Utilizzare il “fedelissimo” Rudy Giuliani come cavallo di Troia per fare breccia nel cuore della Casa Bianca. E’ questa, secondo i consiglieri di Donald Trump, la strategia che le autorità federali di New York stanno attuando per fare luce su eventuali responsabilità del commander-in-chief nell’affare Ucraina. Gli inquirenti stanno indagando il super legale del presidente per accertare abbia violato o meno le leggi sulla professione lobbistica con le sue attività e i suoi lavori in Ucraina. A dirlo è il New York Times secondo cui le indagini sono legate ai due clienti di Giuliani arrestati per violazione delle norme di finanziamento della campagna elettorale. «Non sono a conoscenza di nessuna indagine da parte delle autorità di New York su di me», commenta l’ex sindaco della Grande Mela. La telefonata La vicenda nasce dalla controversa telefonata del 25 luglio scorso a Zelensky in cui l’inquilino della Casa Bianca avrebbe chiesto per «otto volte» di riaprire un’indagine sul suo rivale, Joe Biden, front-runner democratico alle presidenziali 2020, e su suo figlio, Hunter, membro del Cda di un’azienda ucraina del gas coinvolta in un caso di corruzione. In cambio del “favore” Trump avrebbe promesso di sbloccare fondi americani destinati all’Ucraina, congelati dalla stessa amministrazione Usa. A spifferare tutto è stata una “gola profonda” della Cia che ha prestato servizio presso la Casa Bianca, rimasta anonima e ora sotto protezione. Nei giorni scorsi Giuliani aveva negato di aver fatto qualcosa di sbagliato, ma ha ammesso di aver lavorato con alcuni procuratori ucraini per raccogliere informazioni potenzialmente dannose sull’ex ambasciatrice americana in Ucraina Marie Yovanovitch e su altri potenziali bersagli del presidente Trump, inclusi Joe e Hunter Biden. L’ex sindaco di New York, però, preoccupa la Casa Bianca e i repubblicani. Secondo indiscrezioni, i consiglieri di Trump vogliono che il presidente dica al suo avvocato di smetterla di parlare troppo. I monologhi di Giuliani e il suo fiume di accuse contro tutti – è la tesi – sono negativi per il presidente. «Le sue apparizioni in tv sono confuse e contraddittorie», afferma un fonte vicina alla campagna elettorale di Trump. L’inquilino della Casa Bianca non è nemmeno lontanamente sfiorato dall’idea di scaricare il suo “fedelissimo” (come accaduto in altri casi): «E’ stato il più grande sindaco nella storia di New York, è una brava persona e un fantastico avvocato».
Si fa presto a dire colmiamo il gap di laureati di cui l’Italia avrà sempre più bisogno. Perché poi servono i soldi. E di questi tempi non si sciala davvero. Basta leggere tra le righe delle dichiarazioni del ministro dell’economia Roberto Gualtieri, che intervistato in televisione da Lucia Annunziata ammette una «revisione della spesa» senza «tagli a scuola, sanità, università», per capire che il settore educazione potrà considerarsi fortunato se uscirà a reti inviolate da una manovra finanziaria obbligata a raggranellare risorse da ogni dove. La scuola e l’università non riceveranno fondi freschi dunque, ma dovrebbero almeno evitare ulteriori sforbiciamenti. «Non ce lo possiamo permettere, sarebbe controproducente» insiste Gualtieri riferendosi a eventuali non auspicabili riduzioni di spesa in un contesto già molto sofferente, come ulteriormente evidenziato dal rapporto di Unioncamere (in 10 anni l’intero comparto ha perso circa 9 miliardi di euro). Il problema sta nelle aspettative. La speranza del mondo della scuola non era infatti solo quella di tenere botta ma di rilanciare. Tanto che in più di un’occasione il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti aveva chiesto 3 miliardi d’investimento per il Miur (anche proponendo misure creative come la famosa tassa sulle merendine e minacciando clamorose dimissioni), una cifra lunare con la finanziaria prossima ventura chiamata a trovare 23 miliardi per bloccare l’aumento dell’Iva e altri 7 per interventi di vario genere. Ogni anno, a ridosso della ripresa delle lezioni, il tema della scuola si ripropone con la medesima urgenza. Nel 2018 l’allora ministro Bussetti promise 100 milioni di euro (briciole, comunque) salvo dover rinviare il tutto al biennio successivo. Bisognerebbe puntare in alto, recuperare la fuga dei cervelli all’estero che ogni anno costa all’Italia 14 miliardi di euro (quasi un punto di Pil), riprendere in mano le redini della ricerca scientifica i cui investimenti pubblici sono stati ridimensionati del 21% in 10 anni (più un taglio del 14% alle università statali), bisognerebbe innervare la scuola di forze nuove e motivate (ben oltre le 24 mila assunzioni straordinarie sbloccate appena pochi giorni fa). Non è facile però, fare le nozze con i fichi. E con le poche risorse disponibili c’è da assicurare l’essenziale, i docenti sì (condannati a una guerra al ribasso tra poveri), ma anche la messa in sicurezza degli edifici scolastici. Il XVII Rapporto Impararesicuri, pubblicato un paio di settimane fa da CittadinanzAttiva, denuncia una situazione allarmante, con ben 70 crolli di edifici avvenuti solo nel corso dello scorso anno e il 58% delle scuole non a norma in materia di sicurezza e agibilità (dati Miur). Dita incrociate, insomma, contando se non sulla generosità almeno sulla clemenza (in teoria sarebbe previsto anche un piccolo aumento di spesa per la ricerca). C’è però chi fa notare che, nonostante i buoni propositi del nuovo governo giallo-rosso, i tagli potrebbero non essere ancora scongiurati. Il sospetto viene dalla recente nota di aggiornamento al DEF (Documento di Economia e Finanza), dove la quota del Pil da destinare alla scuola avrebbe perso lo 0,1% passando dal 3,5% al 3,4%, uno zero virgola che vale comunque 1,8 miliardi di euro (sulla carta, causa le variazioni demografiche, nel 2035 si arriverebbe addirittura al 3%): non esattamente un rilancio.
Enrico Giovannini, docente di Statistica all’università Tor Vergata di Roma e Portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, è stato ministro del Lavoro e presidente dell’Istat. Mancano almeno 160mila laureati nei prossimi cinque anni rispetto alle richieste che arrivano dal mondo del lavoro. Che vuol dire per l’Italia? «Il nostro paese sembra incapace di programmare il suo futuro. Sapevamo da anni che, per esempio, nel settore della salute ci sarebbero mancate migliaia di figure adeguate. Sappiamo da anni che il boom dei dati avrebbe richiesto figure specializzate per trattarli, ma il modo in cui il nostro paese ha affrontato queste tematiche mi ricorda la canzone dei Pooh “Ci penserò domani”». 160mila laureati in meno vuol dire 160 mila posti di lavoro vuoti. «Sarebbe necessaria una risposta da parte del governo ma ci vorrebbe una programmazione che non siamo stati capaci di fare, senza parlare del fatto che alcuni provvedimenti come “Quota 100” stanno aumentandoiproblemiinvecedi risolverli, in particolare nel settore della salute e dell’istruzione». Perché l’Italia ha un numero così basso di laureati? «L’Italia ha pochi laureati, e oltretutto pochi nei settori cruciali, perché ha investito molto poco nell’università. E le università hanno reagito con il numero chiuso, in particolare in alcuni settori. Forse sarebbe stato preferibileadottareilnumerochiuso in facoltà come Scienze della comunicazione più che a medicina. Numero chiuso e assenza di fondi per diritto allo studio per chi ha difficoltà economiche ha prodotto un numero di laureati inferiore al fabbisogno. Se non si interviene fra cinque anni saremo sempre quiaaffrontarelostessoproblema». Nella carenza di laureati ha un ruolo anche il modello di laurea 3+2 su cui in molti hanno perplessità? «Il 3+2 ha un duplice scopo: con la laurea magistrale si vuole elevare competenze e cultura media della popolazione, con i due anni di specialistica chi è in grado e ha possibilità economiche puòandare avantiperacquisire competenze specialistiche. Le carenze di cui abbiamo parlato fanno sì che la laurea magistrale non riesca a svolgere il suo ruolo limitando anche la funzione dellaspecialistica». Molti laureati preferiscono andare a lavorare all’estero. «A parità di condizioni un dottore di ricerca che va all’esteroguadagnamilleeuro in più al mese, in che segnala una scarsa capacità del nostro sistema produttivo ad utilizzare questo capitale che è stato formato dal sistema italiano. Oltretutto in Italia per le progressioni di carriera si tende spesso a valorizzare più l’anzianità che la qualità. È in parte il frutto di una struttura produttiva dove dominano le piccole imprese con produttività inferiore alle grandi imprese e quindi la tendenzaapagare salariinferiori». L’Italia ha anche un numero eccessivo di diplomati. Come mai? «Il mondo del lavoro chiede sempre di più persone che non solo hanno conoscenza tecnica di un certo tipo, ma hanno la forma mentis per lavorare in modo trasversale. È il tipo di cultura che dobbiamo preparare anche nelle scuole tecniche. Nelle scuole meno professionalizzanti, invece, vanno preparatelepersoneal saltoculturale che alcuni faranno nelle università. Tutto questo manca, abbiamo bisogno di una formazione adatta al ventunesimo secolo non solo per chi studia, ma anche per i docenti. È un discorso esteso a tutta la filiera dell’istruzione.Sappiamochefrequentare l’asilo influenza significativamentel’apprendimentosuccessivo». In Italia abbiamo provato a introdurre l’alternanza scuola-lavoro ma non ha funzionato. «Ci sono stati problemi che sono stati ben evidenziati, ma l’iniziativa aveva avviato un cambiamento importante nei rapporti tra sistema e imprese e scuola. Spesso in Italia pensiamo che i cambiamenti debbano produrre effetti istantanei e rimettiamo mano alle leggi primacheilsistemapossaattuarele novitàintrodotte». Che fare? «Come Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile abbiamo proposto di mettersi al lavoro per un patto per l’occupazione giovanile. Credo che i ministri dell’Istruzione, del Lavoro e gli altri competenti dovrebbero avviare rapidamente un confronto con le imprese e la società civile, anche alla luce delle raccomandazioni che arrivano da organismi internazionali come l’Ocse. Si tratta di trasformare buone idee in politiche concrete».
C’è un dato che dovrebbe essere in cima alle politiche dei tanti governi che si susseguono e che invece resta chiuso nei rapporti e delle tavole rotonde: nei prossimi cinque anni in Italia mancheranno all’appello almeno 160mila laureati. È una cifra citata questa settimana da Mariano Berriola, presidente della fondazione Italia Education durante l’undicesima edizione dello Young International Forum, dedicato all’orientamento all’università e al lavoro. Ed è uno dei numerosi dati contenuti nell’ultimo rapporto Unioncamere Anpal sulle previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine, dal 2019 al 2023. Le previsioni non sono incoraggianti. Mancano laureati e «in alcune materie il tasso di difficoltà di acquisizione è del 30-40% rispetto il fabbisogno. Ciò significa che le aziende italiane nei prossimi anni faranno fatica a trovare le risorse professionali di cui hanno bisogno», avverte Mariano Berriola. Dal rapporto emerge che nei prossimi cinque anni oltre i quattro quinti del fabbisogno occupazionale in Italia sarà collegato al naturale turnover non alla creazione di nuovi posti di lavoro mentre la crescita economica potrà determinare una quota di posti di lavoro molto più contenuta, a seconda della sua intensità e in maniera molto differenziata. La somma del turnover e dei nuovi posti di lavoro creati dalla crescita economica porta a un fabbisogno totale di occupati di 2.725.500 persone in uno scenario più pessimistico, basato sulle previsioni formulate a gennaio 2019 dal Fondo Monetario di una crescita dello 0,6%. E sono 3.029.800 nel secondo scenario, basato sulle previsioni più ottimistiche formulate a dicembre 2018 dalla legge di Bilancio. Ad avere un ruolo determinante nelle richieste di lavoro dei prossimi cinque anni saranno la «Digital Trasformation» e l’Ecosostenibilità: coinvolgeranno circa il 30% dei lavoratori di cui imprese e pubblica amministrazione avranno bisogno. Oltre un quarto arriverà da di cinque filiere: oltre all’ecosostenibilità anche salute e benessere, education e cultura, meccatronica e robotica, mobilità e logistica, energia. Saranno oltre mezzo milione i lavoratori che arriveranno dall’ecosostenibilità. La domanda «riguarderà, in maniera trasversale, tanto le professioni ad elevata specializzazione che le professioni tecniche, gli impiegati come gli addetti ai servizi commerciali e turistici, addetti ai servizi alle persone come gli operai e gli artigiani», avverte il rapporto. Nel settore «salute e benessere» nella creazione di posti di lavoro agisce l’invecchiamento della popolazione che crea una domanda di servizi sia di carattere sanitario che di carattere assistenziale e quindi la necessità di professionisti con competenze legate alla cura delle persone. Nella filiera «education e cultura» la richiesta è soprattutto di docenti, progettisti di corsi di formazione, traduttori, progettisti e organizzatori di eventi culturali, esperti in comunicazione e marketing dei beni culturali. Sono figure necessarie per rispondere ai cambiamenti nel mercato del lavoro «che richiedono sistemi di apprendimento lungo tutto il percorso professionale». Di fronte a questa domanda sul mercato del lavoro potrebbero arrivare pochi laureati, molti meno di quelli necessari. Si prevede che saranno 133.000 laureati l’anno sul mercato del lavoro tra il 2019 e il 2023. Le previsioni però indicano un fabbisogno medio compreso tra 164.700 e circa 181.600 laureati all’anno. «Si prospetta quindi mediamente una carenza» tra un minimo di 32.000 e un massimo di circa 50.000 laureati ogni anno. «Ciò significa, nell’arco dei cinque anni della previsione, una carenza compresa fra le 160.000 e le 250.000 unità», conclude il rapporto. I laureati maggiormente richiesti saranno quelli dell’indirizzo economico-statistico (159.300- 174.600 unità), seguiti dai laureati dell’indirizzo medico-sanitario (141.500-151.600 unità) e da quelli dell’indirizzo ingegneria (115.200-127.100 unità). Per i diplomati si dovrebbe invece mantenere anche nei prossimi anni uno scenario di eccesso di offerta, pure in questo caso con situazioni molto differenziate per indirizzi. Per quanto riguarda gli indirizzo di studio, determineranno le maggiori richieste di diplomati l’indirizzo amministrazione-finanza (284.900-315.400 unità), industria e artigianato (184.400-212.600 unità) e turismo (78.100-83.100 unità).
Il senso della battaglia che si sta combattendo in Polonia sta tutta in una lettera, quella che tre ex presidenti – Wałęsa, Kwaśniewski e Komorowski – e decine di rappresentanti del mondo della cultura e delle scienze hanno inviato due settimane fa: «Non ci aspettano elezioni “normali”, bensì il voto che deciderà se la Polonia sarà un Paese democratico di diritto o continuerà a scivolare verso una dittatura». È un appello a tutta l’opposizione a unire le forze e sconfiggere il PiS, il partito della destra nazionalista del «padrone della Polonia» Kaczynski. I sondaggi dicono che la battaglia elettorale si giocherà tutta a «destra», con Diritto e Giustizia (PiS) dato al 47%, davanti alla Ko (Coalizione Civica), guidata dal Po, il partito di centrodestra da cui proviene anche Donald Tusk, che si attesta al 26%. Ma il diavolo sta nei dettagli. Da agosto una sottile linea rossa sta scalando i grafici delle preferenze: è quella di Lewica, l’unione delle sinistre, che dovrebbe arrivare al 14%, e quindi diventare la terza forza nel Paese. Da domani, verosimilmente, sarà il gioco delle alleanze a stabilire chi ha veramente vinto. Isolata dagli alleati Ue Ma c’è un’altra Polonia, che sfugge alla dittatura di numeri e sondaggi: è la Polonia dei diritti, che tenta di uscire dall’angolo in cui è precipitata, bacchettata dall’Europa e isolata dagli alleati. Molti voteranno Coalizione Civica, altri la Sinistra ma «il comune denominatore – dice Adam Ostolski, analista, ex leader dei Verdi – è che voteranno per chi offre alla Polonia la speranza di rimanere un Paese civile, in cui i diritti, delle donne, dell’ambiente e della comunità Lgbt non vengano più messi in discussione». Fino allo scorso gennaio l’altra Polonia aveva un volto, quello del sindaco di Danzica Pawel Adamowicz, ucciso da un 27enne, un delitto «causato dal clima d’odio che il PiS ha creato», dice Jacek, ingegnere, attivista per i diritti omosessuali. Cattolico, europeista e anti-nazionalista, Pawel Adamowicz era il simbolo della resistenza contro l’autoritarismo di Kaczynski, e la figura di riferimento dell’opposizione liberale. «Ora la responsabilità è nostra – aggiunge Jacek -. Vogliamo mostrare che il nostro Paese non è intollerante, che gli omosessuali non sono una “piaga arcobaleno”, come ci ha definiti Kaczynski, e che la libertà di parola è un diritto». Da quando il PiS è entrato in carica nel 2015, la Polonia è passata dal 18 ° al 59 ° posto nell’indice Freedom World Press. Le tv di Stato sono controllate dal governo, i giornalisti «dissidenti» sono stati licenziati. Solo una settimana fa, la Tvp ha presentato un documentario, «Invasione», che rivela «la vera storia, la strategia e i soldi dietro all’invasione Lgbt». L’emittente governativa è la stessa che ha omesso di raccontare le manifestazioni delle donne contro le leggi sull’aborto, la Czarny Protest («Protesta nera»), e che, quando migliaia di polacchi hanno manifestato contro la legge che avrebbe dato al governo il controllo diretto sulla magistratura, ha raccontato che erano «rivolte per portare gli immigrati islamici in Polonia». È il clima la priorità Un sondaggio di Rzeczpospolita dice che alla vigilia del voto per il 64% dei polacchi è il clima la priorità, secondo solo all’assistenza sanitaria (78%). Non male per un Paese in cui il premier ha appena inaugurato una nuova centrale a carbone. Qui l’inquinamento è responsabile di oltre 45.000 decessi ogni anno, e 36 delle 50 città europee con la peggiore qualità dell’aria si trovano in Polonia. «Fortunatamente, soprattutto per i giovani, il rispetto per l’ecologia è diventata prioritaria. Anche i media sono cambiati: per i liberali il clima era un ostacolo all’industrializzazione, al progresso, ora è sinonimo di Europa e modernità. Tra i conservatori, per i quali il cambiamento climatico è una cospirazione, qualcuno inizia a dire che bisogna essere competitivi anche nell’economia verde”, dice Adam Ostolski. Certo, se a governare fosse il PiS, le cose non cambierebbero molto. “Dipende da come la si vede: da negazionisti ora sono passati a posizioni più dialoganti con l’Europa. Certo, in cambio di soldi. Tagliano le foreste ma piantano alberi per avere i fondi Ue”.
Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, per la prima volta partecipa al forum Coldiretti di Cernobbio. Non lo fa da ospite, ma come uno dei protagonisti di un progetto che condivide con compagni di strada fino a poco tempo fa molto lontani. Coldiretti, appunto, ambientalisti come Ermete Realacci, oppure padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del sacro convento di Assisi. «Pur nelle differenze, che restano, condividiamo una direzione unica: in presenza di politiche serie e lungimiranti è possibile azzerare il contributo netto di emissione dei gas serra entro il 2050. Questa sfida può rinnovare la missione dell’Europa dandole forza e centralità. E può vedere un’Italia in prima fila». Bella sfida, ma come si realizza in concreto? «È finita l’epoca dell’autosufficienza. Vale per noi, imprese, attori sociali e governi, vale in chiaveitaliana edeuropea.Occorre superare la politica dei saldi di bilancio per definire unapoliticadeifini.Occorreridurre i divari in Italia ed Europa tra persone, territori e imprese». Per farlo servono soldi, ma in Italia, e anche in Europa, le risorse disponibili vengono utilizzate per altri fini. «Occorrono realismo e pragmatismo.Serve unariforma fiscalecheagevoliifattoridiproduzione a partire dalle imprese e dal lavoro. Siamo uno dei pochi Paesi che ha la patrimoniale sui fattori di produzione, ma non vogliamo andare oltre perché siamo responsabili e con questo debito pubblico non ci mettiamo a fare, per adesso, questioni categoriali». Ma il governo in che direzione sta andando? «Non ci sono grandi aspettative,c’èilnodorisorse.Giàvabene il fatto di non incrementare l’Iva. Bene l’intervento sul cuneo fiscale. È un primo passo e va inserito in un percorso di medio termine. Noi abbiamo indicato anche detassazione e decontribuzione dei premi di produzione di secondo livello. Aiuterebbe lo scambio salario produttività». Dove si trovano i soldi per la crescita? «Oggi è importante che il governo non prenda provvedimenti per rendere la vita difficilealleimpresedalpuntodivista di burocrazia e tasse. In questo periodo tutti ci siamo concentratisuundibattitocorrettosuicontenutidellamanovra, ma noi crediamo che si debba andare oltre per dare una scossa vera. È possibile realizzare una politica anti-ciclica attivando i 70 miliardi già stanziati per infrastrutture, che non farebbero aumentareildeficitmafarebberopartireicantieri el’occupazione». La nomina dei commissari da parte del governo non basta ad accelerare il percorso? «Serve un chiaro quadro temporale e delle responsabilità. I commissari possono essere una soluzione per far partire subito le gare, ma serve anche un quadro di regole chiare, semplicienonpunitiveperevitareglieccessieiblocchi.IlmodellodiExpopuòesserelastrada perché indicava un fine da raggiungere in un determinato tempo e metteva a disposizione le risorse. Una volta imboccata questa strada, si potrebbero trovare altre risorse, 100miliardi, dall’Ue». E con quali coperture? «Dalla costruzione di una stagione di investimenti rilevanti ininfrastrutturetransnazionali in chiave europea. Una stagione da mille miliardi, di cui 100 in dotazione all’Italia, eventualmente finanziabili con eurobond. Anche la Bce di Draghicisegnalachelesolepolitiche monetarie anticicliche non bastano: occorrono anche politicheanticiclicheeconomiche sia in chiave nazionale che europea. Questa sarebbe una misura choc che serve come risposta alla recessione, per altro già evidente in Germania, che i dazi Usa potrebbero accentuare». Come si conciliano i cantieri con la svolta green? «Investire nelle dotazioni infrastrutturali non è antitetico agliinvestimentigreen.Alcontrario. Ad esempio le gare che sta facendo Anas per la costruzione di nuove strade hanno già introdotto dei parametri chevalutanoglieffettiintermini economia circolare e sostenibilità.Neicapitolatisi possono inserire dei requisiti che possono fare diventare green gliinvestimentiinfrastrutturali rendendoli sostenibili in termini di effetti ambientali, economicie sociali».
Alla fine dovrebbe tenersi stasera il vertice di maggioranza sulla manovra più volte annunciato negli ultimi giorni e poi sempre rinviato. Quanto al consiglio dei ministri, chiamato ad approvare il Documento programmatico di bilancio (che entro il 15 va inviato alla Commissione europea) e a ruota il decreto fiscale, anziché tenersi domani come preannunciato potrebbe slittare a martedì, termine ultimo per spedire il Dpb a Bruxelles. Troppi nodi restano da sciogliere. Su troppe questioni delicate le posizioni tra M5s, Pd e Italia Viva restano infatti distanti. «Il problema di fondo sono i soldi – spiega una fonte di governo -. Bisogna riuscire ad individuare le risorse che mancano per arrivare a coprire tutti e 29 i miliardi messi in preventivo». Braccio di ferro su Quota 100 E così ci sono misure, come la nuova tassa sui telefonini, che nascono e muoiono nel giro di poche ore, ed altre che vivono qualche ora in più. Come la proposta di allungare di 3 mesi le finestre di uscita per Quota 100, portandole a 6 mesi per i lavoratori privati e a 9 per i pubblici (risparmio previsto 500 milioni nel 2020, un miliardo nel 2021), che ieri è stata tassativamente smentita dal ministero del Lavoro, dove pure il giorno prima governo e sindacati ne avevano parlato a lungo. «Lo dico chiaro: non sono all’ordine del giorno modifiche» ha scritto su Facebook il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo. Però se il governo vuole rispondere ai sindacati che chiedono un intervento più incisivo sul cuneo fiscale, la rivalutazione delle pensioni, più flessibilità in uscita per le donne e le detrazioni sui rinnovi contrattuali (si ragiona su una aliquota del 10%), secondo il Tesoro su Quota 100 o altre voci simili (il reddito di cittadinanza?) occorrerebbe risparmiare qualcosa in più del previsto. Per lasciare poi il ricavato all’interno dello stesso perimetro (welfare e lavoro). Per questo, su Quota 100 non è esclusa una mediazione per assicurare a chi matura i requisiti entro l’anno di andare in pensione nel 2020 con le attuali finestre. Perché i conti non tornano Non si aumenta l’Iva e questo è assodato ma, soprattutto Di Maio e Renzi non vogliono sentire parlare di nuove tasse. Al momento, però, a fronte dei 7 miliardi di euro di recupero di evasione necessari per far quadrare il bilancio 2020 il decreto fiscale ne ha individuati poco più di 3. All’appello mancano insomma almeno altri 3 miliardi. Di qui il fiorire di soluzioni più o meno estemporanee. L’idea di sfruttare l’unificazione di Imu e Tasi per fare cassa, ammesso che questa misura finisca davvero nel Decreto fiscale, intanto pare scartata visto che lo scopo principale di questo provvedimento è essenzialmente la semplificazione. E per questo, anziché portare l’aliquota base al 10,6 per mille come ipotizzato giorni fa, ci si è fermati all’8,6 (dal 7,6). Aumento piccolo, utile a dare un poco di fiato ai comuni, ma subito contestato da Confedilizia che parla di «insulto al buon senso, prima ancora che ai proprietari. La patrimoniale sugli immobili, che continuano a perdere valore, va ridotta» non alzata. Non serve a far cassa ma anche sulle manette agli evasori ci sono problemi. I 5 Stelle insistono per inasprire subito le pene inserendo il provvedimento nel Decreto fiscale, il Pd in linea di massima non è contrario ma punta ad un intervento da inserire in una delle leggi delega che accompagnerà la manovra 2020. Un altro nodo delicato che stasera dovrebbe venire al pettine.
Papa Francesco lo ha invitato personalmente al Sinodo per l’Amazzonia. Tra vescovi e cardinali provenienti da tutto il mondo per riflettere su temi e problemi dell’ambiente, il Pontefice ha voluto che ci fosse anche lui, Carlo Petrini, fondatore e presidente di Slow Food e dell’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo. «Carlin» è presente in qualità di uditore, senza diritto di voto ma con la possibilità di intervenire. E lui domani parlerà. Come sta andando il Sinodo? «Intanto, mi lasci dire che mai più avrei pensato nella mia vita di partecipare a un’Assembleadeivescovi.Èun’esperienzaarricchente,conun’organizzazione eccellente. L’impressione è di partecipare a un avvenimentoimportantepertutta l’umanità, non solo per la Chiesa». Che cosa l’ha colpita di più? «Ci sono vescovi di frontiera, che sono “sul pezzo”: nelle loroterre hanno davanti una fetta di mondo problematico, con mille disfunzioni di ogni genere. Amministrano diocesi con migliaia di chilometri quadrati, estensioni incredibili, centinaia di villaggi,migrazioni continue. E poi, con tutte le questionienormideipopoli indigeni». Ce le spiega? «Queste popolazioni da molti anni sono costrette a violenze terribili,formediprevaricazione di un capitalismo estrattivista che pensa solo a prendere, depredare le ricchezze umiliandole persone». Questi fenomeni come vengono affrontati dai prelati? «Oltrechedalpuntodivista religioso, per rafforzare il dialogo pastorale interno alla Chiesa, la discussione si sta sviluppando anche con una prospettivaambientalista,socialeepolitica. La Chiesa di papa Francesco sta dando una forte dimostrazionediaperturaaiproblemireali,concretiequotidianidelmondo». Ma riguarda solo la regione panamazzonica? «No. L’Amazzonia è specchio dell’umanità.Ilcontestodeldibattito e delle riflessioni è sudamericano, ma la portata va al di là della contingenza geografica.Havaloreuniversale». Che cosa l’ha sorpresa di più finora? «Sentire parlare di dialogo interreligioso. Nel nostro immaginario è ecumenico – per esempio tra cattolici e protestanti – oppure con l’islam. Invece in Amazzonia significa che si dà valore alla religione indigena. Questa è una novità assoluta. Prima del Concilio VaticanoIIgliindigeninonerano neanche considerati come portatori di una religiosità. Stiamoassistendo aunamutazione di un’organizzazione millenaria come la Chiesa che si impone delle problematiche estremamente moderne e sensibili. Mi sento testimone ocularediun momento storico». Credenti o no, quale messaggio di Francesco va ascoltato soprattutto? «Quello dell’enciclica Laudato si’,cheluistacercandodiapplicare su scala planetaria. Il portato di questo documento non è ancora stato ben capito e metabolizzato». Ci aiuta a comprenderla? «È un testo rivoluzionario e di grandeattualitàsulqualelavorare e agireinsieme, credenti e non credenti, in favore della salvaguardia della salute dell’uomo, dell’ambiente, del lavoro agricolo, soprattutto quello delle popolazioni dei continenti più poveri, del sostentamento della casa comune a livello globale. È un documento di ecologia integrale che interessa la società e l’uomonellasuatotalità». Che cos’è l’ecologia integrale? «La connessione fondamentaletra l’ambientee lasalute». Quali sono le urgenze ambientali? «Crisi climatica, perdita di biodiversità, biosistemi collassati. Stiamo andando speditamente verso il baratro. Fanno benissimo i movimenti ecologisti dei giovani, come quello di Greta Thunberg, a sollecitare con forza politici e istituzioni di ogni paese: non si può più farfinta di nulla». C’è anche una questione femminile? «Sì, e grande. È un limite non ancora risolto, anche e soprattutto nella Chiesa. Alle donne non è stato ancora dato definitivamente il ruolo sociale e pubblicochemeritano». La Chiesa è sulla strada giusta? «Incoraggia perlomeno sentirechenel dibattitodeipadri sinodali – tutti rigorosamente maschi – queste mancanze vengonoriconosciute». Che cosa dirà nel suo intervento al Sinodo? «Parleròdelcibocomeelemento potente di relazione, mettendo in evidenza il concetto dellasovranitàalimentare,decisiva per il nostro futuro e oggi garantita in massima parte dalle persone più umili: donneeindigeni». Una domanda sull’Italia: che cosa pensa del decreto Clima? «Ogniiniziativasuquestofronteèpositiva,mahol’impressioneche bisogna e si può fare ancora molto di più».
Andrea Marcucci, il segretario Pd apre ad un’alleanza stabile con M5s. Ma non dovevate solo sostenere un governo insieme per evitare l’aumento dell’Iva? «Noi abbiamo verificato che ci fossero le condizioni per un programma di governo, avendo chiare le priorità per il paese. Ma bisogna pur ricordare che il governo è nato in una situazione di emergenza. Lo stesso approccio deve essere usato con realismo nelle situazioni locali. Certamente, governare insieme il paese può aiutare a creare le condizioni, ma non credo si possa dare un’indicazione unica: si devono rispettare i territori. In Umbriac’èunaccordosolido,inaltreregioni nonsarà possibile». Ma Zingaretti pensa a un’alleanza nazionale… «Abbiamoappenainiziatoadiscuteredileggeelettorale.Credo che si debba fare una legge con vocazione maggioritaria, ma questo non esclude che le forze politiche possano misurareipropri consensi.L’importante è una soglia alta che permetta poi di fare governi che durino». Cioè una legge che non obblighi ad alleanze prima del voto? «Esatto. Poi ovviamente mi atterròalledecisioniche prenderemo». Orfini chiede un congresso per decidere su M5s. «Orfini secondo me dice cose giusteeragionevoli,checondivido. Il congresso andrà fatto, direidopoleregionalidimaggio». Italia viva dice: alle elezioni noi e M5s saremo avversari. «Al momento dico la stessa cosa anche io. Poi bisogna avere la forza di verificare i risultati del governo insieme. Partiamo da posizioni molto distanti da quelle del M5S. Immaginare una alleanza è molto difficileora. Mamaidire mai». Quindi lei non è contrario? «Sono contrario ad aprire a prescindere.E’partitounesperimento, oggi bisogna dimostrare capacità di governo. Poi faremo una valutazione insieme con un congresso. Non sono d’accordo a mettere a rischio la tenuta del governo con una discussione che appare oggi molto prematura. Dovessi decidere ora, sarei contrario ad una alleanza organicacon M5S». Zingaretti precipitoso? «Credo che il segretario si sia mosso troppo in anticipo, con una concessione di credito a Di Maio che non riscontro nella realtà. Poi, come ho detto, per cultura sono sempre prontoaricredermi».
La scena si preannuncia memorabile, quantomeno per la sua originalità. Lunedì mattina, alle 10,15, nel foyer del Teatro Gesualdi di Avellino, farà il suo ingresso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per tenere una lezione sul «Contributo dei cattolici nella stesura della Costituzione». Dopo aver attraversato la platea tra due ali di alunni festanti, in prima fila saranno schierati ad accoglierlo i parlamentari eletti dalla provincia di Avellino, tutti Cinque stelle. Ma a loro fianco, vicinissimi sia pure separati da un’invisibile linea d’ombra, saranno seduti Ciriaco De Mita, Nicola Mancino e Gerardo Bianco, indimenticati notabili della Dc che fu. Gli esponenti del nuovo “regime” e quelli del vecchio affiancati ad ascoltare e alla fine – c’è da scommetterlo – destinati tutti ad applaudire il professor Conte. Vecchio e nuovo, ancien regime e capo dei “rivoluzionari”, festosamente affiancati nel ricordo di Fiorentino Sullo, originale figura di democristiano laico, combattivo, coraggioso. C’è poco di rituale nell’accoglienza che Avellino si appresta a tributare al capo del governo. Città di élites colte e di intensa partitocrazia, Avellino è stata una delle capitali democristiane negli anni della Prima Repubblica ed è restata a lungo l’ultimo bastione a cedere ai conquistatori dell’antipolitica. Ma la “notizia” non sta solo nell’accoglienza a Conte di questa città di animo democristiano, ma semmai nella prontezza con la quale il presidente del Consiglio ha risposto «sì, mi fa piacere», all’invito che qualche settimana fa gli ha inoltrato Gianfranco Rotondi, per anni cultore quasi solitario del culto democristiano in un Parlamento di “infedeli”. Ma non è il primo segnale “neo-democristiano” di Giuseppe Conte. Nei mesi di governo con Salvini, l’Avvocato-professore aveva centellinato sapientemente frammenti sparsi («Mi ispiro a Moro») e da qualche tempo Conte ha intensificato: senza dare nell’occhio ha iniziato a partecipare ad alcune “rimpatriate” democristiane e ha detto chiaro e tondo: «Ho una formazione da cattolico democratico». Una postura che corrisponde, almeno per ora, ad una tentazione inconfessabile del Presidente del Consiglio: quella di prendere un’iniziativa politica. Una volta – spera Conte – uscito politicamente “vivo” dalla vicenda-Servizi e una volta consolidata di nuovo la propria immagine, il presidente del Consiglio sa di avere due strade sul medio termine: provare la “scalata” nell’universo Cinque stelle, ovvero dar vita ad una forza autonoma, di ispirazione cattolica, stretta alleata dei Cinque stelle. Al presidente del Consiglio non è sfuggito l’esito di un sondaggio uscito a metà settembre: secondo Emg un partito di Conte potrebbe raggiungere fino al 21% dei voti, a fronte di una fiducia nel premier che nei vari sondaggi è sempre vicina al 50 per cento. Un amico del premier fa notare sottovoce: «Due giorni dopo la diffusione di quel sondaggio, Renzi ha rotto gli indugi e ha lasciato il Pd». Tutto è in movimento nella politica domestica, per ora Conte non ha mosso nulla sul piano organizzativo e si limita a moltiplicare i segnali e a incassarli. Sa che in Vaticano gli vogliono bene e che è ancora appeso il richiamo del Segretario di Stato Pietro Parolin ai cattolici a «non sottrarsi dall’impegno in politica». Nel frattempo Conte sta diventando un habitué della memoria democristiana. Il 14 maggio aveva partecipato nell’aula magna dell’Università di Firenze, alla presentazione dell’Edizione Nazionale delle opere di Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze ed esponente di punta della sinistra democristiana. Intervenendo aveva definito La Pira una «figura maestosa» della politica italiana. Poi, l’8 agosto, giorno del suo compleanno, scoppia inattesa la crisi di governo col distacco di Salvini e lui che fa? Prima sale al Quirinale, poi alle 18, si dilegua. Aveva un appuntamento riservato con Maria Romana De Gasperi, primogenita di Alcide, e non lo ha disdetto. Racconterà nei giorni successivi Maria Romana: «È restato per un paio d’ore, voleva sentire un po’ di storie su mio padre, abbiamo parlato solo del passato, di De Gasperi giovane, della sua passione per la politica. Conte era attentissimo e molto cortese».