Ha stretto più mai in queste ultime settimane di campagna elettorale che in tutta la sua vita politica, Jarosław Kaczynski, il grande regista della politica in Polonia, il capo della destra sovranista ed euroscettica che sceglie i governi e i presidenti della Repubblica a Varsavia. Ama stare nell’ombra, ma stavolta è dovuto uscire allo scoperto e darsi da fare soprattutto nelle aree rurali, come ieri nella piazza di Plock e come tre giorni fa mentre mangiava salsicce alla sagra di Stalowa Wola. Ieri sera ha monopolizzato i telegiornali della tv pubblica. Kaczynski deve difendere il potere riconquistato a Varsavia quattro anni fa da Diritto e Giustizia il partito creato a sua immagine e somiglianza: tradizionalista, ultracattolico, nazionalista, ma anche capace di ascoltare i bisogni dei cittadini, scaltro abbastanza da mediare tra gli interessi delle imprese straniere che investono nel Paese e quelli delle famiglie polacche. «La vittoria della destra nelle elezioni di domani non è in discussione. Ma le percentuali di voto e la maggioranza che si formerà in Parlamento – dice Jacek Kucharczyk, presidente dell’Institute of Public Affairs, think tank di Varsavia – determineranno cosa sarà della Polonia, della sua società e dell’economia». Secondo gli ultimi sondaggi Diritto e Giustizia otterrà almeno il 40-45% dei consensi. Mentre Coalizione civica, il principale schieramento dell’opposizione che ha messo assieme i centristi di Piattaforma civica e i Verdi, è indicata intorno al 25-30 per cento. A costringere Kaczynski a scendere nelle piazze dei suoi feudi, sono stati il 10% di elettori che si dicono ancora indecisi e la possibilità che la partecipazione alle urne superi il 51% del 2015, a tutto favore delle opposizioni. Ci sono inoltre due partiti – Lewica a sinistra e Coalizione polacca al centro – che potrebbero riuscire a superare lo sbarramento del 5% e contribuire a creare un’alternativa di governo, almeno sulla carta, assieme a Coalizione civica. La Confederazione di estrema destra potrebbe invece sottrarre voti a Diritto e Giustizia. Kaczynski chiede agli elettori un mandato forte per completare la rivoluzione della Polonia. La crescita tumultuosa dell’economia ne rafforza il messaggio e gli permette di sbilanciarsi con le promesse. L’espansione della Polonia, unico Paese europeo a non essere piombato in recessione durante la grande crisi internazionale, è proseguita dal 2015 in poi a ritmi del 4% all’anno, fornendo le risorse necessarie al governo per sostenere il reddito delle famiglie e quindi i consumi: dagli aiuti per i figli, all’aumento delle pensioni. E tutto mantenendo in ordine il bilancio pubblico. Il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 4% tanto che la mancanza di manodopera, qualificata e non qualificata, è diventato il problema più pressante per le imprese che operano in Polonia. «Anche quest’anno il Pil aumenterà del 4% e per il 2020, nonostante il rallentamento dell’Eurozona, prevediamo un incremento del 3,2%», dice Moritz Degler di Oxford Economics. Con questi risultati Kaczynski può azzardare un programma di legislatura che prevede di alzare il salario minimo e di rilanciare la spesa pubblica negli ospedali e nelle scuole. «Non c’è dubbio che il governo polacco ha saputo intercettare i bisogni dei cittadini cercando di dare maggiore equilibrio all’economia utilizzando risorse pubbliche»,spiega Charlotte Ruhe, managing director della Bers per l’Europa centrale. Per la destra polacca l’economia è uno strumento per realizzare il suo modello di società non liberale, basata sul cattolicesimo più retrivo, chiusa ai migranti musulmani, intollerante verso la comunità Lgbtq. In un’Europa delle patrie molto disunita. «In Occidente sono stati colpiti da una malattia e chiedono a noi di lasciarci contagiare, ma questo è davvero troppo», ha detto ieri Kaczynski mentre stringeva l’ennesima mano agli elettori.

PERCHÉ OCCORRE UNA ECONOMIA DELLA FELICITÀ

L’economia dell’eudemonia, o economia della felicità, si contrappone all’attuale sistema, che persegue soltanto la ricchezza e non tende alla felicità. Crea estrema povertà e privazioni. La produzione mondiale di ricchezza di quest’anno è stata di quasi un un miliardo di miliardi di dollari e sul pianeta ora ci sono 7,7 miliardi di persone. Il reddito medio pro capite è di circa 11.500 dollari l’anno. Non è un reddito da “super ricchi” per gli standard di un mondo ricco, ma è notevole. Allora perché milioni di bambini devono morire se le loro famiglie sono troppo povere per assicurare cure mediche che costano 11 dollari a testa? Perché 260 milioni di bambini non possono andare a scuola quest’anno e sono costretti a rimanere senza un’educazione? Non c’è una ragione a tutto questo. Più di un miliardo di persone vivono in condizioni di povertà estrema. Il nostro è un mondo ricco, ma troppe persone sono escluse dai benefici della tecnologia. Più di un miliardo di persone non ha accesso all’energia elettrica. Cinque milioni di bambini, con meno di cinque anni, quest’anno moriranno a causa della povertà. Tutto questo non ha senso. Abbiamo tantissimi scienziati di talento, più di quanti ne abbiamo visti nei secoli passati, perché siamo nel mezzo di una rivoluzione scientifica. Abbiamo il know-how, le conoscenze per le energie pulite, per la prevenzione delle malattie, per la diffusione globale degli alimenti. E cosa facciamo? Bruciamo l’Amazzonia, distruggiamo la foresta pluviale indonesiana, andiamo incontro a una catastrofe climatica. Ecco come utilizziamo la nostra scienza: distruggiamo le cose. E ciò che è peggio è che ne siamo consapevoli, ma continuiamo a farlo. Voglio dare una risposta filosofica a tutto questo. Siamo su una strada sbagliata perché è sbagliato il nostro approccio al problema, perché le nostre politiche sono organizzate nel modo sbagliato, perché le leggi dell’economia che ho studiato da giovane e che i miei colleghi insegnano non forniscono ricette giuste. L’economia di oggi è basata su un’antropologia sbagliata: insegniamo che ogni persona dovrebbe massimizzare il profitto, pensare unicamente al suo interesse. Questo è egoismo: l’individuo è responsabile di se stesso e basta. Perché insegniamo questo? Produciamo disuguaglianze, esclusione sociale e inquinamento ambientale e non abbiamo la capacità di correggerci. Come dice Papa Francesco nella sua enciclica Laudato Si’, dobbiamo tenere a mente un’ecologia integrale: che integri uomo e ambiente. Come uomini dobbiamo relazionarci con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente, con la società, con Dio. […] Me se parlo ai miei colleghi in America del fatto che l’economia sia fondata sulla virtù, mi dicono: «Cos’hai che non va Mr. Sachs?». Questa visione dell’economia nel tempo è stata rimpiazzata da quella di un’economia fondata sulla ricchezza e sul potere. […] Ma è stata soprattutto la visione economica britannica a dar vita all’economia moderna. Due i nomi più influenti: Thomas Hobbes, secondo cui «la vita è corta, brutale e malvagia». Non credeva nella ragione dell’uomo. Secondo la sua filosofia le persone agiscono solo per ricchezza, piacere e potere. L’unico modo per fermarle è il Leviatano: un governo di forte controllo su di noi, senza il quale uccidiamo a vicenda. Ma questa è una filosofia nera, negativa. Invece di invitare a coltivare virtù, suggerisce l’oppressione. David Hume, un filosofo molto brillante, eppure anche lui ha detto che non è la ragione a far agire l’uomo. Per Hume le persone sono motivate dalla passione ed è solo questa a far compiere le azioni, non la ragione. Il risultato è che nel pensiero britannico si crede che ognuno debba accrescere la propria ricchezza. E questo, secondo la teoria della “Mano invisibile” di Adam Smith non è un male perché se tutti ambiscono alla ricchezza allora tutti noi saremo più ricchi. Una visione che si diffuse quando il Regno Unito divenne la potenza più grande del mondo. Non fondata sulla filosofia greco-cristiana, ma sull’idea del «Va’ e arricchisciti». È pur vero che l’economia che tende alla ricchezza non è del tutto sbagliata. Ha portato più ricchezza nel mondo. Ma il punto è che questo tipo di arricchimento non si basa sulla virtù. E quindi non esiste autocontrollo. Non sappiamo fermarci, chiediamo sempre di più anche quando il nostro desiderio di arricchirci porta alla distruzione del mondo. […] Gli Stati Uniti sono l’esempio di un Paese ricco che però non è felice. Abbiamo il problema degli oppioidi, le sparatorie di massa, l’aumento dei suicidi. Non è una società felice perché non è una società basata sulla virtù, sul prendersi cura gli uni degli altri, ma su come diventare ricchi. La mentalità dell’America first come si sposa con i princìpi etici? Dovremmo dire: «Il mondo insieme», non «America First». Questo egoismo ci sta portando verso una crisi molto, molto dura. […] Ora dobbiamo lavorare per un’economia, un’istruzione e una politica basate sull’idea delle virtù, sull’idea che la felicità non è egoismo, ma connessione sociale. Felicità è ecologia integrale. Ed è soprattutto questione della nostra sopravvivenza.

Si aggrava la situazione dell’ex rete Auchan – Sma al centro dell’acquisizione da parte di Conad. Sul fronte delle trattative con i sindacati si è arrivati alla rottura mentre l’impatto dell’operazione sui conti di Conad si rivela sempre più oneroso. «A due mesi dall’acquisizione di Auchan, vedendo da dentro l’azienda, la situazione si sta rivelando ancora più grave di quella di qualche mese fa: siamo di fronte ad una vera e propria grave crisi aziendale – ha detto ieri Francesco Pugliese, amministratore delegato e direttore generale di Conad a Cernobbio a margine del Forum di Coldiretti -. Un intervento tempestivo può garantire la salvaguardia delle attività e del lavoro delle persone impiegate nei punti vendita ex Auchan e in questa direzione vanno i primi interventi attuati dalla nuova gestione, con l’attuazione del cambio di modello di business». Ogni giorno la rete che fa capo a Auchan Retail Italia perde in media 1,1 milioni di euro contro il milione di rosso registrato a inizio operazione. In altre parole il conto extra che ad oggi Francesco Pugliese si trova a dovere pagare supera i settanta milioni e cresce giorno dopo giorno. Il piano industriale Il Consorzio nazionale dettaglianti è così arrivato alle battute finali della stesura di quel piano industriale che è stata una delle concause che ha portato allo strappo con i rappresentanti dei lavoratori. «Siamo ormai pronti anche con il piano industriale, con il passaggio dalle sue “linee guida” a quelli che sono gli specifici interventi da attuare sulla rete commerciale, sulle strutture di sede e quelle logistiche – continua l’ad di Conad -. Punti cardine del piano industriale rimangono la valorizzazione della rete, anche attraverso partnership con altri operatori di mercato, il rilancio delle attività commerciali e la razionalizzazione dei costi». La ricerca di partnership con altri operatori si può interpretare come la volontà di individuare catene specializzate come, per esempio, quelle per i prodotti per la cura della persona e la pulizia della casa o chi vende prodotti per gli animali domestici interessate a subentrare in toto in determinati punti vendita oppure prendere in carico spazi nelle metrature più grandi come, per esempio, quelle degli ipermercati. Pugliese aggiunge che «fanno parte del piano industriale anche tutte le proposte, già anticipate alle parti sindacali sul tavolo di confronto sino ad oggi svolto, riguardanti le misure per un “piano straordinario del lavoro” finalizzato alla massima salvaguardia del lavoro – dice con toni distensivi -. Su questi presupposti si baserà la ripresa, a breve, del tavolo di confronto con le parti sindacali per il superamento della grave crisi aziendale e dare ancora un futuro all’azienda, nell’interesse di tutti, soprattutto dei lavoratori». Secondo quanto risulta al Sole 24 Ore il piano industriale verrà presentato giovedì prossimo in occasione dell’incontro al ministero dello Sviluppo economico richiesto dai sindacati lo scorso l 3 ottobre. Integrazione al via Per quanto riguarda i primi punti vendita ex Auchan-Sma che Conad ha deciso di integrare nel proprio perimetro l’ad spiega che le rilevazioni dimostrano «dei significativi aumenti delle vendite in quei market ex Auchan che stanno lavorando con le iniziative studiate con Conad. Il rilancio delle attività commerciali della ex Auchan è fondamentale per il futuro dell’azienda e per la salvaguardia del lavoro di tutte le persone, di tutti i nostri dipendenti» ribadisce l’ad. In tema di diritti dei lavoratori Pugliese espressamente specifica che «in ogni caso sarà garantita la garanzia dell’applicazione ai lavoratori di Auchan degli stessi trattamenti normativi e contrattuali che Conad già applica ai suoi 56mila lavoratori. La strada del confronto, anche franco, resta quella privilegiata da Conad per affrontare e risolvere i veri problemi sul tavolo».

«La scelta del governo di agganciarsi al modello francese è quella giusta e Gualtieri sta facendo un ottimo lavoro. Ma non bisogna nascondersi che la strada avviata a livello internazionale è comunque un compromesso al ribasso». Francesco Boccia oggi è ministro degli Affari regionali, al lavoro fra il capitolo territoriale della manovra (è di giovedì l’accordo che blinda le risorse regionali) e la ricostruzione di un percorso per l’autonomia differenziata. Ma il suo curriculum lo etichetta come padre della web tax in Italia, che però è rimasta finora incompiuta. «Perché la politica, in Italia e non solo, è stata fin qui troppo timida». Perché il modello francese, e le altre proposte internazionali, sono un compromesso al ribasso? L’Ocse si è avvicinata alla nostra impostazione, in base alla quale si pagano le tasse dove si formano gli utili indipendentemente dalla residenza fiscale della capogruppo. Perché disegnano una tassazione diversa, e più leggera, per le multinazionali digitali. Meglio una tassazione diversa che una tassazione assente, no? Certo. Ma resto ancora legato alla mia prima proposta, votata dal Parlamento il 13 febbraio 2013, che imponeva l’utilizzo della partita Iva italiana a chi vendesse beni e servizi in Italia. Perché l’obiettivo vero è che le grandi imprese digitali paghino le stesse tasse delle altre aziende. Non esistono due vite, una online e una offline. La vita è una, e oggi viaggia in rete. Quindi non capisco perché chi produce scarpe debba pagare più tasse di chi le consegna a casa tramite una piattaforma web.Non bisogna sottovalutare un rischio, in prospettiva. Quale? Parliamo di imponibili enormi, che intrecciano tutti i comparti economici. Più andiamo avanti, più rischiamo di dividere il mondo fra alcuni soggetti che pagano pochissimo e tanti che pagano troppo. Così si va verso un conflitto inevitabile, che la politica ha il dovere di prevenire. Finora non ci è riuscita. No, e il fatto che il gettito sia arrivato solo dall’ottimo lavoro di Francesco Greco e della Procura di Milano è per certi versi una sconfitta della politica. Ma che cosa può fare un solo Paese se l’opposizione degli Stati Uniti resta insuperabile? Serve prima di tutto che un’Europa forte chiarisca agli Usa che le multinazionali devono avere qui lo stesso trattamento che hanno là. È inaccettabile che la stessa amministrazione Trump usi le maniere forti per far pagare le tasse negli Stati Uniti e faccia scudo all’elusione in Europa. Ma l’Europa unita su questo punto non c’è. No ma va costruita nel negoziato, superando le condizioni insostenibili di Lussemburgo e Irlanda. Per accordarsi con gli Usa, la Francia ha garantito che se la tassazione Ocse sarà più leggera restituirà alle multinazionali la differenza. Deve farlo anche l’Italia? La clausola ha un senso. Ma l’Italia deve anche battersi all’Ocse perché le regole internazionali siano più forti, non più leggere.

Sul nuovo tentativo di Web tax il governo è al lavoro per limare gli ultimi dettagli. Ma la strada pare segnata, ed è quella dell’aggancio pieno al modello francese (come anticipato sul Sole 24 Ore di ieri), il più vicino a quello fin qui abbozzato da noi. In pratica per determinare la tassa digitale si guarda alla dichiarazione Iva, in autoliquidazione, e non ci sarà di conseguenza bisogno della complicata architettura attuativa che ha bloccato quest’anno la norma scritta a fine 2018 nella legge di bilancio. I 150 milioni che sarebbero dovuti arrivare quest’anno sono sfumati definitivamente. Ma la mossa serve a blindare nei saldi i 600 milioni attesi nel 2020, senza il rischio di replicare un’altra volta il flop. In questo modo i primi incassi arriveranno solo nel 2021, perché la dichiarazione annuale Iva va presentata entro il 15 febbraio dell’anno successivo a quello di riferimento. Ma in termini di competenza riguarderanno il 2020; ed è questo l’aspetto che interessa più da vicino i saldi di finanza pubblica. Sulle entrate da mettere in conto all’interno della complicata ricerca di coperture per la manovra in realtà si discute ancora. E fra governo e maggioranza c’è chi spinge ad alzare un po’ l’obiettivo, magari intervenendo sull’aliquota. La scelta di seguire fedelmente la strada francese risponde però alla strategia di costruire una posizione comune in sede internazionale: e dovrebbe mantenere l’aliquota al 3%, prevista a Parigi come a Roma nella manovra dello scorso anno. Un altro correttivo in discussione riguarda la soglia minima di ricavi generati in Italia necessaria a far scattare la tassa. La Digital Tax ipotizzata dal governo Conte-1 chiede il 3% dei ricavi generati nel Paese, al netto dell’Iva, alle imprese che a livello globale fatturano almeno 750 milioni, e che in Italia superano quota 5,5 milioni. Al di là delle Alpi la quota di ricavi prodotti sul territorio sale a 25 milioni, per cui fra le ipotesi c’è un allineamento anche su questo criterio. Ma la mossa potrebbe imporre di rivedere le stime di entrata: al ribasso, cioè nel senso contrario a quello sperato da Via XX Settembre. Anche se va detto che le stime elaborate l’anno scorso per accompagnare il nuovo tentativo di Digital Tax sono piuttosto “flessibili”, quindi il problema non sarebbe insuperabile. Possibile anche l’introduzione della clausola di salvaguardia che ha fermato il conflitto fra l’amministrazione Trump e l’Eliseo: il governo francese ha infatti promesso che se la futuribile Web tax targata Ocse sarà più leggera di quella approvata a Parigi, la differenza sarà restituita. Il rilancio della Web Tax si inserisce in una offensiva triplice che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri sta portando avanti nelle sedi internazionali sul terreno della tassazione delle multinazionali. All’obiettivo antielusione risponde anche la richiesta avanzata da Roma alla commissione Ue per una direttiva sull’aliquota minima per i redditi delle imprese, nel tentativo di fermare la geografia delle sedi societarie che si concentra negli Stati dell’Unione dal fisco così leggero da configurarsi come “paradisiaco”. Mentre procede il lavoro sulla Tobin tax europea, per esportare nell’orizzonte comunitario la tassa italiana sulle transazioni finanziarie che in Italia è in vigore dal 2013. A rafforzare l’aggancio francese c’è anche il fatto che la versione parigina (e italiana) che riserva la tassa ai giganti sopra i 750 milioni di fatturato è citata anche dalla proposta Ocse posta in consultazione mercoledì scorso, in un lavoro che alla fine della prossima settimana approderà ai tavoli del G20 Finance in programma a Washington. Anche questo aspetto ha avuto un peso nel fra privilegiare la via francese rispetto a quella austriaca, dove l’aliquota in vigore dal prossimo anno sarà del 5% ma sarà limitata ai ricavi pubblicitari prodotti dalle piattaforme web.

Finita la bella stagione, Stromboli torna ai suoi pochi abitanti; il vulcano – che quest’anno ha fatto molto le bizze e ha pure ucciso un escursionista – non è più roba per turisti ma torna a essere “Iddu”; sull’isola si ripropongono i problemi di “sopravvivenza”: pochi servizi e il mare come unico orizzonte. Per questo, una piccola biblioteca nata quasi dal nulla otto anni fa per iniziativa di alcuni abitanti e alcuni storici villeggianti, era diventata un punto di riferimento, anzitutto per i bambini dell’isola. Da sei mesi, però, la “Biblioteca in mezzo al mare” è chiusa: i locali dov’era alloggiata, l’ex canonica della chiesa dedicata al patrono dell’isola S. Vincenzo Ferreri, non sono più disponibili perché il parroco e la Curia di Messina li hanno ripresi. Ma questa è comunque una storia a lieto fine perché la biblioteca riaprirà presto, in altri locali, grazie alla spinta di 56.791 persone di tutta Italia che hanno firmato una petizione e a un benefattore che ha anticipato un anno di spese. La biblioteca potrà così tornare a servire i 500 abitanti di Stromboli, meno dell’1% di chi ha aderito alla petizione. «Il nuovo parroco ci ha chiesto di lasciare i locali perché non abbiamo mai avuto un contratto d’affitto e nemmeno un atto di affidamento – racconta Carolina Barnao, mamma di 4 bambini e tra le animatrici dell’associazione “Scuola in mezzo al mare” che gestisce la biblioteca -. Abbiamo chiesto di regolarizzare la posizione e all’inizio sembrava che la cosa si potesse risolvere; abbiamo anche sistemato il bagno a nostre spese. Poi però ci è stato detto di cercare soluzioni alternative, uno sfratto velato insomma». La delusione dei frequentatori della biblioteca – che ha 3 mila volumi donati da singoli e case editrici come Sellerio ed Erickson e un piccolo museo del cinema – e soprattutto dei bambini cui è destinata la maggior parte dei libri, è stata tanta. «Non ci siamo arresi – dice Barnao – abbiamo provato più volte a contattare la Curia e l’arcivescovado. Ci hanno risposto dopo più di sei mesi dicendo che quei locali risultavano gli unici di proprietà della Diocesi in quella situazione e andavano sgomberati». «Quella casa era stata data gratuitamente in uso dai miei predecessori – spiega il parroco, don Giovanni Longo, da due anni alla guida delle parrocchie di Stromboli, Ginostra e Panarea -. Era una situazione illegale, nessuna norma di sicurezza, non c’è l’impianto antincendio, nemmeno gli scaffali sono a norma. E quei locali sono destinati ad abitazione, non a ricevere pubblico. Una profonda illegalità e io sono responsabile di quei locali». Così, lo scorso aprile la biblioteca dei bambini di Stromboli è stata chiusa, con i libri e gli scaffali ancora all’interno, nell’attesa di trovare una soluzione. Ne sono arrivate due: una provvisoria, l’altra tra almeno un anno definitiva. Quella definitiva l’ha offerta il Comune di Lipari, da cui Stromboli dipende dal punto di vista amministrativo: i vecchi locali dell’ex scuola, sotto la piazza principale, per i quali però occorrono lavori di ristrutturazione. «Stromboli non ha luoghi di aggregazione – dice il sindaco Marco Giorgianni – perciò questo è un investimento necessario e dovuto. I soldi per i lavori ci sono ma ci vuole tempo, anche perché lì verrà alloggiata pure una piccola sezione staccata del museo archeologico di Lipari». L’idea è che i volontari di “Scuola in mezzo al mare” tengano aperto il museo assieme alla loro biblioteca e ai loro laboratori didattici. I servizi della biblioteca sono rivolti ai bambini e ai ragazzini dell’isola, una cinquantina in tutto, che frequentano le quattro pluriclassi, due alle elementari e due alle medie, e l’asilo. Così qualche anno fa mamma Carolina, alla testa di un gruppo di donne stromboliane che lottarono perché quelle pluriclassi continuassero ad esistere, ha lanciato la petizione su Change.org: «In realtà era rivolta al vescovo e al parroco – spiega – ma quando anche grazie al vulcanologo dell’Ingv di Catania Boris Behncke la petizione ha cominciato a circolare fino a superare le 56 mila adesioni, c’è stata la svolta». Arrivata con la scuola di scrittura Belleville di Milano che ha offerto il denaro per una sede provvisoria a Scari, in una piccola traversa di via Roma, la strada principale che parte dal porto di Stromboli; e che ha pure messo a disposizione le proprie competenze: «E’ un progetto che stiamo costruendo insieme – dice il direttore di Belleville, Giacomo Papi – forniremo ai bambini servizi didattici a distanza grazie alla scuola online e in estate contiamo di fare iniziative sull’isola». Problema risolto dunque. Restano le distanze tra il parroco e i volontari di “Scuola in mezzo al mare”: «Io li amo lo stesso», dice evangelicamente padre Giovanni. Loro non fanno: «L’essenziale era ridare ai bambini la biblioteca».

Hanno avuto coraggio i signori del Nobel. Perché un riconoscimento per la pace è obbligatoriamente, verrebbe da dire, sempre speculare. Per porre fine a una guerra infatti occorre che siano sempre in due a stringersi la mano. E anche il conflitto tra Eritrea e Etiopia, baratro nero e spalancato che ha ingoiato 70.000 morti per il possesso di quattro inutili e polverosi sassi si è chiuso grazie all’accordo del coriaceo padre padrone dell’Eritrea Isaias Afewerki e del giovane primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Ma il riconoscimento, meritatamente, giudiziosamente è andato solo al secondo. Per una volta la limacciosa retorica che accompagna il premio Nobel è stata annullata e il premio è diventato quello che deve essere, un forte, brusco atto politico che segna e contraddistingue il tempo in cui è assegnato. Perché nel Nobel, quello dato e quello rifiutato, si specchiano due versioni del continente. Una, quella dell’eritreo, purtroppo reale, presente, ben riconoscibile delle dittature immarcescibili e dei regimi corrotti. L’altra, per ora solo possibile, che si intravede a fatica nelle nebbie dell’utopia di regimi per cui il saccheggiare e far male ai propri sudditi non costituisce l’alfa e l’omega della politica. Allora il premio bisognerà leggerlo tutto in questa specularità dove colui che non l’ha avuto, cioè Afewerki, resta nella parte vuota dello specchio. Proprio lui che la pace l’aveva firmata per essere riammesso, nonostante il suo pessimo pedigree dittatoriale nel salotto della geopolitica africana e internazionale. E ora deve, con furore, guardare anche lui allo specchio dove appare ben visibile e nitida la sua controparte. Attenzione però a non costruire troppe illusioni, l’Africa di oggi non è purtroppo quella di Abiy. Semmai il ritratto di un fallimento a cui il Nord, cioè noi, abbiamo largamente contribuito e continuiamo a farlo con le nostre brillanti incursioni. Gli utopisti e i rivoluzionari occupano le lapidi e i cimiteri, i cinici e i violenti i ministeri. È la regola. In Africa poi! Abiy era un perfetto sconosciuto quando è salito, quarantenne, al potere. Il suo incarico, responsabile del Sistema nazionale di controllo di Internet e della telefonia, suggeriva qualche sospetto poiché è la nuova frontiera, modernista, del controllo dei sudditi da parte dei despoti africani. Per di più è un oromo, un’etnia che nella storia secolare di un impero multietnico dominato via via da uno o dall’altro dei suoi popoli, non ha mai occupato posizioni di potere. Ha ereditato un passato pesante: il sanguinario stalinismo militare di Menghistu, poi il neomarxismo riformatore ma brutalmente autoritario di Zenawi. Il fragile miracolo economico non poteva più nascondere un deficit passato rapidamente da tre a quattordici miliardi di dollari. E le conseguenze di uno sviluppo a tutti i costi basato su progetti smisurati come le dighe sul Nilo azzurro. Il regime era in fase di rapida liquefazione: perché le entità etniche moltiplicavano le richieste al centro, istruzione, sicurezza, controllo delle tasse, e i dinieghi favorivano una balcanizzazione furiosamente guerriera risvegliando idiosincrasie mai sopite e i sussulti identitari. Il bilancio di questa eterna pedagogia dell’attesa e del rinvio dell’annuncio della fine della povertà ad un calendario dilatato era fitto di rivolte armate, insurrezione, morti. Il cambiamento qui si chiama «Tiliq Tehadiso»: per fortuna non soltanto chiacchiere ma gesti concreti. Abiy ha firmato la pace con l’Eritrea e riconosciuto l’arbitrato internazionale che ha assegnato ad Asmara i sassi contesi, ha raggiunto un accordo con l’Egitto sulla utilizzazione delle acque del Nilo azzurro (un problema che per gli egiziani è motivo sufficiente per una guerra); ha liberato buona parte dei prigionieri politici, riconosciuto all’opposizione un ruolo tirandola fuori dalla scomoda denominazione di «terroristi»; aperto un nuovo ruolo per le donne. A ben guardare dietro ognuno di questi gesti non c’era soltanto l’eccitazione di un visionario: la pace con l’Eritrea ha in parte disinnescato il selvatico indipendentismo tigrino; l’accordo con l’Egitto ha fatto guadagnare tre miliardi di dollari di aiuti da parte del Qatar, grande elemosiniere del Cairo; la democratizzazione interna serve a tenere a bada le ebollizioni dei grandi battaglioni del proletariato etiopico. Per noi che non crediamo neanche più alla nostra ombra in politica, è confortante scoprire che dietro all’utopista c’è un attento equilibrista della realtà politica che sa mescolare invenzione visionaria e vantaggio pratico ed immediato. C’è di che alimentare una cauta felicità su questo premio Nobel. La verifica verrà da un semplice controllo: che i discorsi di Abiy non continuino a riconoscersi dai verbi tutti declinati al futuro. E che rapidamente il capitolo delle persecuzioni non si riapra quando il premio Nobel si troverà di fronte nel suo Paese a dei tenaci miscredenti.

L ibertà, diritti. Sono parole per i ricchi. Io preferisco dignità». Ewa ride. Si porta la mano davanti alla bocca per nascondere i denti che mancano, arrossisce, mette a posto le mele nella cassetta. Il mercato na Polnej, che qui a Varsavia chiamano bazar, è avvolto da una luce recalcitrante che fatica a decidere se è ancora giorno o già notte. Ewa ride anche perché è certa che Jaroslaw Kaczynski e il suo partito, Diritto e giustizia (PiS), domani vinceranno. Di nuovo. I giochi non sono ancora fatti, ma i sondaggi danno la formazione ultraconservatrice al governo al 44-47% delle preferenze. Dall’altra parte arranca la Coalizione Civica (liberali di centrodestra) con il 27%. Ma saranno i partiti minori e la Sinistra (Lewica) a decidere se sarà il giorno del trionfo di Kaczynski. Intanto il Paese è spaccato: noi contro di loro, diritti contro benessere, poveri contro ricchi, città contro campagne, secolari contro ultracattolici. «Quelli del PiS sono dei selvaggi, violano la Costituzione», sibila Anna Olzewski, panettiera del bazar, guardando in tralice Ewa. Che la ignora: «Il governo mi dà 3000 zlotys (circa 230 euro) al mese per il mio secondo e terzo figlio – dice -, ora posso comprare loro vestiti nuovi, scarpe, possiamo permetterci qualche svago. E una nuova dignità». Il fattore dignità Secondo gli analisti il motivo per cui il PiS continua a vincere è quello di essere riuscito a mescolare nazionalismo e valori cattolici con le ricette economiche tipiche della socialdemocrazia. Pare un paradosso, ma funziona. Il welfare di destra sembra convincere gli elettori. Lo stesso Kaczynski non ne ha mai fatto mistero: «Il nostro obiettivo è quello di costruire una versione polacca dello Stato sociale». Per ora il piano regge: l’economia vola a ritmi del 5,1% l’anno, la disoccupazione è bassa, e il programma 500 Plus – che distribuisce 500 zlotys (circa 115 euro) per ogni figlio – ha spinto anche gli elettori più scettici a rinnovare la fede in Kaczynski. I nuovi invasori In campagna elettorale il partito ultraconservatore ha promesso altri fondi alle famiglie, l’innalzamento dei salari minimi, l’abbassamento dell’età pensionabile, e ha difeso «i valori della famiglia cristiana» contro i nuovi invasori. Se nel 2015 il pericolo erano i migranti, ora i nemici sono i giovani della comunità Lgbt e le donne che chiedono la legalizzazione dell’aborto. I gay, dice Kaczynski «sono un attacco alla famiglia, ciò si cui si fonda la Polonia». Nella narrativa elettorale del PiS al pericolo «musulmano» ora si è sostituito il pericolo «gay». Il boom economico Kaczynski prese il potere nel 2015, l’onda perfetta: in meno di trent’anni la Polonia si era trasformata da un Paese asservito all’Unione Sovietica in una democrazia in rapido sviluppo, l’economia volava (grazie anche agli aiuti europei), con una crescita del Pil pro capite che oggi ha portato i polacchi a stare meglio di greci e ungheresi. Non solo, a differenza dell’Italia, secondo Paese per investimenti Ue, Varsavia riesce a spendere bene gli 86 miliardi di euro stanziati dall’Unione: la corruzione è bassissima e tra il 2007 e il 2013 sono stati creati 152.000 nuovi posti di lavoro, sono state sostenute 15.000 Pmi e 482 km di linee ferroviarie sono stati potenziati. Le crepe Ma non è tutto oro quello che luccica: «Dopo 4 anni di clientelismo autoritario del PiS siamo vicini al collasso – dice Radoslaw Markowski, sociologo e docente all’Accademia delle Scienze –. Hanno distribuito soldi a pioggia, cercando di corrompere i polacchi in cambio di voti, ma questo non è costruire un vero Welfare. Mancano ospedali, scuole, medicinali, per la prima volta dal 1989 la nostra aspettativa di vita si accorcia, la gente si ammala di cancro per le emissioni di carbone». In un arco di tempo sorprendentemente breve, il PiS ha trasformato i media statali in claque governative, ha preso il controllo del sistema giudiziario, limitato il diritto all’aborto e alla libertà d’espressione. Per Markowski i polacchi presto si renderanno conto che il mondo di Kaczynski, «uno che considera gli asili nido un’obsoleta invenzione comunista, visto che le madri dovrebbero stare a casa», sta per finire. «Forse domani vinceranno ancora, ma penso che nonostante la straordinaria mobilitazione per difendere un mondo che sta scomparendo, siamo alle pagine conclusive di questo capitolo».

La recessione globale verrà evitata, e nel breve periodo anche l’Italia vedrà un «modesto miglioramento» della sua economia. Nel lungo termine, però, le prospettive per il nostro paese restano preoccupanti, per i problemi strutturali irrisolti e la crisi demografica, che incide sulla produttività. Sono le previsioni fatte dal “think tank” americano Conference Board, alla vigilia dei vertici dell’Fmi e della Banca Mondiale. Sul piano globale, la crescita non dovrebbe scendere sotto il 2% per due motivi: il mercato del lavoro forte e la fiducia dei consumatori. I rischi vengono dalla geopolitica, cioè le dispute commerciali, la Brexit, l’instabilità in Medio Oriente. Usa e Cina però non hanno interesse all’escalation sui dazi e ciò dovrebbe aiutare la tenuta dell’economia internazionale, restituendo un po’ di fiducia agli imprenditori. Secondo Ilaria Maselli, economista del Conference Board specializzata sull’Europa, nel breve periodo l’Italia dovrebbe vivere «un modesto miglioramento, grazie alla domanda interna e al contenimento delle dispute commerciali. Il nuovo governo è nato con l’impegno di non aumentare l’Iva, e ciò aiuta la fiducia dei consumatori. La mancata escalation dei dazi avrebbe un effetto importante, perché le esportazioni sono la chiave dell’economia italiana». Per assecondare questo migliorante, il governo deve puntare su due cose: «Sostenere la domanda interna e rassicurare i mercati finanziari. Il nuovo esecutivo si è impegnato ad essere fedele all’euro e alla Ue, e ciò crea più risorse da spendere negli investimenti». Il vero problema dell’Italia, però, è strutturale e di lungo termine. Il Conference Board prevede che nel 2020 la nostra crescita sarà dello 0,5% e si attesterà sulla media dello 0,4% tra il 2020 e il 2029. La riduzione della popolazione in età di lavoro continuerà, e ciò costerà una diminuzione annuale del Pil fra lo 0,3 e lo 0,4%. In media in Europa l’aumento della produttività compensa l’effetto demografico, ma non in Italia. I problemi strutturali da affrontare sono la bassa produttività, la taglia piccola delle imprese e la qualità delle istituzioni inferiore alla media dei paesi avanzati.

Quando l’allora premier Romano Prodi ridusse il famigerato cuneo fiscale per sei miliardi di euro, se ne accorsero in pochi. «Nessuno mi ha detto grazie», raccontò con la proverbiale autoironia. Eppure ci sono molti modi per ridurre lo scarto fra lo stipendio lordo – quello che le aziende erogano comprensivo di tasse e contributi – e quello che va in tasca ai lavoratori dipendenti. Allora il beneficio – correva l’anno 2007 – fu distribuito fra imprese e lavoratori. Questa volta lo sgravio andrà tutto a vantaggio dei lavoratori. Ma i fondi a disposizione sono comunque pochi: due miliardi e mezzo quest’anno, cinque dal 2021. Come distribuirli, non è stato ancora deciso. «Fateci una proposta», ha detto il sottosegretario al Tesoro Pierpaolo Baretta in un incontro ieri con i sindacati. La platea dei possibili beneficiari al momento va da chi non presenta nemmeno dichiarazione – sotto gli ottomila euro l’anno – e i trentacinquemila, ovvero sopra la soglia alla quale oggi (a ventiseimila) si riceve il bonus ottanta euro. Oggi quel bonus lo ricevono 9,6 milioni di italiani. Fra i ventiseimila e i trentacinquemila ci sono altri 4,5 milioni di contribuenti. Nell’ipotesi di accontentare tutti, non resterebbero nemmeno i soldi per un caffé al giorno. Le ipotesi intermedie sono almeno due: destinare mediamente venti euro a tutti gli esclusi dagli ottanta euro, o trasformare il bonus Renzi in una maxidetrazione, come ipotizzato dalla Lega. Infine c’è una soluzione ancora più mirata: destinare i venti euro agli esclusi, sommandola ad una detassazione al dieci per cento di tutti gli aumenti contrattuali firmati fra aziende e lavoratori. Un’operazione che avrebbe il pregio di incentivare gli accordi. L’unico paletto che ha messo il governo è sui tempi: poiché i fondi quest’anno sono pochissimi, il bonus scatterà solo dal primo luglio. Nelle ore in cui Baretta parlava con i sindacati i colleghi del governo tentavano di far tornare i conti della Finanziaria 2020: mancano all’appello almeno tre miliardi di euro. Renzi e Di Maio non vogliono l’aumento delle aliquote Iva (anche se ci potrebbero essere un po’ di spostamenti all’insù e all’ingiù per alcuni beni), non vogliono tagli severi alla spesa, non vogliono tasse visibili per i cittadini. Ecco perché qua e là spuntano ipotesi di tasse che durano lo spazio di un mattino. Prima la tassa sulle colf (smentita), poi quella sugli zuccheri (forse arriverà in Parlamento), oggi si è sparsa la voce di una mini-stangata sui telefoni aziendali. Gettito atteso: un miliardo di euro. Inutile dire che anche questa ipotesi è stata derubricata a fake news dal ministero dello Sviluppo. Ed è altrettanto inutile dire che per sapere la verità occorrerà attendere un testo definito in ogni dettaglio della Finanziaria. Lunedì il governo spedirà a Bruxelles il cosiddetto Documento programmatico di bilancio – una sorta di bozza semplificata della manovra – e dovrebbe approvare un testo di massima. Negli anni Ottanta, quando al Tesoro c’era Cirino Pomicino, la si definiva «la copertina». Per il testo finale – quello che verrà trasmesso in Parlamento – ci vorrà un’altra settimana, forse dieci giorni. Il governo è indietro, e solo domani un vertice di maggioranza cercherà di risolvere le ultime grane.