«Caro, sull’evasione deve essere una rivoluzione, che deve cambiare i comportamenti dei cittadini…». Comincia così l’sms con cui Giuseppe Conte ha spronato il ministro dell’Economia e i tecnici del Mef a raschiare il fondo del barile e scovare i soldi necessari per chiudere in tempo la manovra. Tre miliardi di extragettito fiscale, saltati fuori all’ultimo minuto anche grazie all’asse tra il presidente del Consiglio e il dem Roberto Gualtieri. Per il premier la lotta all’evasione, oltre cento miliardi l’anno, è «la madre di tutte le battaglie». Una sfida che va affrontata «con coraggio», mettendo gli interessi degli elettori prima di quelli dei partiti. «I cittadini in giro per l’Italia mi chiedono una svolta — scrive Conte nel messaggio riservato — E se non dovesse venire perderò di credibilità e dovrò dire che le cose non si possono cambiare». È un avviso a chi frena per questioni elettorali, uno schiaffo a quella «classe politica che non ha il coraggio di affrontare la questione di petto». In un clima di forte tensione nella maggioranza, il presidente sente che il Pd e Leu sono dalla sua parte e scrive a nuora (Gualtieri), perché le suocere (Renzi e Di Maio) intendano. «Per il superbonus vanno previsti tre miliardi», è l’ultimatum di Conte, che ci mette la faccia come mai prima: «Mi assumo io la responsabilità di trovare poi le risorse l’anno prossimo se non dovessero tornarci dal recupero dell’evasione». E ancora, per scolpire la sua leadership: «Mi piacerebbe che tu fossi al mio fianco in questa battaglia, altrimenti mi assumerò anche da solo la responsabilità davanti al Paese». Alla fine i soldi sono saltati fuori. E Conte, determinato a passare alla storia come il premier che abbassò le tasse colpendo i grandi evasori, vuole appenderli al suo chiodo fisso: il superbonus che tanti cittadini si troveranno nella calza alla Befana per aver pagato con moneta elettronica ristoranti, bar, elettricisti, meccanici e via elencando. Il tema dell’evasione, e del carcere per chi viene condannato, segna un altro punto di attrito fra Conte e Di Maio. Se il premier aveva fatto trapelare qualche disagio per la «timidezza» del capo politico sui pagamenti elettronici, la replica è arrivata per vie traverse. Prima con la protesta dei 5 Stelle in commissione Finanze, «la lotta all’evasione si fa osteggiando i grandi evasori, non il piccolo commerciante». Poi con una durissima presa di posizione ufficiosa, trapelata dai vertici del Movimento: «La lotta all’evasione sia vera e non specchietto per le allodole per fare regali a banche e multinazionali». È un braccio di ferro su chi ha più peso nel governo. «Ho fatto valere il nostro 33% in Parlamento», ripete ai suoi il ministro degli Esteri, che sente di aver vinto la partita dei conti: «Quota 100 non si tocca, la tassa sulle sim non c’è, la flat tax per le partite Iva resta… Siamo quelli che mantengono le promesse». Ognuno esulta per sé. Quando Conte ha detto che la manovra «non è un campo dove piazzare bandierine di partito» ce l’aveva con Di Maio e soprattutto con Renzi. Irritato per gli strappi del fondatore di Italia viva, che avrebbe minacciato di non votare il decreto fiscale contro la decisione di abbassare il tetto al contante, il premier gli ha tirato le orecchie a distanza. La scelta di portare la soglia da tremila a mille euroèsolo la parte più visibile della «cura» che Palazzo Chigi sta somministrando al più recalcitrante degli alleati. In asse con il Pd e con l’appoggio di Dario Franceschini e Roberto Speranza, il premier lavora per placare le rivendicazioni di Renzi. Nessuna vendetta, assicurano, ma dietro le mosse che hanno portato alla quadratura del cerchio si intravede una strategia concordata. «Per tenerlo a bada quando alza troppo la testa basta colpirlo in uno dei provvedimenti simbolici del suo governo», spiega riservatamente un dem a margine del Consiglio dei ministri. Così è successo su Quota 100, che Renzi voleva abolire e che inveceèrimasta intatta. Tanto che, prima del Cdm, la ministra Teresa Bellanova commentava infastidita: «Sì che è una vendetta, ma senza noi renziani i numeri in Senato non ci sono».

Tra marito e moglie che si lasciano non bastano lo squilibrio economico e il reddito alto di uno dei due per far scattare l’assegno di divorzio. Non è infatti accettabile l’idea che il più ricco debba pagare al più debole tutto quanto sia per lui sostenibile: così l’assegno diventerebbe quasi un «prelievo forzoso» in misura proporzionale ai redditi. Lo scrive la Cassazione che, con tre sentenze depositate il 7 ottobre scorso, ridefinisce le caratteristiche e i confini dell’assegno di divorzio, di fatto sottolinendo che il parametro principale per attribuire e quantificare l’assegno debba essere quello dell’autosufficienza economica. L’evoluzione Il percorso è iniziato più di due anni fa, quando la Prima sezione della Suprema corte, con la sentenza 11504 del 2017 (relatore Lamorgese) relativa al divorzio tra l’ex ministro Vittorio Grilli e Lisa Lowenstein, ha superato il criterio del tenore di vita, adottato fino a quel momento per determinare l’assegno. I giudici hanno infatti ricordato che la legge sul divorzio riconosce il contributo al coniuge che «non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive». Dal 1990, il parametro per valutare l’adeguatezza dei mezzi è stato individuato proprio nel «tenore di vita» analogo a quello che si aveva durante il matrimonio. Ma si tratta di un criterio, che, a distanza di 27 anni, la Cassazione abbandona: è, in sostanza, una forzatura della norma, fatta perché, nel 1990, il matrimonio era ancora inteso in senso «patrimonialistico», come «sistemazione definitiva», e occorreva prevedere una tutela per la sua fine. Oggi, invece, scrivono i giudici, il matrimonio è un «atto di libertà e di autoresponsabilità» e un «luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile». L’assegno di divorzio, quindi, non deve essere riconosciuto per “prolungare” gli effetti patrimoniali del matrimonio ma solo quando l’ex non è «economicamente indipendente» o non è effettivamente in grado di esserlo. Un parametro netto, su cui la Cassazione (questa volta a Sezioni unite) è tornata l’anno dopo con la sentenza 18287 del 2018. I giudici hanno affermato che per attribuire e quantificare l’assegno di divorzio occorre individuare un «criterio integrato», fondato sulla «concretezza e la molteplicità dei modelli familiari attuali». Non c’è, quindi, solo l’aspetto assistenziale, ma anche la funzione perequativo-compensativa. Questo significa che occorre tenere conto non solo dell’indipendenza economica (o della possibilità di conquistarla) ma anche del contributo fornito dal coniuge più debole economicamente a formare non solo il patrimonio comune ma anche quello dell’altro coniuge; l’intenzione è quella di salvaguardare la posizione del partner (spesso la moglie) che rinuncia a prospettive di lavoro e di carriera per occuparsi della famiglia e lasciare invece più libero l’altro coniuge (tipicamente il marito) di realizzarsi professionalmente. Le indicazioni delle Sezioni unite sono confluite in una proposta di legge presentata da Alessia Morani (Pd): già approvata alla Camera, è ora assegnata alla commissione Giustizia del Senato (atto 1293), ma la ripresa della discussione non è in calendario a breve. Le ultime precisazioni Ad aggiungere altri tasselli per costruire la nuova identità dell’assegno di divorzio è ancora la Prima sezione della Cassazione, con le sentenze 24932, 24934 e 24935, depositate la scorsa settimana. In particolare le pronunce (il relatore è sempre Lamorgese) ribadiscono che il criterio-guida per attribuire l’assegno di divorzio deve essere quello dell’«indipendenza economica»: la sentenza a Sezioni unite del 2018 – affermano – non ha sovvertito questa interpretazione, ma l’ha solo in parte corretta. Così, per la Cassazione, l’assegno di divorzio deve mantenere soprattutto una funzione assistenziale, per aiutare l’ex non autosufficiente. Può inoltre essere riconosciuto solo nei casi in cui vi sia la prova – che deve essere fornita da chi chiede l’assegno – che il divario tra i redditi di marito e moglie sia «direttamente causata» dalle scelte di vita concordate tra i due e che comportano che un coniuge abbia sacrificato le sue aspettative professionali e reddituali per dedicarsi interamente alla famiglia, contribuendo in modo decisivo a formare il patrimonio comune e quello dell’altro coniuge. Occorre, quindi, valutare con attenzione le prove fornite e il contributo dato. Mentre non basta – precisano i giudici – lo squilibrio economico tra i coniugi e il fatto che uno sia più ricco dell’altro. Le sentenze bocciano l’idea che l’ex benestante debba pagare all’altro «tutto quanto sia per lui sostenibile o sopportabile», facendo diventare l’assegno quasi un «prelievo forzoso» proporzionale ai redditi.

Con l’addebito in bolletta non c’è più neanche l’alibi del canone Rai, che per anni ha detenuto il record del tributo con la più alta «propensione al gap» (leggi: evasione fiscale), oltre il 36 per cento. Ora l’Iva è a tutti gli effetti la primatista dell’economia sommersa: sia per l’imposta evasa (37,2 miliardi di tax gap stimati nel 2017), sia per l’incidenza dei mancati versamenti rispetto al potenziale (27,4% di propensione al gap). Come dire che, ogni 100 euro di Iva teoricamente dovuta dai contribuenti italiani, quasi 30 si perdono tra operazioni non fatturate, frodi e omessi versamenti di imposte comunque dichiarate. Ecco perché il contrasto all’evasione Iva è un capitolo cruciale nella strategia anti-sommerso del governo. Che fa leva anche sulla fatturazione elettronica “a tappeto” tra privati, scattata dal 1° gennaio scorso. E che guarda già all’obbligo di trasmissione telematica dei corrispettivi (scontrini e ricevute fiscali) a partire dal 2020. L’obiettivo per l’anno prossimo, d’altra parte, è ambizioso: recuperare 7,2 miliardi di imposte (non solo Iva, ovviamente) per tenere in equilibrio la manovra finanziaria. Dagli scontrini allo split payment Il decreto fiscale – atteso oggi in Consiglio dei ministri – potrebbe contenere alcune disposizioni sull’Iva (si veda anche la pagina a fianco). Ma bisognerà comunque valutare il pacchetto complessivo della manovra per il 2020. Confermato l’invio dei corrispettivi, potrebbero arrivare sanzioni fino a 2mila euro per i commercianti che non accetteranno il codice fiscale dei clienti intenzionati a partecipare alla lotteria degli scontrini (prevista, anch’essa, dal 2020). Poche chance di revoca anche per lo split payment, meccanismo in base al quale la pubblica amministrazione e altri soggetti (come le società quotate in Borsa) pagano i propri fornitori al netto dell’Iva, prevenendo così il rischio di omesso versamento. Confindustria e il Consiglio nazionale dei commercialisti ne hanno chiesto l’eliminazione, ma il Fisco ha replicato che i suoi risultati sono «brillantissimi». In particolare, nel 2018 i soggetti obbligati allo split payment hanno riversato all’Erario 12,1 miliardi al lordo dei crediti d’imposta maturati dai fornitori sui propri acquisti (non è un caso che dal 2015, anno dello split payment, lo stock dei crediti Iva sia cresciuto di oltre 5 miliardi fino ai 40,6 del 2017). Non è escluso, comunque, che in manovra possa trovare spazio qualche correttivo. Ad esempio, con una revisione del perimetro che lo riporti a quello originario, limitato alla Pa. Anche perché il via libero europeo allo split payment scade il 30 giugno 2020 e dovrà essere rinnovato. La sfida impossibile al tax gap Al di là degli obiettivi, il tax gap si è dimostrato finora difficilissimo da scalfire. Secondo la Relazione del Mef sull’evasione, l’Iva evasa non è mai scesa sotto i 34,9 miliardi, con un’incidenza sempre oltre il 2% del Pil, tra il 2012 e il 2017. È inoltre cresciuto il peso degli omessi versamenti su operazioni regolarmente fatturate: un dato da ricollegare – probabilmente – alla crisi di liquidità delle imprese e all’innalzamento delle soglie di rilevanza penale degli omessi versamenti (in vigore dal 22 ottobre 2015). Il monitoraggio sul tax gap non copre ancora l’operazione “e-fattura tra privati” avviata nel 2019 né il serrato monitoraggio delle liquidazioni periodiche, conseguente all’invio dei dati all’Agenzia. Ma i report mensili sulle entrate registrano un aumento del gettito da Iva sugli scambi interni di 1,9 miliardi (+2,6%), tra gennaio e agosto, rispetto allo stesso periodo del 2018. Sono però numeri da prendere con le molle: dopo il balzo del primo semestre, a luglio il gettito mensile anno-su-anno è rimasto stabile, mentre ad agosto è sceso di 196 milioni. Qualcuno paventa la fine dell’effetto e-fattura; altri incolpano il calo dell’economia. La relazione del Mef stima per i primi sei mesi di quest’anno un maggior gettito da 0,9 a 1,4 miliardi attribuibile alla fattura elettronica. Resta da vedere se e come proseguirà il trend, ricordando che dalla e-fattura per il 2019 sono attesi (e contabilizzati) 2 miliardi in più.

La lettera è arrivata alla Cir venerdì scorso: Carlo De Benedetti vuole prendere il 29,9% di Gedi, al prezzo di chiusura di Borsa di giovedì, ossia 0,25 euro per azione. Cir, di rimando, respinge la proposta. La società che controlla il 45,75% dei diritti di voto del gruppo editoriale (cui fanno capo La Stampa, La Repubblica, il Secolo XIX, numerosi quotidiani locali e alcune radio) in una nota spiega di ritenere l’offerta «manifestamente irricevibile in quanto del tutto inadeguata a riconoscere a Cir e a tutti gli azionisti il reale valore della partecipazione e ad assicurare prospettive sostenibili di lungo termine a Gedi». L’Ingegnere torna a guardare all’ex Gruppo Espresso da cui era uscito (restandone presidente onorario) nel 2017 a conclusione dell’integrazione con Itedi, i cui azionisti Exor e Perrone oggi hanno rispettivamente il 6,26% e il 5,24% del capitale con diritto di voto di Gedi. Due anni più tardi, Carlo De Benedetti vorrebbe «rilanciare il gruppo». Nonostante «prospettive difficili», afferma la convinzione che «con passione, impegno, consenso e competenza, il gruppo possa avere un futuro coerente con la sua grande storia». Il presidente di Cir, Rodolfo De Benedetti, si dice invece «profondamente amareggiato e sconcertato dall’iniziativa non sollecitata ne concordata presa da mio padre e il cui unico risultato consiste nel creare un’inutile distrazione, della quale certo non si sentiva il bisogno». Amarezza che il numero uno di Cir riferisce anche «rispetto al lavoro delle tante persone impegnate quotidianamente a garantire un futuro di successo al Gruppo Gedi, che da anni opera in un settore dei più sfidanti». Risultato: «I miei fratelli ed io, come azionisti di controllo del Gruppo Cofide-Cir continueremo a dare il nostro pieno supporto al management in questo percorso». Carlo De Benedetti, in serata, controreplica al figlio, dice di trovare «bizzarre» le sue dichiarazioni e accusa lui e il fratello Marco di non avere «né competenza, né passione per fare gli editori». I termini dell’offerta di Carlo De Benedetti – su cui Consob ha acceso un faro – sono contenuti in una lettera firmata dal presidente di Romed (controllata al 99% dall’Ingegnere), Luigi Nani. Due le condizioni. La prima è che «i componenti il cda di Gedi di nomina Cir rassegnino le proprie dimissioni entro due giorni» dal trasferimento delle azioni a Romed, «ad eccezione dell’ing. John Philip Elkann e del dr. Carlo Perrone che potranno mantenere le attuali cariche e gli attuali poteri». In secondo luogo, la proposta è subordinata al fatto che «per le residue azioni che resteranno di sua proprietà, Cir si impegni a distribuirle ai propri soci (ovvero ai soci della società riveniente dalla fusione Cofide/Cir) entro un anno» dal trasferimento delle azioni oggetto della proposta. Carlo De Benedetti ha chiesto tempi stretti per la risposta, visto che «la presente offerta irrevocabile» è «efficace fino al termine del secondo giorno di Borsa aperta successivo alla data» del primo cda di Cir. Ce n’è uno previsto il 28 ottobre, per i conti dei nove mesi. Non servirà attendere, la risposta è chiara fin da ora: l’offerta dell’Ingegnere è «irricevibile».

Vogliamo crescere ancora, entro fine anno contiamo di superare i 4,5 miliardi di raccolta netta». Le acquisizioni? «Guardiamo alle opportunità che si presentano, ma senza fretta». Quanto ai tassi negativi, «la decisione di potenzialmente girarli ai clienti sui conti oltre una certa cifra, nel caso, dovrebbe essere presa collegialmente, dalle istituzioni». Gian Maria Mossa, ad di Banca Generali, ha appena ricevuto sulla sua scrivania l’ultimo report di Magstad, che segna il balzo dell’istituto dal decimo di cinque anni fa al terzo posto nella classifica del private banking italiano, dietro Intesa Sanpaolo e Unicredit. 40 miliardi di masse nel private, su un totale di 63 miliardi. «Quando sono arrivato, sei anni fa – ricorda Mossa – eravamo a 25 miliardi di cui 11-12 nel private, ora l’obiettivo di arrivare a 75-80 entro il 2021 è realistico come presentato al nostro investor day». A che cosa è dovuto questo salto in avanti, alle acquisizioni? «Èil fruttopiuttosto diunacostantecrescitanel settore della consulenza evoluta soprattutto negli ultimi cinque anni, dove ci siamo proposti con due punti di forza. Il primo è quello di affrontare il mercato attraverso i migliori consulenti finanziari, il secondo è la nostra unicità del business». Che sarebbe? «Forniamo direttamente solo servizi di wealth management e protezione patrimoniale, per il resto affianchiamo il cliente per risolvere insieme con lui eventuali problematichelegatealla suaimpresa o di natura immobiliare,successoria,fiscale,appoggiandoci alle migliori competenze che si trovano sul mercato, con un modello di architetturaaperta». Cosa ne pensa dell’idea, partita da Unicredit, di trasferire i tassi negativi ai clienti con depositi ingenti, ben oltre i 100 mila euro? «Tuttelebanchestannogiàaffrontando il tema, anche se in maniera indiretta, lavorando sulle commissioni. Unicredit ha avuto il coraggio di aprire un dibattito, che all’estero, ad esempio in Svizzera, era già cominciato quest’estate, conUbs». Si va in questa direzione? «Non credo che alla fine si arriverà all’applicazione di tassi negativi da parte di singole banche. In Germania, per fareunesempio,questoèdiventato un tema politico. Ritengo che scelte di questo tipo debbano essere fatte collegialmente, dalle istituzioni. L’applicazionedapartedisingole realtà potrebbe avere effettidistorsivi». I tassi negativi come incidono sul vostro lavoro di private banker? «Complicanoloscenarioe aumentano il valore aggiunto delnostrolavoro. Nonci sono solo 15 mila miliardi di obbligazioni a tasso negativo, c’è anche una quantità crescente di titoli che rendono pressoché zero. Per investire, dunque, bisogna muoversi su direttrici nuove: accrescere la diversificazione geografica e puntare anche su attività illiquide. Sul mercato azionario, invece, nella valutazione la capacità di generare dividendi oggi prevale sui tradizionalimultipli». Come si evolverà l’industria del risparmio? «Nel comparto dell’asset management, dove la pressione sui margini è evidente, oggi occorrono masse critiche, e dunque aggregazioni, oppure grandi specializzazioni. Nella distribuzione conta molto il modello, per fare un buon servizio di consulenza allargato serve un’organizzazionemolto forte». Qual è oggi la vostra strategia? «È quella di rafforzare i nostri capisaldi, a cominciare dalla qualità dei banker, alla architettura aperta del nostro wealth management e offerta di soluzioni gestite, su cui raccogliamo in frutti dei nostri investimenti avviati nel 2013, oltre alla tecnologia che contraddistingue i nostri servizi». Andrete avanti con le aggregazioni? «Nell’ultimo anno abbiamo colto diverse opportunità, da Nextam a Valeur fino a Saxo conla partnershipnel trading ed hedging dinamico, dimostrando di saper integrare le competenzecheriteniamointeressanti sul mercato. Il consolidamento continuerà perché è necessario, ma deve essere fatto al giusto prezzo. Non abbiamo bisogno di acquisire asset, anche quest’anno organicamente contiamo di superare i 4,5 miliardi di masse in termini di crescita. Nextam,per fare un esempio, haaggiunto alle attività ingestione 1,3 miliardi, ma conta molto di più l’aver acquisito un portafoglio di manager molto competenti nell’analisi fondamentale». Dunque come vi muoverete nei prossimi mesi? «Ci guardiamo intorno, non abbiamo fretta, eppure siamo tra i pochi capaci di cogliere eventuali opportunità. Siamo più rivolti ad operazioni di piccolo o medio cabotaggio che, come in passato, possiamo gestire autofinanziandole. Ma in caso di opportunità più importanti, decideremo insieme con l’azionista se ne vale la pena. Deve generare valore per tutti».

«Neanche un prete per chiacchierar», cantava Adriano Celentano. Cinquant’anni dopo, per migliaia di parrocchie italiane la strofa di «Azzurro» si è rivelata profetica. Ci sono sempre meno sacerdoti e meno parroci all’ombra dei campanili. Hanno le agende sempre più piene. Sono percepiti «distanti», difficilmente raggiungibili dalla gente. In tre decenni il corpo sacerdotale si è ridotto del 16%. Ed è sempre più anziano. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: i fedeli che praticano – peraltro in calo costante pure loro – devono abituarsi alla scomparsa della tradizionale figura del parroco che, oltre a essere guida unica della chiesa vicino a casa, si occupa in prima persona dei sacramenti e del culto. E non solo: anche dell’oratorio e delle attività sociali. Quella sorta di punto di riferimento comunitario di democristiana memoria è ormai raro. Il modello don Camillo, reso immortale dai romanzi di Guareschi e dal volto di Fernandel, è in costante declino. Lo dicono i dati sugli ultimi trent’anni (1990-2019) dell’Istituto centrale per il Sostentamento del Clero, forniti a La Stampa da Franco Garelli, sociologo delle Religioni. A maggio 2019 erano presenti in Italia 32.036 sacerdoti diocesani, circa un prete ogni 1.900 abitanti. Nel 1990 il clero diocesano era composto da oltre 38mila tonache. Così in un terzo delle 25.610 parrocchie italiane in trent’anni si è passati da un unico pastore a una gestione collegiale di più preti occupati in più parrocchie, oppure a un unico parroco condiviso con altre parrocchie. È il vuoto che preoccupa la Chiesa. Ha portato «disorientamento nei fedeli, soprattutto i più anziani», rileva Garelli. Di sicuro, è una novità «che interpella la fede, perché la rende meno comoda». Ma allo stesso tempo «il laicato è chiamato ad abituarsi e anche a valorizzare queste dinamiche nuove; a non pensare di avere la chiesa sotto casa, quando si fanno chilometri ogni settimana per andare al supermercato, e ogni domenica per la gita fuori porta». Preti sempre più vecchi. Anche perché l’altro processo che segna la Chiesa è l’invecchiamento. «Se per convenzione – spiega Garelli – consideriamo non più impiegabili in un ruolo pastorale ordinario i preti con più di 80 anni, emerge uno scenario ancora più critico». Peggio se «operiamo il confronto tra i sacerdoti con meno di 70 anni: la riduzione risulta del 31%. I preti con più di 70 anni erano il 22,1% nel 1990, oggi sono il 36%». Altre prospettive che confermano il trend: la quota del clero «giovane» e l’età media. I preti con meno di 40 anni erano il 14% 29 anni fa, mentre oggi «rappresentano non più del 10%». E nel 1990 in media un sacerdote aveva 57 anni, oggi 62 anni. «Siamo di fronte a un clero in età da pensione, se applichiamo a questa categoria criteri che valgono per la maggior parte dei lavoratori». La crisi colpisce molto più il Nord, e in parte il Centro, che il Sud e le Isole. La palma nera «se la contendono il Piemonte (pur terra dei santi sociali), la Liguria e anche il Triveneto, che proviene da una lunga tradizione cattolica». In 30 anni queste regioni hanno perso un un terzo del loro clero. Il segno meno coinvolge anche la Lombardia (-19%), «dove il cattolicesimo si mantiene vivace e organizzato, con i suoi oratori e un volontariato di prim’ordine». Varie regioni del Sud (Calabria, Campania, Puglia, Basilicata) invece sono in controtendenza, «hanno oggi più clero e vocazioni del passato, in media sono chiese più giovani e vivaci». Insomma, col passare degli anni, il clero diocesano si sta «meridionalizzando». Il futuro delle parrocchie. La crisi di numeri sembra inesorabile. È in gioco il futuro delle parrocchie senza preti. Molti sacerdoti devono guidare due o tre parrocchie, quando va bene. Quando va male, anche 19, come don Gianni Poli nella diocesi di Trento. In loro aiuto ci sono alcune migliaia di viceparroci, ma la coperta resta corta. Non è più pensabile mantenere in vita tutta la rete capillare di parrocchie a cominciare dall’appuntamento fondamentale: la messa. Non è più garantita in orari – e in chiese – agevoli per tutti. Già da diversi anni le diocesi si sono attrezzate: c’è chi ha favorito l’arrivo di seminaristi da altre nazioni, in particolare da Africa, America Latina e Asia. E c’è chi ha sperimentato le unità pastorali (strategia per esempio del cardinale Carlo Maria Martini a Milano), mettendo insieme alcune parrocchie e ponendole sotto la responsabilità di un unico parroco. Le unità pastorali sono state anche trasformate in comunità pastorali: la parrocchia resta, con un prete che vi risiede, ma è inserita in una comunità che raggruppa diverse parrocchie sotto un responsabile. Per monsignor Domenico Sigalini, presidente del Centro di Orientamento pastorale, la scelta di accorpare più parrocchie «va vista come decisione missionaria, con una maggior responsabilizzazione dei laici». Ormai imprescindibile. Oggi un parroco vive ogni giornata facendo continuamente «gli straordinari». La domenica celebra varie messe, in luoghi diversi, spesso correndo da una chiesa all’altra. E poi ci sono i battesimi e i funerali. I matrimoni. I gruppi di preghiera e di volontariato. Le confessioni. I malati da visitare. Il catechismo. Riunioni su riunioni. I giovani e l’oratorio da seguire. Senza contare tutte le incombenze amministrative e burocratiche. Ecco perché molti parroci non rispondono più al telefono, non riescono ad accettare un invito a cena di qualche famiglia o ad ascoltare chi ha bisogno di conforto. I giovani amano l’oratorio. In questi giorni in Vaticano, al Sinodo per l’Amazzonia, si discute la possibilità di ordinare in zone remote dei «viri probati», uomini anziani e sposati di «provata fede» per rimediare alla carenza del clero. C’è chi parla di sacerdozio femminile, e chi invoca maggiore spazio e responsabilità ai laici. In ogni caso, per Garelli la prima sfida riguarda «la domanda religiosa e sociale che gli italiani continuano a rivolgere agli ambienti ecclesiali». Secondo le indagini del sociologo infatti «parrocchie e oratori continuano a essere luoghi di presenza pubblica di rilievo». Intanto, più del 20% della popolazione dichiara di andarci con una certa regolarità, «e sono molti di più i praticanti discontinui o irregolari». La maggioranza continua a rivolgersi alla Chiesa locale «per i “riti di passaggio” (dal battesimo al funerale)». Inoltre, la «socializzazione dei giovani negli ambienti ecclesiali è ancora una prassi diffusa, coinvolge una quota rilevante di bambini e adolescenti». Oltre che per il catechismo e la preparazione ai sacramenti, anche per «momenti di svago e sport, o per impegni associativi». Il 60% degli attuali 18-29enni italiani ha frequentato i cortili dell’oratorio. Pur in un contesto in cui è sempre più diffusa «l’idea che la parrocchia sia una formula datata», il 25% della popolazione parla di tanto in tanto con una figura religiosa di questioni personali. Ecco perché urgono preti con una vocazione che non «li porti a stare sul “monte”, ma a vivere a stretto contatto con la gente», in modo da continuare a essere «una presenza spiritualmente feconda pur dentro il “rumore” della città e dei molti impegni ».

A sorpresa, nel silenzio d’un fine settimana ottobrino, la Provincia di Bolzano varca il Rubicone e, a coronamento di una lunga storia irredentista capitanata dai duri del movimento Süd-Tiroler Freiheit e dai bersaglieri Schützen, cancella per legge le definizioni “Alto Adige” e “altoatesino”: l’unica dicitura italiana per indicare la punta più settentrionale della penisola sarà, per l’appunto, provincia di Bolzano, mentre resta invariata quella tedesca di Südtirol. Ed è proprio qui, sulla disparità di trattamento tra il patrimonio genetico nostrano e quello germanico, eterno dover essere dell’ambizione autonomista bolzanina, che la polemica si accende fino all’incandescenza. Sì, perché sebbene il presidente della Provincia di Bolzano Arno Kompatscher getti acqua sul fuoco spiegando che «la denominazione Alto Adige non è stata abolita, non sarebbe neanche possibile giacché è sancita dalla Costituzione», la decisione del suo Consiglio provinciale, passata con 24 sì più un no e 5 astenuti (tra cui Pd, Verdi e Lega), scatena le reazioni da Roma come un grido di battaglia. “Si rispetti la Costituzione” «Continua l’ignobile guerra di aggressione della Svp e dei secessionisti sudtirolesi all’italianità dell’Alto Adige» tuona Giorgia Meloni, al cui partito (Alto Adige nel cuore-Fratelli d’Italia) fa riferimento l’unico no espresso dall’assemblea di Bolzano. Critici Forza Italia e +Europa, che si rivolge all’Esecutivo chiedendo di rispondere a «questo inaccettabile affronto che calpesta la nostra storia». Maria Elena Boschi parla per Italia Viva: «Un grave errore. Sarebbe imperdonabile buttare via il lavoro che per anni la popolazione di lingua italiana, tedesca e ladina hanno fatto per rispettarsi reciprocamente e crescere insieme». Effettivamente, per quanto Kompatscher insista che trattasi di cancellazione e non di abolizione, il disegno di legge «Disposizioni per l’adempimento degli obblighi della Provincia autonoma di Bolzano derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Ue» appare una sfida all’articolo 115 della Costituzione. La replica di Palazzo Chigi arriva in serata con il ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Francesco Boccia: «È necessario rendere i testi italiani e tedeschi perfettamente identici e rispettosi della Costituzione. Se così non dovesse essere la legge sarà impugnata dopo la sua pubblicazione». Boccia ne ha già parlato con Kompatscher e conta di farlo ancora: à la guerre comme à la guerre. Questione di principio, ma non solo. E i giuristi di ambo le parti affilano le armi. Precedente pericoloso Il problema è che la decisione di Bolzano rischia di creare un precedente in un contesto nazionale in cui le ambizioni indipendentiste non hanno magari la veemenza catalana ma esistono eccome. Anche perché la recente modifica del Titolo V della Costituzione che riconosce maggiore autonomia alle regioni ha di fatto ridotto in qualche modo la peculiarità di quelle a Statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia) risvegliandone le antiche pulsioni isolazioniste. «Il termine Alto-Adige viene soppresso, quello Sud Tirolo no. Cose da pazzi. È così che si fa l’Europa?», attacca il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Unicatt, Carlo Cottarelli. L’Europa, già. Se non fosse che il referendum catalano di due anni fa ha acceso i riflettori sulla Scozia risvegliata dalla Brexit, l’indomito irredentismo corso, i pugnaci fiamminghi del N-Va nel piccolo Belgio, le tante potenziali rivendicazioni analoghe a quelle della Generalitat di Barcellona nel cuore di un’Unione in cui l’egemonia culturale è passata da tempo nelle mani del fronte nazional-sovranista.

Anche un libro può violare il silenzio elettorale. Ieri pomeriggio, nel collegio numero 42 di Varsavia, i rappresentanti del PiS, il partito ultraconservatore che guiderà il Paese, non hanno gradito la trovata di Natalia e Katarzyna, 27 e 24 anni. Le ragazze si sono presentate al seggio ciascuna «brandendo» un libro di Olga Tokarczuk, la scrittrice liberale e femminista che, appena insignita del Premio Nobel, ha esortato i polacchi a scegliere «tra democrazia e autoritarismo». Bel tentativo, ma Natalia e Katarzyna sono state «accompagnate» fuori, e il PiS ha di nuovo vinto le elezioni. A seggi chiusi, l’esortazione di Tokarczuk, sembra non aver spostato di molto la scelta dei polacchi. Con un’alta affluenza (il 45,94% alle 17) gli exit poll del voto che deciderà il colore di 460 deputati e 100 senatori sembrano confermare i sondaggi della vigilia: il partito del premier Mateusz Morawiecki è in testa, e il «padrone della Polonia», il leader del PiS Jaroslaw Kaczynski, rimarrà alla guida del Paese. Non solo, contrariamente alle previsioni, la destra sovranista polacca avrebbe guadagnato la maggioranza assoluta dei seggi con il 43,6% dei voti e 239 deputati (quando la soglia era 231). Potrà quindi governare da sola. La colazione di centrodestra KO, guidata dal PO, partito fondato dal presidente uscente del Consiglio Ue Donald Tusk, si sarebbe fermata al 27,4% (130 seggi). Conferme e delusioni per le altre tre coalizioni minori: la Sinistra (Lewica) avrebbe ottenuto il 11,9% (43 seggi), e dopo un’assenza di quattro anni dal Parlamento sarebbe oggi la terza forza del Paese. Entra la Koalicja Polska (Coalizione Polacca), formazione di centrodestra guidata dal Kukiz 15 che avrebbe il 9,6% dei voti (34 seggi). Anche l’estrema destra anti-Ue della Konfederacja (Confederazione) di Korwin, avrebbe superato la soglia minima per i partiti (il 5%), conquistando il 6,4% e 13 seggi. Centrato il bersaglio della maggioranza assoluta, da domani, se i risultati verranno confermati, la strada per Jaroslaw Kaczynski sarà tutta in discesa. Ora non avrà ostacoli nel mantenere le «promesse» anche sulla riforma della giustizia, sulle limitazioni delle libertà individuali e su un giro di vite contro i media «troppo liberali». Riforme che la Ue ha giudicato «violazioni allo stato di diritto». «È ancora presto per dirlo – dice il politologo Andrzej Rychard -, ma credo che il PiS non sia un’entità rigida e immutabile, che andrà dritta per la sua strada autoritaria, che si scontrerà con l’Europa fino all’ultimo sangue, che limiterà ulteriormente la libertà di parola e di espressione». Se la maggioranza assoluta venisse confermata avrebbero i numeri poterlo fare: «Ma non sono stupidi – dice Rychard -. Il PiS ha come primo interesse il bene del PiS, il potere, e ha un’eccezionale capacità di mutazione. Sanno benissimo che per sopravvivere, in una Polonia che sta cambiando radicalmente – più progressista e secolarizzata -, dovrà mitigare le posizioni più dure. Sapranno anche questa volta trovare il modello di “modernizzazione conservatrice”. O almeno, lo spero».

Si dice «preoccupato», Marco Minniti, ex ministro dell’Interno dei governi Renzi e Gentiloni, osservando l’evoluzione delle tensioni tra la Turchia e la popolazione curda nella Siria del nord. «Se abbandonassimo i curdi dopo avergli chiesto di combattere per noi – dice – saremmo di fronte a un clamoroso voltafaccia della comunità internazionale. E i tradimenti, i voltafaccia, non fanno altro che alimentare i focolai di odio contro l’Occidente. Dobbiamo renderci conto che le conseguenze di questo conflitto ci coinvolgeranno». Il campo di gioco della crisi siriana appare però sempre più complesso. Quale soluzione prospetta? «Serve un intervento comune che veda insieme gli Stati Uniti, l’Europa e la Russia. Gli Usa non possono cancellare il loro ruolo nella Siria del nord e la Ue deve rendersi conto che in questacrisi siprospettanoevoluzioni che la coinvolgono, dal ritorno dei foreign fighters alla questione migratoria. La Russia, poi, è presente in Siria e ha buoni rapporti con Turchiae Iran; perquesto è l’unica che può costringere la Turchia ariflettere». Le posizioni di questi tre attori sono lontane dall’essere allineate. Gli Usa, per primi, non sembrano voler essere coinvolti, mentre i curdi chiedono di allestire una no-fly zone al confine con la Turchia. È una strada percorribile? «Èunaoperazionemoltoimpegnativa. Gli Stati Uniti hanno commesso un drammatico errore annunciando il ritiro dallaSiria, miaugurosenerendano conto il prima possibile. Non escludo nulla, sapendo che si tratta di un passo molto impegnativo. Se poi, in seguito all’interdizione della no fly zone, dovesse essere abbattuto un aereo turco, non potrei dire in che direzione si evolverebbe la crisi. Per questo, l’Europa deve entrare in gioco e ricoprire il ruolo che gli spetta nelMediterraneo». L’embargo delle armi imposto da più paesi europei alla Turchia è un primo passo? «È positivo che più Paesi europei abbiano aderito, ma dobbiamo dire che gli arsenali della Turchia sono strapieni. Non c’è un problema immediato di indebolimento in seguito all’embargo verso Ankara che sista mettendo incampo». Di fronte alla possibilità di un intervento più netto, il presidente turco Erdogan minaccia di aprire i confini e lasciar arrivare in Europa un milione di profughi. «L’Unione europea non deve farsi ipnotizzare dalla minaccia dei migranti. Se ci sarà un conflitto, ci sarà comunque un’ondata migratoria, sia che Erdogan apra i confini, sia che non li apra. L’unico modo per fermare questa minaccia è far terminare il conflitto. Non basta analizzare i problemi e poi chiedere agli altri di risolverli. I paesi leader in Europa devono iniziare ad assumersi le lororesponsabilità». La Turchia è un membro della Nato. Come si concilia questa necessità di sicurezza con gli equilibri interni all’Alleanza atlantica? «Siamo di fronte a una crisi senza precedenti dell’Alleanza atlantica. Questo è frutto probabilmente di una certa disinvoltura con cui è stato affrontatoiltemaTurchiainquesti anni. La Nato deve concentrarsi sul fronte Sud, non può solo pensare alla minaccia ad Est. Gli Usa hanno scelto di occuparsi principalmente dello scacchiere asiatico ed è uno scacchiereparticolarmenteimpegnativo. Abbiamo tutto l’interesse a dire che dobbiamo coinvolgere gli Usa nel Mediterraneo, ma l’unico modo per farlo è avere un ruolo di responsabilità, come Unione europea, nella sicurezza e difesa delMediterraneo». Quali rischi corre la Ue di fronte al conflitto tra Turchia e i curdi in Siria? «La crisi umanitaria sarebbe inevitabile. E c’è il rischio di una ripresa enorme, forse ancorapiùsignificativa,dellarotta balcanica dei migranti, alla qualesiaggiungelarottamediterranea,chenonsi èmaichiusa. L’Onu dice che nella Siria del Nord ci sono 150mila sfollati. Se le condizioni si fanno inaccettabili per la permanenza degli sfollati, allora dovremoaffrontareunanuovaondata migratoria verso l’Europa cheforse nonhaprecedenti». L’apertura delle prigioni siriane nelle quali sono rinchiusi i foreign fighters dell’Isis rappresenta un pericolo? «E’ da allarme rosso. La via più probabile per un eventuale ritorno dei foreign fighters, per altro, sarà quella dell’Africa settentrionale, dove esiste un’operatività già accertata di nuclei jihadisti. È il punto di congiunzione tra la crisi sirianaequellalibica.L’Europaverrebbe di nuovo messa in discussione sul tema della sicurezza del continente. E la comunità internazionale deve rendersi conto che si sta giocandolasuacredibilità». Cosa intende? «C’è la possibilità concreta che una parte di jihadisti rimasti in Siriastiapartecipandoall’offensiva turca contro i curdi. Sarebbe un paradosso inaccettabile. Noi abbiamo chiesto ai curdi di allearsi alla comunità internazionale per combattere l’Isis, ma ora li stiamo lasciando soli e, contemporaneamente, li abbiamo messi in condizione di essere cacciati dal proprio territorio dai jihadisti. Non possiamo più chiudere gli occhi o la storia ci presenterà il conto».

Un’attivista paladina dei diritti umani e della coesistenza pacifica trucidata. Altri 17 civili uccisi a sangue freddo in due giorni. Giornalisti, anche stranieri, bombardati. Le violazioni dei diritti umani nel Nord-Est della Siria sono sempre più massicce. E i responsabili sono gli ex ribelli jihadisti siriani che ora combattono al fianco della Turchia contro i curdi. L’episodio più grave è l’assassinio di Hevrin Khalaf, segretario generale del Partito del Futuro siriano e una delle più note attiviste per i diritti delle donne nella regione. Il fuoristrada Toyota che la trasportava è stata fermato sabato sull’autostrada M4, verso Qamishlo. Un gruppo di uomini armati lo ha crivellato di colpi. Poi ha fatto scendere Hevrin e l’ha uccisa con una raffica a bruciapelo. L’autista e l’uomo di scorta sono stati legati e poi finiti a fucilate. I responsabili sono i miliziani del gruppo jihadista Ahrar al-Sharqiya, in questa fase alleati della Turchia e responsabili di altre esecuzioni sommarie. Hanno diffuso loro stessi due video girati con i cellulari che mostrano il massacro. Nel primo si vede l’attivista circondata da combattenti in mimetica. In un altro è mostrato il corpo di una donna, a terra con il viso e i capelli ricoperti di polvere, oltraggiato. L’agguato è stato teso dopo che i miliziani avevano preso il controllo dell’autostrada M4 e allestito posti di blocco volanti per «catturare terroristi del Pkk». Ma nella rete sono finiti civili innocenti, in fuga. Sabato ci sono state nove esecuzioni sommarie. Nella giornata di ieri, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, altre nove «a sud della città di Tel Abyad». Un convoglio con giornalisti stranieri scortati da guerriglieri curdi è stato colpito invece vicino a Ras al-Ayn. Morto un reporter locale e un inviato ucraino. Sfiorata una troupe francese. Ma la perdita di Hevrin è tanto più dolorosa perché si batteva per la coesistenza pacifica fra curdi, cristiano-siriaci e arabi. In un primo momento la responsabilità della sua uccisione era stata attribuita all’Isis. Fatto plausibile perché sono sempre di più i seguaci del califfato tornati in circolazione. Ieri il campo profughi di Ayn Issa, che ospitava parte dei foreign fighter e loro familiari è stato attaccato dopo che gran parte delle guardie curde lo avevano abbandonato. I jihadisti sono riusciti a liberare almeno 100 ex combattenti e un migliaio di civili, quasi tutti stranieri. Nella sezione speciale del campo c’erano centinaia di donne, molte vedove, trasferite lì durante la battaglia di Raqqa. Ora si sono con molta probabilità uniti ai miliziani. Fonti curde dicono che il caos è stato favorito da un raid aereo turco sulle loro postazioni vicino ad Ain Issa. Altre fonti, non confermate, sostengono che alle porte della città sono arrivate le avanguardie di un gruppo di combattenti arabi alleati della Turchia. Ayn Issa si trova a Sud di Tall Abyad, a 40 chilometri della frontiera, e a 50 chilometri a Nord di Raqqa. È uno snodo strategico che i curdi devono tenere a tutti i costi se non vogliono essere tagliati in due. Il campo custodiva un gran numero di prigionieri di origine maghrebina. Non c’erano però gli ex combattenti ritenuti più pericolosi, rinchiusi in prigioni più sicure, compresa una sempre vicino ad Ain Issa. Almeno tre sono già state attaccate dalle cellule dell’Isis, e da una sono fuggiti cinque jihadisti. I curdi hanno custodito finora 12 mila jihadisti e 90 mila famigliari, la maggior parte nel campo di Al-Hol, vicino al confine con l’Iraq, che sta per esplodere. Ieri hanno detto che «non si sentono più responsabili» della loro sorte. La priorità è sopravvivere ma i jihadisti in fuga potrebbero mescolarsi ai miliziani arabi e rendere la battaglia ancora più terribile.