Storia di Alessio, proprietario del supermercato che sposa Valentina, operaia al cantiere navale: poi lui diventa Alessia e lei diventa Davide, e per la prima volta al mondo la giudice che riconosce il duplice cambiamento di sesso ordina all’anagrafe di ratificare la validità — a ruoli invertiti — del loro matrimonio. Ora Davide è il marito, Alessia la moglie: insieme alla loro avvocata Cathy La Torre, il 3 ottobre hanno conquistato nel tribunale di Grosseto un diritto civile inedito. Alessia è «nata donna in un involucro sbagliato, che per fortuna con la scienza ho potuto correggere». Davide, che è «nato uomo nel corpo di Valentina, con il quale a scuola giocava a pallone e vestiva da maschietto — racconta Alessia — con la famiglia ha dovuto affrontare le mie stesse difficoltà. Ho sempre vissuto a Orbetello. La scuola? Un incubo, sopratutto le medie: andavo vestita da maschietto, ma fin dall’asilo mi piacevano i tacchi e le collane, e adoravo le bambole. Professori e compagni non capivano che un bambino possa sentirsi bambina, rispecchiandosi in un’anima femminile. Per loro sei effeminato, sei gay; ma io non ho mai provato attrazione per i gay». È molto bella, Alessia. Ed è un bel ragazzo anche Davide, 24 anni, quattro meno di lei. «I pregiudizi sono ancora forti: se sei trans pensano tu sia una prostituta, ma io sono lontanissima da quel mondo. Vengo da una famiglia benestante, ho comprato un supermercato e ho guadagnato molto. Quando ho cominciato a chiamarmi Alessia la gente era scettica. Orbetello è un paese, ci conosciamo tutti. Mi truccavo, hanno visto il seno che cresceva… Passavano in auto davanti al supermercato e si voltavano a guardare “il trans”. Ma io sono sempre stata molto sobria nel vestire. Sono una ragazza semplice, amo gli animali, faccio la spesa, pulisco casa, vado al lavoro come tutti. Alla fine hanno capito». È nel supermercato che ha conosciuto Davide. «Era in vacanza all’Argentario. Aveva iniziato la transizione in senso opposto al mio. Un colpo di fulmine, mi sono innamorata e gli ho fatto conoscere i miei: è il primo fidanzato che ho portato a casa». Anche lì, in famiglia, è stata dura: «Mio padre non mi ha mai accettata, ed è uscito dalla mia vita. E lo stesso è successo a Davide con sua madre, che non accettava che Valentina non esistesse più. Nemmeno lei c’era al nostro matrimonio, il primo matrimonio transgender in Italia: 6 febbraio 2016, avevo il vestito bianco, ero felicissima. Il giorno più bello della mia vita. Ma i nomi erano sbagliati». Alessio in abito bianco sposava Valentina con la cravatta. «Pure l’assessore sbagliò», sorride Alessia. Restavano quei nomi da correggere, e non era un piccolo particolare: «Ero stufa di avere sui documenti un nome che non mi appartiene più, di dare spiegazioni ogni volta che vado da un medico. Ho lavorato da un commercialista: all’Agenzia delle entrate col codice fiscale ti stampano il cartellino col nome. Alessio. “Che sbadati, hanno messo la “o” invece della “a”». Ma pare facile, cambiare: la legge non aveva precedenti. «È una sentenza straordinaria in senso giuridico e sociale — dice l’avvocata la Torre — e farà giurisprudenza». Se un solo coniuge è in transizione, il matrimonio va sciolto o trasformato in unione civile. Se due fidanzati hanno cambiato sesso, il matrimonio è lecito ma il processo è lunghissimo: servono il riconoscimento medico della “disforia di genere”, il cambiamento fisico con gli ormoni e le eventuali operazioni, infine il passaggio non scontato in tribunale. Alessia e Davide erano troppo innamorati per attendere. Ma che fare col loro matrimonio, ora che certificano la transizione? «Partendo da una sentenza della Corte costituzionale (170 del 2014), la giudice — spiega l’avvocata — ha sancito che va tutelato l’amore: ha ordinato la prosecuzione del vincolo, disponendo allo stato civile di aggiornare i nomi dei coniugi nei nuovi ruoli». Un precedente importante per le altre coppie “switch”: «Spesso i transgender si innamorano tra loro — spiega La Torre — perché dal punto di vista relazionale ed emotivo è difficile presentarsi agli altri». Intanto, Davide e Alessia la battaglia l’hanno vinta; «Salvini disse che non voleva vedere famiglie come la mia. Ha fatto più legge la nostra sentenza che il suo anno al governo».
Il telefono squilla a vuoto. Ma Carlo Calenda richiama dopo poco. E spiega: «Scusi, stavo coordinando la macchina dei soccorsi per riportare sani e salvi a casa mia moglie, i tre bambini e il gatto rimasti in panne in autostrada». È fatto così l’uomo che in tanti nel Pd. da poco suo ex partito, vedrebbero bene in Campidoglio per rimettere in moto la Capitale. Per adesso lui dice di non essere interessato. Ma da qui al 2021 c’è tempo. E se davvero Virginia Raggi volesse infine ricandidarsi, magari con l’appoggio del Nazareno, beh le cose potrebbero cambiare. «Altro che secondo mandato, il peggior sindaco della storia di Roma dovrebbe dimettersi subito», dice Calenda. «Sostenere il contrario, come ha fatto Zingaretti, è molto grave. La scusa che deve restare sennò vince Salvini è assurda. Ormai in questo Paese non si può più fare un’elezione. Basta!». E invece la sindaca rilancia, onorevole. Oggi ha dichiarato che il dialogo col Pd è avviato, si fa strada l’allargamento della giunta ai dem. «È il timbro definitivo sulla grillizzazione del Pd. Guardiamo a quanto è successo sulla manovra: il Pd è totalmente schiacciato sulla linea dei 5S. Che si parli di reddito di cittadinanza, di quota 100, o del ministero istruzione: era una priorità e poi è stato dato a Fioramonti che parla solo di merendine. L’apertura a Raggi è l’abdicazione a svolgere un ruolo autonomo rispetto alll’M5S». Quindi Zingaretti ha sbagliato a dire che non deve dimettersi? «Lui, che da governatore del Lazio è stato con me al tavolo per Roma e ha visto la totale inconsistenza di Raggi, aveva il dovere di fare una cosa sola: invitare la sindaca ad andarsene subito e chiedere come ho fatto io di commissariare la città. Obbligando contestualmente il governo a varare un piano per dare poteri e risorse straordinari alla capitale. Condizione da porre per proseguire l’esecutivo nazionale. Avrebbe dimostrato di non essere subalterno a Di Maio». Commissariata con chi, scusi? Sarebbe una sospensione delle istituzioni democratiche, neanche Salvini è arrivato a tanto, lo sa? «Roma andrebbe governata da un manager e da una giunta tecnica che hanno le competenze per gestire risorse e poteri straordinari. Pensare di darli a Raggi è semplicemente ridicolo. E il tema della sospensione della politica, per come siamo ridotti, è del tutto irrilevante». Non sarà che lei ha il dente avvelenato con la sindaca dai tempi in cui era ministro dello Sviluppo? «Parlano i fatti, non le opinioni. Nelle città sono fondamentali due cose: trasporti e decoro urbano. Se non ci sono, non c’è una città. A Roma — dai rifiuti ai bus, fino alla manutenzione del verde — è emergenza continua. Leggetevi la comunicazione con cui Atac avvisa che siccome le scale mobili alla fermata metro Baldo degli Ubaldi vanno revisionate, la stazione chiuderà per tre mesi. Tre mesi. Nessuna capitale del mondo, Africa compresa, è gestita come la capitale d’Italia». Ma la necessità del Pd di siglare un patto di sistema con il M5s può prescindere da Roma, secondo lei? «Guardi, ormai siamo al paradosso per cui Zingaretti apre a un’alleanza strutturale e Di Maio gli risponde picche. Parliamo del più grande partito progressista europeo preso a sberle da degli scappati di casa. È un problema di dignità. Si aggrappano al M5S come una specie di zattera per non affogare, ma sbagliano, hanno poca considerazione di loro stessi». Crede che questa mossa innescherà un esodo degli elettori verso Iv e il suo movimento? «Non credo verso Italia Viva, non so verso di me, ma verso l’astensione sì. Se continua così all’inizio dell’anno prossimo il Pd sarà al 15%. Ci sono pezzi d’Italia che si sono rotti le scatole di una politica che fa giravolte e controgiravolte perenni». Oltre al Pd, allude anche a Renzi? «Renzi è quello che si è comportato peggio. Prima dice “mai con i 5S” e poi ci fa l’accordo di governo. “Mai la scissione” e poi la fa. Non è più credibile e non ha più un’agenda di cambiamento del Paese ma di mantenimento del potere. Era nato rottamatore, finisce come Mastella». Esclude di poter tornare nel Pd? «Sì, hanno fatto la scelto strategica di stare con persone che hanno valori pericolosi quanto quelli della Lega. Sono contro l’impresa, lo studio, la cultura. Contro l’Italia seria. È nel loro dna. E sono pure trasformisti. La foto migliore l’ha offerta Grillo truccato da Joker. Sono dei clown tristi». Si candiderà lei sindaco di Roma? «Tanti sarebbero contenti così mi levano di torno. Ma adesso sono impegnato a costruire un grande polo liberaldemocratico opposto a un polo sovranista a guida Salvini e a un polo populista a guida Di Maio». E il Pd? «Di questo passo scompare».
Era il bagno di folla più insidioso dopo il cambio di governo, «e la notizia bella è che è finita», si sciolgono dallo staff di Di Maio, mentre Luigi lascia tra molti applausi, un bel po’ di sollievo e resistenti mal di pancia sommersi, la Festa Italia a 5 Stelle, lanciando dal palco la promessa che è progetto, avvertimento e forse anche assicurazione sul proprio, di futuro. In due parole: siamo indispensabili. «Dopo questo compleanno tondo, ripartiamo da Napoli per altri dieci anni, e saranno tutti al governo: perché guardate che è difficile tornare indietro», assicura il capo dei pentastellati e ministro degli Esteri. «Noi saremo sempre l’ago della bilancia di ogni governo: il Movimento sarà al centro e deciderà la linea politica. Perché abbiamo la forza di essere post-ideologici. Se volete perdere tempo con i concetti di destra o sinistra, fate. Noi vogliamo fare le cose». Poi annuncia la nuova cabina di regia: «A dicembre avremo la squadra nazionale, che avrà la responsabilità di portare avanti gli obiettivi del Movimento». Fino al 12 novembre a Di Maio arriveranno le candidature per l’organigramma: 6 membri di un comitato più ristretto (comunicazione o organizzazione) i più vicini al capo politico; 12 facilitatori (parlamentari, soprattutto); 80 referenti regionali. A dicembre si vota, su Rousseau. L’arena affollatissima approva, giardini, viali della Mostra gremiti. Solo nella diretta Fb fiocca un po’ di sofferenza: «Sei una delusione», «Non ti credo più», «Sei Pinocchio come Renzi». Resta la distanza con Grillo. Beppe difatto ieri gira sulla golf-car, gioca e distrae la folla, ma poco prima, al tavolo dell’hotel di Fuorigrotta dove li ha chiamati a pranzo, ancora impartisce la direzione. Insiste: è quella la strada, l’alleanza coi dem. Stesso concetto espresso dall”Elevato” già sabato, a tavola, «la gente capirà, questo accordo con il Pd serve al bene del Paese». Così ieri : bisogna trasmetterlo alla base, spiega, questo camminare insieme è il futuro. Niente di nuovo, chioserà a ridosso dei viali, Nicola Morra, presidente commissione antimafia che oggi viene omaggiato dai militanti per aver duellato col fu vicepremier Salvini. «Grillo è coerente, ha visione, sa mettere il Movimento in sicurezza — osserva Morra — Giusta la sua indicazione, ricordo che Beppe ad agosto 2009 voleva la tessera Pd per correre alle primarie, sciaguratamente lo sbeffeggiarono. Ha vinto con la sua caparbietà di genovese, testa dura come me», sorride. Di Maio ridisegna l’agenda. Vuole le riforme, anche sulla Carta. «Dopo il taglio dei parlamentari, possiamo eliminare enti inutili, troppe Province, comuni piccolissimi, dobbiamo mettere mano al titolo Quinto della Costituzione». E ci sono le regionali: «Ma non chiamatele alleanze, sono patti civici — frena ancora il capo 5S — In Campania, con De Luca? Neanche per sogno». Anche Roberto Fico riconosce: «Non siamo quelli dei meet-up, abbiamo potere, esempio: se non si fa Bagnoli la colpa è nostra ora, non degli altri». Il finale di Di Maio è affettuoso per Di Battista, perfido per gli altri assenti. «Una sola persona non era con noi, grande abbraccio ad Alessandro», chiude l’ecumenico. Che ha appena aperto il secondo decennio.
Paolo era un agricoltore trentaduenne, ha perso la vita ieri in un fazzoletto di terra a Fossano, nel cuneese. È rimasto schiacciato mentre caricava un mezzo agricolo che si usa per la raccolta dei fagioli. Perché la lunga teoria dei caduti del lavoro non conosce domeniche o giorni di festa. Mentre Paolo chiudeva gli occhi per l’ultima volta, nel resto d’Italia si parlava. Solo parole e speranze in un Paese dove, non ci stancheremo mai di ripeterlo, mediamente ogni giorno muoiono tre lavoratori, sul posto o nel trasferimento da o verso casa. L’unico risultato concreto, per adesso, è che finalmente non si discorre più di “morti bianche”, come fossero meno drammatiche. Tutti la chiamano “strage”. Ma siamo sempre e soltanto alle parole. Ieri sono state tante perché si è celebrata come ogni anno la “Giornata per le vittime degli incidenti sul lavoro”, curata dall’Anmil. Nel suo messaggio, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha sottolineato come la sicurezza di chi lavora sia «una priorità sociale ed è uno dei fattori più rilevanti per la qualità della nostra convivenza. Tutti, dai dirigenti dell’impresa ai singoli lavoratori, sono chiamati a prestare la giusta attenzione al rispetto delle norme e degli standard più avanzati e l’impegno comune è condizione per raggiungere il traguardo di una maggiore sicurezza». Anche il governo e i sindacati hanno fatto sentire la loro voce: «Gli incidenti sul lavoro e le vittime sono una ferita da sanare al più presto. È il primo impegno che ho preso da ministro e con l’aiuto di tutti – sindacati, aziende, associazioni e lavoratori – intendo portarlo a termine», ha twittato la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo. La ministra per la Disabilità, le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, afferma «il dovere dell’impegno per una cultura di sicurezza. Vogliamo che in Italia si possa vivere del proprio lavoro, non morire», mentre la collega delle Politiche Agricole, Teresa Bellanova, spiega che «la formazione e un grande patto sociale sono le priorità per garantire la sicurezza sul lavoro». Il leader della Cgil, Maurizio Landini, segnala che si «continua a morire come negli anni Settanta» e che serve soprattutto la formazione: «Va fatta a chi comincia a lavorare e a chi già lavora, a chi opera in appalto. Ma va svolta anche agli imprenditori, visto che il tessuto produttivo italiano è fatto di tante piccole e medie imprese». Per la leader Cisl, Annamaria Furlan, «fermare la strage è priorità sociale». Oggi per milioni di italiani inizia una nuova settimana di lavoro. Il governo promette di accelerare il piano di misure sulla sicurezza (patente a punti per le imprese; coordinamento tra Inail, Asl e Ispettorato del Lavoro; banca dati unica; investimenti nella formazione). Intanto, purtroppo, lo Spoon River dei caduti ricomincerà a scorrere inesorabile.
Racconta il sindaco Giuseppe Falcomatà che durante una riunione dell’Anci un suo collega del Nord si sente in dovere di consolarlo perché in tivù c’è una fiction sulla ‘ndrangheta: «Per te dev’essere difficile, mi dice. Ma quello che mi ha dato più fastidio era la sua aria compassionevole…». L’episodio descrive perfettamente la maledizione che perseguita Reggio Calabria. Una città, come il resto del Sud, semplicemente abbandonata dallo stato centrale. E l’abbandono l’ha condannata alla narrazione di capitale della ‘ndrangheta e del malaffare, emblema di tutti i mali meridionali. Ma non per questo, davanti alla bellezza abbagliante dello Stretto, ci si può rassegnare. Sarebbe tuttavia un errore ignorare quanto in profondità l’immaginario collettivo sia stato contagiato da quel virus antico. Perché la riscossa civile è da qua che deve e può partire. Correva l’anno 1869 quando le prime elezioni comunali vennero annullate dal governo perché condizionate da un’organizzazione di stampo mafioso, la Setta degli accoltellatori. «La prima prova», ha scritto Alessia Candito, «di cosa abbia significato il rapporto tra mafia e massoneria». Centocinquant’anni dopo, ecco la clamorosa inchiesta giudiziaria sulla Multiservizi, la ex società delle manutenzioni pubbliche a Reggio, che coinvolge professionisti secondo i giudici contigui alle cosche. Ed è impossibile non ricordare come sette anni fa il consiglio comunale di Reggio sia stato sciolto proprio per quelle “contiguità”. Né che l’ex sindaco di An Giuseppe Scopelliti, poi governatore calabrese, condannato a quattro anni e sette mesi per fatti accaduti durante la sua amministrazione, è ora indagato nella stessa inchiesta. È lui che ha spento la luce accesa da Italo Falcomatà, il sindaco del centrosinistra padre di quello attuale, che fu sconfitto da una terribile leucemia nel dicembre 2001 senza mai essersi arreso: riuniva la giunta intorno al letto d’ospedale. E la spegne, quella luce, rispolverando i fantasmi di un terribile passato. Sul lungomare che Falcomatà aveva voluto creare coprendo la ferrovia e così ricucendo il rapporto fra città e mare, il 16 novembre 2005 Scopelliti inaugura una stele in onore di Ciccio Franco, il missino che guidò nel 1970 la rivolta di Reggio Calabria al grido di “Boia chi molla!” La stele sta ancora lì. Tutto, nella Reggio come nella Calabria di oggi, è iniziato da quella rivolta che scoppiò feroce nella cupa stagione delle bombe fasciste. Per un’apparentemente futile ragione di campanile: la decisione di fare Catanzaro capoluogo della nascente Regione. Ci furono i morti e i carri armati, ma finì all’italiana. Da allora la Regione di capoluoghi ne ha addirittura due: la giunta a Catanzaro e il consiglio a Reggio. Centosessanta chilometri di distanza. E la sede della Rai a Cosenza, omaggio al potentissimo socialista Giacomo Mancini. Non bastava. Presidente del consiglio in quel 1970 era il lucano Emilio Colombo, un democristiano che maneggiava alla perfezione il codice del consenso. E confezionò un pacchetto con lo stabilimento della Liquichimica e il quinto centro siderurgico a Gioia Tauro. Quarantamila posti di lavoro, si vendettero. Ma l’altoforno non si fece, e nemmeno la megacentrale al posto suo. Restò solo il porto. Quanto alla Liquichimica, ci sono operai andati in pensione dopo decenni di cassa integrazione senza aver varcato i cancelli. Poi, dopo quei fallimenti, il decreto Reggio. Correva l’anno 1989 e il governo De Mita stanziò 600 miliardi di lire, pari a 642 milioni di euro attuali. Gli scandali, le ruberie i commissariamenti non si contano. Sappiamo solo che nel 2019 ci sono ancora da spendere 200 milioni di euro. A mezzo secolo dalla rivolta e a tre decenni dal decreto i giovani senza lavoro in superano anche il 60 per cento. Il datore di lavoro più importante è sempre il Comune. C’è la Hitachi, è vero, che occupa qualche centinaio di persone. Ma è un altro paradosso estremo: una fabbrica di treni modernissimi nell’area metropolitana meno servita dai treni in tutta Europa. E i pochi che arrivano sono vecchi come il cucco. C’è anche il porto di Gioia Tauro, cinquanta chilometri più a nord, è vero. Che purtroppo finisce sui giornali più per i sequestri di cocaina che per altro. Eppure, grazie ai fondali profondi, potrebbe diventare lo scalo più importante del Mediterraneo per le grandi navi container. «Bisognerebbe attrezzare i 1.500 ettari della piana, bonificare il territorio da baraccopoli, abusivismo e capannoni edificati anche le truffe alla legge 488. E adeguare la ferrovia, far partire finalmente la zona speciale… I soldi ci sono ma non vengono usati», denuncia Michele Albanese. Fa il giornalista e sa le cose: vive nella piana sotto scorta da cinque anni, quando si è scoperto che la ‘ndrangheta voleva ucciderlo. Ma non molla. Poi c’è la qualità dei servizi pubblici. Ed è anche per questo che la gente scappa. Dal 2015 Reggio ha perduto 3.605 abitanti. Per il sociologo Tonino Perna è andata anche peggio: «Le statistiche si fanno sui residenti, ma ci sono tanti giovani che risiedono qui e vivono altrove. Per non dire degli sconfitti dall’emigrazione, che tornano perché non hanno alternative. Non si risolverà certo il problema, ma si potrebbe affrontare intanto coprendo i buchi che si sono aperti nella pubblica amministrazione». Buchi enormi, se si pensa che i dipendenti del Comune di Reggio sono 830 contro i 1.697 previsti. I servizi, dunque. A marzo Alessia Candito ha raccontato su Repubblica che l’azienda sanitaria è stata sciolta per infiltrazioni mafiose, e negli ultimi dieci anni 600 mila calabresi sono andati a farsi curare in altre Regioni. Poi c’è l’amministrazione di un Comune sciolto sette anni fa con 200 milioni di debito in eredità. Il giovane Falcomatà allarga le braccia: «La cura è lunga. Se sei costretto dalle norme a lasciare intatto l’apparato amministrativo, cambiare le cose è difficile…». Senza dire dei soldi. «Il fatto è che le risorse straordinarie, come i denari del piano d’azione e coesione e i fondi europei, hanno ormai sostituito i trasferimenti ordinari. Senza quelli non avrei potuto aprire tre asili nido o fare qualche intervento nelle periferie», aggiunge. Rivendica di aver ripescato 104 lavoratori socialmente utili dopo il crac Multiservizi e di averne stabilizzato altri 110. Dice di voler continuare l’opera del padre, sottraendo alla ferrovia altri chilometri di litorale, bonificando l’area degradata dello stabilimento balneare comunale con 1.200 cabine. Auguri a lui e a Reggio. Ma è chiaro che data la situazione fa quel che può, peraltro in una città letteralmente sommersa dalle inchieste giudiziarie e dove lo stato è assente. Può un Paese sviluppato lasciare un’area di 600 mila abitanti (Reggio Calabria più Messina) priva di collegamenti civili? Dalla capitale due voli in orari strampalati dell’Alitalia e quattro treni al giorno. Tutto qua. E i prezzi? Provare per credere: un volo di sola andata da Bologna a Reggio può costare 585 euro. E l’aeroporto di Reggio Calabria sarebbe perfino chiuso se non ci fossero, fra l’altro, i 40 dipendenti del personale di terra Alitalia, non licenziabili. Dunque che il meraviglioso Museo archeologico di Reggio dove ci sono tesori inimmaginabili come i Bronzi di Riace, abbia avuto nel 2018 100.553 visitatori paganti, numero inferiore di quanti hanno pagato il biglietto per entrare allo zoo di Pistoia, è già un grande successo. Da qui si vedono nitidamente tutte le falle e le irresponsabilità della nostra politica. Con scelte determinate solo da interessi di parte, come la decisione di non riunire le città metropolitane di Reggio e Messina, due città di confine destinate a parlarsi. E adesso si profila, nel cinquantesimo anniversario del “Boia chi molla!” una nuova resa dei conti. Fra pochi mesi si vota per la Regione, con il governatore Mario Oliverio azzoppato dalle inchieste giudiziarie e scaricato dal suo Pd. Partito che dovrà negoziare con i grillini un faticoso accordo elettorale per sperare di non riconsegnare la Regione alla destra. Poi tocca al Comune, e anche a Reggio Salvini ha fatto il botto alle europee. Il Pd si è fermato al 24,3 per cento, dieci punti meno del 2014. Mentre i leghisti hanno superato il 22 per cento. Cinque anni fa Salvini prese 309 voti, adesso sono 12.741. Raccattati, guarda caso, anche grazie e un certo Scopelliti. Perché a volte ritornano. Basta cambiarsi d’abito… (2 / continua)
Litigano sulle pensioni per contendersi la manovra. Ore frenetiche di vigilia della legge di bilancio. Nella notte un vertice politico di maggioranza, presenti il premier Conte e il ministro dell’Economia Gualtieri oltre alle delegazioni dei partiti, prova a calmare le acque. Ma la tensione è altissima. Ecco che Gualtieri si presenta con un pacchetto più sostanzioso. Intanto, 400 milioni in più per il taglio del cuneo fiscale sul primo anno: da 2,6 a 3 miliardi nel 2020 da destinare alle buste paga dei lavoratori fino a 35 mila euro, mentre i 5,3 miliardi del 2021 potrebbero essere divisi tra lavoratori e imprese. Poi 600 milioni per l’abolizione da subito del superticket sanitario da 10 euro. E l’avvio dell’assegno unico da 240 euro al mese per ogni figlio, creando il “fondo famiglia” operativo già nel 2020 in cui far confluire 10-12 bonus esistenti e le risorse extra stanziate dai giallo-rossi per asili nido e congedo di paternità allungato, in attesa che venga approvata la legge delega sulla famiglia (la proposta Delrio-Nannicini). Un punto di caduta arrivato al culmine della battaglia sulle pensioni. Se il problema sono le coperture della manovra, allora «Italia Viva propone l’abolizione totale di quota 100 e i risparmi vadano all’assegno per i figli: pensiamo alle famiglie!», twitta il deputato Luigi Marattin, a nome dei renziani. «Quota 100 non si tocca», fa sapere subito il leader dei Cinque Stelle Luigi Di Maio, irritatissimo. «Faremo muro. Io non creo altri esodati. Il Movimento Cinque Stelle non farà mai quello che ha fatto la Fornero». A stretto giro, anche la ministra pentastellata del Lavoro Nunzia Catalfo chiude: «Quota 100 scade nel 2021 e va portata a termine senza modifiche». Altro che finestre allungate per consentire risparmi (600 milioni il primo anno, 1 miliardo poi: ma l’Inps ne calcola meno) da impiegare per dare la quattordicesima a un milione di pensionati in più. I grillini sono scatenati, vogliono far saltare il vertice notturno. Alla festa per il decennale del Movimento a Napoli, il capo politico Di Maio e i ministri pentastellati fanno il punto. «Il Pd vuole mettere nuove tasse, impensabile», scandisce Di Maio. Il riferimento è al balzello sulle tesserine telefoniche – le sim business – rincarate da 6 a 8 euro, ipotesi circolata nei giorni scorsi: «Follia pura». Ma anche il ventilato taglio delle detrazioni per i redditi sopra 100-110 mila euro, «già nel 2019, dunque retroattivo», insorgono i pentastellati. E la flat tax per le partite Iva, la cui soglia fino a 65 mila euro (pagano una tassa piatta al 15%) potrebbe essere ribassata: «Non si tocca», dicono. Tanto più che il governo ha già deciso di cancellare la seconda parte della misura leghista: la flat tax al 20% da applicare ai redditi degli autonomi tra 65 e 100 mila euro annui. Il vertice alla fine si fa e va avanti nella notte. Il governo intende tirare dritto sulle coperture. A Bruxelles dirà che i 7 miliardi dalla lotta all’evasione ci sono. Il consiglio dei ministri previsto per questa sera dovrebbe individuare le azioni di recupero all’interno di un paniere sottoposto ai partiti. Nel frattempo però i ministeri sono restii a individuare il miliardo e mezzo di risparmi a loro richiesto: devono stringere la cinghia ancora una volta e ancora non hanno la lista. Si pensa di attingere di nuovo, come in ogni finanziaria, al settore dei giochi con inasprimenti fiscali in vista. Come se non bastasse poi, all’ultimo minuto è spuntato un buco imprevisto, eredità dell’era leghista e frutto di errore contabile. Il taglio alle tariffe Inail, inserito nella manovra dello scorso anno per un triennio e poi reso strutturale dal decreto crescita convertito in legge il 28 giugno scorso, è rimasto privo di copertura per un anno: il 2022. E quindi ora vanno individuati 600 milioni per evitare che le aziende paghino meno fino al 2021, poi di più nel 2022, per tornare a versare meno nel 2023. Un pasticcio. E una grana in più.
«L’invasione della Siria deve cessare». È il messaggio che Angela Merkel ha consegnato a Recep Tayyp Erdogan nella telefonata avvenuta ieri tra i due leader. La Cancelliera tedesca ha chiamato il presidente turco chiedendogli «un’immediata fine dell’operazione militare» nella zona curda in Siria con il rischio di destabilizzare l’intera regione e di ridare forza all’Isis. Merkel ha ribadito l’appello a margine di una cena di lavoro con Emmanuel Macron per coordinare le mosse europee nelle prossime ore. «Questa offensiva — ha commentato il presidente francese — corre il rischio, da un lato di creare una situazione umanitaria insostenibile e, dall’altro, di aiutare l’Isis a riemergere nella regione». Macron ha spiegato di aver avuto un colloquio telefonico con Donald Trump per ribadire la necessità di sostenere i curdi «che si sono battuti al nostro fianco contro i terroristi». Francia e Germania sono già allineate sull’embargo alla vendita di armi alla Turchia ma spingono per una posizione comune dell’Ue in vista della riunione dei ministri degli Esteri oggi in Lussemburgo e del vertice dei capi di Stato e di governo di giovedì a Bruxelles. «La situazione internazionale giustifica un’Europa più forte, più unita» ha detto Macron che ieri ha convocato una riunione del Consiglio di Difesa anche alla luce delle notizie di fughe di prigionieri jihadisti dai campi di detenzione in Siria. La Francia partecipa con gli Stati Uniti alla coalizione militare che è intervenuta in Siria contro l’Isis. Macron e Merkel sono d’accordo sullo stop alla vendita di armi alla Turchia, insieme a Olanda, Finlandia, Norvegia. L’Italia continua a chiedere un approccio coordinato al livello europeo per rendere “più efficace” la misura. Sulle sanzioni dirette dell’Ue contro Erdogan, invocate da Macron, l’Europa è ancora divisa. Contraria Merkel, insieme ai leader dei paesi dell’est che subiscono il ricatto del leader turco su un possibile esodo in massa dei rifugiati ospitati dal 2016 in cambio di 6 miliardi di euro versati dagli europei. Anche sull’altro strumento di pressione contro Erdogan, ovvero le sanzioni legate alle trivellazioni illegali turche in acque cipriote cominciate da mesi, Berlino non sembra voler seguire la Francia e gli altri paesi già decisi a fare questo passo. Non è escluso, però, che la posizione della Germania cambi nelle prossime ore. Durante l’incontro con Macron, la Cancelliera ha fatto capire di lasciare aperte le porte a nuove “soluzioni” per fermare l’escalation. «Dobbiamo porre fine a questa invasione turca — ha detto Merkel — non possiamo accettare questa situazione nei confronti dei curdi».
Dal palco che chiude la festa del Movimento 5 stelle a Napoli, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio chiede un applauso per Hevrin Khalaf, l’attivista del partito del futuro siriano uccisa nell’offensiva turca. «È un massacro inaccettabile – dice il capo politico M5S – non vengano a dirci che lo fanno per combattere il terrorismo, tutte le guerre di questi anni lo hanno fatto aumentare». «Fermateli!», urla un attivista in fondo al prato. Di Maio promette. Annuncia che oggi, a Lussemburgo – prima del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione – avrà un bilaterale col suo omologo francese Jean-Yves Le Drian per chiedere uno stop europeo della vendita di armi alla Turchia. «Saremo categorici», giura il capo della Farnesina, ma c’è una cosa che il governo italiano poteva fare sin da ora, e non ha fatto. Un atto per interrompere subito le nuove autorizzazione di esportazioni di armi verso il Paese che Recep Erdogan ha scagliato contro una minoranza etnica per annientarla. Liberando, al contempo, centinaia di miliziani dell’Isis che i curdi avevano catturato. La settimana scorsa, Francia, Germania, Olanda, Norvegia e Finlandia hanno preso decisioni di questo tipo. Per dare un segnale, mettersi in prima linea contro il governo turco, far sentire forte il loro no. Sabato stava per farlo anche l’Italia. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sentito più volte, su questo, sia Di Maio che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, del Pd. Ma la nota che doveva scaturire da quei colloqui è stata bloccata. Insieme, i tre responsabili della politica estera e di difesa del nostro Paese hanno deciso di non proseguire con azioni unilaterali, ma di cercare un’azione coordinata dell’Europa. Le due cose non si escluderebbero, tanto che – appunto – è proprio con la Francia che Di Maio lavorerà già da stamattina per un bando europeo. Ma qualcosa ha spinto a frenare. C’è una nuova prudenza nelle parole degli esponenti di governo perché – secondo quanto spiegano dentro ai ministeri e a Palazzo Chigi – sono molti i fattori da considerare. Il primo: non si può essere europeisti a corrente alternata, o l’Europa è in grado di proporre un’azione coordinata davanti a crisi di tale natura oppure non ha senso. Il secondo: interrompere la vendita delle armi prevista nei contratti già in essere è una procedura complicata. Altro è fermare le nuove autorizzazioni (il governo intende farlo se, come si teme, a Lussemburgo e poi a Bruxelles mercoledì, durante il vertice dei leader, non si troverà un’intesa). Terzo fattore: un bando unilaterale concederebbe dei vantaggi ai concorrenti italiani in quanto a export di armi. Le commesse al nostro Paese dalla Turchia sono già diminuite drasticamente dal 2018 – che contava 70 autorizzazioni per oltre 362 milioni di euro – al 2019: al 30 settembre sono in atto 57 autorizzazioni per poco più di 49 milioni di euro. Negli ultimi anni le importazioni di armi sono passate dall’80 al 35 per cento. C’è insomma nell’aria un principio di “realismo” che non collima affatto con le parole dure della politica. Sembra quasi che il nostro Paese abbia bisogno di un ombrello europeo sotto al quale ripararsi, nei confronti della Turchia, visti anche gli interessi strategici: dalla questione libica ai profughi passando per le trivellazioni a Cipro, una gara vinta da Eni e Total ma messa a rischio proprio dai turchi che hanno cominciato a trivellare senza permesso. Una nota di Palazzo Chigi ha quindi spiegato che «il governo italiano è al lavoro affinché l’opzione della moratoria nella vendita di armi alla Turchia sia deliberata in sede europea quanto prima» e che «l’Italia promuoverà quest’iniziativa in tutte le sedi multilaterali e si adopererà per contrastare l’azione militare turca in Siria con ogni strumento consentito dal diritto internazionale». Perché, spiegano fonti vicine al premier, «non è una gara a chi arriva prima. Serve un’azione coordinata per fermare la guerra, non seguire la Germania in azioni unilaterali». Nel frattempo, al ministero degli Esteri, l’ufficio licenze per l’esportazione di armi può continuare a trattare anche con Ankara.
“Ha funzionato”, dice il pilota russo pochi minuti dopo l’esplosione che squarcia il Nabad all’Ospedale chirurgico Hayat di Haas, una piccola cittadina nella provincia meridionale di Idlib, nell’Ovest della Siria, l’ultima enclave ribelle ancora fuori dal controllo del regime di Damasco e dei suoi alleati, la Russia e l’Iran. È il 5 maggio, nel giro di dodici ore altri quattro ospedali nell’area di Idlib vengono bombardati. Ad attaccare i presidi medici è l’aviazione russa, racconta un’inchiesta del New York Times che è stata pubblicata ieri, poche ore prima che l’esercito di Assad muovesse verso Kobane e Manbiji, in accordo con i curdi. I giornalisti del quotidiano americano hanno incrociato le registrazioni radio dell’aeronautica russa, i dati dei registri tenuti dagli osservatori a terra, che monitorano i voli sui cieli siriani per avvisare gli operatori umanitari di attacchi imminenti, e le testimonianze di medici e infermieri. I quattro ospedali coinvolti erano tutti nella cosiddetta “deconfliction list” delle Nazioni Unite, la lista degli obiettivi che non dovevano essere colpiti e che era stata condivisa con Mosca. Non è la prima volta che la Russia viene accusata di aver bombardato cliniche e ospedali in Siria. Mosca ha sempre respinto le accuse — sostenendo che l’Aeronautica russa effettua attacchi di precisione solo su “obiettivi accuratamente identificati” — ma le prove del New York Times sembrano solide. Sugli attacchi alle cliniche di Idlib c’è già un’inchiesta in corso, è stata aperta ad agosto dalle Nazioni Unite: bombardare intenzionalmente un ospedale è un crimine di guerra. Physicians for Human Rights, una organizzazione che tiene il conto dei raid contro gli operatori sanitari in Siria, ha documentato almeno 583 attacchi del genere dal 2011, 266 dei quali da quando la Russia è intervenuta, nel settembre 2015, cambiando le sorti del conflitto e permettendo ad Assad di fatto di vincere la guerra civile.
Uno sguardo puro, una stretta di mano sicura, la determinazione delle sue idee politiche. Questa era Hevrin Khalaf. Che indossasse abiti civili, o da ragazza la divisa militare — come fanno tante donne curde che hanno scelto sì la politica attiva, provenendo però dalla battaglia sul campo — aveva uno stile che non passava inosservato. La si incontrava a Bruxelles, nelle conferenze organizzate al Parlamento europeo sulla questione curda, e in tante altre capitali d’Europa, quando veniva invitata a parlare a riunioni di specialisti e esperti dell’area. Hevrin Khalaf è la prima vittima eccellente, nota al pubblico, la prima politica, di questa guerra cominciata da nemmeno una settimana e dove i morti già si contano a centinaia, e i profughi a centinaia di migliaia. Era la segretaria generale del Partito del Futuro siriano. La co-leader, anzi, perché così funziona fra i curdi, che siano sindaci, amministratori, funzionari o capi di partito: al vertice la responsabilità si condivide — sempre — fra una donna e un uomo. Di fatto, per presenza e capacità, era il “ministro degli Esteri” del Rojava, la Siria curda del Nord. E quando parlava, nelle assemblee o alla tv curda, la ascoltavano tutti. Hevrin è stata uccisa sabato, mentre sull’autostrada M4, l’arteria principale da ieri assicurata al controllo dell’esercito di Ankara, stava cercando di raggiungere Qamishli. Un agguato diventato un massacro, mostrato in un video girato con i telefoni cellulari dagli stessi miliziani che l’hanno organizzato. Quelli dell’Esercito siriano libero, alleati della Turchia, ai quali negli ultimi giorni si sarebbero uniti elementi jihadisti ormai sfuggiti alla custodia dei curdi e degli americani dileguatisi dalla Siria. Nelle immagini si sentono i protagonisti dell’imboscata gridare dopo avere crivellato di spari il fuoristrada su cui la donna viaggiava. Poi il video si interrompe. Secondo fonti curde, la co-leader del Partito del Futuro sarebbe stata trascinata fuori e eliminata a sangue freddo, in un’esecuzione sommaria a colpi di fucile mitragliatore sparati a bruciapelo. Così le altre persone che l’accompagnavano, fra cui il suo autista. In un video successivo, che fonti americane sostengono pure autentico, si vede il corpo di una persona, probabilmente la stessa Hevrin, con il viso e i capelli lunghi ricoperti di polvere. Un uomo le si avvicina e la tocca con un piede prima di esclamare: “Questo è il cadavere dei maiali”. Ieri un comunicato delle Forze armate turche dichiarava che Hevrin Khalaf è stata messa “fuori combattimento” nel corso di un’operazione militare, per la precisione in un raid effettuato sulla base di informazioni fornite dall’intelligence. Era stata tra i fondatori del Partito del Futuro siriano. Fin da ragazza schierata a favore della causa curda, e sempre apprezzata per i toni moderati e pacati. La sua compagine politica era nata il 27 marzo del 2018. Princìpi fondanti: laicità dello Stato, Paese multi identitario, eguaglianza fra uomini e donne, rinuncia alla violenza in favore di una lotta pacifica per la risoluzione delle controversie, rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite. In particolare della 2254, secondo cui “tutte le fazioni del popolo siriano dovrebbero essere rappresentate nel processo politico, compresa la stesura di una nuova Costituzione”. Inutile dire che, per Ankara, questa donna, per i valori che incarnava, era “una terrorista”, un nemico. E ieri sera, setacciando fra le tv turche, non si trovava un media che ne raccontasse in maniera quanto meno equilibrata il percorso politico e le idee reali, di una persona invece impegnata nel pretendere il rispetto delle minoranze e delle etnie diverse. Hevrin era, piuttosto, una delle figure più rappresentative di quello che oggi sono i nuovi curdi. Attenta ai diritti delle donne, inclusiva, favorevole a uno Stato laico e rispettoso del cittadino, multietnico, liberale. Si batteva per la coesistenza pacifica di tutti: curdi, turchi, cristiano-siriaci e arabi. Aveva una laurea in ingegneria. Aveva 35 anni.