«Se ci fosse la necessità di un aggiustamento a causa della situazione economica o di fattori esterni», il governo tedesco potrebbe varare il pacchetto di stimolo che l’intera Europa attende col fiato sospeso, Bce compresa. La viceministra delle Finanze Bettina Hagedorn ha confermato ieri la prudente linea di Berlino ribadita a più riprese da Olaf Scholz. Ma in vista dell’importantissima riunione della Bce di giovedì, le tensioni tra Berlino e Francoforte sono destinate ad aumentare.

Alla vigilia della presentazione della legge di bilancio, che il ministro illustrerà stamane al Bundestag, si moltiplicano le indiscrezioni su un eventuale nuovo Konjunkturpaket dopo quello che la Germania approvò alla fine del 2008, durante la Grande crisi. Secondo Reuters l’uovo di Colombo per non tradire l’imperativo dello “zero deficit” potrebbe essere un fondo che si approvvigionerebbe sul mercato con bond garantiti dallo Stato — al momento la curva dei rendimenti sui titoli sovrani tedeschi è parzialmente negativa e renderebbe l’indebitamento più conveniente che mai. Ma dal ministero le bocche sono cucite su questo eventuale “bilancio ombra”. Il varo dell’eventuale pacchetto di stimolo dell’economia ci sarà solo alla luce di un peggioramento del quadro.
In un contesto di testarda resistenza di Berlino alle pressioni degli imprenditori e degli economisti più autorevoli, la Bce non potrà far altro che seguire la traiettoria annunciata. In piena continuità con Mario Draghi, la prossima presidente Bce Christine Lagarde ha lanciato un appello vigoroso ai Paesi che hanno margini sui conti pubblici come la Germania perché intervengano per scongiurare una recessione.
In mancanza di segnali concreti da parte della maggiore economia dell’eurozona, ai guardiani dell’euro non resterà che confermare la politica ultra accomodante promessa nei mesi scorsi. Con buona pace dei falchi tedeschi e olandesi che nei giorni scorsi hanno ricominciato a mandare segnali di irritazione, non tanto riguardo ai tassi negativi sui depositi quanto all’ipotesi ormai certa di un nuovo quantitative easing , un giro di acquisti di bond sovrani e privati, che potrebbe essere annunciato, se non dopodomani, alle prossime sedute del Consiglio direttivo.
Klaas Knot, governatore della Banca centrale olandese ha detto di «non vedere alcun bisogno» di un Qe «al momento». Sabine Lautenschlaeger, membro tedesco del board, ritiene l’acquisto di bond un’ “ultima ratio” da considerare solo in caso di deflazione, «della quale non vedo i sintomi da nessuna parte». E Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, è storicamente contrario al “bazooka” che Draghi usò contro la deflazione negli anni scorsi.
Nel frattempo l’inflazione continua a restare sotto pressione e il ritmo della crescita a rallentare pericolosamente: un ulteriore taglio dei tassi sui depositi è ormai dato per scontato dalla stragrande maggioranza degli analisti. Soprattutto, alla luce dei segnali che arrivano dal settore manifatturiero americano, c’è il rischio concreto che il dollaro si indebolisca a breve, aumentando la pressione su Draghi anche dal lato dei cambi: un rafforzamento della moneta unica peserebbe sull’export dell’area euro. Insomma, in attesa che la Germania si svegli, il presidente della Bce non ha altra scelta che continuare per la sua strada.
Di chi sono gli orari dei treni? E le informazioni sui prezzi e i ritardi? Sì certo, dell’operatore ferroviario. Ma qualcuno può riutilizzare questi dati per fornire un servizio migliore agli utenti? Su queste domande è in corso una battaglia legale dal cui esito dipenderà la qualità della vita di milioni di pendolari. La storia è questa: dal 2014 c’è una app, Trenit, che ha molto successo. Ha superato i tre milioni di download e ogni giorno più di 80 mila viaggiatori la utilizzano per informarsi, in particolare sui ritardi dei treni, e sugli scioperi. L’ha sviluppata GoBright , una startup fondata a Londra da uno sviluppatore italiano, Daniele Baroncelli. Tutto fila liscio fino a quando, lo scorso novembre, viene aggiunta la funzione Alta velocità, che compara, per ciascuna fascia oraria, i prezzi dei biglietti fra i due operatori ferroviari. A gennaio Trenitalia manda una prima diffida, a maggio parte la causa («Non potete usare i nostri dati», dice in sostanza oltre a contestare persino il nome della app); a luglio il tribunale, in attesa di decidere nel merito, sospende la app; e qualche giorno fa, quella decisione viene sconfessata. Il 6 settembre Trenit torna online e i pendolari esultano. Non è un modo di dire: su Facebook il post che dà notizia della vittoria temporanea scatena tredicimila reazioni positive (le faccine delle emoticon ), viene condiviso duemila e 500 volte, ma quello che più colpisce sono i commenti, oltre quattromila, di autentico giubilo. Trenit piace, non c’è dubbio.
E il giudice il 4 settembre ha stabilito tre principi importanti: il primo è che la banca dati degli orari e dei prezzi non è protetta dal diritto d’autore, manco fosse una canzone o una poesia; il secondo è che Trenitalia se nega l’utilizzo di quei dati abusa della sua posizione dominante; il terzo è che essendo Trenitalia controllata al 100 per 100 da Ferrovie dello Stato, ai suoi dati si applica il codice dell’amministrazione digitale, e quindi sono aperti a tutti per definizione.
Ma la partita non finisce qui. Trenitalia sostiene che farà di tutto per tutelare i suoi utenti e lamenta il fatto che «ogni giorno dalla app arrivano circa 800 mila richieste» al suo sito, «con picchi che superano le 14 mila richieste ogni dieci minuti ». Afferma che in questo modo il suo sistema di vendita, che è costato investimenti importanti, viene danneggiato; che nessuno può riutilizzare quelle informazioni a fini commerciali (Trenit ha dei banner pubblicitari); e afferma che Trenit «presentando un quadro incompleto del pacchetto di offerte di Trenitalia, non consente un confronto trasparente ed equilibrato». Infine conclude dicendosi «aperta a condividere i propri dati con chi sottoscrive accordi commerciali». Pagando, e senza fare confronti con i dati di altri operatori però.
Su molte questioni la parola passa al giudice di merito ma una sembra già essere stata risolta dal tribunale di Roma qualche giorno fa quando ha scritto che i servizi di GoBright non danneggiano in alcun modo Trenitalia (di cui, invece, promuovono i servizi).
Più in generale il tema è: di chi sono quei dati? La cosa nel mondo è già stata dibattuta a fondo nel 2014, l’anno del lancio di Trenit, quando l’associazione degli operatori di trasporto pubblico (UITP), di cui fa parte Trenitalia, approvò un documento intitolato “I benefici degli open data”, in cui si enunciavano alcuni principi molto importanti. In particolare questo: «Tutte le organizzazioni di trasporto devono essere proattive nel supportare gli open data per i benefici che portano agli utenti che serviamo… C’è una evidenza inoppugnabile da diversi paesi che la fornitura di dati aperti dia dei vantaggi a tutti». Quali vantaggi, il documento lo diceva: stimola innovazione ed efficienza; assicura apertura e trasparenza; favorisce la competizione fra operatori e consente la creazione di posti di lavoro nel settore tecnologico. Gli unici dati che non devono essere condivisi, secondo l’UITP, sono le informazioni personali dei passeggeri, quelle confidenziali e quelle dove c’è un diritto d’autore di terzi. Non certo gli orari dei treni, par di capire.
Del resto già nel 2014, grazie ai dati aperti di Transport for London , cinquemila sviluppatori gratuitamente avevano sviluppato centinaia di app che, secondo uno studio di Deloitte, aveva consentito ai pendolari risparmiare tempo pari a 58 milioni di sterline all’anno. Un esempio fra i tanti, ma che non sembra aver convinto Trenitalia ad adottare una linea diversa dal confronto duro in tribunale. Anche qui, si tratta di qualcosa che vediamo solo in Italia: un colosso contro una startup. Vinca il migliore.

Manifestare liberamente il proprio pensiero è un diritto fondamentale incoercibile. A maggior ragione se si è ergastolani. Così come lo sono il diritto al silenzio e alla menzogna di un indagato o un imputato. Cesare Battisti, nei suoi 37 anni di latitanza, li ha legittimamente esercitati. E, altrettanto legittimamente, la sua doppiezza è stata e continua ad essere giudicata. Fatta questa premessa, la sua «lettera ai compagni» dal carcere dimostra come questi 37 anni non siano serviti a Battisti a compiere un passaggio cruciale. Pre-politico, si potrebbe dire. Che non ha a che fare con un giudizio postumo, e di comodo, sulla lotta armata. O con l’ammissione delle proprie responsabilità penali, pervicacemente negate per oltre un quarto di secolo. Ma con la dimensione narcisista di un uomo tuttora prigioniero di un’auto-narrazione che è esattamente quella che, alla fine, lo ha reso alieno e trasversalmente detestabile non solo all’opinione pubblica di questo Paese, ma persino ai pochi che avevano continuato a sostenerlo nella latitanza e che dalla sua confessione si sentono oggi traditi. La protervia con cui Battisti continua a parlare di una «persecuzione spietata», di «un sequestro di persona grossolanamente trasformato in estradizione» e a posare da «martire» non aiuta a chiudere quella pagina di Storia, non aiuta a disintossicare l’opinione pubblica. Che non è stata «avvelenata» dalla «disinformazione», come Battisti pretende. Ma, appunto, dal suo narcisismo. Battisti dovrebbe riconoscere che è stata l’informazione di questo Paese (anche se non tutta) a denunciare le modalità con cui la sua legittima estradizione dalla Bolivia venne trasformata, su una pista dell’aeroporto di Ciampino e su Facebook, dai ministri Salvini e Bonafede in un circo indegno di uno Stato di diritto. Nella rappresentazione di una vendetta. Ma per spezzare questo circolo vizioso sarebbe necessario deporre la maschera indossata per una vita. Per una volta, anche se non fa comodo.

«C’è qualcuno oggi che può onestamente dire che la lotta armata era da fare, che ne sia valsa la pena?». La domanda retorica è il passaggio chiave di una “Lettera ai compagni” che dal carcere di Massama, a Oristano, dove è rinchiuso da otto mesi, Cesare Battisti, ex membro dei Proletari armati per il comunismo, consegna a una rivista letteraria on line “di movimento”, “Carmilla”.
È la prima volta da quando è stato arrestato che l’ex fuggitivo (37 anni di latitanza passati tra la Francia e il Sud America), fermato dall’Interpol a Santa Cruz de La Sierra, Bolivia, lo scorso 12 gennaio, decide di parlare. Lo fa con chi, Carmilla appunto, più volte negli ultimi anni ha preso le sue parti, provando a smontare inchieste e processi conclusi con la condanna all’ergastolo per il terrorista accusato di aver partecipato o commesso quattro omicidi (il maresciallo Antonio Santoro, il gioielliere Pierluigi Torregiani, il negoziante Lino Sabbadin e l’agente della digos Andrea Campagna) alla fine degli anni ‘70.
Una lettera nella quale Battisti si rivolge a chi, nella galassia della sinistra più radicale e movimentista, aveva criticato le dichiarazioni che aveva reso a marzo davanti al coordinatore del pool antiterrorismo di Milano, Alberto Nobili e al capo della Digos del capoluogo lombardo, Cristina Villa. «Mi si chiede, era veramente necessario assumermi le responsabilità politiche e penali? Mi chiedo quale necessità muove coloro che si pongono questa domanda », scrive oggi. Al procuratore di Milano, in un interrogatorio in carcere di 9 ore, Battisti aveva ammesso i 4 omicidi che gli sono stati imputati anche nella speranza di poter accedere (non prima di 10 anni, quando ne avrà 74) ai primi permessi premio. Ma intanto, seppur in una vicenda giudiziaria tutta in salita (il suo legale, Davide Staccanella, sta provando a commutare l’ergastolo in una condanna a 30 anni di reclusione), l’ex terrorista, già scrittore di romanzi noir, ci tiene a rivolgersi al suo mondo per sfatare il «mito Battisti », creato apposta, scrive «per abbatterlo. «Questo si capisce e ha una logica feroce. Quello che non si capisce è il mito ripreso anche dai compagni, un buon mito da sventolare in nome della lotta rivoluzionaria. Poco importa che quel mito sia fatto di carne e ossa, che non ne possa più di essere martirizzato, martire da agitare secondo i gusti da un lato o dall’altro della barricata».
Per questo, dunque, Battisti decide di parlare con il magistrato, «perché se non smitizzavo il mostro, se non dicevo che sono appena umano, allora sarebbe stato meglio se mi avessero scaraventato subito giù dall’aereo di Stato». «È una lettera molto franca — afferma l’avvocato Staccanella — nella quale Battisti spiega di non voler più essere un vessillo, tirato da una parte o dall’altra. Per il resto, nella sua deposizione non c’è stato alcun atteggiamento di delazione». E, in effetti, al procuratore di Milano l’ex terrorista ha parlato solo di se stesso, senza fornire indicazioni su chi, nel corso di 37 anni, abbia coperto la sua latitanza.
Nella lettera, allora, si concentra sugli ultimi 15 anni, dal febbraio 2004, quando venne arrestato in Francia, fino ad oggi: «Sono stati un inferno continuo, tra anni di carcere, arresti rocamboleschi, enorme dispendio di energia personale e di forze solidali».
Poi, prima dei saluti («Un abbraccio a chi lo vuole») promette un’appendice alla sua lettera: «Se incoraggiato, posso raccontare in seguito i retroscena di Ciampino», di quando fu accolto dai sorrisi a favore di telecamere dei ministri dell’Interno e della Giustizia, Matteo Salvini e Alfonso Bonafede.
La realtà supera la fantasia di uno spy-thriller di John Le Carré. Perché stavolta a mettere nei guai una spia americana è il suo stesso presidente. Per ingenuità? Spavalderia ed esibizionismo? O qualcosa di molto peggio? È uno scoop della Cnn la fonte di questa storia. Secondo il network televisivo, che non simpatizza per Donald Trump, quest’ultimo raccontando segreti di Stato ai russi avrebbe inguaiato una delle sue fonti indirette: uno dei più importanti ed efficaci agenti Usa infiltrati a Mosca. Per rimediare al disastro, la Cia e altre agenzie d’intelligence Usa dovettero montare una complessa e rischiosa operazione. Nome in codice: estrazione. Come quella di un molare, ma in questo caso si tratta di estrarre dal Paese nemico un proprio agente che è sul punto di essere scoperto, quindi rischia il carcere, le torture, e forse la vita. Oltre al danno collaterale di “smontare” una rete d’intelligence, rivelando alla Russia gli ingranaggi dell’infiltrazione.
La Cnn cita ben cinque fonti separate, ex collaboratori di Trump, funzionari d’intelligence, membri del Congresso. Grazie a queste gole profonde il network televisivo è in grado di ricostruire gli eventi. Il momento-chiave è un incontro nello Studio Ovale della Casa Bianca, quando Trump vi accoglie il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il suo ambasciatore a Washington Sergey Kislyak. La tempistica è importante: maggio 2017. Sta per iniziare l’indagine di Robert Mueller sul Russiagate, l’attenzione è ancora vivissima sulle ingerenze di Vladimir Putin nella campagna elettorale del 2016, i sospetti che Trump sia alla Casa Bianca anche perché Mosca ha spiato e sabotato la campagna di Hillary Clinton. Ma Trump nonostante sia al centro di tali accuse fa le prove di una luna di miele diplomatica con Putin.
Durante l’incontro nello Studio Ovale dà sfoggio del suo accesso ai segreti dell’intelligence Usa, rivela ai suoi ospiti russi delle informazioni “classified” (top secret) sull’Isis in Siria. La fonte che lui espone esplicitamente è Israele. Ma la Siria è un protettorato russo, nulla di ciò che accade sotto il regime di Assad sfugge ai servizi di Mosca. Con ogni probabilità il primo autore di quel furto di informazioni sull’Isis in Sira è proprio la super-spia americana a Mosca, e i russi sono in grado di scoprire rapidamente che la “triangolazione israeliana” è solo uno schermo protettivo. A quel punto scatta il massimo allarme.
C’era già stato un susseguirsi di preoccupazioni sulla sicurezza degli agenti americani in Russia, fin dagli ultimi anni dell’Amministrazione Obama: in parallelo con il peggioramento delle relazioni tra le due superpotenze, era cresciuta l’aggressività degli hacker russi, le loro incursioni nei siti governativi e militari di Washington.
Il chiacchierone Trump, desideroso d’ingraziarsi i russi, ha accelerato l’emergenza. Alcuni episodi successivi sono stati riportati da tutte le cronache degli inviati, anche su Repubblica. È il luglio 2017 quando al G20 di Amburgo Trump decide di confiscare gli appunti del suo interprete sull’incontro con Putin. È il summit bilaterale tra i due a Helsinki, luglio 2018, quando Trump decide di allontanare i suoi collaboratori e rimane a tu per tu con Putin (con interprete ovviamente). Ma a quel punto la sorte della super-spia era già stata decisa. L’agente segreto andava estratto, salvato dal disastro. Il cerchio dei sospetti russi si stava stringendo attorno a lui – o lei?
La Cnn giustamente cerca di non commettere gli stessi errori di Trump, quindi è avara di dettagli sulla figura dello 007 in pericolo. Né può dilungarsi sull’avventura dell’estrazione-salvataggio, sicuramente un thriller che farebbe record ai botteghini delle sale cinematografiche. Ora che lo scoop della televisione è pubblico, l’agente segreto è in salvo. O per lo meno si trova fuori dal territorio russo, dopo l’estrazione è in un luogo che si presume sicuro. Mai dire mai… le esecuzioni dei nemici di Putin all’estero sono avvenute anche dopo anni, la vendetta è un piatto da consumare freddo. Le rivelazioni di Cnn vengono accolte da smentite ufficiali: sia la Cia che la Casa Bianca le bollano come “speculazioni, inaccurate, scorrette”. Taceva, almeno ieri, quel Mike Pompeo che ora è segretario di Stato ma all’epoca della “estrazione” era il capo della Cia.
Il primo segnale che le cose non stessero andando secondo i piani del Cremlino si è avuto quando, a chiusura dei seggi, non sono arrivati gli exit poll ufficiali. Prima delle elezioni locali di domenica, precedute da un’estate di proteste e repressione, Russia Unita controllava 40 seggi su 45 nella Duma di Mosca, organo di pochi poteri, ma di alta carica simbolica. A spoglio ultimato, con un’affluenza del 21,77%, poco più alta rispetto al 2014, il partito un tempo guidato da Vladimir Putin e oggi dal premier Dmitrij Medvedev li ha visti precipitare a 25. Merito del “Voto intelligente”, la strategia promossa da Aleksej Navalnyj e dai suoi alleati dopo che la Commissione elettorale aveva respinto tutte le candidature indipendenti eccetto una: votare per il nome che avesse più probabilità di battere il politico filo-regime, seppure ciò potesse significare votare per la cosiddetta “opposizione sistemica”, compiacente con il Cremlino.
Il Partito comunista si è così ritrovato con 13 deputati contro i 5 della passata legislatura; Jabloko, unico partito liberale ammesso, ha visto eleggere i suoi 4 candidati; il partito “sistemico” di centrosinistra Russia Giusta entrerà per la prima volta in-Parlamento con tre deputati. Mascherare i propri candidati facendoli correre come indipendenti o allestire mercatini e giochi ai seggi non è bastato a scongiurare la sconfitta di “pezzi da novanta” del partito filo- Cremlino come il segretario moscovita Andrej Metelskij che sedeva nella Duma locale dal 2001 o la vicerettrice della Scuola superiore di economia Valerja Kasamara.
Certo, nel resto del Paese, dove gli elettori erano chiamati a rinnovare 16 governatori e i deputati di 13 parlamenti regionali, Russia Unita ha celebrato la vittoria al primo turno di tutti i suoi candidati ai governatorati, evitando l’umiliazione di un ballottaggio subita un anno fa. E nelle regioni, solo una sconfitta a Khabarovsk, nell’Estremo oriente, dove il Partito democratico liberale (Ldpr) ha ottenuto 34 seggi su 35. Ma quasi tutte le elezioni sono state contrassegnate da assenza di libera competizione e irregolarità. A San Pietroburgo il controverso governatore ad interim Aleksandr Beglov è stato eletto con il 65% da un quarto degli elettori registrati dopo che il suo rivale, il regista Vladimir Bortko, è stato costretto ad abbandonare la corsa a una settimana dal voto. Russia Unita resta «la più grande forza politica », ha commentato Medvedev. Ed è vero. Ma ha ragione anche Navalnyj quando parla di «trionfo del Voto intelligente». È riuscito a trasformare un’insignificante elezione cittadina in un referendum su Russia Unita che, secondo l’istituto di sondaggi indipendente Levada Tsentr, in agosto aveva il 28% di consensi contro il 39 del 2017. Dopo un’estate di proteste, fermi e condanne fino a 5 anni di carcere, quasi la metà dei moscoviti ha votato per i candidati alternativi di Navalnyj piuttosto che sostenere gli uomini del Cremlino. Un segnale da tenere in considerazione in vista delle parlamentari federali del 2021 e del dopo-Putin che nel 2024 vedrà scadere il suo quarto e – ufficialmente – ultimo mandato.
«C’è Sally Bercow, in galleria! ». Quando a Westminster, alle 15.30, si diffonde la voce sulla moglie dello speaker della Camera dei Comuni, tutti i giornalisti si precipitano in aula. Sta per accadere qualcosa. Eccola, Sally Bercow nata Illman, lunghi capelli biondi sul giacchetto bianco, pantaloni e borsetta neri. Sally, colei che avrebbe cambiato per sempre il suo John, l’esilarante John Bercow, che dopo il matrimonio nel 2002 e tre figli insieme è diventato più liberal, tollerante e persino più simpatico, dopo un’adolescenza nell’estrema destra.
L’eccezionale presenza di Sally e dei suoi occhi presto lucidi anticipa il clamoroso annuncio di Bercow, 56 anni e l’amata cravatta sgargiante sotto la toga. L’inimitabile retorica, da pub ma teatrale, che miscela Shakespeare e i Monty Python, è la stessa. L’arruffata zazzera argentea pure. Ma stavolta «ho deciso di lasciare, al più tardi il 31 ottobre di quest’anno. È arrivato il momento, l’ho promesso alla mia famiglia».
Bercow dà un’occhiata a Sally. Si commuove, la sua adorabile voce cavernicola, quella che pontifica i celeberrimi “orrdeeeeerr!”, “ordine!”, si incrina: «È stato il più grande onore della mia vita presiedere la Camera per dieci anni. Sono fiero di voi deputati». Di qui l’elegia del Parlamento, sua unica stella polare come ha spiegato in una recente intervista a Repubblica , difeso strenuamente da Bercow negli anni e oggi sotto la travolgente furia popolana dei brexiter e della “vittoria mutilata” del referendum del 2016: «È l’istituzione della nostra democrazia», ammonisce Bercow mentre si asciuga gli occhi, «se degradiamo il Parlamento, siamo tutti, tutti in pericolo ». Un’onda di applausi scroscianti si gonfia dai banchi dell’opposizione e dei laburisti di Jeremy Corbyn («lei è stato uno speaker supremo, grazie!»), Sally batte le mani tra lacrime fiere, mentre è gelo dalle panche di governo e partito conservatore. Quasi tutti rimangono seduti, masticano rabbia e rancore: da giorni pregustavano anche la purga di Bercow, spodestandolo dal suo seggio di Buckingham. Volevano cacciarlo, umiliarlo. Ma Mr Speaker li ha bruciati sul tempo.
È controversa l’eredità di Bercow, idolo in Europa, ma spesso detestato in patria. Riformatore a Westminster (sua la cravatta facoltativa) ma con l’ombra delle accuse di bullismo e sessismo. Figura in teoria imparziale ma accusato dai tory di favorire gli europeisti, dopo l’adesivo “fanculo la Brexit” sulla macchina della moglie, l’affondamento dell’accordo May con l’Ue dopo aver riesumato un bizzarro precedente di due secoli prima e il recente aiutino dato a Corbyn & Co. per approvare la legge anti No Deal, la pericolosa Brexit senza accordo con l’Ue, che ha legato le mani a Boris Johnson. Ieri il premier ha racimolato altri due fallimenti: un inconcludente summit col premier irlandese Varadkar e l’ennesimo veto delle opposizioni alle agognate elezioni anticipate.
Le dimissioni di Bercow non potevano essere più simboliche, nel giorno dell’effettiva e controversa sospensione del Parlamento (ieri notte) di cinque settimane decisa da Johnson per imbavagliare – inutilmente – le opposizioni sulla Brexit. Non solo: Mr Speaker se ne andrà il 31 ottobre, ad Halloween, quando il Regno Unito potrebbe dire addio all’Europa nel più catastrofico dei modi, se Bercow mai lo permetterà. Comunque la si pensi su di lui, Mr Speaker lascerà un vuoto enorme. E Londra perderà un’altra delle poche certezze rimaste.
Dice premier Conte, a sorpresa, che gli asili nido saranno la priorità delle priorità: «Il primo, immediato intervento», ha assicurato alla Camera. «Non possiamo indugiare oltre». Anche Matteo Renzi aprì la sua legislatura sottoscrivendo: mille nidi in mille giorni. La Lega di Salvini (alleato con Conte in verità, fino all’8 agosto scorso) promise a sua volta mille nidi in più. Poi si affidò a un lento disegno di legge parlamentare che prevedeva un contributo statale per convertire gli immobili pubblici inutilizzati in asili affidandoli, quindi, ai privati.
Premier Conte per ora non indica coperture, ma spiega le ragioni dell’annuncio: «È un investimento strategico per il futuro della nostra società perché combatte le diseguaglianze sociali, che si manifestano nei primi anni di vita, e favorisce una più completa integrazione delle donne». Poi ribadisce: asili nido (e micronido) gratis per chi ha un basso reddito entro il 2021. A chi, nel concitato dibattito alla Camera, fa notare che in Lombardia già ci sono nidi gratuiti, Conte ribatte: «Gli asili lombardi funzionano bene, ma offrono un posto a un bambino su quattro: noi vogliamo dare una possibilità anche agli altri tre».
Per innaffiare il deserto delle nascite nel Paese premier Conte sembra ispirarsi — alla lettera — ai due ultimi lavori pubblicati sul tema asili nido dalla Cgil Funzione pubblica e da Save the children. Il primo ha spiegato che un milione e 117 mila bambini da zero a tre anni non entreranno in un nido, che sia pubblico o privato, anche nella prossima stagione. Due le ragioni. La media dei posti presenti nelle strutture italiane, prima ragione, è la stessa della Lombardia: solo il 24 per cento dei bimbi può essere accolto. Eppure avevamo promesso all’Europa nidi per almeno un terzo degli infanti (il 33 per cento) entro il 2010. Oggi in Valle d’Aosta la copertura è al 44,7 per cento, in Campania al 7,6. Quota 33 è superata solo in Emilia Romagna, Toscana e in Provincia di Trento.
La seconda ragione per cui i nidi sono disertati e le madri tengono il figlio a casa sono le rette in ascesa accelerata. Al Sud, innanzitutto. Come ha raccontato in un’inchiesta Repubblica , nella provincia di Cosenza, la meno povera della povera Calabria, in dodici anni i costi degli asili sono aumentati del 148,2 per cento. La lista d’attesa è arrivata al 71 per cento. Ad Agrigento la retta mensile è passata da 100 a 180 euro. Il nido a Benevento, con un aumento medio da 300 euro a 350, oggi costa un po’ più che a La Spezia, decisamente di più che a Bologna e quasi il doppio di Ravenna. Le città del Nord si sono mosse da sole per recuperare la distanza dall’Europa.
L’Associazione BolognaNidi segnala come da Renzi a Conte, in attesa delle inaugurazioni, si siano registrate strutture cedute in subappalto e altre aperte con i soldi pubblici e serrate finiti i finanziamenti. Non serviranno solo finanziamenti, tra l’altro. Serviranno ispettori. Con quattro atti legislativi, dal Prodi bis alla Buona scuola, in dieci anni sono stati trasferiti alle strutture d’infanzia 10 miliardi e 222 milioni. Dieci miliardi per lasciare fuori da cancello tre bambini su quattro.
Altri due anni e poi basta. Il compromesso tra Pd e M5S su Quota 100 comincia a delinearsi, anche se per ora non c’è nulla di ufficiale. Molto probabilmente la misura che consente di andare in pensione anticipata con 38 anni di contributi e 62 di età, resterà in piedi, come previsto, fino alla fine del 2021, magari con finestre di uscita meno frequenti. Ma poi non sarà prorogata, cesserà di esistere e sarà probabilmente sostituita da un anticipo pensionistico sociale (Ape sociale) opportunamente rafforzato rispetto all’attuale normativa, che permette di andare in pensione a quanti, con almeno 63 anni di età, hanno svolto attività gravose, o sono disoccupati o disabili, o assistono a casa parenti disabili. Il compromesso riuscirebbe ad avvicinare due posizioni finora divergenti: quella assunta fin dall’inizio dai pentastellati («Quota 100 non si tocca») e quella di quanti nel Pd propendono per lo stop anticipato di un anno della misura. Come si ricorderà, Quota 100 non ha affatto sostituito la legge Fornero (come continua a sostenere Matteo Salvini), ma ha solo consentito temporaneamente (per i tre anni dal 2019 al 2021), il pensionamento anticipato. Certo, sulla carta, anche questa misura “a tempo” ha un costo salatissimo per la finanza pubblica: 21 miliardi in tre anni, 48 in dieci. Per questo è stata pesantemente criticata sia dalla Commissione europea sia dalla Corte dei Conti, soprattutto perché aumentando il debito pensionistico prosciuga le risorse che più opportunamente avrebbero potuto rendere meno povere le pensioni future dei giovani con carriera discontinua, e favorisce invece chi è vicino all’uscita e può contare in gran parte su una carriera continua.
Ma ecco che a rendere meno gravoso il costo di Quota 100 intervengono i dati sul grado di adesione degli italiani al pensionamento anticipato. Fino al 6 settembre scorso, le domande presentate all’Inps erano quasi 176 mila, cifra ben lontana dalle 290 mila previste dal governo Lega- M5S per quest’anno. Anche per il 2020 l’Inps prevede un tiraggio molto contenuto. Tanto che il presidente Pasquale Tridico, vicino ai Cinque Stelle, ha azzardato ieri un «probabile risparmio di circa 4 miliardi ».
Insomma, gran parte dei lavoratori con i requisiti di Quota 100 ha deciso alla fine di rinunciarvi: si sono resi conto che, anticipando di molto l’uscita, avrebbero incassato assegni assai poco ricchi per via dei minori contributi versati. Ecco spiegato perché l’età media di quanti hanno fatto domanda non è di 62 anni ma tra 64 e 65. Così, invece di Quota 100, abbiamo in realtà Quota 102 o 103. Inoltre, quel tetto rigido dei 38 anni di contributi finisce inevitabilmente per penalizzare le donne e i lavoratori con carriera discontinua. Di qui la scarsa presenza di donne tra i richiedenti: poco più di 45 mila contro 130 mila uomini.
Sta di fatto che alla fine, per via delle minori domande, Quota 100 costerà meno del previsto. E questo rafforza la tesi di quanti (pur criticando aspramente la misura) accettano che essa resti in piedi fino al 2021. Di questo avviso è il senatore Antonio Misiani, responsabile economico del Pd, che potrebbe approdare all’Economia come viceministro. «Pur essendo stato sempre fermamente contrario, non penso sia giusto intervenire per stoppare anticipatamente Quota 100. Non possiamo creare nuove discriminazioni. Ovviamente, non dovrà essere prorogata nel 2022». La proroga, o in alternativa la proposta di Quota 41 (come numero di contributi necessari), è sempre stata invece tra i propositi della Lega, anche se nessun impegno finanziario in questo senso è stato alla fine preso dal passato governo giallo-verde, dopo la minaccia di bocciatura dell’intera manovra economica da parte di Bruxelles.
Al posto di Quota 100 si sta pensando a un Ape social rafforzato. L’Ape social andrà innanzi tutto prorogato (scade a fine anno), dopo di che verranno probabilmente allentati i requisiti che oggi consentono di accedervi, in modo da allargare le categorie coinvolte: disoccupati, disabili o parenti di disabili, lavoratori in attività gravose.
«Ogni euro risparmiato sulle prossime emissioni dei nostri titoli di Stato consente di eliminare, immediatamente e automaticamente, il capitolo più improduttivo della spesa pubblica in modo da liberare risorse pronte per essere investite nelle infrastrutture, nella scuola nella sanità, nella riduzione del carico fiscale». Con queste parole Giuseppe Conte gioca in Parlamento la carta più preziosa del nuovo governo M5S-Pd sul terreno dei conti pubblici: lo spread. Il premier chiama addirittura la riduzione della spesa per interessi, che vale 60 miliardi all’anno, «una vera e propria riforma strutturale» per il suo peso sulle finanze dello Stato.
Ed è proprio questa, almeno sul terreno dell’economia, la vera discontinuità rispetto ai 14 mesi del governo con la presenza dei leghisti: il nuovo rapporto con l’Europa, con i mercati. Mentre per l’intera durata dell’esecutivo gialloverde i rumori di Italexit e la guerra con Bruxelles avevano tenuto lo spread, cioè la differenza di rendimento tra Btp italiani e Bund tedeschi, sempre ad un passo da quota 300, negli ultimi giorni viaggia tranquillamente intorno a quota 150 come nel marzo dello scorso anno, prima delle elezioni politiche. Secondo i primi calcoli di Confindustria questo livello ci consentirà di risparmiare circa 3 miliardi di spesa per interessi quest’anno e circa 6,8 nel 2020: parte di questa cifra — in tutto circa 10 miliardi — è già scontata nei tendenziali del prossimo anno ma parte potrà essere utilizzata per far fronte alle necessità di bilancio.
Se lo spread è il valore aggiunto del governo Conte, la marcia verso la manovra 2020 è ancora tutta in salita. Il calcolo per ora è di 30-35 miliardi, compreso il cuneo fiscale «a totale vantaggio dei lavoratori» e naturalmente la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva. Si tratta di una cifra che potrà crescere anche perché il premier ha accennato a misure sociali che avranno un costo, come gli asili nido gratuiti, le assunzioni nella sanità, gli investimenti al Sud. Tuttavia Conte ha circoscritto definitivamente il campo delle grosse spese: la riduzione delle aliquote Irpef sparisce di scena e viene collocata in «prospettiva», anche l’operazione salario minimo — che altrimenti sarebbe costata 4 miliardi — viene ricompresa nell’estensione erga omnes dei contratti nazionali e viene affiancata da misure per il giusto compenso per i liberi professionisti e dalla parità di genere per le retribuzioni.
Se si considera che la flessibilità su cui punta l’Italia sarà di 12-13 miliardi, restano dunque da recuperare una ventina di miliardi. Conte non ha eluso il tema dei conti pubblici: «Sarà una manovra impegnativa », ha detto. E ha confermato due linee di intervento: «controllo rigoroso della spesa corrente», con spending review, e «riordino del sistema delle agevolazioni fiscali». Qui il cammino si fa pieno di ostacoli: anche perché la tabella lasciata in eredità da Tria e dalla Rgs prevede 6 miliardi di risparmi su entrambi i fronti, spese e sconti fiscali.
Sul fronte dei tagli si tenterà il mix collaudato di enti locali, ministeri, beni e servizi che potrebbe in parte funzionare; sul lato fiscale la proposta M5S di 2 miliardi tra nuove imposte ambientali e tagli ai Sda (sussidi ambientalmente dannosi) potrebbe contribuire al menù principale, insieme ad una sforbiciata lineare delle detrazioni fiscali dal 19 al 18 per cento. Senza contare l’evasione fiscale: «Le tasse le devono pagare tutti», ha intimato Conte.