Caro direttore, il tema della governance della società digitale sempre più spesso irrompe, con la forza delle grandi “questioni democratiche”, nel diritto europeo, nel tentativo di delineare il miglior equilibrio tra innovazione e libertà. La Corte di giustizia, con due sentenze ha trattato, tra ombre e luci, alcuni aspetti importanti del rapporto tra informazione, nuove tecnologie e dignità, attraverso il prisma del diritto all’oblio. Esso nasce, vent’anni fa, come diritto a non subire gli effetti pregiudizievoli della ripubblicazione, a distanza di tempo, di una notizia pur legittimamente diffusa in origine ma non più attuale. Il rapporto lineare tra attualità della notizia, pubblicazione e oblio è mutato profondamente con l’avvento delle nuove tecnologie. La rete annulla la distanza temporale tra una pubblicazione e la successiva, ospitando senza soluzione di continuità notizie anche risalenti, spesso superate dagli eventi e per ciò non più attuali. Lo stesso diritto all’oblio ha così subìto una metamorfosi importante, arricchendo il suo contenuto e avvalendosi di strumenti di tutela diversi. Tra questi ha assunto un rilievo determinante, anche grazie alla sentenza Costeja della stessa Corte del 2014, la deindicizzazione di notizie pur legittimamente pubblicate in origine, ma divenute inattuali per il tempo trascorso. Da allora, sempre più rilevante è stato il ricorso, da parte dei cittadini, a questo rimedio, per garantire il “diritto al ridimensionamento della propria visibilità mediatica”, rispetto all’implicazione forse più pregnante dell’informazione in rete: la capacità di attribuire a ciascuno, con la pervasività di un mezzo planetario e la potenza dell’indicizzazione, nuove identità, spesso insensibili al trascorrere del tempo. E proprio questo aspetto è sviluppato dalla nuova pronuncia della Corte di giustizia, con alcune implicazioni particolarmente rilevanti per la cronaca giudiziaria. Il profilo della persona, stilato dal motore di ricerca organizzando le notizie indicizzate, deve secondo la Corte rifletterne la condizione (anche giudiziaria) attuale, rimuovendo quindi i link ad articoli non aggiornati all’evoluzione processuale, ogniqualvolta l’impatto negativo sull’identità sia sproporzionato rispetto all’esigenza di agevole reperibilità della notizia. Così, anche qualora tale esigenza non sia recessiva e non si debba, dunque, deindicizzare, le informazioni restituite dal motore di ricerca dovranno essere visualizzate in modo da riflettere la posizione giudiziaria attuale della persona. La notizia dell’assoluzione non deve, ad esempio, essere posta in coda a una pluralità di link più risalenti, relativi all’imputazione, alle misure cautelari, persino alla condanna non definitiva. Dev’essere, insomma, il criterio dell’esattezza e dell’aggiornamento (e non quello del numero dei click) a governare l’algoritmo dei motori di ricerca i quali, titolari di un ruolo sempre più centrale rispetto all’informazione in rete, non possono affidare alla mera lex informatica decisioni così rilevanti sui diritti fondamentali. La nuova sentenza aggiunge, dunque, un altro tassello al rafforzamento della responsabilizzazione delle piattaforme rispetto ad attività che hanno un impatto determinante sui diritti fondamentali, utilizzando anche la tecnica in funzione di tutela anziché di limitazione delle libertà. A tali tecniche dovrà peraltro farsi ricorso, per impedire che la limitazione della deindicizzazione alle sole pagine europee dei motori di ricerca — confermata in questi giorni con un’altra e meno “coraggiosa” sentenza della Corte — finisca per vanificare una delle conquiste più importanti di questi anni: il diritto all’oblio, appunto. L’autore è presidente dell’Autorità garante per la privacy.

Uno dei più importanti attivisti egiziani, Alaa Abdel Fatah, è stato arrestato sabato nell’ambito dell’ondata di fermi che le autorità egiziane hanno lanciato dopo le proteste scoppiate contro il regime del presidente Abdel Fatah al Sisi nell’ultima settimana. Abdel Fatah è uno dei volti principali della rivolta di piazza Tahrir, che nel 2011 con 18 giorni di manifestazioni pacifiche destituì il presidente Hosni Mubarak dopo 30 anni di potere. Ingegnere, informatico e blogger, 37 anni, è stato, come molti volti della società civile del 2011, travolto dalla spirale di repressione seguita a quei giorni di speranza. Nel 2014, sotto Al Sisi, fu arrestato con l’accusa di aver promosso una protesta: nel 2015 condannato a cinque anni di carcere, nonostante le campagne internazionali per la sua liberazione. Scarcerato a marzo 2019, Abdel Fatah era ancora costretto a passare in prigione tutte le notti e non aveva avuto il permesso di lasciare l’Egitto. Proprio nel carcere in cui si trovava è stato arrestato nella notte fra venerdì e sabato: «Hanno tentato di fingere di averlo rilasciato sabato mattina alle 6, ma nostra madre era fuori ad aspettarlo e così sono stati costretti ad ammettere di averlo fermato di nuovo» , ha scritto su Twitter sua sorella Mona Seif. Poche ore dopo, uno dei legali dell’uomo, Mohamed el Baker, che si era recato alla prigione per seguire il caso, è stato anche lui arrestato. Secondo quanto riferito all’agenzia Reuters da fonti della procura del Cairo, entrambi sono accusati di aver diffuso false notizie e incitato alla rivolta. Abdel Fatah è uno dei 1900 egiziani arrestati nell’ultima settimana: si tratta della più dura repressione di massa messa in atto dal regime di Al Sisi negli ultimi anni. In manette sono finiti scrittori, attivisti, giornalisti, legali e semplici familiari di persone che, dall’estero e via social network, avevano espresso critiche al governo. Gli arresti seguono un’ondata di proteste scatenata in tutto l’Egitto dai video in cui l’imprenditore in esilio Mohamed Ali accusa il governo di corruzione: migliaia di persone sono scese in piazza nelle maggiori città del Paese, nonostante la sistematica repressione del dissenso portata avanti da Al Sisi negli ultimi anni, con omicidi di Stato, sparizioni forzate e torture nelle carceri. Preoccupata per gli arresti, la commissaria Onu per i Diritti umani Michelle Bachelet ha inviato nei giorni scorsi un monito all’Egitto, affinché le proteste pacifiche siano tollerate e non represse.

Diceva a tutti i sindaci: «Lei ha tanti problemi. Se lascia la discarica aperta le assicuro che per i suoi cinque anni non se ne dovrà occupare». Lo disse anche a Ignazio Marino, che l’ha riferito, testuale, alla commissione parlamentare d’inchiesta. Ma lui, appena in Campidoglio, chiuse i 240 ettari di Malagrotta, la più grande discarica d’Europa che dal 1963 al 2013 aveva inghiottito cinquanta milioni di tonnellate d’immondizia sputata fuori dalla città eterna. Per l’Ue quella discarica si doveva chiudere entro il 31 dicembre 2007, e invece era rimasta aperta altri sei anni. Sembrava proprio a terra, Manlio Cerroni: quell’uomo arrivato da Pisoniano, minuscolo paese della campagna romana, che per mezzo secolo era stato il padrone dei rifiuti. E quanto ne fosse il padrone, sta a dimostrarlo l’incredibile numero di dipendenti passati all’Ama, l’azienda pubblica romana dei rifiuti da cui incassava più di 100 milioni l’anno, provenienti dal suo paese: un centinaio, per difetto. Su 732 abitanti. Uno su sette almeno erano netturbini a Roma. Anche loro lo chiamavano “Il Supremo”. Ma era una supremazia, disse Marino in Parlamento, «mai conquistata con procedure di evidenza pubblica, gare competitive o selezioni trasparenti». Spedire i rifiuti a Malagrotta era semplice e apparentemente pure economico, e i politici che sedevano in Campidoglio non si dannavano l’anima per rispettare le regole. Senza però preoccuparsi del fatto che quel problema si sarebbe prima o poi ripresentato in maniera devastante. Sembrava dunque finita per “Il Supremo”, investito anche da un’inchiesta per associazione a delinquere finalizzata, dicevano i magistrati, «a consentire l’ampliamento della posizione di monopolio di Cerroni e delle sue aziende nella gestione dei rifiuti». Ma lui non mollava, e continuava a tempestare la nuova sindaca di Roma, Virginia Raggi, di lettere che ripetevano il ritornello: «Solo io posso risolvere il problema…». E un bel giorno, dopo che in primo grado i giudici l’avevano assolto, e perfino riabilitato perché “operava”, scrissero, “per l’interesse collettivo”, eccolo rispuntare. Con il nuovo cda dell’Ama che di fronte alla città sommersa dalla spazzatura non riesce a far altro che chiedergli aiuto. Cerroni si frega le mani. A 93 anni il prossimo 18 novembre, e con un nuovo rinvio a giudizio recapitatogli giusto un paio di settimane fa per il malfunzionamento degli impianti di anni e anni fa, il padrone dei rifiuti di Roma continua a essere lui. E Roma è il centro del suo impero, dove c’è di tutto. Dalle discariche alla tecnologia per trattare l’immondizia, venduta pure in Giappone. La commissione parlamentare ha ricostruito la mappa della immensa galassia di interessi che fanno capo a Cerroni e alle sue due figlie Monica e Donatella individuando ben 131 fra aziende e sigle varie. Dicono tutto, la storia e la figura di questo personaggio, di come l’Italia sia diventata ostaggio della spazzatura. Il sistema dev’essere tenuto sempre sulla corda tesa, ai confini dell’emergenza, in un equilibrio instabile fra le grandi multiutility (pubbliche) del Nord e i “monnezzari” privati che fanno un sacco di soldi. Sono famiglie. Come gli Albanese, che hanno conquistato la Puglia. O i De Gennaro in Campania. Oppure la dinastia Maio in Abruzzo. O la famiglia di Roberto Sancinelli, che dalla crisi dei rifiuti degli anni 90 a Milano ha organizzato in Lombardia sotto benevoli sguardi leghisti la più grande industria di compostaggio d’Europa. Roba da 650 mila tonnellate di materiali organici l’anno. Personaggi pressoché sconosciuti, che si tengono volentieri alla larga dai riflettori. E dal mercato. Perché mercato significa pericolosa trasparenza. In un giro d’affari di 28 miliardi l’anno è quotata in Borsa una sola azienda privata di trattamento rifiuti. È la Biancamano spa dei fratelli Pizzimbone, liguri di ponente ritenuti amici del potente dominus locale del centrodestra Claudio Scajola e tra i primi fondatori dei circoli della libertà di Marcello Dell’Utri in Sicilia. In Borsa capitalizza meno di 9 milioni. Pier Paolo Pizzimbone è stato deputato Pdl e poi commissario di Fdi a Savona. Nel 2018 ha patteggiato un anno per estorsione nei confronti di alcune ditte siciliane. I rapporti con la politica sono ingrediente decisivo in un business che attraversa non di rado una zona grigia. Nella quale ha talvolta un ruolo importante anche la criminalità organizzata. E il futuro è denso di incognite. Prendiamo, per esempio, la Sicilia. Lì non ci sono inceneritori né grandi impianti di compostaggio. Solo discariche. Le principali sono in mano ai privati, che ottengono dai politici via libera a sconsiderati ampliamenti con grande facilità, mentre i lavori nelle discariche pubbliche s’inceppano misteriosamente. Bellolampo, la grande collina di proprietà del Comune che da trent’anni mastica i rifiuti di Palermo, è satura. I lavori per la settima (settima!) vasca dovevano essere già conclusi, invece devono ancora iniziare. Così le mille e rotte tonnellate d’immondizia che ogni giorno si producono a Palermo e dintorni vanno dall’altra parte dell’isola, alle discariche private. Soprattutto in quella, immensa, della famiglia Leonardi. Si trova tra Catania e Lentini, dove in poco tempo i Leonardi hanno messo su una impresa, la Sicula trasporti, che fattura quasi 100 milioni di euro all’anno. Mentre la discarica cresce sempre. Nel gennaio 2018 ha ottenuto dalla Regione un ennesimo ampliamento per 1,8 milioni di metri cubi che vale 180 milioni di euro. Oggi i re dell’immondizia in Sicilia sono loro: una famiglia che sta comprando mezza Catania. Alberghi, squadre di calcio, palazzi, bar, immobili. Una fortuna che ha come unico filo conduttore, ha scritto la commissione parlamentare d’inchiesta, l’emergenza. Prefetti, sindaci, presidenti di Provincia, governatori, tutti hanno firmato aumenti di cubatura. «Dall’esame dei documenti”, scrivono i commissari, “si conclude che tutti i decreti di autorizzazione ambientale rilasciati non possiedono le caratteristiche di conformità legislativa né permettono l’effettuazione di controlli. Ciò ha determinato una grave compromissione del territorio». I rifiuti di Palermo andranno anche in un’altra grande discarica privata, quella della Oikos dei Proto, tra Motta Sant’Anastasia e Misterbianco. Sono loro i principali datori di lavoro della zona e i sindaci di Motta Sant’Anastasia, ultimo il leghista Anastasio Carrà, devono fare i conti con loro. Uno dei Proto, Domenico, è stato appena condannato in primo grado per aver corrotto un funzionario regionale che si occupava di autorizzazioni ambientali. Il resto dovrebbe essere smaltito a Siculiana, nell’impianto della famiglia di Giuseppe Catanzaro, già presidente di Confindustria locale, braccio destro di quell’Antonello Montante appena condannato a 14 anni per associazione a delinquere e altri reati. Catanzaro si è autosospeso dalla carica in Confindustria, perché indagato in uno dei filoni della stessa inchiesta. Ma dal Sud c’è anche un imponente traffico di rifiuti che va verso il Nord. Dove c’è chi sta facendo affari d’oro sfruttando la mancanza di impianti nel Mezzogiorno. In particolare nel Veneto, che accoglie la differenziata del Lazio, della Campania e della Calabria, con aziende arrivate in poco tempo a fatturati astronomici. Tipo la Sesa di Este, piccolo centro a due passi da Padova. Una società diventata leader in Italia nella produzione di compost per concime agricolo. Una inchiesta di Fanpage ha sollevato più di un dubbio sia sulla proprietà di questa impresa sia sulla qualità del concime che poi finisce nei terreni agricoli. Il Comune di Este ha il 51 per cento delle quote, il resto delle quote è di Angelo Mandato, che entra nella società nel 1995 insieme a Sandro Rossato: un imprenditore calabrese arrestato nel 2014 perché sospettato di essersi aggiudicato degli appalti in Calabria con i favori della ‘ndrangheta. Rossato morirà prima della fine del processo. Mandato è il re del compostaggio in Veneto, con quote anche in altre due grandi aziende: la Bioman e la Biogreen. Il suo responsabile delle relazioni esterne è Fabrizio Ghedin, ex consulente della ex sottosegretaria del ministero per l’Ambiente, la leghista Vannia Gava. La Biogreen ha dato un finanziamento di 30 mila euro alla Lega, mentre l’ex vicepresidente della Bioman risponde al nome di Gianpaolo Vallardi, leghista presidente della commissione Agricoltura del Senato. E quando iniziano a seguire il flusso dei rifiuti che dal Sud vanno al Nord i magistrati hanno intercettato anche smaltimenti illeciti. Ma esattamente al contrario di ciò che avveniva un tempo, quando il Sud era la pattumiera del Nord. Un caso dice tutto. Si è scoperto un traffico illegale di rifiuti, speciali e non, che provenivano dalla Campania e venivano smaltiti nelle province di Milano, Mantova, Brescia, Lodi, Verona. Spazzatura fatta viaggiare su mezzi di ditte colluse e occultata da un giro di documenti falsi. Secondo i giudici un ruolo chiave l’avevano i fratelli Stefano e Maurizio Assanelli che si occupavano fisicamente del trasporto e dello smaltimento. Intercettati, esultavano: “La merda diventa oro!”.

«Ma quale multa, chi la chiama così non ha capito di cosa stiamo parlando. Non si tratta di una sanzione, ma di un patto politico-morale che i candidati del Pd in Umbria hanno proposto e stabilito liberamente di sottoscrivere con il tesoriere regionale per “risarcire” il partito nel caso in cui, una volta eletti, qualcuno decidesse di lasciare il gruppo». Il commissario dem Walter Verini non sa più a quale santo votarsi per domare «la tempesta in un bicchiere d’acqua» scatenata dall’impegno firmato dagli aspiranti consiglieri per scoraggiare i cambi di casacca in costanza di mandato: chi vorrà abbandonare, dovrà prima sborsare 30mila euro, pari al danno d’immagine e finanziario patito da un partito che già di suo non naviga nell’oro. Già ribattezzato codicillo anti-Renzi, l’inedita iniziativa ha subito acceso gli animi nel Pd e dintorni: specie dalle parti di Italia Viva, che molto conta sulle prossime defezioni per ingrossare le sue fila. «Sciocchezze», taglia corto Verini, «l’idea è stata lanciata da Giacomo Leonelli, che fra l’altro è un renziano della prima ora, è stata condivisa da tutti i candidati e non ha niente a che vedere col dibattito nazionale sul vincolo di mandato inaugurato dai 5S: il patto umbro non lo mette in alcun modo in discussione, ogni consigliere — e ci mancherebbe altro — è libero di esercitare le sue prerogative come meglio crede». E non gli si dica nemmeno che questo meccanismo somiglia tanto alla penale da 100mila euro prevista dai regolamenti del Movimento per zittire il dissenso, costringere a votare come ordinano i vertici e impedire fuoriuscite. «I candidati hanno solo voluto offrire una maggior tutela al rapporto tra eletti e comunità degli elettori: chi se ne va è chiaro che rompe un patto di fiducia», insiste Verini. Ma nel Pd è bagarre. «Non avevo capito che la scelta di costruire un’alleanza Pd-M5S in Umbria, peraltro mai discussa, prevedesse l’obbligo di emulare le parti peggiori del grillismo. È qualcosa al di fuori della cultura politica democratica» tuona Matteo Orfini. Pronta la replica della vicesindaca di Carpi Monica Gasparini: «Orfini preferisce andare dal notaio e cacciare chi non la pensa come lui, come fece ai tempi di Marino». E se il capogruppo in Senato Andrea Marcucci invita «a ripensarci, inseguire i grillini non è una buona idea», subito ritwittato dall’omologo di Italia Viva Davide Faraone, il deputato renziano Luciano Nobili va giù duro: «Il problema non è il Sistema Casaleggio all’Onu, è il Sistema Casaleggio in Umbria». E mentre l’ex governatrice Marini si diverte («Qui da noi le modifiche costituzionali si applicano prima che le approvi il Parlamento… Siamo avanti»), il capolista umbro Luca Gammaitoni si dice sconcertato: «È un patto politico-morale per rispetto della comunità di elettori democratici che ci voterà sotto il simbolo Pd, non certo un vincolo sanzionatorio. E come tale l’abbiamo sottoscritto».

Il timore di essere tagliati fuori dalle decisioni che contano. Ma ancora di più la paura di fare «un regalo grande così a Salvini». Questo muove Matteo Renzi nella prima vera incomprensione con il governo giallo-rosso. «Non voglio fare il Pierino», è la premessa dell’ex premier. Nessun renziano deve comportarsi come un guastafeste. Il problema però esiste. «L’esecutivo è nato per scongiurare l’aumento dell’Iva. Dobbiamo mantenere la promessa a tutti i costi altrimenti diventa un piacere alla Lega», spiega Renzi ai suoi fedelissimi nei colloqui di una domenica in cui parla per la prima volta in tv il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Si parte da un dato di fondo: Gualtieri e Renzi vanno d’accordo. Quando il titolare del Tesoro stava a Bruxelles ha favorito la massima flessibilità per l’Italia durante i governi del Pd. «I viceministri Misiani e Castelli — spiega tuttavia Renzi — stanno già facendo delle riunioni e noi siamo stati tagliati fuori». Di cosa si discute in questi vertici? Il sospetto è che si parli di una rimodulazione della tassa sui consumi o di aumenti selettivi. «Entrambe le idee non mi trovano d’accordo». Ma se servono al taglio del cuneo fiscale? «Io lo dico per il bene del governo — insiste Renzi — . Non possiamo partire con aumenti dell’Iva comunque li si chiamino. Se serve rinviamo anche il taglio del cuneo. Noi abbiamo qualche idea per trovare i soldi e la tireremo fuori. Se ci chiamano alle riunioni…». L’ordine di scuderia è non fare polemiche, non aprire quella che Nicola Zingaretti preventivamente ha chiamato «guerriglia» tra alleati di fronte alla fase più delicata per qualsiasi esecutivo: la scrittura della legge di bilancio, oggetto di appetiti, recriminazioni e voli pindarici. Per questo anche un’altra riunione in cui Italia Viva è stata tagliata fuori non diventa un motivo di polemica. «Per fortuna con Andrea Orlando sulla giustizia la pensiamo allo stesso modo su molte cose. E sul Csm eletto per sorteggio sono d’accordo con i grillini. Facciamo finta — dice Renzi — che fosse un vertice tra 5 stelle e Pd. Legittimo per carità». Il riferimento è alla riunione della scorsa settimana con Orlando, il premier Conte e il Guardasigilli Bonafede. Il messaggio è: passi una volta ma poi alle riunioni di maggioranza dev’esserci la capodelegazione di Italia Viva Teresa Bellanova. Tanto più sulla giustizia, una materia su cui i renziani vogliono smarcarsi dal giustizialismo di grillini e di parte del Pd. È il terreno sui si può arare tra l’elettorato e gli eletti di Forza Italia, che in questo momento è il principale obiettivo degli scissionisti. Ora l’obiettivo principale di Renzi è crescere non fare le pulci a Conte tutti i giorni. «Finora noi la maggioranza l’abbiamo allargata non messa in difficoltà», fa notare Ettore Rosato, uomo macchina del nuovo partito. Presto i 40 parlamentari attuali, spiega, diventeranno 50. Ieri in un giro tra Torino e Asti sono arrivate altre adesioni, racconra Rosato. Militanti, amministratori locali. «Quando ci sarà il simbolo partiremo davvero — osserva — . Il simbolo è pronto e bellissimo, lo presenteremo alla Leopolda». Prossimo giro di Rosato: in Sardegna. Italia Viva batte tutto il Paese, si dà appuntamento a Firenze il 18 ottobre. Ha bisogno di visibilità per allargarsi e questo preoccupa una parte consistente del governo. Possono nascere problemi, con il Pd e anche con il Movimento. C’è ad esempio un caso Scalfarotto. Il sottosegretario agli Esteri renziano è destinato ad avere la delega per il commercio con l’estero. Così è sancito dai patti presi da Franceschini all’atto di nascita dell’esecutivo. Ma Luigi Di Maio, il suo ministro, la pensa diversamente. Ha riunito venerdì la squadra a 5 stelle alla Farnesina e si è discusso delle strategie per favorire l’export italiano. Ivan Scalfarotto non c’era. Manlio Di Stefano, anche lui sottosegretario agli Esteri e fedelissimo del capo politico, rivendica la stessa poltrona, chiaramente con il beneplacito del ministro. È una piccola miccia, ma che potrebbe annunciare altri casi esplosivi. Ancora non si potuta sperimentare la tenuta del governo rispetto alle proposte di una forza alla ricerca di spazioa a tutto campo. Intanto si comincia con un cavallo di battaglia sulle tasse. Per rispettare, come un impegno solenne, il pilastro su cui si è costruito l’esecutivo e perché come dice al Foglio Renzi «noi siamo il partito No Tax».

Mario Draghi parla al Financial Times, in una delle sue ultime interviste da presidente della Bce e punta a una riforma fiscale dell’Eurozona che la renda capace di competere in un mondo sempre più globalizzato e di uscire dalla morsa di potenze come Cina e Usa. Draghi chiede agli Stati di investire di più per contrastare il rallentamento dell’economia e sottolinea che l’unione fiscale, cioè un coordinamento anche della fiscalità dei Paesi membri «è più urgente che mai». «Data la debolezza dei singoli Stati in un mondo sempre più competitivo per effetto delle potenze globali, è cruciale avere un’ unione più forte – spiega Draghi al quotidiano finanziario inglese –. In alcune aree, una maggiore integrazione fiscale favorirebbe questo risultato». Anche perché secondo il presidente uscente della Bce «per avere un’unione economica e monetaria più forte dovremmo avere un budget condiviso per l’Eurozona». Questo è l’auspicio del numero uno dell’Eurotower, anche se Draghi è consapevole della grande divisione politica che regna in Europa. «Chiaramente il dibattito politico per arrivare a questo risultato è ancora molto indietro – ammette – ma io sono ottimista». Dopo otto anni alla guida dell’istituto di Francoforte – con il mandato che scadrà a fine ottobre – secondo il Financial Times le parole di Draghi sono destinate a creare ancora più polemiche in Germania, dove da sempre c’è un approccio molto conservativo e contrario all’unione fiscale. Ma Draghi vede rosa: «La diversità di opinioni sulle politiche fiscale è ovunque, non solo in Europa». Tra i punti critici c’è ovviamente anche la politica di tassi bassi e quantitative easing della Bce. Il numero uno Bce, però, resta convinto che lo stimolo monetario ha avuto molti benefici, capaci di contrastare le conseguenze negative come creare inflazione nei prezzi degli asset e penalizzare i risparmiatori. Per questo oggi un maggiore supporto dei governi «sarebbe un grande aiuto», dice, anche perché «lo stimolo monetario straordinario rischia di dover durare a lungo senza un supporto dalla politica fiscale» dei singoli Paesi membri. E infatti il presidente Bce sottolinea che l’aumento della spesa pubblica da parte degli Stati è «più urgente di prima» per contrastare il rallentamento globale dell’economia. A iniziare dalla Germania, sempre contraria ad aumentare le spese, anche se la sua economia inizia a dare segnali di recessione. In generale però Draghi è ottimista anche alla luce della crisi greca che ha dimostrato «l’importanza delle riforme strutturali», dato che la Grecia ha ridotto il debito e risanato i conti. Per il presidente Bce ormai «le persone in Europa hanno capito i benefici che ha portato la moneta unica e la fiducia nell’Eurozona va crescendo ancora: gli oppositori dell’euro non avranno successo».

La legge è stata approvata quasi due anni fa (il 22 dicembre del 2017) ma è come se non ci fosse. È un problema depositare il biotestamento ed è impossibile far conoscere ai medici, in caso di bisogno, le volontà lasciate da chi a causa di un grave incidente o di una malattia non è più in grado di esprimere la propria opinione sui trattamenti sanitari. Le “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, le cosiddette Dat, al momento sono lettera morta. È vero che dal giorno dell’approvazione della sofferta legge non si è rimasti fermi ma si è proceduto molto lentamente a causa di una serie di problemi burocratici, di approfondimenti, di osservazioni di varie amministrazioni dello Stato e di via libera che si sono fatti attendere. Il problema principale adesso non ha a che fare con la raccolta delle Dat. Quelle i cittadini le possono depositare all’ufficio di anagrafe del proprio Comune, alla Asl e anche presso i notai. Non tutti questi soggetti sono ancora pronti a riceverle in tutta Italia ma le cose stanno migliorando, anche dopo che sono state risolte una serie di questioni del ministero dell’Interno riguardo alla formazione dei dipendenti comunali che devono inserire il biotestamento nel registro dedicato. Il tema caldo adesso è un altro. Non è attiva infatti la banca dati nazionale delle Dat, il grande registro dove devono essere custodite le dichiarazioni presentate dai cittadini che vanno messe in rete con i reparti di pronto soccorso o le rianimazioni. Quando un dottore si trova davanti un paziente privo di coscienza sul quale bisogna avviare procedure invasive, deve poter schiacciare un tasto sul suo computer e vedere se quella persona ha fatto il biotestamento e quali sono le sue disposizioni riguardo, ad esempio, all’intubazione. C’è una Regione che sarebbe pronta, ed è la Toscana, dove il sistema di raccolta delle volontà, soprattutto nelle Asl, è stato messo in piedi, e dove è pronto anche un registro consultabile dagli ospedali, che sono in rete. L’assessorato alla Salute ha faticato molto per avere il via libera del Garante della privacy. Quando questo è arrivato, è giunta anche l’indicazione che la Regione non può partire da sola, deve aspettare l’attivazione della banca dati nazionale. Più o meno la stessa cosa è successa per l’Emilia-Romagna, praticamente arrivata in fondo anche lei al processo organizzativo. Così nessuno si muove. L’ex ministra alla Salute Giulia Grillo aveva preparato uno schema di decreto proprio sulle modalità di registrazione del biotestamento nella banca dati nazionale. Tra le funzioni di quello strumento indicate nel testo, c’è «l’accesso ai dati da parte del medico che ha in cura il paziente, allorché per questi sussista una situazione di incapacità di autodeterminarsi». Inoltre il decreto ricorda che c’è pure un finanziamento di 2 milioni per la costruzione della banca dati «così come previsto dalla legge di Bilancio 2018». A giugno l’atto, che disegna un passaggio di informazioni sensibili riguardo ai cittadini, ha avuto il via libera del Garante della privacy, un po’ come successo alla Toscana. A fine luglio c’è stato l’ok anche della Conferenza Stato-Regioni. Adesso, sempre a dimostrazione degli infiniti passaggi che si stanno facendo prima di arrivare alla applicazione della legge sul biotestamento, si attende un parere del Consiglio di Stato. A quel punto la questione dovrebbe, il condizionale è a questo punto obbligatorio, arrivare sulla scrivania del nuovo ministro alla Salute Roberto Speranza. La sua potrebbe essere la firma che chiude questa vicenda lunghissima, rendere operativa la banda dati e far partire tutto il sistema delle Dat. Almeno nelle Regioni che sono in grado di raccogliere le volontà e di comunicarle ai medici. Nelle altre chissà.

«Solo se saremo in grado di spiegare agli italiani che noi non vogliamo regalare la cittadinanza a nessuno, ma lavorare per integrare i bambini che hanno già concluso un ciclo di studi in Italia, conoscono la lingua, frequentano le nostre scuole e i nostri figli, riusciremo a raggiungere quello che io considero un traguardo di civiltà». Lucia Azzolina, 37 anni, due lauree e una carriera da dirigente scolastica, è una Cinquestelle che non ha paura di dire quello che pensa, anzi. Da sottosegretaria all’Istruzione ritiene che la sua sia una postazione strategica per far funzionare, quando sarà, la legge sullo ius culturae. La discussione sulla cittadinanza agli stranieri, bloccata dai veti leghisti durante il Conte1, ripartirà giovedì alla Camera. Ci sono speranze che stavolta si arrivi a un testo condiviso? «Sì, ma solo a delle condizioni. Intanto bisognerebbe ripartire da un dibattito serio e onesto nel Paese, senza forzare i tempi in Parlamento. Un dibattito fin qui letteralmente inquinato da Salvini. Serve spiegare agli italiani che stiamo parlando di bambini che hanno meno di 12 anni e aver paura dei bambini non ha senso. E poi occorre far capire che un bimbo integrato oggi, sarà domani un adulto consapevole, che sente d’appartenere alla nostra comunità. È anche una questione di sicurezza: uno straniero escluso è un cittadino frustrato, deluso, e all’Italia non fa bene avere cittadini frustati e delusi». Però nel Movimento, e in parte pure nel Pd, c’è preoccupazione: tanti pensano che la propaganda di Salvini abbia fatto breccia nel Paese e affrontare lo ius culturae ora rischia di ridar fiato ai leghisti e destabilizzare il governo. «Per questo non bisogna avere fretta. Bisogna armarsi di pazienza e sviscerare con calma le ragioni di un provvedimento tanto delicato. Iniziando a parlare proprio a quella parte del Paese che ha creduto o crede ancora alla propaganda di Salvini per evitare che abbia paura. Ripeto: stiamo parlando di bambini». Quindi metterete dei paletti? «Occorre rispondere a un’esigenza di giustizia. Immaginiamo una squadra: se io ho un ragazzino che fa gli allenamenti, è bravo, ma poi quando c’è da giocare lo lascio sempre fuori dal campo, questo bambino non si sentirà mai parte della squadra. Lo stesso vale per la scuola. Se io ho un ragazzino che frequenta le lezioni, fa i compiti e partecipa al lavoro in classe perché a un certo punto gli si deve dire: sì, in classe sei uguale agli altri ma fuori dalla classe sei diverso?». Per questo il M5S proporrà un suo testo sul quale far convergere le altre forze di maggioranza? «Alla proposta di legge sta lavorando Giuseppe Brescia. Ma adesso non è importante sapere se andrà in porto o quanto tempo ci vorrà, l’importante è condividere dei principi». ]Il premier Conte ha aperto, Di Maio invece frena. Per decidere il da farsi chiederete a Rousseau? «Lo stesso dibattito ampio e senza pregiudizio che si farà nel Paese, serve promuoverlo nel M5S, dentro il quale esistono sensibilità diverse. Solo parlandone fra di noi si potrà arrivare alla sintesi migliore». Ma poi deciderà Rousseau? «Io non sono contraria, però prima è bene informare tutti i cittadini, non solo quelli iscritti alla piattaforma». Insisto, Di Maio appare restìo… «Luigi è una persona intelligente, sa che su questo tema le opposizioni faranno di tutto per delegittimarlo. Ma il M5S ha sempre vinto quando ha avuto coraggio delle proprie idee e lo ius culturae è un’idea giusta. Il coraggio, la correttezza, l’onestà prima o poi pagano. E io sono certa che se sapremo spiegare bene questa proposta, gli italiani capiranno che l’Italia avrà solo da guadagnarne».

Il Pd, pur con qualche frattura interna, spinge. M5S invece frena. E sullo ius culturae, alias ius soli, si apre una nuova crepa nella maggioranza giallo-rossa. Lo slancio di Giuliano Pisapia nell’intervista a Repubblica – «lasciamoci alle spalle l’oscurantismo di Salvini, cittadinanza al minore straniero entrato in Italia entro i 12 anni, che abbia frequentato regolarmente un percorso formativo per almeno 5 anni sul territorio nazionale» – non contagia, o forse spaventa M5S, e apre un’ala di dissenso nel Pd. Dove si oppone in modo netto Alessia Morani, una renziana di ferro rimasta però nella casa madre e oggi sottosegretario al Mise. «È un principio sacrosanto e una legge di grande civiltà – scrive su Fb – ma riprendere ora il dibattito è un errore». Del pari Giuseppe Brescia, grillino dell’area Fico e presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, dice che «ora ci sono altre priorità come una legge sul conflitto di interessi e il taglio dei parlamentari che approveremo martedì». Concetto ribadito ieri sera dallo stesso Di Maio in tv: «Oggi ci sono altre priorità». Quindi per lo ius culturae, sarebbe meglio aspettare, soprattutto perché i pentastellati, su una questione delicata come questa, hanno bisogno di una consultazione sulla piattaforma Rousseau. Argomento fortemente divisivo da sempre, lo ius culturae stavolta trova un appoggio pieno sia nella stragrande maggioranza del Pd, che nella sinistra di Leu. Ecco cosa ne pensa Matteo Orfini: «Si può approvare in poche settimane. Senza tentennamenti, senza paura e senza subalternità agli argomenti della peggiore destra». Sicuramente quella di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni che già ieri hanno dichiarato la loro piena avversità alla sola idea. Durissimo il capo della Lega che, con il suo consueto garbo, definisce lo ius soli «un insulto per gli immigrati per bene» e aggiunge «a 18 anni hai la maturità per scegliere, perché la vogliono dare prima? Perché così restano qua genitori, nonni, zii, ma io di criminali ne ho piene le palle». Mentre Meloni già si lancia nell’ennesima manifestazione di piazza prevista per giovedì, quando in commissione parte la discussione. Proprio in vista dell’opposizione a destra, nel Pd pesano ancora di più le possibili fratture. Il niet di Morani – che potrebbe anticipare il no di Renzi e di Italia viva – preoccupa per il suggerimento di aspettare «giugno del prossimo anno, dando il tempo agli italiani di apprezzare che c’è un modo efficace e diverso da quello di Salvini di governare i flussi migratori e di fare sul serio politiche di integrazione». Quindi prima si cambiano i decreti sicurezza Uno e Due, poi si fa lo ius soli. Ora invece «la legge non sarebbe compresa». In compenso massima apertura arriva da Leu dove il capogruppo alla Camera Federico Fornaro afferma che «in una nazione normale lo ius culturae sarebbe votato da tutti, anche dalla destra». Ma in Italia non è affatto così.

Dovrà esibirsi in una notevole torsione, Sebastian Kurz, per voltare le spalle all’ultradestra xenofoba ed euroscettica con cui ha governato fino a maggio e aprire le braccia ai socialdemocratici. O, come sembra più probabile in queste ore, ai Verdi. Ma se gli riuscisse questa acrobazia, la differenza si farebbe sentire soprattutto in Europa. Dove molti sperano in un secondo “caso Conte”, in una riconferma del cancelliere uscente ma con un junior partner che si scagli meno contro Bruxelles e sia più dialogante sulle grandi urgenze europee come la questione migratoria. Il verdetto degli austriaci, in ogni caso, è stato netto. Per Raimund Loew, storico ed ex corrispondente dell’Orf, «è chiaro che l’alleanza blu-turchese, dunque l’ex governo tra Fpoe e Oevp, ha perso. Un dettaglio che cambia, e di molto, lo scenario. E direi che è una buona notizia per l’Europa». L’analista viennese è convinto che «Kurz intraprenderà seri colloqui con i Verdi». I cambiamenti climatici sono stati un tema dominante della campagna elettorale austriaca. E ieri il leader dei Verdi, Werner Kogler, ha fatto capire chiaramente che il negoziato sarà tosto. Gli ambientalisti vogliono rassicurazioni da Kurz su «un cambiamento vero» rispetto all’ex governo che si era schierato più spesso sulle posizioni della Mitteleuropa ‘nera’ di Visegrad che sugli alleati storici come la Germania. Intanto a Kogler è riuscita «la più grande risurrezione dopo Lazzaro», come ha brillantemente commentato la leader dei Neos, Beate Meinl-Reisinger. I Verdi erano finiti fuori dal Parlamento, ora sono balzati al 14%. Ma il trionfo di Sebastian Kurz è innegabile. Ieri sera il leader trentatrenne dei popolari è andato in tv e ha parlato, euforico, di un risultato «inatteso» per la sua “Volkspartei”. E l’orgoglio con cui ha rivendicato il fatto di aver restituito ai popolari la fisionomia di un “partito di massa” è giustificato. Prima della presa di potere di “Kaiser Sebastian”, la Oevp era crollata a percentuali drammatiche, e la stragrande maggioranza dei commentatori aveva pronosticato anche per l’Austria un tramonto inevitabile delle due Volksparteien, dei popolari e dei socialdemocratici. E invece. Mostrando la faccia feroce sui migranti, architettando da ministro degli Esteri dell’ultima Grande coalizione il blocco dei Balcani nell’autunno del 2015, mettendo a segno il primo pareggio di bilancio in 65 anni, Kurz ha riconquistato l’elettorato conservatore. E dopo aver osato, dal 2017, una coabitazione con l’ultradestra per oltre un anno, è riuscito persino ad approfittare della sua caduta. Dopo l’Ibizagate dello scorso maggio che ha travolto il vicecancelliere di allora, Heinz-Christian Strache, e dopo la crisi di governo innescata da quello scandalo, Kurz non ha fatto che crescere nei sondaggi. Secondo Raimund Loew uno dei motivi dello straordinario successo di Kurz «è la nostalgia di un Messia che è profondamente radicata nell’elettorato austriaco, reso insicuro dai grandi cambiamenti degli ultimi decenni. In questo senso è l’erede diretto di un’altra figura carismatica che ha dominato il panorama politico per molti anni: Joerg Haider. Naturalmente Kurz non ha il background nazionalista dell’ex leader dell’ultradestra. Ma ha conquistato molta popolarità in Austria cavalcando temi che erano tipici proprio di Haider: il sentimento anti islamico, la politica severa sui migranti». Anche alla luce di ciò, la conversione di Kurz a politiche più generose sui migranti o sul Patto di stabilità si annuncia insomma lunga e tortuosa.