Il destino della Siria è sempre più nelle mani di Vladimir Putin. La decisione di Trump di ritirare i soldati americani dal nord del Paese levantino non solo sta aprendo la strada all’avanzata turca a scapito dei curdi, ma ha provocato un vuoto di potere nel quale la Russia si sta insinuando con destrezza. Putin adesso è in pratica l’unico in grado di porre un freno alla sanguinosa offensiva militare del suo «caro amico» Erdogan, che ieri sera ha assicurato che parlerà col presidente russo per risolvere «entro 24 ore» ogni eventuale problema con Mosca. La prima mossa del leader del Cremlino è già andata a segno: un’inedita intesa tra il regime di Assad e i curdi per far entrare le truppe di Damasco in due città chiave a ovest e a est dell’Eufrate, Manbij e Kobane, e impedire che cadano in mano ai turchi. Donald Trump ha di fatto abbandonato al proprio destino le milizie curde che sono state il principale alleato degli Usa nella lotta contro i terroristi dell’Isis. Così facendo ha posto Putin nelle vesti di arbitro tra il regime siriano e i curdi, costretti a bussare alla porta di Damasco per non essere schiacciati dalla macchina bellica turca. L’accordo favorisce prima di tutto Putin. Senza il sostegno del Cremlino Assad probabilmente non sarebbe neanche più al potere e le aree controllate da Damasco di fatto lo sono anche da Mosca. Assieme ai soldati siriani potrebbero infatti entrare a Kobane anche quelli russi. D’altronde Putin è però in ottimi rapporti pure con il leader turco Erdogan e l’asse Mosca-Ankara non può che uscire ulteriormente rafforzato da questa complessa situazione. Turchia e Russia stanno dalla parte opposta del fronte, ma assieme all’Iran (altro alleato di ferro di Damasco) formano il trio di Astana e da tempo trattano amichevolmente per spartirsi le zone di influenza in Siria. Non è un caso che Erdogan abbia telefonato a Putin poco prima di aprire il fuoco. Mentre Ue e Usa minacciano di imporre pesanti sanzioni alla Turchia per questa nuova invasione, Ankara si avvicina ulteriormente al Cremlino, che in Siria fa la parte del leone e dispone di una base aerea a Hmeymim e di una base navale a Tartus. Assad ha risollevato la testa dopo l’intervento al suo fianco delle truppe russe, ma ha ancora bisogno del sostegno dei jet di Mosca. Putin ora potrebbe persino regalargli il rilancio delle relazioni con un nemico come Erdogan. Giovedì il capo della diplomazia russa, Sergey Lavrov, ha infatti sottolineato «la necessità di un dialogo tra Turchia e Siria». Mosca sta pian piano strappando a Washington l’alleanza con Ankara, che pur essendo membro della Nato ha acquistato i sistemi antimissili russi S-400 scatenando l’ira di Trump. Russia e Turchia hanno concordato la creazione di una zona di de-escalation di competenza turca nella provincia siriana nord-occidentale di Idlib, teatro di aspri combattimenti. Ora, di fronte all’offensiva turca contro i curdi, Putin esorta Erdogan a rispettare la sovranità della Siria. Ma l’approccio dei russi nei confronti della Turchia è piuttosto morbido. Putin è infatti il primo a riconoscere quello che Erdogan presenta come un diritto della Turchia alla sicurezza nazionale. Ankara sta infatti invadendo il nord della Siria per infliggere un duro colpo ai miliziani curdi, che bolla come terroristi per i loro legami col Pkk. Trump da parte sua ha definito «una mossa molto intelligente» il suo ordine di completo e immediato ritiro dal nord della Siria di tutti i mille soldati Usa presenti nella zona. «Non possiamo essere coinvolti nella battaglia lungo il confine tra Turchia e Siria», ha dichiarato. I militari Usa saranno spostati a sud. Putin ed Erdogan non possono che ringraziare.
Le terre del Rojava passano di mano a una velocità impressionante. La decisione di Donald Trump, nella notte fra sabato e domenica, di ritirare «il più presto possibile» i mille militari statunitensi ancora nella regione ha scatenato una corsa di tutte le forze in campo. Senza più lo scudo americano, privi di mezzi anti-aerei, per i guerriglieri curdi non c’è scampo. E allora hanno deciso di concentrare le loro forze alle estremità Ovest e Est del fronte. E di chiedere aiuto ai russi e al governo di Damasco. Bashar al-Assad aveva già ammassato truppe verso l’Eufrate ed è ora pronto ad attraversarlo «entro 48 ore» per arrivare a Manbij e Kobane prima dei turchi. Anche perché l’aviazione americana «non ostacolerà la manovra». Per il raiss è un successo insperato, per i curdi si tratta di sopravvivere. La parte centrale del fronte, fra Tall Abyad e Ras al-Ayn è al collasso. Nonostante i contrattacchi notturni le due cittadine sono in mano a esercito di Ankara e miliziani arabi alleati. Nel mezzo è stato aperto un nuovo varco, e i combattenti dell’Esercito nazionale siriano hanno raggiunto l’autostrada M4, che corre a 30-40 chilometri di profondità. Lo stesso presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha allargato la «fascia di sicurezza» a 35 chilometri, per includere la principale via di comunicazione. Avanguardie dei miliziani sono arrivate fino ad Ayn Issa, ancora più in giù, sulla strada che da Tall Abyad porta a Raqqa. I limiti posti all’inizio dell’operazione «Fonte di pace», nella telefonata di domenica 6 ottobre fra Trump e Erdogan, non hanno più senso. Il capo della Casa Bianca, dopo che venerdì sera i soldati statunitensi erano finiti sotto il fuoco dell’artiglieria turca, ha capito che la situazione non era più sostenibile, a meno di un confronto armato con la Turchia, impensabile. E ha deciso di togliere il disturbo. Ieri funzionari hanno ammesso che la situazione «si sta deteriorando con grande rapidità», perché turchi e alleati «possono isolare le basi americane» e Washington non controlla più «le vie di comunicazione» e neppure «i jet turchi sopra le teste dei soldati«. Poi il segretario alla Difesa Mark Esper ha spiegato con una certa brutalità che «Erdogan ci ha informato che stava arrivando: ci ha informato, non ci ha chiesto il permesso». E non c’era modo di «fermare 15 mila turchi che avanzano verso Sud». Una determinazione confermata ieri dallo stesso Erdogan. «Sapevamo – ha spiegato – che dopo aver lanciato la nostra operazione avremmo dovuto affrontare la minaccia di sanzioni o di embargo sulla vendita di armi. Quelli che pensano di farci ritirare con questa minacce si sbagliano di grosso». I primi ad averlo capito sono i curdi. Senza la leadership americana i Paesi europei non possono impensierire la Turchia e tanto meno proteggere i curdi sul terreno. Per questo il Pyd, il braccio politico delle Ypg, ha riaperto subito i canali con il governo di Damasco. Ieri una delegazione è arrivata nella base russa di Hmeimim e c’è stato un primo accordo. L’esercito siriano, preceduto dalla polizia militare di Mosca, sarà dispiegato a Manbij e a Kobane, la principale città curda nel Rojava, ormai tagliata fuori dai territori più a Est. Le perdite fra i guerriglieri sono troppo elevate. Il ministero della Difesa turca sostiene di aver eliminato 525 «terroristi», mentre le vittime civili sono almeno 60, 130 mila gli sfollati. La cessione di Manbij, che i curdi hanno strappato all’Isis nell’agosto del 2016, è dolorosa ma non troppo. La città è a maggioranza araba, si trova a Ovest dell’Eufrate ed era indifendibile fin dall’inizio. Perdere Kobane, città martire della lotta all’Isis, è un altro discorso, significa la fine del sogno di indipendenza. Ma sempre meglio finire nelle grinfie di Assad, con assicurazioni da parte dei russi, che sotto i talloni di miliziani infiltrati da jihadisti di Al-Qaeda. Come riassume il decano degli analisti mediorientali, Joshua Landis, «l’amara verità è che Putin è oggi l’unico statista in grado di disinnescare i conflitti in Medio Oriente, in Siria come nel Golfo. La politica estera americana è collassata con Trump, una decisione sbagliata dopo l’altra. Porta soltanto caos».
Onorevole Manlio Di Stefano, come sarà il Movimento 2.0 nato a Napoli? «L’aspetto più importante riguarda la struttura, con i referenti territoriali, che saranno corpi intermedi per aiutare Di Maio a lavorare al meglio e a rendere il Movimento più rappresentativo sul territorio. E’ un cambiamento che toglie un alibi a chi nella base pensava dinon poterpartecipare». Sul nuovo organigramma deciderà comunque Di Maio. Dov’è la svolta di collegialità? «Ci saranno circa 90 persone con un ruolo di rappresentanza e a sostegno delle scelte di DiMaio.Comeneglialtri partiti, alla fine la sintesi spetterà a lui, ma dopo una fase di condivisione». Basterà questo a far rientrare i malumori di questi giorni, anche di molti assenti a Napoli, in primis Di Battista? «So che Alessandro non era a Napolipermotivi personali». Lui non ci sarà in questa nuova struttura. «Nonsièparlatodinomi,manon credo.Quantoagliassentinonmi preoccupo, io penso ai presenti, perchésonolorochescriveranno ilfuturodelMovimento». Zingaretti spinge perché l’accordo trovato sull’Umbria diventi alleanza. Di Maio frena, Grillo vi ha nuovamente spronato sul Pd… «Beppe non ha parlato di alleanze, ma di una modalità che ci porti a guardare al risultato, e a dire che portiamo le politiche sui nostri temi. Questo non significa alleanza, ma a ragionare come in Umbria, dove siamo arrivati con il Pd adavereun candidato civico». A livello nazionale potreste mettere insieme un’alleanza, anche con Leu, che vi farebbe superare il 45 per cento. «Su questo non ci sono preclusioni assolute, ma a patto che si parta dai programmi e dai contenutienon dainomi». Una vittoria in Umbria di Bianconi potrebbe dare un’accelerata su questo percorso? «Potrebbe,anchesefaticoapensare che in altre realtà il Pd abbandonialcunisuoiuomini». Quindi in Emilia, dove è in corsa Bonaccini, non si può replicare il modello Umbria. Ma sareste pronti ad andare da soli o potreste puntare su una accordo di desistenza? «Questedecisionipassano dalla volontà di tutti, sono sicuro che sia possibile trovare un accordoperl’Emilia». Torniamo a Napoli, e alle ovazioni per Giuseppe Conte. Lei ci crede che non farà un suo partito? «HaragioneConteadirecheabbiamogiàtroppeformazionipolitiche e che è importante intantofarlelavorarebeneinsieme». Conte avrà un ruolo nel M5s? «Noiabbiamogiàunleaderpoliticoeperilmomentovabenecosì. Abbiamo massima stima in Conte, è il miglior premier degli ultimi 30 anni ma adesso è bene cheognunofacciailsuolavoroal meglio,nell’interesseditutti». State varando la legge di bilancio. Dice che su famiglia e cuneo fiscale c’è una svolta, ma per ora non ci sono risorse, o sono scarse. Come cambierete il passo rispetto al primo Governo Conte? «Conte è stato chiaro, dobbiamo ragionare in un’ottica di programmazione pluriennale. Con questa manovra inizieremo ad abbassare le tasse e ad adottare provvedimenti per la famiglia,eapocoapocoqueste misurediventerannostrutturali. Non è più come con la Lega, che voleva tutto e subito per spendersi le cose alle europee; una linea che non dava un vero beneficio agli italiani, ma solo politicoaSalvini».
Mentre Beppe Grillo continua ad accarezzare l’idea di un’alleanza organica con il Pd, Luigi Di Maio prosegue in una esercitazione di fioretto e ad un passo di avvicinamento ne segue uno di distante prudenza. «Lo facciamo per i cittadini, lo capiranno», dice Grillo durante un pranzo con Paola Taverna, Carlo Sibilia, Nicola Morra. Quando invece Di Maio inizia a parlare dal palco di Italia 5 stelle per l’intervento conclusivo – e il fondatore abbandona la festa senza aspettarlo – il messaggio agli alleati del Pd si colora di più sfumature. Prima l’avvicinamento, aprendo timidamente all’alleanza strutturale proposta da Nicola Zingaretti, anche se sotto altre forme: «Non proporremo alleanze regionali con il Pd, al massimo proporremo patti civici», dice. Cambiano i nomi, la sostanza resta. Poi, però, apre una nuova distanza, affondando il colpo: «Non è vero che per votare bisogna fare un’altra legge elettorale, la legge attuale è operativa. Finché facciamo le cose restiamo al governo». Il sapore è quello salviniano, il contenuto uno sgambetto al Pd e a Giuseppe Conte, che sta invece lavorando a una nuova legge elettorale anche per disinnescare il referendum leghista che si dovrebbe tenere a giugno. Il Movimento esce dalla kermesse di Napoli con un volto comunque diverso. «Siamo cambiati», continuano a ripetere i big del partito. E la festa si chiude così, con Conte a Roma, Grillo lontano, e Di Maio da solo sul palco nel tentativo di dare concretezza alla riforma del partito che dovrebbe spalmare le responsabilità della sua leadership su una nuova classe dirigente. Un gruppo di 80 persone, tra coordinatori e responsabili di settore, che verrà plasmato da Di Maio. Difficilmente, quindi, riuscirà a sopire i mal di pancia di quei parlamentari che invocano una maggiore collegialità nelle scelte. Fino al 12 novembre a Di Maio perverranno le candidature per il nuovo organigramma: 6 membri che faranno parte di un comitato ristretto che si occuperà di organizzazione, comunicazione, coordinamento, e che per il loro ruolo particolarmente delicato saranno scelti direttamente dal capo politico. Poi 12 facilitatori, soprattutto parlamentari con le loro squadre, che si occuperanno di temi specifici. Anche qui, le candidature passeranno un vaglio preventivo del capo prima di essere messe al voto online. Infine, i referenti regionali, che Di Maio sceglierà pescando tra i più votati su Rousseau. E tutti questi meccanismi di selezioni – sibilano i dissidenti interni – li ha decisi Di Maio mettendo ai voti su Rousseau la sua proposta e nessun’altra. Le votazioni arriveranno a dicembre, ma Rousseau, nel frattempo, proverà a evolversi per provare un rilancio. Il sito web di Davide Casaleggio non è riuscito a sfondare. Adesso tenterà un restyling trasformandosi in una sorta di social network pentastellato. Gli iscritti avranno la possibilità di crearsi un proprio profilo, di avere una bacheca come Facebook, e di interagire così all’interno di altre cerchie di attivisti. L’ennesima evoluzione in casa Cinque stelle. «Siamo cambiati ma non vi abbiamo mai traditi», assicura Di Maio. La gente applaude e pensa già ai prossimi possibili traguardi nelle Regioni. Lì, il tema dell’alleanza con il Pd continua a restare caldissimo. Tra gli attivisti restano però dei paletti. In alcuni casi Di Maio dovrà provare a scavalcarli, come quello per il governatore uscente del Pd, Stefano Bonaccini, in Emilia-Romagna, e cercare di chiudere l’accordo anti-Lega. In altri casi, come in Campania, il veto sul presidente dem resta: «Un’alleanza con Vincenzo De Luca? Neanche per sogno», dice Di Maio. Grillo avrà indicato la direzione, ma la strada è più che accidentata.
L’ ultimo dato ufficiale, calcolato dall’apposita commissione del ministero dell’Economia e delle Finanze, fissa l’asticella dell’evasione a quota 107,5 miliardi di euro. Stando alle relazione dei 15 esperti in materie economiche, statistiche e fiscali che ogni anno elaborano la «Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva» ( l’ultima risale ad un anno fa e prende in considerazioni i dati del 2016, ultimo anno per il quale i conti nazionali dell’Istat sono aggiornati), all’appello mancano ben 33,8 miliardi di Irpef, 35,2 miliardi di Iva, 8 miliardi di Ires, 5,3 di Irap e altrettanti di Imu, 8,4 miliardi di contributi che dovevano versare i datori di lavori ed altri 2,78 a carico dei lavoratori dipendenti. Poi ci sono 1,6 miliardi di accise in meno, 831 milioni di imposte sugli affitti e 696 di addizionali Irpef non versate. In totale 96,33 miliardi di entrate tributarie e 11,19 miliardi di euro di entrate contributive. Le misure allo studio Una montagna di soldi che sulla carta non dovrebbe essere difficile aggredire. E per questo che nella manovra di bilancio per il 2020 il governo si era dato un obiettivo molto ambizioso, raccogliere almeno 7 miliardi di euro, mettendo in campo col nuovo decreto fiscale che oggi dovrebbe arrivare all’esame del Consiglio dei ministri tutta una serie di misure che vanno dagli incentivi all’uso delle carte di credito al possibile abbassamento (da 3.000 a 1-1.500 euro) delle soglia per l’uso dei contanti che però sembrerebbe esclusa, all’inasprimento delle pene per i grandi evasori (manette comprese), da nuove misure per contrastare le frodi nel settore carburanti sino a norme per arginare le compensazioni tra crediti fiscali e tasse da pagare non dovute. Al momento però il pallottoliere del Mef si è fermato attorno a quota 3/3,5 miliardi. Di qui la spinta che arriva da più parti all’interno della maggioranza a fare di più e meglio, anche se poi spesso le proposte contrapposte arrivano a elidersi. E più che a incassare viene facile proporre nuove misure di spesa. Ma dove si evade di più? Gli esperti del Mef hanno elaborato anche un indicatore che calcola quanto i contribuenti non pagano rispetto a quanto avrebbero dovuto pagare: è la propensione all’inadempimento dei contribuenti, o propensione al gap, ossia il rapporto tra tax gap e il gettito teorico. Questo indicatore varia a seconda delle imposte, e la media tra il 2014 e il 2016 ha raggiunto un valore del 21,6%.In pratica ogni 100 euro di entrate attese, lo Stato ne ha incassate meno di 80. Nel complesso, l’evasione fiscale e contributiva tra il 2015 ed il 2016 è cresciuta di 709 milioni di euro (+0,7%) rispetto al 2015. Tale andamento, spiegano gli esperti, è dovuto all’aumento (al netto della Tasi) di 1.147 milioni di euro dell’evasione fiscale (+1,2% rispetto al 2015) e alla diminuzione per 438 milioni di euro di quella contributiva (-4%). Rispetto al 2015, si registra un aumento del tax gap per l’Iva (412 milioni di euro) e una riduzione di quello relativo all’Irap (-297 milioni). Si registra anche un aumento relativo all’Ires (989 milioni) e un incremento del tax gap dell’Irpef di circa 1.226 milioni di euro, ovvero il saldo trauna riduzione di 115 milioni per i lavoratori dipendenti irregolari e di un aumento di 1.341 milioni per lavoratori autonomi e le imprese. La riduzione del tax gap da locazioni rispetto al 2015 è stata invece pari a 434 milioni di euro. La voragine dell’Iva L’evasione dell’Iva, in particolare, proietta l’Italia al vertice della classica europea: stando alle ultime stime della Commissione europea nell’arco di 8 anni abbiamo perso ben 137 miliardi di euro di gettito, in pratica il valore di tre finanziarie o se vogliamo di un mezzo anno fiscale. I divari maggiori sono quelli riscontrati in Romania (36%), Grecia (34%) e Lituania (25%). In termini assoluti il divario più alto (33,5 miliardi di euro di Vat gap) è però senz’altro quello dell’Italia ed ovviamente non basta a consolarci il fatto che nell’ultimo anno preso in considerazione il nostro gap si sia ridotto di più del 2 per cento, perché parliamo di un ammontare di risorse che supera l’intera legge di Bilancio del prossimo anno ed è una vera enormità.
Sabato sera succede questo. Nel retropalco dell’Arena Flegrea di Napoli Giuseppe Conte sta affinando il suo discorso. Si consulta. È indeciso se puntare o meno ancora una volta sulla lotta al contante, sull’educazione all’utilizzo della carta come strumento per abbattere l’evasione. È la sua battaglia campale attorno alla quale intende declinare l’intera legge di Bilancio. Ma la platea qui è difficile, i tassi di nero in città sono altissimi. Fa lo stesso. Il premier tira dritto, nonostante tra i 5 Stelle in pochi nascondano lo scetticismo. L’applauso, però, alla fine è scrosciante. Le occhiate dei grillini tra di loro mostrano stupore. Pure Luigi Di Maio è meravigliato. Anche se lo stesso pubblico meno di 24 ore dopo accoglierà tra urla di giubilo la garanzia offerta da leader del Movimento che nella guerra giurata agli evasori non saranno stati coinvolti i commercianti e gli artigiani. Una strizzatina d’occhio che misura tutta la distanza delle strategie e delle priorità tra il premier e il ministro degli Esteri. Il primo interessato a politiche di sistema, capaci di stravolgere i consumi, il secondo più desideroso di stringere la manette ai polsi dei grandi furbetti che di contrastare i piccoli evasori. Sull’incentivo ai bancomat, dal giorno dell’annuncio, Di Maio non ha mai spalleggiato né Conte né gli alleati del Pd. Una freddezza che il presidente del Consiglio non ha potuto non notare. Da giorni lo va dicendo che «sui contanti Di Maio è troppo timido, non ci sta aiutando abbastanza». Uno sfogo raccolto anche da membri dem del governo che invece sono entusiasti sostenitori di questa misura. Due visioni diverse La ragione delle resistenze del capo politico dei 5 Stelle è squisitamente di calcolo elettorale e di sensibilità. Ed è manifesta nel passaggio sull’evasione del suo lungo discorso di ieri alla folla festante dei 5 Stelle: «Non si parli sempre del commerciante e dell’imprenditore. Noi del M5S quando parliamo di lotta all’evasione parliamo di quei signori che mentre commercianti e imprenditori pagavano le tasse, portavano i soldi all’estero. La maniera per fermarli è la galera e la confisca. Mi riprendo quello che hai comprato con i soldi dell’evasione. Trattiamoli come i corrotti e vedete che le cose cambieranno. La battaglia è contro l’1 per cento che spesso decide per l’altro 99 per cento. Non permetteremo si tocchino i nostri imprenditori, artigiani, commercianti, calzolai, professionisti, perché – ecco il passaggio cruciale – se la lotta all’evasione la si vuole fare per vessare loro, diremo no grazie, perché la maggior parte passa cento giorni l’anno a compilare scartoffie e poi alla fine dell’anno arrivano tasse che non hanno considerato». In questo lungo discorso che in altri tempi si sarebbe sentito in una convention di Forza Italia, non c’è neanche un accenno ai bancomat, ai pagamenti elettronici cari a Conte come alternativa per incenerire ogni tentazione di evasione. Non c’è nulla nemmeno sul tetto al contante e l’abbassamento che pure potrebbe finire su spinta del Pd nel decreto fiscale allegato alla manovra economica. Impossibile non coglierlo. E infatti a Palazzo Chigi lo colgono. «Non c’è solo il consenso», è il ragionamento di Conte, libero di poterla pensare così però proprio perché non ha un partito ed elettori a cui fare riferimento. I quel mix di comunicazione, tattica e strategia, il M5S targato Di Maio è sempre stato capace di cavalcare il consenso anche a spese della propria identità. La lotta all’evasione si trasforma nel carcere per chi froda il fisco, ma snobba la campagna culturale di Conte contro chi approfitta dell’abuso del contante per evitare di emettere scontrini e fatture. Piccole evasioni che sommate fanno grandi numeri sostiene il premier. Il quale, da parte sua, non ha intenzione di mollare un millimetro. Anzi. Scherzando gli dicono che se Romano Prodi verrà ricordato per l’entrata nell’euro, lui lo sarà per questo: aver insegnato agli italiani a usare il bancomat e la carta di credito. Chiede al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri «di fare il più possibile» per raggiungere il traguardo dei 7 miliardi euro fantasmi da recuperare. Con il Pd, su questo, la sintonia è totale. La confidenza di Grillo A Napoli ne ha parlato anche con Beppe Grillo, ormai completamente proiettato all’alleanza organica con i dem: «Un conto è Renzi, un conto era D’Alema – ha confidato il comico – Ma in questo Pd c’è tanta gente perbene con cui poter lavorare. Ci sono tanti giovani del Pd entusiasti, elettori con cui dobbiamo sapere parlare».
«Se c’è ancora un problema di risorse aboliamo del tutto Quota 100». Mancano più di tre ore al vertice di maggioranza convocato a palazzo Chigi da Conte per mettere l’ultimo sigillo sul Decreto fiscale e sul Documento programmatico di bilancio (Dpb) che entro domani va spedito a Bruxelles e i renziani sganciano un nuovo siluro. Ad andare all’attacco è il vice capogruppo di Italia Viva alla Camera Luigi Marattin che chiede «lo stop totale» dell’anticipo pensionistico, «perché si tratta della politica più ingiusta degli ultimi 25 anni» mentre sarebbe meglio «rendere strutturale l’Ape» e magari «destinare i risparmi al bonus famiglie» richiesto anche dal Pd e che nel frattempo è sparito dai radar. I 5 Stelle con Nunzia Catalfo fanno subito muro, e dopo aver bocciato l’altro giorno l’ipotesi di allungare di 3 mesi le finestre d’uscita, il ministro del Lavoro torna a ripetere che «Quota 100 non si tocca. E’ una misura sperimentale che scade nel 2021 e come tale va portata a termine senza fare modifiche». Di fatto le due posizioni si elidono e così il tema del «ritocco» di Quota 100, per risparmiare 500 milioni in più nel 2020 come suggerisce il Pd resta sul tavolo. L’affondo dell’esperto economico renziano va dritto al cuore del problema che il vertice notturno è chiamato ad affrontare: quello delle coperture. Lo schema della manovra da 29/30 miliardi (23 per cancellare le clausole Iva, 2,7 miliardi destinati al taglio del cuneo fiscale, 3,2 alle spese indifferibili) è quello noto, idem il livello di deficit (fissato al 2,2% per il 2020 contro il 2,04 di quest’anno). Sulla carta le risorse arriveranno da un aumento della flessibilità (14,4 miliardi), dalla lotta all’evasione (7,2), da una ripresa della spending review (1,8), dal taglio delle spese fiscali dannose per l’ambiente (1,8) e da altre voci non meglio definite (2). Ma tutto questo non basta, perché sul fronte entrate il decreto fiscale per ora garantisce poco più di 3 miliardi su 7. Cosa si aspetta Bruxelles Ma mentre i quattro partiti di maggioranza sgomitano per fare di tutto e di più, Conte e Gualtieri si trovano a fare i conti con una richiesta che per vie ufficiose è arrivata da Bruxelles. Che sarà pure diventata con noi più disponibile, ma nonostante questo si aspetta comunque «coperture credibili» preannunciando una analisi non scontata sul «Dpb». Arrivati alla stretta finale e con l’obiettivo di riuscire a convocare già questa sera la riunione del Consiglio dei ministri (ma non è escluso che tutto slitti a domani sera) ieri pomeriggio al Mef si è tenuta una lunga riunione presieduta dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, alla quale hanno preso parte i tecnici, i viceministri e i sottosegretari. L’obiettivo era definire gli ultimi dettagli da portare poi al tavolo politico convocato a sera inoltrata dal premier. Secondo fonti del Mef non dovrebbe essere difficile trovare soluzioni condivise. Al di là delle bordate di Marattin, del pressing di Di Maio e delle istanze del Pd, l’obiettivo di Conte e Gualtieri è quello di arrivare a un compromesso. «No a nuove tasse» Ieri il leader dei 5 Stelle ha messo di nuovo in chiaro che «il Movimento 5 Stelle non darà mai l’ok ad un aumento delle tasse», tornando ad insinuare il sospetto che invece il Pd voglia farlo. Ieri al Mef ad esempio si è tornati a parlare dell’aumento della tassa di concessione sulle sim aziendali, con un aggravio di 6-10 euro al mese per ogni dipendente. Proposta di nuovo respinta, come già era avvenuto a metà settimana. No anche all’idea di abbassare di fatto in maniera retroattiva (visto che le spese sono già state fatte) la soglia di detraibilità del 19% dall’Irpef per i redditi sopra i 110mila euro, e di intervenire sulla soglia dei 65mila euro a cui si applica la flat tax («Per noi non si tocca» ha detto Di Maio). Sul fronte della redistribuzione delle risorse qualche passo per rispondere alla varie richieste comunque era stato fatto ipotizzando in avvio di confronto un aumento sino a quota 3 miliardi dei fondi destinati al taglio del cuneo, in modo da assicurare un beneficio vicino agli 80 euro al mese per una platea anche più ampia degli attuali percettori del bonus renziano, una riorganizzazione progressiva dei fondi destinati alla famiglia in vista del varo dell’assegno unico, ed infine il progressivo superamento del super ticket. Se son rose…
Vladimir Putin entra con scaltrezza nella crisi provocata dal massiccio attacco turco di cinque giorni fa contro i curdi nel nord-est della Siria. Mosca chiede il ritiro di tutte le truppe straniere presenti «illegalmente» sul territorio siriano, spingendosi a prospettare il rientro delle stesse truppe russe se questa fosse la volontà di Damasco. Il Cremlino si inserisce così tra le pieghe del disorientamento di europei, Stati Uniti e Nato dinanzi alla sfacciata iniziativa militare di Erdogan. Mentre l’aviazione di Ankara martella le postazioni curde e i blindati turchi occupano le città di Suluk e Tel Abyad, e l’Onu lancia l’allarme per i centotrentamila sfollati che già si contano dall’inizio dell’offensiva, a Washington si valutano possibili leve per fermare le operazioni in corso. Sono allo studio anche sanzioni contro la Turchia, singolari nei confronti di un Paese alleato, sorvolando sulla luce verde che proprio Trump ha di fatto dato all’offensiva militare con il repentino annuncio e l’attuazione del ripiegamento delle forze Usa dal terreno. Gli europei considerano ancora in ordine sparso la sospensione delle forniture militari al governo turco e tentennano, salvo un’auspicabile svolta oggi a Lussemburgo, nell’assumere una posizione coesa e decisa di censura. Ennesima prova della difficoltà per Bruxelles di decidere all’unanimità, un vincolo che condanna troppo spesso l’Ue alla paralisi o a un insignificante minimo comune denominatore. Ma anche il versante Nato potrebbe essere interessato a soppesare con cura il gioco di Mosca in questa fase. Affiorerà verosimilmente la diffidenza di fondo dell’Alleanza atlantica verso le proposte del Cremlino. Forse si terrà conto del fatto che la richiesta di Putin potrebbe sottintendere persino una sottile volontà di Mosca di favorire una via d’uscita per Erdogan, togliendogli le castagne dal fuoco in cui è precipitato tra le condanne unanimi, dall’Ue agli Usa, dalla Russia alla Lega araba e fino all’Iran. Anche se allo stato attuale, nonostante l’isolamento internazionale, il Sultano non pensa di fermare la sua azione. La Siria per la Nato è una regione «fuori area», esterna al raggio di eventuali mandati operativi. Eppure sono chiare le ragioni, già ampiamente illustrate, per cui l’offensiva nel nord-est della Siria rischia di ledere interessi fondamentali dei Paesi membri europei dell’Alleanza. Nessuno di loro, né tanto meno l’Italia, può sottovalutare il rischio di un’ulteriore destabilizzazione della regione e di un afflusso indiscriminato in Europa di nuove ondate di profughi. Altrettanto evidente è l’interesse primario a evitare la messa in libertà di migliaia di foreign fighters, sinora detenuti dai curdi e pronti a rientrare in Europa con intenti non certo meditativi. Stiamo parlando, sulla base di stime accurate, di diciassettemila combattenti, e il numero sale a trentamila se si aggiungono i familiari: dati allarmanti per la nostra sicurezza. Se per la Nato in quanto tale, condizionata dalla partecipazione della Turchia, alcuni limiti risultassero invalicabili – il segretario generale Stoltenberg ha comunque creato comprensibile imbarazzo con l’appello ad Ankara per un intervento proporzionato – i suoi membri, soprattutto europei, potrebbero avere maggiori margini per una scrupolosa verifica diplomatica delle effettive intenzioni di Mosca sul ritiro delle forze straniere dalla Siria e di possibili convergenze. E se c’è un prezzo da pagare per fermare le armi, garantire la sicurezza e forse dare anche una prospettiva a quel Paese martoriato da otto anni di guerra, sarebbe bene analizzarlo con attenzione e rapidità.
Il film Joker sta spopolando nelle sale, e Beppe Grillo si presenta travestito come il personaggio del momento. Lo ha fatto nel video che ha introdotto la kermesse «Italia a 5 Stelle» di Napoli e, dal momento che il decennale del Movimento è una ricorrenza molto attenzionata da cittadini e media, non poteva non sfoggiare un’entrata drammaturgicamente a effetto. Le tensioni all’interno dei gruppi dirigenti sono tante, e trovate come queste vanno lette anche come «armi di distrazione di massa» per sviare la discussione dai punti dolenti. Grillo è un’incarnazione vivente, alla lettera, di ciò che si intende con politica-spettacolo. Per parafrasare il poeta barocco Giambattista Marino, si potrebbe dire che dell’attore il fin è la meraviglia, e il comico-politico è contraddistinto da un senso da professionista del mestiere per lo spettacolo e la ribalta. Dove si affollano vari personaggi pentastellati in cerca d’autore – e uno dei più importanti di questi, Luigi Di Maio, dà da tempo la sensazione di non considerare più «Beppe» come il suo autore preferito (e di essersi messo in proprio). Grillo è entrato in politica trasferendovi innanzitutto il proprio bagaglio professionale. Quasi come fosse stato «scritturato» da Gianroberto Casaleggio per fare il buttadentro di consensi (e, quindi, di voti), a partire dall’impressionante comizio-show del «V-day» bolognese nel 2007. E si convertì immediatamente nel leader carismatico del «non-partito» antipolitico che voleva rivoluzionare la vita pubblica italiana. Un carisma non esattamente nell’accezione weberiana, anche per la formula peculiare di governance (una diarchia tra lui e Casaleggio) del M5S. E in questo suo potere carismatico ha fatto incessantemente capolino l’altra anima: quella del trickster, del fool, del giullare antisistema. Insomma, visto con gli occhi dell’oggi, di Joker. Un dualismo interno che, forse, corrisponde ai temi del doppio e della «dissociazione», cari a molti attori – e Grillo vs Grillo si intitolava appunto lo show del ritorno sui palcoscenici nel 2017. Joker-Grillo è pure l’ennesima conferma della vittoria assoluta dell’immaginario della cultura pop anche nel campo politico (quella che alcuni studiosi chiamano la transpolitica), poiché la riconoscibilità di massa dei prodotti dell’industria culturale mainstream vale come automatica garanzia di popolarità per chi associa a essi la propria immagine. Col Conte 2 giallorosso il «Garante» è ritornato prepotentemente al centro della scena. Grillo fa politica-spettacolo (o, per meglio dire, spettacolo-politica), e adotta lo stile performativo-comunicativo dello stand up comedian, che prevede l’aggiustamento del proprio show sulla base delle reazioni degli spettatori. Fino ad arrivare a capovolgimenti autentici del posizionamento della sua forza politica; non per nulla, come ha detto con le fattezze dell’antagonista di Batman, «io sono il vero caos». E, così, dopo il crollo del Conte 1 gialloverde ha annusato lo spirito dei tempi e trovato una finestra di opportunità per rimettere in pista alcune sue idee affiorate negli spettacoli «ecologisti» e «visionari» tra gli anni Novanta e i Duemila. Adesso, come ha affermato, si è presentata l’occasione di rimodellare la narrazione al Pd. Ed ecco allora l’«Elevato» che dà le carte (compresa quella del Joker) agli altri partiti. Sempre che da demiurgo non ridiventi «Clown triste», e non venga tradito – una regola inossidabile della politique politicienne – da qualcuno dei suoi (esattamente come succede in una storia anche al Joker dei fumetti).
Ministro Fioramonti, lei è diventato il bersaglio di attacchi per il suo linguaggio radicale e le promesse nette. Partiamo da queste: avrà i tre miliardi di euro per la scuola e l’università che chiede da un’ora dopo il suo insediamento? «Li avrò». Come? Le sue proposte di tassazione delle bibite gassate sono state smontate dalla stessa maggioranza. «Alla fine ci arriveremo. La novità è l’ottimo rapporto che ho instaurato con il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. La penso come lui sulla possibilità di restituire risorse al Paese attraverso la rimodulazione dell’Iva. Le faccio un esempio». Dica. «Perché la Coca Cola venduta nei distributori automatici deve avere un’Iva agevolata al 10 per cento? È una bevanda non certo salutare né di prima necessità. Ecco, rimodulando l’imposta sulle bibite che si vendono nelle macchinette, sul cosiddetto junk food e sul cibo di lusso si fa un’operazione di salute, si trovano risorse interessanti per l’istruzione, si possono detassare altri beni necessari e sani». La “tassa sul caviale”, sarà un nuovo tormentone. Lei, tra l’altro, è più vicino alle posizioni del Pd che dei Cinque Stelle. «A Napoli, ieri, anche Di Maio ha aperto sulle imposte green. Sui temi della salute pubblica in Italia siamo in ritardo di trent’anni e quello che altrove si è già affrontato da noi diventa un dibattito sbeffeggiante. Nelle macchinette presenti nelle scuole troviamo bevande gassate, non kiwi o lattuga, merendine ipercaloriche invece di panini con la mortadella. È un dovere intervenire». Dice cose di sinistra: è un uomo di sinistra? «Sono un progressista, ma non vedo perché un ministro che limita l’azione delle multinazionali e promuove i prodotti a chilometro zero non dovrebbe piacere alla destra sovranista». Lorenzo Fioramonti, 42 anni, già attivista dell’Italia dei Valori entrato in tempi recenti nel Movimento 5 Stelle, ex professore ordinario di Economia politica a Pretoria, martedì 3 ottobre ha trascorso la giornata più pesante da quando è uomo pubblico. Gli attacchi per gli insulti giovanili a Daniela Santanchè e il caso del figlio che non aveva affrontato l’esame di Italiano in una scuola privata di Roma lo avevano provato. Dopo dieci giorni è tornato a parlare. «Per gli insulti ho chiesto scusa, non ne vado fiero», dice. «La storia di mio figlio, invece, è una non notizia. Ha otto anni, ha vissuto quasi sempre all’estero, parla quattro lingue, ma non è ancora pronto in Italiano. Il test era facoltativo: gli hanno suggerito di non farlo. A me questa storia è sembrata una violazione della privacy e l’ho denunciato al Garante. Su un piano generale, non credo di aver fatto errori, continuerò a parlare come sono abituato a fare». Il primo mese del suo mandato da ministro si è chiuso con il Decreto salvaprecari: avete ripulito il testo dell’ex ministro Bussetti dai suoi aspetti di sanatoria e immesso tra 50 e 60 mila nuove cattedre. «Abbiamo fatto di più: il Salvaprecari è stato trasformato in un Salvascuola. Abbiamo avviato un concorso ordinario e uno straordinario per i docenti, semplificato le assunzioni dei dirigenti scolastici, regolarizzato il percorso di un esercito di amministrativi. Sul sostegno abbiamo trovato cinque milioni. Da settembre 2020 avremo una scuola meno precaria e in tempi brevi ridurremo i supplenti da 170 mila a 100 mila». Con la Legge di stabilità tirerete dentro altri precari? «La Legge di stabilità servirà, innanzitutto, per rinnovare il contratto degli insegnanti e aumentare i loro stipendi, i più bassi d’Europa, di almeno 100 euro lordi». Il precedente governo ha concesso ai neolaureati di partecipare ai concorsi per diventare maestri e professori senza alcuna formazione. «A marzo metteremo mano a tutta la questione abilitazione. Di certo non può bastare una laurea per diventare insegnanti: serve essere formati. Ma senza creare inutili complicazioni: non deve essere un percorso a ostacoli più complesso di quello universitario». È reduce da Didacta, la Fiera italiana dell’innovazione scolastica. La scuola italiana ha necessità di superare una didattica così statica? «Sì. Faremo sperimentazioni oculate, daremo la possibilità ad alcuni istituti di innovare e di sbagliare. Questa spinta in avanti, però, sarà possibile solo quando la scuola italiana troverà una sua normalità. Se sperimenti in un mondo che non ha carta igienica per i bagni e lavagne multimediali in classe non fai che aumentare le disuguaglianze». L’ambiente resta al centro del messaggio del suo ministero. «Entro il 2020 trasformeremo l’Educazione civica in Educazione ambientale. E pianteremo due alberi in ogni scuola d’Italia». Quando affronterà le due questioni che conosce direttamente: ricerca e università? «L’Agenzia nazionale per la ricerca deve nascere e avere la capacità di coordinare i finanziamenti. L’Università italiana, che è tra le più innovative ed eccellenti nel mondo, è sottofinanziata e sfinita dalla burocrazia. Dall’altra parte, dobbiamo chiedere al mondo accademico più trasparenza. Per l’arruolamento di ricercatori e docenti vorrei introdurre un sistema doppio: metà dei posti riservati a concorsi nazionali pubblici credibili e l’altra metà per chiamate dirette di cui gli atenei si assumeranno tutte le responsabilità per i successi o i fallimenti dei prescelti».