Un preciso «piano criminoso» con una «strategia ricattatoria» dalla «matrice» doppia: estorcere soldi al presidente di Confcommercio e costringerlo alle dimissioni. Esploso un anno fa dopo le accuse di molestie sessuali fatte contro Carlo Sangalli dalla sua ex segretaria, il caso si ribalta clamorosamente contro di lei e Francesco Rivolta, l’ex direttore generale della potente organizzazione. Entrambi sono indagati per estorsione aggravata dalla Procura di Roma che ha ottenuto il sequestro dei 216 mila euro donati alla donna con atto notarile da Sangalli, che dal 2006 è alla guida della Confederazione che raccoglie più di 700 mila imprese. La vicenda È un esposto firmato da Sangalliadare il via all’inchiesta del sostituto procuratore Margherita Pinto, coordinata dall’aggiunto Lucia Lotti. Il 2 novembre scorso il Corriere aveva rivelato l’esistenza di una lettera del giugno precedente in cui tre vice presidenti accusavano Sangalli di questioni «etico morali» con riferimento velato alle notizie sulle molestie sessuali nel mondo del cinema Usa che in quel periodo campeggiavano sui giornali. Sangalli aveva reagito alla missiva dicendo che non si sarebbe dimesso, di non sapere a cosa si riferissero e di non aver mai molestato nessuno. Dietro la vicenda emersero le accuse della ex segretaria Giovanna Venturini per molestie subite nel 2012 (ma mai denunciate e quindi mai investigate) e una donazione di 216 mila euro fattale da Sangalli a gennaio 2018. «Trama estorsiva» Sangalli, assistito dall’avvocato Domenico Aiello, denuncia «di essere stato vittima di una trama estorsiva ordita» da Venturini e Rivolta, il quale gli avrebbe inviato una serie di sms, che in parte cancellò per paura che potessero essere letti dai familiari e dai collaboratori. Nel sequestro ordinato a fine luglio dal gip Elisabetta Pierazzi si legge che «la minaccia di rivelare l’esistenza di una relazione extraconiugale e di rendere dichiarazioni circa molestie sessuali subite sul posto di lavoro dal presidente di Confcommercio appare idonea a coartare la volontà» dello stesso Sangalli, come è accaduto, sottolinea. Rivolta, accusa Sangalli, «si poneva come intermediario per evitare uno scandalo che avrebbe a suo dire coinvolto anche Confcommercio e chiedeva di pagare per il silenzio della donna e di rassegnare le dimissioni». «Bomba a orologeria» Interrogato dal pm a dicembre Sangalli dice di essere stato preda di un «grande sconforto» al punto da aver «meditato il suicidio» nonostante non avesse mai fatto nulla di disdicevole e di aver ceduto inizialmente alle «richieste» di denaro proprio per timore. Decise di non dimettersi nel momento in cui si rese conto «della assurdità della situazione», anche quando Rivolta gli prospettò che il «risentimento della Venturini» cresceva. La quale, precisa a verbale, non gli aveva mai contestato nulla direttamente, tanto che «davanti al notaio era apparsa serena e alla fine l’aveva anche ringraziato». Fu allora che Sangalli incaricò un detective di indagare su Rivolta e Venturini, scoprendo, sostiene, che tra loro c’era una relazione (entrambi hanno smentito) e che il ruolo di Rivolta «non era quello dell’intermediario disinteressato». Ma perché il dg avrebbe dovuto tramare contro di lui? Il presidente è convinto che fosse per un diverbio in cui, nel settembre 2017, lo aveva accusato di «atteggiamenti invadenti». Ipotesi concreta, secondo il giudice, perché è proprio in quel periodo che si manifesta «come una bomba a orologeria» la volontà di denuncia della Venturini, riferita però da Rivolta che «insinua subdolamente nell’animo di Sangalli la paura». A far ritenere al gip che ci siano elementi concreti sulla «sussistenza del reato» sono anche le indagini dei Carabinieri che «confermano pienamente e ben oltre il limite del fumus la fondatezza della denuncia», «la credibilità della persona offesa», la «strategia ricattatoria» e l’ambizione di Rivolta che voleva «le dimissioni del presidente» perché «temeva di essere allontanato da Confcommercio», cosa che è avvenuta a ottobre del 2018. «Mi chiese di mediare» Rivolta ha sempre sostenuto che fu Sangalli, preoccupato «per la sua immagine e la sua reputazione», a chiedergli di fare da mediatore con la signora Venturini che, da parte sua, voleva essere tutelata e «scongiurare uno scandalo». E fu sempre Sangalli a decidere di pagare con un accordo che prevedeva anche le sue dimissioni. Per quanto riguarda il proprio licenziamento, ha detto che fu una ritorsione e una vendetta dopo che aveva chiesto di chiarire questioni legate a vicende assicurative interne a Confcommercio. Venturini ha detto di essersi dovuta difendere dalle attenzioni di Sangalli che considerava come un padre. Ha chiestoaluglio di essere interrogata dal pm Pinto. «Ho depositat o u n ’ istanza d i presentazione spontanea immediatamente dopo aver avuto conoscenza dell’esistenza del procedimento», dichiara il legale della signora, l’avvocato Paolo Gallinelli, il quale ha anche chiesto al Tribunale del riesame la revoca del sequestro (udienza il 21 ottobre) e ha depositato atti che chiudono la causa avviata dalla signora Venturini davanti al giudice del lavoro contro Confcommercio. A firmarli per l’organizzazione è un procuratore speciale di Sangalli.

L’accordo sulla Brexit sembra essere in dirittura d’arrivo. Ieri sera i negoziatori europei e britannici hanno discusso fino a tardi i dettagli dell’intesa, con l’obiettivo di concordare un testo da presentare all’approvazione del summit europeo di domani e dopodomani. In questo modo, Boris Johnson potrebbe a sua volta far votare l’accordo dal Parlamento di Westminster nella giornata di sabato 19, in modo da evitare di far scattare la legge che lo obbliga a chiedere una proroga della Brexit in mancanza di un’intesa per quella data. Ma anche se non si riuscisse a rispettare questa tabella di marcia, gli sforzi continuerebbero: con la possibilità di convocare un secondo summit europeo straordinario la prossima settimana, in modo comunque da portareacasa un accordo entro la data fissata per l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, ossia il 31 ottobre. Anche se, arrivando praticamente sul filo di lana, appare sempre più probabile una breve «estensione tecnica» per consentire tutti i necessari passaggi legislativi, inclusa la ratifica da parte del Parlamento europeo. Come sempre, l’ultimo scoglio da superare è quello dell’Irlanda del Nord: il macigno che aveva affondato il precedente compromesso negoziato da Theresa May. Ma su questo punto Boris Johnson si è dimostrato estremamente pragmatico, pur di raggiungere un accordo che gli consentisse di realizzare la Brexit, come promesso anche lunedì nel discorso della Regina, entro la fine di ottobre. Il premier britannico ha di fatto accettato di «svendere» l’Irlanda del Nord e separarla dal resto della Gran Bretagna: per evitare il ritorno di un confine con la Repubblica di Dublino a Sud, il compromesso verso il quale ci si orientava ieri consisteva nel mantenere la provincia dell’Ulster nominalmente nel territorio doganale del Regno Unito, ma di «cederla» di fatto all’Unione europea. Accettando, di conseguenza, una sorta di «confine invisibile» nel mare del Nord con il resto della Gran Bretagna. Era stato proprio lo spettro della separazione dalla «madrepatria» a indurre l’anno scorso gli unionisti protestanti nordirlandesi a mettere il veto al piano di Theresa May: che dunque era stata costretta a concedere la permanenza di tutta la Gran Bretagna nell’unione doganale con la Ue. Un anatema per i puristi della Brexit, che di conseguenza avevano impallinato l’accordo in Parlamento. Ora Johnson è tornato al punto di partenza e si è orientatoa«sacrificare» l’Irlanda del Nord: ma riuscirà a vendere l’accordo agli unionisti di Belfast, dai cui voti in Parlamento potrebbe dipendere l’approvazione dell’intesa? È per questo che ieri sera tardi il premier ha voluto incontrare Arlene Foster, la leader degli unionisti nordirlandes: i due hanno un buon rapporto personale e Boris sembrava fiducioso di riuscire a persuaderla. Perché Londra e Bruxelles potranno pure raggiungere un accordo in queste ore: ma il testo dovrà comunque passare per le forche caudine di Westminster. I margini per il governo sono strettissimi: dopo la cacciata dal partito conservatore di 21 moderati, l’esecutivo non ha più una maggioranza. Servirà dunque un mezzo miracolo per strappare il sì dei deputati. Se l’accordo venisse bocciato di nuovo, sarebbe inevitabile una proroga della Brexit, anche lunga: in modo da consentire elezioni anticipate in Gran Bretagna o magari, nelle speranze di qualcuno, anche un secondo referendum sulla Brexit. Perché altrimenti l’alternativa sarebbe il no deal, un divorzio catastrofico che nessuno veramente vuole e che, oltre al danno economico, aprirebbe una frattura geopolitica in Europa.

«Fratello, immagina che tuo figlio viva nelle tende sotto le fiamme del sole. E che tua moglie debba battersi per sopravvivere ed evitare che i figli muoiano di fame. E immagina che tua figlia sia costretta ad elemosinare il cibo dagli infedeli….». È fine settembre quando sul canale Telegram Kafel, aperto «per aiutare le famiglie dei mujahideen in Siria», appaiono questi messaggi. I membri — secondo quanto abbiamo potuto constatare — superano i 600, solo per la versione in inglese: sono alcune delle donne e degli uomini dell’Isis prigionieri dei curdi. Oltre 1.500 i più pericolosi, su un totale di 12 mila. Una parte si trova nella prigione di Al Hasakah, un’altra ad Ain Issa (da qui sarebbero scappati domenica in 300). Poi Al Roj, Al Hol. A gestire i loro canali, la propaganda dell’Isis tornata operativa dopo mesi di silenzio. Le condizioni di vita nei campi sono pesanti: poco cibo, poca acqua. Prima dell’estate non sono mancati i decessi infantili per malnutrizione. Il tasso di radicalizzazione è alto. A inizio agosto il tono delle conversazioni in rete è ancora abbastanza contenuto. Le donne postano immagini dei dolci distribuiti dopo Eid, la festa del sacrificio. Poi nei giorni successivi riprendono i lamenti, le fotografie ritraggono i bambini mentre pregano nel campo di Al Hol. «Innocenti in prigione, un’immagine che parla da sola» è il commento. Negli stessi giorni viene scoperto (e chiuso) un account PayPal con cui un gruppo di prigioniere tedesche ha raccolto e 3 mila euro per la fuga. «Non abbiamo cibo e beni di prima necessità», lamentano le sorelle. Contemporaneamente, sempre su Telegram, viene diffusa la lista dei prigionieri di Al Hasakah. Otto screenshot, con centinaia di nomi, scritti in arabo. Dopo la caduta di Baghouz a fine marzo, gli uomini sono stati divisi dalle donne, così come sono stati separati i locali dai foreign fighter, gli stranieri. E mentre gli Stati europei fingevano di non vedere — solo Francia, Belgio e Germania hanno tentato il rimpatrio dei minori — il 16 settembre Al Baghdadi diffonde un audio. Trenta minuti, al termine dei quali nomina anche i prigionieri. «Resistete, verremo a liberavi». Nei giorni successivi la temperatura si alza. Rivolte continue, incendi, una donna viene uccisa, grida e sputi continui contro i curdi. Completamente velate, il dito alzato al cielo, le mogli e le vedove dell’Isis invocano la furia di Allah «Quanto ci vorrà ancora perché ci tirino fuori», si chiedono nei canali criptati. È questione di ore. Il 9 ottobre Erdogan annuncia l’operazione Pace di primavera. È il segnale. La prigionia è finita. Dopo i raid turchi, le immagini mostrano donne velate in strada, libere, con i bambini al seguito. Nelle ore precedenti tutte le chat sono state chiuse. Shut down, silenzio radio. Uno degli ultimi messaggi appare sul canale @saveprisoner con oltre 2.000 iscritti. «Incitiamo le sorelle di Ain Issa a fuggire. Ma non fidatevi di chiunque, solo dei fratelli». Poche righe sotto, il numero di un cellulare con il prefisso siriano. È un contatto di fiducia. Per scappare. Verso la Turchia. Verso casa. Forse anche verso l’Europa.

Costretti con le spalle al muro, oggi i curdi chiamano «alleati» i soldati di Bashar Assad, sebbene sino a ieri avessero poco rispetto e tanti dubbi sulle loro qualità belliche.Non hanno alternative, devono far buon viso a cattivo gioco e accettano persino che le loro bandiere gialle col sole nascente di Rojava siano sostituite da quelle nazionali siriane. Sul terreno hanno visto arrivare le avanguardie dell’esercito di Damasco. Ma è soprattutto ai suoi alleati russi che i dirigenti curdi siriani guardano nella speranza siano davvero in grado di bloccare l’offensiva turca. Se a partire dal 2013 non fossero arrivati gli energici aiuti russi e iraniani, il regime di Assad sarebbe collassato sotto il peso delle rivolte sempre più popolari e violente in tutto il Paese. «Oggi l’unico modo per fronteggiare con successo l’offensiva voluta da Erdogan è impiegare massicciamente aviazione, artiglierie pesanti e forze corazzate. Dopo tutto stiamo parlando del secondo esercito della Nato per dimensione e armamenti dopo quello americano. Ma i comandi siriani non mandano aerei, inviano un limitato numero di soldati, con vecchi cingolati e qualche tank. Cambiano poco gli equilibri delle forze in campo», spiega al Corriere Nesrin Abdullah, comandante importante e portavoce delle unità militari femminili di Rojava. Da nemici ad amici A una settimana ieri dall’inizio dell’invasione turca, le dinamiche degli scontri sul terreno paiono confermare le valutazioni curde. L’unico luogo di potenziale scontro diretto turco-siriano resta al momento il saliente di Manbij. «Qui i nostri alleati siriani sono vicinissimi ai turchi. Sono dispiegati lungo il fiume Sajur», osserva la Abdullah mostrando sulla mappa l’immissario locale dell’Eufrate. I russi stanno comunque mediando per evitare che la situazione degeneri. Per il resto le unità siriane sono arrivateaHasakah, nel Sud di Rojava, pattugliano lo snodo cruciale di Tel Tamar, sono a Ain Issa, organizzano posti di blocco sull’autostrada per la città di Qamishli. Però nella pratica hanno sparato ben pochi colpi. Restano lontane dalle brigate dell’esercito turco posizionate più a nord. Annunciano che non parteciperanno ai duri combattimenti nelle cittadine di confine contese di Ras al AyneTal Abyad. Qui sono i curdi infatti a pagare il più gravoso prezzo di sangue. I siriani affermano che non andranno nel centinaio di chilometri che dividono le due località contese, dove Erdogan vorrebbe iniziareacostruire la «zona di sicurezza» destinata ad accogliere nei suoi disegni oltre due milioni di profughi siriani scappati in Turchia. Evitano inoltre di ingaggiare combattimenti diretti con le molto più aggressive colonne delle milizie di siriani sunniti mobilitati al fianco delle forze regolari di Ankara. E ciò nonostante siano nemici di lunga data. Il nucleo storico dell’Esercito Siriano Libero, come si autodefiniscono i volontari alleati dei regolari turchi, deriva dai gruppi di disertori dell’esercito siriano che dall’estate del 2011 si unirono ai ranghi della rivoluzione. Il bilancio delle vittime, pur se controverso e difficile da verificare, convalida la gravità delle perdite curde. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, ad ora i curdi conterebbero circa 160 caduti tra i loro ranghi, sebbene i turchi parlino di quasi 500 morti. Le vittime civili curde sarebbero invece una settantina. Per contro, ci sarebbero circa 130 morti nelle milizie siriane, oltrea6soldati turchi e una ventina di civili nelle cittadine turche lungo il confine. Non sono invece registrate vittime tra i soldati siriani. Eppure, i dirigenti di Rojava non possono che magnificare la ritrovata alleanza. «Siamo sempre stati i primi a cercare il dialogo diretto con il governo del presidente Assad. Prima di tutto noi curdi siamo siriani. Tocca dunque al nostro esercito nazionale unificato difendere la sovranità del Paese contro ogni invasione esterna», aggiunge la portavoce. Intesa militare A suo dire, le intese per il momento sono soltanto militari. «Abbiamo agito per il bene del nostro Paese, nell’emergenza. Più avanti negozieremo gli aspetti politici», spiega. Quanto alle responsabilità del comando delle operazioni, accetta persino il principio per cui «le forze curde sono parte del sistema difensivo nazionale siriano». Una frase che solo due settimane fa difficilmente avrebbe pronunciato tanto chiaramente. Ma oggi non ci sono più gli americani a garantire la sopravvivenza. Giungono notizie gravi di massacri di civili, di esecuzioni di massa nell’area di Ras al Ayn. Le organizzazioni umanitarie ritirano il personale straniero, quello locale incontra enormi difficoltà. E dunque: «Abbiamo creato un centro di coordinamento militare comune sotto la stessa bandiera e in co-direzione con lo stato maggiore siriano. Non è più possibile agire come due eserciti separati. Noi curdi manteniamo alcune forme di autonomia, ma la catena di comando deve essere centralizzata».

Vladimir Putin muove i tank e la diplomazia. La forza e la politica. Mosca annuncia che le forze russe «pattugliano» i dintorni di Manbij, una delle cittadine al confine tra Siria e Turchia, sulla strada per Kobane, la roccaforte dei curdi. I militari russi prendono posizione nelle basi abbandonate, con una ritirata scomposta, dagli americani per ordine di Donald Trump, ma anche da britannici e francesi. Nello stesso tempo l’inviato speciale di Putin per la Siria, Alexander Lavrentiev fa sapere all’agenzia di stampa Ria Novosti che «il dialogo tra Turchia e Siria è in corso» e aggiunge: «penso che non solo lo scontro turco-siriano non sia nell’interesse di nessuno, ma anche che sarebbe inaccettabile. Per questo, sia chiaro, non lasceremo che le cose arrivino a questo punto». Il presidente russo visita Arabia Saudita ed Emirati Arabi. I più stretti alleati degli Stati Uniti nella regione. Putin mescola affari e politica, dialogando in scioltezza con i sunniti di Riad senza perdere di vista gli sciiti di Teheran; mettendo intorno allo stesso tavolo Recep Tayyip Erdogan e Bashar al Assad, cioè un leader della Nato e un criminale di guerra, secondo gli americani. In ogni caso Europa e Stati Uniti si trovano a inseguire non solo Erdogan, ma anche Putin. L’altro ieri i ministri degli Esteri Ue hanno deciso di bloccare la forniture di armi alla Turchia, ma secondo modi e tempi stabiliti Paese per Paese. In un primo momento Luigi Di Maio aveva detto che lo stop avrebbe riguardato solo le commesse future. Ieri, invece, ha scritto alla Camera dei deputati che «ci sarà un’istruttoria anche dei contratti già in essere». A Washington è in corso un tentativo di rimonta. Ieri Donald Trump si è occupato di altro su Twitter: la campagna elettorale, l’impeachment, la «fraudolenta» Cnn e il Governatore del Kentucky. La manovra allora è condotta dal Segretario di Stato, Mike Pompeo che ieri ha telefonato al ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu. Risultato? Nessuno, per ora. Tra oggi e domani dovrebbe arrivare ad Ankara il vice presidente Mike Pence e in calendario è ancora prevista la visita di Erdogan alla Casa Bianca, il 13 novembre. In realtà l’amministrazione Trump non ha ancora deciso come procedere. L’idea è puntare sulle sanzioni economiche per costringere il leader turco a fermarsi. Ma certamente serve un salto di qualità. Per ora le misure prevedono dazi fino al 50% sull’import di acciaio e il blocco di un accordo commerciale da 100 miliardi di dollari, che per altro è ancora in discussione. È una «grande» punizione, come proclamato da Trump? La Turchia vende agli Stati Uniti beni per circa 10,3 miliardi di dollari (dati 2018). La voce acciaio vale circa 500 milioni di dollari, un po’ meno dell’export di tappeti. Poco più di un graffio per Ankara. Stati Uniti ed Europa possono colpire davvero Erdogan, congelando, per esempio, gli investimenti diretti, specie nel settore automotive, o tagliando fuori le già traballanti banche di Istanbul dalle transazioni in dollari e in euro. Ma per adesso prevale la cautela. E cresce il ruolo di Putin.

Nicola Zingaretti non arretra. Anzi, va avanti. Alla direzione del suo partito, il segretario propone di dare vita a un nuovo centrosinistra con il Movimento 5 Stelle. Con il Pd che sarà «il garanteeil baricentro» di questa alleanza. Ma per realizzare uno scenario del genereènecessario il maggioritario, che infatti Zingaretti sposa davanti al parlamentino del Pd. «Bisogna prendere atto — sottolinea il segretario — che queste due forze insieme rappresentano il 40 per cento dell’elettorato italiano». Ma sarebbe un errore, avverte, puntareaun’alleanza antisalvianana, perché in questo modo non si andrebbe da nessuna parte. «Non si può — insiste — governare insieme avendo come unico motivo quello di resistere, essere contro Salvini e le sue idee». Il percorso deve essere graduale: «Non sono così ingenuo da pensare di fare un’alleanza in 48 ore», osserva Zingaretti. Perciò bisognerà «verificare se nell’azione dei prossimi mesi riusciamo a superare diffidenze, pregiudizi, conflittualità distruttive in un avanzamento generale basato su una sintesi più avanzata». E poi, secondo il segretario, si dovrà fare un altro passo, allargando il più possibile il campo progressista. Dario Franceschini, tra i primi a ipotizzare uno scenario del genere, ieri al Corriere per la presentazione de «Il bello dell’Italia», osserva: «Stiamo cercando di costruire una sintesi, è molto difficile ma è una bella sfida. Ne è valsa la pena finora perché abbiamo fermato la destra estrema. Proviamo a costruire un percorso comune… se non nascesse la coalizione potrebbe essere un grosso problema». Ma Zingaretti fa un’altra proposta importante alla direzione del Pd: «Non credo — spiega — che sia più corretto usare i termini maggioranza e minoranza. Penso a nuovi gruppi dirigenti e a una nuova segreteria unitaria. Si è aperta una fase nuova». Dunque, dopo l’uscita del loro leader dal Pd anche gli ex renziani di Base riformista parteciperanno alla gestione del partito. Partito che, e questo è un altro passaggio importante della direzione di ieri, verrà riformato. Come spiega Maurizio Martina, presidente della commissione delegata a riformare lo Statuto: «Il cuore della sfida è provare a rilanciare la ragione distintiva del Pd. Vogliamo che sia plurale e aperto, fatto di persone e alternativo ai partiti personale». Di qui la decisione di adottare una piattaforma online, che verrà messa a disposizione della base, che così potrà fare proposteepartecipare più attivamente alla vita del partito. Ma i cambiamenti non finiscono qui: come era stato già preannunciato, si andrà al superamento dell’automatismo segretario-premier. È la fine di un’era perché il Pd, quando era nato, nel 2007, con Walter Veltroni, aveva fatto di quell’automatismo un tratto distintivo. Le nuove regole verranno votate, come ha annunciato lo stesso Zingaretti, in un’apposita assemblea nazionale a novembre.

Il calendario è deciso, mercoledì prossimo il premier Giuseppe Conte sarà ascoltato dal Copasir sul Russiagate. Dopo di lui toccherà al direttore del Dis Gennaro Vecchione, ma anche i ministri competenti dovranno rispondere alle domande dei membri del comitato parlamentare. Dopo l’insediamento del presidente leghista Raffaele Volpi(il Copasir deve essere guidato da un membro dell’opposizione) la procedura prevede che vengano ascoltati i titolari del dicasteri che fanno parte del Comitato interministeriale per la Sicurezza. E dunque saranno proprio i responsabili di Interno, Giustizia, Economia, Esteri, Difesa e Sviluppo Economico a dover chiarire se fossero stati informati che il premier aveva autorizzato l’incontro tra i capi dell’intelligence e il ministro della giustizia americano William Barr avvenuto il 27 settembre scorso nella sede del Dis per sapere se i Servizi italiani avessero notizie del professore della Link Campus Joseph Mifsud e se abbiano mai avuto contatti con lui. Al momento risulta che quella riunione — così come il colloquio tra Vecchione e Barr avvenutoaferragosto, quindi quando c’era una diversa maggioranza — fosse stato tenuto segreto anche ai componenti del governo gialloverde e di questo dovrà essere proprio il premier a fornire chiarimenti. Secondo quanto Conte ha fatto filtrare finora — specificando che dopo l’audizione al Copasir parlerà ampiamente per informare l’opinione pubblica — «rispetto a quei contatti non c’era nulla da riferire, perché erano normali rapporti internazionali». In realtà Barr è un esponente politico dell’amministrazione Trump e dunque la richiesta di notizie ai capi degli 007 sarebbe dovuta passare peril ministro della Giustizia Alfonso Bonafede con una rogatoria. Il premier dovrà dunque svelare che tipo di notizie siano state consegnate agli Stati Uniti, tenendo conto che Barr avrebbe scritto un «report» proprio per dare conto dei risultati ottenuti e non si sa con chi abbia deciso di condividerlo una volta tornato a Washington. È stata invece accantonata l’ipotesi di indagare sull’incontro all’hotel Metropol di Mosca nell’ottobre 2018 tra Gianluca Savoini, il collaboratore di Matteo Salvini, altri due italiani e tre russi per discutere del finanziamento da 65 milioni di euro alla Lega. Nonostante le richieste dei parlamentari della maggioranza, è stato ritenuto che «non ci sono elementi».

«A chi mette le mani addosso alle donne… Zac». Dove quello «zac» — e questo Matteo Salvini riesce a farlo intendere solo quando è inquadrato — va interpretato alla luce delle forbici che sta mimando con l’indiceeil medio della mano destra, e quindi della «castrazione chimica che abbiamo votato solo della Lega». Poco prima il leader della Lega aveva esclamato il suono «trac», accompagnandolo all’inequivocabile gesto che si fa dischiudendo quattro dita di una mano (pollice escluso) sul palmo della stessa, segno di un eufemistico «fregare». Lì parlava proprio del suo avversario, Renzi, abituato a fregareicompagni di strada, compreso l’arbitro del confronto Bruno Vespa, «le direbbe “Bruno stai sereno” e via da un’altra parte». «Questo non è Instagram», aveva tentato di spiegare il leader di Italia viva dopo aver dato per l’ennesima volta del bugiardo all’ex ministro dell’Interno, questa volta scandendo che «se cambiare idea fosse segno di intelligenza, lei, Salvini, avrebbe già vinto il premio Nobel per la fisica». In realtà, il confronto andato in scena ieri chez Vespa assomigliava, a tratti, a una disputa tra utenti di un social network. Con Renzi più calato nella parte di quello che ha studiato per benino ed è pronto a brandire l’arma del factchecking; e Salvini a replicare un po’ impacciato, apparendo però maggiormente sintonizzato sulle attuali onde medie dell’elettorato. «Ha usato i 49 milioni sottratti dalla Lega per finanziare le sue campagne su Facebook?», chiedeva l’ex premier. E l’ex ministro, passando dal lei al tu: «Ma secondo te, se ci avessi tutti quei milioni, starei qui a discutere con te del Papeete?». Già, il Papeete. L’immagine del vicepremier in costume che sorseggia mojito invece di stare al Viminale è l’arma del primo attacco diretto alla persona, che parte da Renzi e arriva a Salvini. «Era segnato in missione, come se stesse lavorando». E quando il leader della Lega tenta di vestirli lui, i panni del fact-checker , il leader di Italia viva azzanna: «Oh, finalmente qualche numero, anche se Salvini ha chiesto l’aiuto da casa». In certi momenti, l’atmosfera che si respira negli studi Rai di via Teulada sembra quella di un film di fantascienza che disegna un futuro distopico. Conte viene praticamente ignorato dai contendenti, Di Maio evocato solo in qualche frangente, Zingaretti si guadagna l’unica menzione come governatore della Regione Lazio e non come segretario del Pd. Come se la realtà circostante del governo PdM5S non esistesse o fosse magicamente scomparsa. Che sia il futuro che immaginano i due leader per sé stessi, un ring dove gli altri scompaiono come per magia, è un dato acquisito. Fosse stata l’edizione sanremese del 2019, Renzi sarebbe il preparatissimo Mahmoood che vince la sfida grazie alla giuria di qualità, Salvini invece l’Ultimo (nel senso della popstar) che ancora eccita le masse. Non sarebbe disputa da social network seria senza il convitato di pietra che a un certo punto, come nella celeberrima scena di Vacanze di Natale, dice all’altro «levateje er vino». Si parla di turnover nella Pubblica amministrazione, Renzi dice che l’aveva iniziata a fare Tremonti, Salvinireplica: «Ma sicuro che ci sia solo acqua nel bicchiere che hai davanti?». E l’altroarispondere: «Fossi in lei non parlerei di alcol».

Abbigliamento.
Renzi Completo e cravatta scuri, camicia bianca, all’apparenza mezza misura in meno. Punto di forza, è impeccabile. Punto di debolezza, sembra uscito dal cda di una multinazionale. Salvini Diceva di lui in privato il suo predecessore Marco Minniti: si mette le divise perché coi vestiti normali non sta proprio benissimo. Affermazione non del tutto falsa, diciamo.
Gestualità.
Renzi Oltre la sufficienza solo per aver abolito il sorrisetto con cui un tempo irrideva l’antagonista quando parlava. Sarebbe stata una zavorra per i sondaggi di Italia viva. Salvini Da come gesticola, sembra l’amico che ascolta i tuoi problemi, con una dritta su come risolverli senza nulla in cambio. Presente come si muove un supponente? Il contrario.
Oratoria.
Renzi È animale da duelli, e si vede. Arriva preparatissimo e col piglio giusto. Fosse X Factor, l’interpretazione sarebbe perfetta. Ma Renzi è Renzi e il pubblico non è una giuria di qualità. Salvini Senza la scena tutta per lui è come se entrasse in crisi. A tratti soffre il contraddittorio. Ma i codici per parlare alla pancia degli italiani, che l’hanno portato a superare il 30%, li ha usati anche ieri.
Ironia.
«Se cambiare idea fosse segno di intelligenza, tu saresti un Nobel per la Fisica». Ci vorrebbe una media tra la lode per la battuta e la circostanza, però, che a farla sia stato Renzi. Salvini «Guardatelo, il genio incompreso. Ha fatto tutto bene ma gli italiani non l’hanno capito», dice a Renzi a più riprese. Come colpo secco avrebbe funzionato di più.

Partono in modo quasi soft, i due Mattei, Renzi e Salvini, ma poi nel corso del lungo confronto a Porta a porta, si scaldano e le frecciate reciproche diventano sempre più velenose. Comincia il segretario della Lega: «Renzi in maniera geniale si è inventato un governo sotto il fungo per non andare alle elezioni». Replica l’ex premier: «Salvini rosica ancora adesso». Poi Renzi cerca ancora di stuzzicare l’avversario: «Stare in spiaggia con il figlio è legittimo, ma se sei un ministro non stai in piazza, stai nelle istituzioni. Conosci tutte le sagre del paese, stai sempre a mangiare, hai uno s tomaco d’amianto. Allora fai il presidente della Pro loco…». L’altro replica: «Io adoro i comuni, le sagre. È vero, ma o gli italiani sono cretini, visto che mangio come un bufalo, non vado alle riunioni europee, oppure qualcosa di buono si è fatto, se tu hai il 4 per cento e io il 33». Soddisfatto della battuta, Salvini insiste: «Renzi è un genio incompreso». L’ex presidente del Consiglio para il colpo e parte all’attacco di quota cento: «Sono venti miliardi in quattro anni e io quei soldi li vorrei dare in busta paga ai lavoratori e alle famiglie». Nella foga i due dismettono il lei e passano al tu. Salvini punta sul suo cavallo di battaglia: l’immigrazione. «Con il governo Renzi ci sono stati 500 mila sbarchi». L’ex premier difende il suo operato. Ma è quando si ripassa al lei che lo scontro si fa più acceso. «Salvini è un mentitore, abbindola le persone raccontando balle», attacca Renzi, accusando il leader del Carroccio di «raccontare bugie a partire dai migranti». Arrivano i colpi bassi. Il capo di Italia viva picchia duro tanto che Salvini ironico («ti vedo nervosetto»), gli chiede se nel suo bicchiere oltre all’acqua ci sia dell’altro. E Renzi di rimando: «Fossi in lei non parlerei di alcol». Si è quasi in chiusura e l’ex premier sferra il suo attacco: «Perché non ha querelato Savoini per la tangente russa di 65 milioni di dollari? Io non credo che lei abbia preso quei soldi, ma perché non querela, la ricattano?». Quindi passa ai 49 milioni dei finanziamenti alla Lega: «BossieMaroni dicono che li ha spesi lei», incalza. «Io non li ho mai visti», replica Salvini, che attacca Renzi che si fa pagare le conferenze. «A lei non la chiamano», ribatte l’ex premier. Alla fine ognuno appare soddisfatto della propria performance. Salvini quando va via è ancora su di giri e risponde così a chi gli chiede chi vorrebbe sfidare nel prossimo match televisivo: «Giuseppi. Quando vuole, all’ora che vuole, sul canale che vuole».

Lotta all’evasione fiscale e giustizia sociale. Gli obiettivi della legge di Bilancio sono certamente condivisibili, i mezzi per perseguirli però sono perfettibili. La pensano così i commercialisti italiani, guidati da Massimo Miani che guardano all’evolversi della nuova legge con qualche apprensione: «Impostare il meccanismo delle detrazioni fiscali sulla base del reddito espone a qualche rischio — afferma Miani — Siamo d’accordo sul fatto che i grandi evasori non abbiano bisogno di risparmiare sulle fatture mediche, però eliminare le detrazioni a chi guadagna tra 100 e 120 mila euro può indurre a una maggior evasione. Bisogna ricordarsi che le somme sottratte al fisco prevedono spesso complicità diffuse. Inutile prendersela con artigiani, professionisti e partite Iva se poi pur di avere uno sconto si è pronti a non chiedere la fattura». Esperti di fisco ed economisti invocano gli interessi contrapposti. Perché non diventano mai legge? «In Italia c’è poca cultura del bene comune — osserva il presidente dei commercialisti — la priorità è la convenienza personale. Ecco perché la contrapposizione degli interessi potrebbe essere la chiave». La lotta al contante può essere uno strumento efficace di lotta all’evasione? «Quando la somma massima di contante era di tremila euro, eravamo tra i Paesi europei più rigidi — ricorda Miani — nel resto del continente c’è più tolleranza per il contante e mille euro rappresentano una somma davvero bassa. Siamo tutti d’accordo che è meglio tracciare i pagamenti ma per far crescere l’uso della moneta elettronica bisogna utilizzare la leva degli incentivi e delle agevolazioni. Altrimenti serve a poco penalizzare il contante». Allo studio c’è anche il reato di evasione fiscale per il quale si potrà rischiare il carcere. Siete favorevoli? «Sinceramente anche questo sembra un provvedimento molto rischioso le norme penali che facciano da deterrente esistono già. Inasprirle espone al rischio di penalizzare gente innocente. Abbiamo un sistema fiscale troppo complesso: rischiamo di intasare inutilmente le procure». Di recente i commercialisti hanno proclamato uno sciopero a causa delle disfunzioni legate a Isa 2019: è la dimostrazione che i vostri due mondi fanno fatica a dialogare? «È un caso emblematico: tutti sapevano di quel problema, tutti ne convenivano quando lo denunciavamo ma poiché quel provvedimento produce gettito, nessuno se la sentiva di intervenire. Ci occupiamo del 75% dei contribuenti ma finché in Italia ottenere gettito resterà la priorità, sarà difficile far prevalere l’interesse comune».