Quando si parla dei maoisti italiani si corre un rischio, di finire a ridisegnare la storia dei soliti gruppuscoli riscomodati al ritmo delle ricorrenze. Aldo Brandirali, ecco il nome di sempre, leader amatissimo di Servire il Popolo, tendenza maoista, appunto. Siamo a cavallo fra gli anni Sessanta e i Settanta. Brandirali coltivava il senso di colpa di sé e degli accoliti per essere privilegiati per nascita, praticava e imponeva l’autocritica nonché la spoliazione di ogni avere da donare al partito. Paolo Flores d’Arcais, eccone un altro, per il quale la Cina di Mao era una «città celeste». O Rossana Rossanda, che nel 2006, trentennale della morte del dittatore, propose il consuntivo sul Manifesto: «Mao ha fatto per il 70 per cento cose giuste e per il 30 per cento cose sbagliate: grazie al suo 70 per cento noi siamo in un giusto differente. Onore a Mao». Sono onori tributati sempre a una certa distanza, soprattutto dai trenta o quaranta milioni di morti (a certi livelli la statistica più è vaga più è esatta) provocati da uno dei più grandi criminali del Novecento. Eppure affascinò, e non soltanto i gruppuscoli. Alberto Moravia si sdilinquiva per l’«utopia realizzata». Dario Fo per «l’uomo nuovo perché c’è una filosofia nuova». Ce ne sono molti altri. È uno svicolare irresponsabile: poiché l’Urss ormai ha il tratto delle sopracciglia plumbee e burocratiche di Leonid Breznev, oltre all’eredità sanguinolenta di Stalin, ci si butta su Mao, un’idea più movimentista, più fantasiosa, meno protocollare e, ci si illude, meno farabutta del comunismo. Nel 1978 Walter Veltroni intervista Achille Occhetto e analizza «la ricerca di un modello realizzato diverso da quello dei Paesi dell’Est, in grado di raccogliere una domanda di partecipazione delle masse come la rivoluzione sembrava fare». Nel 1976 (lo confessa a Carlo Bonini) uno dei fondatori di Magistratura democratica, Francesco Misiani, assiste in Cina a un processo a quattro disgraziati condannati per acclamazione in uno stadio: «Avemmo la sfacciataggine di esaltare quel tipo di processo sostenendo che lì si realizzava la partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia». L’aberrazione si insinua ovunque, come si vede, e siccome gli abbagli distorcono la vista a lungo, toccherà concludere con quello sgangherato di Charles Bettelheim, storico francese del comunismo, che sentenziò: «La Rivoluzione culturale cinese ha contribuito alla distruzione del mito della pretesa superiorità degli esperti e dei tecnici». Chissà se vi ricorda qualcosa.
Il primo ottobre 1949 Mao Tse Tung (ora Mao Zedong) in piedi sulla Porta Celeste di Pechino, dopo lunghi anni di guerra civile, proclamava con orgoglio la fondazione della Repubblica popolare. Ma il 1949 della Cina era in realtà cominciato nel 1927, Mao aveva allora 33 anni, era stato espulso dal Comitato centrale comunista, e non sapeva cosa fare: «Mi sentivo desolato», ammetterà molto dopo. Doveva scegliere tra l’opzione nazionalista di Ciang Kai Shek o l’armata dei soldati comunisti guidati da Ciu En-Lai (ora Zhou Enlai). Come scrisse Enzo Bettiza sulla Stampa, rievocando quel 1927, s’iniziò così la «lenta costruzione di un’armata personale che l’astutissimo Mao, il mediocre poeta Mao, diciamo pure il geniale criminale Mao definirà “rossa” e “comunista”». Il futuro Grande Timoniere non perse tempo e impiegò quegli anni a studiare la condizione contadina, specie nello Hunan, quando un vento rivoluzionario attraversava le campagne: «Si solleveranno come una tempesta e spediranno alla tomba gli imperialisti, i funzionari corrotti e i prepotenti locali». Prendeva forma la sua dottrina, prima di lui nessun marxista aveva concepito una rivoluzione socialista che si basasse esclusivamente sui contadini. Una «eresia» che lo faceva molto più vicino ai populisti russi (narodniki) che non a Marx e Lenin. Nel 1934-35 Mao conduce la sua armata in un ripiegamento strategico passato alla storia come la «Lunga Marcia», 10 mila chilometri, percorsi in un anno, da Sud a Nord, dallo Jiangxi allo Shaanxi per sottrarsi all’accerchiamento della macchina militare del Kuomintang guidato da Ciang Kai-Shek. Storia e leggenda si intrecciano e secondo Bettiza, in una strategia contorta e sottile, molto «cinese», fu lo stesso Ciang ad appoggiare l’operazione con l’obiettivo di impadronirsi poi, col suo esercito fresco e intatto, delle zone ripulite dalla truppa maoista. È invece certo che, durante la Marcia, si scannarono tra loro differenti fazioni comuniste con Mao che emergeva ogni volta vincitore. Il giornalista americano Edgar Snow, testimone molto simpatizzante dell’impresa (il suo Stella rossa sulla Cina è pubblicato dal Saggiatore) lo descrive così: «C’è qualcosa in lui dell’uomo del destino, una solida vitalità elementare. Emana un’incredibile capacità di sintetizzare le esigenze di milioni e milioni di cinesi». Ma anche spietato e implacabile sterminatore, come documentato nella biografia dell’ex guardia rossa Jung Chang (uscita in Italia da Longanesi, Mao, la storia sconosciuta) che vedeva in lui ingrandito e moltiplicato l’«istinto criminale di Stalin di spezzare la dignità delle vittime». Guerra e rivolta sociale procedevano associate, come ha scritto lo storico americano Maurice Meisner in Mao e la rivoluzione cinese (Einaudi). L’invasione giapponese della Manciuria nel 1937 offrì ai comunisti l’opportunità di impadronirsi della bandiera della resistenza contro gli invasori. Dopo il ritiro del Giappone nel 1945, quando la Cina stava precipitando nella guerra civile, i nazionalisti godevano di un vantaggio schiacciante sull’Armata comunista guidata da Mao: aviazione, artiglieria pesante e cospicuo aiuto finanziario degli Stati Uniti. Lo stesso Stalin consigliò a Mao di cercare un accordo con Ciang Kai-Shek. Ma la sua fiducia nella rivoluzione era incrollabile: «La storia proverà che i nostri fucili sono più potenti dei loro aeroplani e dei loro carri armati». Mao adottò una «tattica di guerra mobile» ispirata ai principi di Sun Tzu. Decisiva fu la battaglia per la Manciuria, condotta in prima persona dai due leader, Mao e Ciang Kai-Shek. L’Armata Rossa guidata dall’abile Lin Biao ebbe il sostegno schiacciante dei contadini, che intanto avevano ricevuto le terre confiscate e vedevano realizzata la promessa di Mao: «La terra a chi la coltiva». Il maoismo definiva dunque i suoi caratteri (egualitarismo, frugalità, comunitarismo, fusione tra civile e militare e tra teoria e pratica) in una combinazione originale di nazionalismo e rivoluzione sociale. Violenta, va da sé: «Il potere politico nasce dalla canna del fucile». La vittoria schiacciante ottenuta dall’Armata Rossa in Manciuria impresse un’accelerazione alla storia, centinaia di migliaia di soldati di Ciang Kai-Shek disertarono in favore di Mao, il quale riunì il Paese contro il parere di Stalin che avrebbe voluto una Cina divisa in un Nord comunista (e non concorrente di Mosca) e un Sud al Kuomintang, rassicurante per gli Stati Uniti. Il 1° ottobre Mao proclamava invece la nascita della Repubblica popolare dove «ciascuno di noi era una goccia nel grande fiume del socialismo», come scrive Yu Hua (Mao Zedong è arrabbiato, Feltrinelli) ricostruendo oggi lo spirito dell’epoca con un’ironia allora impossibile. Il conflitto con l’Urss era dunque scritto sulla pietra dell’ideologia e si allargò sulla pratica della geopolitica per il primato sul movimento comunista internazionale. Morto Stalin, seguirono gli anni del riavvicinamento con Krusciov, definitivamente interrotti nel 1960 con l’espulsione dei consiglieri sovietici. Cominciava l’era di un potere mistico e assoluto che proiettava la Cina nel grande gioco del mondo, ma segnato da una feroce repressione che sarebbe costata al Paese decine di milioni di morti.
Gentile Direttore, in merito all’articolo dal titolo “Il video del Renzi falso. L’ultimo salto di qualità nella manipolazione tv” (La Stampa, 25 settembre), precisiamo che Massimiliano Panarari afferma il falso quando scrive che solo in seconda battuta il filmato era stato qualificato da noi come fake sul sito e sui social. Come lei ben sa, avendolo pubblicato sul suo giornale il 20 settembre, ne avevamo già dato notizia in conferenza stampa davanti a decine e decine di giornalisti. Il Panarari, non solo non legge il giornale per cui scrive, ma neppure vede integralmente le trasmissioni di cui si perita di discettare. Infatti, in uscita dal filmato (riferendosi a Renzi), Ezio Greggio e Michelle Hunziker così commentavano: Greggio: “Ma è lui o non è lui? Certo che non è lui!” Michelle: “Ma è identico!” Greggio: “Ma scusi, secondo lei Renzi può dire cose di questo tipo?” Michelle: “Certo!” Greggio: “Ma no, al massimo le pensa, ma non le dice, non le dice, non le dice…”. Nei titoli di coda della trasmissione, inoltre, veniva chiaramente specificato: la voce di Matteo Renzi è di Claudio Lauretta. Da 31 anni Striscia esemplifica, scova e combatte quelle che un tempo venivano chiamate bufale e oggi sono diventate fake news, insinua il dubbio con il suo stile provocatorio che di certo non può piacere a chi è completamente privo di ironia.
L’UFFICIO STAMPA DI STRISCIA LA NOTIZIA
Il giornalista: quell’ironia perduta
Che dire? A volte non c’è gusto in Italia a essere diligenti (libera parafrasi da Roberto “Freak” Antoni). Uno si sforza diligentemente di fare analisi – discutibili e opinabili, naturalmente (e ci mancherebbe altro) –, di produrre argomentazioni, di passare in rassegna i fatti, e, invece, zacchete, giù botte, e raffiche di kalashnikov verbale. Piovono (parole come) pietre. Nell’articolo da cui ha preso le mosse questa querelle si cerca di indicare come, con il video deepfake su Renzi, Striscia la notizia abbia ulteriormente spinto in avanti i confini dell’infotainment nostrano, riconfermando il suo ruolo di trasmissione portatrice di un’«ambiguità costitutiva». Per cui, tra l’altro, alla bisogna e à la carte, questo programma campione di ascolti può autodefinirsi informativo oppure satirico – e, in questo modo “doroteo”, punta a sfangarsela sempre da critiche e obiezioni. E, soprattutto, avvolge i suoi telespettatori in una nebulosa molto postmoderna dove il verosimile può prevalere sul dato di fatto. Un «ruolo avanguardistico» rispetto alla tv generalista, come si scriveva, che si presta a molte riflessioni e, nella fattispecie del video, anche a qualche inquietudine, dal momento che il modello del cittadino informato è quello a cui tutti quanti teniamo, anche se la pensiamo in maniera diversa su tante cose (o mi sbaglio?). Ecco, di qui, a pensare di essere stati accusati di rappresentare una minaccia per le democrazie liberali ce ne corre, e parecchio (nell’articolo il riferimento era, un po’ realisticamente, alla Russia e alla Cina). Quell’inusitata imputazione sarebbe, decisamente, «troppa grazia Sant’Antonio!». Ah, stiamo parlando del santo patrono, non del nome di battesimo dell’inventore del programma – sempre a scanso di equivoci, che qui non si mai come vengono prese le parole da chi dell’ambivalenza ha fatto il proprio marchio di fabbrica. E, già che ci siamo, potremmo pure dire che, dal berlusconismo al grillismo, c’è tanto riccismo nella politica e nell’antipolitica italiane. Una valutazione analitica, e pure una considerazione che riconosce il ruolo rilevante che gli spetta nell’immaginario televisivo (e non) italiano di questi ultimi decenni, ma c’è il rischio che qualcuno se la prenda a male, e allora meglio “sopravvolare” (come diceva Corrado Guzzanti). Del resto, si sa, il Ricci è ispido come un vero ricci(o). Mica è tondo come il Gabibbo. E, quindi, la «precisazione» non lesina fattoidi, affermazioni strampalate e offensive (“scie chimiche” de che?) e anche qualche attacco sul piano personale. E la butta in caciara, termine romanesco che rende perfettamente il significato delle armi (comunicative) di distrazione di massa utilizzate per distogliere l’attenzione dai veri punti in questione. E dire che il situazionismo teorizzava l’ironia e, soprattutto, l’autoironia, come dovrebbe ben sapere chi se ne dichiara erede. MASSIMILIANO PANARARI
La replica: solo una provocazione
Le chiacchiere stanno a zero. Ribadiamo che Massimiliano Panarari ha semplicemente, e con la solita approssimazione, riportato fatti non veri. Tra l’altro è a disposizione di tutti sul nostro sito il filmato della conferenza stampa dove Ricci, davanti a decine e decine di giornalisti, ha chiarito il senso della provocazione dell’«inquietante» filmato che in seguito è stato trasmesso. È Massimiliano Panarari a buttarla in caciara, questa volta per fortuna ci risparmia la solita spolverata di Deleuze e Baudrillard che usa per insaporire i suoi soufflés. Spiace però notare che l’esperto di ambiguità (scrive per la casa editrice di B.) non abbia colto anche quanto riccismo ci sia nel trumpismo e nel putinismo. Apprezziamo il suo tentativo di fare l’ironico e il simpatico, se vuole ci proponiamo gratuitamente come tutor per un corso, ci piacciono i casi disperati.
L’UFFICIO STAMPA DI STRISCIA LA NOTIZIA
Con il movimento dei Fridays for Future sta accadendo qualcosa di difficilmente definibile. Un movimento di ragazzi in età scolare che attorno al Globo periodicamente manifestano per chiedere ai leader mondiali di salvare il pianeta dove tra qualche decennio la loro vita potrebbe essere in pericolo. Anche questo terzo venerdì globale si è trasformato in una impressionante mobilitazione, anche in Italia. Forse, anzi, per l’Italia si è trattato della mobilitazione meglio riuscita. E attraverso il prisma italiano si è ad esempio colto come questo movimento esprima un mutamento nei costumi e nei comportamenti di una generazione di giovanissimi che potrebbe già di per sé rappresentare una spinta verso un modo diverso di concepire il rapporto dell’uomo con l’ambiente e i modelli di sviluppo. Le borracce che hanno sostituito le bottigliette di plastica sono ormai il simbolo di una nuova consapevolezza che vorrebbe tradursi anche in stili di vita conseguenti. Stili di vita che non si esauriscono in sé, ma che rappresentano forse un modo di introiettare l’urgenza di nuovi paradigmi, che incorporino le grandi decisioni a livello mondiale per affrontare il pericolo del riscaldamento globale di origine antropica e abitudini quotidiane coerenti. È forse questo che più colpisce in questo movimento mondiale: il messaggio della necessità di essere diversi per poter guardare al proprio pianeta in modo diverso. Il movimento nasce da quel piccolo grande «j’accuse» di Greta Thunberg verso i grandi decisori mondiali. Esprime un conflitto generazionale nella misura in cui le generazioni più adulte hanno sottovalutato il problema, un conflitto tra diverse sensibilità. Ma non necessariamente un conflitto tra generazioni sul terreno politico. Alle manifestazioni hanno cominciato anche ad apparire dei «grandi». E questa sembra essere, d’altro canto, la prospettiva dei giovani che si riconoscono nei Fridays for Future. Sugli atteggiamenti di Greta, sulla incoerenza e la radicalità di un messaggio che non terrebbe conto del divario tra paesi più e meno ricchi o delle conquiste per lo stesso benessere umano dello sviluppo produttivo, su una protesta alla quale non corrispondono chiare proposte, le critiche si sono sprecate e continuano a sprecarsi. Anche Emmanuel Macron si è un po’ risentito per le accuse fatte anche alla Francia di non impegnarsi abbastanza. Ma con tutti questi ditini alzati si dimentica che a certi problemi le risposte le dà la politica. Nella società globale una nuova forma di «voice» si è organizzata. Per la sua viralità, la sua originalità, anche la sua forma «pop», è stata in grado di politicizzare prepotentemente il tema della sopravvivenza del pianeta come habitat adatto alla vita umana, brandendo i risultati della scienza. Apparendo ben più ragionevole dei deliri contrari all’ambiente e alla scienza di un Bolsonaro o di un Trump. Dell’allarme lanciato da una generazione che in prima persona sta cercando un suo modo diverso di abitare il pianeta bisognerebbe parlare. Non dello sguardo di Greta o di suoi fantomatici burattinai.
Cosa accada in Egitto è quantomai materia da sfinge. Alcune centinaia di persone sono effettivamente scese in strada ieri al Cairo, Alessandria, Suez, rispondendo all’appello del nuovo eroe popolare Mohamed Ali, l’imprenditore ed ex contractor dell’esercito che da un mese arringa i connazionali via YouTube denunciando la corruzione della presidenza e le ville costruite a spese dei contribuenti. Ma, nonostante la rabbia montata senza precedenti e la visualizzazione del j’accuse a livelli da video porno, il vento del 2011 non si è risvegliato. E non solo perché sin dal mattino l’iconica piazza Tahrir schierava più poliziotti che manifestanti mentre la sicurezza, per una volta in sintonia con le associazioni dei diritti umani, lasciava aleggiare la cifra record di 2 mila persone arrestate in poche ore, tra cui il professore anti-islamista Hassan Nafea. Gli egiziani sono depressi e non ne fanno mistero. Le umane sorti e progressive vagheggiate otto anni fa con la prima rivoluzione contro Mubarak e poi con la seconda contro il democraticamente eletto Morsi non si sono materializzate. Lo stato di diritto può attendere, si disse allora, accantonando la libertà nel nome della sicurezza, della ripresa e della fiducia nel presidente al Sisi. Qualcosa è andato storto però, e i giovani chiedono oggi ai fratelli maggiori il conto di quel sacrificio. Il Paese in realtà cresce del 5,4%, una tigre africana. Analisti liberal come Said Sadeq ammettono che al Sisi ha avviato quelle riforme economiche non più rinviabili e, grazie alla scoperta del giacimento di Zohr, ha smesso di importare gas assicurandosi energia gratis per tanti anni a venire. Il turismo non ha recuperato i livelli del 2010 ma sono tornati i russi, gli italiani, i resort sulla costa alessandrina sono sempre pieni di stranieri ed egiziani facoltosi. Eppure l’umore nazionale è sotto i piedi. Talmente tanto che il presidente ha sentito di dover rispondere all’invettiva di uno come Mohamed Ali: non un dissidente e neppure, come insinuato, un Fratello Musulmano, ma un ex insider in Ferrari che con un gergo comprensibile all’ultimo degli egiziani si vendica per non essere stato pagato dall’esercito. Il punto è che nonostante i successi macroeconomici il Paese, disposto a soffrire la censura, soffre anche la fame. L’aiuto del Fondo Monetario Internazionale ha imposto il taglio drastico dei sussidi su cui, malamente, campava un Paese enorme e con una media di 6 figli a famiglia. Secondo la Banca Mondiale il 33% della popolazione vive oggi sotto la soglia di povertà mentre un altro 33% è prossimo a finirci. Vuol dire che quel 30% di tasse raccolte ai tempi di Mubarak e passate oggi all’80% non basta o non è redistribuito. I cantieri sono ovunque, strade, il recupero di baraccopoli centralissime come Batn El Bakara, nuove capitali con appartamenti da 15 mila pound egiziani al mq (una famiglia media ne guadagna meno di 1000 al mese). Si vola, ma molto più in alto della vita comune, dove la benzina e il gas da cucina sfiorano prezzi folli. Resta la rivoluzione, ma serve un consenso ampio. E giacché le donne e i copti fanno quadrato intorno al presidente, toccherebbe agli ex ragazzi del 2011 prenderne le redini. Ci hanno pensato in queste ore: ma la paura di finire di nuovo nella trappola islamista e quella simmetrica di essere usati dal regime per un regolamento di conti interno li hanno paralizzati. La rabbia, specie quella sanculotta, è lì: da maneggiare con cura.
Netflix ha rovesciato tutte le carte in tavola, ma anche per Lord Anthony Hall, direttore generale della Bbc, “The Crown” è stata un’esperienza indimenticabile: «Resta la mia serie preferita», ci dice al termine del dibattito avuto ieri a Roma con il presidente della Rai Marcello Foa nella tre giorni di Prix italia 2019. Tony Hall, lei ha parlato di una “seconda ondata di cambiamento” sul fronte delle piattaforme streaming. Cosa ci aspetta esattamente? «È vero, siamo nel pieno della secondaondata:NetflixeAmazon hanno caratterizzato la prima, entrando nel mercato in modo massiccio con i loro prodotti, adesso però arriverà il nuovo servizio di abbonamento di Apple, arriveranno Disney, Huli e molti altri ancora. Per i consumatori è sicuramente un bene perché hanno piùscelta, ma lascelta per l’appunto va fatta, e tra una marea di prodotti. Ecco, io credo che il servizio pubblico abbia una grande opportunità in questo momento, perché soltanto noi possiamodarealmercatoqualcosa di molto preciso, fatto di sceltecoraggiose». Quando sarà possibile creare una piattaforma europea capace di contenere l’offerta di Netflix? «La piattaforma c’è già con la EuropeanBroadcasting Union (di cui Tony Hall è presidente, ndr) e credo che possa conquistareunaposizioneforte.Dobbiamo lavorare insieme sui grandieventisportivi,suigrandi fatti nazionali, e sul fronte della fiction. Dobbiamo diventare il luogo dove nascono i talenti,i migliori autori, i migliori intrattenitori, e i direttori della nuova generazione. È questol’antidotomigliorecontro la disinformazione: abbiamo il dovere di essere affidabili, non dobbiamo vendere né pubblicitàné abbonamenti». In che modo l’alleanza può diventare più strategica di quanto non lo sia adesso? «Credo che come piattaforme europee dobbiamo collaborare meglio sotto due profili: innanzitutto quello dello sviluppo di progetti tecnologi avanzati, e poi sul piano della parità delle regole, dobbiamo cioè cercare di essere trattati, come broadcast europei, al pari di Netflixe Apple». Un’alleanza con le televisioni pubbliche europee può considerarsi un modo per restare in Europa, una volta fuori dall’Unione Europea? «Sì,èancheunaquestionepolitica. Dopo la Brexit, i vantaggi di una cooperazione per la Bbc in Gran Bretagna saranno enormi, perché lavorare con i nostrivicinipiùprossimi significa avere un terreno comune». Un’alleanza con la Rai può essere strategica per la Bbc? «Certo, ci piacerebbe molto fare qualcosa di specifico con la Rai, e attualmente sono in corso dei colloqui tra Rai e Bbc. Per il momento il pubblico inglese ha molto amato la visionedelCommissarioMontalbano, ma penso che potremmo fare davvero molto di più. Rai e Bbc non dovrebbero limitarsi a collaborare sui contenuti maanchesulletecnologie.Credo sarebbe molto positivo per il futuro della Rai e per quello dellaBbc». Quali sono secondo lei i contenuti più efficaci per rafforzare l’impatto delle piattaforme europee rispetto ai giganti dello streaming? «Lenotiziesono importantissime e personalmente voglio fare il massimo per incrementare gli scambi sulle notizie. Ieri cisiamovisticonidirettoriesecutivi dei servizi News di vari broadcaster, tra cui anche la Rai, per parlare di quanto possiamo fare di più insieme per condividere meglio le nostre conoscenze. L’anno scorso, ad esempio, in occasione del crollo del ponte Morandi di Genovalacollaborazionetra noi e la Rai, che ci ha messo a disposizione immagini e professionalità di altissimo livello, fu eccezionale. Com’è guidare la Bbc ai tempi di Brexit? «È in assoluto il periodo più interessante nella mia vita di direttore. Per fortuna abbiamo due giornaliste veramente eccezionali, Laura Kuenssberg a Londra e Katya Adler a Bruxelles. Stiamo anche sperimentandonuoveformediinformazione: il podcast “BrexitCast”, che sta funzionando in maniera fantastica, ma anche un format in cui gli ascoltatori pongono domande, tipo “cos’è il backstop?”. Ci sono milioni di persone che vogliono sapere minutoper minutocosa succede alla Camera dei Lord… È un tempo difficile, pieno di sfide, maaffascinante».
I commercianti sono favorevoli a misure che incentivano la tracciabilità ma anche tra gli esercenti più «evoluti» e aperti ai pagamenti elettronici, come quelli che ad esempio aderiscono al circuito della app «Satispay», resta alta l’attenzione ai costi dei vari strumenti di pagamento. Soprattutto per le transazioni fino ai 25 euro, ovvero quei piccoli importi che proprio in questi giorni sono finiti sotto la lente del governo che punta ad intensificare l’utilizzo della moneta elettronica in chiave antievasione. L’obiettivo dichiarato è quello di recuperare l’anno prossimo all’incirca 4 miliardi dei 33 di Iva che viene evasa ogni anno in Italia e per questo si vogliono incentivare i pagamenti tracciabili. Il caro-Pos, i costi eccessivi che un esercizio commerciale deve sostenere per gestire i pagamenti con Bancomat e carte di credito(che non a caso stentano ad imporsi sul contante), non da oggi è uno dei cavalli di battaglia della protesta dei commercianti. Perché se è vero che in base ad una direttiva europea da fine 2015 le banche devono applicare agli esercenti un prelievo massimo dello 0,3% per le carte di credito e dello 0,2% per bancomat e carte prepagate (con aliquote in proporzione più ridotte per importi sino a 5 euro), è anche vero che il costo delle macchinette tra oneri di installazione e canoni, resta sempre alto. Quanto costa un Pos I prezzi cambiano da banca a banca e a seconda che il Pos rientri in un pacchetto complessivo che comprende anche il conto corrente e magari altri servizi. Un Pos «fisso», se si guarda a titolo puramente indicativo ai principali operatori, con le Poste costa 15 euro al mese più Iva, 28,5 quello di Unicredit, da 9 a 18 quello di Intesa. La versione cordless arriva anche a 40 euro/mese. Per un Pos non appoggiato al conto Unicredit chiede invece 100 euro/mese. In questo modo in un anno un commerciante spende da un minino di 108 ad un massimo di 480 euro a cui occorre poi aggiungere i canoni mensili sui collegamenti: solo per stare a Intesa Sanpaolo in questo caso si va da un mino di 9 (Pos collegato ad una linea analogica) ad un massimo di 40 euro per apparecchio cordeless. Poi ci sono le commissioni applicate sulle transazioni spinte decisamente all’insù da operatori come American Express, Diners o le stesse Poste (che fanno pagare anche più del 2% su ogni operazione). Amex, ad esempio, applica una commissione del 4% sino a 100 mila euro di transato ogni anno, poi scende per gradi sino al 3,85% sopra i 10 milioni di euro. «La tariffa accordata agli esercenti – specifica il loro sito – è in realtà inferiore e solitamente si attesta attorno al 2%». Questo fa sì – sostiene l’Abi – che la media del costo delle commissioni in Italia sfori i «tetti» europei e si attesti attorno allo 0,59%. Confesercenti a sua volta parla di costo medio a carico dei negozi tra lo 0,5 e lo 0,75% del transato. Il caso Satispay La concorrenza dei nuovi strumenti (oltre al pressing del governo) dovrebbe indurre le banche a più miti consigli. Proliferano infatti i sistemi alternativi. Ad esempio Satispay – che proprio ieri ha diffuso i dati di un sondaggio su un campione di 3.500 negozianti, che in maggioranza (65,85) apprezza i nuovi incentivi ai pagamenti elettronici – non fa pagare nulla agli utenti mentre agli esercenti chiede solo una commissione fissa di 20 centesimi a partire da 10 euro di spesa in sù, mentre sotto questa soglia non fa invece pagare nulla. Avviato a fine 2015 questo sistema di mobil payement ha appena superato la soglia degli 800mila utenti registrati con 90 mila esercizi convenzionati in tutta Italia.
C’è la determinazione ad applicare il Patto di stabilità e crescita «facendo pieno uso della flessibilità consentita dalle regole». E c’è la volontà di sostenere «una politica di bilancio più amica della crescita». Dal documento che Paolo Gentiloni ha inviato al Parlamento Ue emergono i contorni di un programma politico che va nella direzione auspicata dall’Italia, pur con tutte le cautele del caso per non agitare troppo il fronte rigorista. Ma ciò che balza subito all’occhio nelle risposte dell’ex premier agli eurodeputati è l’accento sulla necessità di legare gli investimenti “green” al “coordinamento delle politiche di bilancio”. Obiettivo nelle ambizioni di Roma dovrebbe tradursi nello scorporo degli investimenti verdi dal deficit. Difficile che accada già in questa manovra, ma non impossibile. Gentiloni assicura il suo impegno a «fare i passi in questa direzione già nel prossimo ciclo del semestre europeo». La proposta per una nuova interpretazione delle regole potrebbe infatti avvenire nel contesto del riesame del Patto di stabilità, un passaggio che la Commissione farà a dicembre. Certo, Gentiloni non lo può dire così esplicitamente e in privato continua a ripetere che è “prematuro” considerare la missione già compiuta. I motivi sono molteplici. Innanzitutto perché non ha ancora certezze su quella che sarà la linea di Ursula von der Leyen sul tema. E poi c’è il fiato sul collo che i “falchi” stanno facendo sentire al futuro commissario all’Economia. Giovedì Gentiloni sarà in audizione davanti alla commissione Econ e non ha alcuna intenzione di lanciarsi in fughe in avanti perché vuole evitare sgambetti. Ieri l’ex premier è rientrato a Roma dopo aver trascorso qualche giorno a Bruxelles per preparare l’audizione. Ha incontrato i capigruppo e i coordinatori dei principali gruppi parlamentari. Ma anche i leader del partito dei Verdi. Gentiloni sta investendo molto nel dialogo con gli ecologisti perché vorrebbe riportarli nel perimetro della maggioranza europarlamentare. Nelle sue risposte ci sono messaggi molto chiari per quel mondo: dalle nuove imposte energetiche alla tassa sulle multinazionali del digitale. Ma anche l’annunciata linea dura contro gli evasori e contro i paradisi fiscali, oltre che la volontà di superare l’unanimità tra i governi sui dossier fiscali per bypassare i soliti veti. Inoltre Gentiloni ha annunciato di aver avviato la liquidazione di tutti i suoi investimenti in azioni, titoli di Stato e in fondi comuni per evitare possibili conflitti d’interesse. A Roma intanto continua il lavoro per chiudere la nota di aggiornamento al Def, che sarà presentata lunedì. Ieri la questione è stata al centro dell’incontro a Palazzo Chigi tra il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, e il premier Giuseppe Conte. Per contenere il deficit è in arrivo un taglio di circa un miliardo alle spese dei ministeri. Si cerca di non fare andare il disavanzo oltre il 2, 1% del Pil, visto che i margini di flessibilità che l’Ue è disposta a concedere sono molto stretti. Però un assist in questo senso arriva dalla Francia: Parigi ha preparato una legge di bilancio che proietta il deficit al 2, 2%. E che soprattutto non registra alcuna variazione del deficit strutturale, nonostante la raccomandazione Ue imponga un taglio dello 0, 6%. Lo stesso che è richiesto all’Italia.
Non solo si augura un secondo mandato per Mattarella, «se fosse disponibile», una personalità, «saggia, equilibrata e anche alla mano». Una benedizione del tutto irrituale da parte di un premier in carica. Ma a dimostrazione del nuovo profilo tutto politico che sta assumendo, entra pure con i piedi nel piatto su un tema delicatissimo, Giuseppe Conte: quel sistema di voto che dovrebbe essere uno dei due perni dell’accordo di governo tra Pd e cinque stelle. E lo fa frustrando le ambizioni dei fautori del proporzionale puro. E smentendo pure la prassi, già rivoluzionata da Renzi, che il governo si tiene fuori dalle leggi elettorali. Se al taglio dei parlamentari doveva far da contraltare un cambio del sistema di voto per garantire rappresentanza, ecco d’ora in avanti riacquista peso il maggioritario. Lo stesso, per paradosso, su cui Salvini vuole un referendum. «I sistemi elettorali si evolvono nel corso del tempo: io sarei orientato a preferire sistemi in cui quando si vota la sera il giorno dopo si sa chi ha vinto, ma l’importante è concepire pesi e contrappesi di qualsiasi sistema: come un maggioritario spinto non funziona, allo stesso modo un proporzionale puro rischia di generare ingovernabilità se non c’è una clausola di sbarramento. Non esiste un sistema migliore in astratto, l’importante sono i contrappesi». Parola del premier, che lascia intendere come anche col proporzionale andrebbe alzata la soglia di ingresso in Parlamento per elidere i partiti piccoli (Italia viva?) e consentire una semplificazione del sistema. Un’uscita benedetta da Zingaretti, visto che viene rilanciata sulla chat dai suoi un minuto dopo che escono le agenzie. Voto libero sul fine vita Ma non è questa la sola “botta” che consegna il premier in vena di esternazioni a Celle nel suo paese d’origine, in Puglia, intervistato da Affari italiani. . Anche la sua uscita sulla libertà di coscienza sul fine vita trasuda una volontà di ingraziarsi le gerarchie vaticane, visto che questa è la posizione dei cattolici in Parlamento sul tema che tiene banco dopo la sentenza della consulta. «Da giurista e da cattolico», dice Conte «mentre non ho dubbi che esista un diritto alla vita, perno di tutti i diritti della persona, dico che è da dubitare ci sia un diritto alla morte. Esiste un diritto all’autodeterminazione per cui scelgo le mie cure, ma scegliere di essere avviato alla morte e chiedere l’ausilio di personale qualificato può essere un po’ dubbio». Ecco qui. Il premier dice la sua, ma non solo. Nella legge che va fatta «bisognerebbe prevedere l’obiezione di coscienza dei medici». Ma le notizie sono tante. «L’Iva non aumenta ma ci sarà qualche rimodulazione». Prima conferma alle indiscrezioni sugli aumenti selettivi. «La manovra sarà espansiva» per far crescere i consumi. «Reddito di cittadinanza e quota 100 sono misure di protezione sociale. Fanno parte di misure già adottate e intendiamo conservarle perché è un adempimento nei confronti degli italiani». È ancora. «La cosiddetta flat tax» per gli autonomi e le partite Iva la conserveremo e cercheremo di incrementarla anche per i redditi superiori. Lavoreremo anche per introdurre un alleggerimento della pressione fiscale al di sopra di 65mila euro». Dunque calo tasse al centro, se sarà possibile trovar le risorse. Che il premier conta di rastrellare anche dalla lotta all’evasione, alzando il livello dello scontro con i grandi evasori, con il carcere per chi nasconde grandi somme al fisco. E con premi per chi usa la moneta elettronica. Il cantiere della manovra e già avanzato.
Se c’è un governo che, almeno sulla carta, è in grado di realizzare ius soli, è questo. Sempre che la maggioranza tra Pd e M5S, resti compatta. Ma ci sono due incognite che potrebbero incenerire ancora una volta le speranze degli oltre 800 mila bambini stranieri che aspettano di essere riconosciuti pienamente come cittadini. La prima sta nella tenuta del M5S, da sempre sconquassato da spinte opposte sul tema dei migranti. La seconda è l’onda d’urto della protesta di Matteo Salvini. «Se questa è la priorità del governo, povera Italia – replica – La Lega si batterà contro lo ius ioli comunque lo chiamino, contro la cittadinanza facile». La legge depositata alla Camera che il 3 ottobre riprenderà il cammino con più ampie chance di successo è in realtà uno ius culturae,cioè legato al completamento del ciclo scolastico dei figli di migranti (un alunno su dieci nelle scuole italiane). Relatore della proposta depositata da Leu è il grillino Giuseppe Brescia. Il suo annuncio suona quasi come uno sfogo, esploso dopo 14 mesi di soggezione alla Lega su questi temi: «Non c’è solo il testo a prima firma Boldrini da esaminare. Ce ne sono di altri gruppi, tra cui un testo Polverini di Forza Italia che introduce proprio lo ius culturae. E arriverà anche un testo M5S. Serve una discussione che metta all’angolo propaganda e falsi miti, e dia un segnale positivo a chi si vuole integrare». Brescia, esponente di un’area più a sinistra nel M5S, è consapevole che dovrà guardarsi innanzitutto dai colleghi M5S. A partire da Luigi Di Maio. Il leader crede che questa battaglia possa solo favorire la propaganda di Salvini. Sui migranti, il ministro degli Esteri ha annunciato «grandi novità» per lunedì, rivendicando la propria posizione, espressa durante il viaggio a New York: «Non potevamo fermarci alla redistribuzione. Dobbiamo andare oltre e bloccare le partenze». Di Maio fu tra coloro che nella scorsa legislatura, annusato il vento contro i profughi, si immolarono per far saltare la legge, nonostante i numeri in Parlamento ci fossero. Tattica e prudenza, però, frenarono anche il Pd. Ora il clima è diverso. Gli oppositori si sono fusi tra loro e per spuntare le armi di Salvini serve una nuova sfida sull’integrazione, che «senza un riconoscimento normativo – sostiene il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti – sarebbe solo un contenitore vuoto».