«Trent’anni fa hanno tutti proclamato la fine della Storia, e invece eccoci qua. Raramente ci siamo ritrovati in una situazione internazionale così pericolosa. E gli errori di oggi abbiamo cominciato ad accumularli proprio con la caduta del Muro di Berlino e la pia illusione che potessimo cominciare a disarmare». Michael Stürmer era consigliere di Helmut Kohl nei tumultuosi mesi della fine della Cortina di ferro e di quello che allora veniva chiamato “Impero del male”. Ed è proprio con la Russia sconfitta dalla rivoluzione di Gorbaciov e dalle rivolte dei popoli dei Paesi comunisti, che non abbiamo imparato a fare i conti, sostiene lo storico. Secondo Stürmer, opinionista controcorrente e grande esperto di questioni di sicurezza — fu anche consigliere di Angela Merkel — l’allargamento a Est della Nato e della Ue furono «frettolose e sbagliate». E le conseguenze rischiano di pesare a lungo sugli equilibri tra occidente e Russia. Stürmer, lei che bilancio fa di questi trent’anni? «Ci stiamo rendendo ridicoli agli occhi di Vladimir Putin. E se Donald Trump continuerà ad agire in questo modo, entro pochi anni la Nato sarà morta. Ma non possiamo dare la colpa solo a lui: anche noi tedeschi ci stiamo rendendo ridicoli rifiutandoci di pagare quel due per cento in spesa per la Difesa che abbiamo promesso. Anche noi screditiamo l’Alleanza atlantica. Tuttavia, il problema della Nato è anche più antico e affonda le radici nell’89». Si riferisce alla promessa della Nato mai mantenuta a Gorbaciov che non ci sarebbe stato l’allargamento a Est? Putin continua a ricordarla. «Parlo da storico. Sin dal diciottesimo secolo esiste una questione permanente nella storia europea che si può riassumere così: Polonia o Russia? Dal 1793 la Francia non poté più proteggere la Polonia; Caterina la Grande ne approfittò e se la prese. E il Congresso di Vienna, dividendo la Polonia, accontentò la Russia. È sempre rimasta contesa, come dimostra anche il nefasto patto Ribbentrop-Molotov con il quale Stalin e Hitler si spartirono segretamente la Polonia. Dopo la guerra la Polonia riconquistò fortunatamente la sua sovranità. Ma era di là della Cortina di ferro, nella sfera di influenza sovietica. Dopo la caduta del Muro, in un certo senso, la questione polacca è riemersa». Con l’allargamento a est della Nato? Ma era proprio la risposta della Polonia liberata da Mosca — del resto la prima breccia nel muro fu quella del 1980 a Danzica, con la Solidarnosc di Lech Walesa. «Certo. Ma se ci mettiamo nei panni dei russi, l’allargamento alle Repubbliche baltiche e alla Polonia e agli altri Paesi dell’Est fu come calpestare il suo cortile di casa». Ma il Patto di Varsavia era morto e quelle furono decisioni sovrane di quei Paesi. «E degli Stati Uniti. Al Pentagono, negli anni successivi alla caduta del Muro, la frase che risuonava più ossessivamente era “la Russia ha perso la guerra fredda”. Però, ripeto, non si può ignorare il modo di pensare di Mosca. Mi ricordo un evento negli anni Duemila durante il quale Medvedev e Putin minacciarono la guerra, se si fossero incluse Ucraina e Georgia. Raccontai di quell’episodio ad Angela Merkel». E la cancelliera frenò, infatti, sull’allargamento alla Georgia. «Per fortuna. Penso insomma che in quegli anni di euforia ma anche di avventatezza, si siano fatti degli errori madornali». Si sbagliò a includere i Paesi dell’Est nella Nato. «Si sarebbero dovute trovare forme diverse di collaborazione». Ma per quei Paesi era importante proprio avere lo scudo dell’Alleanza atlantica, dopo l’esperienza devastante del Patto di Varsavia. «Certo, ma ripeto, si sarebbe dovuto procedere con maggiore cautela e senza escludere la Russia. Lo stesso errore avvenne peraltro con l’allargamento a Est dell’Unione europea. Proporre all’Ucraina l’adesione mentre Putin stava cercando di costruire un’alleanza eurasiatica non è stato molto intelligente. Noi non possiamo sempre far finta che la Russia non esista. La politica nel Caucaso va fatta con molta, molta più diplomazia». Pensa che sarebbe saggio costruire un esercito europeo comune? «Assolutamente, ma prima dobbiamo imparare ad essere più affidabili nella Nato e pagare il nostro 2 per cento di spese militari…». Lei fu molto vicino a Kohl nei mesi cruciali della caduta del Muro. C’è sempre quest’idea di un cancelliere che diede il meglio di sé in quell’anno cruciale che va dal 9 novembre alla Riunificazione, un anno dopo. È così? «Fu il suo anno migliore, è vero. Però va detto che, contrariamente ad Angela Merkel, prima di diventare cancelliere era stato governatore regionale, un’esperienza fondamentale che gli insegnò che bisogna sempre parlare con gli altri. Kohl non avrebbe mai fatto l’errore di Merkel, che in totale solitudine disse nel 2015 “ce la faremo” quando i profughi stavano arrivando in tutta l’Europa e non solo in Germania».
Dieci rintocchi, nell’aria fredda del 7 ottobre. Un lungo silenzio, con la folla che si sporge dalle transenne e il rumore del vento che sbatte sulla lunga fila ordinata di stendardi rossi. Poi il mazziere al centro della Karl-Marx-Allee fa quattro movimenti verso il cielo di Berlino est, e parte l’inno nazionale. Sul palco tutti si tolgono il cappello, meno Erich Honecker, pallido e smagrito nella sua capigliatura bianca: un vecchio uomo di ferro, che non sa di essere arrivato al fondo del suo lungo regno. Tra poco, dopo la parata aperta da dieci file di tamburi, seguiti dagli ottoni e poi dai reparti a piedi, dai carrarmati, dai missili sovietici, parlerà per celebrare i quarant’anni della Ddr, «frangiflutti del capitalismo e dell’imperialismo», in un mondo dove «il futuro appartiene solo al socialismo». Dieci anni prima su quel palco per l’anniversario c’era già lui, accanto a Leonid Breznev e al generale Giap, con tutta la nomenklatura di comando del blocco comunista infagottata e immobile, come il Muro. Adesso al fianco di Honecker c’è un nuovo segretario generale del Pcus, Gorbaciov, ci sono Jaruzelski e Arafat, i leader dei Paesi socialisti schierati. Ma tutto è cambiato. Quando passa la fiaccolata dei giovani del partito e dei veterani, il leader della Ddr alza il pugno chiuso, il Capo dell’Urss invece saluta agitando la mano: poi prende dalla tasca una piccola agenda, la apre due volte, rompendo la sacralità comunista della parata, e addirittura a un certo punto guarda l’orologio sovietico al polso, impaziente di finire. Ma c’è ancora l’ultimo atto, a sorpresa. La parata è blindata, con un pubblico filtrato dalla Stasi. Ecco però un corteo di duemila persone che si forma ad Alexanderplatz, punta su Unter den Linden, e quando la polizia carica sbanda, si disperde e si raccoglie in piccoli gruppi. Qualcuno adesso riesce a spuntare laggiù in fondo al viale imbandierato, si sentono grida («Gorby, aiutaci») che salgono oltre la musica della banda, a destra s’innalza persino uno striscione eversivo: «Gorbaciov, resta da noi anche solo per un mese». Sul palco il presidente della Polonia Jaruzelski si volta verso il leader sovietico: «Avete sentito cosa stanno dicendo quei ragazzi? Gorbaciov, salvaci, ecco cosa chiedono». Si spinge avanti anche il Segretario del Partito Operaio polacco Mieczysław Rakowski, e prende per il braccio il presidente dell’Urss: «Voi lo capite, Mikhail Sergheevic, che questa è la fine?». C’è un uomo alto, stempiato, vestito di nero e con lo sguardo fisso proprio alle spalle di Gorbaciov. È la sua guardia del corpo, Vladimir Medvedev, viaggia con lui, gli sta accanto anche al Cremlino, lo tradirà il giorno del golpe, andandosene di nascosto dalla dacia in Crimea dove il Segretario Generale è agli arresti. Oggi nemmeno lui sa che proprio in quell’ora e 53 minuti in cui l’esercito tedesco-orientale ha sfilato mostrando in strada la sua potenza, qualcuno aveva programmato di uccidere il Capo dell’Unione Sovietica, organizzando un assalto dei terroristi della Rote Armee Fraktion, che dovevano sparargli sul palco. Era il piano per un attentato clamoroso, sventato in extremis e svelato solo nove anni dopo da un agente segreto inglese, nome in codice Tom Shore. L’operazione, guidata dal Kgb e dai conservatori del Pcus (che nel ’91 organizzeranno il golpe di Crimea contro Gorbaciov) aveva due obiettivi congiunti. Abbattere l’uomo della perestrojka e della glasnost, fermando il tentativo di riformare il comunismo di Stato, e riportare con i carrarmati l’ubbidienza ortodossa nel campo dell’Est, bloccando le bestemmie polacche e ungheresi che stavano sfasciando il sistema. Proprio il giorno precedente la festa della Ddr, infatti, il concetto monolitico di Est si era platealmente spaccato in due davanti al mondo. Mentre Honecker all’aeroporto di Berlino Est baciava sulla bocca i leader dei Paesi fratelli, a Budapest il presidente del partito ungherese, Rezsö Nyers, in un discorso di 15 minuti davanti al congresso dava l’addio al comunismo: «L’era della dittatura del proletariato e del centralismo democratico va eliminata per sempre». È una valanga. «Non dimentichiamo quarant’anni di crimini e di errori», aggiungeva il leader dei riformatori Pozsgay. E infatti diciotto giorni dopo, nell’anniversario della rivolta ungherese e della repressione sovietica, mezzo milione di persone si ritrova in piazza per ricordare in sacrificio di Imre Nagy e Pál Maléter: «Qui, su queste piazze dove voi affrontaste i carrarmati di quell’esercito invincibile e versaste il vostro sangue – dice il presidente della Repubblica Mátyás Szürös – noi vi onoriamo riprendendo la vostra lotta, alzando le vostre bandiere e proclamando la nostra indipendenza. La rivoluzione risorge». Parole mai sentite in tutto il dopoguerra. I comunisti cecoslovacchi reagiscono per primi, denunciando «il colpo di Stato che vuole trasformare l’Ungheria socialista in una Repubblica democratico-borghese». Ma meno di una settimana dopo anche a Praga migliaia di persone riempiono piazza San Venceslao nella più grande manifestazione degli ultimi vent’anni, gridando «Viva la libertà, viva Dubček». Cosa sta succedendo? Proprio in quell’Ottobre in cui tutto era incominciato nel 1917, il blocco comunista orientale si sta sciogliendo, cambiando la storia e la geografia di un intero continente. Partita dal Cremlino, nel cuore dell’impero, la spinta verso le riforme per evitare il collasso del sistema ora contagia gli Stati satelliti, che vedono la possibilità di riconquistare la libertà e l’indipendenza perdute da decenni. La rinuncia di Gorbaciov alla dottrina-Breznev della sovranità limitata per i Paesi del Patto dissolve la paura di nuove invasioni e repressioni sovietiche: dopo quarant’anni di guerra fredda, si può osare l’inimmaginabile. Un buco nella cortina di ferro indica la strada per aggirare la prigione del Muro. A giugno l’Ungheria aveva tagliato i reticolati aprendo la frontiera con l’Austria. Per tutta l’estate migliaia di tedeschi dell’Est erano partiti come per una vacanza verso l’Ungheria e la Cecoslovacchia, visto che i viaggi nei Paesi comunisti erano liberi. Ma, giunti a Praga e a Budapest, si erano immediatamente rifugiati nelle ambasciate di Bonn, chiedendo asilo per poter poi attraversare l’Austria e raggiungere finalmente la Germania occidentale. La minaccia del Muro, coi suoi cani, il filo spinato, i riflettori e i fucili, improvvisamente diventava inutile. In un impazzimento dei punti cardinali, si poteva andare a Est per arrivare a Ovest. L’“Ostblock”, la sovrastruttura ideologica, militare, politica che teneva insieme i Paesi comunisti, si apriva come una promessa dopo essere stato per anni una minaccia, e diventava il lungo e paradossale corridoio che consentiva di unire Berlino Est con Berlino Ovest. Durante l’estate le fughe individuali diventano l’esodo di un popolo. Viaggiano con una sola valigia per la finta vacanza. Abbandonano l’auto con le chiavi nel cruscotto, pensano che non torneranno mai più indietro. In poche settimane al confine tra Austria e Ungheria si accumulano 800 Trabant e vecchie Wartburg, sui bordi delle strade, nei sentieri dei campi, sotto gli alberi, in un cimitero straniero spontaneo, dove giacciono insieme la tecnologia comunista della Ddr, i suoi simboli, le code di otto anni per comprare un’automobile, la speranza di una seconda vita che spinge ad abbandonare ogni cosa nella grande fuga per la libertà. Lo specchio magico che consente di attraversare quarant’anni, per entrare in Occidente, è doppio. In Ungheria, la frontiera aperta che accoglie la massa di fuggiaschi con il brindisi dei ferrovieri sui treni, con le chiese che offrono rifugio e persino coi soldati che portano i loro letti da campo. A Praga, Palazzo Lobkowicz, l’ambasciata di Bonn. Qui a fine settembre i profughi sono più di ottomila, accampati nella tende in giardino, ammucchiati nel cortile, dispersi negli uffici, con duecento persone soltanto nelle stanze dell’ufficio stampa, mentre la Stasi ha comperato un appartamento nel palazzo di fronte per fotografare e filmare quel che succede nell’ambasciata, chi va e chi viene. Dentro c’è un problema di viveri, di coperte, di igiene, si temono incidenti, rivolte, epidemie. Lo sblocco arriva da New York, in un colloquio tra i ministri degli esteri di Bonn, Genscher, e di Mosca, Shevardnadze, insieme col segretario di Stato americano Baker. Capiscono che la situazione è insostenibile. Telefonano a Honecker, l’uomo che resiste in piedi al terremoto dell’Est che sta scuotendo ogni cosa, che chiama i profughi “feccia”, che si fa intervistare dalla Pravda per dire che la Ddr non potrà mai abbandonare il marxismo-leninismo, «così come la pioggia non può cadere dal basso verso l’alto»: e quando Gorbaciov, davanti all’intero Politbjuro tedesco-orientale, gli ricorda che «se si resta indietro la vita ci punisce immediatamente», gli risponde con una domanda: «Il suo popolo ha pane e burro a sufficienza?». Prima Honecker nega addirittura le fughe: quando all’aeroporto un giornalista occidentale gli chiede cosa intende fare per il problema dei profughi si volta teatralmente verso gli uomini del Politbjuro che lo accompagnano e chiede ridendo: «Perché, vi risulta forse un problema profughi?». Poi, quando gli spiegano che con questi ritmi a fine anno si arriverà a 200 mila rifugiati, quando il governo di Praga preme perché non riesce più a reggere all’ondata, cede. I fuggiaschi potranno andare in Germania Ovest, ma la condizione è che attraversino la Ddr, tornando indietro da dov’erano scappati, perché il potere li vuole esporre alla popolazione come rinnegati e traditori, fingendo che siano espulsi. È probabilmente l’errore più grave dei 18 anni di regno di Honecker. Quei convogli con le porte sigillate che attraversano la Sassonia e la Turingia sono un anticipo della fine, e trasportano nel loro passaggio l’evidenza della svolta, l’impotenza del regime. Dunque si può uscire dal comunismo in treno: a ogni stazione la folla si raduna per salutare i profughi, che gettano dai finestrini i soldi tedesco-orientali ormai inutili, i vecchi documenti e i passaporti, persino le chiavi di casa, in una spoliazione pubblica che segna da sola la fine di un’epoca, perché svuota la Ddr di senso, come uno Stato ormai di cartapesta, un fondale abbandonato. Ciò che lasci non conta più nulla: conta solo ciò che puoi trovare, nell’altrove. Per questo a Dresda c’è l’assalto al treno, entrano in stazione in ventimila, tutti vogliono salire sul primo viaggio che simbolicamente attraversa il Muro. Quei treni che corrono verso l’impensabile bucando una corazza poliziesca e ideologica sono un segnale per tutto il Paese, giunto all’ora cruciale e deciso a non lasciarla trascorrere invano. È un risveglio intellettuale, morale, politico. Nella Ddr non c’era mai stata una vera dissidenza organizzata, ma solo testimonianze individuali, anche per il controllo soffocante della Stasi. Adesso si formano gruppi d’opposizione, movimenti per le libere elezioni, abbozzi di partito, come il “Demokratischer Aufbruch” sostenuto dal pastore Rainer Eppelmann, quell’“AD” a cui si iscriverà a metà ottobre una donna di 35 anni che comincerà così il suo cammino politico: Angela Merkel. Come sempre sono le chiese a radunare e proteggere il dissenso che sta prendendo forma, mescolando la nuova politica alle vecchie preghiere, unendo Gesù, la pace e la libertà. Nel primo lunedì di preghiera di ottobre a Lipsia si radunano diecimila persone, e nasce lo slogan che abbatterà il Muro, Wir sind das Volk, noi siamo il popolo. A Dresda la polizia attacca un corteo. A Berlino migliaia di ragazzi si incontrano nella chiesa di Getsemani, alzano fiaccole e candele verso gli agenti. Il gruppo di “Sinistra Unita” chiede un socialismo democratico, il “Neues Forum” vuole addirittura registrarsi alle elezioni. E il 9 ottobre quando i dimostranti escono dalla Nikolaikirche e si uniscono alla folla in corteo, scoprono di essere ormai in 70 mila. Sette giorni dopo saranno 120 mila: non si torna più indietro. Adesso in piazza, sui sagrati, nelle strade si urla “Freiheit”, libertà. C’è il nuovo coraggio di chi ogni giorno spinge più avanti la sfida al partito-Stato. Ma c’è anche l’angoscia del tempo, la paura di un colpo di coda del sistema, il dubbio sui piani della Stasi, l’incognita sul punto di rottura del regime: quando reagirà, e come, prima di lasciarsi deformare? In segreto, è la stessa domanda che agita i palazzi del potere. La Stasi filma le piazze, registra gli slogan, scheda gli attivisti, invia rapporti allarmati al partito, che è ipnotizzato dalla sua stessa perdita di potestà, dal trasferimento progressivo di legittimità, dal rovesciamento della forza. È a questo punto che il ministro alla Sicurezza dello Stato, Erich Mielke, mobilita le truppe antisommossa, dà ordine alla Volkspolizei di caricare, picchiare, arrestare: stroncare. Attaccano ovunque, coi cani, gli idranti, i manganelli. La Stasi ha mobilitato tutta la sua rete, vorrebbe mano libera. Molti temono una seconda Tienanmen. Il numero due del regime, Egon Krenz, è appena tornato da una visita amichevole a Pechino, Honecker ha ricevuto una rappresentanza cinese, il parlamento di Berlino Est ha denunciato «gli atti di sanguinosa violenza da parte di forze anticostituzionali» a Pechino, sostenendo che «il potere popolare si è visto costretto a ristabilire l’ordine e la sicurezza con l’impiego delle forze armate». La tentazione cinese sembra l’ultima risorsa. Ma qualcosa s’inceppa. Una cospirazione interna sta infatti allargando una crepa dentro il gruppo di comando della Sed, il partito onnipotente che ha in mano la Ddr. Honecker non si rende conto della trama che unisce nel patto segreto dirigenti riformatori come Günter Schabowski, membro del Poltbjuro, e uomini di Mosca, come lo stesso Mielke, decisi ormai a sostituirlo con Egon Krenz, 53 anni, responsabile della sicurezza nel Bjuro e delfino designato da anni. Quando Honecker dà ordine di usare la mano dura contro i dissidenti a Lipsia, Krenz blocca il partito e la polizia locali, dopo aver parlato a lungo con l’ambasciatore sovietico, Vyaceslav Kochemasov, che gli confermerà la dottrina Gorbaciov: i soldati russi non si muoveranno dalle caserme, non scenderanno in strada armati contro il popolo come nel ’53. La Ddr per la prima volta è sola. Il pugno di ferro di Honecker ricade nel vuoto, e in quel vuoto prendono corpo le ombre. Il 16 ottobre tutto il Politbjuro entra nella saletta di proiezione riservata per vedere le riprese fatte dalla Stasi dell’ultima gigantesca manifestazione di Lipsia. L’opposizione fa così il suo ingresso nel santuario del regime: uomini e donne che sfilano in 120 mila, striscioni che chiedono libere elezioni con il controllo dell’Onu per evitare altri brogli, slogan inconcepibili anche soltanto un mese prima: Die Mauer muss weg, il Muro deve crollare. Il Palazzo si sente assediato e gli uomini che vogliono sostituire Honecker si appoggiano al fastidio di Gorbaciov per la resistenza del vecchio leader a ogni cambiamento. Realpolitik, istinto di sopravvivenza, riformismo e voglia di potere formano il cocktail del golpe di partito. Durante i brindisi e i discorsi al quarantennale della Ddr i dignitari comunisti degli altri Paesi hanno avvertito il grande freddo tra Berlino Est e Mosca, hanno capito dai sussurri che qualcosa si sta preparando, qualcosa che il Cremlino copre, favorisce e incoraggia. Così si arriva al 18 ottobre, il mercoledì di un’ordinaria riunione del Politbjuro. Honecker sta leggendo l’ordine del giorno quando il presidente del Consiglio dei ministri, Willy Stoph, lo interrompe: «Chiedo una modifica ai nostri lavori. Propongo la destituzione del compagno Erich da Segretario Generale e la nomina del compagno Krenz». Due vecchi bolscevichi di 75 e 77 anni, Stoph e Honecker, si guardano attraverso il tavolo del comando comunista che li ha uniti per anni e oggi li separa. Come se non avesse capito, o potesse ignorare l’irreparabile, il Capo della Ddr fa finta di niente, guarda il foglio degli appunti che ha davanti e prova a riprendere il suo intervento. Ma Stoph scuote la testa: «No, dobbiamo discutere la tua revoca». Honecker si guarda intorno, nessuno interviene. Capisce, si appoggia alla spalliera della sedia: «Va bene. Apro la discussione». Durerà tre ore, e il leader che sta per essere deposto sente i suoi vecchi compagni pronunciare ad uno ad uno l’atto di sfiducia contro di lui: tutti, anche Erich Mielke, che Markus Wolf chiamava “il cane da guardia” del partito. Il voto contro il Segretario è unanime. Seguendo il rituale comunista che conosce più di ogni altro, anche lui giunto all’ultimo atto alzerà la mano e sceglierà di ubbidire al partito, votando contro se stesso: prima di chiamare la moglie Margot per informarla con due parole: «È accaduto». Domani il Paese scoprirà il comunicato ufficiale nel quale Honecker chiede alla Sed di lasciare le sue cariche «perché le mie condizioni di salute non mi consentono più il dispendio di forze e di energie che la storia del partito e del popolo richiedono». Quando porterà quel testo davanti allo stato maggiore del partito, l’ex leader pronuncerà le parole in modo meccanico, automatico, leggendo addirittura la sua firma, alla fine, come se fosse in trance. Da Mosca per il commiato arriverà soltanto un telegramma. Era troppo presto per lui, secondo i calcoli sbagliati dell’eternità bolscevica. Ma era troppo tardi per il partito e per la sorte della Ddr, secondo il brontolio del terremoto che scuoteva l’89, arrivando ormai nel cuore di Berlino Est. Krenz, destinato a regnare appena 46 giorni, cerca subito di accreditarsi come il Gorbaciov tedesco, va in visita di amicizia al Cremlino, parla al telefono con Kohl, promette elezioni libere, incontra i vescovi, dialoga per 45 minuti con i giornalisti: ma non è credibile come uomo della svolta e delle riforme, ha guidato per anni la “Libera gioventù tedesca”, dal Bjuro sovrintendeva alla sicurezza, cioè alla Stasi, era il collaboratore più vicino ad Honecker. La sua sembra un’operazione di maquillage più che una “Wende”, una vera svolta, in un mondo che si era capovolto in pochi anni, portando al potere (dopo un Papa polacco, cioè un suddito dell’impero sovietico che diventa sovrano della Chiesa) Gorbaciov a Mosca, Kohl a Bonn e a Washington Ronald Reagan: che il 12 giugno 1987 parlando alla Porta di Brandeburgo si era rivolto direttamente al leader del Cremlino: «Mister Gorbaciov, se lei cerca la pace e la prosperità venga a questa porta, apra questa porta e abbatta questo Muro». Senza contare i segni dei tempi, che per chi ci vuole credere aprono uno squarcio sull’incredibile: quei mille russi che si radunano in piazza davanti alla Lubjanka urlando che il Kgb «è il vero nemico del popolo», Wall Street che sceglie venerdì 13 ottobre per crollare di 200 punti, il Papa che sorvolando per la prima volta l’Urss nel suo viaggio aereo in estremo oriente benedice la perestrojka e la definisce «una consolazione», lo scienziato-imbalsamatore Serghej Debov che racconta come restaura la salma di Lenin, profanando la sacralità del mito, la Tass che annuncia ufficialmente al mondo lo sbarco dei marziani alti quattro metri nel parco pubblico di Voronezh, dove hanno parcheggiato l’astronave prima di vaporizzare un passante. In questo ottobre dove ogni cosa è straordinaria, l’ordinario Krenz viene scartato dal movimento di opposizione, che lo salta senza nemmeno cercare un dialogo e guarda ormai avanti. «Il governo deve scusarsi pubblicamente», dice il vescovo di Dresda. «Anche Krenz è stato responsabile di brogli», accusa Neues Forum. «Il ruolo guida al popolo», grida un cartello portato in corteo a Lipsia. E nel voto per nominarlo Capo dello Stato, il parlamento abituato da decenni a ubbidire a ogni comando del partito vede spuntare all’improvviso 26 voti contrari: una bestemmia politica. Bisogna leggere i verbali del Comitato Centrale della Sed per cogliere il panico che cresce nel gruppo di comando. «Non c’è più un minuto da perdere compagni, abbiamo l’acqua alla gola – urla il ministro della Cultura Hoffmann –. Il nemico organizza manifestazioni violente, adesso i comunisti devono scendere in piazza. Siamo in ritardo. Se non prendiamo la parola ora, rischiamo di non ottenerla mai più». «Sono appena tornato da Lipsia – aggiunge il ministro dell’Edilizia Junker – dove i manifestanti mi dipingono come un idiota. Che cosa significa? Se sono un idiota, può giudicarlo solo il partito». Krenz ascolta, prende appunti, interrompe: «Qui mi sembra che comunque ci muoviamo, facciamo passi falsi». La realtà è che nessuno può ormai riempire il vuoto di autorità che si è aperto nella Ddr, niente può arrestare la corsa verso la fine, ormai inseguita come la conquista di un nuovo inizio. La paura è diventata speranza, poi coraggio, quindi sfida. Adesso si allarga a Berlino, a Dresda, a Lipsia un sentimento sconosciuto di fiducia nella storia, che sta invertendo il suo corso proprio qui, dove il Muro l’aveva fermata per decenni. Sarà vero? Per cercare una risposta la folla riempie la Volksbuhne sulla Rosa-Luxemburg-Platz, dove stasera si recita il Guglielmo Tell di Schiller. Richiamati dalla calca gli uomini della Stasi non capiscono cosa stia succedendo, finché non arrivano quei versi che tutti aspettavano: «Deve andarsene, il tempo è scaduto. Chi mai vorrà vivere ancora qui, senza la libertà?». Allora parte un applauso lunghissimo, come un giuramento, una promessa, o forse soltanto la conferma della brace ardente che cova ormai dentro la notte inquieta di Berlino: dove il Muro, improvvisamente, protegge il nulla.
L’ invasione turca del Kurdistan siriano scuote l’animo di molte persone. Che si pongono l’ormai antica domanda dell’Uomo Informato, messo continuamente di fronte a notizie “più grandi di lui”: e io, che cosa posso fare di concreto per oppormi a certi soprusi, alleviare certe pene? La vicenda dei curdi di Siria, per quanto complicatissima risultante di secolari oppressioni locali e recenti ricatti internazionali, sembra fatta apposta per smuovere anche le coscienze più impigrite. Nella vacanza di forti militanze politiche e salde certezze ideologiche, l’opinione pubblica è una nebulosa di individui un poco spersi, eppure senzienti, capaci di odio e di pregiudizio, ma anche di giudizio e di compassione. Se non è più il Partito ad accogliere e rappresentare, a ragione o a torto, i sentimenti individuali, questi sentimenti non smettono di esistere. E anzi, in assenza di un contenitore comune nel quale convogliarsi, fibrillano nei pensieri e nelle conversazioni, come un carburante in cerca di un motore. Per quanto distratta e lacunosa possa essere l’informazione nel suo complesso, abbiamo avuto ampio modo di conoscere, grazie ai giornali, alla televisione, al web, alle testimonianze di chi ha visto e vissuto quei momenti, l’epica democratica dell’esercito curdo di Siria (il suo nome, Ypg, significa Unità di Protezione Popolare, ed è un bel nome). La sua straordinaria parità di genere e la sua sostanziale laicità. La lunga e vincente resistenza di Kobane all’assedio dell’Isis. L’appassionato afflusso di giovani combattenti stranieri, anche italiani, al fianco di curde e curdi, musulmani in lotta contro l’avanzata del jihadismo che voleva farsi Nazione (a proposito della generica, rozza, sciocca, razzista idea islamofoba che «i musulmani sono tutti uguali». I musulmani sono come i cristiani: un miliardo di persone molto diverse tra loro). Si è sentito dire che le modalità di reclutamento collettivo e di ingaggio difensivo di quell’esercito ricordano quelle dell’esercito svizzero. Si è evocata l’esperienza antifascista delle Brigate Internazionali nella guerra civile di Spagna, con la differenza che la causa, qui e ora, non è passibile di alcun “distinguo” ideologico: non l’interventismo dell’Internazionale Comunista, ma la libertà e l’autodeterminazione di un popolo come riassunto globale della libertà di tutti, questa la posta in palio, questo il sentimento che ha fatto diventare “filocurdo” anche chi sapeva ben poco di quella gente che vive a cavallo tra quattro Nazioni. Ora si leggono con ansia e amarezza le notizie di guerra (che sono tragiche per chiunque non sia Erdogan), gli approfondimenti, i commenti. Il ricatto del despota turco all’Europa, con la minaccia di rovesciarle addosso, via Balcani, i circa tre milioni di profughi siriani allocati in Turchia, una specie di bombardamento di carne che usa cinicamente la diaspora siriana e fa leva sulle più profonde insicurezze europee. I nuovi arresti di giornalisti in Turchia (sarebbero quasi duecento, secondo dati attendibili, quelli già in galera). La difficile partita che i ministri degli Esteri europei, compreso il nostro, dovranno giocare: da una parte i fondamenti morali dell’Unione, dall’altra il rapporto con una potenza confinante membro della Nato. Proprio in queste ore un contingente militare italiano è schierato, secondo accordi pregressi, a difesa dello spazio aereo turco. Per non dire del carico da novanta, dal punto di vista etico, costituito dalla vendita di armamenti italiani all’esercito turco. Non si può spazzare via questo enorme ingombro in mezzo minuto, visto che si è accumulato in decenni di equivoci (il ventilato ingresso della Turchia nella Ue), di ipocrisie e di silenzi. Certo si può sperare che il nostro governo, oltre a tenere il punto (condanna senza equivoci dell’invasione turca, solidarietà ai curdi), rivaluti i rapporti militari con la Turchia a partire dalla fornitura di armamenti, e soprattutto contribuisca a costruire una posizione europea ferma e condivisa. Tanto più necessaria adesso che Trump ha abbandonato i curdi nel nome di un isolazionismo che carica i governi europei di nuove responsabilità. Quanto a noi come opinione pubblica, in attesa che qualche piazza, sperabilmente più di una, dia ospitalità al nostro desiderio di manifestare vicinanza a quel popolo senza Nazione, abbiamo la facoltà, non così secondaria, di parlare, leggere, scrivere, organizzare incontri pubblici, raccogliere fondi, manifestare ad alta voce il nostro pensiero. Documentarci e approfondire. Accompagnare alle emozioni, che da sole non bastano mai, la conoscenza. Non dimenticando che, oltre ai curdi, c’è un altro popolo sotto schiaffo e bisognoso della nostra solidarietà: sono i turchi democratici, l’opposizione vessata eppure viva e vegeta (anche elettoralmente) che Erdogan non è riuscito a liquidare. Rischiano, manifestando nelle loro città, cento volte più di noi. Mai dimenticare, nemmeno per un secondo, che grande privilegio è la libertà.
Quale progetto di Paese futuro viene fuori dalla legge di Bilancio che la prossima settimana dovrà essere varata dal Consiglio dei ministri? Impossibile capirlo. Non perché sia oscuro il progetto che muove le azioni di politica economica del governo, quanto per la scarsa incisività delle misure messe in campo e la conseguente sostanziale inefficacia della manovra nel disegnare una strada di crescita per l’Italia. Ricapitolando, ci prepariamo a una manovra che assegna 29 miliardi e quindi ne deve reperire altrettanti. Il primo problema, notissimo, è che si è deciso di non aumentare l’Iva e quindi – solo per questo fine – se ne vanno 23 miliardi.
A impedire l’aumento dell’Iva il veto dei 5 Stelle, timorosi che un aggravio delle imposte indirette diventi un ulteriore freno alla scarsissima crescita prevista per il 2020, e per motivi simili i renziani di Italia Viva, che hanno costituito una gamba (per quanto traballante) del nuovo governo proprio in nome del no a qualsiasi aumento dell’imposta. Ma è davvero necessario non toccare in alcun modo le aliquote Iva, nemmeno rimodulandone alcune? Le categorie di commercianti ed esercenti potenzialmente toccate dagli aumenti hanno avuto ottimo gioco a rappresentare i propri interessi particolari, lanciando grida d’allarme per l’andamento dell’economia. Resta però da dimostrare che un ritocco verso l’alto delle aliquote sui beni di lusso, unito magari a un ribasso calibrato di alcune categorie di prodotti e servizi di larga diffusione o di primaria utilità per larghe fasce della popolazione, sia una misura che aumenta l’ineguaglianza e mette a repentaglio la crescita. Se ben studiata, anzi, potrebbe avere effetti contrari. La linea che sembra ormai passata, comunque, è che l’Iva non si tocca e si toccano invece quei 23 miliardi. Ne restano dunque altri 6 (in parte da trovare) a disposizione: un po’ più di 3 serviranno per le cosiddette “spese indifferibili”, ossia per far funzionare almeno al minimo la macchina pubblica; un po’ meno di 3 – 2,6 per la precisione – serviranno a ridurre il “cuneo fiscale”, ossia a tassare di meno gli stipendi dei lavoratori dipendenti. Una cifra davvero bassa, che secondo molti osservatori non potrà avere effetti espansivi concreti sull’economia se verrà distribuita all’ampia platea di 10 milioni di lavoratori che già beneficiano degli 80 euro di Renzi. Sul fronte delle coperture, ossia gli stessi 29 miliardi che bisogna trovare per affrontare quelle spese, le cose sono ancora più complicate. Basti dire che oltre alla cosiddetta “flessibilità” concessa dall’Unione europea per 14,4 miliardi – ossia l’autorizzazione a fare per il 2020 ulteriore deficit che andrà poi a cumularsi al debito pubblico – la voce più forte delle coperture ammonta a 7,2 miliardi di lotta all’evasione fiscale. Un risultato sul quale tutti, ma proprio tutti, gli osservatori indipendenti sentiti dal Parlamento per dare le loro opinioni sono perlomeno scettici. Tra le altre voci di entrata ci sono 1,8 miliardi di taglio dei sussidi dannosi dal punto di vista ambientale – e ovviamente c’è da aspettarsi una strenua resistenza delle categorie colpite – e 1,8 miliardi di nuove entrate fiscali che si presume verranno ottenute tagliando in parte detrazioni e deduzioni di chi paga le tasse. Anche qui, come hanno notato in molti, il principio può essere condivisibile, ma la conseguenza concreta è che si andrà a colpire quella categoria di contribuenti che appaiono più ricchi agli occhi del fisco, graziando invece chi con le tasse ha un rapporto criminalmente disinvolto. Dunque, un futuro affidato alla lotta all’evasione, che resta il proposito virtuoso di ogni manovra da qualche decennio a questa parte, un presente che rischia di penalizzare chi già paga e soprattutto non decide di spingere il massimo delle risorse in una direzione a costo di scontentare qualche categoria economica o qualche alleato di governo particolarmente sensibile ai sondaggi. Anche per questo è successo di assistere all’interno del Pd, ad esempio, allo scontro tra chi voleva convogliare più risorse verso le famiglie e chi – al Tesoro – spiegava che non era possibile farlo. Risorse scarsissime legate alla situazione infelice della nostra finanza pubblica, un gioco frenetico di veti incrociati tra alleati e anche all’interno delle singole forze politiche che appoggiano il governo, infine una sostanziale mancanza di visione per il futuro e di leadership – chi guida davvero oggi questo esecutivo? – fanno sì che la manovra della prossima settimana sarà una manovra piccola piccola. Chi la firmerà non sarà da condannare, viste appunto le condizioni in cui opera, ma avrà poco da gioire.
Strepitoso (secondo me) il Nobel per la Pace al leader etiope Abiy Ahmed Ali, l’uomo che pianta alberi e organizza tavoli di pace: volendo, una specie di via di mezzo tra Gandhi e Greta, l’ideale per sollevare la riprovazione anti-buonista dei cinici, quelli che vedono sempre e solo i secondi fini pur di non vedere i primi. Solo l’assegnazione a Greta (Gandhi, mai insignito del Nobel per la Pace, è irrimediabilmente morto) avrebbe prodotto in costoro maggiore irritazione, confermando tutti i pregiudizi sull’Accademia svedese come un covo di parrucconi politically correct votati alle cause svenevoli, come la convivenza tra uomini e uomini, e tra uomini e alberi. A confondere le carte, ecco il Nobel per la Letteratura a Peter Handke, che riapre certe aspre piaghe ex-jugoslave perché l’autore passò per filo-serbo a causa del suo Viaggio in inverno, a ritroso lungo le radici slave (materne) dello scrittore tedesco. Di fronte alle veementi polemiche, non come autodifesa ma come spiegazione, Handke dice di avere scritto quel libro «da scrittore, non da politico o da giornalista». L’accenno, poco comprensibile ai più, è alla estrema solitudine e al costante rischio della scrittura vera, quella profonda, slegata da intenzioni esterne alla scrittura stessa. Anche in questo caso, i secondi fini andrebbero tenuti alla larga. Lessi a suo tempo il Viaggio di Handke, lo trovai bello, triste e perdente, difesi appassionatamente il suo autore su Cuore (ero il direttore e dunque non potevo censurarmi) sostenendo, appunto, che era il libro di uno scrittore, non di un polemista. Lo rileggerò, anche a questo serve il Nobel.
Battuta d’arresto nella fusione tra Mediaset e Mediaset Espana per dar vita alla holding olandese Mfe. Ieri Vivendi, fieramente contraria, ha segnato un importante punto a suo favore: la Corte di Madrid infatti ha accolto il suo ricorso d’urgenza e ha sospeso la delibera assembleare di fusione. Uno stop che arriva quando si è appena chiuso il periodo per esercitare l’eventuale recesso da parte dei soci dissenzienti (i risultati verranno comunicati il 15 ottobre). Una scadenza depotenziata dall’accordo, raggiunto ieri, con il Credit Suisse, che si è impegnato a rilevare i pacchetti in eccesso al tetto di 180 milioni fissato da Mediaset. Poche ore dopo, la sospensione dei giudici. Non è un passaggio definitivo, la vicenda deve essere affrontata nel merito dai giudici (la data non è stata ancora fissata). Inoltre Cologno ha già annunciato che farà «immediatamente appello» e confida anche di vincere. Dal suo punto di vista considera «autolesionista» e «strumentale» l’atteggiamento di Vivendi, e conta di far valere il fatto che Vivendi ha comprato l’1% di Mediaset Espana, di cui non era azionista, solo il 23 luglio, quando da due mesi erano stati decisi i termini della fusione. Ma per il momento la palla è nel campo di Vivendi, che ha sottolineato attraverso un portavoce come il giudice madrileno «ha riconosciuto che il piano di fusione era stato imposto in modo abusivo, a svantaggio di tutti gli azionisti di minoranza». Secondo Vivendi anche la logica industriale del progetto è traballante: «Il giudice ha anche riconosciuto che tale fusione non risponde ad una ragionevole necessità di business». Mediaset tuttavia ritiene che «Vivendi non fermerà il progetto di espansione europea» del gruppo. E al fuoco di sbarramento legale dei francesi, la cui regia è curata da Ferdinando Emanuele e da Giuseppe Scassellati, dello studio Cleary Gottlieb, è in arrivo da parte di Cologno anche un esposto all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, perché verifichi se non sia stato violato uno dei paletti messi nel 2017 (post acquisizione del 23,9% di Telecom da parte di Vivendi) secondo il quale Vivendi non deve esercitare un’influenza notevole su Mediaset. Cosa vietata dalle leggi italiane, in quanto il gruppo ha anche una quota rilevante nella società di tlc. Per questa ragione, a suo tempo, l’Agcom aveva imposto a Vivendi di sterilizzare nella fiduciaria Simon il 19,94% dei diritti di voto in Mediaset, lasciando il restante 9,98% in mano direttamente ai francesi. Proprio ieri Simon ha a sua volta presentato un atto di citazione nei confronti di Mediaset, confluendo nello stesso procedimento avviato da Vivendi contro Mediaset in Italia, per impugnare l’assemblea della fusione che si è tenuta a Cologno (insieme a quella spagnola) chiedendone l’annullamento. L’udienza ex articolo 700 si terrà il 30 ottobre, ma già il 16 ci sarà la prima udienza promossa da Vivendi in Olanda, contro gli articoli dello statuto di Mfe che prevedono il voto maggiorato. Un passaggio che Vivendi ritiene lesivo dei diritti del mercato.
«Abbiamo un accordo molto sostanziale per la fase uno». Così Donald Trump annuncia una tregua nella guerra commerciale con la Cina. Al termine dell’ennesima trattativa, mentre saluta e congeda la delegazione cinese che sta tornandosene a casa, Trump annuncia che l’accordo contiene «40 o 50 miliardi di dollari di esportazioni agricole dagli Stati Uniti alla Cina». Sostiene che è stata risolta anche la spinosa questione della «manipolazione del renminbi» cioè la svalutazione competitiva. Infine aggiunge ai contenuti dell’accordo «trasferimenti di tecnologie e protezione della proprietà intellettuale americana», senza fornire dettagli. Il suo segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, espone la contropartita offerta dagli americani: «Non scatterà l’ulteriore aumento dei dazi al 30% che era previsto la prossima settimana». Dopo mesi di escalation nelle sanzioni commerciali tra le due superpotenze, la tregua è una notizia positiva, lungamente attesa. Si aprono le dietrologie sul perché proprio ora: tra gli scenari più verosimili circola l’idea che Xi Jinping abbia voluto scegliere il momento di massima debolezza di Trump sul piano interno (la procedura d’impeachment) per offrirgli un accordo conveniente per i cinesi. Di sicuro questa è una fase in cui la Casa Bianca ha disperatamente bisogno di qualche successo da esibire all’opinione pubblica. I mercati hanno reagito con rialzi consistenti ma non eccezionali. Si direbbe che aspettino di avere altri elementi. La delegazione cinese non ha fornito alcuna garanzia sul cambiamento delle proprie leggi sulla proprietà intellettuale. Un documento scritto e dettagliato forse ci sarà solo tra cinque settimane al summit in Cile in cui Trump e Xi s’incontreranno. Potrebbe essere quello il momento della firma su un documento con tutti i dettagli. Spicca anche dalle parole di Trump l’assenza di temi importanti del contenzioso bilaterale: l’embargo sulla telefonia di quinta generazione della Huawei non fa parte dell’accordo. Non scattano i rincari ulteriori dei dazi ma nulla è stato detto su un calendario per l’eliminazione dei dazi in vigore. Non c’è stato accenno agli aiuti di Stato e altre forme di protezionismo cinese che distorcono la concorrenza. Ammesso che Trump abbia deciso di mollare su alcune richieste pur di poter esibire un accordo, i suoi eventuali cedimenti rischiano di venirgli rinfacciati. I democratici hanno avuto una sterzata anti-cinese. Tra i repubblicani c’è un’ala guidata dal senatore della Florida Marco Rubio, che spinge per forme di embargo finanziario come il divieto ai fondi pensione Usa d’investire in aziende cinesi. Per adesso le parti minacciate dal prossimo rincaro dei dazi tirano un sospiro di sollievo. E stappano Prosecco – non colpito dai dazi – gli agricoltori del Midwest.
Si raccontano tante storie, da queste parti. La più incredibile è di qualche anno fa e riguarda un assalto a un portavalori. È necessario sapere che in qualsiasi parte di Europa un blindato venga assaltato — è accaduto in Francia, in Germania, in Olanda — ecco, è quasi certo che ci sia la mano dei cerignolani. La procedura è la stessa: bloccano il mezzo carico di soldi in autostrada, si premurano per facilitare la fuga di tagliare nelle ore precedenti il guard rail, utilizzano un drone per osservare dall’alto la zona, sono armati fino ai denti, con kalashnikov, mitragliatori, armi da guerra. E in pochi minuti colpiscono, solitamente senza bisogno di sparare. Portando via milioni di euro. Un paio di anni fa, si diceva, per far comprendere ai vigilantes con chi avessero a che fare, un gruppo di rapinatori montò un tre piedi di fronte al blindato, nel centro della strada, come quelli delle macchine fotografiche. Solo che al posto della reflex, contro il blindato puntarono un bazooka. Benvenuti a Cerignola, 70mila abitanti ai piedi del Tavoliere delle Puglia, la città di Giuseppe Di Vittorio. Da ieri Comune commissariato per mafia. Dice il governo, che giovedì ha inviato il provvedimento di scioglimento al Quirinale, che «il Comune presenta forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata che compromettono la libera determinazione e l’ imparzialità degli organi elettivi». La provincia di Foggia — parole del procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho — è oggi «la principale emergenza criminale italiana, perché la più sottovalutata». Lo denuncia da tempo anche il procuratore antimafia di Bari, Giuseppe Volpe che ha creato un gruppo di magistrati che lavora soltanto su Foggia, con straordinari risultati. Ma non basta: non basta perché la gente non denuncia (nessuno si è costituito parte civile nell’ultimo processo contro i clan di Foggia), i criminali non parlano (due pentiti in 30 anni) e, nell’indifferenza del resto dell’Italia, (dati 2017-2018) c’è un omicidio a settimana, una rapina al giorno, un’estorsione ogni 48 ore. Cerignola, si diceva, nella geografia criminale è raccontata come la città dei gangster: rapinatori di blindati, leader in Italia nel furto e nel riciclaggio dei pezzi di auto. Ma si tratta di una rappresentazione parziale, come parziale è raccontare i capibastone del Gargano come pastori. Questi sono mafiosi. E dunque occupano la politica. È stato commissariato il Comune di Monte Sant’Angelo, è commissariata Mattinata, rischia Manfredonia. Il sindaco di Cerignola, l’avvocato Franco Metta (civico vicino al centrodestra), oggi sbraita («Vergogna. Sono vittima degli sciacalli in divisa») ma fino a qualche giorno fa — per lo meno così ricostruisce la relazione ministeriale — celebrava e festeggiava i matrimoni di pregiudicati, tutelava i loro esercizi commerciali, mentre i clan mettevano le mani anche sugli appalti (e i subappalti) comunali. «Basta parole, questo è il governo dell’antimafia dei fatti» dice il ministro Francesco Boccia. Alcuni giorni fa, proprio a Cerignola, il procuratore di Foggia Ludovico Vaccaro aveva chiesto l’aiuto della società civile: «La situazione è disperata. Abbiamo bisogno di tutti voi per fare pulizia». «Non vi daremo tregua» ha detto qualche settimana il prefetto di Foggia, Raffaele Grassi — poliziotto di primissimo livello, ex direttore dello Sco, a Foggia ora non per caso — davanti a una platea di attoniti imprenditori, i più importanti della Provincia. Li aveva convocati nei suoi uffici per dire loro: «Io e voi conosciamo i nomi di tutti i mafiosi di questa terra: Trisciuoglio, Francavilla, Prencipe, Li Bergolis, Romito. Ora è arrivato il momento per voi di decidere da che parte del tavolo sedersi». Qualcuno, tra gli imprenditori in platea, per la tensione è scoppiato in lacrime. Qualche ora prima Grassi aveva firmato un’interdittiva antimafia nei confronti delle aziende di ex dirigenti di Confindustria: uno di loro era un parente dei Trisciuoglio e dei Romito. Gestiva la riscossione dei tributi, cioè i soldi dei contribuenti, per il Comune di Foggia e per molti della provincia.
Quando nel 1996 uscì il libro di Peter Handke Un viaggio d’inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina, ovvero giustizia per la Serbia, lo choc culturale, oltre che politico, fu enorme. Come poteva, uno degli autori mito del Sessantotto, lo sceneggiatore de Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, lo scrittore del fortunato e osannato Prima del calcio di rigore, difendere un dittatore come Slobodan Milosevic, la pulizia etnica, il genocidio, la guerra? Non volendo accettare l’enormità, in molti pensarono all’efficacia della propaganda di Belgrado, la parzialità dei racconti che aveva ascoltato stando solo sul lato del fronte degli aggressori. Una postura che era un’implicita accusa di superficialità, di faciloneria. Al limite il lato snob di un intellettuale abituato a marciare controcorrente. Le sue successive opere e le prese di posizioni pubbliche permisero di correggere quell’opinione: Peter Handke la pensava proprio così. A cominciare dal compendio Appendice estiva a un viaggio d’inverno, uscita nello stesso anno, addirittura indurì il concetto. Disegnando, nel complesso, il ritratto di un popolo “celeste”, vessato dalla storia, fiero oppositore del liberismo imperante di matrice occidentale e perciò diventato paria della comunità internazionale. Faceva così proprio, Handke, tutto l’armamentario dell’epica serba, dalla “gloriosa sconfitta” di Kosovo Polje del 1389 in poi, condito dalla perenne richiesta di un risarcimento per aver fermato, a beneficio del resto d’Europa, l’avanzata ottomana, aver resistito alle potenze occupatrici, prima l’impero austro-ungarico, poi il Terzo Reich. In nome della fierezza di un popolo di contadini-guerrieri che non si sottomettono ma alzano la testa in difesa della patria, dei principi e di una diversità rivendicata con orgoglio. Arrivò a proporre un paragone con il genocidio degli ebrei per un’arringa sempre più veemente che costrinse alcuni suoi colleghi a liquidarlo con frasi lapidarie. Salman Rushdie nel 1999: «Ha vinto il premio di scemo internazionale dell’anno». Susan Sontag: «Molte persone non leggeranno più i suoi libri». Jonathan Little: «Potrebbe essere un artista fantastico ma come essere umano è il mio nemico, è uno stronzo». Persino un famoso scrittore serbo, Bora Cosic, sostenne che gli «faceva schifo» la difesa dell’austriaco e che il suo Racconto di viaggio era «un inganno a danno degli stessi serbi». Un coro a cui si è accodata ieri Jennifer Egan, presidente del Pen American a commento della decisione di assegnare ad Handke il Nobel per la letteratura: «Siamo sconvolti per la scelta di uno scrittore che ha usato in passato la sua posizione per minare la verità storica e offrire aiuto ai perpetratori del genocidio. Rifiutiamo l’idea che un autore che ha ripetutamente messo in dubbio la realtà di crimini di guerra ben documentati possa essere celebrato per il suo impegno letterario». Il riferimento palese è a Srebrenica, la città a ridosso della Drina dove nel luglio del 1995 le truppe del generale Ratko Mladic e del capo politico dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic trucidarono in tre giorni dalle 8 alle 12 mila persone, la carneficina più grave in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Per Handke, semplicemente un «massacro di soldati musulmani», dunque un atto come tanti altri e comprensibile in tempo di guerra. Munira Subasic, presidente dell’associazione Madri di Srebrenica, ha già annunciato che chiederà all’Accademia di Stoccolma di ritirare il riconoscimento. In passato il neo-Nobel aveva bollato le “Madri” come «gruppo organizzato e attivato per far colpo sul pubblico internazionale». L’interesse di Peter Handke per i Balcani ha anche radici familiari. La madre era di origine slovena e si suicidò quando lui aveva 29 anni. Agli esordi dell’implosione jugoslava non esitò a indicare la Germania, l’Austria e il Vaticano come i veri responsabili della guerra per aver appoggiato le secessioni di Slovenia e Croazia. All’opposto aveva considerato Slobodan Milosevic come una vittima di quella cospirazione. Non aveva alzato la propria voce per l’urbicidio di Sarajevo, tantomeno per la pulizia etnica in Kosovo. Salvo scagliarsi contro i bombardamenti della Nato su Belgrado che posero fine all’eccidio. La vicinanza con Milosevic continuò anche dopo l’arresto del dittatore. Gli fece visita nel carcere dell’Aja dove era stato rinchiuso con l’accusa di crimini di guerra. E alla sua morte, nel 2006, in occasione del funerale tenne un discorso pubblico. Nel suo buen retiro francese ad Anais Ginori che l’ha intervistato per Repubblica e incalzato su queste uscite imbarazzanti, Peter Handke, 76 anni, ha risposto: «Le mie non erano posizioni politiche, sono uno scrittore, non un giornalista. E parlo da scrittore». Come se le parole “da scrittore” fossero sciolte da ogni responsabilità.
Negli ultimi anni ci sono stati Nobel per la Pace alle intenzioni, magari poi non del tutto mantenute: per esempio quello a Barack Obama. O premi per attinenza, per prossimità, attribuiti a personalità che si battono in favore dei diritti umani, o adottano metodi non violenti nelle loro battaglie per migliorare le sorti dell’umanità, o ancora operano cercando in generale di risolvere i conflitti. Ma quello assegnato ieri a Abiy Ahmed, primo ministro d’Etiopia, premia la pace in un senso che più preciso non si può. Appena tre mesi dopo aver assunto la carica di capo di governo, l’anno scorso, Abiy Ahmed volò ad Asmara, la capitale eritrea, a stringere la mano del più irriducibile nemico del suo Paese, il presidente Isaias Afewerki. Una guerra insensata che si trascinava da vent’anni, costata decine di migliaia di morti, si era sciolta in poche settimane come l’ultima neve dell’inverno al sole di una nuova primavera. Se c’è un Premio Nobel per la Pace meritato, è questo. Il 2 aprile 2018, a 42 anni non ancora compiuti, Abiy Ahmed Ali era diventato il più giovane capo di governo in carica del continente africano. La sua nomina non era affatto scontata: per la verità, giunse inattesa. E non solo perché il nuovo leader è di nazionalità Oromo, l’etnia che pur essendo la più popolosa d’Etiopia non aveva mai visto un suo esponente assurgere al vertice del potere. Popolarissimo tra la sua gente, Abiy Ahmed non era il primo della lista tra i candidati dell’Oromo Democratic Party, uno dei quattro partiti che compongono la coalizione di governo; e non era nemmeno molto probabile che sarebbe stato un esponente del partito Oromo a ottenere il posto di primo ministro. Solo in capo a un’aspra battaglia politica, e a numerosi colpi di scena, il suo nome risultò alla fine quello vincente. Con il senno di poi, è facile trovare nella biografia del giovane leader i segni della predestinazione. I suoi genitori erano di etnie diverse – Oromo e Amhara – e non professavano la stessa religione: musulmano il padre, cristiana ortodossa la madre. Sesto figlio di sua madre e tredicesimo del padre, Abiy Ahmed crebbe alla scuola della condivisione, del dialogo, della convivenza e della tolleranza. Nei suoi studi universitari affinò questa formazione familiare fino a un dottorato sulla risoluzione dei conflitti religiosi. Con una brillante carriera militare si conquistò le credenziali di fervente patriota, poi entrò in politica. Da sempre aveva saputo farsi apprezzare e benvolere per il temperamento aperto, positivo, fattivo, che resta l’ingrediente maggiore del suo successo personale. L’inizio del suo mandato di primo ministro è stato travolgente: pace con l’Eritrea; liberazione di detenuti politici passati nel giro di ore dal braccio della morte all’udienza con il premier; abolizione di leggi liberticide che sembravano scolpite nella pietra; riforme a 360 gradi, con particolare attenzione alla condizione della donna (tra cui l’elezione della prima presidente nella storia dell’Etiopia); iniziative diplomatiche volte alla distensione regionale, in particolare con Gibuti, l’Arabia Saudita, l’Egitto. Più recentemente, un ruolo chiave nel risolvere la crisi politica che aveva portato il Sudan sull’orlo della guerra civile. Insomma, una rivoluzione. L’Etiopia lo segue, entusiasta, anche se certamente non unanime. I suoi nemici sono molti, dentro e fuori l’alleanza di potere. Le sue liberalizzazioni sono mal sopportate dalle forze conservatrici del regime, e molti oppositori vedono nelle riacquistate libertà politiche solo l’opportunità di alzare la posta. Il 23 giugno 2018 il neo-primo ministro è scampato fortunosamente al lancio di una granata esplosa a pochi metri di distanza. L’attentato costò due morti e decine di feriti. Il primo anno e mezzo di governo di Abiy Ahmed, coronato ora dal Nobel per la Pace, è stato un trionfo: in patria, in Africa e sulla scena globale. Ma la vera sfida dev’essere ancora vinta. Il bilancio del suo operato di statista si misurerà sulla capacità di portare a soluzione l’incompiuta questione nazionale etiopica. Storicamente, il potere è stato in Etiopia appannaggio degli Amhara: cosa rimasta sostanzialmente immutata anche quando la secolare monarchia negussita fu atterrata dal regime militar-comunista del colonnello Menghistu. Solo con la conquista di Addis Abeba da parte dei guerriglieri da cui discende il governo attuale tutto cambiò. La formula del “federalismo etnico” voluta dai ribelli venuti dal Tigrai non ha però risolto le tensioni e i conflitti inter-etnici. Oggi la parola d’ordine di Abiy Ahmed è Medemer, un mantra costantemente ripetuto e variamente tradotto come “sinergia”, “inclusione”, “fratellanza”. Molti ci vedono un tentativo di superare il federalismo etnico in nome di una rifondata unità nazionale. Obiettivo di lungo respiro, più complesso e difficile da raggiungere di un Premio Nobel.