Matteo Salvini ha provato sulla sua pelle cosa significhi un Parlamento in grado di fermare i piani plebiscitari di un singolo leader. Prendo tutto io — “pieni poteri”, li aveva definiti il leader leghista — è un obiettivo incompatibile con una democrazia degna di definirsi tale. Il piano è saltato, per ora. Ma Salvini non è domo e il suo ultimo rilancio non è meno pericoloso del precedente. Grazie all’iniziativa di cinque Regioni governate dal centrodestra, e alla sudditanza di una Forza Italia in piena sindrome di Stoccolma, quella che spinge il prigioniero a tifare per il suo carceriere, ora c’è in campo un referendum sulla legge elettorale. Il quesito sarà depositato in Cassazione lunedì e l’obiettivo è noto: abrogare la quota proporzionale per trasformare il Rosatellum, il sistema oggi in vigore, in un maggioritario puro. Ovviamente l’ultima parola spetta alla Corte costituzionale, che dovrà valutare se il quesito è ammissibile. Ma intanto la miccia è accesa. E lo scoppio, nel caso, sarebbe forte. La tempesta perfetta è legata a questa catena di eventi: il Parlamento approva il taglio dei parlamentari da 945 a 600. La Corte costituzionale dà il via libera al referendum della Lega. Nelle urne vincono i sì. Alle prossime elezioni si vota con un maggioritario puro. Risultato: una coalizione con il 40 per cento dei consensi — traguardo alla portata di un centrodestra a trazione salviniana — può trovarsi a controllare l’80 per cento degli eletti, e anche più. Un Parlamento monocolore potrebbe eleggere a proprio piacimento il capo dello Stato, controllare tutte le nomine istituzionali e garantire al potere esecutivo un ferreo controllo anche su quello legislativo e giudiziario. Una vera dittatura della maggioranza, senza alcun vincolo e contrappeso, pericolosa non solo in caso di vittoria delle forze sovraniste e orbaniane ma chiunque andasse al governo. Questo scenario, per fortuna, non è ancora una condanna certa. Siamo ancora a una catena di “se”, il primo dei quali è il tutt’altro che scontato via libera della Consulta al referendum leghista. Ma è già un bel guaio che sul futuro della democrazia italiana si ammassino minacce causate dalla spregiudicatezza con la quale la politica tutta sta maneggiando una materia così delicata. Le regole, sancite dalla Carta o dalle singole leggi, sono il pilastro della cosa pubblica. I partiti, non da oggi, si muovono invece per cambiarle seguendo solo la logica della propaganda e della convenienza. La riforma che taglia il numero dei parlamentari, obiettivo che non ha in sé nulla di scandaloso, ne è una prova evidente. Il M5S è preoccupato solo di portare a casa lo scalpo della casta, inverando lo slogan “meno politici” ed esultando con l’unico argomento senza pertinenza quando si parla di buon funzionamento delle istituzioni: il risparmio di soldi pubblici. Il Pd ha accettato di convergere sulla riforma, dopo aver fin qui sempre votato no in aula, senza aver incassato certezze sui correttivi necessari a non minare il sistema. E mentre la maggioranza procede su binari paralleli, Salvini estrae dal cilindro un referendum il cui esito è funzionale solo alla sua ansia di riprendere il controllo del Paese. Come già Matteo Renzi, punta tutto su un referendum che, di fatto, diventerebbe un’altra consultazione “o con me o contro di me”. A Renzi non ha portato bene, sebbene lo stesso ex leader del Pd rimproveri oggi a Salvini di non aver sposato le sue riforme maggioritarie (forse senza rendersi conto che dire al leader della Lega qualcosa che in sostanza suona “pensa come ti saresti trovato bene con la mia riforma” non è un gran messaggio per chi, come Renzi, si vanta di averlo mandato a casa). Il taglia e incolla delle riforme populiste — il secco colpo di scure del M5S al Parlamento del M5S e le elezioni come un giro di roulette sognate da Salvini — rischiano di essere un colpo di coda del fu governo gialloverde. In questa giostra di azzardi non si può sperare solo nel ruolo della Corte costituzionale o nella vigilanza del Colle. Servirebbe un sussulto da parte di quella maggioranza che si è formata per non consegnare il Paese al salvinismo ma che, proprio per questo, dovrebbe dimostrare un diverso rispetto delle istituzioni e del loro fragile equilibrio.
La solitudine di Giovanni Falcone è una storia senza fine. Ora, dagli archivi della Commissione parlamentare antimafia spuntano fuori altre carte e nuovi dettagli che spostano ancora più in basso il baratro in cui era precipitato il giudice che indagava sui misteri di Palermo. Nel 1989 — tre anni prima di essere ucciso (dalla mafia, e da chi altri?) — all’Antimafia sembrava essere finito lui sul banco degli imputati. Per il ritorno in Sicilia del pentito Totuccio Contorno dagli Stati Uniti, sospettato di essere un killer di Stato, come suggerivano le lettere anonime del Corvo di palazzo di giustizia. L’allora deputato del Pci Luciano Violante incalzava Contorno: «È stato interrogato dal dottore Falcone o ha visto il dottore Falcone nel periodo in cui era in Italia?». Risposta del pentito, che si può leggere nel verbale del 9 agosto pubblicato sul sito della commissione oggi presieduta da Nicola Morra: «Andavo spesso alla Criminalpol, l’ho incontrato al bar con un paio di altri magistrati». Violante insisteva: «Io ho fatto un’altra domanda. Lei è stato interrogato dal giudice Falcone?». Contorno: «Non ricordo, perché sono venuti diversi giudici». Un fuoco di fila di domande. Tutte su Falcone, che a quel punto davvero appariva come il sospettato numero uno. Il verde Gianni Lanzinger: «Contorno, poco fa lei affermava di essersi incontrato con Falcone al bar. Si ricorda cosa vi siete detti?». Risposta: «Era un bar all’interno della Criminalpol, ero andato in caserma perché avevo bisogno di un dentista e non avevo né soldi, né assistenza sanitaria per cercarmene uno». Un incontro per caso, un episodio banale, che però quel giorno diventò presto un altro sospetto contro Falcone. «Vi siete solo salutati?», chiese il deputato. Risposta del pentito: «Sì». Anche Franco Corleone, dei Verdi arcobaleno, insisteva: «È stato interrogato dal dottore Falcone, oltre che vederlo al bar?». Contorno: «Quando?». Corleone: «Non lo so, chiedo a lei… perché a noi risulta che ci sia stato l’interrogatorio». Il verbale che adesso viene pubblicato è un crescendo. Dopo Contorno, è il turno di Gianni De Gennaro, anima della Criminalpol, stretto collaboratore di Falcone: a torchiarlo ci pensa il deputato socialista Salvo Andò. Chiede: «Lei aveva parlato col giudice del ritorno di Contorno?». Il poliziotto chiarisce che «Falcone lo ha anche interrogato il pentito, nel mio ufficio». E che non c’era alcun mistero in quel ritorno in Italia del collaboratore, che lamentava di non avere l’assistenza necessaria negli Stati Uniti. «Falcone lo ha interrogato tante volte, forse per questo non ricorda». Violante però insisteva: «Ci è risultato strano che Contorno, che su tante cose è preciso, non ricordi di essere stato interrogato». Poi, l’affondo: «Bisogna capire se Contorno è stato in quel periodo fonte informativa consapevole, se è stato lì per acquisire notizie e passarle a qualcuno. È accaduto questo?». Risposta netta di De Gennaro: «Ho già detto di no». Commenta Roberto Tartaglia, l’ex pm del processo Trattativa che da consulente dell’Antimafia sta curando la desecretazione di tanti atti: «Questi verbali fanno emergere in modo drammatico che la vicenda Contorno venne usata strumentalmente per isolare Falcone e per colpire investigatori come De Gennaro». All’epoca, poi l’Antimafia — presieduta da Gerardo Chiaramonte — chiuse il caso. Ma, intanto, il tam tam dei sospetti alimentato dal Corvo, aveva reso ancora più solo Giovanni Falcone. A Palermo, c’era chi sussurrava che l’attentato all’Addaura l’avesse organizzato addirittura lui, per fare carriera. A Palazzo San Macuto non si occuparono mai di quella bomba non esplosa per un caso, e ancora oggi non sappiamo chi la piazzò. Di sicuro, il 1989 è l’anno in cui Falcone cominciò a morire.
«Mio marito è un uomo distrutto». Philippa Strache è la moglie del politico più chiacchierato d’Austria. Travolto a maggio dal video di Ibiza, in cui supplicava in maglietta scollata e atmosfera intima una presunta ereditiera russa di comprare i giornali più influenti del Paese e donare generose somme di rubli al suo partito, Heinz-Christian Strache è inciampato negli ultimi giorni in un caso giudiziario serissimo. La sua fedele guardia del corpo — «uno di famiglia», si è rammaricata l’addolorata Philippa in un’intervista a Oesterreich — ha parlato per ore e ore con i magistrati fornendo tonnellate di materiali scottanti accumulati di nascosto. I vestiti Valentino e i Rolex con cui Philippa si è fatta vedere per anni agli eventi mondani; l’appartamento a Vienna dove la coppia sovranista glamour vive con il bimbo Hendrik; persino una borsa Chanel con cui è stata pizzicata Marion, la sempre raggiante mamma di Heinz-Christian: tutto era pagato coi soldi del partito. La nuova bufera sull’ex leader dell’ultradestra ha suscitato l’indignata reazione della fratellanza fascistoide Vandalia — uno dei tanti peccati di gioventù — che lo vuole cacciare. Ma anche la Fpoe rivuole indietro i soldi dell’affitto viennese e promette di fare chiarezza nella rimborsopoli. La voragine che si è aperta sotto i piedi dell’ex enfant prodige della destra rischia però di risucchiare tutto il partito. Martedì è prevista una riunione che si annuncia storica. I vertici sperano che lui si dimetta, nella peggiore delle ipotesi lo sospenderanno. Ma tremano all’idea che Strache minacci una scissione: lui continua ad essere popolare nel Paese e nella Fpoe. Un partito, peraltro, che nonostante Ibiza continua a veleggiare intorno al 21% dei consensi e si contende il secondo posto con i socialdemocratici della Spoe. Ma con Strache, la Fpoe sperava l’anno prossimo di realizzare un altro, storico sorpasso: quello sui socialdemocratici alle Comunali nella “rossa” Vienna. Senza Strache, diventa un miraggio. Sopratutto, in vista di una “guerra nucleare” che rischia di scatenarsi dalla prossima settimana nel partito, anche una riedizione della coalizione con Sebastian Kurz diventa più difficile. Non a caso, all’ultimo comizio della Fpoe, gli animi erano divisi ieri sera sul convitato di pietra della campagna elettorale per le elezioni di domani. Sotto al palco, in prima fila, Michela Biergl sventola una bandierina austriaca. Asburgico caschetto biondo, dirndl (il costume tradizionale) con maniche a sbuffo e l’orsacchiotto-mascotte del partito che le spunta birichino dal seno, Biergl è netta: «L’errore di uno non è l’errore di tutti. È giusto che Strache lasci. Il mio uomo è Norbert Hofer». Purtroppo, nel frattempo è spuntato anche un mini-scandalo che riguarda l’attuale capo del partito, il volto gentile della destra xenofoba. Ieri Oesterreich ha pubblicato una foto che lo ritrae su un trattorino mentre sventola un cappello da cowboy: «La Fpoe gli ha pagato il recinto di casa». Che poi non era tanto un recinto, bensì una muraglia da migliaia di euro. Quando sale sul palco il primo big, Herbert Kickl, sulle note inconfondibili di Jump dei Van Halen, tutto si trasforma in un un grande amarcord. D’un lato, il discorso dell’ex ministro dell’Interno è la fotocopia delle ultime otto campagne elettorali. No ai migranti, no all’islamizzazione dell’Austria, no ai «tagliagole, agli stupratori di massa e kamikaze» e via sbadigliando. Ma il refrain del comizio del politico noto per la sua vicinanza agli ambienti di estrema destra, è una martellante anafora. Che via via somiglia a un grande grido di dolore per la cacciata dal governo. «Senza di noi — Kickl cerca di ruggire ma ne esce un rantolo — scordatevi la chiusura delle frontiere. Senza di noi niente inasprimento del diritto di asilo. Senza di noi l’islamismo continuerà a diffondersi». Insomma, mentre l’Europa sta cercando finalmente di mettersi d’accordo per una redistribuzione più equa dei migranti, Kickl avverte: «Mai saremo disponibili a questa follia europea della redistribuzione». Finalmente, alle sei e mezza, appare tra la folla festante la star del momento: Norbert Hofer, il volto principale della campagna elettorale. Ma il tic di Kickl lo ha contagiato. «Senza di noi avrebbero firmato il Patto per le migrazioni. Senza di noi non avrebbero raggiunto il pareggio di bilancio. Siamo stati il governo più popolare. Non litigavamo. E una banda di criminali ci ha fatto cadere». E dopo aver elencato le cose buone fatte dal governo, Hofer tira fuori un vecchio cavallo di battaglia. «Sapete qual è il nome da bambino più popolare a Vienna?». Ma la folla l’ha già sentita: è preparatissima. Urla «Mohammed». Hofer sorride, si bea dei boati. Ma da martedì ci sarà poco da ridere.
Al centro della sala per gli uomini, Haji Hosin Sultani ha sistemato due tappeti nuovi, così gli invitati dei matrimoni hazara non vedono i segni dell’esplosione sulle mattonelle. Le pareti della Dubai Wedding Hall sono già ridipinte, con panorami e laghi di montagna. L’odore di vernice viene dal cancello, dove un giovane finisce gli ultimi ritocchi, proprio davanti al dipinto con i Buddha di Bamyan. «Dal giorno dell’attentato abbiamo già ospitato nove feste di nozze», dice Haji, orgoglioso di aver potuto spendere 45mila dollari per ricostruire il locale devastato ad agosto da un attentatore suicida dell’Isis-Khorasan. «Le elezioni? Non ho nessuna intenzione di andare a votare. Nell’attacco, qui, sono morte 83 persone. E dei politici che pure si ripresentano candidati, nessuno è venuto a fare le condoglianze, o a chiedere se avevamo bisogno di qualcosa». Ma l’idea di mollare Haji Hosin non la prende nemmeno in considerazione: «Sono sempre vissuto qui, da quando ho memoria ricordo guerra e attentati. Mio fratello è stato ucciso da un mortaio durante la guerra civile, mio padre rapito e assassinato da criminali comuni, io ho la scheggia di una bomba nella testa. Lo so, qui facciamo una vita che voi non accettereste nemmeno per i cani. Ma è la nostra routine. E andiamo avanti». Sui pannelli di calcestruzzo a T che proteggono il ministero della Difesa, un murale celebra i cent’anni di indipendenza dell’Afghanistan. L’edificio è un possibile obiettivo di attentati e la strada è quasi deserta. Faheez, 12 anni, fa pochi affari con la bacinella dove tiene nel ghiaccio le lattine di Coca Cola e del locale Alokozay Energy drink. A chi ne compra più d’una, il piccolo venditore consegna una busta con il logo di una colomba e la scritta in dari e pashto: “Vogliamo la pace”. Per le vie i manifesti elettorali sono pochi. I candidati alla presidenza avrebbero dovuto farli sparire prima del voto di oggi, ma non sempre i potenti dell’Afghanistan si sentono in dovere di rispettare le regole. Per la presidenza sono in lizza sedici nomi, anche se gli analisti prevedono un duello ravvicinato fra l’attuale capo di Stato, Ashraf Ghani, e il premier Abdullah Abdullah. Sulle schede, quest’ultimo è indicato con una bilancia, mentre il presidente usa come simbolo il Corano. «A volte c’è chi bara anche nell’estrazione a sorte dei simboli», dice Fawzia Koofi, ex vicepresidente del Parlamento. Lei andrà a votare, ma senza entusiasmo: «Sono tutte facce già viste, niente di eccitante». C’è persino Gulbuddin Hekmatyar, signore della guerra fra i più spietati. «In ogni caso, meglio vederlo così: ballots, not bullets. Urne, non pallottole», dice Koofi. Il dubbio reale è sull’affluenza al voto: dalle province arrivano notizie sconfortanti, nelle zone a prevalenza pashtun i seggi aperti saranno pochissimi. E alle minacce dei talebani si affianca una diffusa percezione di inutilità. La sospensione dei colloqui di pace di Doha, fra Usa e integralisti, ha svuotato di significato l’appuntamento elettorale. Il giudizio di Koofi è condiviso: «La gente non rischierà la vita per personaggi che hanno fatto ben poco per migliorare la situazione di sicurezza o l’economia. Sarebbe stato meglio prima un accordo di pace, poi il voto». Un successo alle elezioni potrebbe solo consolidare il ruolo di Ghani, imponendo di fatto ai negoziatori Usa il coinvolgimento del governo di Kabul nelle trattative di Doha, ipotesi che i talebani hanno finora totalmente escluso. Sopra Kabul, le casette sulle pendici del monte Sher Darwaza risplendono dell’intonaco colorato, distribuito di recente dal comune di Kabul per migliorare la città: domina il celeste, ma c’è anche il giallo e il rosa. «È il Distretto 1, il più difficile. Noi lavoriamo lì», racconta Luca Lo Presti, anima della Fondazione Pangea, presente in Afghanistan dal 2003. «Le donne del quartiere ci raccontano di aver paura. Dicono che i talebani possono tagliar loro le dita, se le trovano colorate con l’inchiostro che testimonia il voto». «Spero proprio che i talebani non tornino al governo, sarebbe una disgrazia per le donne», dice Moon, seduta davanti a un tè sulla terrazza del caffè Taj Begum. È uno dei locali dove i giovani di entrambi i sessi si incontrano per due chiacchiere senza troppi problemi. Laureata in Relazioni Internazionali in Kirgizistan, Moon sogna di diventare un diplomatico e chissà, magari il primo presidente donna. Gli amici seduti al tavolino tirano una boccata di fumo all’aroma di arancia e menta dal narghilé e scherzano: «Perché mai l’Afghanistan dovrebbe avere un presidente donna? Il Corano non lo prevede». Andranno a votare? Certo. Per chi, ancora non hanno deciso. Sulla parete del Rasa Kindergarten, nel quartiere di Kart-e Char, fra i murales con bambini e bambine spicca il disegno di due mani colorate. Non ha nulla a che fare con il voto, piuttosto con una ingenua volontà pubblicitaria. Con l’economia strangolata dai problemi di sicurezza, gli afgani si sono concentrati su piccole attività del terziario: a fianco al commercio, le scuole sono un business fra i più fiorenti, quanto meno per le possibilità locali. Mohamed Shwaib, che gestisce la scuola primaria Guzargah-e Noor, non lascia spazio a illusioni: «Abbiamo cominciato otto anni fa, oggi fra asilo ed elementari abbiamo 400 bambini. Ma gli affari sono fermi». Nell’ingresso dell’istituto, sul vialetto che porta al giardino con i fichi e le rose, i bambini imparano le vicende del Paese dalle immagini sul muro. Ci sono i ritratti dei re, quelli dei presidenti dell’epoca filosovietica, e naturalmente prima di Hamid Karzai c’è il volto con un occhio solo del mullah Omar, a ricordare che l’emirato islamico è stato parte integrante della storia afgana, appena ieri.
Quanto durerà il limbo. Per diventare cosa. Mentre scolora l’imprinting berlusconiano. Mentre una faglia profonda si apre lungo l’asse nord-sud. Mentre Salvini tende a schiacciarli, Renzi a corteggiarli, e Toti ogni giorno a picconarli. Mentre le donne del comando azzurro si contendono lo scettro in una sorta di nemesi politica del vecchio, superato gineceo. «Ecco, chi è oggi il nostro frontman?», per dirla con il dubbio di Roberto Occhiuto, uno dei deputati che fa il tifo per Mara Carfagna. Forza Italia è allo specchio, con le onde sismiche che cominciano a farsi più evidenti, alla vigilia degli 83 anni di Silvio Berlusconi, che cadono domani. Eppure, a dar retta alle apparenze, non è la conta delle primavere, non la temuta liquefazione di Fi, né l’avanzata del Capitano leghista ad assorbire i pensieri del fondatore. E neanche i nuovi fantasmi delle frequentazioni mafiose dell’amico Marcello Dell’Utri. Dicono che ad occupare il cuore dell’ex premier, siano quei ragazzi che corrono sui campi di serie C per il neo gioiellino di famiglia, il Monza. Tra i regali non banali, ce n’è solo uno che lo farebbe davvero felice (dopo l’immortalità, s’intende). «Sogno l’amichevole Monza-Milan, ma per chiudere tre a zero», rideva l’ex leader poche sere fa, a cena. Più della sfida al governo giallo-rosso, il cimento biancorosso. Le liti interne Gli toccheranno tanti auguri di facciata. Lui lo sa e osserva i dettagli. «Ero abituato ad alleati che avevano comunque il buon gusto di richiamarti, se li cercavi, ora non hanno neanche questo stile», confidava l’altro giorno, di ritorno da Strasburgo. Il crepuscolo del leader nell’immagine spietata di un mancato recall. L’autunno che lo vede ai margini dell’imprevedibile quarta Repubblica recapita i segni di un’implosione appena sventata tra i suoi. Ma per quanto? E verso quale successione? È stata una settimana emblematica: prima la guerra orizzontale tra le aspiranti e i delfini, con la capogruppo alla Camera Maria Stella Gelmini costretta a riportare ordine col documento sulla centralità dell’“opposizione alle sinistre”, e rivendicare che la politica anche contro i sovranismi si fa in Parlamento e non alle cene (con Carfagna), per allontanare lo spettro di Renzi tentatore. Poi, la spaccatura geograficamente verticale: con la disobbedienza dei consiglieri regionali di Fi, che al nord votano tutti a favore della richiesta dei referendum contro il proporzionale, come dettava il leader del Carroccio e contro la richiesta del loro presidente. «Ma li hanno ricattati: la Lega minacciava di far cadere le giunte». Nelle stesse ore, la grana che esplode in Calabria: il partito locale difende la scelta del candidato governatore di Fi, Mario Occhiuto, inviso a Salvini che comincia a porre veti, Roma che media, Cosenza che fa muro. Senza contare il fuoco attizzato da Francesca Pascale, la lady di Villa Maria, “coach” domestico delle istanze antileghiste. L’ultimo whatsapp memorabile l’ha lanciato mentre l’ex ministro dell’Interno lasciava il Viminale: «Certe soddisfazioni appartengono solo a chi non molla mai. Come si scrive bacioni in russo?». Il pressing di Salvini e Renzi Ma il dopo-Salvini – visto da Arcore – si chiama sempre Salvini. O sul versante opposto, la sponda renziana attraverso il fitto dialogo tra i due vicepresidenti di Montecitorio Carfagna e Rosato. «Chi è il nostro frontman? È Berlusconi, io non ho dubbi», ribadisce Maria Stella Gelmini. «Poi, certo c’è bisogno di una squadra. Ma noi abbiamo il dovere di non dividerci come coalizione. Ecco perché ho portato quel documento alla Camera votato all’unanimità e anche per stemperare gli umori dopo la cena della Carfagna, che era stata tutta equivocata». L’ex ministra alle Pari Opportunità usa toni più concilianti: «Sono stata la prima a lanciare l’allarme sulla situazione del partito ma non condivido il catastrofismo sul nostro futuro, ne abbiamo superate di peggiori – spiega Carfagna – Certo, per la prima volta in 25 anni dobbiamo gestire da posizioni di minoranza il rapporto con gli alleati; il vecchio bipolarismo destra-sinistra è scardinato, si profila la concorrenza del nuovo partito centrista con Renzi determinato. C’è chi si è rifugiato nella negazione, “tanto non cambia niente”, ma adesso la gran parte del partito ha capito i problemi e si sta attivando». Come se ne esce? «Tenendo i nervi saldi – continua l’ex ministra – Meno Palazzo, più idee. Meno competizione interna, più intraprendenza all’esterno». E Occhiuto analizza: «Quand’ero ragazzo, un parlamentare della Dc mi disse saggiamente: ricorda che non ti voteranno mai per quello che hai fatto, ma sempre per quello che pensano tu possa fare. Ecco, gli italiani oggi non sono convinti che Fi possa avere un ruolo in futuro». Dopodiché, aggiunge, «Berlusconi è un generoso, ci aveva anche pensato alla successione: con Toti, con Alfano, con Parisi. È stato poco fortunato, sì. E non è stato aiutato a scegliere. Adesso, Salvini fa il suo mestiere, siamo noi che non facciamo più Forza Italia». Nessun timore di conflitti di interesse: il fratello Mario già scalda i motori per correre alla Regione, ma Salvini in Calabria lo ha stoppato. «La Lega ci ha chiesto il permesso per scegliere i candidati di Emilia o Umbria? Non mi pare. Tutto questo conferma che la governance del partito andrebbe aggiornata: alle capacità straordinarie di Berlusconi, non riusciamo ad aggiungere altro». Calmi, chiede Jole Santelli, deputata e coordinatrice Fi in Calabria. «Le cose si risolveranno. Mica mi aspetto che Salvini faccia campagna per noi». Incognita centrodestra Spaccature che non basterà l’attivismo delle due capigruppo a contenere. «La coalizione non è in discussione – stoppa Gelmini – vedo la necessità di battaglie parlamentari comuni con la Lega: manovra, difesa dei risparmi. Dalla prossima settimana lavoriamo insieme al tavolo coi capigruppo della Lega che hanno risposto al mio appello. Risposta indispensabile, di fronte a questa maggioranza delle sinistre che ora è progetto politico per le regionali. E a Renzi dico: è improbabile che gli elettori di Fi gli diano fiducia, lui non è neutro, è un volto ingannevole della sinistra». Quanto al futuro di Berlusconi, la capogruppo non ha dubbi: «Un sincero buon compleanno perché resta grande leader e punto di riferimento. Il regalo che dobbiamo fargli è la coesione della classe dirigente, una Forza Italia che torni in salute». E la Carfagna lieve (o politicamente perfida): «Nessun augurio politico. Ci sono 364 giorni l’anno per parlarne con lui. Almeno il giorno delle candeline lasciamogli godere il suo relax: auguri presidente».
Non litigano. Fanno mostra di fair play. Anche per l’esplicito invito del premier Giuseppe Conte, preoccupato che il governo si spacchi sulla giustizia. Ma M5S e Pd, il Guardasigilli Alfonso Bonafede e l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, s’incontrano a palazzo Chigi e quasi non sono d’accordo su nulla. Né sulla prescrizione né sul sorteggio per il Csm. Né tantomeno sulle intercettazioni. Ma nelle dichiarazioni finali sfumano, e pare quasi che tutto sia filato liscio. Ci crede pure Matteo Renzi, che per la prima volta protesta ufficialmente per non essere stato invitato a un summit di governo, e avverte: «Non ci ha chiamato nessuno, vedo che si sono messi d’accordo Bonafede e Orlando, quando verranno in aula daremo i nostri suggerimenti». Minaccia seria perché al Senato i renziani sono numericamente determinanti. Non è da meno il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che alla Farnesina tiene il primo tavolo dei ministri grillini, una sorta di cabina di regia parallela, e a tutti raccomanda di «non abdicare in alcun modo alle idee forti di M5S». Tra queste sicuramente ci sono il blocco della prescrizione e la manica larga sulle intercettazioni. Tutto il contrario di quello che vuole il Pd. Che accade sulla giustizia? Sul tavolo ieri alle 11 c’era il ddl di Bonafede per ridurre i tempi dei processi penali e civili e cambiare il Csm, a cominciare dal sorteggio per i togati. È proprio quello su cui Bonafede ha litigato con Salvini e Bongiorno, che lo hanno costretto al rinvio della prescrizione se non garantiva processi più brevi. Adesso il Pd, con Orlando e il sottosegretario alla Giustizia Andrea De Giorgis, blocca il ddl, «sarà solo una base di discussione» dicono, e chiedono a Bonafede di dividerlo in due. Da una parte processo penale e Csm, dall’altro il civile. Il Guardasigilli presenterà un nuovo testo entro il 31 ottobre. Nel quale dovrà esserci la garanzia che i tempi dei processi si accorciano a 4 anni. Sennò addio prescrizione. L’altolà del Pd è chiaro: «Solo quando sarà approvata la nuova legge potremo decidere il destino della prescrizione». All’opposto Bonafede dice: «Non ci sarà alcuna modifica alla prescrizione che prevede lo stop a partire dalla sentenza di primo grado». Una divergenza simile a quella sulle intercettazioni. Perché il Pd è convinto e vuole che entri subito in vigore la legge Orlando (non si sbobinano le conversazioni processualmente non necessarie e si chiudono nell’armadio blindato) che Bonafede invece ha bloccato già due volte, e che non condivide affatto. Sia sulla prescrizione che sulle intercettazioni Renzi è più vicino al Pd, mentre è in rotta con Bonafede. A questo punto il Guardasigilli sfida il Pd con un «vedrete che il testo che presenterò garantirà processi penali chiusi in 4 anni, quindi la prescrizione potrà entrare in vigore». Orlando è freddo: «Abbiamo condiviso l’impianto e approfondito gli strumenti per un netto miglioramento dei tempi dei processi». Giorgis ammette che il Pd ha «una posizione diversa sul tema della prescrizione in assenza di una certezza dei tempi del processo». Bonafede prende atto solo della bocciatura sul sorteggio, glissa sul resto e lascia palazzo Chigi dicendo «stiamo rivoluzionando la giustizia italiana». Ma il Pd gli darà filo da torcere. E Renzi lo darà sia al Pd che a M5S.
Il voto per il taglio dei parlamentari si avvicina. Vinicio Peluffo, segretario Pd della Lombardia, dice la sua: «Va bene, ma sarà importante costruire garanzie e contrappesi che tutelino anche i piccoli territori». È un tributo da pagare all’alleanza col M5S? «Abbiamo scelto di dare vita a un governo prima di tutto per fermare il tentativo di spallata di Salvini che chiedeva pieni poteri, ma soprattutto abbiamo deciso di costituire un governo per portare avanti alcuni temi. Abbiamo scritto insieme le priorità, ora è fondamentale che il governo realizzi quelle priorità. A partire dalle risposte che saprà dare al nord del Paese». E il Sud? «C’è un’enorme questione meridionale, con le differenze che con la crisi sono aumentate. Questo ci deve spingere a un’idea di sviluppo complessivo del sistema Paese, ma comunque è decisivo permettere al Nord di continuare a crescere ed essere la locomotiva del Paese. Sarà fondamentale dare risposte in termini di semplificazione e riduzione della pressione fiscale. Puntare su investimenti, infrastrutture, politiche industriali e soprattutto, per il Pd, sull’idea di uno sviluppo totalmente sostenibile». Intanto però tra le prime risposte c’è una legge bandiera dei 5stelle come il taglio dei parlamentari… «La riduzione dei parlamentari era stata già prevista dalla riforma Boschi-Renzi, ora questa riduzione non modifica il bicameralismo paritario, ma sarà importante costruire, e dovremo procedere spediti, garanzie e contrappesi che tutelino anche i piccoli territori». Lei è un segretario regionale, pensa che la vicinanza con il M5S può essere replicata anche nelle regioni, come accaduto in Umbria? «È un lavoro da fare territorio per territorio in base alle specificità. Qui in Lombardia siamo all’opposizione, da qui sarà importante trovare temi comuni contro una giunta guidata da Fontana, parca di provvedimenti e ricca di sola propaganda». Passiamo al referendum sulla legge elettorale voluto dalla Lega, secondo lei è ammissibile? «A Salvini di dare la parola agli italiani non gli importa niente, è solo una manovra strumentale, serve solo a un leader ammaccato per uscire dal cono d’ombra dove si è ficcato». La costituzionalista Carlassarre ha detto che sarebbe gravissimo ridurre i parlamentari senza il proporzionale. È d’accordo? «Penso che i sistemi elettorali possano essere diversi, questo deve essere l’impegno del Parlamento per mantenere rappresentatività e tenere la governabilità del Paese». Della scissione del Pd che dice? «È stato un errore, nel momento in cui il Pd si è unito grazie al lavoro di Zingaretti e ha deciso di portare avanti questa sfida di governo, non si comprendono le ragioni dell’uscita di Renzi e altri parlamentari». Per lei avrà successo Italia Viva? «Non lo so, credo però che non contribuirà alla stabilità del governo. Produrre frammentazioni non aiuta la forza di un governo e non aiuta il centrosinistra».
Una riforma al buio. Il 7 ottobre andrà all’esame definitivo della Camera la legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari, “tagliandone” 345. La Camera vedrà i suoi rappresentanti ridursi da 630 a 400, il Senato da 315 a duecento più i senatori a vita (al massimo cinque, con eccezione degli ex presidenti della Repubblica). Gli eletti dall’estero passeranno da 18 a 12. Una norma che i 5S non esitano già a definire “storica”. Ma è una legge, quella in cantiere, che rischia di rappresentare un salto nel vuoto, senza i contrappesi suggeriti dai costituzionalisti e chiesti dal Pd per evitare un impatto traumatico sul sistema. In ballo ci sono questioni come la rappresentanza plurale, il peso dei territori, il funzionamento del parlamento. Vediamo rischi e possibili correttivi, con l’incognita dei tempi. La legge elettorale La riduzione del numero dei parlamentari dovrebbe essere accompagnata da una legge ordinaria che riscriva il sistema elettorale. È opinione prevalente, fra i giuristi, che sia in pericolo la rappresentatività dell’assemblea e che l’antidoto sia il proporzionale. Questa è la posizione del Pd, che punta anche su una soglia di sbarammento alta (4 o 5 per cento). Mentre Salvini vuole un referendum per introdurre un maggioritario spinto. Che però, in combinazione con un ridotto numero di collegi, esporrebbe al pericolo di coalizioni bulgare in Parlamento. I collegi Una legge delega approvata a maggio fissa già il numero dei collegi: il minimo di senatori per ogni regione scende da 7 a 3, e nulla cambia per Molise (2) e Valle d’Aosta (1). L’Umbria e la Basilicata perdono il 57 per cento dei loro eletti a Palazzo Madama, l’Abruzzo e il Friuli il 43. «I territori medio-piccoli sono penalizzati nella rappresentanza. Sarebbe giusto abolire il criterio della base regionale per il Senato e fare collegi più ampi per eliminare disparità», afferma Stefano Ceccanti, ordinario di diritto pubblico e deputato Pd. In ogni caso, il nuovo perimetro dei collegi è da definire. Con un’altra legge. Il capo dello Stato Con la riforma si abbasserà di molto la maggioranza richiesta per l’elezione del presidente della Repubblica: 439 voti ai primi tre scrutini, 330 dal quarto. Mattarella nel 2015 fu eletto con 665 voti. Ciò può incidere sulla rappresentatività del capo dello Stato? Di certo c’è un bug del sistema: «Secondo la Costituzione partecipano all’elezione pure 58 delegati delle Regioni. Il peso di questa rappresentanza è sproporzionato in un Parlamento di dimensioni ridotte. Va cambiata la norma», dice Giuseppe Verde, docente di costituzionale. Le commissioni parlamentari Sarà ridotto il numero dei membri delle commissioni: si prevedono in media 5 componenti per ciascun organismo. Ciò comporterà, per ogni eletto, incarichi multipli e competenze plurime. «Una soluzione – dice il costituzionalista Michele Ainis – potrebbe essere la riduzione anche del numero delle commissioni: il fatto che organismi così piccoli varino leggi in sede deliberante solleva perplessità». I correttivi Il Pd punta a un accordo di massima coi 5S – prima del voto sul taglio dei parlamentari – per definire una serie di norme «di contesto»: anzitutto la legge elettorale proporzionale (o in alternativa un maggioritario con il doppio turno) e poi una seconda riforma costituzionale che dovrebbe contenere, tra l’altro, l’introduzione della sfiducia costruttiva (con la preventiva indicazione di una maggioranza alternativa), la riduzione dei delegati regionali per l’elezione del capo dello Stato, l’allargamento del voto per il Senato anche ai diciottenni. «Siamo in una strettoia ma prima del 7 ottobre dobbiamo trovare un’intesa», dice Ceccanti. I tempi Questo secondo pacchetto di norme potrebbe essere sottoposto a referendum, non prima della metà del 2020, assieme al taglio dei parlamentari. Ci sarebbe, insomma, un election day del tutto particolare, legittimato da una norma del 1970. Ma su questo percorso dovrebbe innestarsi anche l’iter della nuova legge elettorale e quello di un altro referendum, di natura abrogativa, chiesto da Salvini per ampliare la quota maggioritaria del “Rosatellum”. Una matassa difficile da sciogliere. E i prossimi giorni, quelli della trattativa fra Pd e M5S, saranno decisivi.
Sterilizzare 17 miliardi di aumento dell’Iva invece dei 23,1 previsti, elevare selettivamente l’aliquota intermedia dal 10 al 13% per alcuni prodotti, accorpare in una nuova aliquota dell’8% alcuni generi esenti o attualmente al 4% e magari altri che oggi sono tassati al 10%. Un puzzle complicatissimo in mano ai pochi specialisti in grado di maneggiarlo e che dovranno essere in grado di trovare almeno una soluzione di massima entro lunedì alle 18 e 30 quando si riunirà il consiglio dei ministri. «L’Iva non aumenterà, lavoriamo a qualche rimodulazione», ha detto ieri il premier Conte, dopo aver incontrato il ministro dell’Economia Gualtieri e spiegando così che si lavora a una revisione delle aliquote. Il premier ha detto che ci devono essere «pene detentive per i grandi evasori» e che il piano anti-evasione sarà pilastro della prossima manovra; ha aggiunto che ci saranno «premi per chi usa le carte di credito», che Quota 100 e la mini flat tax (15% per le partite Iva che dichiarano fino a 65 mila euro) non saranno toccate. Infine che la manovra sarà «espansiva». La sterilizzazione dei 17 dei 23,1 miliardi di aumenti dell’Iva, che si affaccia anche dalle parole del governo, è una soluzione di compromesso tra la posizione del Tesoro che punta ad un intervento che impedisca ogni aumento e quella dei Cinque Stelle che propongono misure – come lo sconto sull’aumento dell’Iva per chi paga con metodi di pagamento tracciabili, dalla carta di credito al bancomat – che in qualche modo renderebbero meno dolorosi alcuni rincari almeno nei settori a rischio evasione (ristoranti, alberghi, ristrutturazioni casa). A questo proposito da lunedì ripartirà il tavolo tra governo e operatori bancari e finanziari per studiare come ridurre o annullare i costi dei pagamenti elettronici di basso importo, come quelli fatti in tabaccheria. In mancanza assoluta di risorse, vista anche la difficoltà dei tagli e la necessità di investimenti e sostegno al reddito, la soluzione della sterilizzazione parziale sta prendendo piede. I 17 miliardi sarebbero impiegati per impedire – come previsto dal 1° gennaio 2020 in assenza di correzioni – l’aumento dal 22 al 25,2% dell’aliquota più alta, quella cosiddetta ordinaria. I risparmi verrebbero dall’aliquota intermedia, attualmente al 10 e che dovrebbe salire al 13 per cento: tanto per avere un’idea, tenere una aliquota ridotta al 10 invece che al 22, praticando dunque uno sconto, costa attualmente allo Stato 30,3 miliardi l’anno. Nella fascia del 10% ci sono una serie di attività definite a rischio di evasione sulle quali l’Iva verrebbe aumentata per tutti quelli che pagano in contanti e sterilizzata parzialmente con credito d’imposta per chi farà invece pagamenti “tracciabili”. Proprio la tracciabilità farà aumentare la base imponibile e ridurrà l’evasione, dando maggiore gettito. La scelta più difficile – e ancora da fare – riguarderebbe carne, pesce e crostacei, pollami e salumi: l’aumento al 13% di questi generi darebbe al Fisco oltre un miliardo. Il riordino potrebbe essere completato con l’introduzione di una nuova aliquota all’8%, dove potrebbero transitare anche alcuni prodotti oggi al 4%, che non abbiano rilevanza sociale. Potrebbero, ad esempio, essere accorpati i biscotti che sono al 9% e la pasta che sta al 6% di Iva. La stangata sarebbe evitata e i 6 miliardi potrebbero essere girati ai ceti più deboli sotto forma di taglio del cuneo fiscale e a parziale ristoro di un aumento dell’inflazione, che però a questo punto – senza toccare l’aliquota simbolo del 22% – sarebbe impercettibile.
Politica, sciò sciò, così come sei non ci interessi, «sei brutta sporca e cattiva», dice una biondina con i fiori rosa nei capelli, stiamo marciando verso il Piccolo Teatro e «siamo più di 200mila!» compresi neonati di mamme impegnate, bambini delle elementari che ululano come indiani nei film, e le maestre dietro. Ma il grosso va dai 15 ai 18, i più arrabbiati, respingenti e diffidenti verso noi «grandi», «voi adulti» (anche «voi vecchi»), voi «politici», e qui ci finisce dentro anche il sindaco di Milano, entrato nel corteo e presto uscito, respinto con freddezza, i giovani milanesi non sono stati amichevoli con lui. Perciò in piazza Duomo un giovane tribuno prende il microfono e dice che «oggi tutti i politici italiani sono su Facebook a condividere le nostre foto, dicono che sono con noi… Ma se ne andassero aff…!». Oh già, e infatti i politici non c’erano, avendo annusato l’aria e ritenuto inopportuno esporsi in un corteo apartitico, apolitico, pacifico ma gelido verso «i responsabili del disastro», intesa l’attuale situazione climatica, e l’inquinamento e «ci state lasciando un mondo sporco e caldo», strillano i bambini della Confalonieri, Riccardo, Nicola e Lorenzo, 12 anni, «siamo qui per protestare contro la vecchia generazione», dopodiché incrociano la carcassa di un piccione — qui siamo dalle parti di Eataly, piazza XXV Aprile — e dopo averla esaminata con attenzione i tre concludono che «se gli aprissimo la pancia la troveremmo piena di plastica». Dunque, anche un dodicenne ha le idee molto chiare su come male stanno andando le cose, e già gli studenti delle medie schifano qualunque cosa puzzi di politica, puah. Perché? «È semplice. Non ci fidiamo». Le cinque del Carlo Porta incrociate in piazza della Repubblica credono invece in «un partito verde, che però non c’è». Celeste e Silvia, Penelope, Emmaluna e Lisa, sperano «in un partito nuovo perché quando ci toccherà votare, cosa voteremo?». Per intanto c’è la fiducia «in Papa Francesco», uno impegnato nella «direzione giusta», ma ci vorrebbe anche «un partito serio e concreto, composto da ragazzi giovani come noi, che ci credano davvero, come fa Greta». Greta compare su qualche cartello (“Greta vi guarda!”), e va detto che molte ragazze di tutte le età ostentano la treccia che ricade sulla spalla di t-shirt creative e per lo più su base verde. Allora, come potrebbe chiamarsi il vostro partito? «Il partito green», o «i giovani verdi. Però poi sembriamo i leghisti». Dopo qualche tentativo fallito di battezzare questa rabbia e volontà combattente, «ma perché dovremmo fare un partito, noi siamo un movimento», si riparte sul filo dei Bastioni, tra file di macchine rassegnate, a motore spento, intrappolate nel corteo, e l’autista del taxi Bravo 15 dice: «Hanno le loro ragioni. Ma secondo me la maggioranza vuole solo saltare le lezioni». E invece no. Gli slogan suonano angosciosi, “Se non salviamo la terra i nostri figli non avranno un posto in cui vivere”, e anche dietro i più divertenti — “il ghiacciaio lo voglio solo nel mojito” — c’è una ragazza che spiega seria «ma voi vi rendete conto, si scioglie il Monte Bianco e nessuno fa niente». Matteo Leone, del liceo Majorana di Rho: «L’ecologismo dovrebbe essere di tutti i partiti, invece non succede. Perché?». Già, perché? «Perché non ci sono più i valori, neanche nella sinistra più a sinistra. Io comunque voterei Pd, ma non convinto. Spero che Zingaretti riporti il partito verso il socialismo liberale». «Io ho votato la federazione dei verdi», dice Adriano Placido, di Lainate, 19 anni, «però non è andata bene. In Germania invece…». Sara, 17 anni, liceo Crespi di Busto Arsizio: «Ci sono dei partiti che hanno basi politiche buone, ma ignorano il tema ambientalista. Servirebbe un partito nuovo, ambizioso e coerente, che faccia delle proposte attuabili», ma non c’è, se lo dice da sola. Valentina: «Non c’è un partito votabile, e neanche un leader che rappresenti i giovani». Davanti al Duomo, Miriam Martinelli (16 anni, una dei portavoci del movimento) spiega la freddezza verso il sindaco Sala: «Le borracce distribuite nelle scuole sono troppo poco come azione. Lui dovrebbe stare in Comune e lavorare per migliorare la qualità dell’aria, che a Milano fa schifo». Sala inviterà poi una delegazione in Consiglio comunale, ha capito la rabbia, «qualcuno sicuramente storcerà il naso, ma condivido la loro manifestazione, le loro motivazioni e le loro preoccupazioni». Ma «la lotta contro i cambiamenti climatici non ci vede rivali, semmai alleati». Luca Mercalli invece è uno dei sicuri alleati, per quanto anzianissimo rispetto a questi quindicenni, e tutti stimano il meteorologo e climatologo così come il pool di esperti considerati «credibili, scienziati di nostra fiducia», spiega Miriam, gente che studia «la transizione energetica e la decarbonizzazione». A loro è riservato «il tappeto rosso che oggi abbiamo negato al sindaco. Oggi è la nostra giornata, di noi ragazzi», molto molto arrabbiati anche con chi fa finta di niente e butta il mozzicone per terra, come fa un tizio in Foro Buonaparte. Ma un ragazzino lo affronta, «come si permette lei, la raccolga subito! Non si sporca così Milano», eh, ci sono ancora tanti milanesi che sbagliano.