Abbiamo fatto la pace, fatelo sapere a tutti. Così i comunicatori si sono messi al lavoro per far trapelare che tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio tutto è finito per il meglio, e il presidente del Consiglio ha accettato il mini-pacchetto di proposte che il capo politico del M5s gli ha lanciato come un macigno via blog per tutto il fine settimana. L’asse, finché dura, si è rinsaldato perché, come Conte dice al ministro degli Esteri, già il governo è appeso agli umori di Matteo Renzi, se viene a mancargli anche la sponda del M5S allora «finiamo tutti a casa». Di Maio non può che essere d’accordo: il suo sospetto però si allarga anche al Pd, che ai suoi occhi sembra usare Italia Viva come «una testa di ariete» per fermare le manette agli evasori, sgonfiare Quota 100, rivedere il regime agevolato alle partite Iva. Il leader grillino ne parla anche a Dario Franceschini, durante un incontro, veloce ma distensivo, a Palazzo Chigi nel pomeriggio. La ferita, però, resta. E va al di là delle richieste grilline. Conte ne fa una questione «di metodo, di toni e di fiducia». «Che succede Luigi?» gli chiede nel faccia a faccia del mattino davanti a un caffè. Un’ora e mezza di colloquio per cancellare le croste di una settimana di tensione. Conte non capisce dove porti la strategia di Di Maio, se non si vogliono dare per buone le indiscrezioni che circolano sull’invidia di un leader che si sente sempre ai margini dei processi decisionali. «Tu eri a Washington, ma c’erano i tuoi ministri – gli dice – Più che con me te la dovevi prendere con loro». «Ma tu – la replica di Di Maio – hai sempre saputo quali sono le nostre battaglie, eppure sul carcere agli evasori miei mi hanno detto che sembrava ascoltassi di più il Pd che noi». Rimane il precedente di quel post durissimo diretto a frantumare il cuore delle misure care alla presidenza del Consiglio. Sui tempi e sui modi Conte è esplicito. Ne fa anche una questione di calibrare la comunicazione. Mentre la manovra è sotto la lente di ingrandimento della commissione Ue, è stato il ragionamento, «queste cose non ci fanno bene». «E tu lo sai, perché hai subito sulla tua pelle l’atteggiamento di Salvini». Di Maio come il leghista prima di lui: questo è lo spettro che agita i sonni del premier, già alle prese con le picconate di Renzi. Il confronto di Conte con Luigi Di Maio ha il sapore di una questione personale. E’ l’unico leader che vede da solo, prima dei bilaterali (in modalità consultazioni con le singole delegazioni dei partiti di maggioranza) che preludono al vertice serale. A tutti porrà le stesse condizioni: se vogliamo andare avanti non possiamo alzare ogni volta il livello del conflitto interno. Va bene la sana discussione, va bene parlare di Iva, di Quota100, dei contanti, ma rendere ancora una volta la legge di Bilancio teatro di recriminazioni e strumento di presidio di uno spazio politico, alla lunga diventa sfibrante. Conte sente le voci che lo danno traballante, l’assedio attorno a Palazzo Chigi di chi scommette sulla caduta anticipata del governo. E anche per questo cerca di scrutare le intenzioni di Di Maio. Si vedono da soli, e ne danno comunicazione alle agenzie di stampa solo a incontro finito. Troppe cose sono successe in 72 ore. Da quel post che ha indubbiamente reso gelida l’aria tra i due, dopo i lunghi resoconti di questi mesi in cui la luce attorno a Conte è cresciuta in maniera inversamente proporzionale a quella che via via ha abbandonato Di Maio. Il capo politico del M5S vede una nuvola livida spandersi sul futuro a breve. Oggi sarà in Umbria. Tre giorni di campagna elettorale, sperando nel miracolo. Giovedì arriverà Conte. Perdere la regione, domenica, potrebbe avere un pesantissimo contraccolpo sulla leadership del primo. Proprio mentre alla Camera, Di Maio sembra non riuscire ad avere il controllo degli oltre 220 deputati 5 Stelle. Prima dello scorso fine settimana è stata fatta una convocazione via Doodle per sapere chi fosse disponibile ad andare in Umbria per tenere qualche comizio. Su oltre duecento hanno risposto in dieci. Una diserzione di massa che arriva nel pieno dell’impasse sull’elezione del capogruppo. Il primo partito del Parlamento non riesce a indicare il proprio portavoce a Montecitorio. Le regole prevedono una nomina a maggioranza assoluta che sembra impossibile da raggiungere. Il gruppo è spaccato, né Francesco Silvestri né Raffaele Trano, che sta coalizzando gli anti-Di Maio, riescono a spuntarla. E ora, a complicare le candidature, si vorrebbe anche aggiungere Davide Crippa, avvelenato con il leader per averlo escluso dal ministero. Tutto questo mentre un gruppo scalpita pronto a lasciare il M5S al prossimo inciampo di Di Maio.

Matteo Salvini l’aveva detto ai fan dal palco di San Giovanni, «pazientate ancora qualche mese». Lo sta ripetendo ogni giorno nei suoi comizi in Umbria e nelle interviste, «cadranno, dopo due mesi si stanno già scannando, Di Maio e Renzi si sbarazzeranno di “Giuseppi”». Ieri ha dato appuntamento ai giornalisti davanti a Montecitorio per dire che se lo scordano di tagliare la testa al premier per continuare comunque a governare con un altro signore a Palazzo Chigi e tenere in piedi questa legislatura. Si dovrà andare dritti dritti a elezioni il prima possibile. La novità nelle esternazioni del leader leghista è la chiamata in ballo del capo dello Stato. Non lo faceva da tempo e invece ieri, sempre di fronte alla Camera circondato da giornalisti, l’ex ministro dell’Interno ha lanciato verso il Colle un messaggio preciso. «Fra servizi segreti, occupazione di potere, crisi di governo e nuovi partiti che nascono e muoiono, gli italiani stanno assistendo a scene di una volgarità senza precedenti. Mi domando quanto a lungo durerà il silenzio del Presidente». Non è la prima volta che lo mette nel mirino. A settembre, Salvini aveva polemizzato con Mattarella con una quindicina di dichiarazioni. Contestava al capo dello Stato di non avere sciolto le Camere e di avere permesso la nascita del Conte-bis. Bordate che Mattarella riteneva ingiuste, Costituzione alla mano. Tra l’altro il presidente aveva dato un via libera sofferto, e a tutti i protagonisti erano noti i suoi dubbi circa la possibilità di raddrizzare una legislatura nata storta. Comunque sia, Mattarella aveva evitato di reagire agli attacchi, un po’ per non amplificarli e un altro po’ nella speranza che Salvini prima o poi cambiasse bersaglio. E in effetti, così sembrava. Ma improvvisamente Salvini riparte alla carica: «Con Renzi che ha la spudoratezza di dire che stanno lì perché vogliono occupare anche il Quirinale, mi domando quanto a lungo il Presidente Mattarella tacerà». Ma perché questa recrudescenza? Prima spiegazione leghista: Salvini punta ad aumentare il nervosismo degli avversari, anzitutto facendo leva sull’ego di Renzi (motivo, tra l’altro, per cui ha accettato la sfida tv da Vespa), e poi mettendo a nudo i contrasti di una maggioranza che non riesce a trovar pace sulla manovra. Più si evoca Mattarella e più si alza un polverone alla vigilia di elezioni regionali a raffica (le prime domenica in Umbria) che Matteo pregusta come una cavalcata vittoriosa. Il vero piano Poi c’è un’altra intenzione: nel caso in cui tutto precipitasse, Salvini si augura che il Colle non cerchi appiglio in giustificazioni formali del tipo «c’è una maggioranza parlamentare che impedisce di sciogliere le Camere». Se saltasse Conte, secondo Salvini sarebbero esauriti i motivi per non votare. Un messaggio arrivato lassù forte e chiaro. Però non è affatto detto che Mattarella si presti. Anzi. Se obiettivo di Salvini è di spingere il presidente a battere i pugni sul tavolo e a dire «basta, così non si può andare avanti», il “Capitano” rischia di restare deluso. Perlomeno, l’aria che si respira sul Colle non è quella. Certo a nessuno può sfuggire come, anzi ché serrare i ranghi e dare al paese un’immagine coesa, nel governo stiano già volando gli stracci, tra l’altro con il rischio di delegittimare la manovra finanziaria agli occhi dell’Europa. Tuttavia sarebbe strano se il capo dello Stato desse una mano a picconare l’equilibrio politico: in passato l’aveva fatto Francesco Cossiga ma, appunto, erano tempi diversi.

Sono servite più di quattro ore di vertice tra i partiti di maggioranza e tutto un pomeriggio di incontri bilaterali tra il premier Conte, il ministro dell’Economia Gualtieri e le delegazioni di 5 stelle, Pd, Italia viva e Leu per trovare una prima intesa sulla manovra. Alla fine, dopo giorni di tensione e mille scintille soprattutto tra Conte e Di Maio, quando mancava poco a mezzanotte è stata trovata un’intesa ma solamente sul decreto fiscale. Sulla legge di Bilancio, hanno spiegato fonti della maggioranza, occorrerà infatti lavorare ancora. Le 3 richieste dei 5 Stelle A conti fatti il leader dei pentastellati, che arrivava ai tavoli con tre richieste su tetto al contante, carcere ai grandi evasori e flat tax per le partire Iva, l’ha certamente spuntata su tutti: due richieste su tre sono passate, mentre sulla terza la riflessione sembra già a buon punto. Le novità più rilevanti riguardano la lotta all’evazione. E’ stato infatti deciso di rinviare al 1 luglio 2020 l’abbassamento da 3 a 2 mila euro del tetto al contante e le multe per chi non accetta la moneta elettronica, prima infatti il governo dovrà concordare col sistema bancario «un corposo taglio delle commissioni». Quanto ai grandi evasori, dopo che nel decreto fiscale la pena da comminare in caso di frode è già stata alzata da 6 ad 8 anni, si prevede di rafforzare le misure inasprendo le pene (le manette dovrebbero scattare sopra la soglia dei 100mila euro) e di introdurre anche in questo campo la confisca per sproporzione mutuata dall’Antimafia. Su queste misure il premier, come è noto, è d’accordo da tempo, anche se Conte avrebbe magari preferito utilizzare come strumento una legge delega. Un incontro a due Di Daio-Franceschini ha fatto invece propendere per il decreto fiscale, come chiedeva l’M5s. Un’unica concessione ai più critici, in primis i renziani, la scelta di far entrare in vigore le nuove norme sulle manette solamente dopo la conversione del decreto da parte del Parlamento anziché subito. «È un risultato importante per il Paese e per tutti i cittadini che pagano le tasse, un segnale inequivocabile per i grandi evasori che sottraggono risorse alla collettività» ha commentato a caldo il ministro della Giustizia Bonafede. «Finalmente tocchiamo gli intoccabili» ha aggiunto poi Di Maio. Cedolare secca, si ricambia Un’altra decisione riguarda il trasferimento dal decreto fisco alla legge di bilancio dell’aumento dal 10 al 12,5% della cedolare sugli affitti. Nulla di fatto invece sulla flat tax per le partite Iva, altro tema caro ai 5 Stelle che chiedevano di lasciare l’aliquota del 15% e di far sparire i ritocchi studiati dal Mef (regime analitico, obbligo di fatturazione elettronica e tetto agli investimenti). Anche su questo punto ieri notte il ministro degli Esteri avrebbe trovato un’intesa col capo delegazione del Pd. L’idea in questo caso sarebbe quella di allentare un poco la stretta: il regime pienamente forfettario, senza introdurre il calcolo analitico del reddito, per i redditi sino 65mila euro resterebbe invariato. Ancora da definire invece altri paletti per l’accesso al regime, a partire dal tetto alle spese per gli investimenti che stanno a cuore a Gualtieri. Asse Di Maio-Franceschini Mentre i renziani hanno continuato a dar battaglia tutta la sera chiedendo l’abolizione di Quota 100, della sugar tax ed il dietro front sulla cedolare secca, annunciando una sventagliata di emendamenti in Parlamento nel caso queste richieste non passassero, dal Pd è arrivato un giudizio sostanzialmente positivo sulla giornata di incontri. «L’intesa sull’inasprimento delle norme per i grandi evasori adempie al punto 16 del programma di governo e rientra nella strategia di lotta all’evasione centrale per il governo – ha spiegato il capodelegazione Dario Franceschini -. Il fatto poi che nel decreto fiscale sia previsto che le norme entreranno in vigore non subito ma soltanto al momento della conversione, garantisce il Parlamento sulla possibilità di approfondirne tutti gli effetti e conseguenze». Ai Dem, che ieri a loro volta hanno ottenuto il reintegro dei fondi Imu-Tasi destinati ai Comuni infatti, premeva soprattutto che l’impianto della legge di bilancio non venisse stravolto. Lo stesso obiettivo che del resto si erano dati Conte e Gualtieri.

Venerdì a Roma sarà sciopero generale. I dipendenti delle partecipate – tranvieri, netturbini, giardinieri eccetera – manifesteranno contro le condizioni umilianti in cui lavorano e contro il degrado della città. Bloccheremo Roma, hanno detto i sindacati. I mezzi pubblici non funzioneranno e la spazzatura non sarà raccolta: non parrebbe una novità poderosa, a dire il vero. Salta più all’occhio il weekend lungo garantito a tutti (mai che si scioperi al martedì). Detto questo, sarebbe uno sciopero condivisibile se solo capissimo contro chi precisamente si sciopera. Se è contro Virginia Raggi, il peggior politico del pianeta dai tempi di Gengis Khan, solidarietà. Nel mio piccolo, io sciopererei anche contro il tizio che ieri mattina ha abbandonato un materasso matrimoniale che occupava l’intero marciapiede. Sciopererei contro i giardinieri che si davano indisposti e coi mezzi comunali andavano a rinverdire giardini privati. Sciopererei contro i quasi mille e cinquecento stipendiati su undicimila dell’azienda dei trasporti che quotidianamente non vanno al lavoro. Sciopererei contro i “portoghesi” che non pagano il biglietto dell’autobus per un danno di 50 milioni l’anno. Sciopererei contro il record mondiale di impiegati (uno su cinque) che alla nettezza urbana godono dei permessi per assistere parenti disabili. Sciopererei contro i sindacati, che fra Ama e Atac superano le duecentomila ore di distacchi sindacali l’anno. Potrei senza imbarazzo scioperare pure contro me stesso, che qualche colpa l’ho di sicuro. Ecco, uno sciopero di Roma contro Roma: questo sarebbe geniale.

Una giornata assai istruttiva per chi avesse dimenticato – o per chi non sa affatto, in ragione della giovane età – come funzionavano le coalizioni di governo al tempo della Prima Repubblica: cioè al tempo in cui vigevano leggi elettorali proporzionali. Cambiati partiti e protagonisti, le cose andavano precisamente come abbiamo – purtroppo- visto ieri. Andreotti o Craxi o Spadolini impegnati in incontri segreti, riunioni preliminari – prima il Pri, poi magari i socialisti o i liberali: la DC sempre per ultima – e infine vertici collegiali in piena notte per cercare una soluzione che non facesse fare brutta figura a nessuno. Ieri è toccato a Giuseppe Conte – in fondo un neofita della politica – vestire quei panni e stare dentro un copione barocco, difficile e che molti, onestamente, speravano di non vedere più. Una intera giornata di faccia a faccia, incontri con questa o quella delegazione di partito e poi un vertice collegiale per discutere quel che era già stato discusso e approvato, seppure «salvo intese». Al centro di una procedura, che molti avevano perfino dimenticato (le ultime foto di giornate così risalgono ai primissimi anni ’90), la manovra economica da varare ed i numerosi distinguo di Di Maio e Renzi. Dietro questi inattesi smarcamenti – che riguardano, in verità, aspetti non fondamentali della legge di bilancio – c’è naturalmente la necessità di mantenere una propria, esclusiva visibilità. Ma non solo. Infatti, sottotraccia alle fibrillazioni di questi giorni c’è anche – ed è l’aspetto che più dovrebbe preoccupare – la traiettoria, assai diversa, assunta delle parabole di Luigi Di Maio e Matteo Renzi: il primo in caduta libera, in difficoltà nel Movimento e sempre più insofferente verso la crescente popolarità di Conte; il secondo alle prese con una ripartenza irta di difficoltà e da nutrire con scarti e polemiche che segnalino, quotidianamente, l’esistenza in vita di un nuovo partito. Sia come sia, l’interminabile e surreale giornata di ieri ha segnato – alla fine – un riavvicinamento tra le parti: né poteva esser diversamente. Ognuno ha ottenuto qualcosa e tutti potranno dire di esser soddisfatti, e magari di aver vinto. Sarebbe però ingenuo immaginare che nella coalizione sia tornata la pace, visto che – anche se una legge elettorale proporzionale ancora non esiste – i partiti ragionano e si comportano come se ci fosse già: quindi, ognuno per sé e il resto si vedrà. Certo, si vedrà. Ma qualcosa, in verità, si vede già: i sondaggi puniscono la coalizione e premiano l’opposizione. La circostanza dovrebbe indurre, ovviamente, a fare squadra, abbassare i toni e mettersi a lavorare di buona lena. Sbaglieremo, ma non scommetteremmo affatto che le cose andranno davvero così.

Segnali di fumo arrivano da Torino. Denunciano il rischio che le convenienze politiche delle amministrazioni pubbliche e gli interessi di una società civile concentrata su privati timori possano deturpare il volto e il patrimonio di arte e di cultura di una delle più belle città italiane. Una bellezza, riservata e silenziosa che, trascurata dai grandi percorsi turistici internazionali, incanta e seduce chi ha la fortuna di scoprirla. L’incendio alla Cavallerizza, uno dei tanti gioielli di Torino, nasce per un fenomeno di degrado urbano tollerato da una politica che, sulla meschina bilancia dei costi e dei benefici, almeno quelli immediati, misura solo il peso del consenso. M a anche dall’abbandono di una imprenditoria privata che evita un investimento che non assicuri un tangibile ritorno economico a breve termine. Così, nell’incrocio di interessi convergenti, si può insediare e perpetuare uno spazio di illegalità, un terreno di nessuno, o di chiunque, che fa di un «patrimonio dell’umanità», come è stato riconosciuto dall’Unesco, un’isola, centralissima in città e di grande pregio architettonico, un rifugio di disperazione e di sterile ribellismo. L’accensione mediatica e politica sull’occupazione da parte degli immigrati dell’ex Moi costringe la politica, le fondazioni e la Chiesa ad avviare un piano di sgombero, mentre quella della Cavallerizza viene ignorata dalle amministrazioni pubbliche e rimossa dalla coscienza dei cittadini, come se il patrimonio culturale e artistico che racchiude fosse un lusso che Torino non possa più permettersi. Il pericolo è proprio che queste aree di illegalità e di degrado si moltiplichino in una indifferenza collettiva capace solo di una affannosa ricerca del colpevole di turno, quando i danni sono tali da rompere il muro di silenzi e di complicità. È toccato ieri mattina alla Cavallerizza, ma, per esempio, prima o poi sarà lo stesso per una delle aree più belle della città, il parco del Valentino, abbandonato da anni allo spaccio, al degrado, alla violenza di quella che, con consapevole sottovalutazione, si definisce «microcriminalità». Se la politica, anche quella locale, non riesce a sfuggire dalla miopia dell’interesse contingente ed elettorale, tocca alla società civile incalzarla ad alzare lo sguardo sul futuro di una Torino che, senza la tutela della sua cultura, della sua arte, della sua storia sprofonderà in un declino a cui non bastano le buone intenzioni per esorcizzarlo.

Non c’è un solo Altan nella mostra che domani apre al Maxxi di Roma e il cui catalogo, Pimpa, Cipputi e altri pensatori sarà in edicola (sempre da domani) con Repubblica. Ce ne sono almeno tre: uno e trino, proprio come il suo primo fumetto pubblicato in Italia nel 1974 sulla rivista Linus, tra le cui pagine ha trovato ospitalità per un paio d’anni. Con gli occhi di poi, già lì c’era molto di quello che sarebbe venuto dopo perché Trino è un dio sì, ma piuttosto timido e impacciato e, soprattutto, con un grosso problema: il fatto di non riuscire bene a capire in primis proprio questa cosa della “trinità”. E come dargli torto? Non solo: ha un “committente” suo superiore che gli chiede di fare delle cose che lui non sa fare. Tipo: «Ha creato qualcosa oggi?». Risposta: «No. No. Sono confuso da quando son uno e trino». Ecco. Molto di Altan sta proprio qui, in questa confusione che non è per niente divina ma è anzi, umanissima. Per questo ci piace così tanto e i suoi personaggi sono diventati l’emblema della storia d’Italia: Cipputi, La Luisa, il maiale in giacca e cravatta, il “corpo molle” ovvero colui che subisce i colpi della vita, fino al Cavalier Banana. Per non parlare della serie degli ombrelli. Questo dunque, è il primo Altan, quello, appunto della satira: straordinario proprio perché normale. Comprensibile a chiunque perché i suoi personaggi siamo noi. Poi c’è un secondo Altan, forse meno conosciuto ma altrettanto folgorante, quello dei fumetti, adesso finalmente ripubblicati in una nuova, bella edizione dal titolo Uomini, ma straordinari dall’editore Coconino. Raccoglie Colombo, Franz (che è una storia rivisitata di San Francesco) e Casanova, fumetti in origine pubblicati su Linus e da molto tempo introvabili. Questi personaggi “straordinari”, non lo sono affatto: il Colombo di Altan è una sorta di cialtrone il cui maggiore interesse sembra essere quello di ottenere denaro per i suoi scopi e il suo San Francesco è uno straordinario equilibrista tra i vari poteri che governano l’Italia di quel periodo. Il tutto in un tripudio di sporcizia, di parassiti che infestano potenti che all’occorrenza sfoderano particolari orridi come una lunga unghia del mignolo usata per scopi innominabili. «Quando io ero ragazzo capitava molto di frequente di vedere personaggi così» , commenta lui serafico se gli chiedete il motivo di questa rappresentazione decisamente desacralizzante, «volevo fare qualcosa di diverso da quelle agiografie che ti raccontano da bambino, volevo mostrare l’aspetto più umano degli uomini e della storia». Forse, in questo l’impostazione del padre, il grande antropologo Carlo Tullio Altan, autore di importanti opere come La coscienza civile degli italiani gli ha lasciato un’eredità più o meno conscia: «Non saprei dirlo, ma di sicuro il lavoro sugli italiani di mio padre è stato molto importante», spiega. C’è infine il terzo Altan, quello della Pimpa, che è l’opposto di tutto questo: «È nata grazie a mia figlia e nel suo mondo non ci sono adulti tranne l’Armando. La caratteristica principale della Pimpa è che è molto curiosa e così parla con gli oggetti, con i fiori, con la luna, è aperta a tutto e non ha paura dell’altro, poi la sera torna a casa e racconta le sue esperienze all’Armando che è una presenza importante, su cui si può sempre contare perché non dà ordini ma sa ascoltare». Nella mostra curata da Anne Palopoli e Luca Raffaelli saranno dunque finalmente rappresentati tutti e tre gli Altan. E chissà che non se ne scoprano altri ancora, per esempio nella sezione intitolata Altan prima di Altan: grandi fogli mai visti prima su cui l’autore si esercitava prima di pubblicare, seguita poi da una sezione dedicata a Trino mentre ovviamente, cuore della mostra, ci sono più di 200 vignette che di fatto sono davvero la storia del nostro Paese. L’imponente spazio centrale è invece dedicato proprio alle storie a fumetti, tra cui 90 tavole originali di Macao, pubblicato sulle pagine della rivista Corto Maltese nel 1984. E infine, ecco Kamillo Kromo e la Pimpa, con disegni originali, giochi per bambini e non solo in uno spazio interattivo che permetterà a tutti i visitatori di entrare fisicamente nel suo mondo. Che, forse, è ciò di cui abbiamo più bisogno.

Ho sempre ammirato John le Carré. Un’ammirazione non sempre sprovvista di invidia — così tanti bestseller! — ma piena di meraviglia per il fatto che l’opera di un artista di simili capacità letterarie sia riuscita ad avere un successo così grande presso il grosso pubblico. Il fatto che le Carré, alias David Cornwell, abbia scelto di ambientare i suoi romanzi quasi esclusivamente nel mondo dello spionaggio ha consentito a certi critici di liquidarlo come non appartenente alla categoria degli scrittori seri, un mero intrattenitore. Ma con almeno due dei suoi libri, La spia che venne dal freddo (1963) e La spia perfetta (1986), ha scritto dei capolavori destinati a durare nel tempo. Quale altro scrittore sarebbe riuscito a produrre romanzi di qualità tanto costante nell’arco di una carriera che abbraccia quasi sessant’anni, da Chiamata per il morto del 1961 alla sua ultima fatica, La spia corre sul campo, che pubblica a 88 anni? E anche se ha lasciato intendere che questo sarà il suo ultimo libro, sono pronto a scommettere che non ha ancora finito: è intellettualmente energico e politicamente consapevole come non mai, in tutta la sua lunga vita. La trama del nuovo libro ruota intorno a una collusione segreta fra gli Stati Uniti di Trump e i servizi di sicurezza britannici allo scopo di minare alla base le istituzioni democratiche dell’Unione Europea. «È orrendamente plausibile», dice con un certo piacere quando ci incontriamo nella sua casa di Hampstead. Il piacere è legato alla trovata narrativa, non alla sua orrenda plausibilità, e subito spunta fuori il padre truffatore, con le sue grandi sopracciglia e il suo sorrisetto fin troppo plausibile. Ronald «Ronnie» Cornwell era un genio della truffa, capace di suscitare ancora oggi sgomento in suo figlio. «Nella vita ho avuto la fortuna», dice, «di nascere con un soggetto narrativo già pronto, la straordinaria, insaziabile criminalità di mio padre e delle persone che aveva intorno». Le Carré parla dei suoi nipoti, «tutti sconvolti dalla Brexit e dall’idea di essere privati della libertà di movimento, e così via. Io dico: “Guardate, la verità è che voi avete vissuto in molte città straniere e sapere che a conti fatti non troverete mai una conversazione migliore, una raffinatezza maggiore, una facilità di contatto sociale come quelle che potete trovare a Londra o in Gran Bretagna”». Gli dico che ho vissuto a Londra per un anno, alla fine degli anni ’60, e venendo da un’Irlanda che a quei tempi era ancora saldamente sotto la morsa della Chiesa cattolica non finivo di stupirmi della libertà di movimento che mi era concessa, specialmente su e giù per i vari scalini delle infinite gradazioni del sistema di classi sociali inglese. Ma sicuramente tutto questo ora è a rischio, con il Paese così diviso sull’Europa, no? «Sì, è così. Tribuni della plebe come quelli che abbiamo, vedi Boris Johnson, non parlano con la voce della ragione. Quando entri a far parte della categoria il tuo compito è infiammare la gente con la nostalgia, con la rabbia. È quasi incredibile che queste persone dell’establishment — Farage, per esempio — parlino di tradimento: “Io sono tradito dal Parlamento, tradito dal governo: sono un uomo del popolo”». Ma non ci sono soltanto motivi di ira e di pessimismo. «Penso che tutto sia controllabile, se viene ripristinato il contratto sociale. Non si può sostenere l’esistenza di regole del gioco uguali per tutti in questo Paese fintanto che esistono istituzioni esclusive come l’istruzione privata, la sanità privata, tutto privato. Io sono convinto che dobbiamo fare le cose che altri Paesi fanno senza problemi o quasi. Dobbiamo avere un’imposta patrimoniale, dobbiamo limitare enormemente la quantità di ricchezza che si può ricevere in eredità». Ma chi dovrebbe farlo? «Beh, abbiamo una situazione abbastanza particolare con il Partito laburista, se riescono a salire al potere e a liberarsi di Corbyn (penso che a Corbyn in realtà non dispiacerebbe andarsene), ma hanno questo elemento leninista, questa smania di livellare la società. Ho sempre pensato (anche se, paradossalmente, non è così che ho sempre votato) che alla fin fine è un conservatorismo compassionevole quello che potrebbe riuscire, per esempio, a integrare il sistema scolastico privato. Se lo fai da sinistra, tutti penseranno che lo fai per risentimento; se lo fai da destra, sembrerà un modo intelligente di organizzare la società». Arrivati a questo punto rischiamo di avere l’aria di due vecchi barbogi scontrosi che rievocano con nostalgia un’età dell’oro immaginaria. «Si potrebbe dire che con la scomparsa della classe operaia abbiamo assistito anche alla scomparsa di un ordine sociale consolidato, fondato sulla stabilità delle vecchie strutture di classe. E poi la classe operaia aveva l’esperienza della guerra, ma le persone con esperienza della guerra, una ad una, sono sparite dalle politica». L’atteggiamento verso la Brexit è espresso in modo pungente nel nuovo romanzo. Sicuramente qualcosa di più, e per fortuna di meno, di un’invettiva politica. «Non volevo che fosse un romanzo sulla Brexit. Volevo che fosse leggibile e comico. Ma se si vuole avere l’impertinenza di proporre un messaggio, allora il messaggio del libro è che ormai nessuno sa quale sia il nostro concetto di patriottismo e nazionalismo, a chi debba andare la nostra lealtà, collettivamente e individualmente. Io penso che la Brexit sia totalmente irrazionale, che sia la dimostrazione di una scena politica britannica sconcertante e di una notevole incapacità diplomatica: le cose che non andavano bene dell’Europa potevano essere cambiate dall’interno dell’Europa. Credo che i miei legami con l’Inghilterra si siano enormemente allentati negli ultimi anni. E in un certo senso è una liberazione, anche se una liberazione triste». Essere una spia ti ha dato un senso di appartenenza? «Cercare concretamente — in senso faustiano, Dio mi aiuti — quello che il mondo nasconde nel suo punto più recondito, è stato un modo per chiedermi: che cosa siamo? Chi eravamo? Che probabilmente è un’estensione della domanda: chi diavolo sono io? Dove si trova la virtù? Dov’è l’altare dell’inglesità? E penso che sia stato un viaggio interiore davvero duro, e molto interessante guardandolo con il senno di poi: un ragazzo perduto in cerca di qualcosa». Ma quando eri un membro dei servizi segreti sentivi di essere in contatto con il mondo reale, distinto dal mondo di fantasia in cui la maggior parte di noi vive spensieratamente? «Ero una figura di livello molto basso, sia nell’Mi5 che nell’Mi6. Quindi gran parte di quello che la gente pensa sia frutto di esperienza diretta, nei miei romanzi, in realtà è immaginato. Ma quando mi consentivano di partecipare alle riunioni operative sentivo quello che stavano tramando gli animali più grandi, così quando sono uscito da quel mondo — con grande sollievo — avevo un ricchissimo tesoro di operazioni immaginate, basate su sprazzi di realtà. Ma non ho mai fatto nulla di qualche rilevanza in quel mondo». Evgenij Primakov — ex capo del Kgb — venne in Gran Bretagna per una visita ufficiale, al termine della quale la sua unica richiesta fu di incontrare le Carré. «Così io e Jane (sua moglie, ndt) ci siamo ritrovati nell’ambasciata russa circondati da russi, con Primakov davanti a me. Era un uomo estremamente intelligente, dalla grande cultura umanistica, anche se all’età di 18 anni lavorava già con l’Nkvd, che poi sarebbe diventato il Kgb. Era affascinante e siamo stati benissimo con lui, ma io ero terribilmente fuori posto, in realtà. Lui si immaginava, non so perché, che l’autore della Spia che venne dal freddo fosse sofisticato quanto lui. E questo a volte mi succede ancora: la gente è convinta che io conosca cose di cui non so assolutamente nulla ». Parliamo degli ultimi libri, ambientati fra i super-ricchi, a base di brutte guerre in Paesi stranieri, di battaglie contro Big Pharma. È evidente che sei orgoglioso di queste opere, e del suo supporto alle forze del bene, per quel che valgono. Il che ci riporta, inevitabilmente, all’enigma di tuo padre. «Non faccio che scervellarmi per capire quali fossero le sue motivazioni. Mi chiedi che cos’è che lo divertiva. Credo che quello che lo divertiva fossero le grandi truffe che riusciva a mettere a segno». Questo non faceva di Ronnie un artista, a modo suo? «È questa la cosa che mi affascina, ovviamente: io sono semplicemente la versione fortunata di mio padre?». Se è così, siamo noi, i lettori di John le Carré, quelli fortunati.

Il capitalismo non è morto, solo che non si sta evolvendo. Anzi. Ha bisogno urgente di elementi di socialismo, a partire dalla consapevolezza che deve garantire una maggior protezione sociale. Sennò si rischia davvero una rivoluzione». Jean-Paul Fitoussi, classe 1942, guru di SciencesPo e da qualche anno docente anche alla Luiss di Roma, a lungo presidente dell’agenzia del Conseil d’analyse économique di Palais Matignon, studia da una vita le interrelazioni fra la dottrina economica dominante e l’effettivo miglioramento del benessere dei cittadini. Ha appena pubblicato La neolingua dell’economia (uscito il 3 ottobre in Italia da Einaudi) dedicato agli aspetti deteriori del capitalismo. E il 19 novembre è previsto l’aggiornamento dello studio “La misura sbagliata delle nostre vite” frutto del lavoro della commissione “Beyond Gnp” che Fitoussi co-presiede presso l’Ocse con Joseph Stiglitz (ne fanno parte tra gli altri Thomas Piketty, Enrico Giovannini e Chiara Saraceno). Professore, qual è il delitto storico del capitalismo che deve farci sentire tutti seduti su una polveriera? «Le faccio un esempio. Sono decenni che la disoccupazione è fra di noi, a volte minore nelle poche isole di benessere ma quasi sempre endemica. Ed è come se la società capitalista l’avesse assunta come un aspetto normale. Inevitabile pensare che la disoccupazione sia funzionale al mantenimento della struttura capitalistica, anzi sia il motore stesso di essa: perché rende i lavoratori meno forti e in possesso di minor potere contrattuale rispetto agli imprenditori, perché tenendo bassa la quota dei salari aumenta quella dei profitti e delle rendite finanziarie nel prodotto nazionale, perché penalizza la competitività e quindi rende vulnerabili i Paesi». Quali pericoli si corrono? «Banalmente gli attacchi concorrenziali dall’estero, ma poi l’aumento delle diseguaglianze, la diffusione della povertà, il decadimento della struttura sociale e quindi della democrazia. A questo punto, come le dicevo, c’è il rischio concreto di rivolte interne che possono diventare pericolosissime. Quel che è peggio è che la storia non sembra insegnare nulla. Senza andare lontano, qui in Francia abbiamo avuto la lotta delle banlieue che ha prodotto solo marginali miglioramenti alle condizioni di vita delle periferie, ora i gilets jaunes. Rispetto ai quali, è vero, Macron ha fatto delle concessioni, ma sono niente rispetto ai favori che ha fatto ai ricchi, dalla riduzione della tassazione sulle rendite finanziarie alle misure sull’eredità e sulle case di lusso. Altrove la ribellione prende altre forme: l’ultradestra in Germania, il populismo in Italia, la Brexit, Trump. Ogni situazione con le sue insidie in termini di democrazia e giustizia sociale. Il capitalismo occidentale sta rischiando di perdere l’equilibrio che lo aveva sostenuto fino a oggi». L’ultimo nome che ha citato resta il mistero più grande: un miliardario diventato il beniamino delle “tute blu”… «Ma perché è riuscito a convincerle che l’insidia veniva dagli immigrati e dalla concorrenza internazionale sleale, come se gli americani non proteggessero la loro industria e la loro agricoltura. Nulla di più sballato. Eppure, guardando alla storia proprio in America troviamo il più fulgido esempio di soluzione alle crisi, sia quella degli anni ’30 che quella recente della finanza. Un massiccio intervento dello Stato ha risolto i problemi. Keynes allo stato puro». Il nome di Keynes viene tirato fuori in continuazione, perfino dai sostenitori del capitalismo liberale. A sproposito? «Eccome. Je suis socialiste, non mi toccate Keynes. La sua teoria era tanto semplice quanto vincente: lo Stato deve intervenire nell’economia quando i cittadini sono a rischio. Deve assumere quote nelle aziende, investire direttamente nelle infrastrutture, prendersi carico delle situazioni più disperate, migliorare anziché abbattere le garanzie sociali, i sussidi di disoccupazione, le certezze di tutela dalle pensioni alla sanità. Si chiama politica economica. Il capitalismo sul medio termine se ne avvantaggia perché alla fine viene salvaguardata la struttura del libero mercato, ma passando attraverso forti dosi di socialismo». Non per abbassare il livello della discussione storica, ma la cronaca ci parla di acerrime controversie in Europa: quest’interventismo statale, del quale si avverte la necessità, deve passare attraverso le forche caudine di Bruxelles. Come fare? «Infatti è sbagliata l’impostazione rigorista di cui, su input della Germania, è permeata la politica comunitaria. È la via più sicura verso l’implosione delle società capitalistiche. Occorre una radicale revisione dell’impostazione dell’Unione europea che permetta disavanzi pubblici più ampi per finanziare lo sviluppo futuro. Non dimenticate la lezione della Grecia, dove sono aumentati i suicidi e la mortalità infantile». Però la nuova presidente dell’Ue, Ursula von der Leyen, si è detta aperta verso una maggior flessibilità. Possiamo sperare? «Non mi farei troppe illusioni, perché questo cambio di mentalità richiede una revisione costituzionale dei trattati, che non è facoltà della commissione ma del consiglio europeo che deve approvarla all’unanimità e vista la rigidità dei Paesi nordici il traguardo è irraggiungibile. Altre volte c’è stato un accenno effimero di allentamento dei vincoli come quando Germania e Francia superarono il 3%, ma tutto è finito lì. Intanto le diseguaglianze fanno rabbrividire: l’altro giorno su Les Echos c’erano due titoli: uno diceva che Bernard Arnault ha aumentato di 30 miliardi la sua fortuna personale, l’altro gridava allo scandalo perché è aumentato dell’1% il bilancio della previdenza sociale. Vedete dove può arrivare il capitalismo quando tenta di proteggere se stesso?».

Non è la prima volta che un governo di coalizione boccheggia davanti agli scogli della legge di bilancio, come insegna la storia della Prima e un po’ anche della cosiddetta Seconda Repubblica. E non è la prima volta che le settimane di fine anno si annunciano tormentate, quando il testo del faticoso compromesso (ieri sera in alto mare) arriverà in Parlamento. Tuttavia è la prima volta che un esecutivo appena nato — meno di due mesi fa — risulta essere così sfilacciato, privo di qualsiasi collante politico, non diciamo di un’idea condivisa del futuro. È il suo vizio d’origine, essendo nato unicamente per evitare le elezioni e guadagnare tempo. Ora invece la realtà impone i suoi diritti, mentre anche l’Unione compie i consueti passi volti a conoscere il senso e le coperture di una manovra confusa: segno che la benevolenza europea, di cui qualcuno si dichiarava sicuro in cambio della cacciata di Salvini, si sta esaurendo in fretta. Lo psicodramma che si vive in queste ore equivale a un brutto film in cui recitano Pd e 5S, con il contorno dell’estrema sinistra e l’ambiguo ruolo dell’astuto Renzi che prima ha spinto Zingaretti e Di Maio all’accordo intorno al nome di Conte e poi si è affrettato a mostrarne i limiti: impresa fin troppo facile, come indicano le cronache. L’inverno della legge finanziaria è oscuro, senza un vero guizzo capace di dare speranze a un Paese stagnante e decadente. È più che altro un gioco propagandistico tra forze che si rivolgono ai diversi segmenti elettorali in cui pescano il loro consenso. Un’operazione in cui il Pd è più abile ed esperto, mentre i 5S temono di restare indietro e perciò rilanciano con un Di Maio in crescente affanno. Si è scritto giustamente degli intrighi in atto contro il premier Conte. Ma a questo punto, di fronte allo sfarinarsi dei rapporti politici e al logorio del governo, la vera domanda da porsi riguarda l’immediato futuro: che senso ha proseguire con un’agonia che potrebbe accentuarsi tra una settimana dopo il voto in Umbria se a prevalere fosse il centrodestra? Finora le parole d’ordine della maggioranza hanno ricalcato le ragioni per cui è nato il Conte 2: niente elezioni altrimenti vince Salvini. Solo Zingaretti un paio di giorni fa ha buttato lì un accenno («se il governo cade andiamo alle elezioni con Conte candidato premier») che era più che altro un monito ai destabilizzatori, da Renzi a Di Maio, e un modo per far sapere che il presidente del Consiglio è ormai nell’orbita del Pd. In ogni caso, l’argomento “altrimenti vince Salvini” rischia di mostrare la corda. Avrebbe un senso se il patto Pd-5S più LeU e Italia Viva includesse una prospettiva di recupero nell’opinione pubblica, così da prevedere tra un anno un allargamento del consenso ai danni del centrodestra più o meno unito. In caso contrario, la rinuncia a un chiarimento all’interno della coalizione — quel chiarimento che era da fare all’indomani della secessione di Renzi — espone il centrosinistra al pericolo di una sconfitta ancora più grave. Invece l’azzardo di nuove elezioni nel 2020 come alternativa al logoramento potrebbe risolversi in una battaglia elettorale aperta a tutti gli esiti. Purché ovviamente si metta in campo una squadra di alto livello e qualche idea nuova. L’altra strada è lasciare a Renzi la regia della legislatura, compresa l’elezione del capo dello Stato nel ’22.