Londra Da oggi la culla della democrazia parlamentare, la Gran Bretagna, è senza Parlamento: o almeno lo sarà per le prossime cinque settimane. Ieri sera le Camere sono state spedite in vacanza forzata, in base alla decisione presa dal governo alla fine di agosto: per evitare, dicono i critici, che i deputati continuassero a ostacolare il progetto del premier Boris Johnson di portare a compimento la Brexit entro il 31 ottobre «vivi o morti».

Ma i deputati non sono andati a casa senza prima sparare un’ultima salva contro l’esecutivo: perché hanno rifiutato per la seconda volta di concedere a Boris le elezioni anticipate, che lui vede come l’unica soluzione per uscire dall’impasse.

Ieri ha anche ricevuto l’assenso della Regina la legge che impone a Johnson di chiedere il rinvio della Brexit al 31 gennaio se non sarà stato trovato un accordo con la Ue: il provvedimento è dunque pienamente in vigore e costringe Boris in una gabbia.

Il premier continua infatti a insistere che un rinvio infliggerebbe un «danno permanente» al Regno Unito: ma non si vede come lui possa divincolarsi dalla stretta. Dalle fila del governo partono le soffiate più fantasiose: come quella seconda cui Boris potrebbe scrivere alla Ue due lettere, una per chiedere il rinvio (come impone la legge) e un’altra per dire che no, la prima missiva non vale. Ma l’impressione è che si tratti di ballon d’essai, fatti apposta per irritare le opposizioni e indurle ad andare al voto anticipato. In mancanza del quale, Boris potrebbe arrivare anche a dimettersi pur di portare il Paese alle urne.

Ieri il premier è volato a Dublino per una prima presa di contatto col collega irlandese Leo Varadkar. Quella dell’Irlanda è la vera pietra d’inciampo sulla strada di una intesa fra Londra e Bruxelles: il governo Johnson chiede infatti che sia rimossa la «clausola di garanzia» per l’Irlanda del Nord, che costringe tutto il Regno Unito a restare allineato al mercato unico per evitare il ritorno a un confine fisico fra le due Irlande. Varadkar ha detto che è pronto a prendere in considerazione soluzioni alternative: ma che finora da Londra non sono arrivate proposte concrete.

Da parte sua Boris ha tenuto a sottolineare che il suo obiettivo è raggiungere un accordo con l’Europa: altrimenti, ha ammesso, sarebbe un fallimento. Ma domenica la ministra del Lavoro Amber Rudd, una conservatrice moderata che la sera prima aveva rassegnato le dimissioni, ha rivelato che «l’80-90%» delle energie del governo sono dedicate alla preparazione del no deal, il divorzio senza intese: mentre quasi nulla si sta facendo per raggiungere un compromesso.

Nei giorni scorsi il New York Times — raccontando la genesi del Conte-bis — ha scritto che «le ramificazioni politiche» del nuovo governo italiano vanno «ben oltre» i confini nazionali, spiegando come sia stato «benedetto dall’Unione europea», evidenziando come «le conversazioni a margine del G7 a Biarritz» fossero state «decisive nel dargli forma», e aggiungendo che «anche il Vaticano» si sarebbe speso a favore del disegno.

Per certi versi nulla di nuovo. In realtà una novità rispetto al passato c’è stata. Perché non era mai accaduto che endorsement internazionali precedessero e non seguissero la nascita di un governo nazionale, che capi di Stato e di governo — al pari di commissari e rappresentanti delle istituzioni europee — prendessero posizione a crisi aperta, arrivando persino ad appoggiare la nomina di ministri quando ancora il presidente del Consiglio incaricato non aveva sciolto la riserva.

Non c’è dubbio che il rapporto di interdipendenza politica tra Stati abbia assottigliato il limite oltre il quale si corre il rischio di sconfinare nell’ingerenza con gli affari di un altro Paese. Ma è un fatto che da quando Conte ha dichiarato conclusa l’esperienza del governo giallo-verde siano iniziate dichiarazioni a favore della nascita di un governo giallo-rosso.

Prima volta

Gli endorsement internazionali hanno preceduto la nascita di un governo nazionale

Il 22 agosto a Parigi, appena due giorni dopo l’apertura della crisi a Roma, il presidente francese Macron disse di «augurarsi» il passaggio di Salvini all’opposizione e impartì una lezione al leader grillino Di Maio: «Chi era in testa alle scorse elezioni politiche? E chi è il perdente dell’ultima fase? Allearsi con l’estrema destra non funziona mai». Il 28 agosto il presidente americano Trump twittò a favore di «Giuseppi» Conte, che l’indomani avrebbe ricevuto l’incarico a formare un nuovo gabinetto. Evento salutato con enfasi appena ventiquattro ore più tardi dal commissario europeo uscente per il Bilancio, Oettinger, che parlò di «uno sviluppo positivo» della crisi italiana «per la nascita di un governo pro europeo»: «E quando il governo entrerà in carica — aggiunse — noi faremo il possibile per facilitare il suo lavoro e per ricompensarlo».

Tutto si tiene. E infatti i commenti delle cancellerie si combinavano in quelle ore con le reazioni dei mercati: per l’Italia la borsa saliva e lo spread scendeva. Era il segno che il cambio di maggioranza a Roma veniva visto con favore. Tanto che nei primi, complicati giorni in cui M5S e Pd avevano iniziato a discutere su un gabinetto in comune, giunsero parole di sostegno al loro operato. Il 30 agosto il ministro delle Finanze tedesco Scholz spiegò in un’intervista che «l’Europa si aspetta la nascita di un governo stabile e progressista», ricalcando la linea espressa due giorni prima dal collega tedesco all’Economia, Altmaier, che aveva usato un tweet per dire che «dall’Italia arrivano buone notizie».

Una spinta a «fare presto» giunse il 2 settembre dal commissario europeo uscente agli Affari economici Moscovici: «Penso che un esperimento tra Pd e M5S debba essere tentato». Da socialista, era chiaro tifasse per i democrat italiani, che due giorni dopo chiusero l’intesa con i grillini e consentirono a Conte di salire al Colle per sciogliere la riserva. Il premier però non aveva ancora discusso con il capo dello Stato la lista dei ministri, quando a sorpresa la futura guida della Bce Lagarde disse che la nomina di Gualtieri all’Economia sarebbe stata «un bene per l’Italia e per l’Europa». Poche ore dopo sarebbe nato quello che nel Palazzo è stato ribattezzato «il governo degli endorsement».

ROMA Non hanno propriamente l’aria di chi festeggia, i parlamentari del Pd, anche se alcuni deputati si spellano letteralmente le mani per applaudire Giuseppe Conte.

Nicola Zingaretti, che ha seguito il discorso del premier dal suo ufficio alla Regione Lazio, appare comunque convinto della bontà di questa operazione: «Bene il discorso di Conte, adesso bisogna lavorare». Ma sotto traccia c’è un certo imbarazzo dei parlamentari del Pd per l’alleanza con l’«arcinemico dei 5 Stelle», anche se i saluti romani dei manifestanti davanti a Montecitorio aiutano i deputati a motivare il perché della loro scelta di formare il governo Conte. Il disagio, però, persiste. Persino Matteo Renzi, che ha aperto la strada a quest’operazione, ammette: «Umanamente e personalmente mi costa molto, ma voto la fiducia». E i parlamentari renziani lesinano gli applausi al premier. Ma non è solo quella componente a nutrire comunque una certa diffidenza e a voler procedere con grande cautela. Alla Camera il vice segretario unico Andrea Orlando, pur convinto che «Conte abbia preso nel suo discorso la maggior parte dei nostri punti programmatici», dispensa consigli ai colleghi: «Prudenza…», esorta.

Già, i vertici del Partito democratico vogliono evitare il rischio che il Pd si faccia fagocitare dai grillini nel corso del tempo. Per il momento, comunque, la preoccupazione dei dirigenti dem è quella di evitare frizioni con gli alleati, perché il governo deve durare il più possibile. Altrimenti questa operazione non servirà a nulla. A questo ci pensa il capodelegazione al governo Dario Franceschini. Il ministro dei Beni culturali riunisce gli altri titolari dei dicasteri nella sala del governo, a Montecitorio. Un incontro di 45 minuti per far capire a tutti che prima ancora della cabina di regia dell’esecutivo ci vuole quella del Pd, perché nessuno giochi da solo andando allo scontro con i grillini. Ci vuole «uno spirito di coalizione», esorta Franceschini. E aggiunge. «Dobbiamo coordinarci il più possibile con gli alleati». L’obiettivo è quello di «superare il modello del governo gialloverde», per avere il più possibile un approccio «condiviso», «evitando prese di posizione in antitesi». Insomma, è il messaggio del ministro dei Beni culturali, i dem al governo dovranno innanzitutto coordinarsi tra di loro ma anche con i 5 Stelle.

Alla riunione sono presenti tutti i ministri: Roberto Gualtieri, Paola De Micheli, Lorenzo Guerini, Teresa Bellanova, Elena Bonetti, Enzo Amendola, Peppe Provenzano e Francesco Boccia. Si dicono d’accordo con il loro capodelegazione. Non è un caso che Zingaretti abbia voluto proprio Franceschini in quel ruolo. Lo ritiene capace di mediare e trattare. E di fare il contraltare di Conte. E infatti il ministro per i Beni culturali ha chiesto e ottenuto un ufficio a palazzo Chigi in quanto capo delegazione del Pd.

Una scelta che può apparire irrituale, ma che la dice lunga sulla determinazione di Franceschini (e del Pd tutto) di non farsi estromettere dalla stanza dei bottoni.

MILANO «Inizia una nuova fase che ci permetterà di mettere al primo posto i cittadini. Conte? Le sue parole mi hanno trasmesso tanta fiducia»: Luigi Di Maio guarda ai primi passi del nuovo esecutivo e cerca di dettare una road map ai suoi. «Concentriamoci sui temi», dice parlando ai fedelissimi. Economia, scuola, ospedali, famiglie, pensionati sono le priorità. Politicamente il taglio dei parlamentari è a un passo e si sta già ragionando sulla riforma della legge elettorale. Con l’idea di un proporzionale corretto in pole. Smarcarsi dalle polemiche, aprire una nuova stagione, è l’imperativo, ma il ministro degli Esteri vuole tornare sul tema della revoca delle concessioni ad Autostrade. «Bene che siano arrivate aperture» e sottolinea: «Abbiamo il dovere di prendere provvedimenti immediati» (E twitta: «È il momento del coraggio»). Il capo politico poi cerca di sferzare anche la truppa di deputati e senatori. «Sarà fondamentale il lavoro parlamentare», dice parlando dei molti dossier, a partire dal rilancio del made in Italy. E commenta: «Ho visto una luce nuova nei loro occhi e tanta determinazione».

Ma la trattativa e poi la nascita del governo con il Pd ha smosso i pesi interni alla galassia del Movimento. Al punto che ieri l’ex ministro Barbara Lezzi è intervenuta con un lungo post per spiegare il suo punto di vista e prendere posizione. «Sono giorni che mi assillate con questa storia del governo sbilanciato, con il fatto che al Pd si siano concessi i ministeri strategici dove ci sono i soldi ma ora basta», scrive Lezzi. E precisa: «Abbiamo un capo politico, votato da noi tutti, che ha fatto delle scelte di cui si assumerà tutte le responsabilità com’è giusto che sia».

Intanto, tra critiche e nomine nel ventre dei Cinque Stelle qualcosa si muove. Con lo spostamento a sinistra, l’ala ortodossa è tornata in prima linea. Soprattutto, però, Luigi Di Maio e Roberto Fico sono i veri garanti del nuovo equilibrio. Vicini, in sintonia. Al punto che alcuni fichiani si sono spesi per difendere l’operato di Di Maio. Situazioni inimmaginabili fino a qualche settimana fa. Accanto al leader, è rimasta la pattuglia de lealisti. Su tutti Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro, Vincenzo Spadafora. Il capo politico li ha voluti fortemente come ministri. E dalla nomina dei ministri ne è uscito più saldo a livello governativo.

La legge elettorale

L’idea di portare avanti una riforma che si basi

su un sistema

proporzionale corretto

Una mossa che ha avuto contraccolpi nel gruppo parlamentare. Con chat infuocate da giorni. La composizione della squadra — secondo alcuni con troppe concessioni al Pd — ha suscitato dubbi trasversali, dagli scettici come Andrea Colletti a chi spesso si è schierata a fianco del capo politico, come Emanuela Corda. E anche la scelta di confermare in ruoli chiave i lealisti ha scatenato il dissenso all’interno del gruppo parlamentare. «Come mai hanno puntato su persone esterne al Movimento? Come mai il leader ci teneva tanto a dare continuità agli staff che lavorano al Mise al ministero del Lavoro?», chiede un Cinque Stelle. Contro la squadra di governo (e la nomina di Gentiloni commissario Ue) hanno sbottato pubblicamente europarlamentari un tempo vicini al leader come Ignazio Corrao. Prese di posizione che arrivano dopo lo strappo con Max Bugani e dopo le parole di Roberta Lombardi, che solo pochi giorni fa ha ribadito: «Quella del capo politico — inteso come uomo solo al comando — è una fase che va archiviata». Frizioni che si stanno ammonticchiando. E che danno l’idea di una larga frangia di delusi che si sta allargando. C’è chi come Stefano Buffagni si è chiuso in un eloquente silenzio. E Alessandro Di Battista? Rimane un battitore libero, un asso nella manica del Movimento che con le sue sortite, però, potrebbe complicare un quadro non certo sereno.

Intanto tra i parlamentari si cerca di guardare oltre. Un passaggio importante sarà la definizione di viceministri e sottosegretari, step che servirà per dare più stabilità al gruppo. Tra i rumors, possibile una conferma per Mattia Fantinati, salgono le quotazioni di alcuni volti nuovi come Doriana Sarli, Vittoria Baldino e Vincenzo Presutto.

L’affondo di Lezzi

«Ministeri strategici ai dem? Luigi è il capo, delle scelte si assume tutta la responsabilità»

I primi se ne sono andati ieri, altri — ne è convinto Giovanni Toti — seguiranno a breve. Sono quattro i deputati che nel giorno della fiducia alla Camera hanno lasciato Forza Italia per aderire al gruppo Misto, fedelissimi del governatore della Liguria, fondatori con lui del movimento Cambiamo: Stefano Benigni, Manuela Gagliardi, Claudio Pedrazzini e Alessandro Sorte.

Non sarà un esodo massiccio, anche se a breve è attesa l’uscita anche al Senato di Paolo Romani, Gaetano Quagliariello, Massimo Berruti e Luigi Vitali e di «altri due-tre deputati», perché la sfida non sarà sui numeri in Parlamento, ma sul territorio. Toti, ormai saldamente parte dell’asse sovranista del centrodestra come il palco di piazza Monte Citorio ieri ha plasticamente mostrato, punta piuttosto a creare gruppi consiliari nelle Regioni: sono pronti a partire in Liguria, in Lombardia, in Veneto, nel Lazio dove quattro consiglieri nelle prossime ore dovrebbero ufficializzare l’uscita da FI.

Ma soprattutto, la sfida dell’ex delfino al suo ex capo Berlusconi sarà al voto, visti anche i sondaggi che lo accreditano di un 2,3%. L’ambizione è quella di svuotare il partito azzurro, almeno per una parte, perché un’altra — è la convinzione — nei tempi «medio-lunghi» di una legislatura destinata a durare «un paio d’anni» finirà per confluire nel centrosinistra, magari nel movimento di Calenda, o in quello di Renzi se nascerà. Sostituire Berlusconi come ala moderata dello schieramento è quindi l’obiettivo, rappresentando quel mondo imprenditoriale che soprattutto al Nord chiede «non solo protesta». E il primo test per pesarsi arriverà presto, il 27 ottobre con il voto in Umbria: Toti è pronto a presentare per la prima volta una sua lista, per poi fare il bis alla prossima tornata in Calabria: «Siamo pronti». Sempre che Berlusconi lo permetta e non si metta di traverso anche se, assicurano, Salvini ha già detto che «ci penserà lui a convincerlo».

ROMA La sfida della destra nella «piazza della sinistra». La manifestazione che Matteo Salvini ha fissato per il prossimo 19 ottobre avrà per scenografico sfondo San Giovanni in Laterano, il luogo simbolo in cui dal 1990 si svolge il concerto del Primo maggio organizzato da Cgil, Cisl e Uil. Ci sarà anche Giorgia Meloni e i Fratelli d’Italia: la manifestazione davanti a Montecitorio di ieri mattina — che ha gemmato due raduni gemelli in piazza Capranica e al Pantheon — ha galvanizzato entrambi i leader politici: «Piazza piena il 19, urne piene la settimana successiva» ha detto Salvini ai deputati che lo circondavano al suo arrivo. Un riferimento alle elezioni regionali in Umbria del 26 ottobre che sono il primo passaggio elettorale dopo la caduta del governo: «In piazza c’è un pezzo di Italia che io penso sia maggioranza nel Paese che chiede di votare. Oggi è plastica la divisione tra il Palazzo chiuso e l’Italia in piazza». Nella strategia di Salvini saranno proprio le prossime tornate regionali a suggerire l’idea del Palazzo assediato dagli italiani che «quando sono liberi di votare, non scelgono di certo questa gente».

La contrapposizione viene sottolineata da Salvini indicando la Camera in cui Giuseppe Conte sta chiedendo la fiducia: «Non parliamo del passato, lì dentro c’è il regime che sa che sta per cadere e che fa come Maria Antonietta in Francia», la regina a cui è tradizionalmente attribuito il famoso «Non hanno pane? Che mangino brioche». Quanto alla tagliente replica di Conte agli interventi sul suo discorso del mattino, Salvini si limita all’ironia: «Un pochino livoroso per essere il profeta del nuovo umanesimo».

La piazza traboccante di persone, senza bandiere di partito ma zeppa di Tricolori sventolanti a Salvini è piaciuta. Anche se aveva già deciso che domenica prossima a Pontida, la bandiera italiana sarà per la prima volta protagonista del vecchio raduno. E a dispetto del fatto che la manifestazione di ieri era stata convocata da Giorgia Meloni. Che nell’accoglierlo sul palco non ha rinunciato, a sua volta, a un filo d’ironia: «Un grande bentornato al mio amico Matteo».

Però, il leader leghista non ha ancora rinunciato alla sua vecchia idea della corsa solitaria. Paradossalmente, l’assai probabile revisione della legge elettorale in senso proporzionale, non sembra preoccuparlo: «Meglio, anzi — osserva un leghista —. Non saremo costretti a fare alleanze prima delle elezioni, prenderemo il 35 per cento e l’incarico lo dovranno dare a noi. Poi, possiamo allearci con chi ci sta».

Forse un tantino ottimista, ma è vero che Salvini continua a ripeterlo a tutti: «Il centrodestra non esiste più». Soprattutto, a essere sempre più lontana è Forza Italia, anche se le alleanze per le regionali non sembrano in discussione. Il punto non sono le frasi sferzanti che Silvio Berlusconi ieri ha dedicato a Salvini («Ha aperto la crisi senza informarci. Se avesse ascoltato i miei consigli, avrebbe fatto molti meno errori»). «I problemi sono due — spiega un salviniano di stretta osservanza — In primo luogo, loro ormai sembrano rassegnati a diventare il nuovo Udc, un partitino di assessori sul territorio che, in ottica proporzionale, saranno sempre più disponibili ad ogni operazione». In secondo luogo, «Berlusconi non è Forza Italia e parlando con loro non sai più a chi devi dare retta».

Ma Salvini ormai è alle prese con il weekend che lo attende. Sabato mattina, la riunione dei sindaci e dei governatori leghisti ed alleati. Nel pomeriggio, la Lega Giovani eleggerà il suo nuovo segretario, Luca Toccalini. Mentre domenica è il giorno del primo raduno di Pontida in Tricolore.

A un certo momento, tra le urla in piazza e le urla in Aula, pareva mancasse solo Nicola Bombacci che un secolo fa al congresso di Livorno, piombò pistola alla mano su un avversario gridando «Me a t’amazz!».

Forse, almeno nella fascia protetta, i minori si saranno salvati dallo spettacolo davvero sconveniente, a dire poco, andato in onda ieri da Montecitorio. Ma certo chi aveva qualche diffidenza nei confronti della cattiva politica (poi c’è senz’altro anche quella buona, ma ieri era in netta minoranza…) ha trovato la conferma di quale punto di degrado sia stato raggiunto da troppi parlamentari dell’una e dell’altra banda. Degrado politico, degrado assembleare, degrado umano.

E meno male che all’esordio Giuseppe Conte aveva tirato in ballo un altro Giuseppe, Saragat, che alla seduta inaugurale dell’Assemblea costituente aveva ammonito «Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano» ricordando che «la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza» ma anche «di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide». Se è così, andiamo bene…

Le parole (subito dimenticate)

Il presidente del Consiglio, par di capire, aveva fatto una scommessa: contrapporre alle urla della probabile baraonda in piazza della destra una relazione dai toni il più possibile garbati, soffici, sussurrati («Ma gli hanno abbassato il microfono?» «Deve avere un problema alle tonsille») con qualche spennellata di miele. Al punto che appena ha fatto cenno al suo proposito di fare dell’Italia «una vera e propria smart nation» c’era chi si dava di gomito: «Ha detto smart?» «Me pare d’ave’ capito smorta…».

Certo, tra tutti i punti elencati in un’ora e mezza buona di un programma ricchissimo, dalla precedenza agli asili nido dove «azzerare totalmente le rette per la frequenza» (voce fuori campo: «In Lombardia sono già azzerate») alla riduzione del numero dei parlamentari «nel primo calendario utile» ma «affiancata da un percorso volto a incrementare le garanzie costituzionali», da una maggiore attenzione per la disabilità fino «al rafforzamento delle regole europee per l’etichettatura e la tracciabilità degli alimenti», qualcosa ha dimenticato.

Vuoti di memoria non marginali. Mai le parole burocrati, burocrazia e burocratico. Mai sovranismo o sovranisti. Mai costi o mai tagli. Come se si trattasse di temi da avvolgere in cartocci di parole più morbide: «Nel quadro delle riforme istituzionali è intenzione del governo completare il processo che possa condurre a un’autonomia differenziata, che abbiamo definito giusta e cooperativa. È un progetto di autonomia che deve salvaguardare il principio di coesione nazionale e di solidarietà…». Da scolpire nel marmo la promessa più spericolata: «Io e tutti i miei ministri prendiamo il solenne impegno, oggi, davanti a voi, a curare le parole, ad adoperare un lessico più consono, più rispettoso». Fulminea la reazione dei banchi a destra: «Ma se ti hanno messo lì quelli del Vaffa day!».

Tra selfie e rabbia

Fatto sta che più il premier tentava d’esser persuasivo, moderato, conciliante («Vogliamo volgerci alle spalle il frastuono dei proclami inutili, delle dichiarazioni bellicose e roboanti») più la piazza davanti alla Camera ribolliva di esasperazione, disprezzo e odio di quanti urlavano contro «lo scippo del voto». E mentre Daniela Santanchè girava fra i più arrabbiati («La porta di Montecitorio è chiusa, la piazza è piena, questa è la differenza fra chi sta chiuso nel palazzo e chi sta fuori!») raccogliendo consensi col suo stupefacente cappello da O.K. Corral bianco-rosso-verde e un gruppo di fascisti testimoniava la propria estraneità partitica facendo il saluto romano, Giorgia Meloni tuonava: «La cosa scandalosa è che questi qua sanno benissimo che stanno facendo una cosa che gli italiani non vogliono, e siccome sanno di non poter vincere le elezioni, le rubano». E pure lei: «È il nostro vaffa day al M5S».

Ma Salvini? Dov’è Salvini? Eccolo. Stanco ma bellicoso. Gli si fionda addosso una bionda vistosa: selfie! Una rossa: selfie! Un energumeno rapato: selfie! Lui sorride e si presta. Luca Morisi, il cervello della «Bestia» (il copyright è suo), lancia nel firmamento social un tweet guerresco: «Vita vera, Italia autentica contro l’Italietta del Pd asserragliata nei palazzi! #gosalvinigo». Lui, il Truce, ridacchia di Di Maio: «Passare nell’arco d’una settimana dal ministero del Lavoro al ministero degli Esteri, o sei un genio o… Però non giudico, vedremo i fatti. Io non ce l’avrei mai fatta». Ma se gli aveva offerto dieci giorni fa Palazzo Chigi! Roba vecchia. Passata.

Il democratico Michele Anzaldi, quello che si lagnava del Tg3 troppo poco renziano, denuncia un servizio del Tg2: «Il giornalista apre il servizio parlando di una protesta “contro il governo della poltrona, degli inciuci e dei potentati europei” come se fossero parole sue e non di Lega e FdI. Questa è informazione?». I camerati di Forza Nuova, CasaPound e altri gruppi dell’estrema destra denunciano Facebook perché, uno dopo l’altro, avrebbe chiuso i loro siti perché pieni di odio. Coincidenza: proprio il giorno della manifestazione a Roma! Chissà da chi l’han saputo… «La polizia politica di Zuckerberg vuole impedire che ci sia opposizione al governo di estrema sinistra e Bruxelles!».

La bagarre si sposta in Aula

Fatto è che l’odio che spacca l’Aula si rovescia in piazza e quello che sgorga nella piazza si rovescia in Aula. Allagando i banchi della destra («Vergogna! Vergogna! Vergogna!» «Poltrone! Poltrone! Poltrone!» «Elezioni! Elezioni! Elezioni!») per dilagare verso quelli grillini e sinistrorsi. «Il professor Di Maio…», maramaldeggia Francesco Lollobrigida di Fratelli d’Italia… «Ministro! Ministro Di Maio!», lo corregge in veste di presidente dell’assemblea Ettore Rosato. E l’altro, cerimonioso: «Il Ministro Professor Di Maio…»

L’ultimo petardo però, che fa saltar la Santabarbara, lo getta nell’Aula già incandescente lo stesso Giuseppe Conte. Il quale, dopo esser stato tempestato di insulti («Venduto! Venduto!») rende a Salvini e ai suoi pan per focaccia, tirando in ballo il giuramento del governo gialloverde: «Mentre il M5s è stato coerente al proprio programma voi dimostrate di essere coerenti alle vostre convenienze elettorali. Avete sbagliato giuramento perché i ministri giurarono di tutelare l’interesse esclusivo della nazione, non del partito».

E ripartono i fuochi artificiali. Con Giorgia Meloni che spara a zero contro il premier chiedendogli «come può stare con Salvini e il giorno dopo con la Boldrini» e il leghista Riccardo Molinari che irride: «La prendevano in giro come un piccolo avvocato di provincia e ridevano del suo curriculum e improvvisamente, oplà, grazie all’Europa che diceva di voler cambiare, diventa uno statista europeo!». E via così. Fino a ora tarda. Quando termina finalmente la conta: 343 sì, 263 no. Fiducia approvata. Tregua. Almeno fino alla nuova disfida in Senato. Ma il difficile, probabilmente, comincia ora.

Di uguale è rimasta la chioma, a conferma che il potere imbianca i capelli solo a chi non ha un buon parrucchiere. Per il resto, in quindici mesi Giuseppe Conte ha avuto una metamorfosi radicale. Al suo esordio si era definito «l’avvocato difensore del popolo», ma appariva semmai il notaio esitante e insicuro chiamato a garantire un contratto impossibile. Ieri si è presentato come leader politico.

Fin dalle prime battute, il presidente del Consiglio ha precisato di non voler sommare «le diverse posizioni assunte dalle forze politiche che hanno inteso sostenere questa iniziativa», ma «disegnare l’Italia del futuro». Come se il Conte 2 usasse il linguaggio involuto e faticoso del Conte 1 per descrivere il passato da mediatore, e scegliesse un vocabolario nuovo per prefigurarsi un futuro da capo politico.

Ovviamente, per certi versi Conte è sempre se stesso. E avrà certo intuito quanto suonino sospette certe aperture di credito da ambienti che sino all’altro giorno lo trattavano da complice dei barbari, e ora lo salutano come il ricucitore con l’Europa. Però non c’è dubbio che agli esordi il giurista pugliese sia stato sottovalutato. Pareva che Salvini e Di Maio dovessero metterlo nel sacco da un momento all’altro; invece è stato lui, giocando di sponda con Bruxelles, Berlino e Washington, a mettere nel sacco loro. Perché tra il Conte 1 e il Conte 2 c’è il processo cui il 20 agosto scorso — il suo vero battesimo del fuoco — il premier uscente e rientrante ha sottoposto Salvini, arrivando ad accusarlo di aver nascosto notizie che potevano nuocere al Paese sul piano internazionale: «Se avessi accettato di riferire sulla vicenda russa, caro Matteo, avresti evitato al tuo presidente del Consiglio di presentarsi al tuo posto, rifiutandoti per giunta di condividere con lui le informazioni di cui sei in possesso…». Al confronto le critiche sul rosario — di nuovo baciato ieri in piazza da Salvini — erano carezze.

Il Conte da battaglia si è rivisto in serata nella replica, quando ha rinfacciato ai deputati dell’opposizione che i veri poltronisti sono loro, scatenando la bagarre (e mai la destra italiana ha dato uno spettacolo così modesto, con cori da stadio diretti non a caso dal capo ultras dell’Atalanta Daniele Belotti). Al mattino, nel discorso di insediamento, il premier si è proposto come il conciliatore degli italiani, a costo di risultare talora soporifero. Ha promesso di parlare una «lingua mite», «un lessico più rispettoso delle persone», in chiara contrapposizione al «frastuono delle dichiarazioni roboanti», ovviamente di Salvini, che stava comiziando in piazza. E per quanto la manifestazione sotto le finestre del Parlamento avesse un certo tono intimidatorio, Conte ha elencato i propri brevi cenni dell’universo senza scomporsi: la «tradizionale influenza italiana nei Balcani», la «soppressione degli enti inutili», «l’etichettatura e tracciabilità degli alimenti», e ovviamente le celebrazioni per i 700 anni della morte di Dante Alighieri. Un mondo pacificato, in cui il fisco è «amico dei cittadini», si avverte «la spinta propulsiva dei giovani», ci attende una «terza età serena». Con alcuni momenti da filosofo, tipo quando ha insistito sul «nuovo umanesimo» che non si è capito bene cosa sia; e con un applauso condiviso sull’affermazione per cui «tutti devono pagare le tasse», che rappresenta però un vastissimo programma.

Per il resto, Cinque Stelle e Pd hanno applaudito i passaggi del discorso in cui hanno riconosciuto le rispettive istanze; e quindi non hanno quasi mai applaudito insieme. I grillini si sono entusiasmati alle parole sul ponte Morandi e sugli interessi pubblici da anteporre a quelli privati. I dem hanno salutato in piedi la condanna degli insulti social ricevuti dalla ministra Bellanova, anche ieri in sgargiante vestito a fiori. I due partiti della maggioranza insomma sono sembrati due blocchi che ancora si guardano con diffidenza, e si riconoscono solo nel rifiuto del minaccioso salvinismo. Logico che l’anti-Salvini Conte sia destinato a diventare il punto di riferimento comune, anche per il livello non eccelso della squadra che il Pd ha mandato al governo.

Quel che il premier non dice, ma lascia capire, è che la partita decisiva si giocherà in Europa. La maggioranza ancora incerta e fragile è nata a Bruxelles attorno al voto di fiducia a Ursula von der Leyden, ieri citata tra i buuu leghisti. Alla nuova commissione, Conte chiederà di consentire sia l’annunciato calo della pressione fiscale — non meglio precisato —, sia il rilancio degli investimenti pubblici. L’atmosfera di sollievo che si respirava ieri mal si concilia con i venti di recessione che spazzano il continente. La migliore risposta a Salvini non sarà la riforma proporzionale, ma una scossa all’economia, compresa quella del Nord, che si sente sottorappresentato. Con due incognite: la tenuta di Di Maio, apparso ieri particolarmente cupo. E quella di Renzi, che oggi al Senato benedirà il nuovo governo, ma potrebbe un giorno farlo cadere.

Dilemma della nostra epoca: garantire alle persone i diritti fondamentali di protezione sociale, prescindendo dal loro lavoro. Molteplici attività che non siamo abituati a ritenere lavoro hanno avuto un riconoscimento sociale, perché di interesse collettivo, e a chi le svolge si devono garantire dignità e sussistenza, evitando però derive assistenziali. Ciò significa che cittadinanza e sicurezza sociale (un tempo si chiamavano welfare) non possono più essere legati al lavoro, devono riferirsi alla persona in quanto tale per accompagnarla lungo tutta la vita, ed essere continuamente ripensati, riformulati.
Progettare retrocedendo: pensare i nuovi diritti sociali tornando alla nascita stessa delle idee di suffragio universale, tolleranza, autonomia della persona. Alla prima rivoluzione moderna, addirittura, a quella inglese del 1642-48 e ai suoi esplosivi profeti, i Livellatori, i Levellers .
Dei Levellers tratta Michael O’ Sullivan, economista a Princeton, in Levelling. What is Next after Globalization . O’ Sullivan scrive di crisi della globalizzazione, di tendenze verso un mondo multipolare, di conflitti tra macroaree economiche. Ipotizza un dualismo tra Stati che definisce Leviathans ( a forte crescita economica, però a spese di diritti e libertà) e Stati Levellers (società aperte dove la garanzia di diritti si paga con la bassa crescita). Poiché le istituzioni internazionali sono incapaci di affrontare la transizione, auspica la cooperazione tra i Levellers , per concertare nuove relazioni internazionali e contrastare le propensioni mercantilistiche.
A sua volta Yael Tamir, scienziata politica a Tel Aviv, in Why Nationalism?
denuncia l’ambiguità del consenso al protezionismo doganale e alle serrate delle frontiere decise dai Leviatani contro merci, conoscenze e persone: borghesie finanziarie e d’impresa sollecitano «la difesa dell’economia nazionale », ma lo fanno anche i salariati, i ceti medi e le classi sociali vulnerabili, che hanno un vitale bisogno di reti istituzionali per difendersi da decrescita dei redditi, caduta delle tutele sociali, disoccupazione.
Neonazionalismo e protezionismo di oggi sono risposte sbagliate alla domanda da cui nacquero le politiche di welfare, cristiano-sociali o socialiste, inventate dal partito socialista svedese negli anni ’30, riprese dopo la Seconda guerra mondiale dalla Spd tedesca, dal Labour britannico e da molte socialdemocrazie: presupponevano che il capitalismo avesse risolto la questione della crescita economica e pertanto tentavano di realizzare pieno impiego, redistribuzione di redditi, diritti attraverso lo Stato e la contrattazione sindacale.
Quei diritti sociali rimanevano però subordinati alla posizione occupazionale: la cittadinanza “industriale” presupponeva l’identificazione del cittadino nel lavoratore e di tutti i lavori nel paradigma del lavoro industriale. Negli anni ’80 la crisi fiscale dello Stato e l’inflazione fecero fuori questo modello che tutelava chi era dentro (salariati garantiti) ma non chi era fuori (giovani, disoccupati, precari).
Anche per questo oggi il mondo dei lavori senza tutele sembra quello ottocentesco della prima rivoluzione industriale, torna la servitù feudale dei braccianti, mentre intelletti sintetici e robot diffondono la paura che le persone non servano più.
Ecco perché i diritti non possono più essere legati al lavoro. E qui il passato appare ricco di promesse ben più del futuro. Nel 1647, i Levellers (contadini e artigiani dell’esercito parlamentare ribelle a Carlo I) con l’ Agreement of the People rivendicarono suffragio universale, libertà per i dissidenti religiosi, diritto a un’occupazione.
Le rivendicazioni prima che giuridiche erano morali, fondate non sul lavoro, ma sulla self-property, la proprietà di ogni essere umano su se stesso, l’autonomia della persona.
Autonomia della persona e diritto al lavoro innervarono la riflessione europea sulla cittadinanza sociale anche nell’età industriale. Poi il criterio dell’autonomia riapparve in Italia nell’opposizione antifascista: aveva un’accezione morale prima che giuridica. Nel programma di Giustizia e Libertà si applicava a Stato (autonomia locale), economia (autogoverno operaio nei consigli) e società (rappresentanza diretta e parlamentare). Nell’articolo 3 della Costituzione repubblicana (il capolavoro di Lelio Basso), autonomia della persona significa rimozione di ogni ostacolo al pieno sviluppo del cittadino: la legge conquista l’uguaglianza in un ordine sociale dove l’uguaglianza non c’è, quindi è lavoro solo quello che garantisce alla persona un’esistenza piena e libera. Diritto al lavoro e i diritti sociali non sono “aggiunti” ai diritti civili e politici, ma presupposti di una cittadinanza integrale, senza cui la struttura stessa della democrazia cede.
Dopo il Sessantotto la Costituzione entrò nelle fabbriche e nella società, con lo Statuto dei lavoratori, la legislazione pensionistica e altre straordinarie leggi di riforma. Fu — si sa — una breve stagione. Vennero poi i contratti a termine nel 1977, il blocco della contingenza nel 1984, infine la liberalizzazione del mercato del lavoro con il pacchetto Treu (1997), la legge Biagi (2003), il Jobs Act (2015). Così precarietà, deregolazione giuridica, frantumazione dei lavori dominano oggi la scena della Quarta Rivoluzione Industriale come al tempo della Prima, ma le vecchie risposte dei diritti sociali legati al lavoro sono improponibili.
Non per caso il Rapporto Supiot 2016 per la Commissione Europea, “Il futuro del Lavoro”, propone «una nuova generazione di diritti sociali» collegando cittadinanza sociale e diritti al lavoro, riferendosi non al lavoratore ma alla persona in quanto tale, prescindendo dallo status occupazionale. Diritti ispirati a valori che sembrano proprio quelli dei Levellers.
L’ultimo libro dell’autore è Necessario Illuminismo. Problemi di verità, problemi di Potere (edizioni di Storia e Letteratura)
Imusei italiani stanno attraversando, come tutto il Paese, un momento di grande incertezza. L’ex ministro Bonisoli ha accusato la riforma di Franceschini, ora di nuovo ministro, di aver creato anarchia. Bonisoli confonde anarchia con motivazione. La motivazione è quella che fa funzionare l’organizzazione. Per fare un semplice esempio: in un bar italiano l’organizzazione unita alla motivazione consente ai baristi la possibilità di servire 50 caffè in cinque minuti. Anarchia è motivazione senza organizzazione, mentre l’organizzazione svuotata dalla motivazione produce stagnazione e burocrazia. Demotivare i musei con la scusa di controllare derive anarchiche non può fare altro che arrestare la necessaria – seppur imperfetta – trasformazione del museo come caposaldo fondamentale della cultura contemporanea.
Il ruolo del museo sta cambiando in tutto il mondo. Da depositario di sapere si sta trasformando in luogo di esperienza e spesso di divertimento e intrattenimento. Alle moltitudini in movimento per piacere – e non per disperazione – andare a guardare un quadro o una scultura non basta più. A confermarlo è un dato arrivato da Tokyo dove il TeamLab Museum ha registrato più spettatori, 2,3 milioni, del Van Gogh Museum di Amsterdam, 2,1 milioni. Il paragone è fra musei dedicati a un singolo artista. Ma anche in termini generali ha fatto più spettatori della mostra Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination , al Metropolitan di New York, uno dei musei più visitati del mondo.
Il TeamLab è un collettivo di artisti, architetti, scienziati, ingegneri che l’aristocrazia del mondo dell’arte guarda con sospetto e dall’alto in basso. La loro è arte che oggi si definisce esperienziale, fatta di luci, suoni, effetti speciali e interattività. Lo spettatore diventa un partecipante nello spazio. Lo spazio è la natura dell’opera, la tela o il marmo di una volta. Chi paga i 30 dollari di biglietto si immerge in qualcosa che sta fra il Cirque du Soleil, il luna park e la realtà virtuale. Possiamo benissimo rifiutarci di considerare tutto questo arte. Secondo me, infatti, non lo è, o almeno non lo è ancora del tutto. D’altronde, molto di quello che oggi consideriamo arte proveniente da civiltà lontane e diverse da quella occidentale spesso nasceva come strumento rituale, mistico e religioso. Il TeamLab di Tokyo è forse la manifestazione di nuovi rituali necessari alla società dei nostri tempi e all’individuo contemporaneo. Il museo deve fare i conti con questo. Deve esplorare, studiare e trasformare il proprio ruolo senza snaturare la sua funzione originale: quella di essere un organismo capace di preservare, tutelare e “mostrare” nel migliore dei modi, salvaguardando la dignità e l’integrità delle opere d’arte di ogni periodo e cultura.
Il Metropolitan Museum sta già correndo ai ripari. Il nuovo e giovane direttore Max Hollein ha iniziato a lavorare con esperti e tecnici dell’intelligenza artificiale per immaginare un museo capace di prevedere i gusti dei visitatori, di studiare i loro sguardi per poi costruire percorsi culturali fatti su misura per ognuno di loro. In un futuro non lontano, quando pinco pallino comprerà il biglietto gli verrà data anche una mappa delle sale con le sue opere preferite. Per alcuni di noi questo rappresenta la condanna a morte della curiosità, del piacere, della scoperta e della meraviglia. Sentimenti essenziali per incontrare un’opera d’arte. Per altri, invece, intimiditi dall’arte e dalla cultura, le nuove tecnologie saranno un modo per superare la propria insicurezza. La cultura di massa diventa cultura ad personam o magari la semplice illusione di credersi unici.
Il visitatore si trasforma in un cliente. Un tempo i grandi magazzini di successo dicevano: «un cliente informato è un cliente migliore ». Oggi potremmo dire: «un cliente che ci regala informazioni sarà un cliente più soddisfatto». Anche se forse più passivo. Un giorno l’appassionato d’arte cambogiana non dovrà più perdere tempo nelle gallerie dell’antica Grecia. La cultura enciclopedica verrà rimpiazzata da una cultura su misura. Possiamo girarci dall’altra parte, non ascoltando o prendendo atto di quello che un fenomeno come il TeamLab Museum o le ricerche del Metropolitan provano a dirci. Basta farlo con la coscienza che questo atteggiamento porterà a un evitabile declino e allo svuotamento dei musei così come un tempo si sono svuotate le chiese.
Perdendo l’urgenza di dialogare con il presente e il futuro, ogni cultura o religione è destinata a diventare marginale. Ignorare non l’ignoranza ma le metamorfosi dell’ignoranza non può altro che condannare noi stessi a diventare ignoranti. Ovvero a non riuscire più a conoscere e a capire il mondo che ci sta attorno. La paura che Bonisoli mostrava per l’“anarchia” culturale è forse proprio la dimostrazione di questa nuova ignoranza, ma anche il segno che una grande rivoluzione nel mondo della cultura è iniziata ed è tutta ancora da organizzare, capire e motivare.
Il futuro ci appartiene perché ce ne siamo fatti carico. Lo diceva Ellen Johnson Sirleaf, la prima donna ad essere eletta presidente di una nazione africana, la Liberia. I musei non sono nazioni, ma immaginare di farsi carico del loro futuro è una sfida che dovrebbe affascinare e non spaventare.