sull’utilizzo della Groenlandia, che gli Stati Uniti hanno con la Danimarca, sembra non bastare più. Tutta colpa dell’apertura del Passaggio a Nord Ovest, di grande interesse per i cinesi, e del riarmo russo con basi militari nell’Artico. Il problema non è solo che il territorio (autonomo, ma sotto controllo danese) non è in vendita come vorrebbe il presidente americano, ma che nel mezzo ci sono i groenlandesi, e a corteggiarli direttamente ci hanno pensato prima i cinesi. Nel 2020 gli Stati Uniti riapriranno, nella capitale Nuuk, il consolato chiuso alla fine della Guerra fredda. Gli americani, in verità, non sono mai andati via. Thule, la base più nota a Nord del circolo polare che ospita un sistema radar antibalistico, è solo uno dei 50 siti d’interesse che nei decenni hanno visto una presenza militare Usa. La libertà di costruire basi e di abbandonarle, spesso senza neanche bonificare, con danni notevoli per l’ambiente (i locali chiamano fiori americani i barili di petrolio vuoti sparsi sul territorio), è fondata su un’intesa con la Danimarca. Il contributo di Copenhagen alla Nato si paga in natura, fornendo assistenza logistica e mantenendo riserbo sui movimenti Usa. A Nuuk un sole mite di fine agosto splende sulle strade dove si sente parlare groenlandese e danese interrotto soltanto dalle voci di qualche americano in crociera e da una coppia italiana, in abbigliamento tecnico degno di una spedizione artica, che discute ad alta voce. I bar in centro sono due, bastano pochi turisti per mandare in tilt le file al caffè. In un ufficio del piccolo parlamento groenlandese, il leader del principale partito d’opposizione, Inuit Ataqatigiit, ci racconta la versione locale degli ultimi eventi. Si chiama Mùte B. Egede, ha 32 anni, viso inuit mescolato a tratti scandinavi e un cognome danese che risale ai primi missionari sbarcati 300 anni fa: è il ministro delle Risorse naturali nel governo precedente, conosce bene i cinesi, i quali vorrebbero contare sulla Groenlandia per la nuova Via della Seta. Anziché trattare con il governo danese vengono direttamente sul ghiaccio per capire dove investire, col risultato che oggi i cinesi fanno parte di diversi consorzi minerari. Il sottosuolo della Groenlandia promette un nuovo Klondyke di minerali, tra cui le cosiddette terre rare per i nostri smartphone. Gli abitanti vogliono più sviluppo, per fare a meno dei sussidi danesi e poter dichiarare l’indipendenza. Che i soldi siano di provenienza cinese, americana o danese importa meno, ed è proprio qui, sul piano della politica estera, che gli interessi di Nuuk e Copenhagen non sembrano coincidere più. Dopo aver sollecitato invano fondi dalla Danimarca per rinnovare gli aeroporti e cambiare il flusso del traffico aereo, la Groenlandia ha trovato finanziamenti in Cina. A quel punto, i danesi hanno bloccato l’appalto cinese, finanziando i lavori con fondi in parte pubblici. Qui l’offerta d’acquisto di Trump è stata ricevuta con stupore, ma anche con orgoglio. La Groenlandia è diventata una carta decisiva per la Danimarca e proprio questo, secondo il leader politico groenlandese, porterà a una rinegoziazione dei termini dell’autonomia. Cavarsela da soli, però non è semplice per un Paese di 57.000 abitanti. La strada più lunga è di 51 km, costruita da Volkswagen per testare i motori sulla calotta glaciale e collega quest’ultima con una ex base americana, ora diventata l’aeroporto internazionale di Kangerlussuaq. Al suo interno è ospitata ancora una struttura Usa, dove piloti americani si allenano nell’ambiente artico. Un altro dei motivi che spiega la sensibilità degli Stati Uniti quando si parla di investimenti cinesi nelle infrastrutture. A parte la calotta glaciale, le mete turistiche contano una rampa di razzi abbandonata dalla Nasa e branchi di buoi muschiati. Una guida locale ci spiega che negli ultimi due mesi vi sono stati tre avvistamenti di orsi polari. Erano malnutriti, non si esclude che la colpa sia dei cambiamenti climatici. La corsa cinese non si arresta, mentre Copenhagen sta valutando una richiesta americana per far stazionare dei caccia in Groenlandia. Per ora l’accordo Nato sembrerebbe per lo meno garantire agli americani un contratto d’affitto a tempo indeterminato nel paese degli inuit.
Il rito si è tornato a compiere, gli indipendentisti in piazza per mostrarsi all’Europa e al mondo: «La Catalogna deve essere uno Stato». Ma stavolta tutte queste bandiere repubblicane e i cori insistenti hanno un obiettivo molto più prossimo: «I nostri partiti ci portino all’indipendenza». E il banco di prova della disobbedienza, in teoria, sarebbe vicino: fra poche settimane arriverà la sentenza del processo ai leader in carcere preventivo da quasi due anni, con l’accusa di aver, di fatto, organizzato un colpo di Stato violento, nel tentativo di proclamare l’indipendenza nell’autunno del 2017. I leader in carcere A Madrid e Barcellona nessuno ha dubbi: per Oriol Junqueras e compagni ci sarà una condanna e probabilmente non sarà lieve (l’accusa è arrivata a chiedere 25 anni di carcere per il leader di Esquerra). E a quel punto in qualche modo si dovrà rispondere. La sola idea porta scompiglio nei partiti, ognuno con una strategia diversa. Il presidente della Generalitat Quim Torra, con l’appoggio del suo predecessore Carles Puigdemont, parla di «aprire uno scontro con lo Stato», senza spiegare come si dovrebbe articolare. Junqueras dal carcere vuole nuove elezioni catalane. La piazza sogna di far diventare Barcellona una Hong Kong del Mediterraneo, con una mobilitazione permanente. La strategia sbagliata Sul Passeig de Gracia, al mattino, passano turisti e gente al passeggio, «lei vede un clima prerivoluzionario?», chiede retoricamente Francesc-Marc Álvaro, professore e autore di un saggio sull’indipendentismo fresco di stampa («Saggio generale di una rivolta»). Per Álvaro gli errori degli indipendentisti sono stati enormi, «ma se la Spagna pensa di vincere questa battaglia solo nei tribunali si sbaglia». La manifestazione di Barcellona di ieri, quindi, è solo un antipasto e dalle torri veneziane di Piazza di Spagna (ironie della toponomastica) viene fatto calare uno striscione: «Prepariamo la risposta alla sentenza». La Diada meno affollata Anche quest’anno, è il nono consecutivo, Barcellona si è riempita per la Diada, la festa «nazionale» che ricorda la caduta della città nella guerra di successione spagnola del 1714, diventata poi l’occasione per mostrarsi al mondo. «Obiettivo indipendenza», era lo slogan, un messaggio ai partiti che hanno cominciato a frenare, mischiando la retorica di sempre alla prudenza di chi è uscito scottato dalla risposta durissima della Spagna alle spinte secessioniste degli anni scorsi. L’appello ai partiti I numeri della piazza sono alti, 600mila persone, secondo la polizia municipale. Un dato meno stupefacente di altre edizioni nelle quali si raggiunse il milione, il più basso dall’inizio di questo movimento, ma sempre importante in una regione di 4,5 milioni di abitanti. Sui numeri si discute, ma non è questo che preoccupa gli indipendentisti. Sulla Gran Via, per oltre due chilometri, la folla dice praticamente una cosa sola: «I partiti trovino l’unità». Non è un invito generico, perché, a distanza di due anni dal referendum proibito, di quell’epica risorgimentale è rimasto ben poco. Strategie differenti I partiti indipendentisti sono sempre più divisi, governano insieme, ma si fanno la guerra senza nemmeno preoccuparsi di nasconderlo. Esquerra Republicana e il Partito democratico (PdCat) non si mettono d’accordo sulla strategia da adottare. Alcuni vogliono dialogare con il governo spagnolo, Junqueras dalla sua cella, altri vogliono mettere lo Stato nuovamente alle corde, Puigdemont. Per i primi l’indipendenza non si può portare avanti con questo rapporto di forze, per gli altri bisogna insistere sulla via unilaterale. Finita, quindi, la minaccia per Madrid? Non proprio, perché in Catalogna restano almeno 2 milioni di persone che, nonostante i tanti guai, hanno interiorizzato la secessione. I partiti però, Esquerra e l’ala moderata del PdCat frenano, hanno molti dirigenti in carcere e hanno capito cosa vuol dire confrontarsi, in maniera improvvisata, a una potenza come la Spagna. Non si dovrà aspettare molto per vedere una nuova prova di queste contraddizioni, Barcellona proverà a diventare Hong Kong.
D avanti al Forno Serenelli si è radunata una folla in attesa dell’epifania: «Eccolo, eccolo!». Matteo Salvini scende dall’auto blu in camicia bianca, jeans e occhiali scuri ed è un tripudio di applausi e dichiarazioni d’amore: «Ti voglio bene!», «Sei bello!». Proprio come ai bei tempi. Siamo alla periferia di Spello e in 600 lo attendono dentro un giardinetto e lui distribuisce gli slogan: «Qui ci sono amministratori che sono stati arrestati perché truffavano il prossimo», «il 27 ottobre la sinistra va a casa», «in Regione non devono lavorare gli amici degli amici, ma chi merita». Salvini parla un quarto d’ora, il suo è un discorsetto, ma tanti altri ne farà nei prossimi 45 giorni in tutta l’Umbria, in vista delle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale, sciolto per le dimissioni della presidente Catiuscia Marini, Pd, dopo lo scandalo delle assunzioni clientelari nella sanità. Il partitone Certo, Salvini si gioca un “partitone”: se riesce a strappare la roccaforte rossa al Pd, mentre a Roma governano i giallo-rossi, ha un argomento in più per sostenere che il governo è in mano ad una minoranza. Ma per un capriccio della storia non è solo Salvini a giocarsi una partita strategica nella piccola Umbria. Con i suoi 882 mila abitanti, un’estensione che è un terzo della Sicilia, la Regione diventa l’ombelico del mondo politico anche per i Cinque stelle, che proprio in queste ore devono prendere una decisione che potrebbe cambiargli la ragione sociale, traghettandoli da partito anti-sistema a partito dentro il sistema: allearsi o meno con il Pd? In pista, per ora, ci sono due soli candidati: il centrodestra ha schierato Donatella Tesei, energica avvocatessa di 61 anni, presidente della Commissione Difesa al Senato. Il Pd ha invece messo in campo il cattolico Andrea Fora, un «senza tessera» che serve a fugare i fantasmi dello scandalo delle assunzioni ed è sostenuto dal cardinale Bassetti, presidente della Cei. Scandalo che ha colpito al cuore il Pd ma anche una parte del suo elettorato. Spiega il professor e politologo Alessandro Campi dell’Università di Perugia: «Quello che è stato svelato dall’inchiesta giudiziaria è clientelismo puro, cioè senza dazione di denaro: per poter lavorare in ospedale dovevi essere legato al partito. Una vicenda che rientra in una crisi della cosiddetta “Italia di mezzo”. Un modello politico che è stato anche un modello sociale: comunitario, aperto al cambiamento ma sostanzialmente conservatore, basato sulla mediazione-contrattazione degli interessi e sullo scambio tra consenso e un alto livello di servizi sociali. A tessere la tela era il partito». I dubbi dei grillini Oggi il partito è commissariato e da Roma hanno mandato Walter Verini, già braccio destro di Veltroni, seduto nel suo ufficio di Perugia: «Se Salvini dice l’Umbria è un test per il governo, non possiamo restare indifferenti a questa sfida. Noi abbiamo messo in campo un profilo civico, un esponente del cattolicesimo, una figura competitiva di per sé, ma che evidentemente ha tutte le caratteristiche per poter dialogare lui con il Movimento ». E i grillini che dicono? Manlio Di Stefano è categorico: «Non si può fare, al cento per cento!». Filippo Gallinella, parlamentare umbro va oltre: «Se dipendesse da me mi candiderei alla presidenza della Regione, ma non decido io: l’ultima parola spetta a Di Maio». E Di Maio proprio ieri sera aveva in programma una riunione per avvicinarsi ad una decisione, che si profila strategica. Ben conoscendo i numeri: alle ultime Europee i Cinque stelle si sono fermati al 14,6%, mentre i possibili alleati del Pd hanno ottenuto il 24%. Assieme le due liste hanno semplicemente pareggiato la percentuale della Lega (38%), alla quale però vanno aggiunti gli alleati di Fratelli d’Italia e di Forza Italia. Morale della storia: o il Pd si allea con i Cinque stelle, o la storica sconfitta si profila ineluttabile. Matteo Salvini ieri sera lasciando Spello confidava: «Vogliono fare l’ammucchiata? Ma la facciano, la facciano…». E allora ecco la novità che Salvini sperimenterà nella campagna elettorale umbra: sfilare ai Cinque stelle un elettorato che fino ad un mese fa era in condominio, quello squisitamente anti-casta.
Ieri mattina Giuseppe Conte ha consegnato nelle mani di Ursula von der Leyen una lista. È l’elenco dei funzionari italiani che il governo intende “sponsorizzare” nelle posizioni-chiave della prossima Commissione. Già, perché una volta distribuite le deleghe a tutti i commissari, ora inizia un’altra delicata partita. Meno visibile, ma altrettanto importante (se non addirittura di più). Quella per “occupare” i gabinetti è una vera e propria sfida a scacchi con gli altri governi, Francia e Germania in primis, che determinerà gli equilibri di potere all’interno dell’istituzione. La mossa di Conte ha certamente il suo peso politico, ma ci sta lavorando anche Paolo Gentiloni. Piazzare nelle posizioni che contano gli uomini e le donne che l’Italia considera capaci di lavorare nell’interesse del Paese lo aiuterà a gestire al meglio l’altra partita. Quella per conquistarsi il suo spazio all’interno dell’esecutivo, dove la figura di Valdis Dombrovskis rischia di essere piuttosto ingombrante. L’inattesa nomina a vice-presidente esecutivo ha creato parecchi malumori. Frans Timmermans, in particolare, si è molto risentito. L’ex premier italiano è ben consapevole di trovarsi all’inizio di un percorso complicato, ma sa anche di poter spendere il suo bagaglio politico e diplomatico per conquistare spazi un passo alla volta. Un po’ come era successo con il salto dalla Farnesina a Palazzo Chigi: arrivato con l’ombra di Renzi sulle spalle, piano piano è riuscito ad emanciparsi. Cercherà la massima collaborazione con il collega lettone proprio per evitare contrasti. L’obiettivo è instaurare un rapporto alla pari, lavorando in modo “complementare”, per portare avanti i dossier che gli sono stati assegnati. Il lavoro da fare non manca, visto che Gentiloni avrà il controllo su tre direzioni generali (Affari economici, Fiscalità ed Eurostat). Sul monitoraggio dei conti pubblici, come già succede oggi, ci sarà un lavoro a quattro mani. E così dovrebbe essere anche per la partecipazione ad Eurogruppo ed Ecofin (la gestione delle presenze è competenza del vice-presidente). Oggi ci vanno sia Pierre Moscovici che Dombrovskis. «Nulla è stato deciso – spiega una fonte Ue -, ma mi aspetto continuità». Sulla riforma del Patto di Stabilità certamente emergeranno le due visioni contrastanti, però ieri il gruppo di esperti indipendenti incaricato dalla Commissione è tornato a chiedere una revisione del Patto. Per semplificarlo, ma anche per introdurre una norma che consenta lo scorporo degli investimenti dal deficit. Musica per le orecchie di Gentiloni. Che intanto sta lavorando alla sua squadra. A Bruxelles, il team di transizione del presidente Pd è guidato da Marco Piantini, suo consigliere per gli Affari Ue quando era a Palazzo Chigi. Indiscrezioni lo indicano come possibile capo di gabinetto. Per quel ruolo si parla anche di Marco Buti, oggi a capo della direzione generale Affari economici. Con l’arrivo di Gentiloni dovrà lasciare l’incarico e dunque potrebbe affiancarlo in Commissione. La sua è una figura puramente tecnica, diversa da quella di Piantini, figura più politica. Timmermans ha puntato su questa seconda opzione, portandosi a Bruxelles Diederik Samson, storico attivista di Greenpeace ed ex leader dei laburisti. Per l’Italia sarà fondamentale avere una forte presenza nei posti chiave, a partire dal gabinetto della Von der Leyen. Dovrebbe entrarci come consigliere diplomatico Stefano Grassi, oggi braccio destro di Federica Mogherini, che prima era stato nell’ufficio di Juncker (si parla di lui anche come capo di gabinetto all’Energia). Resta da capire se Dombrovskis confermerà l’attuale capo di gabinetto, l’italiano Massimo Suardi. Sarà un gioco di incastri e di scambi che inevitabilmente coinvolgerà anche il team di Gentiloni. Nella scorsa legislatura Roma era ben rappresentata, con 17 connazionali nei gabinetti dei commissari (tra cui un capo e quattro vice), oltre quattro direttori generali. La sensazione generale è che a questo giro non sarà facile ripetere il risultato di cinque anni fa.