RAS AL AIN (Siria nord-orientale) Ma gli effetti letali di questi bombardamenti li conoscono bene i combattenti curdi, che dopo tanti anni di guerreespecie le più recenti contro Isis, adesso abbassano la testa o si gettano a terra commisurando con calma ponderata lo sforzo per ripararsi alla dimensione del pericolo. «Combattiamo, non ci arrendiamo e, se arretriamo, facciamo pagare caro ogni metro ai nostri nemici. Se non fosse per la superiorità aerea turca, i mercenari siriani al servizio di Erdogan non avanzerebbero di un metro», dice Amrin Salah, donna combattente curda 23enne incontrata all’entrata di Ras Al Ain, che lei chiama alla curda «Sarikanie», la cittadina sul confine turco-siriano che lo Stato maggiore di Ankara dichiarava due giorni di aver già conquistato e invece scopriamo ancora contesa, avvolta da nuvole di fumo nero, nel pieno dei combattimenti. È sempre utile andare a verificare sul campo. Permette di smascherare la falsità della propaganda. «Mercenari siriani» Arrivare da Qamishli a Ras al Ain non è semplice. Significa percorrere circa 200 chilometri di terreno piatto semidesertico lungo un’autostrada che si dipana parallela alla «fascia di sicurezza» auto-proclamata dal governo turco all’interno del confine siriano per una profondità media di 30 chilometri. Voci incontrollate sostengono che sarebbe già infestata da miliziani di Isis, oltre a banditi e guerriglieri arabi sunniti ben contenti di approfittare della debolezza curda per alzare la testa. Noi però abbiamo trovato strada libera, posti di blocco curdi sguarniti e ogni tanto camioncini di sfollati in fuga dalle zone dei combattimenti carichi all’inverosimile diretti ai campi già allestiti per loro nella zona di Al Hasakah. I villaggi qui sono per lo più arabi. «Dentro ci potrebbero essere cellule di Isis pronte a colpire e vendicarsi», dicono gli stessi volontari curdi che accorrono con ogni mezzo per contribuire a contenere i turchi. A detta di Faran Arab, un 24 enne arabo locale che combatte con i curdi: «I turchi sono padroni dell’aria. Ma sul terreno mandano solo mercenari siriani, che sono male addestrati e disertano appena possono». I morti nelle case Dopo mezzogiorno entriamo a Ras al Ain. Il confine con la Turchia è contrassegnato da un lungo muro grigio che corre al limite dei campi minati. Ma si possono percorrere solo poche decine di metri. I bombardamenti turchi sono continui, violenti. I guerriglieri curdi evitano di farsi vedere dall’aria, stanno al riparo delle case. I droni turchi controllano notte e giorno. Avverti il ronzio. E devi allontanarti. Tra poco immancabilmente arriveranno irazzi tirati dai caccia alti nei cieli o i colpi dei mortai poco distanti. Il ministro della Difesa turco parla di «342 terroristi uccisi». I curdi qui ammettono un trentina di morti tra i loro ranghi sin dalla prima mattina. Un’altra quarantina dei loro sarebbe circondata in un edificio più avanti. In un’abitazione civile poco distante da noi hanno visto una ventina di persone morte, con anziani, donne e bambini. Noi possiamo testimoniare il flusso continuo di civili in fuga. La città appare ormai deserta. Chi ha un mezzo lo carica di mobili, vestiti. Le famiglie approfittano delle rare tregue per scappare. L’Onu parla ormai di oltre 100.000 sfollati. Destinati a crescere, visto che quasi mezzo milione di persone risiede nella zona presa di mira dai turchi. Dall’America la Casa Bianca agita «sanzioni potenti», minaccia di «piegare l’economia turca» se la Turchia si spingerà troppo avanti con l’offensiva, da Bruxelles Donald Tusk assicura che «Ankara non ciricatterà» con i profughi, ma a tutti Erdogan risponde a muso duro: «Non indietreggeremo di un passo». L’avvertimento Scappano Yusuf e la moglie Zara, rispettivamente di 71 e 60 anni. Il camioncino stipato di vestiti. «Restareèun suicidio. La vera battaglia deve ancora cominciare», dice il 40enne Khaled Ibrhaim, alla guida di un minivan carico all’inverosimile. Verso le due del pomeriggio almeno due colpi d’artiglieria pesante cadono a una cinquantina di metri da noi. L’aria è scossa da vibrazioni violente, il fumo ci avvolge. Siamo una decina di giornalisti. Il segnale è inequivocabile: dobbiamo andarcene e in fretta. I droni di turchi ci hanno individuato. Dove sono cadute le bombe, sulla strada di fronte a noi, un camioncino brucia con alcuni corpi carbonizzati ancora nell’abitacolo. L’autobomba dell’Isis Tornando a Qamishli ecco riapparire incombente lo spettro del caos. Nella mattinata le bombe turche hanno continuato a cadere, apparentemente senza mirare a precisi obbiettivi militari. I soldati curdi hanno abbandonato posti di blocco e basi nella zona urbana. Sono registrati alcuni civili morti nel quartiere di Zeitun. Ma soprattuttoèesplosa un auto bomba nei pressi di un ristornate. Nel vicino ospedale Farman riportano tre morti e una ventina di feriti, alcuni gravi. «Questo è Isis che rialza la testa. Da almeno due anni non registravamo i suoi attacchi in città», spiega uno dei medici, l’ortopedico 45enne Juan Hame. A complicare le cose si aggiungono notizie di sommosse nei campi dove i curdi tengono i prigionieri di Isis. In quello enorme di Al Hol, dove sono detenuti circa 75.000 bambini e mogli dei combattenti jihadisti, le donne più militanti hanno inscenato manifestazioni violente. La destabilizzazione continua e il peggio pare debba ancora venire.
Il Movimento di lotta e di governo, già sovranista e ora quasi socialista, si raduna nell’annuale raduno identitario, con un programma a base di autoanalisi, agorà tematiche, punti ricaricaecomizi motivazionali. Per provare a far passare in secondo piano le assenze importanti e i molti fronti di malumore, Luigi Di Maio fa precedere il suo arrivo a Napoli, alla mostra di Oltremare che ospita Italia 5 Stelle, dall’annuncio di due annunci: uno su una riforma per il Paese e uno sulla riorganizzazione interna, lanciata molti mesi orsono e mai decollata. A Napoli e nella Campania, nonostante il tracollo di una decina di punti alle Europee, i 5 Stelle restano i più votati. Una terra d’elezione anche perché Di Maio e Roberto Fico arrivano proprio da qui. E per questo si prova a festeggiare, anche se il clima non è dei migliori. Il governo logora chi ci sta, soprattutto se le truppe dietro scalpitano, in parte disorientate per il repentino cambio di fronte politico, in parte per l’inevitabile drappello di delusi, restati a secco di poltrone e di onori. Molte le grane da sminare. Tra queste c’è la nomina dei capigruppo. Sembrerebbe un incarico formale, e invece è di grande importanza politica, economica e simbolica. Le regole dei 5 Stelle, elezione a maggioranza assoluta, rendono più impervia una soluzione lineareefacilitano giochi di potere e alleanze tra correnti. Il primo voto è stata una fumata nera. Ma soprattutto ha evidenziato gli scarsi consensi per Di Maio. La lealista Anna Macina, che potrebbe decidere di lasciare, ha portato a casa un bottino scarso di 33 voti. Meglio è andata a Francesco Silvestri, i cui consensi sono stati però rinforzati dai dissidenti che fanno capo al suo vice, Riccardo Ricciardi. Impressionano i 61 voti racimolati da Raffaele Trano, esponente critico. C’è poi la grana restituzioni. Si è scoperto che non solo uno su cinque non ha dato i 1.500 euro di donazione per Napoli, ma non ha neanche fatto le restituzioni previste a Rousseau. Qualcuno evoca cause legali e persino pignoramenti. Ma la rivolta sarebbe dietro l’angolo. Difficile colpire duramente un numero così consistente di inadempienti. Così come difficilmente si potranno mettere sotto il tappeto documenti critici come «la carta di Firenze», gli attacchi a Rousseau eimugugni. Una decina di parlamentari resta con un piede fuori e uno dentroeanche in assenza di un progetto politico vero, ilrischio è che l’emorragia di deputati e senatori continui. Si attende l’intervento di Grillo, non proprio in un momento di grande sintonia con Di Maio. Del resto anche l’anno scorso al Circo Massimo non finì benissimo, con Grillo che prese in giro il leader, sventolando una «manina» di plastica (quella che secondo Di Maio aveva modificato il dl fiscale). Alla fine dello show, il fondatore richiamò stizzito sul palco gli altri big, che tardavano a tributargli i dovuti onori.
Il governo Conte 2, accolto con una discreta freddezza da parte degli italiani, settimana dopo settimana fa segnare un aumento del gradimento, infatti se al suo insediamento i giudizi negativi (52%) prevalevano di 16 punti su quelli positivi (36%), oggi il divario si è ridottoaun solo punto percentuale: il 43% lo apprezza contro il 44% che non lo gradisce. L’indice di gradimento è aumentato gradualmente dal 41 di inizio settembre al 49 odierno e tra gli elettori di Pd e M5S raggiunge picchi molto elevati, attestandosirispettivamente a 88 e 90. Ovviamente tra gli elettori dei partiti dell’opposizione prevalgono i giudizi negativi ma è interessante osservare che tra gli astensionisti e gli indecisi i giudizi positivi e negativi si equivalgono. La crescita del consenso è confermata anche dall’aumento dei giudizi positivi sul premier, i leader e i capidelegazione delle 4 forze che sostengono il governo: Conte si attesta al 49%, un dato di poco inferiore a quello di luglio, quando era alla guida del governo gialloverde, ma in aumento di 3 puntirispetto a fine settembre. A seguire Di Maio con il 26% di voti positivi (+3%), Zingaretti con il 23% (+4%), Franceschini con il 21% (+ 6%). Chiudono la graduatoria Renzi, stabile al 12%, Bellanova con il 12% (+2%) e Speranza 11% (+1%), gli ultimi due penalizzati dalla limitata notorietà, dato che poco meno di un intervistato su due dichiara di non conoscerli. Le opinioni si dividono non solo riguardo al consenso per il governo, ma anche nelle previsioni della sua durata: il 42% è convinto che nei prossimi mesi l’esecutivo manterrà la fiducia del Parlamentoecontinuerà la sua azione mentre il 42% ritiene che sia destinato a perdere la fiducia interrompendo il proprio mandato. Passando dai pronostici agli auspici di durata dell’esecutivo, pensando all’interesse del Paese, il 42% si augura che possa arrivareafine legislatura, il 25% vorrebbe porre fine al Conte2andando subito ad elezioni anticipateeil 24% crede si debba approvare la Finanziaria per mettere in sicurezza i conti pubblici e poi tornare al voto in primavera. Insomma, in uno scenario caratterizzato da una polarizzazione delle opinioni registriamo un aumento del livello di apprezzamento del governo che appare riconducibile a diversi aspetti, a partire dall’immagine personale di Conte che, dopo il presidente Mattarella, si conferma l’esponente politico più gradito. Il premier è passato indenne dal cambio di governo ed è apprezzato soprattutto per lo stile comunicativo che intercetta una sorta di richiesta di «decantazione» del clima che negli ultimi tempi si era fatto rovente ed era caratterizzato da un’overdose di annunci. A questo proposito, non dobbiamo dimenticare che il nostro è un Paese non giovane (siamo il secondo Paese più vecchio al mondo dopo il Giappone e il primo in Europa) e le persone anziane spesso manifestano disagio con gli eccessi di aggressività che determinano esasperazione e logorio. Inoltre, come abbiamo visto nel sondaggio della scorsa settimana, la manovra ha fatto registrare un buon livello di gradimento. E, ancora, la ritrovata sintonia con l’Europa è un elemento di rassicurazione dopo le preoccupazioni di isolamento dell’Italia espresse da molti italiani nei mesi scorsi. Infine, il taglio dei parlamentari—fortemente voluto dal M5s e reclamato dalla maggioranza degli italiani — potrebbe aver contribuito all’aumentato consenso dell’esecutivo, sebbene il provvedimento sia stato votato quasi all’unanimità dal Parlamento, facendo registrare solo 14 voti contrari e 2 astenuti. Non è detto che questa graduale apertura di credito nei confronti del governo si manterrà all’infinitoeneppure che si possa tradurre immediatamente in orientamenti di voto favorevoli ai partiti della maggioranza. Molto dipenderà dai risultati ottenuti ma anche dall’immagine di coesione che l’esecutivo sarà in grado di dare: questoèil ve ro tallone d’Achille di tutti i governi e per il momento rappresenta un’incognita anche per il Conte 2, dato che la tentazione di mettersi in mostra per qualcuno della maggioranza è davvero irresistibile.
Presidente Fico, alla Camera due giorni fa la Nota di aggiornamento al Def è passata per soli tre voti. Il governo traballa? «No. Non mi pare affatto traballi, credo anzi stia lavorando per attuare i punti dell’accordo di governo». Ma secondo lei questa Manovra rilancerà l’economia? «Il primo obiettivo è quello di non aumentare l’Iva. Serve inoltre avviare un percorso solido che rilanci in chiave sostenibile la nostra economia dando adeguate risposte a cittadini, imprese, lavoratori». Condivide la strategia sull’evasione fiscale? «È un tema su cui chiaramente va fatto un lavoroalivello normativo: la lotta all’evasione va fatta a tutti i costi. Sono convinto che vadano portate avanti misure incisive verso i grandi evasori, a partire da pene più pesanti». E cosa pensa della web tax? «Va affrontata a livello europeo perché si metta fine al fenomeno della concorrenza fiscale che crea distorsioni e squilibri tra i Paesi. Deve essere un punto chiave per la nuova Commissione». Il Movimento ha ingaggiato una battaglia contro i cambi di casacca. In che modo pensate di evitarli senza andare contro la Costituzione? «La strada migliore è agire suiregolamenti delle Camere. Si può lavorare sul regolamento della Camera, come hanno già fatto al Senato, contro il trasformismo». La Siria brucia. I curdi sono attaccati da Erdogan. Come si muoverà l’Italia? «L’Italia deve dare una risposta forte, tutta l’Europa deve condannare una violazione palese del diritto internazionale». Il Movimento compie 10 anni, ma la storia è assai più lunga. Per lei comincia nel 2005. Ha fondato uno dei primi meetup, in un locale di Mergellina, a Napoli. Quanto è cambiato il Movimento? «Molto. Ed è giusto che sia così, non potevamo rimanere uguali a noi stessi. L’ultima volta che sono stato sul palco dell’Arena Flegrea era nel 2007, quando Beppe Grillo chiamò il meetup di Napoli a partecipare. Una storia straordinaria. Ma è storia, non credo alritorno alle origini, ma al futuro. Quei 4-5 anni di esperienza dei meetup hanno imposto ai partiti una nuova agenda: acqua pubblica, ambienteein generale nuovi programmi. A noi è servito per creare partecipazione, coscienza critica. Anche se, a dirlo con franchezza oggi, se qualche partito avesse risolto una piccola parte delle nostre istanze, il Movimento 5 Stelle non sarebbe nato». Cioè non vi sareste mai candidati in Parlamento? «No. E questo è stato il primo cambio: da cittadini con l’elmetto alla nascita del Movimento». Dunque ora è un partito? «Non è un partito, resta un movimento che è cresciuto ed è presente nelle istituzioni a tuttiilivelli e che ha dovuto fareiconti con la gestione delle istituzioni e la complessità del lavoro nelle istituzioni. Non è stato facile entrare nelle dinamiche parlamentari, in quelle dei consigli comunali, mantenere l’asse sui nostri temi. Cercare di comprendere le diverse posizioni all’interno del movimento». Lei le chiama dinamiche, ma assomigliano più a faide. «Sono dinamiche che quando si è in tanti si sviluppano. Non sono un problema quando sono gestite. Diventano un problema quando c’è chiusura rispetto alle istanze interne. Il dibattito interno è il sale della democrazia. Se si trova una sintesi diventa risorsa e opportunità. Altrimenti si finisce come gli altri partiti. Noi dobbiamo trovare una strada comune e partecipativa, tante volte l’abbiamo persa e altre ritrovata». I dissidenti, tra cui molti epurati, hanno lamentato la scarsa democrazia interna, l’assenza di un luogo fisico dove discutere. «È una delle questioni che ho sempre portato avanti, abbiamo bisogno di un luogo dove confrontarci in modo approfondito. Oggi ne abbiamo vari: l’assemblea del gruppo parlamentare della Camera e del Senato, quella congiunta, le riunioni dei gruppi regionali, quelle municipali, poi le tematiche e Rousseau su cui votiamo le scelte importanti. Tanti livelli, che vanno messi a sistema». Intanto in molti non parteciperanno ai10 anni del Movimento. Tra cui le ex ministre Barbara Lezzi e Giulia Grillo. «Che Grillo e Lezzi non partecipino è un dispiacere perché sono due risorse, persone che hanno dato tanto al Movimento. Pongono delle questioni che vanno ascoltate, l’ho fatto anche io a Italia 5 Stelle in passato. Vanno ascoltate e serve trovare una chiave per rispondere all’esigenza di maggiore collegialità». In cosa deve cambiare, se deve cambiare, il Movimento? «La nostra organizzazione è sempre stata fluida. Ora deve cambiare ulteriormente, la maggiore collegialità è importante. Dall’altro lato dobbiamo confrontarci con i temi del presenteesempre di più costruire le tematiche del futuro. Dobbiamo riuscire ad anticiparle: la questione ambientale, quella delle emissioni, dobbiamo riconnetterci con tutte le piazze che abbiamo visto in Europa e in Italia». Lei nel 2007 e nel 2008 era nelle discariche di Terzigno e Pianura con Beppe Grillo. In Campania si era in piena emergenza rifiuti. Cosa pensa ora guardando quello che accade a Roma, dove governa un vostro sindaco? «Sui rifiuti la questione è nazionale. Bisogna introdurre il principio che il rifiuto non esiste, promuovendo il modello di economia circolare. Servono impianti all’avanguardia, serve aumentare sempre più la raccolta differenziata. E serve dire definitivamente basta a nuove discariche e inceneritori. Dobbiamo connettere la legislazione italiana alle esigenze dei comuni che sono quelle dei cittadini. Serve minore burocrazia, finanziamenti e fondi controllati. Il Parlamento deve supportare i sindaci». Si trova, diciamo, più a suo agio con il Partito democratico? «Il presupposto è che il Movimento per la prima volta, dopo essersi confrontato col Parlamento, ora governa. Appena eletti, col 33%, volevamo provarci perché ci sembrava la cosa più giusta e seria. Abbiamo cominciato un dialogo parlamentare. Prima con la Lega, poi col Pd, poi di nuovo con la Lega che era disponibile. Con tutte le problematicità del caso abbiamo siglato un contratto. La Lega ha tradito questo contratto. Siccome siamo post-ideologici abbiamo cercato un percorso sui temi, ora bisognerà vedere». Intanto però con il Pd state facendo accordi politici in vista delle Regionali. Cominciando dall’Umbria. «Questa per noi è la novità più grande. La prima volta vera, se così vogliamo dire. In una Regione con problemi abbiamo stretto un accordo per il bene dei cittadini umbri. Abbiamo fatto un passo indietro, per far fare un passo in avanti ai cittadini. Per ora solo in Umbria, però». Vuol dire che altrove sarà diverso? «Ogni territorio è diverso, ha una classe dirigente differente e problemi differenti». Insomma in Campania non si vedrà mai un asse 5 StelleDe Luca? «È un’ipotesi che non esiste assolutamente».
«Quota 100» sulle pensioni sarà confermata fino alla scadenza di fine 2021, come previsto dalla legge, ma chi utilizzerà questo canale perlasciare prima il lavoro (bastano 62 anni d’età e 38 di contributi) dovrà aspettare tre mesi in più prima di cominciare a prendere la pensione. È una delle ipotesi sulle quali lavorano i tecnici del governo in vista della prossima manovra di Bilancio. Oggi le cosiddette «finestre» d’attesa tra la maturazione del diritto e la decorrenza della prestazione sono di tre mesi per i lavoratori del settore privatoedi sei mesi per i dipendenti pubblici. Con tre mesi in più le finestre diventerebbero rispettivamente di sei e nove mesi. Col risultato di risparmiare almeno 600 milioni nel 2020 e circa un miliardo a regime. Risparmi che, dopo il 2021, potrebbero essere impiegati per sostituire «quota 100» con un sistema flessibile sul modello dell’Ape sociale. Anche l’Anticipo pensionistico (almeno 63 anni d’età e 30 anni di contributi, in alcuni casi 36) è una misura temporanea, destinata a scadere alla fine di quest’anno, che potrebbe intanto essere prorogata e poi resa strutturale, ma sempre riservata a particolari categorie di lavoratori disagiati, sul modello della proposta di legge di Tommaso Nannicini (Pd); con l’idea insomma di evitare un salto brusco tra i vari canali di prepensionamento attuali e il nulla. I sindacati sono però contrari all’allungamento delle finestre. Piuttosto, dice Ignazio Ganga (Cisl), bisognerebbe abbassare a 36 anni il requisito contributivo per le donne che vogliano uscire con «quota 100». Nell’incontro di ieri mattina con la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo (che anche lei non sarebbe affatto convinta di intervenire sulle «finestre») i sindacati hanno spostato l’attenzione sulle misure per rafforzare gli assegni medio-bassi. Proposte sulle quali, avverte Roberto Ghiselli (Cgil), «chiediamo risposte concrete a breve». Cgil, Cisl e Uil propongono, tra l’altro, di estendere la platea dei beneficiari della quattordicesima. Oggi la ricevono più di 3,1 milioni di pensionati con un assegno non superioreamille euro. Cgil, Cisl e Uil vogliono alzare il tetto a 1.500 euro. Ma difficilmente questa richiesta potrà essere accolta dal governo che, piuttosto, ha il problema di dove trovare i 3,5 miliardi di euro di coperture che ancora mancano perla manovra. Per questo anche le altre proposte dei sindacati, dal rafforzamento dell’indicizzazione delle pensioni al rifinanziamento dei fondi perla non autosufficienza, dalla detassazione dei premi di produttività (che potrebbe essere accolta) ai fondi per il rinnovo dei contratti pubblici, saranno valutate alla luce degli equilibri di bilancio, hanno spiegato viceministri e sottosegretari. Nel pomeriggio, il confronto si è spostato dal ministero del Lavoroaquello dell’Economia, per parlare del taglio del cuneo fiscale sul lavoro. Il governo mette a disposizione 2,7 miliardi per il 2020, quando il taglio delle tasse sui lavoratori dipendenti partirebbe a luglio, e 5,4 miliardi per il 2021. L’ipotesi prevalente è di alleggerire il cuneo sui redditi fino a 35 mila euro (cioè oltre i 26 mila euro del bonus Renzi). In subordine, dare un credito d’imposta agli incapienti (sotto gli 8 mila euro di reddito) esclusi dal bonus di 80 euro.
Finora non lo aveva mai detto, se non nei colloqui privati. Finora pubblicamente aveva sempre spiegato che l’alleanza con i 5 Stelle in Umbria era un esperimento non necessariamente replicabile in altre regioni e tanto meno a livello nazionale. Ma ieri, ospite di Otto e mezzo su La7 , Nicola Zingaretti ha svelato il suo piano senza timori: «È giusto vedere se Pd, M5S e le forze che sostengono il governo possano diventare un’alleanza politica stabile». E nemmeno il fatto che Luigi Di Maio freni sembra far cambiare idea al segretario del Partito democratico: «Lui ha ragione, ne abbiamo discusso». Quindi, la seconda rivelazione sul vero contenuto del colloquio tra il presidente della Regione Lazio e il leader del Movimento 5 Stelle, lunedì scorso, in una cena: «Noi dobbiamo partire da una straordinaria e rivoluzionaria verità: M5S e Pd rappresentano il 40 %. Se allarghiamo agli altri abbiamo una potenziale alleanza che va al 47-48 %». Dunque il segretario Pd non nasconde più le proprie intenzioni: andare alle prossime elezioni politiche coni5 Stelle. «L’Umbria è un primo esperimento, vogliamo provare a farla diventare un’alleanza? Io dico si, altrimenti torna Matteo Salvini», dice. Il segretario è sparato per l’alleanza coni5Stelle, forse oggi riceverà dei no, ma in realtà l’accordo con Di Maio è fatto. È questo il motivo per cui il sistema elettorale non cambierà. Già, perché stando a tutti i sondaggi con il Rosatellum questa alleanza farà il pieno e né Zingaretti né Di Maio hanno voglia di rischiare. Perciò si continuerà a parlare di riforma e si presenterà anche un testo per una nuova legge, come da programma, ma il tacito accordo tra Pd e grillini, una volta ridisegnati i collegi, è quello di tenersi la legge vigente. Una legge, sia detto per inciso, che penalizzerebbe Italia viva di Matteo Renzi. E questo, per il Pd, è un altro buon motivo per mantenere il Rosatellum. E che l’accordo sia saldo lo si capisce anche dalle parole di Zingaretti su Virginia Raggi. Nessun attacco frontale anche se l’emergenza rifiuti a Roma è gravissima: «Sto dando una mano non tanto alla sindaca Raggi quanto soprattutto ai cittadini romani». E così il Pd ha deciso di non colpire nemmeno il tallone d’Achille grillino.
La sbandata l’aveva presa: Renzi aveva solleticato il suo ego ferito e Di Maio aveva condiviso la battaglia contro l’aumento dell’Iva e soprattutto contro Conte. Da allora in molti nel governo si adoperano per far cessare la liaison dangereuse. È vero che quando gliene parlano in pubblico, Di Maio glissa su Renzi. Ma nell’immaginario collettivo tutti ormai lo accostano all’«altro Matteo», al quale si sarebbe legato nella sfida al premier. E la pericolosa infatuazione, vera o presunta, è considerata una minaccia per l’esecutivo e insieme per i Cinquestelle. Il ministro Franceschini, che conosce l’ex leader del Pd come le sue tasche, aveva subito compreso la gravità della situazione. Nei giorni seguenti la nascita di Italia viva infatti — stremato da un incontro inconcludente a Palazzo Chigi — aveva commentato: «Così non è un governo, così è un circo». L’umore era opposto a quello del renziano Rosato, che si era schermito davanti alle battute di alcuni deputati: «Ma noi non inseguiamo Di Maio. Magari ci viene dietro». Poco importa quale fosse la genesi del rapporto, bisognava prendere le contromisure. Il primo a intervenireèstato Fraccaro, grande amico del ministro degli Esteri, che ha fatto cenno alla questione durante una riunione ristretta del Movimento: secondo il sottosegretario alla Presidenza, oltre a dover evitare di finire irretiti da Renzi e dalla sua «spregiudicata abilità manovriera», «lui è un nostro avversario. E già la base ci accusa di averlo rimesso al centro della scena, se poi diamo anche l’impressione di muoverci insieme…». Le argomentazioni di Fraccaro sono impietosamente confermate da molti commenti postati sui social. E non si sa se siano bastati a convincere Di Maio, di certo al lavoro di convincimento ha partecipato anche Conte. Nella letteratura di Palazzo, il premier è considerato «l’usurpatore» agli occhi del capo grillino, ed è su questo che Renzi avrebbe fatto leva per avere Di Maio dalla propria parte. Serviva perciò una buona dose di diplomazia per affrontare il tema, e Conte l’ha usata: prima spronando il ministro degli Esteri a organizzare un’«operazione di rilancio» del Movimento, poi prendendo a spunto i sondaggi che «valutano Renzi molto basso perché la sua immagine di inaffidabilità non lo aiuta». Avrebbe fatto prima a leggere il passo dell’Eneide in cui Laocoonte esorta i troiani a temere i greci e i loro doni. In ogni caso il messaggio lanciato a Di Maio è stato chiaro. Altrettanto chiaro è stato il discorso che gli ha fatto Franceschini, convinto (non si sa quanto sinceramente) di avere a che fare con un politico «ragionevole ed elastico nel privato, se non fosse che davanti a un microfono si trasforma. Come Salvini». Dato che il colloquio è avvenuto lontano dai microfoni, l’esponente del Pd ritiene sia stato fruttuoso. Tanto che alla fine i capidelegazione dei due partiti avrebbero convenuto a istituire una sorta di «Ufficio prevenzioni incidenti», per mettere al riparo l’esecutivo da imboscate e passi falsi. Il primo stress-test l’hanno fatto alla Camera, durante la votazione sul Def. I grillini erano tranquilli quando Franceschini ha iniziatoadimenarsi: «Ragazzi fate qualcosa, chiamateivostri. Avete visto l’Aula? Siamo sul filo dei numeri». La dimestichezza con certe operazioni, l’aveva fatto preoccupare. Infatti solo per tre voti il governo non è andato sotto. E il problema non è definitivamente risolto: con i cinquestelle in subbuglio che non riescono ad eleggere nemmeno i loro capigruppo e una Finanziaria da votare, chi assicurerà la navigazione di Conte in Parlamento? La liaison dangereuse tra Renzi e Di Maio pare archiviata, anche se in politica non esistono certezze. Non a caso il leader del Pd Zingaretti e il ministro Guerini l’altro giorno hanno convenuto sul fatto che «nel caso si aprisse la crisi per noi ci sarebbero solo le elezioni». Sarà, ma dopo l’approvazione del taglio dei parlamentari la strada delle urne sembra ostruita. E ieri Salvini ha detto che il premier ha «i giorni contati»: è propaganda o ha ripreso a chattare con Renzi e con Di Maio?
Non protesteremo mai abbastanza per i torti che ancora una volta il popolo curdo è costretto a subire. Ed è un bene che l’Europa vada avanti con le manifestazioni, le convocazioni di ambasciatori, qualche pur timida forma di ritorsione nei confronti della prepotenza turca. È una buona cosa, altresì, che si denunci a gran voce la responsabilità del presidente statunitense in ciò che sta avvenendo dalle parti di Rojava: se Donald Trump non avesse ritirato i suoi militari, quel che è accaduto e quel che di terribile potrebbe ancora accadere non sarebbe stato possibile. Ma stride che questa generosa, pressoché unanime partecipazione all’apprensione per la sorte dei curdi, si arresti all’improvviso di fronte a considerazioni più prosaiche circa l’opportunità di dare ancora soldi al regime di Ankara perché continui a «ospitare» i profughi siriani (al momento più di tre milioni e mezzo di esseri umani). Ed è forse improprio definire «ricatto» l’annuncio di Recep Tayyip Erdogan che, in caso di rottura con l’Europa si riterrà libero di lasciare espatriare o espellere quei profughi assieme agli altri che arriveranno. Quale «ricatto»? La verità è un’altra: quel contratto del 2016 che ha consentito all’autocrate turco di incassare tre miliardi di euro, fu discutibile sotto il profilo morale.
Discutibile perché già allora si sapeva bene che pagavamo Erdogan affinché rinchiudesse quegli esuli in recinti molto simili a campi di contenzione. Né chiedemmo rilevanti contropartite di impegni a salvaguardia del profilo etico dell’operazione. Ci limitammo a raccomandare – come incredibilmente fa ancora oggi il segretario della Nato, Jens Stoltemberg – «moderazione». Quella «moderazione» che adesso l’Alleanza atlantica chiede ai tank di Erdogan entrati nella Siria settentrionale che già hanno provocato numerosi morti. Eravamo infine consapevoli, noi europei, del fatto che il regime turco avrebbe tenuto per sé buona parte dei miliardi di euro teoricamente destinati ai migranti. Altro che migranti: quei miliardi di euro erano il prezzo pagato per un’operazione sporca. Ragion per cui se adesso l’Europa giungesse a una (lodevole) rottura con il despota di Ankara, dovremmo considerare l’uscita dei profughi dalla Turchia alla volta dell’Europa come l’esito di un atto da noi compiuto nella consapevolezza delle conseguenze che avrebbe generato. Ma allora perché qualcuno dovrebbe esigere la rottura (o anche solo la minaccia di una rottura) tra Ue e Turchia nel caso in cui non vengano ritirati i militari della mezzaluna dal nord della Siria? Per il fatto che noi lo dobbiamo ai curdi, i quali meritano di avere una terra in cui poter vivere in pace. Soprattutto ora, dopo che coraggiosamente per anni hanno fronteggiato l’Isis che aveva iniziato a insanguinare l’Europa, e hanno combattuto, per così dire, al posto nostro. La causa curda andrebbe adesso sostenuta con la stessa fermezza con cui Mario Draghi ha sorretto le economie europee: «Whatever it takes». E qui veniamo al discorso su Trump. È ridicolo rimproverargli di aver abbandonato il Nord della Siria quando sappiamo che noi europei non abbiamo nessuna intenzione di andareasostituire, né tutti insieme né in ordine sparso, quei soldati statunitensi. Agli europei sfugge che le roboanti parole di sdegno e di sostegno morale contro le soperchierie dovrebbero all’occorrenza essere sorrette dall’uso della forza. Invece noi siamo da sempre noti campioni di un bellicoso intervento a chiacchiere al quale fa seguito una meticolosa disamina delle virtù della mediazione politica e, sotto il profilo militare, dei pregi del «non intervento». Fu così nel 1936, all’inizio della guerra civile spagnola, allorché Francia e Gran Bretagna non trovarono la determinazione per muoversi in soccorso della Repubblica aggredita (mentre l’Italia fascista e la Germania nazista davano una mano, probabilmente decisiva, alla causa di Francisco Franco). Con quell’assenza l’Europa democratica diede un inconsapevole contributo allo scatenamento della Seconda guerra mondiale. Ci fu poi nel secondo dopoguerra una sola occasione, tra il 1998 e il ’99, nella quale una parte del nostro continente si impegnò – sotto le insegne della Nato–in una «guerra umanitaria» (così la definimmo per attenuarne la portata); guerra che aveva lo scopo dichiarato di combattere le sopraffazioni dei serbi ai danni dei musulmani del Kosovo. Decidemmo allora di difendere un popolo più debole dalle angherie di un altro più forte. Un po’ come se adesso trovassimo il coraggio di fare qualcosa di altrettanto concreto a favore dei curdi e di porre un argine alle prepotenze turche. Ai tempi del Kosovo ottenemmo ciò che ci eravamo proposti, inclusa la deposizione del dittatore Milosevic, poi processato dalla Corte dell’Aja. Ci furono all’epoca – come è normale che sia – intellettuali che si schierarono con veemenza contro l’intervento «umanitario», a favore del despota serbo. Adesso, proprio nelle ore in cui i tank di Erdogan entrano in Siria settentrionale e si danno alle prime mattanze, viene assegnato il premio Nobel a Peter Handke. Quell’Handke che ai tempi negò la pulizia etnica dei serbi, non riconobbe la legittimità del Tribunale internazionale a giudicare su quei crimini per poi tenere un commosso discorso funebre sulla tomba di Milosevic. Certo il riconoscimento va alla produzione letteraria, non alle sue posizioni politiche di allora. Ma la coincidenza cela qualche recondito significato su cui sarebbe opportuno fermarci a meditare. Capiremmo, al termine di questa riflessione, perché – passato il momento delle lacrime esibite in pubblico – è assai improbabile che dall’Europa parta un’autentica, concreta iniziativaafavore dei curdi.
Facciamo così. Siccome il cosiddetto “ergastolo ostativo” –cioè vero, senza sconti né scappatoie –l’hanno inventato Falcone e Borsellino e l’hanno ottenuto soltanto nell’agosto del 1992, da morti ammazzati per mano della mafia, chi non è d’accordo la smette di tirare in ballo Falcone e Borsellino quando parla di lotta alla mafia. Per un minimo di coerenza, e anche di decenza, chi lo considera – come la Corte di Strasburgo e la sua Grande Chambre –una forma di tortura, una violazione della Costituzione, una negazione del valore rieducativo della pena, un ricatto per estorcere confessioni, un’istigazione alla delazione, liberissimo: ma deve prima ammettere che Falcone e Borsellino, oltre a tutti i magistrati e i giuristi vivi che ne condividono i metodi, erano aguzzini, torturatori, ricattatori e violatori della Carta. Già, perché purtroppo la demenziale doppia sentenza di Strasburgo, che giudica contrario alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo l’ergastolo ostativo, ha raccolto molti e trasversali consensi in Italia. Fra i tanti, quelli di Luigi Manconi su Repubblica, del rag. Claudio Cerasa e Giovanni Fiandaca (quello che “Il processo Trattativa è una boiata pazzesca”) sul Foglio, di Vittorio Feltri e Filippo Facci su Libe ro (solo che a Facci un collega dispettoso ha messo un titolo alla rovescia, “L’Europa dà una mano a mafiosi e brigatisti”, e ci ha pure azzeccato), di Mattia Feltri su La Stampa, di Tiziana Maiolo sul Du bb io, di Mauro Palma sul manifesto. Oltre ovviamente ai mafiosi e i terroristi coi loro avvocati e amici: ma questi almeno si capisce perché non sopportano l’ergastolo. Gli altri un po’ meno. Intanto sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome. L’ergastolo ostativo è una trovata all’italiana per definire ciò che nei paesi seri si chiama ergastolo e basta. Se l’ergastolo è la condanna a vita, l’aggettivo “ostati – vo”non ha senso. Se non devi uscire mai, non esci mai: punto. Sennò che ergastolo è? Invece in Italia non c’è nulla di più provvisorio delle sentenze definitive e nulla di più temporaneo dell’eternità. Siamo il Paese dell’“en – tro e non oltre” e del “severa – mente vietato”. E nel Codice penale l’unica certezza della pena è che non verrà eseguita. Quella scritta nelle sentenze non corrisponde mai a quella che espia il condannato. Fino a 4 anni di “reclusione” si resta a casa o ai servizi sociali, cioè fuori: con tanti saluti alla reclusione. E dalle pene superiori ai 4 anni vanno detratti i 4 anni di non-reclusione più i 45 giorni a semestre di “liberazione anticipata” per buona o regolare condotta (3 mesi all’anno: un quarto della pena).
A nche per gli ergastolani. Che, nella sentenza hanno “fine pena mai”, ma nella realtà “fine pena sempre” o “v e di amo ”, con 4+X anni d’ant ici po (dipende dell’età al momento della condanna). Fino all’altro giorno l’unica certezza, nell’in – certezza, era che dal 1992 i benefici non si applicavano ai detenuti per i reati più gravi: tipo mafia, terrorismo, sequestro di persona, traffico di droga e (grazie alla legge Spazzacorrotti del 2018) tangenti. Il che, almeno per quel tipo di ergastolani, rendeva l’ergastolo una cosa seria: cioè “fine pena mai” non trattabile. A meno che, si capisce, non dessero segni concreti di ravvedimento collaborando con la giustizia per aiutare lo Stato a reprimere e prevenire reati. Ora, improvvisamente e inopinatamente, questo principio di minima civiltà diventa un “trattamento inumano o degrada nte ” per mafiosi e terroristi ergastolani. Che, secondo le Corti europee, meriterebbero permessi premio, liberazione anticipata, lavoro esterno, semilibertà e altre scappatoie anche se non collaborano. Anche i mafiosi che restano mafiosi, essendo noto a tutti – fuorché a quelle anime belle –che si è mafiosi a vita (“fine mafia mai”) e si smette di esserlo soltanto in due modi: morendo o collaborando. Il che rende surreale, ai limiti del Comma 22, tutto il dibattito s ul l’ergastolo “os ta ti vo ”, cioè vero, che impedirebbe la “rie – ducazione” e la “riabilitazione” del condannato. Intanto perché ci si può riabilitare e rieducare in carcere, come dimostrano i numerosi casi di ergastolani che studiano, si diplomano, si laureano, partecipano a percorsi riabilitativi e rieducativi nelle strutture interne dei penitenziari, senza uscire di galera. Ma soprattutto perché, almeno per chi è inserito in organizzazioni fondate sull’omertà – come quelle terroristiche, quelle mafiose e quelle tangentizie – l’unico sistema per uscirne è quello di parlare, dei propri delitti e di quelli dei complici, rendendosi inaffidabile ai loro occhi e dunque uscendo dal giro. Se un mafioso, un terrorista o un tangentista non denuncia i suoi complici, rimane un terrorista, un mafioso o un tangentista a tutti gli effetti (anzi, ancor più potente e più influente di prima sugli impuniti rimasti liberi grazie al suo silenzio). Dunque non si è affatto rieducato né riabilitato. Perciò non ha senso contestare l’ergastolo ostativo perché non aiuta la rieducazione, quando tutti sanno che è l’unica arma per spingere alcuni ergastolani a rieducarsi davvero, cioè a parlare, per accedere ai benefici. Ma questo, obietta Feltri jr., è “un ricatto di Stato”! Se ci riflettesse, potrebbe dirlo per tutte le pene di tutti i Codici penali: se commetti quel reato, ti metto in galera per tot anni. In realtà sono semplici avvertimenti a scopo deterrente rivolti ai criminali. Che, se delinquono, sanno benissimo a cosa vanno incontro. Sta a loro scegliere. Se sono mafiosi o terroristi e commettono omicidi o stragi, sanno che finiranno al l’ergastolo vero, cioè non usciranno più se non con le gambe davanti. E, se vorranno uscire da vivi, dovranno dire tutto ciò che sanno. In ogni caso non sarà lo Stato che li ha ricattati o torturati. Saranno loro che se la sono cercata.
L’invasione turca del Kurdistan siriano, e il tentativo di sostituzione etnica per insediare i rifugiati siriani al posto delle locali popolazioni curde, non è cominciata ora che si muovono i tank e sparano i cannoni di Erdogan. L’operazione ha avuto il suo inizio politico dieci giorni fa a milleduecento chilometri a Ovest di Rojava, la città su cui ora puntano le forze turche. Il 29 settembre nel campo profughi di Moria, sull’isola greca di Lesbos, una madre e il suo bambino bruciarono vivi in un incendio scoppiato accidentalmente ma reso incontrollabile dalle drammatiche condizioni di sovraffollamento. Seguirono sommosse e incidenti. Il campo, costruito per tremila persone, ne ospitava oltre diecimila. Pochi giorni prima Medici senza frontiere aveva parlato di «catastrofe umanitaria» per i profughi ammassati sulle isole greche. Nel solo mese di agosto Frontex, l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere, ha denunciato l’arrivo dalla Turchia di oltre 9 mila rifugiati siriani: il doppio dell’anno precedente. Per cercare di fermare il flusso, i ministri dell’Interno di Francia e Germania, e il commissario europeo all’immigrazione erano volati ad Ankara. Con l’unico risultato di dover constatare che il presidente turco Erdogan aveva deciso di riaprire il rubinetto dei profughi e ricominciava a rinfacciare alla Ue di non aver mantenuto i patti. Forse allora non molti capirono che l’ennesimo ricatto turco era una mossa preventiva, per tacitare le proteste europee quando sarebbe scattata l’invasione della Siria. Ma ora le dichiarazioni di Erdogan, che minaccia apertamente di «mandare 3,6 milioni di profughi siriani» nella Ue se questa continuerà a criticare l’invasione della Siria, hanno chiarito senza ombra di dubbio i termini della partita, e anche la posta in palio. A questo punto i ministri degli esteri europei che si ritroveranno lunedì a Lussemburgo hanno davanti a quella che si definisce una “alternativa del diavolo”: una scelta tra due opzioni entrambe disastrose. La condanna della Turchia, già espressa da tutti in termini assai chiari, non lascia dubbi. Su questo punto, per una volta, l’Europa non è divisa. Ma il problema è come esprimere concretamente questa condanna. Gli europei possono abbozzare, come ha fatto Trump che ha ritirato i suoi soldati per non ostacolare il massacro dei curdi, firmando così l’ennesima sconfitta, politica, ma questa volta anche morale, della superpotenza americana dopo l’Afghanistan e l’Iraq. Oppure possono cercare di reagire e di far pagare a Erdogan un prezzo elevato per la sua prepotenza militare. In questo campo l’Europa, più ancora degli Usa, ha gli strumenti per fare davvero male al presidente turco, già alle prese con una crisi economica molto dura. Bruxelles può congelare il versamento dei tre miliardi di euro che ancora deve dare ad Ankara in base all’accordo del 2016 che pose fine al primo grande esodo di un milione di rifugiati siriani. Può dichiarare definitivamente archiviati i negoziati per l’adesione della Turchia alla Ue, già di fatto in stallo per la deviazione antidemocratica del regime di Erdogan. Può rimettere in discussione gli accordi di libero scambio, che dal 2006 hanno alimentato il miracolo economico turco. I governi europei possono addirittura sollevare in sede Nato la questione dell’appartenenza della Turchia all’Alleanza atlantica. E di certo possono sostenere all’Onu le eventuali misure di ritorsione che venissero discusse contro Ankara. Erdogan è consapevole dei rischi che corre. E per questo si è preoccupato, mesi e settimane prima dell’attacco contro i curdi, di chiarire bene quale sarebbe il prezzo che gli europei dovrebbero pagare in caso di scontro frontale con il suo regime. Un prezzo altissimo. Se la Turchia aprisse le proprie frontiere, e magari incoraggiasse l’esodo dei rifugiati siriani verso l’Europa, la Ue rischierebbe davvero il collasso. Nel settembre del 2015 centinaia di migliaia di siriani diretti in Germania hanno travolto la Grecia e messo con le spalle al muro Angela Merkel, hanno alimentato il populismo e il sovranismo di estrema destra in tutta Europa, hanno approfondito le divisioni con i Paesi anti-migranti del Gruppo di Visegrad. Infine, hanno costretto la Ue a venire a patti con Erdogan e versagli un vero e proprio riscatto perché fermasse l’invasione. Ancora oggi ci stiamo leccando quelle ferite. Se il flusso dovesse ricominciare travolgerebbe di nuovo la Grecia. Poi i Balcani, nonostante i muri e i reticolati di Orban. La solidarietà tra i governi sarebbe messa di fronte a una prova che non è in grado di sostenere: basti vedere le difficoltà che incontra l’Italia per far accettare la redistribuzione di qualche centinaio di migranti. In breve, la sopravvivenza stessa della Ue sarebbe messa in discussione. D’altra parte, se ancora una volta i governi europei si voltassero dall’altra parte mentre un popolo che si è battuto con eroismo contro i terroristi dell’Isis viene neutralizzato in spregio ad ogni regola internazionale, la Ue tradirebbe i valori morali e politici sui quali si è fondata. Nel 2016 si poteva cedere al ricatto di Erdogan per fermare il flusso dei rifugiati siriani, perché tutto quello che ci veniva chiesto erano soldi. Oggi il presidente turco pretende il nostro silenzio e la nostra acquiescenza di fronte ad un crimine internazionale. Forse a lui sfugge la differenza tra le due poste in gioco, come apparentemente sta sfuggendo all’America di Trump. Ma l’Europa non si può sbagliare: se adesso rimanesse inerte rinnegherebbe i valori su cui si è fondata. Nessun errore potrebbe essere più grave di questo.