Colazione dal Ragioniere dello Stato. Alle 9 in punto di questa mattina i presidenti di Inps, Inail e Agenzia delle Entrate incontreranno Biagio Mazzotta. Tema all’ordine del giorno: la fattibilità del piano di Pasquale Tridico, numero uno Inps. Recuperare cioè 5-7 miliardi dalle compensazioni ritenute indebite che fanno le aziende tra debiti previdenziali e crediti fiscali. Il presidente Inps è convinto di aver scovato una sacca di evasione utile a far quadrare i conti della manovra. Almeno 5 dei 7 miliardi cifrati nella nota di aggiornamento al Def come coperture dalla lotta all’evasione sarebbero il frutto di questo piano. Tutto nasce da una tabella mostrata da Tridico. Dal 2012 al 2018 la massa di compensazioni richieste dalle imprese è cresciuta da 7,85 miliardi a 13,66 miliardi, il 74% in più. In altre parole, sempre più spesso le aziende hanno pagato i loro debiti contributivi (i contributi previdenziali e i premi Inail relativi ai loro dipendenti che devono versare a Inps e Inail) coprendoli con i crediti fiscali che vantano nei confronti dello Stato (ad esempio Iva, ma anche Ires e Irap e altre agevolazioni fiscali). Lo consente la legge 241 del 1997. E non solo alle aziende, ma a tutti i contribuenti. Lo strumento è l’F24, un modello molto utilizzato ad esempio dalle famiglie che versano i contributi delle colf. Se l’intento della legge 241 era buono – semplificare e sveltire gli adempimenti – gli esiti non sempre sono stati all’altezza. Imprese e contribuenti disonesti possono infatti dichiarare crediti inesistenti per coprire i loro debiti. E se nel frattempo l’Agenzia delle Entrate si è dotata di server e strumenti informatici in grado di svelare i bluff anche in tempo reale, non sempre questi controlli funzionano. Esistono due tipi di compensazioni: verticali e orizzontali. Verticali se si coprono debiti fiscali con crediti fiscali: mele con mele, per usare una metafora. Ad esempio ho un debito Irpef o Irap di 100 e lo compenso con un credito Iva di 100. Risultato: zero tasse da pagare. La compensazione è orizzontale quando crediti e debiti sono di diversa natura: mele con pere. Ad esempio ho un debito verso Inps e Inail (è il caso di prima) e lo copro con un credito Iva. Ecco, nei casi “mele con pere”, gli anticorpi dei controlli vanno in fumo. Gli F24 vengono spediti telematicamente (anche dal conto corrente del contribuente) all’Agenzia delle Entrate. E qui nasce il problema: quando si tratta di debiti previdenziali (in capo a Inps e Inail) coperti con debiti fiscali gli alert di fatto non scattano. E questo perché le banche dati di Inps e Inail non comunicano con quelle dell’Agenzia delle entrate. Se dunque la compensazione è indebita, cioè non dovuta perché il credito fiscale è inventato, l’Agenzia delle entrate se ne accorge ma solo a posteriori. Anche con due anni di ritardo quando le imprese in questione spesso sono fallite. Questo arreca allo Stato danni «miliardari», scrive l’Inps in un documento interno. Ma non è solo un problema di gettito. L’azienda – di solito srl – che fa compensazioni indebite fin quando non viene scoperta è in regola con Inps, Inail e fisco. Quindi può ottenere il Durc, il documento che attesta la regolarità nei versamenti dei contributi dei dipendenti. E partecipare alle gare pubbliche, ricevere finanziamenti e agevolazioni. Di qui il piano Tridico. Istituire una piattaforma multilivello per la condivisione dei dati tra Inps-Inail-Agenzia delle Entrate. Usare la blockchain – un protocollo digitale crittografato – per bollinare crediti e debiti. Nel frattempo, colpire con un “daspo” – sospensione momentanea della licenza – commercialisti, consulenti del Lavoro, Caf che danno il visto di conformità a debiti inesistenti (sopra i 5 mila euro, dice la legge, perché sotto si può fare a meno del visto). A parte quest’ultima proposta che sembra sovrapporsi a quanto esiste – carcere fino a 6 anni, sanzioni fino al 200% dell’importo evaso, radiazione dall’albo dei professionisti disonesti – il resto sembra di non immediata realizzazione. E soprattutto c’è un salto logico. La differenza tra 7,85 e 13,66 miliardi – pari a 5,8 miliardi – viene letta dal presidente Inps come frutto di compensazioni “indebite”. Cioè evasione. Sarà così per una parte. Ma per il tutto? Chi potrebbe fare un’istruttoria su questa anomalia – «aumento non giustificato da nessun indicatore economico», dice ancora il documento Inps – non è stato neanche coinvolto: l’Agenzia delle Entrate. Nel frattempo Tridico ha fatto quello che faceva prima di diventare presidente Inps: ha consigliato il ministro Di Maio di puntare su quei 5-7 miliardi di coperture per la manovra. Di Maio l’ha suggerito al premier Conte che si è confrontato con Tridico. Questa mattina però l’esame più importante: con il Ragioniere dello Stato.
Colpito dall’escalation del caso Barr, Giuseppe Conte reagisce. Si schiera con i vertici dei Servizi e con il capo del Dis, Gennaro Vecchione. Da Palazzo Chigi, infatti, trapela a sera un vero e proprio atto d’accusa del premier contro «ricostruzioni false e fuorviante» e contro «fonti che evidentemente vogliono screditare l’operato dei Servizi e alterare la realtà». Punta i riflettori dentro la casa dell’intelligence, il vertice dell’esecutivo. «Si tratta di giochi interni che ci sono sempre stati in passato – è la posizione di Chigi, molto pesante – ma che ora Conte non accetta più». Ce l’ha con i livelli intermedi che starebbero colpendo i vertici degli apparati, a partire dal capo del Dis, a colpi di informazioni. «Dopo che avrà parlato al Copasir – è la promessa – Conte si occuperà personalmente di un chiarimento interno». La situazione è grave, se la linea dettata dal presidente del Consiglio non è più sedare le polemiche, ma colpire chi starebbe complottando per generare instabilità. «Il compito del comparto intelligence – fa notare Chigi – è lavorare con il massimo riserbo e nel rispetto dei vincoli di legge sulla sicurezza nazionale, non certo alimentando fughe di notizie o frammenti di parziali informazioni sui giornali». Conte, tra l’altro, fa negare con la solita indiscrezione ufficiosa che l’incontro tra il ministro Usa e Vecchione si sia svolto nell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. La verità è che sono ore durissime, per l’avvocato. Il paradosso politico di queste ore è racchiuso nelle confidenze di Nicola Zingaretti ai suoi ministri. «In un Paese normale – va dicendo – quelle di Renzi contro Conte sarebbero parole da crisi di governo». E invece nessuno sa dove porterà l’escalation polemica tra i due leader. Di certo, è già sconfinata in guerriglia personale. «Il premier ceda la delega dei Servizi a un professionista – sostiene in tv il capo di Italia Viva – e chiarisca sull’incontro tra il ministro Barr e il capo del Dis». La maggioranza assiste attonita allo scontro. Una cosa è certa: almeno per il momento, Conte giura di voler difendere Vecchione. Nonostante il pressing ricevuto dal Colle fino ai massimi vertici politici della maggioranza. Il premier preferisce guadagnare tempo e riconfermare la fiducia a un uomo scelto personalmente per la guida del Dis. In realtà, vuole comunque evitare di legare l’eventuale cacciata alla vicenda dell’incontro con Barr. Ha bisogno di almeno due o tre mesi, insomma. Per non innescare un’ulteriore battaglia interna ai Servizi, capace di alimentare nuovi scandali. E invece Renzi, proprio per mettere in imbarazzo il capo dell’esecutivo, continua a premere per una sostituzione. A Palazzo Chigi sostengono che l’alleato cerchi di utilizzare il dossier per indebolire Conte. Che miri a costruire una maggioranza diversa dopo la manovra economica. Che punti a tornare alla guida dell’esecutivo. Esattamente la lettura opposta a quella che circola in casa renziana: è il Presidente del Consiglio a non aver ostacolato le indiscrezioni che farebbero risalire al 2016 – quindi nell’era di Renzi a Palazzo Chigi – un “complotto contro l’America” messo nero su bianco non da Philip Roth, ma da Obama con la complicità dell’ex segretario del Pd. Ecco, anche su questa scia di veleni viaggia la cronaca di queste ore. Il primo tassello si deciderà al Copasir, quando mercoledì il centrodestra potrà indicare il successore di Lorenzo Guerini alla Presidenza. Dopo un vertice tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il nodo non è stato sciolto. Sarà decisiva la posizione del Cavaliere: se non cederà alle pressioni di Salvini, passerà un candidato di FdI come Adolfo Urso, evitando un leghista alla guida del comitato dopo lo scandalo del Metropol. Poi toccherà a Conte chiarire sulla visita di Barr, proprio davanti al Copasir. Subito dopo si troverà di fronte al bivio: difendere Vecchione, oppure cedere e decidere gli avvicendamenti. Nel primo scenario, alla guida del Dis andrebbe l’attuale capo Aise Luciano Carta. Legato a questo dossier c’è quello della delega ai Servizi, in mano al premier. È una delle richieste di Renzi che Conte non intende assecondare. A meno che non accetti la proposta di mediazione che informalmente si prepara ad avanzare il Pd: attribuire la delega a Marco Minniti, che ha già rivestito quel ruolo.
Togliere gli 80 euro dai lavoratori e spostarli sui figli. Ecco l’ipotesi, per certi versi rivoluzionaria, che sta tentando il governo giallo-rosso in queste ore. Il Family Act prende quota. E somiglia sempre di più alla formula: un figlio, un assegno. L’obiettivo è arrivare a una dote unica, semplice, mensile erogata senza vincoli e solo perché ci sono figli. In forma di assegno o detrazione. Che incorpori e rafforzi bonus e assegni oggi disseminati a pioggia, non sempre efficaci, con platee ristrette e quasi mai coincidenti. Ma come realizzarlo? La proposta originaria del Pd prevedeva 9 miliardi — aggiuntivi ad assegni familiari e riordino bonus — e un tetto di reddito a 100 mila euro lordi annui: 240 euro al mese per ogni under 18 e poi 80 euro fino a 26 anni, se ancora a carico. Il Forum delle Famiglie propone, da tempo, di usare anche il bonus Renzi che vale 9,5 miliardi — da sommare ad assegni, bonus e detrazioni per un totale di 30 miliardi — e non vincolare la misura a parametri economici: 250 euro a regime per ogni figlio a prescindere dal reddito, fino a 18 anni all’inizio, poi su fino a 26. Oggi a quella suggestione viene dato un peso politico inedito. L’operazione da 30 miliardi sarebbe a costo zero per lo Stato che dovrebbe riordinare tutto l’universo Famiglia. Il premier Conte la sta valutando. E sarebbe pronto a spiegarla agli italiani con le ragioni che impongono di contrastare la drammatica denatalità in atto. Messa così, chi difenderebbe gli 80 euro? Persino il suo ideatore Renzi avrebbe difficoltà a schierarsi contro le famiglie. Il Pd riuscirebbe a fare il Family Act smontando il feticcio di Renzi e sterilizzando i suoi attacchi (il viceministro all’Economia Misiani ipotizza ora che il taglio del cuneo, giudicato da Renzi un “pannicello caldo”, avvenga solo per gli incapienti). I Cinque Stelle di certo non alzerebbero le barricate, ma dovrebbero forse rivedere il reddito di cittadinanza che insiste in parte sulla stessa platea. E l’opposizione non avrebbe grandi argomenti, visto che la Lega in primis era pronta a cancellare il bonus Renzi per fare la flat tax. Ecco dunque il piano. Redistribuire il beneficio da 80 euro — che oggi va ai 10 milioni di lavoratori dipendenti tra gli 8 mila e i 26 mila euro di reddito — alle famiglie e ai loro 10 milioni di bambini e ragazzi sotto i 18 anni. Questo almeno il target iniziale. Per poi salire fino ai 26 anni. Con un contraccolpo non da poco. Di sicuro un terzo di chi oggi incassa il bonus Renzi — 2,8 milioni di persone — non potrebbe più contare su quell’entrata extra in busta paga: 960 euro all’anno fino ai 24 mila euro di reddito, con un décalage importante fino ai 26 mila euro. Questi lavoratori non hanno figli. E se il criterio diventasse “un assegno, un figlio” perderebbero il beneficio. Ma chi ci guadagnerebbe invece? Sulla carta (vedi tabella), oltre 5,6 milioni di famiglie oggi escluse dagli 80 euro. Più altre 6 milioni di famiglie con figli che dal 2014 incassano gli 80 euro, candidate a ricevere più soldi. Va detto che i numeri andrebbero segmentati per tenere conto solo delle famiglie che hanno figli a carico (under 26). Ma l’impressione è che la platea del bonus Renzi potrebbe crescere. Non solo. Sarebbero superati i limiti di quella misura nata in corsa alla vigilia delle Europee di maggio 2014. E poi rimasta una spesa nel bilancio dello Stato, anziché una diminuzione di tasse. Con tutte le storture tecniche: non va a disoccupati, lavoratori autonomi, precari, incapienti sotto gli 8 mila euro, ceto medio sopra 26 mila euro, pensionati. Spetta per reddito personale, non familiare. Due coniugi che guadagnano ciascuno 24 mila euro (totale: 48 mila euro lordi) incassano 960 euro moltiplicati per due: 1.920 euro all’anno. Mentre una famiglia con due figli monoreddito da 30 mila euro lordi prende zero. Non solo. Chi si trova poco sopra gli 8 mila euro di reddito incassa il bonus, chi poco sotto no. Chi fa uno straordinario e supera anche di un euro i 26 mila euro resta a bocca asciutta. Chi lavora con più di un contratto all’anno rischia di prendere gli 80 euro e poi di restituirli: nel 2017 è successo a 1.771.468 lavoratori che hanno ridato indietro quasi mezzo miliardo di euro (494 milioni). Distorsioni che l’assegno unico scioglierebbe. Allargando la platea. Ridando dignità e coraggio a chi fa figli. Stimolando i consumi. Almeno così verrebbe spiegata. Nel 2014 il Pil era 9 punti sotto il livello pre-crisi. Un milione in meno di posti di lavoro. Stipendi fermi. Serviva una scossa. Ora c’è l’emergenza denatalità: nel 2017 è stato toccato il minimo assoluto dall’Unità d’Italia, solo 467 mila nascite. Record ritoccato nel 2018: altre 9 mila in meno. «Senza i 10 miliardi degli 80 euro l’assegno unico non si fa», incalza Gigi De Palo, presidente del Forum Famiglie. «La nascita di un figlio è la seconda causa di povertà in Italia, la politica non può girarsi dall’altra parte».
Cominciata male, la partita del Russiagate, nella sua declinazione italiana, promette di finire peggio. Di fronte a un oggettivo e inedito vulnus inflitto al delicatissimo equilibrio di cui vivono gli apparati – aver messo a disposizione dell’autorità politica di un Paese straniero, ancorché alleato, gli Stati Uniti, i nostri apparati di intelligence, spionaggio e controspionaggio, perché fornissero notizie non attinenti alla comune sicurezza nazionale, ma agli interessi politici di un’amministrazione (Trump) – il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sceglie l’arrocco.
Si dichiara vittima di una congiura di quegli stessi apparati – i nostri Aise e Aisi – che aveva messo a disposizione della Casa Bianca e con cui promette di regolare “personalmente” e “internamente” i conti. Si afferra, promettendone una difesa non negoziabile, all’uomo che del pasticcio aveva incaricato di occuparsi, il direttore del Dis Gennaro Vecchione. Non fa l’unica cosa che avrebbe dovuto sin qui fare. Affrontare il merito della questione. Dunque, e più semplicemente, le ragioni dell’impegno assunto con Trump a collaborare sul Russiagate. Per giunta, in assoluta solitudine e nel pieno di una crisi che lo avrebbe visto nell’arco di due settimane restare presidente del Consiglio nell’avvicendamento di due maggioranze di opposto colore. Conte sceglie infatti di rinviare il chiarimento di fronte al Copasir, l’organo parlamentare di controllo sui Servizi che proprio lui decise di non informare, né formalmente, né informalmente, né prima, né dopo i due incontri di Roma tra il ministro Barr e i nostri Servizi il 15 agosto e il 27 settembre. Nella scelta di Conte, è evidente il nervosismo e l’allarme di chi, in ritardo, ha compreso che il Russiagate può trasformarsi in una garrota. Con l’ex alleato (Salvini) che ha ora gioco facile a rimproverargli ciò che lui gli ha rimproverato per “Moscopoli” – la fuga dal Parlamento – un Comitato parlamentare di Controllo sui Servizi (Copasir) che da mercoledì avrà un nuovo Presidente scelto tra le opposizioni, e il mobilissimo Renzi, lesto a sfruttare l’occasione per chiedere (lo ha fatto ieri) che il Premier si spogli del suo potere di indirizzo sui Servizi a beneficio di un’autorità politica delegata in grado di meglio garantire lui e l’intera maggioranza. Accusare la stampa di «false» o «parziali» ricostruzioni degli incontri di Roma, mettendo questa volta nel mazzo anche quotidiani come New York Times e Washington Post (ricostruzioni che, al contrario, fonti diverse e qualificate confermano a Repubblica come esatte) perché imboccata da fonti interessate, segnala che al presidente del Consiglio sfugge il cuore di questa vicenda. Che non ha a che fare con Servizi buoni e cattivi, fedeli o infedeli. Con apparati che si chiede “usi ad obbedir tacendo”. Con lo “spirito di servizio”. Ma con un’idea del Potere. L’Intelligence, i suoi apparati, i suoi uomini, sono un patrimonio del Paese. La “ragione di Stato”, come dice la parola, non appartiene ad una maggioranza politica o alla scelta solitaria di un premier in transizione (come accaduto in questo caso) in cerca di rinnovata legittimazione internazionale. Soprattutto, i Servizi segreti non sono i Moschettieri del Re. E il presidente del Consiglio dovrebbe ricordare che chi, in passato, si è abbandonato a questa irresistibile tentazione – il Sismi di Nicolò Pollari all’acme del ventennio Berlusconiano – non ha avuto fortuna. Dovrebbe ricordare il caso Abu Omar (anche lì qualcuno pensò di fare un favore all’amico di turno alla Casa Bianca facendogli sequestrare a Milano un imam da agenti della Cia con l’appoggio di uomini dei nostri apparati). O, da giurista quale è, dovrebbe ricordare che proprio per proteggere e proteggersi da quella tentazione il Paese si è dato una legge di riforma dei Servizi dove l’accresciuto potere riconosciuto all’Intelligence e ai suoi uomini è bilanciato da un imprescindibile controllo delle loro attività, del loro rapporto con la presidenza del Consiglio. La materia è troppo delicata per improvvisare. E se poi nel gioco, come in questo caso, sono gli americani, la faccenda, se possibile, è ancora più delicata.
Nessuno può sapere con certezza se il Parlamento deciderà di amputarsi in modo definitivo di 345 deputati e senatori. Forse sì, nonostante i malumori diffusi, visto che il Pd e anche il partito di Renzi, dopo essersi sempre opposti al taglio, voteranno a favore, in omaggio alla “realpolitik” che li ha condotti all’accordo di governo con i Cinque Stelle. Comunque sia, l’ultimo voto è il più a rischio: si cammina sul filo. Ma non solo per il contestato disegno di legge costituzionale, al quale non fa da corollario alcuna intesa sulle altre riforme indispensabili per dare un senso allo strappo.
Ad esempio la sfiducia costruttiva, come propone Luciano Violante, oltre a una legge elettorale che non sia iniqua. Si procede lungo un sentiero stretto soprattutto perché i rapporti nella maggioranza sono rapidamente peggiorati. E negli ultimi giorni anche la posizione del presidente del Consiglio si è fatta instabile. Dipende dalla frenesia del Matteo Renzi pre-Leopolda, certo. Ma dipende allo stesso modo da eventi imponderabili che richiamano l’attenzione sul clima poco limpido in cui è maturato l’esecutivo Conte 2, con riflessi che oggi potrebbero minarne la navigazione. Si può riassumere così. Esiste un cerchio largo di interessi politici – dal Pd al premier in carica – che punta a frenare Renzi, la cui fama di destabilizzatore mai domo è ormai non scalfibile. Nella sua campagna mediatica incessante, il politico di Rignano tenta di distinguere tra le critiche alla politica economica e fiscale del governo (rivendicate) e la volontà di mettere in crisi Palazzo Chigi (smentita). È probabile che sia così, al di là delle apparenze, perché Renzi non può permettersi di correre il rischio di elezioni anticipate. Ma resta il fatto che l’astio tra lui e Conte ha ormai raggiunto e superato la soglia di sicurezza. Al punto in cui siamo, è poco verosimile che s’individui un punto di equilibrio in grado di coinvolgere e pacificare Renzi per i prossimi due o tre anni. Magari favorendo il suo ingresso nel governo in un ruolo adeguato. D’altra parte esiste un secondo cerchio in cui la vittima è proprio Conte, un uomo dall’ascesa fin troppo rapida. Prima “l’avvocato del popolo” ha fatto da cassa di compensazione tra partiti rivali, come Lega e 5S. Oggi, nel nuovo quadro, l’operazione gli riesce meno e la contesa con Renzi su Iva e cuneo fiscale lo dimostra. In tutto questo, ecco il cigno nero, l’evento imprevedibile. Non è usuale che un leader di maggioranza – sempre Renzi – chieda al premier di abbandonare la delega con cui controlla i servizi segreti. È un atto di solenne sfiducia aperto a ogni conseguenza. Sullo sfondo ci sono i contatti che Conte è sospettato di aver favorito tra un emissario di Trump e i nostri servizi. Il che rimanda ad altri interrogativi ugualmente opachi, fondati su voci e insinuazioni: Renzi ha incoraggiato a suo tempo giochi di servizi miranti a compromettere Trump sui rapporti con la Russia, così da aiutare Obama in funzione filo-Clinton? Non si sa e comunque è una vicenda che deve essere chiarita. È invece del tutto credibile la frattura politica rispetto agli Stati Uniti: Conte si è inventato con successo come uomo di Trump; Renzi è legato a Obama e a un certo establishment che oggi sostiene Biden. Due mondi opposti, due sistemi di relazioni che si riverberano sugli assetti di casa nostra e li rendono incerti.
Speriamo che la discussione sulle politiche per le famiglie che si è aperta nel governo non si risolva in una mera competizione su chi offre – in astratto – di più, salvo poi ripiegare su qualche bonus, accusandosi vicendevolmente per l’impossibilità di mantenere le promesse. Non sarebbe la prima volta. Eppure, le premesse per iniziare una seria politica di sostegno alle famiglie ci sarebbero, almeno per quanto riguarda le famiglie con figli minori. Almeno a parole, c’è un diffuso consenso, non solo tra i partner di governo, ma anche in parlamento e tra le varie associazioni della società civile che si occupano di questi temi, sulla necessità di mettere ordine nel frammentato insieme di trasferimenti monetari legati alla presenza di figli che si è venuto costruendo in questi anni. Questa frammentazione, che riguarda anche i criteri di accesso, produce dispersione, quindi scarsa efficacia, e in alcuni casi (incapienti, disoccupati di lungo periodo) anche esclusione. Da questa consapevolezza nasce la proposta di unificare tutti i trasferimenti legati alla presenza di figli in un assegno unico mensile fino alla maggiore età, una proposta che, appunto, oggi sembra condivisa da quasi tutti i partiti. La discussione riguarda se debba essere dello stesso importo a prescindere dal reddito famigliare (immagino equivalente, cioè commisurato all’ampiezza della famiglia, per evitare di creare altre ingiustizie), o invece sia più opportuno farlo variare con il variare del reddito, dando di più a chi ha meno, e se debba esserci una soglia massima di reddito (si parla di 100 mila euro annui) oltre la quale non vi sarebbe assegno. Sono questioni serie, con buone ragioni per chi sostiene l’una o l’altra tesi. L’entità delle risorse necessarie per dare un assegno significativo forse suggerisce di partire con un assegno variabile con il reddito (equivalente) e fino ad una soglia massima, che tuttavia includa la maggioranza delle famiglie con figli. La cosa importante è iniziare a mettere ordine, senza farsi tentare, di fronte al lavoro necessario a questo scopo, e al tempo che richiede, dal chiudere la partita erogando un ennesimo bonus o confermando l’esistente. Meglio prendersi il tempo necessario, con scadenze certe. Preoccupa un po’, da questo punto di vista, che la ministra delle Pari opportunità e della Famiglia abbia parlato di un “bonus nascita”. Speriamo che sia solo una questione lessicale, così come il family act evocato da Renzi, come se non ci si riuscisse a discostare dal vocabolario, non felicissimo, di una passata stagione. Nel governo e nel Parlamento sembra ci sia consenso anche su un altro punto: la necessità di investire nell’ampliamento dei servizi per la prima infanzia e nella riduzione delle rette. Questi servizi non sono solo un fondamentale strumento di conciliazione lavoro-famiglia per i genitori di bambini molto piccoli, in particolare per le madri. Sono anche un’indispensabile risorsa di pari opportunità per i bambini. Migliorare il livello di copertura, ora al 24% a livello nazionale tenendo conto sia dei nidi pubblici sia di quelli privati e convenzionati, sia delle sezioni primavera nelle scuole materne, ma con livelli inferiori al 10% in alcune regioni meridionali, costituirebbe non solo un pezzo importante delle politiche di sostegno alle famiglie con figli piccoli e, indirettamente, alle scelte di fecondità, ma anche un investimento cruciale nelle nuove generazioni. Anche in questo caso, è importante prendere la direzione giusta. Inutile promettere di abbassare le rette se i nidi non ci sono e se i bambini la cui mamma non è occupata di fatto non possono fruirne.
La tecnologia non è né buona né cattiva ma neanche neutrale: questa è la prima legge della tecnologia di Melvin Kranzberg. In questa frase c’è già tutto: la potenza dei motori di ricerca e dei social network è sempre lì a suggerirci che non prendono posizione, che non sono responsabili di quello che si scrive e possono solo dirigere il traffico. La prima grande bugia è considerare i motori di ricerca, le piattaforme di chat o i social network, luoghi neutrali. Organizzare i profitti, verso che direzione orientare i propri algoritmi, sono scelte precise, economiche e politiche, l’algoritmo non è neutrale, non è buono né cattivo. Quando decide di premiare la quantità indipendentemente dalla qualità, questa è una scelta profondamente politica perché va a impattare con quanto dice Roger McNamee: «Quando gli utenti sono arrabbiati, consumano e condividono più contenuti. Se rimangono calmi e imparziali hanno relativamente poco valore per Facebook che fa di tutto per attivare il cervello rettile». McNamee, che fu uno dei primi investitori in Facebook – e ne è oggi pericolosamente spaventato per il mondo che ha creato – descrive la dinamica della rabbia come capitale primo dei social network: se non sei arrabbiato non stai tutto il tempo attaccato al telefono, se aggredisci, senti con la pancia, rispondi nell’immediato, allora sei utile e aiuti a rendere virale il contenuto. Quello che i social network fanno ho provato a compararlo al mercato delle auto.
Perché più dell’ottanta per cento delle auto sul mercato italiano ha motori in grado di arrivare (e superare) i duecento chilometri orari? In nessuna strada sei autorizzato a tale velocità. Eppure puoi comprare un’auto che corre oltre i limiti, puoi farlo sapendo che rischierai, oltre che di ammazzare e ammazzarti, il ritiro della patente. I social network fanno qualcosa di simile ma senza limiti. Autorizzano a spammare ogni sorta di contenuto, di insulto, di bugia, di manipolazione, violano sistematicamente la privacy raccogliendo ogni sorta di informazione su di te ma non solo ti autorizzano a farlo: ti garantiscono (e si garantiscono) impunità. Al massimo in qualche raro caso banneranno qualche insulto, e ci sarà qualche episodico processo su qualche violazione gravissima avvenuta all’interno dei loro spazi. Ma per il resto ogni secondo lasceranno che si condividano palesi bugie, propaganda di ogni tipo, attacchi personali, porcherie di ogni genere. Non solo produci motori che vanno oltre i limiti consentiti, ma dai l’impunità a correre il più possibile. Ovviamente non è solo questo il web, non sono solo questo i social network anzi, la loro ragione d’essere si fonda sulla diffusione del sapere, la connessione degli esseri umani, la creazione di nuove grammatiche emozionali. Questo in linea di principio ancora sopravvive in residuali spazi perché la trasformazione è ormai completamente avvenuta, come scrive Franco Berardi, “Bifo”: «Innumerevoli tempeste di merda sommandosi hanno trasformato l’infosfera globale in uno tsunami di merda che ha disattivato l’universalismo della ragione, ridotto la sensibilità e distrutto i fondamenti del comportamento etico. Il risentimento identitario ha sostituito la solidarietà sociale, e la cultura dell’appartenenza ha sostituito la ragione universale». Esprimere i propri pensieri con un tono corretto ed educato viene percepito come inautentico, non utilizzare un registro sarcastico ti degrada immediatamente all’ambiguità: cosa nascondi se provi a convincere e non demolire, a ragionare e non vincere? Questo ha creato un riflesso automatico per cui nello spazio dei social il sentire comune crede solo a chi palesa il suo interesse chiaramente, a chi si sente chiaramente che difende se stesso, la sua parte, i suoi soldi, il suo successo, la sua razza. Insomma, sé e basta. Sé e quelli come sé, o in nome di quelli come sé. Siamo disposti a credere non solo esclusivamente a ciò che è governato da un interesse personale, ma peggio, che sia autentico e disinteressato l’odio e ambiguo e segretamente mossa da oscuri profitti la ricerca di empatia, di giustizia, la possibilità d’esser buoni. Una persona che è abitata dalle sue contraddizioni, dai suoi errori, che per vivere lavora o vuole migliorare se stesso ma che oltre che guadagnare per sé e la sua famiglia prova a migliorare la società in cui vive, che prova a credere che il diritto alla felicità sia diritto dell’umanità, non solo è derisa e non creduta ma per sostenere questi suoi principi è sistematicamente sottoposta a una prova di stress, indagine e diffidenza estrema. Qualsiasi suo errore umano e contraddizione servirà a delegittimare la sua voglia di mutare in meglio il mondo come se gli fosse fatta tana. Ti abbiamo beccato! Al contrario se appartieni alla categoria degli insultatori, di coloro che si palesano autenticamente come avversari di qualsiasi moto solidale, ti è permessa ogni sorta di errore, ogni compromissione è tollerata. Insomma il bene sarebbe concesso nell’infosfera soltanto a esseri metafisici che non ricercano il loro benessere e che non errano. In una parola il bene è impossibile: persegui solo il tuo profitto e difendi la tua zolla, sentiti simile ai tuoi prossimi, leggi solo ciò che ti conferma il tuo sentire. Fine. Di questo odio si nutrono i social network, questo pensiero è alimentato dai filtri dei motori di ricerca che fingono di non esserne parte ma sono organizzatori di ciò che viene versato nell’oceano in cui poi su richiesta vanno a rassettare e ordinare informazioni su richiesta. Come ricorda il formatore Andrew Lewis, «se non state pagando qualcosa non siete un cliente: siete il prodotto che stanno vendendo». Il testo che pubblichiamo è una parte dell’intervento che sabato sera Roberto Saviano ha pronunciato sul palco di OnLife, il primo evento di Repubblica organizzato a Milano e dedicato alla società digitale. Il video integrale su Repubblica.it
Uno studente chiese a Goti Bauer, sopravvissuta milanese alla Shoah, donna di grande dolcezza, se un giorno mai avrebbe perdonato i suoi aguzzini. «No» rispose Goti. Un no cortese ma secco. La domanda non l’aveva turbata. Forse gliel’avevano già fatta tante altre volte. Io, che pur l’avevo ascoltata in diverse occasioni, insieme a Liliana Segre e altri testimoni, mi sarei aspettato chissà perché, in quella circostanza, una risposta più articolata. Forse ai giovani e al pubblico contemporaneo andrebbe spiegato perché un reato di genocidio non va mai in prescrizione e perché con l’oblio le vittime muoiono una seconda volta. Ma quel no di Goti, mi convinsi, non aveva bisogno né di spiegazioni né tantomeno di giustificazioni. Andava bene così. Storia senza perdono è il titolo del saggio scritto da Walter Barberis e appena pubblicato da Einaudi. Lo storico torinese si interroga sulle ragioni che spingono una società — anche se sotto traccia — a tentare di chiudere i capitoli più dolorosi della propria storia. A mettere un punto. Quasi un istinto a liberarsi del passato nell’illusione che ciò rischiari e rassereni il futuro, lo liberi dalle «catene» delricordo. Ma la memoria è una guida. Non è un peso, un fastidio retoricoenemmeno una distrazione. «Solo il Dio della Bibbia — scrive Barberis — può perdonare, chi altri ha il diritto di farlo, con quale autorità?Il“per-dono” è la più alta forma di amnistia, e l’amnesia è la sua diretta conseguenza». L’autore si domanda altresì che cosa abbia da guadagnare una società da un «occultamento pacificatore del suo torbido passato». Nulla. Ha tutto da perdere. Ed è come se rinunciasse a un prezioso vaccino e gettasse via tutti gli anticorpi — frutto del dolore delle vittime, del sacrificio e del coraggio dei giusti — nella speranza che una malattia si possa sconfiggere dimenticandone i sintomi. La malapianta dell’indifferenza, i germi dell’intolleranza, ricrescono facilmente. Si nutrono di pregiudizi, sospetti, caccia al diverso ritenuto colpevole senza prove di ogni nostro guaio, bersaglio delle nostre paure. L’ignoranza e la manipolazione della storia fanno riemergere vecchi fantasmi. La seduzione dei totalitarismi trova terreno fertile nel ribollire di nuovi rancori sociali. È l’arma impropria con cui spesso si reagisce a un senso di esclusione, di ingiustizia. E così i carnefici vengono riabilitati, le vittime ricacciate nei lager. L’oblio è anche questo. Ma si dimenticano anche i giusti. Ho ascoltato tante testimonianze, soprattutto di Liliana Segre, davanti a platee di studenti, attenti, spesso commossi, nel silenzio assoluto (con un pubblico di soli adulti non sempre è così). La preoccupazione del testimone, nella sofferenza rinnovata del racconto, è anche e soprattutto quella di restituire vita e dignità alle altre vittime, alle persone che non hanno avuto la fortuna di salvarsi. Il testimone si sente quasi in colpa per non averne condiviso il destino. Semmai volesse perdonare, non potrebbe mai farlo pensando ai tanti, tantissimi, non solo ai familiari, che non sono mai tornati. All’impossibilità di piangerli su una tomba. All’idea che persone trasformate, da una efficiente macchina di morte, in pezzi da smaltire possano ritornare alla condizione di scarti della storia. Ma i testimoni, che purtroppo si assottigliano con il passare degli anni, non bastano per consegnare alle prossime generazioni una memoria viva, non retorica, un insegnamento utile. Né sono sufficienti i musei, i memoriali. Occorre, come dice Barberis, una storiografia fatta di ricerca razionale, di onestà dell’insegnamento e soprattutto di «tanta umanità». Barberis riprende una frase di Primo Levi: «La memoria umana è uno strumento meraviglioso e fallace». Ma non va oltre la dimensione individuale. E attenzione a non abusarne, si può rimanerne impigliati. «L’abuso della memoria — scrive Barberis — non è meno dannoso di un cattivo uso della storia». Il libro elenca anche numerosi falsi, come L’uccello dipinto del 1965 di Jerzy Kosinski. Storie inventate come quella uscita dalla fantasia di Enric Marco, che ha ingannato a lungo un intero Paese, la Spagna, ed è stato descritto magistralmente da Javier Cercas ne L’impostore. Per lungo tempo, subito dopo la guerra, dimenticareerimuovere apparvero due scelte di necessità, persino di buon senso. Anche da parte dei sopravvissuti, che un po’ si vergognarono. L’orgoglio della parola, il dovere della testimonianza verrà più tardi, dopo il processo Eichmann, con l’esposizione del dolore delle vittime. A Norimberga no: era prevalsa una trattazione più fredda e cartacea nell’individuazione delle responsabilità del regime nazista. A dieci anni dalla Shoah, il regista Alain Resnais rimontò le immagini mostrate a Norimberga in un documentario dal titolo Notte e Nebbia. Il primo sul genocidio degli ebrei. La censura francese ne proibì la diffusione. Per le scene dei corpi straziati? No, perché si poteva scorgere un militare francese spingere anch’egli, come i tedeschi, i connazionali ebrei sui treni diretti ai campi di concentramentoedi sterminio. Stessa sorte ebbe, ma eravamo già nel 1969, un altro regista francese, Marcel Ophüls, con il documentario Le Chagrin et la Pitié. De Gaulle disse che il Paese non aveva bisogno di verità, ma di speranza e coesione. Le responsabilità francesi nella deportazione degli ebrei verranno riconosciute dall’appena scomparso Jacques Chirac a proposito del rastrellamento del Vélodrome d’Hiver, soltanto nel 1995. Ma anche altri Paesi compreso il nostro, caddero nella tentazione di dimenticare, rimuovere, lavare le coscienze dalle tante complicità nazionali. Il Nobel Elie Wiesel, ricordato da Barberis, sosteneva che i sopravvissuti hanno da dire più di tutti gli storici messi insieme. «Perché solo coloro che vi passarono sanno che cosa fu; gli altri non lo sapranno mai». Vero. L’importante, però, è che non se lo dimentichino, che ne assimilino la lezione storica. E soprattutto che non invertano ragioni e torti. Accade spesso quando la memoria si attenua, si spegne o muta semplicemente sostanza. Come diceva Levi, è fallace.
Entro due giorni la Camera, salvo incidenti, approverà in via definitiva la riduzione del numero dei parlamentari. Proprio in queste ore circola un appello di +Europa, il gruppo guidato da Emma Bonino, contro tale riforma. L’appello (sensatamente) dichiara inaccettabile una riduzione drastica del numero dei parlamentari che non sia «contestuale o successiva alle altre modifiche costituzionali riguardanti il ruolo e il funzionamento delle Camere». Quella misura, voluta dai 5 Stelle in nome di una ideologia antiparlamentare, verrà supinamente accettata, a quanto pare (a meno di ribellioni dell’ultimo minuto), dal Partito democratico allo scopo di preservare la stabilità del governo. Ciò è conseguenza della prevalenza numerica dei 5 Stelle, il partito di maggioranza relativa, ma anche della debolezza culturale del Pd. E, per la verità, non soltanto del Pd. Si è sempre detto (correttamente) che il favore o l’ostilità per l’una soluzione istituzionale o per l’altra non sono mai soltanto espressioni di differenti valutazioni «tecniche» relative alla efficacia o meno delle varie misure. Dietro le scelte costituzionali (parlamentarismo, presidenzialismo, eccetera) come dietro la preferenza per un sistema elettorale o l’altro (maggioritario, proporzionale, eccetera) compaiono per lo più differenti visioni e differenti tradizioni politico-culturali. In gioco ci sono idee difformi sul dover essere della politica, dei rapporti fra politicaesocietà, eccetera.
Il presidenzialismo di Bettino Craxi degli anni ottanta era la «faccia» istituzionale di un progetto che miravaasottrarre l’Italia al controllo spartitorio di quelle che erano allora definite le due chiese (Dc e Pci). Allo stesso modo, il federalismo della Lega di Umberto Bossi, era l’ingrediente costituzionale di un progetto che mirava alla autonomia, se non alla indipendenza, della Padania. A sua volta, il movimento referendario dei primi anni novanta che impose la trasformazione in senso maggioritario della legge elettorale, immaginava quella trasformazione come un primo passo: doveva essere seguito da una riforma della costituzione che rafforzasse il peso del governo (con un qualche sistema di cancellierato, il superamento del bicameralismo paritetico, e altre misure). C’erano senza dubbio in quel movimento referendario idee e retropensieri diversi. Il progetto veniva declinato più a destra o più a sinistra a seconda delle sensibilità. C’era chi immaginava che un esecutivo più forte e (si sperava) alla guida di una compatta maggioranza, avrebbe dovuto preoccuparsi soprattutto del risanamento finanziario e della crescita economica. E c’era chi pensava che il perseguimento di questi obiettivi non avrebbe dovuto impedire il varo di misure volte ad attenuare le disuguaglianze. Ma, nel complesso, dietro al progetto di una «democrazia maggioritaria» (tale non solo in virtù di una legge elettorale maggioritaria ma anche di mirate riforme costituzionali) c’era l’idea di una radicale rimodulazione dei rapporti fra politica, economia e società rispetto ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica. Una coda (l’ultima) del progetto della democrazia maggioritaria è stato il referendum costituzionale del 2016. Il risultato di quel referendum ha posto la pietra tombale su quelle aspirazioni. Anche gli avversari, coloro che si opponevano alla democrazia maggioritaria, avevano una tradizione politico-culturale a cui attingere: la loro preferenza per il sistema elettorale proporzionale e per governi istituzionalmente deboli era giustificata, secondo loro, dalla condizione di permanente polarizzazione ideologica del Paese nonché dalle sue forti divisioni territoriali. Essi pensavano che l’eccesso di instabilità governativa, di irresponsabilità finanziaria e di ingerenza statale nella vita economica e sociale, dovuti al sistema politico-costituzionale in vigore dal 1948, fossero costi accettabili al fine di garantire la libertà degli italiani. Presidenzialismo, federalismo, democrazia maggioritaria. Non erano solo tre differenti soluzioni «tecniche», erano anche espressioni di differenti culture politiche e di differenti aspirazioni sociali. E sono stati tre fallimenti. Hanno lasciato dietro di loro il deserto. Nessuno può più credibilmente azzardarsi a formulare progetti istituzionali ambiziosi. Nessuno tranne i 5 Stelle. Il loro progetto (certo non da realizzare immediatamente) è la democrazia diretta in versione digitale, è il depotenziamento massimo della democrazia rappresentativa/parlamentare. La riforma messa in cantiere (la riduzione dei parlamentari) nonché i penosi argomenti che la accompagnano (sui risparmi che deriveranno dal «taglio delle poltrone») sono coerenti con una visione del mondo per la quale i Parlamenti, e quello italiano in particolare, sono potenziali luoghi di malaffare. Di fronteaquesto attacco, culturale, politicoeistituzionale, alla democrazia parlamentare, gli altri, per lo più, balbettano o assumono posizioni poco credibili. Balbettano quando tentano di normalizzare la riforma dei 5 Stelle, costituzionalmente ineccepibile nelle forme, ma eversiva nelle aspirazioni. Oppure, se non balbettano, fanno proposte che sembrano solo strumentali, sconnesse da una qualsivoglia visione politica. La Lega si è oggi convertita improvvisamente al maggioritario dopo avere difeso per tutta la sua esistenza il sistema elettorale proporzionale e dopo avere detto «no» nel referendum del 2016 al superamento del bicameralismo paritetico, ossia a una riforma che sarebbe stata indispensabile per stabilizzare e rendere coesi governi eletti con il meccanismo maggioritario. Gli antichi fautori del maggioritario (come chi scrive) non possono che rallegrarsi per la conversione della Lega. Ma sono consapevoli del fatto che si tratta di una conversione basata solo su calcoli di convenienza momentanea. E i calcoli sulle convenienze cambiano di continuo. Proprio perché le scelte istituzionali non sono mai solo scelte tecniche non solo Forza Italia (oggi è il caso più evidente) ma anche il Partito democratico si trovano nei guai. Nati entrambi nell’età del maggioritario, espressioni entrambi della democrazia maggioritaria allora in formazione, hanno cercato di indossare—anche loro inseguendo le convenienze del momento — il vestito proporzionale. Saranno probabilmente puniti. Il futuro sembra appartenere ad altri.
Il governo nella nota aggiuntiva al Def ha promesso una seria lotta all’evasione fiscale. Ma ci possiamo credere? I dubbi paiono ampiamente giustificati alla luce del fatto che questo obiettivo è stato presente in tutti i programmi di tutti gli esecutivi, ogni volta però con risultati scarsi o nulli. È diventato così un elemento cardine, più che dell’azione effettiva di un governo, della sua retorica politica, non diversamente dalla spending review o dalle privatizzazioni. Ilrischio che anche questa volta la storia si ripeta sembra confermato dalla stessa, poco credibile cifra che il governo Conte ha inserito tra le entrate del prossimo anno come frutto del contrasto all’evasione: oltre 7 miliardi di euro, una cifra che ricordaifantastilioni del Paperino di Disney. Se finisse così anche questa volta, con la lotta all’evasione utilizzata soprattutto per coprire (per lo più sulla carta) con entrate presunte delle spese effettive, sarebbe davvero un peccato, poiché la discussione e le proposte circolate negli ultimi giorni o settimane sembravano indicare un largo consenso — anche dell’opinione pubblica—attorno a qualche soluzione tecnica sulla quale il nuovo esecutivo intenderebbe puntare con decisione. Si era inizialmente parlato di tassare in qualche modo i prelievi di contante oltre una certa cifra, ma la misura — in cui, nonostante l’avesse inizialmente presentata il Centro studi di Confindustria, si percepiva l’eco di un certo giustizialismo grillino — sembra sia stata saggiamente accantonata: avrebbe infatti tassato del denaro onestamente guadagnato solo per la forma materiale che esso veniva ad assumere. Molto si intenderebbe puntare invece, sulla scia dei buoni risultati prodotti dalla fatturazione elettronica, sull’incremento dei pagamenti con carte/bancomat per contrastare transazioni e redditi sottratti al Fisco. In questi casi c’è sempre chi grida al pericolo di una limitazione della nostra libertà ed evoca lo Stato di polizia. Ma non è un’obiezione seria, visto che la maggior parte dei Paesi europei usa tranquillamenteemolto più di noi i pagamenti elettronici anche per importi minimi (a chi scrive è appena capitato di stare un’intera settimana in Svezia senza aver cambiato, e neppure mai visto come son fatte, le corone svedesi). Ma forse, in tema di evasione, sarebbe anche necessaria una vera discussione che andasse oltre le misure tecniche e la necessità di far quadrare i conti della legge di bilancio in un modo tanto facile quanto poco verosimile. La questione infatti non riguarda soltanto le casse dello Stato, bensì la qualità della vita associata, il patto implicito di cittadinanza che ne è a fondamento. Da tempo una parte degli italiani ha la sensazione che un’altra parte—una minoranza, ma non certo insignificante — quel patto non lo rispetti, sottraendosi al versamento di quanto dovuto al fisco; quella parte di italiani pensa, con qualche ragione, di essere tartassata anche perché c’è chi riesce a sottrarsi ai propri obblighi di pagamento. Ecco, una delle conseguenze più negative del fenomeno dell’evasione consiste nell’alimentare in milioni di italiani un malessere diffuso, che incrina un sentimento di appartenenza alla comunità nazionale già piuttosto fragile. Senza un efficace contrasto all’evasione fiscale, anche la lotta alle diseguaglianze sociali continuamente evocata da ogni governo rischia di diventare un semplice costrutto retorico. Su cosa mai può fondarsi una politica di welfare se non sul reddito individuale o familiare? Ma se la certificazione di questi redditi non corrisponde al vero l’intervento pubblico non solo diventa meno efficace ma può perfino aumentare le diseguaglianze, togliendo a finti ricchi (ricchi solo perché non vogliono o possono sottrarsi agli obblighi fiscali) per dare a finti poveri(che a quell’obbligo si sottraggono con successo). Lamentiamo in continuazione di avere uno scarso senso civicoeuna percezione spesso elastica della legalità. Ebbene, più dell’educazione civica nelle scuole — che ancora nessuno sa bene in cosa dovrà consistere, con il rischio che si occupi di tutto, dall’ambiente all’Europa — favorire comportamenti di lealtà fiscale equivarrebbe a un’importante opera di vera educazione civica rivolta a ogni fascia d’età. Implicherebbe anche, in alcune zone del Paese, un’azione di bonifica del territorio. Se, in certe località del Mezzogiorno, quando stiamo per saldare il conto scopriamo che il pos è «momentaneamente scollegato» e ci viene chiesto di pagare in contanti non è presumibilmente per motivi tecnici, ma perché siamo di fronte a un’attività che si svolge almeno in parte in nero. Un’attività che, si potrebbe perfino dire, a volte deve essere in nero per sopravvivere, poiché paga già una «tassa» illegale alla camorra o a qualche altra organizzazione criminale. I principi della convivenza democraticael’eguaglianza dei cittadini, il controllo del territorio e la politica sociale: la lotta all’evasione fiscale implica questioni del genere e perciò dovrebbe stare davvero al centro dell’azione politica, non lasciando che venga evocata retoricamente da ogni nuovo governo per mettere in bilancio entrate che presumibilmente non ci saranno.