Menti illuminate, critici indipendenti e altri osservatori americani, scrivendo anche sui mainstrem media o nemici del popolo, come li chiama Trump, affermano che il processo parlamentare di impeachment intrapreso dalla maggioranza democratica della Camera è un errore. Si tratta, affare delicatissimo, di destituire un presidente eletto dal popolo, e per un disinvolto Wall Street Journal non ci sono gli elementi, non c’è la pistola fumante, detto con una malaccorta sicurezza all’indomani della pubblicazione della trascrizione della telefonata di Trump a Zelensky del 25 luglio scorso e dopo la pubblicazione del rapporto dell’informatore sui fatti e sul tentativo di coprirli e sottrarli alle sedi istituzionali deputate a giudicarli o cover up. Ma anche tra i liberal si dice che una cosa giusta può non essere saggia. Le prove del tradimento ci sono ma non c’è una maggioranza del Senato per convalidarle in un processo politico, anche dopo che la Camera abbia formalizzato la proposta di rimozione del presidente dalla carica: dunque Trump avrebbe mesi intensi di campagna elettorale per fare la vittima di un’operazione politicante dell’opposizione, si considererebbe pienamente esonerato dalle accuse, che già adesso giudica beffardo una barzelletta, e verrebbe rieletto a furor di popolo nel novembre del 2020, l’anno prossimo. Si aggiunge a contorno che i democratici approfondirebbero il solco della divisione tribale che percorre il paese e sarebbero incapacitati a fare campagna sui veri problemi, i “veri problemi”, che affliggono economia e società. Il tradimento della Costituzione e del paese da parte di un presidente che chiede a un capo di stato estero, da lui dipendente per aiuti militari sospesi senza ragione una settimana prima, di fottere il proprio rivale politico d’opposizione, con un’indagine fatta in collaborazione con il suo ministro della Giustizia e con il suo avvocato privato, risulterebbe una gigantesca distrazione. Distrazione. Per capire meglio di che parliamo, ecco un elenco di date e fatti, tutta roba fresca, recente. Il 18 luglio scorso, senza motivazioni, Trump dà ordine di sospendere gli aiuti militari all’Ucraina. Il 25 luglio, una settimana dopo, telefona a Zelensky per congratularsi del risultato elettorale del suo partito e in un contesto chiaramente e univocamente allusivo ai rapporti bilaterali fra i due paesi gli chiede di fargli il favore di indagare sul figlio di Joe Biden, suo rivale in campagna per il 2020, e di raccordarsi con l’Attorney general degli Stati Uniti, autorità di governo con uno statuto di indipendenza da lui nominata, e con il suo avvocato personale Rudy Giuliani, già operativo nella corrotta discarica del potere a Kiev, e ben connesso con un molto discusso procuratore ucraino coinvolto nella affaire, sempre con l’obiettivo di incastrare il rivale del suo datore di lavoro. Il 29 agosto, dopo un mese caratterizzato dalla denuncia riservata del whistleblower che fa la sua corsa secondo i canoni e le procedure della legge, ma in mezzo a tentativi denunciati di insabbiamento e nascondimento della documentazione alle autorità legali del Congresso, viene fatto fuori il procuratore connesso a Giuliani. L’operazio – ne Rudy fallisce, in sostanza. Il 9 settembre, dieci giorni dopo, il Congresso viene informato dalle agenzie preposte (la Nsa), con l’autorizzazione dell’Attorney general, dell’esistenza del rapporto di denuncia. Il 12 settembre, tre giorni dopo, viene sbloccato il pacchetto degli aiuti militari. Il 24 settembre, a carte ancora parzialmente coperte per il pubblico, i democratici dichiarano aperta l’indagine per l’impeachment. Il 25, il giorno dopo, è pubblicata la trascrizione della telefonata incriminata nel rapporto. Il giorno dopo ancora, il 26 settembre, l’altro ieri, è pubblicato il rapporto del whistleblower con la menzione di fonti anonime ma ufficiali alle origini della denuncia e la circostanziata messa a fuoco del tentato co – ver up da parte della Casa Bianca. La sequenza dei fatti e la loro nuda realtà è devastante per il presidente, e non solo per lui. Certo, un’indagine parlamentare e un’istruzione conformi devono approfondire gli elementi probanti, focalizzare il contesto, ascoltare gli elementi a discarico della difesa (dire che un’accusa è “una barzelletta” in un giusto processo non basta), escutere come testimoni l’informatore e le sue fonti ufficiali, e molti altri soggetti della storia, e fare tutto questo nella legalità procedurale, che garantisce sia il privilegio dell’esecutivo sia le prerogative di chi ne denuncia le eventuali malefatte ai danni della Costituzione e della legge. Sta di fatto che il numero uno dell’intelligence, che era stato appena messo lì da Trump in sostituzione del predecessore, ha detto sotto giuramento al Congresso che l’informa – tore si è comportato in buona fede e ha fatto la cosa giusta secondo ciò che le regole sulla denuncia prescrivono ai funzionari dell’amministrazione a ogni livello. Ma si tratta comunque di un processo politico nelle forme dell’accertamento dibattimentale legale. La Costituzione americana lo prescrive come un dovere, in certi casi, casi tipici come questo, e stabilisce che non si annulla un’elezione con la rimozione del presidente, perché al suo posto va il vice eletto con lui nello stesso ticket, non il capo dell’opposizione. Per non parlare del fatto che anche il Congresso è eletto dal popolo e non si può annullare la sua prerogativa di accertare fatti rilevanti relativi all’idonei – tà del presidente a restare in carica. Se questo è il quadro, per una volta si può dire che ciò che è giusto è anche saggio, e non ci sono alternative, a meno di non annullare il fondamento su cui si regge la democrazia americana. Trump ha portato una lunga e poderosa sfida al suo paese e al mondo. Posta in gioco: la natura del potere. E’ un’investitura secondo regole o un plebiscito che divora ogni regola? Questa è l’es – senza della provocazione o rivoluzione populista contro le cosiddette élite, che per il vero tre anni fa conservarono tre milioni di voti di vantaggio nel voto del popolo, pur soccombendo nel conteggio decisivo e legittimo del collegio elettorale, stato per stato. Dall’esito finale, legale e politico, di questo processo, che da questo punto di vista i nostri mainstream media seguono con qualche strana trascuratezza o svogliatezza, dipende anche la nostra storia, in larga misura. Se il Senato e il popolo elettore si volteranno dall’altra parte rispetto ai fatti, saranno giorni duri per la democrazia mondiale. Una volta scanzonati titolammo, per le ripercussioni dell’impeachment di Clinton nel Monicagate: “Wall Street appesa a un pompino”. Ora il mondo intero è appeso a una telefonata, meno sexy ma altrettanto eccitante.

Nel prossimo decennio al Nord resisteranno le superiori, ma i livelli inferiori e il Sud globalmente avranno una perdita di studenti del 20%. Come rispondere a questo calo? Con il potenziamento della qualità della formazione a partire dalla prima infanzia. La demografia è strettamente interdipendente, in termini sia di cause sia di conseguenze, con il benessere sociale ed economico di un territorio. Se gli indicatori che riguardano la popolazione prendono un’inclinazione negativa è tutto il Paese che ne risente e viene trascinato verso il basso. In particolare, lo stato di salute e di benessere di una società e di una economia dipendono dalla consistenza quantitativa delle nuove generazioni e dalle possibilità di un loro qualificato contributo ai processi di sviluppo e innovazione. Per lunga parte della storia dell’umanità, fino a qualche generazione fa, le classi giovanili hanno rappresentato la componente più abbondante del – la popolazione. Ancora a inizio del secolo scorso, oltre un cittadino italiano su 3 aveva meno di 15 anni e oltre la metà aveva meno di 25 anni. All’inizio del secolo attuale tali valori risultavano dimezzati. Oggi la prima fascia di età conta poco più del 13% e la seconda meno del 24%. Più che dalla longevità in sé, gli squilibri demografi ci sono prodotti dalla persistente bassa natalità. In particolare quando la fecondità scende sensibilmente e sistematicamente sotto tale livello, come nel ’68 italiano, ogni nuova generazione viene ridimensionata rispetto alla precedente. Di fatto si ottiene un processo di “degiovani – mento”, vale a dire una progressiva riduzione della popolazione più giovane. Il confronto con la Francia è istruttivo, perché la longevità di tale Paese è molto simile a quella italiana e anche il numero di anziani è comparabile, ma il loro numero di giovani è marcatamente superiore. Questa differenza si deve soprattutto al diverso andamento della fecondità, rimasta vicina alla media di 2 figli in Francia, mentre è crollata molto sotto a un figlio e mezzo (1,32 è il dato del 2018) in Italia. Se, come abbiamo detto, gli under 25 italiani sono oggi meno del 24%, i coetanei d’oltralpe sono oltre il 30%. Secondo le previsioni dell’Onu, è previsto tale valore si riduca ulteriormente nel nostro Paese, almeno fino all’orizzonte del 2035 (scendendo sotto il 20%). Va però considerato che lo scenario della natalità è stato negli ultimi anni peggiore del previsto. Nel 2018 le nascite sono state 449 mila. Si tratta del punto più basso d’un processo di continua riduzione che negli anni della recessione s’è inasprito. Rispetto al 2008 i bambini iscritti per nascita all’ana – grafe sono circa 130 mila in meno. I nati da entrambi i genitori italiani son stati meno di 360 mila nel 2017, con una riduzione di oltre 120 mila nei confronti del dato pre-crisi. Ma va registrata anche una diminuzione di quasi 10 mila di nati con almeno un genitore straniero, scesi nel complesso sotto i 100 mila. Se il contributo dell’immigrazione è in riduzione, l’incidenza rimane elevata, poco superiore al 20% del totale dei nati (ma con valori superiori al 30% in alcune regioni del Nord). Le comunità straniere che contribuiscono maggiormente, rappresentando assieme oltre la metà dei nati da genitori non italiani, sono nell’ordine quella di rumeni, marocchini, albanesi e cinesi. Altro dato di rilievo è l’accentuazione della riduzione delle nascite, anche al netto della componente migratoria, nelle aree in maggiore difficoltà economica, con più basse opportunità di lavoro per le nuove generazioni, con welfare meno efficiente. Il tasso di fecondità più basso è quello della Sardegna (1,06), mentre quello più alto corrisponde alla Provincia di Bolzano (1,74), seguita dalla Provincia di Trento (1,49). Eppure il numero medio desiderato di figli in Italia continua a essere vicino a due, e ancora più alto nel Sud. Mancano però le condizioni favorevoli per un riallineamento verso l’alto delle scelte di vita. È interessante notare che alcune regioni, soprattutto del Nord, avevano mostrato un rilevante aumento prima della crisi economica. In particolare Lombardia ed Emilia Romagna erano salite da valori attorno a 1 a livelli vicini a 1,5 dal 1995 al 2008. Questa crescita non s’è verificata nel complesso del Mezzogiorno. Come conseguenza molte regioni del Sud si trovano con un numero medio di figli per donna sotto la media nazionale. Se l’impatto negativo della crisi economica sulle nascite è stato maggiore del previsto (lo scenario centrale delle proiezioni Istat con base 2011 indicava un numero di nascite che si manteneva sopra il mezzo milione), s’aggiungono due preoccupazioni. In primo luogo per il rischio che l’impatto congiunturale della crisi porti a conseguenze irreversibili sulle scelte delle famiglie. Se le coppie che nel periodo di crisi hanno congelato le proprie scelte di allargamento della famiglia non recuperano in questi anni, rischiano di veder definitivamente trasformarsi il rinvio in rinuncia. Il secondo motivo è il fatto strutturale che siamo entrati in una fase di riduzione delle potenziali madri (come conseguenza della persistente denatalità passata), questo significa che da un basso numero medio di figli per donna si ottengono ancor meno nascite che in passato perché diventano di meno le donne in età riproduttiva (le potenziali madri). Questo dovrebbe ancor più incentivare a mettere le attuali coppie che entrano in età adulta (di meno che in passato) nelle condizioni di realizzare in pieno i propri obiettivi di vita. Che sia possibile invertire la tendenza lo mostrano le politiche familiari realizzate dalla Germania e da alcuni Paesi dell’Est Europa, che hanno puntato a incentivare con misure ben mirate sostenute da adeguati finanziamenti. (…) Come conseguenza di una persistente denatalità, stiamo quindi vivendo la fase più accentuata della nostra storia di riduzione della popolazione giovanile, con una intensità maggiore rispetto al resto d’Europa. Le conseguenze più evidenti degli squilibri demografici prodotti sono quelle riscontrabili concretamente nelle aule scolastiche. Inoltre, la spirale del degiovanimento quantitativo e qualitativo è accentuata dalla più alta dispersione scolastica dell’Italia rispetto alla media europea e dal saldo negativo di giovani qualificati nei confronti degli altri Paesi avanzati. Entrambi questi fenomeni sono più evidenti nelle regioni meridionali, che si trovano quindi con una riduzione degli studenti delle scuole secondarie superiori inasprito dall’abbandono prematuro e con una crescente propensione dei giovani con alte aspirazioni a iscriversi negli Atenei del nord o direttamente all’estero. Secondo i dati Istat, la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 che hanno lasciato precocemente gli studi (Early leavers from education and training–Elet) è stata nel 2017 pari al 14% a livello nazionale (contro 10,6% media Ue-28). Tra i maschi del Mezzogiorno si sale a ben il 21,5%. (…) L’au – mento della fecondità nel Nord Italia tra il 1995 e l’inizio della recessione, in combinazione con una maggior capacità attrattiva nei confronti dell’immi – grazione, consentirà nei prossimi 10 anni alla fascia d’età che corrisponde alla scuola secondaria di secondo grado di non ridursi (anzi di aumentare un po’). Per le fasce più basse e per il Sud le previsioni indicano, invece, una forte contrazione, in alcuni casi con perdite dell’ordine del 20%. Secondo le stime della Fondazione Agnelli, “la riduzione della popolazione scolastica comporterà dunque una contrazione degli organici dei docenti, a partire dai gradi inferiori, per un totale di oltre 55.000 posti/cattedre persi”(S. Molina, Scuola. Orizzonte 2028: anticipare il cambiamento per governarlo, Neodemos, 2018). Il rischio è quello di sprofondare in una spirale negativa di “degiovanimento” quantitativo e qualitativo della società.

Prendiamo due notizie degli ultimi giorni: la contestata risoluzione del Parlamento europeo sull’equiparazione di crimini nazisti e comunisti, e Berlusconi indagato per mafia. Nel suo ultimo libro Paolo Mieli, giornalista e storico, non ne parla. Eppure in qualche modo se ne occupa perché il saggio prende in esame falsi storici, credenze infondate e rivelazioni che illuminano di luce diversa trenta casi di verità nascoste, che danno il titolo al libro. La risoluzione del Parlamento europeo ha fatto molto dis c u te re . Se si vuol dire che il patto Molotov-Ribbentrop è stato la causa scatenante della Seconda guerra mondiale, si dice una colossale sciocchezza. Quindi nazismo e comunismo sono equiparabili, o no? No perché un essere umano – è capitato anche a me – che voleva aderire all’id eologia comunista poteva farlo con il desiderio di difendere gli oppressi, senza nessuna idea di nuocere al prossimo. Chi aderiva all’idea nazista sapeva che il presupposto era fare del male ad altri. Nelle intenzioni sono cose completamente diverse. Certo: ovunque l’idea comunista sia stata messa in pratica – con l’unica eccezione del Kerala –ha prodotto morte. Un capitolo si occupa dell’origine rivoluzionaria della mafia. Il tema – c oraggi osame nte portato alla luce da Salvatore Lupo –, della mafia postunitaria che ha radici nella sinistra storica è imbarazzante, il senso comune la vuole legata alla destra. Addirittura all’epoca dell’impresa dei Mille, quando gran parte degli agrari misero a disposizione dei garibaldini i loro picciotti, che furono decisivi in alcune battaglie come a Calatafimi. Due volte la storia d’Italia s’è fatta dalla Sicilia risalendo verso il Nord, nel 1860 e nel ’43 quando la mafia si alleò con gli Alleati: sempre dalla parte ‘giusta’. Che effetto le fa la notizia del l’indagine su Berlusconi per le stragi del ’92- 93 ? C’è una verità ufficiale che non convince e siamo in attesa di ulteriori verità, che forse arriveranno per via giudiziaria. Quello che sembra essere uno scontro tra Berlusconi e De ll ’Utri potrebbe produrre nuove rivelazioni. Certo, da questa vicenda dipenderà quale reputazione futura avrà Berlusconi: se venisse fuori qualcosa di decisivo farebbe dimenticare le ragazze e le condanne. Non si libererebbe mai dello stigma della mafia. Per ora, però, supposizioni molte, evidenze zero. Quello che è in gioco è la sua immagine nei libri di storia, ormai politicamente è fuori dai giochi. Ne Le verità nascoste l ei cerca di smontare molti luoghi comuni che sono passati per verità insindacabili, tra cui il proto-fascista D’A nn u n z i o. Mussolini lo ha irretito, mettendolo ai margini, rubandogli molte idee e molti slogan, come Eia eia alalà. D’A n n u nzio passa per essere un precursore del Duce, per il quale aveva una nettissima antipatia fino all’impresa di Fiume. A Trieste c’è stata molta polemica per la statua commemorativa dei cento anni dell’i m p re s a . Perché ancora adesso viene vissuta come la prova generale della marcia su Roma, cosa che non fu! Tanto è vero che molti dei legionari che parteciparono all’i mp r es a non aderirono mai al fascismo. Nel libro svela anche alcuni retroscena, per esempio il rapporto difficile di De Gasperi con la Chiesa. Nel suo diario si legge quanto ha sofferto per i cedimenti della Chiesa al Fascismo. Come quando nel 1932 le suore della scuola Pio X a cui erano iscritte le sue due figlie pretesero che le ragazze prendessero la tessera del Partito fascista: lui non accettò e le spostò all’Istituto francese delle suore di Nevers. Sul diario annota la parola “lacrime ”. La Storia deve sapere attendere, guardare da vicino ci fa cadere in errore. Facciamo un esempio? La crisi politica di questa estate è gravida di punti oscuri. Ci sono cose che non si spiegano: prima o poi usciranno dettagli che ci faranno capire di più. Quando un politico si muove di solito ha anche un piano B. L’8 agosto il piano A di Salvini erano le elezioni. Ma i giornali già parlavano della possibilità di un avvicinamento tra Pd e 5 Stelle: Franceschini, dieci giorni prima, aveva rilasciato un’i ntervista in cui la auspicava. Perché un politico navigato come Salvini non ha preparato un piano B? Su quello snodo saremo costretti a tornare, lo dico da storico.

Munitevi di un bel sacchetto da vomito e leggete qua:“…Vedere che qualche magistrato della procura della mia città da anni indaghi sull’ipotesi che Berlusconi sia responsabile persino delle stragi mafiose o dell’attentato a Maurizio Costanzo mi lascia attonito… Berlusconi va criticato e contrastato sul piano della politica. Ma sostenere 25 anni dopo, senza uno straccio di prova, che egli sia il mandante dell’attentato mafioso contro Costanzo significa fare un pessimo servizio alla credibilità di tutte le Istituzioni”. L’autore di questa prosa ributtante è Matteo Renzi, già sindaco e ora senatore di Firenze, Comune parte civile nei processi per le stragi del 1993-’94, una delle quali sterminò 5 persone fra cui una bimba di 50 giorni proprio a Firenze in via dei Georgofili. Quando mai costui abbia “contrastato Berlusconi sul piano della politica”, non è dato sapere. A meno che l’i n t r epido “contrasto” non sia consistito nel correre ad Arcore a baciargli la pantofola con tacco e rialzo prima di diventare segretario Pd e, subito dopo, invitarlo al Nazareno per scrivere una legge elettorale incostituzionale (l’Italicum) e una schiforma costituzionale (poi rasa al suolo dagli elettori). Ora, avendo tentato per cinque anni di diventare come B. senza riuscirci, si accontenta di fregargli un paio di deputati e qualche elettore superstite, nella speranza di superare il 3-4% nei sondaggi con Italia Viva (si fa per dire). Infatti, appena s’è diffusa la notizia che l’inchiesta di Firenze sui mandanti occulti delle stragi comprende l’attentato a Costanzo, l’impunito ha bruciato sul tempo gli altri leader di centrodestra, da Salvini alla Meloni, nel difendere in simultanea con Sallusti e Farina-Betulla il martire perseguitato dalle toghe fiorentine. Le stesse –ma è solo una coincidenza – che han fatto arrestare il su babbo e la su mamma e indagano sugli strani finanziatori della Leopolda. Renzi non sa nulla dell’inchiesta sulle stragi, e questa non è una colpa: c’è il segreto investigativo. Ma, se invoca a ogni piè sospinto “sentenze” possibilmente “d e fi n i t i v e”, dovrebbe sapere qualcosa di quelle che han condannato i boss delle stragi (anche grazie ai pm di Firenze) e soprattutto quella che ha condannato Marcello Dell’Utri a 7 anni per mafia; senza contare quella di I grado sulla Trattativa (altri 12 anni a Dell’Utri). Così eviterebbe di fare lo gnorri sull’indagine riaperta due estati fa (non dalla Procura, ma dal gip) sull’ipotesi che B. e Dell’Utri siano coinvolti nell’ideazione di quelle stragi. O di approfittare dell’ignoranza generale (diffusa a piene mani dall’apposita stampa) per dire scemenze come “senza uno straccio di prova”. S e l’inchiesta sui mandanti esterni, più volte aperta e archiviata in base a fior di prove ritenute però insufficienti, è ripartita nel 2017 è proprio perché ne sono giunte di nuove: le intercettazioni del boss Giuseppe Graviano, che pianificò le autobombe da via D’A mel io (19.7.’92) allo stadio Olimpico di Roma (23.1.’94). Raccontando le stragi al compagno di ora d’aria, Graviano parla guardacaso di “Berlusca” che “mi ha chiesto questa cortesia. Per questo è stata l’urgenza… Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto: ‘Ci vorrebbe una bella cosa’… Nel ’93 ci sono state altre stragi, ma no che (non) era la mafia, loro dicono che era la mafia”. Una conferma al racconto del killer pentito Gaspare Spatuzza sul “colpetto”, il “colpo di grazia” che Graviano gli commissionò ai primi del ’94 con la strage all’Olimpico per dare l’ultima spinta a B. a entrare in politica. Ma non ce ne fu bisogno: il 26 gennaio B. annunciò la discesa in campo, l’indomani i fratelli Graviano furono arrestati a Milano e la strage, fallita al primo colpo, non fu più ritentata. B. andò al governo, ma – la – menta Graviano – non mantenne tutte le promesse: “Quando lui si è ritrovato un partito così nel ’94 si è ubriacato e ha detto: ‘Non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato’. Pigliò le distanze e ha fatto il traditore… 25 anni mi sono seduto con te, giusto? Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi è successa una disgrazia, mi arrestano, tu cominci a pugnalarmi, per che cosa? Per i soldi, perché tu ti rimangono i soldi. Dice: non lo faccio uscire più, perché sa che io non parlo… Alle buttane glieli dà i soldi ogni mese. Io ti ho aspettato fino adesso perché ho 54 anni, gli anni passano, io sto invecchiando e tu mi stai facendo morire in galera… Al signor crasto (cornuto, ndr) g li faccio fare la mala vecchiaia”. Eccoli gli “stracci di prova” che han fatto riaprire l’i n d a g ine. Se piovessero nel deserto, ci sarebbe da ridere. Ma sono solo l’ultima tessera di un mosaico terrificante che ha portato la Cassazione a condannare Dell’Utri per mafia perché “dal 1974 al ’92” fu il “mediatore del patto tra Berlusconi e Cosa nostra”: il “patto di protezione” s iglato 45 anni fa a Milano fra B., Dell’Utri, i boss Bontate, Teresi, Di Carlo, Cinà e Mangano (che poco dopo si installò per due anni nella villa di Arcore). E poi la Corte d’assise di Palermo a condannare uomini di mafia e di Stato per la Trattativa, scrivendo che B. finanziò Cosa Nostra dal ’74 a fine ’94 (quand’era già premier e Cosa Nostra aveva già sterminato Falcone, Borsellino, le scorte e altri 10 innocenti a Firenze, Milano e Roma); e i boss, tramite Dell’Utri e Mangano, ricattarono il suo primo governo per ottenere leggi pro mafia. Solo chi, in totale malafede, finge di non conoscere queste sentenze, facilmente reperibili online, può dirsi “attonito” se si ipotizza un ruolo di B. nelle stragi, perpetrate dagli stessi boss amici di Dell’Utri e finanziati da B.. E può accusare magistrati che rischiano la pelle indagando sui mandanti di rendere “un pessimo servizio alla credibilità delle Istituzioni”. Istituzioni che la Procura di Firenze onora cercando la verità e Renzi&C. disonorano tentando di sbianchettarla.

«Quella di ieri a palazzo Chigi non era una riunione dimaggioranza per il semplice fatto chè M5S e Pd non hanno lamaggioranza». L’ironia dei “Vivaci” – cosìMatteo Renzi sostiene vadano chiamati gli adeptidi “Italia Viva” – segna il destino della riforma della giustizia che il ministro Bonafede era convinto di portare a casa con la Lega. Ed invece ieri si è ritrovato a palazzo Chigi il Pd di Orlando e Giorgis che a suo tempo ha contestato la riforma e soprattutto quel blitz parlamentare sulla prescrizione che permetterà dal primo gennaio l’allungamento “sine die” deiprocessi. LANOTA La consueta raccomandazione del presidente del Consiglio di evitare polemiche inutili, è naufragata subito dopo “grazie” alle esternazioni del Guardasigilli e alle precisazioni di Orlando e Giorgis. In mezzo si è subito infilato Renzi: «Non ci hanno chiamato. Si sono messi d’accordo Bonafede e Orlando», noi «diremo la nostra in aula». In realtà l’accordoM5S-Pdnon c’è e il Nazareno lo sottolinea con una nota che, oltre ad avvisare i grillini, ha lo scopo di togliere “spazio” all’ex Rottamatore anche sul tema della giustizia. Ma ieri Renzi ha portato l’asticella del garantismo su un punto dove i demnon possono arrivare.Ovvero la difesa di Silvio Berlusconi dall’ennesima indagine: l’attentato del ‘93 a Maurizio Costanzo. Con un twitter Renzi prende i classici due piccioni con una fava: difende il Cav e si toglie anche un sassolinoneiconfronti «dellaprocura della mia città» che «senza uno straccio di prova» indaga il Cavaliere, che a suo tempo gli indagò i genitori e che ora lavora all’inchiesta su “Open”. Più del siluro ai magistratidi Firenze, è significativa la voglia renziana di sovrapporsi alla linea di Forza Italia esponendosi in maniera netta nella difesa dell’Uomo di Arcore. Una mossa, quella di Renzi, che sorprende Giovanni Toti e, soprattutto, Matteo Salvini. I due, che da tempo e ben prima di Renzi, si contendono lo spazio politico di una FI in decomposizione, arrivano ore dopo, e un po’ trafelati, insieme a GiorgiaMeloni. I tempi in politica sono spesso tutto, Salvini ne sa qualcosa, ma la sortita dell’ex sindaco di Firenze è il segnale cheben altrenovità sono in arrivo e non solo sullo scivoloso tema della giustizia. L’occhio strizzato a parlamentari ed elettori di FI è evidente. Così come l’intenzione renziana di collocare il suo partito nello stesso spazio che nel ‘94 fece la fortuna di Forza Italia. I concorrenti sono però molti. Da Salvini alla Meloni passando per Toti e, buon ultimo ma non meno importante, ilmoderato «cattolico democratico» Giuseppe Conte che, tornato a palazzo Chigi dopo la parentesidi poche ore, è ormai alle prese con un suo personalissimo tour che ieri lo haportato inPuglia. IDELFINI Un conto è però ergersi ad erede, un conto è essere chiamato in una sorta di passaggio di testimone tra vivi. Più o meno è quello che una partedi Forza Italia spera echeper Renzi varrebbe doppio rispetto ai suoi competitor. La sfida in tv lanciata da Renzi a Salvini, e che si terrà ametà ottobre a “Porta a Porta”, fa parte della strategia dell’ex premier: schiacciare a destra il segretario della Lega e proporre all’elettorato una sorta di sfida tra i due leader della prossima competizione elettorale.A Salvini ilconfronto piace perché risponde ad un criteriomaggioritario. Per Renzi è l’opportunità da sfoggiare, che non cerca Zingaretti e che non può permettersiDiMaio. D’altra parte Renzi, che ha fatto il suo predellino fondando un partito, ha un vantaggio: con il Cavaliere non ha nemmeno una foto ufficiale malgrado un paio di incontri importanti. Un particolare, forse, ma che ha evitato all’ex sindaco la pericolosa investitura a “delfino”. D’altra parte non tutti gli eredi hanno la foto con il generoso avo. Ma.Con

Piazze piene. Ma prima dello sciopero autorizzato e giustificato, senatrice Cattaneo, non servirebbe un impegno della scuola per dare una consapevolezza vera ai ragazzi inmateria ambientale? «Credo che questa mobilitazione sia una grande occasione per ciascun docente di coniugare le proprie materie d’insegnamento al tema offrendo elementi conoscitivi, esperienze e riflessioni solide e accurate perché i ragazzi possano arricchire di senso critico le istanze civili e ambientali di cui si fanno portatori. In questo caso le discipline scientifiche spesso, a torto, ritenute meno appassionanti dai ragazzi possono fare la parte del leone. Impossibile ragionare di cambiamenti climatici senza conoscere questematerie». La piazza non come punto di partenza ma, nel caso, come luogo di approdo dopo un percorso formativo di conoscenza? «Il tempo della “piazza” non è qualcosa di pianificabile. C’è uno spirito del tempo che – qualsiasi sia il tema – la anima, la attraversa, talvolta la illude e, spesso, col tempo la disillude. La piazza, specie quella dei giovanissimi, è meraviglia, partecipazione, confronto e, più di ogni altra cosa, emancipazione attraverso la responsabilità». Che tipo di responsabilità? «Manifestare, per gli studenti delle scuole, significa disattendere un dovere in modo consapevole e, di conseguenza, assumere la responsabilità di riempire di senso quella “disobbedienza”. Sono dubbiosa, invece, sull’opportunità di promuovere l’assenza da scuola da parte di chi, per ruolo istituzionale, la rappresenta, anche quando si condividono le finalità globali che spingono gli studenti ad assentarsi. Ho il timore che giustificare uno sciopero lo possa banalizzare. O, peggio, avere l’effetto di deresponsabilizzare lo studente rispetto all’importanza della sua scelta di parteciparvi». Cosa crede si dovrebbe fare in questi casi? «Agli educatori, siano essi docenti o familiari, credo spetti il delicato compito di aiutare chi abbia espresso il desiderio o l’intenzione di manifestare a riflettere sul significato di quell’azione: disobbedire al sistema formale che impone la presenza a scuola, perdere ore di didattica, accumulare assenze comporta la responsabilità di dar valore a ciò che si sceglie di privilegiare, per questo è opportuno conoscere quanto più possibile le ragioni per cui si manifesta». In queste ore, sono risuonati molti slogan. Che cosa bisognerebbe fare per evitare semplificazioni e politicizzazioni? «Lo slogan di piazza è pressoché inevitabile, la sfida è riempirlo di senso rendendo i ragazzi consapevoli della complessità della materia, delle molteplicità delle politiche coinvolte, dei riflessi sui singoli Paesi di ogni scelta presa in nome del benessere generale. Confesso che io stessa, da non esperta della materia, la sto approfondendo anche per capire quali politiche siano più adeguate per fare tesoro della mobilitazione». Educazione civica all’ambiente nelle scuole? «Educazione civica sempre e comunque. A cui credo sia indispensabile – e sarebbe rivoluzionario – accompagnare l’obbligo dell’educazione al metodo scientifico: un portentoso strumento per indagare la realtà e affrontare l’avventura della conoscenza. Credo davvero – pur consapevole della mia “deformazione professionale” – che il metodo scientifico, nell’educare a sottoporre a critica e verifica le idee proprie e quelle altrui, con l’obbligo morale di adeguare i propri convincimenti alle evidenze disponibili e dimostrabili, sia un’assicurazione sul futuro. Ne abbiamo un enorme bisogno per resistere alle sirene della semplificazione estrema, anticamera della più vuota demagogia». M.A.

Il mondo salvato dai ragazzini, come anche da titolo del romanzo di Elsa Morante, va benissimo. Ma quando, per manipolare i giovani, s’inseriscono gli adulti, va assai meno bene. In una manifestazione bella, partecipata e spiritosa – «Ma se sciojete ‘l ghiaccio, come lo famo er mojito?», «L’Oceano Pacifico si chiama così perché nun je devi rompe er c…» e poi: «Make love not Co2», «We have not planet B», «World Great Again» e la Generazione Thunberg parla molto inglese – capita d’imbattersi più volte in scene così. Un gruppetto di quattordicenni del liceo Righi lungo via Cavour impugna le bandiere rosse dei Cobas. Come mai questi vessilli? «Boh, ce l’ha date un tizio», rispondono gli inconsapevoli portabandiere del sindacato più a sinistra che c’è. E alla testa del corteo sfila infatti il leader dei Cobas, Piero Bernocchi, storico esponente dell’Autonomia Operaia dagli anni di piombo e ora quasi settantenne vestito come un teenager a cui manca soltanto la borraccia di Greta appesa al collo, e i ragazzini naturalmente non sanno chi sia, ma lui e gli altri si sono presi da intrusi una parte della manifestazione. Come vecchie tossine in una nuova battaglia ecologica a cui vogliono pateticamente fare da servizio d’ordine d’antan. E intanto si chiedono i duri dei Cobas, mentre ragazzini e ragazzine zompettano festanti gridando «facciamo l’amore, non facciamo la plastica»: «Ma Bernocchi i capelli se li tinge o è un nero corvino ogm?». Ma a debita distanza dai “vecchi arnesi” e dagli universitari che hanno partorito uno slogan ideologico ma non male («L’ambientalismo senza lotta al capitalismo è giardinaggio»), ecco tante mamme e tanti papà che sfilano in piazza per proteggere la prole e per condividere con loro l’emozione del green dream: «Che commozione, che tenerezza vederli così piccoli e così impegnati i nostri figlioli…». I PICCINI All’angolo con via Lanza, una ventina di bimbi delle elementari Guicciardini tengono insieme alle maestre lo striscione: «Non gettare la sigaretta dammi retta».Ma attenzione, sta arrivando un vecchietto dell’Anpi con al collo il fazzoletto della Brigata Maiella e tutto contento l’anziano neo-resistente al carbon fossile offre una dritta: «Guardi, laggiù abbiamo anche il nostro striscione dell’associazione partigiani». Dietro al quale ci sono alcuni vegliardi su cui ironizzano gli studenti del Mamiani: «E questi da dove arrivano? Dalla casa di riposo?». Simpatici. Come tutti gli altri. Compresi i due ragazzini dell’istituto Vallauri di Velletri che – in mezzo a migliaia di coetanei che a buon diritto gridano «We trust in Greta» e si sentono partecipi del destino del mondo – tengono uno striscione rosso fuoco e molto combat dei «Giovani comunisti/e» con su scritto: «Demercificare la natura». E’ anti-capitalista lei? «Boh, so’ liceale. Mi hanno chiesto di tenere ‘sto striscione ma mica lo capisco…». E il suo compagno dall’altra parte del lenzuolo? «Boh, quello va in seconda B, dove non si fa una mazza». Alle loro spalle ci sono quelli che gli hanno dato lo striscione e vendono Lotta Comunista. Ma nessuno se la compra. I giovani sono più avanti dei vecchi e più imprevedibili e divertenti. C’è una tizia travestita da «madre natura» (così c’è scritta nella t-shirt) che gira sorridendo con un termometro in bocca. E’ bloccato a quaranta gradi e ogni volta che la ragazza lo tira fuori e lo sventola dice: «Ammazza che febbre alta che c’ho!». Una tipa occhialuta del Socrate – «A secchionaaaa…», le dicono le amiche – sfodera il suo cartello: «Più greco meno spreco». Le saltano intorno un po’ di alternativi No Tav, ma lei se ne infischia. Le pischelle accompagnate dai genitori ogni tanto si ribellano all’autorità materna: «A ma, me stai attaccata come ‘na zecca. E scollati!». Di sicuro non riescono a scollarsi anche se quella dovrebbe essere una memoria dei genitori dei genitori, dal mito delle stagioni più eroiche e credono di vedere in questa bella marcia il solito «nuovo ‘68». Chissà se lo vede anche Maurizio Landini, a sua volta in corteo con cappellino rosso in testa, ma qui non lo conosce quasi nessuno né come leader né come influencer e a tutti basta Greta. Anche al piccolo, avrà 9 anni, che avvolto in una bandiera svedese è portato per mano dal papà, il quale con l’altra mano sta sorseggiando dell’acqua da una bottiglietta di plastica e il bimbo lo fulmina come se avesse peccato gravemente: «Ma papiii….». LO SHOPPING Ma al netto delle pantere grigie nel loro eterno ‘68 e di quale professoressa democratica che pensa di fare la rivoluzione con l’imprimatur del ministro («Fioramonti? Ma chi se lo fila…», dicono i ragazzi), questa grande folla di piccoli e medi che esce finalmente dai social e scopre la piazza non digitale rappresenta un segnale incoraggiante. Se sarà capace di andare oltre gli slogan altisonanti e un po’ vuoti («C’avete rotto i polmoni!») e di approdare a una vera conoscenza scientifica delle cose. Intanto qualcuno, non sbagliando, a scuola ci è andato anche ieri. Mentre molti altri hanno invaso i parchi romani, per godersi al sole questo strano sciopero con la giustificazione dei presidi e la benedizione del ministro. A frotte, gli studenti che dovrebbero marciare per Greta s’infilano nei negozi di Via del Corso e dintorni. Eccone una decina, entrano in un megastore che vende scarpe da ginnastica. Ma voi non siete plastic free? «No, siamo di Roma Sud».

Sui quotidiani di oggi avreste dovuto leggere le cifre della cosiddetta Nadef, la “Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza”. In poche parole: le intenzioni del governo per la manovra finanziaria che ci attende nel 2019. Invece non troverete nulla perché il governo le sue intenzioni ha deciso di rivelarcele un po’ più in là, ignorando la scadenza del 27 settembre entro la quale la Nadef avrebbe dovuto esserepresentata. Anche se i numeri non ci sono ancora, possiamo però cercare di capire che cosa bolle in pentola partendo da alcuni dati Istat e dallemolte dichiarazioni che sono circolate in questi giorni. Nel 2018, ultimo anno per cui si hanno dati sostanzialmente definitivi, la pressione fiscale è stata del 41.8%, esattamente come nel 2017. Nel 2019, secondo le stime a suo tempo prodotte dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, la pressione fiscale dovrebbe risultare leggermentemaggiore dell’anno scorso, verosimilmente poco sopra il 42%. Questi dati sono interessanti se comparati con quelli degli anni precedenti: nel quinquennioche va dal 2012, l’annus horribilis della crisi finanziaria, al 2017, la pressione fiscale era sempre diminuita, sia pure a piccoli passi. Se vogliamo raccontarla in termini di governi, possiamo dire che sotto Letta e Renzi le tasse diminuivano leggermente, sotto Gentiloni erano ferme, sotto Salvini e Di Maio – se l’Ufficio Parlamentare di Bilancio non ha sbagliato troppo i conti – hanno ripreso ad aumentareun po’. E l’anno prossimo, con il governo giallo-rosso, che succederà? La prima cosa di cui tener conto è che l’ultimo Documento di Economia e Finanza, partorito dal governo Conte-1, prevede un aumento della pressione fiscale fra il 2019 e il 2020 di 0.7 punti di Pil, pari a circa 13 miliardi di euro. Tale aumento serve a mantenere sotto controllo i conti pubblici, ed è in parte finanziato con l’aumento dell’Iva. Questo, in concreto, significa che se si lascia aumentare l’Iva la pressione fiscale salirà per il secondo anno consecutivo. E se non si lascia aumentare l’Iva? Se non si lascia aumentare l’Iva la pressione fiscale potrà aumentare, diminuire o restare invariata a seconda degli strumenti che verranno usati per sterilizzare l’aumento dell’Iva. Tutto dipende dal fatto che il mancato aumento dell’Iva sia finanziato ricorrendo al deficit pubblico, diminuendo la spesa, o aumentando le entrate. Nell’ipotesi che l’aumento dell’Iva sia interamente o prevalentemente finanziato con il deficit, il risultato non potrà che essere un ulteriore aumento del debito pubblico, con conseguente aggravamento del fardello di debiti che i giovani di oggi si troveranno sulle spalle domani. E’ perlomeno strano che i giovani stessi, sempre più persuasi che gli adulti abbiano loro “rubato il futuro”, non scendano in piazza ogni qualvolta il Governo aumenta il debito pubblico. Nell’ipotesi che l’intero aumento dell’Iva venga finanziato con minori spese, e che alle spese già previste dalla scorsa legge Finanziaria non se ne aggiungano altre, la pressione fiscale diminuirà e l’economia potrà tirare un (piccolo) respiro di sollievo. Ma questa ipotesi è del tutto teorica, per almeno due motivi. Il primo è che gli esponenti del nuovo governo si sono già sbilanciati su promesse elettorali di ogni genere che comportano maggiori spese (bonus vari per le famiglie) ominori entrate (riduzione del cuneo contributivo). Il secondo motivo – il più importante – è che, a giudicare dalle dichiarazioni degli ultimi giorni, il governo sembra puntare la maggior parte delle sue carte su nuove tasse e sulla cosiddetta lotta all’evasione fiscale. In entrambi i casi la giustificazione addotta è di tipo etico. Nel caso delle nuove tasse si prova a giustificarle dicendo che le merendine fanno male alla salute dei bambini, o che il carburante dei trattori dei contadini fa male al pianeta. Nel caso della lotta all’evasione fiscale simette in atto una campagna di delegittimazione delle transazioni in contanti, fino al punto di ipotizzare una tassazione dei prelievi di denaro cartaceo. Qui non voglio discutere la sensatezza degli scopi di questa offensiva ideologico-morale: promuovere consumi sani, proteggere l’ambiente, far pagare le tasse a tutti sono obiettivi più che degni. Il punto su cui vorrei richiamare l’attenzione è che se lo strumento con cui questi obiettivi vengono perseguiti comporta un aumento della pressione fiscale, o anche semplicemente un aumento degli adempimenti (come pare accadrà alle partite Iva che usufruiscono del regime forfettario) l’effetto non può che essere un ulteriore soffocamento dell’economia, con tanti saluti ai discorsi sul rilancio della crescita e la creazione di nuovi posti di lavoro. Quello che spesso si dimentica, specie quando si dice che con i soldi dell’evasione fiscale potremmo risolvere una miriade di problemi grandi e piccoli, è che i 110 miliardi dell’evasione non sono soldi depositati su Marte che finalmente entrerebbero in circolo,ma sono soldi che sono già in circolo e che verrebbero sottratti al settore privato se lo Stato – non pago degli 800 miliardi di entrate di cui già si pasce – decidesse di rimpinguare le proprie casse con ulteriori soldi, che presumibilmente spenderebbe altrettanto male di quelli che già riesce a sottrarre all’economia. Significa questo che l’evasione è un bene e la lotta all’evasione un male? No, significa esattamente il contrario: l’evasione è unmale e la lotta all’evasione è un bene (anzi è un sacrosanto dovere di uno Stato che si rispetti),ma l’unica lotta all’evasione che fa bene all’economia è quella in cui il gettito recuperato viene usato interamente ed esclusivamente per abbassare le aliquote, e quindi non fa entrare un solo euro in più nelle casse dello Stato. Abbassare le aliquote, infatti, significa incentivare l’economia regolare, che è più efficiente di quella irregolare, e disincentivare quella irregolare, che è una delle cause del divario di produttività dell’Italia rispetto agli altri paesi. Se vogliamo che l’Italia torni a crescere è essenziale evitare che, con il pretesto della lotta all’evasione, la pressione fiscale del 2020 sia maggiore di quella del 2019. E’ su questo, innanzitutto, che sarà bene giudicare lamanovra che il governo si accinge a presentare la settimana prossima. www.fondazionehume.it

La politica economica del presidente Trump rischia di destabilizzare l’economia americana attraverso i due canali del protezionismo commerciale e del lassismo fiscale, ponendo la Federal reserve di fronte a un antipatico dilemma: faccio gli interessi dei cittadini, con una politica monetaria che metta in luce le potenziali contraddizioni della politica presidenziale, oppure faccio finta di niente, assecondando le pressioni del presidente per un accomodamento monetario? I dati sulla salute dell’economia americana continuano a dare segnali contrastanti. Le notizie positive giungono dalla dinamica della domanda aggregata: il profilo dei consumi delle famiglie rimane regolare, così come la fiducia e i comportamenti sul mercato immobiliare. La domanda traina la vendita dei beni e dei servizi, che si riflette sull’andamento dell’occupazione. Le incertezze iniziano quando si guardano le tendenze effettive e prospettiche dei salari e dei prezzi, che continuano a essere anemiche. Salari e prezzi trascinano i piedi, e la ragione principale viene individuata nelle aspettative: se non ho fiducia nel futuro, tendo a posticipare sia le rivendicazioni salariali che le spese. La tossina che sta intaccando le aspettative è l’incertezza. A sua volta, l’incertezza viene alimentata da più di una fonte. Il problema principale è la stessa politica economica del presidente Trump, che accresce l’incertezza attraverso due sorgenti. La prima è la politica protezionistica sugli scambi commerciali. Anzi, questa sorgente inquina la fiducia attraverso due canali, che si rafforzano l’un l’altro. Il primo canale è quello più citato: il protezionismo riduce gli scambi, incidendo sulla domanda aggregata, quindi sulla produzione di beni e servizi. Ma c’è un secondo canale che è meno dibattuto sui media, ma non per questo meno potente: il legame tra il rischio protezionismo e l’incertezza. Il solo rischio che una guerra commerciale venga avviata può incidere negativamente sulle aspettative degli operatori. Quanto pesa questo secondo canale? Di recente, e in generale, l’analisi economica sta esplorando la possibilità di misurare l’incertezza provocata dalla politica economica sulle capacità di crescita economica. All’interno di questo perimetro di ricerca, è stato elaborato lo Us trade policy uncertainty index, uno specifico indice dell’incertezza legata alla politica commerciale. Se si guarda il periodo che va dagli anni 80 a oggi, l’indice schizza in alto, e di molto, in sole due occasioni. Il primo picco è raggiunto nei mesi che vanno dall’agosto 1992 al marzo 1995, come riflesso dell’incertezza che circondava i negoziati internazionali che hanno portato prima alla firma e poi all’implementazione degli accordi Nafta. Poi regna la calma piatta, fino al novembre 2016, mese dell’elezione di Donald Trump. Da quel momento l’indice si impenna, e rimane stabilmente alto, a segnalare una perdurante incertezza che, a sua volta, incide negativamente sulle aspettative. Un indicatore può essere quello della volatilità della Borsa. Econometricamente si può verificare se la volatilità dei prezzi azionari è correlata con l’incertezza “da protezionismo”. Bastano pochi numeri per almeno riflettere: negli anni tra il 1900 e il 2017 ci sono state 1.103 anomalie nella volatilità di Wall Street, di cui solo 7 correlate a picchi dell’incertezza da protezionismo; dal quel momento e fino all’agosto 2019 le anomalie sono state 13, di cui ben 5 correlate al rischio protezionismo. Ma la politica di Trump ha contribuito all’incertezza anche attraverso il disegno della politica fiscale. Il presidente americano ha deciso e implementato una politica fiscale espansiva in un momento in cui l’economia statunitense cresceva regolarmente, quindi attuando una scelta prociclica. Qualunque possa essere il giudizio complessivo su tale scelta, almeno su un aspetto c’è consenso: i suoi risultati sono inferiori rispetto anche alle più prudenti attese. Di nuovo, il meccanismo delle aspettative può aver giuocato a sfavore di una strategia – quella prociclica – che è rischiosa. Ma se la politica economica produce strappi da incertezza, come si deve comportare la Fed? La banca centrale deve evidenziare tali strappi – come ha auspicato William Dudley, già presidente della Fed di New York – o metterci ampie toppe, avviando – come reiteratamente auspicato dallo stesso Trump – un’aggressiva politica monetaria espansiva? La risposta lineare dovrebbe essere invece simile a quella data dalla Banca d’Inghilterra tutte le volte che ha dovuto affrontare il rischio di incertezza da Brexit. Ovverosia dare la risposta alle due seguenti domande: qual è l’impatto della fonte di incertezza sulla funzione obiettivo della politica monetaria? Quali saranno le possibili opzioni che la banca centrale potrà considerare? Un simile modo di procedere implica che la banca centrale abbia una funzione obiettivo trasparente e credibile. Ma questo non è il caso della Fed. Inoltre un tal modus operandi mette in conto le reazioni – anche scomposte – dei politici. È quello che è accaduto alla Banca di Inghilterra. È il costo di essere indipendenti, nell’interesse del Paese. È un costo che Powell è disposto ad affrontare?

Qin Shihuang era l’imperatore cinese più ammirato da Mao Zedong, scelta a prima vista bizzarra visto che fu sì capace di riunificare la Cina nel 221 a. C. ma era anche solito bruciare libri e manoscritti sgraditi e perseguitare i saggi confuciani, condannandone a morte 460, seppelliti vivi. All’imperatore suo crudele maestro di strategia politica Mao dedica una poesia, raccolta nel saggio Cina dello statista americano Henry Kissinger (Mondadori): «Signore, la prego, non calunni l’imperatore Qin Shihuang / Serve ripensare ai roghi dei libri / Il nostro dragone ancestrale, pur morto, vive in spirito / Confucio, pur celebrato / non era nessuno / mentre l’ordine di Qin sopravvive, di era in era». Per comprendere cosa resta dell’eredità del presidente Mao Zedong dobbiamo capire dapprima in che modo la sua rivoluzione si inserisce nella millenaria storia cinese, e in che modo, invece, la contraddice. Mao detestava il culto confuciano della Grande Armonia, il da tong, governare senza sfidare il mondo e le sue potenze, certi del destino celeste di Pechino. Amava la violenza di Qin, unire il Paese senza curarsi di tradizioni o sofferenze dei sudditi. Il ritratto pop di Mao, dipinto da Andy Warhol nel 1973, è stato battuto all’asta per 12 milioni di euro, icona ambigua del XX secolo. La sola carestia seguita alla scriteriata campagna economica del Grande Balzo in avanti, 1958-1962, ha ucciso, secondo le stime degli storici, fino a 45 milioni di esseri umani, assegnando Mao al novero dei grandi dittatori – Stalin, Hitler, Mussolini. Eppure, nei tinelli chic di Manhattan il suo ritratto è segno di stile, fascino ambiguo che a lungo ha confuso gli occidentali: alla sua morte, nel 1976, questo giornale titolò «È morto Mao, l’ultimo dei grandi». È il segno più forte che Mao abbia lasciato ai suoi successori, dal pragmatico Deng Xiaoping a Xi Jinping, che ne duplica l’enorme potere: la Cina non ha conosciuto vergogna internazionale come Russia, Germania, Italia; il tocco di Mao, la sua diplomazia raffinata in apparenza, rude alla radice, ne preservano l’immagine antica di potenza saggia, colta, umana. Il lascito di Mao alla Cina del XXI secolo è dunque quello di armonia con i secoli passati, da Qin Shihuang a noi, pur in palese contraddizione con la fede caotica del teorico della Rivoluzione culturale, che purgò tutti i suoi fedeli, fino al cerebrale Zhou Enlai. La Cina, Mao lo sapeva e lasciò che lo studioso inglese Joseph Needham lo insegnasse per decenni, aveva sempre prevalso in tecnologia, scienza e economia sul mondo occidentale, tranne per la sciagurata, e breve, parentesi della Rivoluzione industriale e dell’imperialismo europeo. Tornare – con la produzione, l’intelligenza artificiale, la tecnologia, il 5G – al centro del pianeta era dunque per Mao destino naturale e, fosse vivo, sorriderebbe serafico (alla Warhol!) vedendo i risultati del boom seguito al suo storico incontro con il presidente americano Richard Nixon nel 1972. Perché il Paese tornasse potenza occorreva abbandonare l’umanesimo di Confucio e impugnare la repressione di Qin. Mao ci riuscì e il suo Partito comunista è l’organizzazione politica contemporanea che vanta i migliori risultati di crescita, stabilità, longevità, mancanza di opposizione e rivali, salvo pochi, coraggiosi e isolati, dissidenti che languono in galera o esilio. Nei 70 anni che portano dalla Cina derelitta e vassalla dell’Urss alla Cina che sfida gli Stati Uniti per l’egemonia globale tornando a stringere i Paesi, vicini e lontani, negli imperiali patti di vassallaggio detti Cintura e Strada (da cui speriamo l’Italia si emancipi dopo la dissennata adesione del governo Conte I), una possibile contraddizione però esiste, e forse avrebbe inquietato Mao, maestro di contraddizioni. La Cina onnipotente non riesce a sedare la rivolta per i diritti civili nella minuscola Hong Kong, a far la pace con i nazionalisti di Taiwan, a governare le sue sterminate masse senza occhiuto spionaggio digitale. Non si seppelliscono più, vivi, i confuciani, ma la minoranza islamica degli uiguri, 10 milioni di cittadini nello Xinjiang, vive circondata dal razzismo, schedata via software, con due milioni, soprattutto uomini, rinchiusi in campi di concentramento. La Cina li accusa di terrorismo, e tale è la sua influenza che nessun leader musulmano osa difendere i correligionari. Durerà? Potranno i cinesi, con in mano un iPhone e non più una povera ciotola di riso, rinunciare in eterno a libertà e diritti umani? L’imperatore Qin Shihuang e Mao ne erano certi, Xi prova a seguirli, ma la storia, severa, li contraddice.