I reati sono stati commessi, ma non si tratta di episodi gravi. Per questo le inchieste che hanno visto indagati cinque poliziotti al seguito dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, possono essere archiviate. Lo dice la procura che ha chiesto al Gip di Ravenna di chiudere il caso nel quale il videomaker di Repubblica Valerio Lo Muzio, era parte lesa. Archiviazione per “tenuità del fatto”. Una formula della quale prendono atto sia il giornalista che il suo legale Paolo Mazzà: «Nei fatti si tratta di una vittoria, visto che la procura ha stabilito l’esistenza del reato». Lo Muzio ricorda: «In discussione c’era il diritto di cronaca, costituzionalmente garantito, e la richiesta dei Pm riconosce che hanno tentato di limitare il mio lavoro». I fatti risalgono al 30 luglio scorso quando l’ex vicepremier si trovava con il figlio sulla spiaggia del “Papeete” a Milano Marittima (in Romagna). Quel giorno c’era anche Lo Muzio in cerca di una dichiarazione di Salvini su temi politici. Ad un certo punto una moto d’acqua della Polizia, che aveva il compito di pattugliare la costa, si avvicina e i due operatori salutano il ministro. Il figlio di Salvini indossa l’attrezzatura e sale sulla moto guidata da uno dei due poliziotti per fare un giro. Il giornalista riprende per documentare il fatto. Mentre è al lavoro si avvicinano gli uomini della scorta di Salvini che gli impediscono di continuare, invitandolo con fare perentorio ad abbassare la telecamera: «Non puoi riprendere», «O l’abbassi o te la levamo». L’episodio viene reso pubblico da Repubblica e scoppia il caso, che innesca una serie di reazioni. Salvini minimizza assumendosi la responsabilità del giro in moto d’acqua: «Un errore da papà..». Il giorno dopo non risponde alle domande di Lo Muzio che in conferenza stampa chiede conto dell’accaduto: «Con lei non parlo, vada a riprendere i bambini visto che le piace» dice al cronista. La Procura di Ravenna intanto decide di vederci chiaro ed apre un fascicolo ipotizzando due reati. I tre poliziotti della scorta vengono indagati per tentata violenza privata. I due a bordo dell’acquascooter devono rispondere di peculato d’uso per l’impiego improprio di un mezzo della polizia. Ieri la notizia degli atti a firma del pm Antonio Vincenzo Bartolozzi e del procuratore Alessandro Mancini con cui chiedono di archiviare per “tenuità del fatto”. Lo Muzio si dice soddisfatto: «Sono comunque contento perché la richiesta sancisce un principio. Il reato c’è stato». Circostanza di «non poco conto, a prescindere dal fatto che il giudice decida di archiviare o meno il fascicolo». Per quanto riguarda poi un’eventuale opposizione all’archiviazione dice: «Sarà il mio legale a decidere se fare qualcosa. Intanto sappiamo che quella mattina sulla spiaggia del Papeete c’è stata una limitazione al diritto di cronaca e al mio lavoro».
Urlano la loro rabbia contro lo Stato, la polizia, il capitalismo. In parte, buona parte, sono anche convinti indipendentisti, ma non è l’unico elemento che tiene unita la confusa galassia di gruppi e movimenti che da una settimana infiammano le notti di Barcellona. Ci sono le sigle nuove, nate per organizzare la risposta della piazza alle condanne contro i leader separatisti, e ci sono le vecchie conoscenze, collettivi libertari e antifascisti, gruppi anarchici che fanno capo ai centri sociali più consolidati, fortini della protesta come Can Víes, Banc Expropiat, Kasa de la Muntanya, vere istituzioni in quartieri popolari e “rossi” come Sants e Gràcia. In questi ambienti lo Stato è il nemico, per convinzione ideologica e per strategia di lotta sociale. E l’esperienza di scontro diretto con le forze dell’ordine è legata agli sgomberi di vecchi edifici occupati che in alcuni casi ha avuto lunghi strascichi di guerriglia urbana. Scene simili, ma allora circoscritte, a quelle che si vivono da giorni in una zona estesa del centro. Basta vedere il tenore delle scritte apparse nelle zone della protesta — sulle facciate degli edifici, sulle vetrine mandate in frantumi, alle fermate degli autobus date alle fiamme — per capire l’ordine di priorità. “Morte al capitale”, “fuoco allo Stato”, “Barcelona antifa”, “l’unico terrorista è lo Stato capitalista”, oltre alla sigla “ACAB”, tutti i poliziotti sono bastardi. Pochi riferimenti alla lotta per l’indipendenza della Catalogna. Ma sulla sostanza di questa rabbia politica, anarchici e anticapitalisti vanno d’accordo con i movimenti giovanili più attivi del fronte secessionista. A cominciare da Arran Jovent, i ragazzi della sinistra indipendentista vicini alla Cup, partito che rappresenta l’ala più estrema all’interno del Parlamento catalano. In passato sono stati protagonisti di attacchi contro le sedi di partiti e hanno fatto notizia in piena stagione estiva con la loro campagna contro il turismo: un bus turistico incendiato a Barcellona, yacht danneggiati nel porto di Palma di Maiorca. Da sempre sono in prima fila nelle proteste della Catalogna separatista (sono stati loro a organizzare la manifestazione di ieri sera “contro la repressione”). Ma il vero motore della contestazione è rappresentato dai Cdr, i comitati per la difesa della repubblica nati all’indomani del referendum del 2017, soprattutto per chiedere che il governo regionale desse un seguito alla “dichiarazione d’indipendenza” rimasta lettera morta. Hanno una diffusione capillare sul territorio catalano e un’enorme capacità di mobilitazione. Pacifica e nonviolenta, nelle intenzioni. Ma ora, in questa situazione di emergenza, invitano alla disobbedienza civile e istituzionale. Le barricate? Sono una forma di “autodifesa” dalla repressione non solo da parte della polizia nazionale ma anche di quella locale, i Mossos d’Esquadra. Per questo chiedono le dimissioni di Miquel Buch, l’assessore agli Interni responsabile della polizia. Nella grande confusione di sigle, resta invece ancora in parte misteriosa l’ultima arrivata, lo Tsunami Democràtic protagonista a sorpresa lunedì scorso dell’occupazione dell’aeroporto El Prat. Invita al «dialogo e al rispetto», assicura che per risolvere la questione catalana «c’è un solo cammino: sedersi e parlare». Però si è già guadagnato l’apertura di un’inchiesta della magistratura per “terrorismo”. E la chiusura della pagina web (subito riaperta su un nuovo dominio). Decisione che ha provocato un immediato avviso alla Spagna da parte della Commissione europea: «Rispetti la libertà d’espressione».
È la novità del sesto giorno di protesta, un barlume di sensatezza nella violenza fuori controllo: sono decine, uomini e donne, schierati a formare una catena umana per tenere a distanza il cordone di polizia dalla folla di manifestanti, proprio all’imbocco della Via Laietana che venerdì era stata il teatro della battaglia campale più cruenta. Cittadini che fanno appello alla nonviolenza e, almeno nelle prime ore della serata di ieri, la situazione nel centro di Barcellona è stata molto più tranquilla rispetto alle giornate precedenti. L’appello dei gruppi indipendentisti era a manifestare in piazza Urquinaona — giusto all’imbocco della Laietana dove, a poche decine di metri, c’è il comando della polizia nazionale — per denunciare la repressione indiscriminata da parte delle forze dell’ordine contro chi protesta per la pesante sentenza di condanna dei leader separatisti pronunciata lunedì dal Tribunale supremo. Arrivato ieri nella capitale catalana, il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha negato qualsiasi eccesso e ha difeso l’operato della polizia, anche quella regionale, i Mossos d’Esquadra, assicurando che applica il principio di «proporzionalità e progressività» e segue alla lettera i «protocolli internazionali». Ma ci sono foto e video in gran quantità che alimentano il dubbio su comportamenti scorretti. E c’è una cifra allarmante di 58 giornalisti feriti dalle forze dell’ordine, nonostante il giubbotto con la scritta “stampa” ben evidente. Per mantenere il controllo della situazione, ieri i Mossos hanno chiuso per tempo con furgoni messi di traverso le strade d’accesso alla piazza della protesta, e hanno perquisito uno a uno gli zainetti di chi voleva entrare. Tra fischi alla polizia e cori come “fuori le forze d’occupazione”, il corteo con in testa lo striscione che recitava “Basta con la repressione, libertà per i prigionieri politici” è poi sfilato lungo un viale laterale fino alla spianata del Arc de Triomf, giusto davanti al Tribunale supremo della Catalogna protetto da doppie transenne e da dieci furgoni dei Mossos. Quando gli organizzatori hanno dichiarato sciolta la manifestazione, decine di giovani hanno deciso di continuare la protesta. Qualcuno lancia bottiglie contro gli agenti, già pronti per dare il via alla carica. È l’inizio di una nuova notte di tensione. — A.Op.
Ineffabile Erdogan. La Turchia sta piazzando almeno una dozzina di posti d’osservazione in Siria con l’obiettivo, annuncia lo stesso Sultano, «di estendere la zona di sicurezza a 440 chilometri». Dunque, quasi quattro volte tanto del patto raggiunto l’altro ieri con gli americani, che prevedeva 120 chilometri di lunghezza e 32 di profondità. Ma, si sa, in Medio Oriente le variabili possono essere discrezionali, e un Paese che desidera entrare in Europa gioca con le misure e con gli accordi a proprio piacimento. Ci siamo messi nelle mani del Grande Ingordo, lo conoscevamo, e adesso Recep Tayyip Erdogan pare inarrestabile. Non solo soldi in più (ora siamo a 7 miliardi di euro). Ma il presidente turco, come aveva già detto prima dell’operazione militare “Fonte di pace”, dichiara impunemente di volersi allargare. Trump non lo fermerà di certo. E il progetto — sottoposto a opportune condizioni — ma che stronca il sogno del Rojava, la Siria curda del nord, verrà discusso con Putin al vertice che si terrà martedì a Sochi. Quello stesso giorno ci sarà anche la fine delle 120 ore di tregua pattuite. Tregua che, a seconda delle accuse, quasi nessuno sembra rispettare. Il generale curdo Mazloum Abdi lamenta che «i turchi impediscono il ritiro da Ras al Ayn e la partenza delle nostre forze, civili e feriti». Da Ankara il ministero della Difesa ribatte che «in 36 ore» i curdi avrebbero compiuto 14 violazioni. La sensazione netta è che dopodomani qui possano scattare nuovi attacchi aerei e combattimenti. Ieri a Kayseri, in Anatolia, Erdogan facendo il saluto militare come i suoi calciatori ha chiarito così: «Nel minuto in cui scadranno le 120 ore di tregua, se non avranno lasciato la zona, schiacceremo la testa ai terroristi». La tregua fragilissima serve comunque in queste ore ad alcuni Paesi europei per andarsi a riprendere i propri cittadini schieratisi con i jihadisti dell’Isis. Belgio, Francia e Germania stanno facendo rientrare da due campi nel nord della Siria alcuni loro connazionali che negli ultimi anni hanno aderito allo Stato Islamico, ora liberi dal controllo dei combattenti curdi costretti ad abbandonare in fretta la zona. Una delle questioni più dirimenti è se portare le loro mogli, sposate in loco alle quali spetterebbe la cittadinanza.
Non si lamenta, Abdulakim Abdelaziz Said: tutto sommato aver lasciato la casa di Serekaniye per la tenda dell’Unhcr marcata B2 non gli pesa. «Per me è meglio qui in Iraq, che in Siria. Ho quasi settant’anni, mi resta poco da vivere. Ma non voglio morire solo, voglio stare in mezzo ai miei figli». Quando la famiglia era scappata dallo Stato islamico, sei anni fa, il capofamiglia aveva scelto di aspettare la pensione per raggiungerli. Poi, le bombe dell’esercito turco lo hanno spinto a superare gli acciacchi dell’età e lasciare la casa del Rojava per raggiungere a piedi il confine iracheno. I peshmerga lo hanno portato fino al campo profughi di Bardarash, e adesso per lui l’unica cosa che conta è raggiungere i figli nel campo di Domiz. Abdulakim si aggiusta la keffyah e si allontana dagli altri anziani, seduti sui blocchetti che fanno da ingresso alla tenda, con un bicchiere di tè: «Glielo dica lei, agli asaysh, gli uomini dei servizi di sicurezza, che sono una brava persona, così mi faranno andare dai miei. Glielo dica lei, che Dio la benedica». Mentre Abdulakim racconta, all’ingresso arriva il convoglio dal confine. I pullman Nissan coperti di polvere sono stipati, si fanno largo ondeggiando sulla strada sterrata e scaricano il carico dei nuovi arrivati. L’amministrazione del campo aspetta 700 persone, e l’impressione è che la grande maggioranza siano bambini. «Quando siamo scappati abbiamo preso solo i nostri figli. Tornare a Serekaniye? Se fosse possibile, mi piacerebbe, ma chissà», racconta Nawad, 36 anni, prima di essere portato alla registrazione. Parween, che è arrivata pochi giorni fa, porta a passeggio sorelle e nipoti. E’ l’unica del gruppo con il velo. «Sì, sogno di tornare, prima o poi. Ma ero appena uscita, quando ho visto la casa del vicino crollare sotto le bombe. Non mi sono più girata indietro». Dalil, invece, sarebbe disposto a ricominciare. «La mia casa è distrutta, non posso ritornare. Ma se ripartire da zero significa stare nel campo profughi, non ci sto. Qui non abbiamo nemmeno il latte per mio figlio di quattro mesi. Certo, potrei mettere radici a Erbil o Dohuk. Ma non c’è lavoro. Che ne dice, in Europa ci sono possibilità?». Sono già almeno tremila i curdi del Rojava arrivati nel Kurdistan iracheno. La maggior parte, dice Andrej Mahecic, portavoce dell’agenzia Onu per i rifugiati, viene dai centri abitati della fascia nord della Siria, quella che Recep Tayyip Erdogan vuole trasformare in zona cuscinetto “ripulita dai terroristi” per farvi insediare i tre milioni di profughi siriani ospiti in Turchia. Il progetto di “ricollocazione” etnica prevede che gli attuali abitanti di città come Kobane o Qamishli vengano spostati, visto che per il governo di Ankara tutti i curdi sono in quanto tali sostenitori delle Unità di difesa popolare, le Ypg che i turchi vedono come alleati del Partito curdo dei lavoratori, il Pkk, fuori legge. E la composizione demografica dei profughi sembra confermare che l’aggressione turca ha spinto molti a prendere le armi. Anche nei pullman in arrivo a Bardarash, gli uomini sono minoranza. «Ci sono molti anziani, donne, bambini», dice Mahecic. Anche Nasawd, che è in Iraq da sette anni e lavora come meccanico, chiarisce: «Se tornassi, dovrei fare il servizio militare con le forze siriane. Oppure in Rojava con le Ypg, per gli uomini è obbligatorio. Preferisco restare qui». «Da quando è cominciato l’esodo, appena finiamo di montare una tenda c’è chi la riempie. Davvero non sappiamo quanti potranno arrivare», racconta Noah Goran, vice direttore del campo di Gawilan, a Bardarash per un aiuto d’emergenza. La struttura è finanziata dal governo regionale curdo e dalle Nazioni Unite. Per ora chi fugge dal Rojava viene qui, perché c’è posto. Ma Bardarash è uno dei pochi campi che si era svuotato, rimandando la gente a casa dopo la fine del Califfato: negli altri campi del nord Iraq, una ventina, gli sfollati sono oltre 200mila. «Non sappiamo quanto resteranno. Ma sappiamo che qui possono trovare un tetto e tre pasti al giorno» dice Goran. Ma anche se l’accordo sul cessate-il-fuoco è stato condiviso da diversi comandanti curdi, proprio il “ricollocamento” resta l’incognita più difficile da sciogliere. Un’intesa sul “come” gestirlo non c’è. In questi giorni la sopravvivenza è il primo elemento a cui pensare. C’è persino, racconta la tv curda Rudaw, chi è ricorso ai contrabbandieri per farsi accompagnare oltre il confine iracheno, lontano dai cacciabombardieri di Erdogan e dai tagliagole dei gruppi jihadisti. La fuga attraverso le montagne, compreso un tratto a cavallo e la barca per attraversare il Tigri, costa dai 400 ai mille dollari. Ma poi? Jamal, 11 anni, confessa che a Bardarash gli mancano già gli amici. Dice un proverbio curdo: «L’Oriente è zucchero. Ma casa propria è molto più dolce».
Come in ogni serial che si rispetti, e la telenovela della Brexit ormai batte House of cards, a un certo punto la trama esige un nuovo personaggio che scompigli le carte con un colpo di scena. La parte tocca adesso a Sir Oliver Letwin, 63enne ex deputato conservatore, ora nelle file degli indipendenti, uno dei venti ribelli filoeuropei espulsi dal partito il mese scorso: l’autore della mozione che ha messo il freno a Boris Johnson. Ufficialmente, come ha lui stesso affermato nell’aula dei Comuni subito dopo il voto, per garantire che il no deal, l’uscita dall’Ue senza accordi, non sarà fatta rientrare dalla finestra con qualche trucco, dopo che il parlamento l’aveva già sbattuta fuori dalla porta: «Garantito questo, sarò pronto a sostenere l’accordo raggiunto dal primo ministro con la Ue», assicura. Nel palazzo di Westminster circola tuttavia un’altra teoria: che sia un piano per fare deragliare in extremis la Brexit, costringendo Downing Street a chiedere un rinvio e dando tempo ai deputati di attaccare condizioni capestro all’accordo, prima fra tutte un referendum popolare per ratificarlo, e restare in Europa come scelta alternativa. Perciò l’iniziativa è stata accolta con giubilo dai dimostranti europeisti che marciavano per le vie di Londra. Ma a favore della risoluzione hanno votato anche i nordirlandesi del Dup, convinti che allungare i tempi offra pure la possibilità di far deragliare l’accordo, con l’obiettivo opposto, quello di riaprire l’ipotesi no deal. Come sul suo emendamento, anche su Letwin esistono pareri contrastanti. Per gli estimatori è the fixer, l’abile faccendiere di David Cameron, di cui fu vicepremier. Per i nemici, in primo luogo gli ultra-brexitiani, è «l’opposto di re Mida», secondo il Daily Telegraph: uno che trasforma in caos tutto ciò che tocca. Di sicuro non è uno stupido: nipote di ebrei fuggiti in America dall’Ucraina sovietica e di genitori poi emigrati da Chicago all’Inghilterra, entrambi docenti universitari, il padre alla London School of Economics, è uscito da Eton (la scuola dei re, oltre che di Johnson e Cameron) e Cambridge, l’università sorella di Oxford, dove ha ottenuto laurea e dottorato in filosofia, con una tesi intitolata “Emozione ed emozioni”. Ne ha create non poche con l’intervento di ieri. Assicurando altre puntate alla telenovela Brexit.
Aveva detto «meglio morto in un fosso» che un rinvio sulla Brexit. E invece ieri Boris Johnson si è dovuto piegare. In serata ha inviato una lettera per l’estensione al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ma non ci ha messo la firma e anzi ne ha allegata una seconda che smentisce la prima e definisce l’ennesimo rinvio della Brexit «un errore». Uno stratagemma per salvare la faccia, ma che non ha turbato Tusk: «Ora la valuteremo». Più che in un fosso, ieri Johnson è caduto in un trappolone, osannato con cori e giubilo fuori Westminster da centinaia di migliaia di manifestanti per un secondo referendum sulla Brexit. La trappola gliel’ha ordita Sir Oliver Letwin, ex parlamentare conservatore con una pettinatura del secolo scorso e il sorriso affilato. Il suo emendamento è stato votato 322 a 306 voti da opposizioni (Labour e Lib Dem), tory moderati e i furiosi unionisti nordirlandesi del Dup, «traditi da Boris» sull’Irlanda del Nord “separata” da Londra dopo la sua Brexit. E ha così imposto la richiesta di Londra all’Ue per un rinvio della Brexit al 31 gennaio 2020. Già, perché Letwin ha stabilito che il voto decisivo dell’aula sull’accordo non avesse luogo ieri, prima dell’approvazione di tutta la legislazione ad esso legata, ma dopo. E così Johnson ha mancato una scadenza — fissata da una precedente legge delle opposizioni — che gli imponeva un accordo Brexit approvato dalla Camera dei Comuni entro le 23 di ieri. Altrimenti, sarebbe stato costretto a chiedere il rinvio all’Ue. Come è stato. Letwin e i suoi sostenitori temevano che gli “spartani”, una trentina di brexiter estremisti conservatori, votassero ieri per l’accordo per poi ammutinarsi alle ultime votazioni della sua legislazione prima del 31 ottobre, innescando così il loro amato “No Deal”, cioè la devastante uscita senza accordo dall’Ue. Per Downing Street, invece, è un complotto per far deragliare la Brexit: «Letwin non dica stupidaggini», ci dice una fonte, «l’emendamento è fatto apposta per ritardarla, come minimo». Ieri doveva essere la consacrazione di Johnson, il glorioso giorno dell’ufficialità della sua Brexit in un sabato straordinario alla Camera (ultima volta durante la guerra delle Falkland), dopo il controverso accordo Brexit con l’Ue e 24 ore di pressioni enormi sugli indecisi tory e laburisti che, in numero sufficiente, avevano ceduto per il voto di oggi. Tutto inutile. «Ma farò di tutto affinché l’Europa non approvi il rinvio, il 31 ottobre si esce comunque!», giura in serata. Non sarà facile, per i tempi ristretti e altre trappole delle opposizioni che incontrerà quando ci riproverà la settimana prossima, incluso un possibile secondo referendum Brexit che oramai persino il leader laburista Corbyn chiede con forza. In serata, fuori da Westminster, decine di poliziotti hanno dovuto proteggere dalla folla inferocita celebri brexiter come Michael Gove e Jacob Rees-Moog. Sdegno collettivo: che fine farà la nostra democrazia? L’ennesimo psicodramma di una Brexit che non finisce più.
Via i criteri più severi per accedere alla mini flat tax sulle partite Iva e un probabile innalzamento del limite per gli acquisti in contante al momento fissato, in riduzione, dagli attuali 3.000 euro a 2.000 euro per il biennio 2020-2021. Ma a patto che ci siano le coperture, soprattutto per le misure sulle partite Iva. Sono questi dettagli sui quali si sta lavorando a Roma al Tesoro, senza tuttavia uscire dal perimetro fissato della manovra. Ed infatti il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, nella consueta conferenza stampa finale al termine del vertice del Fondo monetario internazionale a Washington, ribadisce che la manovra approvata «non cambia» e che il «perimetro resta lo stesso» di quanto deciso nella notte tra martedì e mercoledì. «I fondamentali della manovra sono quelli», ribadisce in sintonia anche con quanto dice il premier Conte da Roma. Insomma il «salvo intese» con il quale si è concluso a inizio settimana il Consiglio dei ministri non vuol dire che si può riaprire tutto; anche perché il tutto, cioè la manovra con la sintesi dell’articolato, è stato già inviato a Bruxelles che già, qui da Washington borbotta attraverso i suoi commissari uscenti Moscovici e soprattutto Dombrovskis, attivi nella hall dell’Fmi. Al massimo come di consueto, sono i «dettagli» che possono essere oggetto di «dialogo». Altro non si può fare e, quello che si poteva, sembra dire il ministro è stato fatto. Gualtieri, così nel suo esordio all’Fmi, fa quadrato sulle scelte delle legge di Bilancio: «Abbiamo evitato 26 miliardi di tasse ai cittadini». E ricorda il blocco dell’aumento dell’Iva per cui «non ci saranno 23 miliardi di tasse sul consumo», la «riduzione significativa» da 3 miliardi sul cuneo fiscale, ossia la differenza tra quanto versano i datori di lavoro e quanto incassano i loro dipendenti, e i 600 milioni per la famiglia che «avvieranno il percorso verso l’assegno unico». L’occhio tuttavia non è rivolto solo a Roma ma anche alla comunità finanziaria internazionale. «L’Italia non figura più tra i rischi internazionali», dice il ministro, ma certo non si può trascurare la richiesta di politiche «credibili» sul debito che viene dal Fondo all’Italia. Gualtieri replica ancora che il nostro debito «deve scendere» e infatti è stato posto dalla manovra in «traiettoria discendente», ma la riduzione deve essere «realistica» ed evitare un «effetto prociclico sull’economia», cioè non deve peggiorare la situazione, che peraltro è già assai difficile. Anche perché all’orizzonte dell’economia internazionale si addensa più di una nube. Sono quelle dei sei allarmi lanciati dall’Fmi, tra i quali l’indebitamento delle aziende, le “banche ombra”, la bolla del dollaro, l’indebitamento dei Paesi emergenti. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, presente alla consueta conferenza stampa accanto al ministro, riconosce che bisogna fare «attenzione» e che ci sono «rischi», per questo bisogna intensificare la vigilanza finanziaria internazionale. «All’Fmi c’è preoccupazione per un andamento dell’economia globale meno favorevole di quanto non si prevedesse anche solo sei mesi fa», riferisce il governatore. «Il rischio non è imminente», osserva il ministro Gualtieri di rimando e annota che il tema che ci si è posti all’Fmi è quello di tassi d’interesse in riduzione e dei problemi conseguenti: «La necessità di una politica di bilancio, sul quale si sono espressi G7, G20 e Fmi, può essere lo strumento per far risalire i tassi». Al centro del dibattito e dei comunicati finali anche le “monete private”, come Libra, promossa da Facebook: il no dei Grandi dell’economia è deciso e l’Italia, con Gualtieri e Visco, ha fatto pressioni perché venisse esplicitato nei comunicati finali.
roma — «Luigi continua a inseguire i renziani, ma così porta a sbattere il Movimento». Il bubbone covava da mesi, solo che stavolta a farlo esplodere è Giuseppe Conte. Scientificamente. Colpendo in pieno volto il leader cinquestelle, con la stessa forza con cui si scaglia contro Matteo Renzi. «Gli ho detto che è davanti a un bivio – è la confidenza del premier ai vertici del Pd, nelle ore più dure dell’era giallorossa – O completa l’evoluzione del Movimento come forza di governo responsabile, oppure sceglie un passo indietro di cinque anni. Farò di tutto per evitare questo secondo scenario». Ecco lo spirito che muove l’avvocato nel caos della manovra: istituzionalizzare il grillismo, strapparlo alla palude dei “vaffa” di governo, conquistarne definitivamente la leadership morale per stabilizzare il centrosinistra del futuro. E in questo sforzo si ritrova al suo fianco l’intero gruppo dirigente del Pd “derenzizzato”. «Devi reagire colpo su colpo – lo consiglia poco prima dell’affondo Dario Franceschini – perché in queste ore si determinano gli equilibri dei prossimi mesi». Prima che la guerra fredda si trasformi nel durissimo proclama lanciato dall’Eurochocolate di Perugia, Conte si concede una perfida soddisfazione. Lo staff di Di Maio e quello di Renzi lo pressano per fissare il summit di maggioranza invocato venerdì sera. Il capo dell’esecutivo fa rispondere che si farà, ma rimanda la conferma a incastri di agenda «da verificare». Poi, a sera, lo fissa per lunedì, per confrontarsi «sui dettagli». In fondo, è l’approccio duro che gli ha consigliato Lorenzo Guerini, sempre più al centro degli equilibri dem: «Chiedono un vertice, ma per cosa? Se si vuole fare, andrebbe convocato per richiamare tutti a un metodo di lavoro leale e responsabile». Ecco, è esattamente quello che farà il premier: «Dirò che non cerco voti. Il programma è chiaro, se vi sta bene è quello. E il metodo non può essere quello degli ultimatum». Nel quartier generale del Movimento, intanto, l’umore è pessimo. Fino a tarda sera, si attende una precisazione promessa da Palazzo Chigi – e mai arrivata – che indichi in Renzi il bersaglio del duro richiamo di Conte. Ma in fondo cambia poco. Tutti sanno la verità. E l’ira del capo politico resta lì, cristallina, purissima, a contemplare il video del premier che colpisce dove fa più male, attorno allo slogan “onestà, onestà” sventolato per anni e tradito con le critiche al piano anti-evasione. «I voti sono i nostri – ripete il capo politico – e il presidente del Consiglio farebbe bene a ricordarlo». La verità è che la guerriglia è appena cominiciata. E Conte conosce bene paludi e trappole lungo il cammino. Sa che a nessuno converrebbe votare, neanche al Pd che evoca le urne. Sa anche che nessuno, neanche il Quirinale, vedrebbe di buon grado elezioni anticipate prima di aver completato con l’eventuale referendum l’iter costituzionale del taglio dei parlamentari. Ma sa anche, il premier, che molto dipende dal dato caratteriale dei protagonisti. «Renzi ha voglia di tornare a Palazzo Chigi», sostiene da settimane. «E Luigi ha un problema, quello di tenere compatto il Movimento». In effetti, i gruppi 5S soffrono violente battaglie correntizie, ma sempre più parlamentari si schierano con il premier e la stabilità della legislatura. E non sono gli unici. Da un po’ di tempo, riservatamente, un navigato tessitore lavora per rafforzare l’esecutivo. Si tratta di Gianni Letta. Parla una volta a settimana con due ministri del Pd di rito democristiano. Ha contatti con Nicola Zingaretti. E a tutti continua a consegnare un sentimento: «All’Italia serve stabilità». Ma c’è di più. Appena necessario, i “responsabili” forzisti si uniranno: Mara Carfagna, Renato Brunetta, Gianfranco Rotondi, molti parlamentari meridionali di FI si schiereranno anche in Aula contro Salvini. Non è detto che serva subito un gruppo parlamentare, quello arriverà solo in caso di necessità. Ma è chiaro che la direzione è quella: «Segnamoci questa data, 19 ottobre 2019 – ragiona Rotondi, che rivede in Conte il tocco magico della sinistra Dc – In piazza San Giovanni è nato il “Pdl per Salvini”. Forza Italia non si presenterà alle Politiche.Silvio può chiederci tutto, ma non di firmare una cambiale per il leghista. Noi faremo una scelta diversa».
«Qui bisogna fare squadra, chi non la pensa così è fuori dal governo», dice il presidente del Consiglio. Le fibrillazioni all’interno della maggioranza giallorossa fanno sbottare Giuseppe Conte, in visita a Perugia, che mette da parte il suo tipico linguaggio felpato per difendere la finanziaria e avvertire i suoi compagni di squadra. La manovra economica, ragiona, «è già stata analizzata e deliberata in Consiglio dei ministri, anche dai 5 Stelle. Non c’è da approvarla, al massimo possono esserci approfondimenti tecnici da fare». Insomma, un chiaro segnale soprattutto al M5S che, negli ultimi giorni, si è smarcato più volte e su più punti dal provvedimento. Aggiunge il premier: «Il piano anti-evasione non può essere toccato né smantellato» e «sul carcere ai grandi evasori non indietreggio di un millimetro». Ancora: «Ricordo il M5S che gridava “onestà, onestà”, continuerà a farlo e anche le altre forze politiche ora non devono tirarsi indietro». Poi arriva anche il riferimento al nuovo partito di Matteo Renzi: «Vogliamo abbassare la pressione fiscale complessiva, con metodo e non con le chiacchiere, se qualcuno pensa che siamo qui per aumentare le tasse si sbaglia». Pazienza se i destinatari fossero espliciti, più tardi lo staff di Palazzo Chigi ha puntualizzato che Conte non si era rivolto a dei singoli, ma esprimeva un concetto generale. E infatti i 5S non gradiscono. A sera mettono nero su bianco sul blog le richieste di modifica alla manovra – di fatto, contestando il piano anti evasione voluto dal premier, l’obbligo del Pos e le novità sulla flat tax al 15% agli autonomi – e concludono con un attacco a Conte: «Certi toni usati in questi giorni a seguito delle nostre legittime richieste ci addolorano». Se ne parlerà nel vertice di maggioranza in agenda per domani. Per capire quindi i posizionamenti attuali, basta vedere chi invece difende l’operato dell’esecutivo. Nicola Zingaretti, anche lui in Umbria in vista del voto della prossima domenica, si augura «basta sgambetti. Servono speranza e fiducia, se ci sono problemi si discutono, si affrontano e si risolvono». Pieno sostegno a Conte anche da parte della sinistra di LeU, con il capogruppo alla Camera Federico Fornaro: «Di Maio e Renzi stanno dando messaggi contraddittori sulla tenuta della coalizione, se non c’è lealtà e spirito collaborativo si va a sbattere». Il gioco dei distinguo, alla fine, potrebbe davvero portare ad una rottura e a certificarlo è il vicesegretario dem Andrea Orlando: «Se si pensa che non ci siano più le ragioni di questa esperienza di governo lo si dica con franchezza». Se insomma 5 Stelle e Italia Viva vogliono rompere, «siano chiari. Noi siamo responsabili, ma non si può tenere in piedi un governo che non può governare». Dentro il Pd, infatti, cresce di giorno in giorno la convinzione che di questo passo il Conte-bis non duri. Meglio quindi non farsi prendere in contropiede.