Atlantia chiude un lungo capitolo della sua storia. Giovanni Castellucci non è più l’amministratore delegato del gruppo che, da partecipazione statale in 18 anni ha trasformato in colosso mondiale del settore, tra autostrade e aeroporti. Si è dimesso nel corso di un consiglio di amministrazione di cui egli stesso aveva chiesto la convocazione. Gli sviluppi dell’inchiesta di Genova sul crollo del ponte Morandi in cui hanno perso la vita 43 persone – in cui sono emersi nuovi dubbi sulla manutenzione dei viadotti, con report addomesticati – non gli hanno dato scelta. O si dimetteva o l’avrebbe sfiduciato il consiglio. Ha scelto l’atto personale di responsabilità che i consiglieri, espressione non solo del primo socio, ovvero la Edizione dei Benetton col 30,25%, ma anche degli altri principali soci come il fondo sovrano di Singapore e la Fondazione Crt hanno accolto, definendo una risoluzione consensuale con il manager e approntando una cabina di regia in attesa che l’iter per individuare il nuovo amministratore delegato si compia. Così le deleghe esecutive «in via temporanea», come spiega una nota di Atlantia, sono state trasferite a un comitato di cui fanno parte il presidente Fabio Cerchiai, Carlo Bertazzo, Anna Chiara Invernizzi, Gioia Ghezzi e Carlo Malacarne. Nel frattempo il direttore finanziario Giancarlo Guenzi è stato nominato direttore generale. Al suo posto, come uomo dei numeri, subentrerà da subito, anziché dal primo ottobre, Tiziano Ceccarani. Gli ingranaggi si sono mossi. E i Benetton possono tirare il fiato. Luciano, il patriarca della famiglia ieri era a Milano per le sfilate della settimana della moda. A cda ancora in corso gli hanno chiesto cosa si aspettasse. «È una settimana che siamo sotto choc per quello che appare dai comunicati della giustizia – ha riposto ai giornalisti –. Speriamo che si chiarisca. Sicuramente ci sarà qualche cambiamento. Questo lo aspettiamo dal cda di oggi». Così è stato. Erano giorni che la famiglia di Ponzano Veneto chiedeva discontinuità, lo ha fatto con un comunicato sabato e lo ha fatto, in via più riservata, in un consiglio di Edizione lunedì: il capoazienda, del resto, non poteva non assumersi la responsabilità oggettiva di quanto accaduto. Per uscire di scena, Castellucci non avrà solo le competenze di fine rapporto, che in 13 anni da amministratore delegato e altri 5 da direttore generale vogliono dire svariati milioni di euro. Riceverà anche un importo «a titolo di incentivo all’esodo» pari ad altri 13 milioni e rotti. «Il suddetto importo – spiegano dalla società – è calcolato sulla base del contratto in essere in riferimento ai compensi dovuti all’ingegner Castellucci in caso di recesso», come previsto dalla società. Sarà pagato in quattro rate, la prima subito e poi ogni 2 gennaio fino al 2022. La società, però, ha già fatto sapere che non pagherà e chiederà la restituzione in tutto o in parte di quanto già elargito se «dovessero emergere condotte dolose comprovate e accertate». Castellucci manterrà i diritti già maturati nei piani di incentivazione, per un anno potrà ancora contare sulla copertura assicurativa, l’auto aziendale, la casa. Quanto ai procedimenti giudiziari sull’attività resa in Atlantia, sarà la società a coprire eventuali indennizzi e risarcimenti, oltre che spese legali e perizie. Per lui, nella nota del gruppo, l’onore delle armi per «il decisivo contributo dato nei 18 anni ai vertici del gruppo per trasformarlo in un leader globale nel settore delle infrastrutture, sviluppandone il valore in maniera significativa». Da parte di Castellucci il grazie per l’opportunità di un progetto industriale «estremamente stimolante e ambizioso e a cui resterà sempre legato». Ma per le 43 vittime di Genova, nemmeno una riga.
Oggi spera di incorporare nella manovra i risparmi di Quota 100, Reddito di cittadinanza e anche la minore spesa per interessi. Ma c’è stato un tempo non molto lontano in cui il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri criticava questo metodo. Prima che il predecessore Giovanni Tria raggiungesse l’accordo di dicembre con la commissione il governo aveva dato mandato al ministro di negoziare un deficit nominale al 2,4%, molto oltre il limite massimo concesso. Gualtieri, allora presidente della commissione problemi economici del Parlamento europeo criticò in particolare il fatto che Tria avesse indicato questa percentuale «come tetto più che come obiettivo» e avesse alluso al fatto che il deficit sarebbe potuto essere inferiore se alcune misure allo studio fossero state modulate in modo diverso. Era l’annuncio dei famosi risparmi da Quota 100 e Reddito di cittadinanza, che poi si sono realizzati anche quando il governo si è ridimensionato su un livello di deficit più basso al 2,04%. Oggi Gualtieri prepara a uno scenario molto simile, con la maggioranza che si aspetta nel 2020 un più alto rispetto all’1,6% concordato con l’Europa. L’unico modo per non fare una manovra lacrime e sangue, che riporti l’indebitamento netto nei limiti, è sperare che l’Europa accetti di contabilizzare risparmi e anche la lotta all’evasione. Un classico della sessione di bilancio che si ripete, ma che alle istituzioni europee non piace per nulla. Soprattutto ora che la auspicata riforma dei Patti Ue si è arenata sui veti dei paesi del Nord. Il governo si sta preparando a varare misure che siano il più possibile neutre dal punto di vista dell’impatto sui conti. Ieri è ad esempio rispuntata l’idea di una aliquota unica per gli immobili. A rilanciarla il viceministro all’Economia Antonio Misiani. Parlando alla presentazione del rapporto sulle piccole e medie imprese della Cna, l’esponente Pd ha ripreso un’idea dell’ex viceministro leghista Massimo Garavaglia, anche lui al convegno, sul riordino della riscossione degli enti locali. Poi ha rilanciato «l’unificazione dell’Imu-Tasi», da realizzare subito. Si tratta di un’idea della Lega. Con il precedente esecutivo, oltre all’accorpamento, erano allo studio misure per ridurre la pressione sugli immobili, su pressioni di Confedilizia che ieri è tornata all’attacco. «Il problema della patrimoniale Imu-Tasi non è la sua complessità, bensì il suo peso, giunto ormai a 22 miliardi annui. La commissione Finanze della Camera lo ha compreso e, nel corso delle audizioni in luglio, aveva spostato l’obiettivo dall’unificazione dei due tributi locali alla loro riduzione. Confidiamo che la nuova maggioranza voglia proseguire su questa strada», ha commentato il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa. Difficile che l’esecutivo giallorosso decida di ridurre le imposte. Più probabile che la pressione fiscali aumenti, attraverso la revisione delle tax expenditures, una delle poche coperture già individuate. Sempre made in Carroccio un’altra idea che sta appassionando Il Pd, cioè la trasformazione del taglio del cuneo fiscale in una riduzione dei contributi. Operazione da finanziare con l’eliminazione degli 80 euro di Matteo Renzi. Magari approfittando l’ex premier non è più un azionista di maggioranza.
L’unificazione di Imu e Tasi rientra ufficialmente nel pacchetto fiscale della manovra insieme al taglio del cuneo. L’indicazione arriva dal viceministro all’Economia Antonio Misiani (Pd), che conferma anche i dubbi sull’estensione a 100mila euro del forfait al 15% già previsto per le partite Iva (Sole 24 Ore di domenica). In epoca giallo-verde la «nuova Imu» era stata promossa dalla Lega, con un Ddl che però era già approdato al Mef per le verifiche e le correzioni del caso. Il cambio di maggioranza non azzoppa il progetto perché «è di assoluto buonsenso», sostiene Misiani. Il dossier fiscale sarà al centro questa mattina del nuovo incontro a Palazzo Chigi fra il premier Conte e i sindacati per far ripartire il confronto sulla legge di bilancio. Mentre nelle stanze dell’Economia è in pieno corso la caccia alle coperture. Molte ancora da individuare. Anche perché un obiettivo giudicato realistico a livello tecnico assegna al massimo 5-6 miliardi all’accoppiata di spending review e riordino delle tax expenditures. Prima dell’estate, le ipotesi targate Tria erano più ambiziose, e puntavano fino a 10 miliardi. Ma la nuova spending ha già mostrato quest’anno le sue difficoltà attuative, al punto che il Def si era limitato a programmare altri 2 miliardi per il 2020. E il taglio a sconti e deduzioni, eterna ipotesi mancata nelle manovre di questi anni, diventa ancora più difficile da praticare se non è accompagnato da un progetto di riduzione Irpef. Dagli sconti “settoriali”, a partire dagli ormai famosi Sad (sono gli sconti «ambientalmente dannosi») cari soprattutto ai Cinque Stelle, difficilmente potranno arrivare più di 1-2 miliardi. Ipotesi e calcolatrici lavorano comunque a pieno regime, in vista della Nota di aggiornamento al Def che il governo dovrà presentare entro il 27 settembre. Sulla Nota, chiamata a dettagliare i nuovi numeri di finanza pubblica, pendono una notizia buona e una cattiva. La prima è data dall’ulteriore riduzione dello spread, che nonostante qualche oscillazione si è ormai consolidata e prospetta risparmi per 3,5-4 miliardi rispetto ai calcoli di aprile (quando il differenziale con i Bund oscillava fra i 250 e i 270 punti). Ma questo ossigeno è quasi integralmente assorbito dal taglio delle stime di crescita tendenziale per l’anno prossimo, che nella Nadef dovrebbe attestarsi a 0,2-0,3% contro lo 0,6% scritto ad aprile. Colpa prima di tutto delle variabili internazionali, che fra petrolio e guerre commerciali aumentano ogni giorno le incognite sul quadro macroeconomico. Il problema che è ogni punto di crescita in meno si trasforma in mezzo punto di deficit nominale in più. E in un contesto del genere diventa ancora più complicato mettere insieme tutti i tasselli della manovra senza portare il deficit nominale 2020 sopra la quota 2-2,1% intorno a cui si sono concentrati i primi scambi di vedute in Europa. Tra effetto trascinamento della correzione di luglio, risparmi aggiuntivi su quota 100 e reddito di cittadinanza e raffreddamento degli interessi sui titoli di Stato il disavanzo di partenza dell’anno prossimo potrebbe attestarsi fra l’1,4 e l’1,5%. Ma i soli aumenti Iva da fermare (23,1 miliardi) pesano per l’1,25% del Pil, e anche per una manovra minimal bisogna aggiungere al conto almeno 3-4 decimali di Pil per cuneo fiscale e altre spese, indifferibili o discrezionali. Per il momento la colonna delle misure antideficit vede circa 5-6 decimi di Pil sparsi fra tagli di spesa, tax expenditures e nuove entrate dalle misure anti-evasione in chiave digitale. Per arrivare al traguardo, insomma, servirà altro. E il ministro dell’Economia Gualtieri, che ieri ha avuto con il direttore generale dell’Esm Klaus Regling un incontro definito «costruttivo», dovrà frenare le spinte di molti suoi colleghi di governo, che dall’istruzione (3 miliardi per gli insegnanti) alla sanità (800 milioni per l’addio al super-ticket) hanno già fatto partire il pressing per chiedere nuove misure di spesa.
La mini flat tax introdotta dalla Lega potrebbe avere le ore contate: prevede che chi ha ricavi fino a 65 mila euro può beneficiare da quest’anno di un forfait Iva-Irpef-Irap del 15 per cento, ma è stato un flop. La retromarcia si somma alle due possibili revisioni delle misure bandiera che il governo nega ma che potrebbero entrare nel menù della manovra: il ballottaggio, sul quale anche Bruxelles sta fornendo indicazioni ai tecnici del Tesoro, è tra reddito di cittadinanza e quota 100. Sulla mini flat tax ancora nulla è deciso ma ieri il neo viceministro del Tesoro Antonio Misiani ha sottolineato in un convegno della Cna che sul tema è stata avviata una “riflessione”: nulla trapela ma non è affatto escluso che si possa arrivare alla cancellazione della misura e alla sostituzione con incentivi meno radicali. Quello che sembra sicuro per il momento è che il secondo step della mini flat tax, la cui partenza è prevista per il 2020, sarà annullato: se non ci sarà la volontà politica ci penserà Bruxelles che sta valutando – come ha ricordato la viceministra del Tesoro Castelli ieri – la misura in base alla quale i ricavi crescono a 100 mila euro e viene introdotto un secondo scaglione del 20 per cento. La mini flat tax, sulla quale i leghisti non hanno mai voluto sentire ragioni, e che costa 2 miliardi all’anno, non è piaciuta neppure ai professionisti ai quali si rivolge e che avrebbe dovuto avvantaggiare, perché aumenta l’evasione e frammenta gli studi associati. Ma la questione centrale, nonostante la propaganda leghista abbia parlato di successo, è che la mini flat tax è stata un flop. Se ci si limita ad esempio ai primi tre mesi di quest’anno, periodo in cui si tengono a battesimo numerose nuove contabilità, emerge che le nuove partite Iva che sarebbero dovute spuntare come funghi sono state solo 18.538 rispetto all’anno precedente quando ancora non c’era la mini flat tax.
Sono giorni complicati per Roberto Gualtieri. Nell’enorme ufficio del ministro con tende di broccato a via XX settembre è un viavai di colleghi e funzionari. Nel calendario di Palazzo Chigi è già cerchiato venerdì 27 settembre. Restano dieci giorni per scrivere la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, la cornice della Finanziaria 2020. Stamattina è prevista la riunione clou. Ci saranno i vertici tecnici del ministero, e attorno al tavolo verranno discusse tutte le ipotesi. La situazione dei conti pubblici è meno rosea di quel che Giovanni Tria ha lasciato intendere prima di passare le consegne al collega. Il nuovo viceministro Antonio Misiani del Pd ha annunciato la volontà di «tornare all’unificazione fra Imu e Tasi», un’ipotesi che sembra preludere alla rimodulazione delle imposte sulla prima casa. Ma per finanziare un aumento degli sgravi fiscali ai redditi medio-bassi e allo stesso tempo cancellare gli aumenti Iva occorrono scelte più coraggiose di così: leggasi tagli. La riflessione fatta dagli esperti della Ragioneria e condivisa da Gualtieri è la seguente: inutile mettere mano alla cosiddetta «quota cento», il meccanismo che ha permesso di mandare in pensione anticipata i 62enni con 38 anni di contributi versati. La misura è prevista in via sperimentale per un triennio e metterci mano rischia di creare incertezza tanto alle aziende che hanno programmato le uscite quanto ai pensionandi. Se occorre rafforzare i risparmi, meglio ridimensionare il reddito di cittadinanza. I numeri di due giorni fa dell’Inps – questo il ragionamento degli uffici del Tesoro – confermano la natura di puro sussidio. Le domande accolte sono poco più di 960 mila, quelle respinte 409 mila: una su due. Se si allarga il calcolo ai nuclei familiari, la misura ha raggiunto due milioni e 350 milioni di persone, per un assegno medio da 480 euro: poco più della media del reddito di inclusione immaginato dal governo Renzi e varato da quello di Gentiloni. Di qui l’ipotesi al momento ancora tutta da verificare politicamente: perché non riportare il cosiddetto reddito di cittadinanza alle origini, risparmiando così due e più miliardi utili a finanziare gli sgravi alle famiglie? Se così fosse, l’intera architettura del reddito di cittadinanza andrebbe rivista. L’Anpal, l’agenzia per le politiche attive, ha già assunto i «navigator», i funzionari ai quali – lo dice la legge che ha introdotto il reddito – i percettori dovranno obbligatoriamente rivolgersi per la ricerca di un lavoro. In alcune regioni la macchina burocratica gira a pieno ritmo (ad esempio nelle Marche) in altre (in Campania) mancano ancora alcuni passaggi. L’idea che circola al Tesoro è di separare in maniera più chiara le cosiddette politiche attive (ovvero il sostegno al reddito di chi cerca un lavoro) con il mero sussidio ai poveri, persone che spesso non hanno alcuna speranza di trovare una collocazione stabile. Inutile dire che per Gualtieri la questione è delicatissima. Da un lato ci sono i Cinque Stelle, che hanno fatto di quella misura il più grande successo politico, dall’altra il Pd e gli scissionisti renziani. «Quota cento è una follia e sono contrario al reddito di cittadinanza. Spero solo che funzioni», fa sapere l’ex premier. Ieri mattina, dopo aver letto i giornali, una delle prime telefonate Gualtieri l’ha fatta proprio a Renzi. Il neoministro si è voluto sincerare della determinazione di Renzi a evitare problemi ad una maggioranza appena nata e già presa dalla più delicata delle missioni: la legge di bilancio. Secondo i racconti di entrambe le parti la telefonata è andata bene. «Siamo a sua disposizione», racconta l’ex premier a Bruno Vespa. Ma Gualtieri – già esponente della corrente di sinistra dei giovani turchi – non ha rinunciato a mandargli una frecciata: «Caro Matteo, penso tu abbia fatto un errore politico…».
In anni di indagini non sono riusciti a trovargli un euro in tasca o sui conti correnti,eppureRoberto Formigoni,exgovernatorelombardo, dovrà restituireal Pirellone 47,5 milioni di euro. Lo ha deciso la Corte dei Conti della Lombardia che, proprio in virtù della sentenza, ha predisposto il sequestro di cinque milioni di euro tra vitalizi e pensioni che sono rimasti “congelati” dal 2018 a oggi. Certo, il mega risarcimento Formigoni non dovrà versarlo da solo. In solido con lui dovranno mettere mano al portafogli la Fondazione Maugeri,i suoiex verticiUmberto Maugeri e Costantino Passerini,il presuntofaccendiere Pierangelo Daccò e l’ex assessore lombardo Antonio Simone. Secondola sentenzadepositata ieri ci sarebbe stato un «comprovato sodalizio criminoso» che aveva come fine «ilmercimonio delle funzioni politico-amministrative,in un ambito, quale quello sanitario, particolarmente rilevante per l’interesse pubblico’». Ancora, la Corte dei Conti ha ritenuto la vicenda Maugeri «di significativo rilievoanche sottoil profilo del danno erariale, con riferimento alla illecita distrazione di risorse finanziarie» dalla Fondazione Maugeri tra il 1999 e il 2011 «che anzichéessere destinatea remunerare l’espletamento di funzioni di interesse pubblico, sono andate al sodalizio criminoso». VACANZE PAGATE La teoria, sulla quale si è basataanchela sentenza penale, quella che ha inflitto a Formigoni una condanna di 5annie 10mesi (che “ilCeleste” ha in parte scontato in carcere ed ora ai domiciliari),è quella delle “utilità” delle quali avrebbe goduto l’ex governatore lombardo. Ovvero viaggi, vacanze di lusso, yacht pagati con i soldi cheRegione Lombardia aveva versato per le cosiddette “funzioni non tariffabili” e che, secondo la Corte dei Conti sarebbero transitati attraverso «una rete di società italiane ed estere costituenti il tramite per drenare elevati importi di denaro, erogatialla Fondazione Maugeri dalla Regione Lombardi». Di quel passaggio di denaro nelle mani di Formigoni non vi sono tracce,ma tanto è bastato afarlo condannare sia penalmente che “finanziariamente”. Il collegio dei giudici contabili, in realtà, ha stimato che il danno erariale ha superato i 60 milioni. Da quella somma, però, sono stati stralciati i 14 milioni di euro già versati a titolo di risarcimento dalla Maugeri a Regione Lombardia. Uno sconto che, però, non alleggerisce certola posizione debitoria dei condannati. APPELLO Intanto Fondazione Maugeri ha annunciato ricorso in appello, scrivendo in un comunicato di essere «vivamente sorpresa innanzi a questa sentenza». Secondo l’attuale presidente GualtieroBrugger: «Desideriamo ricordare che Fondazione, nel procedimento penale, non ha mai negato le dazioni illecite, ma ha sempre contestato la presenza del danno a Regione Lombardia, atteso che le prestazioni eccellenti degli Istituti Maugeri sono sempre state rese con regolarità». E ancora: «Della presenza del presunto danno, purtroppo, ancora oggi non ci sono le prove. Alla luce di queste vicende, viene comunque dimostratala bontà del percorso concordatario intrapreso per uscire dalla crisi e positivamente concluso due annifa. Un percorso che oggi tiene comunque indenni le attività mediche e di ricerca, conferite a ICS Maugeri Spa Società Benefit».
Non ha più nulla Roberto Formigoni. Con la condanna per corruzione a 5 anni e 10 mesi, che sta scontando in detenzione domiciliare, gli sono stati confiscati tutti i beni (porzioni di immobili di famiglia e tre auto), oltre a pensione e vitalizio della lunga attività politica. Ora non può contribuire a risarcire il danno per 47,5 milioni che, per la Corte dei Conti della Lombardia, ha causato all’erario nella vicenda Maugeri. A pagare dovranno essere gli altri soggetti condannati con lui: Fondazione Maugeri di Pavia, che ha già risarcito la Regione con 17 milioni e annuncia appello, il presidente Umberto Maugeri e il direttore generale della struttura sanitaria privata, Costantino Passerino, «l’apriporte» Pierangelo Daccò e il suo socio Antonio Simone. Per i giudici, è «pienamente provata (…) l’esistenza di un complesso sistema illecito» con il quale Formigoni ha ricevuto 6,6 milioni tra viaggi esotici, uso di yacht, cene in ristoranti stellati, proprietà di parte di una villa in Sardegna e contanti consentendo alla Maugeri di ottenere negli anni fondi regionali per 61,5 milioni. (g. gua.)
Bibbiano è sempre più lontano. E il palco affacciato sul pratone di Pontida assomiglia sempre più al set di un giallo. Prima la scoperta che Greta, «la splendida bambina», come l’ha chiamata Matteo Salvini, non viene dal paesino dell’Emilia ma è lombarda. Ora, la seconda puntata di quello che promette di essere un rebus a puntate: una delle protagoniste della manifestazione di domenica, Maricetta Tirrito, immortalata dai flash a fianco della mamma di Greta, sarebbe una simulatrice. Anzi, senza il condizionale a leggere un articolo di Repubblica del 2001 che raccontava come la signora fosse stata condannata in primo grado a Palermo per essersi inventata una inesistente sequenza di aggressioni, minacce e molestie telefoniche. Eppure quel curriculum accidentato e quel passato scivoloso sono passati inosservati, e così la donna dalla biografia che pare un cratere, compreso il riconoscimento di una parziale incapacità di intendere e di volere, è finita nelle foto con Salvini. Il caso drammatico di Greta è vero, ma tutto il contorno prende le tonalità indefinibili di un fotomontaggio. E cosi le polemiche già affilate, perché il leader della Lega ha esposto ai gorghi della politica degli infanti, diventano ancora più fragorose. È Selvaggia Lucarelli ad alzare il sipario sulla vicenda: «Questa signora sostiene di essere fondatrice e sostenitrice insieme a Sara, la mamma di Greta, di una rete molto ampia sul territorio, il movimento spontaneo #Bambinistrappati e che lei e Sara rappresentano le mamme di Bibbiano e altre mille mamme vittime dei servizi sociali». «Bene – va giù pesante la Lucarelli -. Maricetta Tirrito, ex militante della Rete di Leoluca Orlando, anni fa fu condannata per simulazione di reato perché finse di essere stata vittima di una lunga serie di aggressioni (si procurò tagli e ferite accusando tre persone innocenti)». Insomma, una storia già al limite, con i bambini tirati di qua e di là dai leader di partito e poi esibiti a Pontida, rischia di far perdere ogni credibilità a chi l’ ha scritta e maneggiata e pure a chi combatte una sacrosanta battaglia di civiltà contro gli eccessi e le storture del sistema giudiziario. «Addirittura – prosegue implacabile Lucarelli – secondo Repubblica ammise di essersi inventata tutto “per ottenere la scorta” ed emulare i capi del movimento nel quale militava». Siamo nei bassifondi della mischia di Palazzo e ci si chiede, se le informazioni sono esatte, come questa signora abbia avuto tanta visibilità e credito. «Una falsa maltrattata – è la durissima sintesi della giornalista – che rappresenta sul palco di Pontida le accusate di falsi maltrattamenti». E la popolare opinionista aggiunge in coda un altro episodio sconcertante: Maricetta Tirrito si «presentò davanti al tribunale di Macerata con un trolley insanguinato» per sottolineare a suo modo l’importanza del processo al presunto assassino di Pamela Mastropietro. Da Macerata a Bibbiano il passo, a quanto sembra, è stato breve. Ma è stato un passo falso anche per Matteo Salvini. E per la dirigenza leghista che ha gestito il faccia a faccia con la folla senza un minimo di prudenza e sobrietà.
Se Matteo Salvini, prima di far salire sul palco di Pontida la piccola Greta assieme alla madre con lo striscione #bambinistrappati, avesse letto le relazioni del tribunale dei minorenni coi quali si decideva di affidare momentaneamente la piccola a una struttura gestita dalle suore, forse «da padre» ci avrebbe pensato meglio. E anzi forse avrebbe ringraziato il sistema pubblico che è intervenuto in aiuto della bambina (e della madre). «Guai a chi ruba i bambini alle loro famiglie per quattrini», ha ribadito l’ex ministro due giorni fa, il day after di Pontida. Ma l’esempio dato in pasto alla piazza è diverso e delicato. A partire dal fatto che non è avvenuto a Bibbiano, nella “rossa Emilia” — come avevano rilanciato i profili social del partito — ma nella leghista Lombardia. E qui la politica non c’entra nulla. Il 23 giugno 2016 il papà di Greta, che si è separato dalla compagna nel 2009, chiede al tribunale di Milano la decadenza della responsabilità genitoriale della madre. Parla di «difficoltà di mantenere con la figlia rapporti continuativi» per il diniego di lei, di «gestione inadeguata della minore, spesso assente da scuola». Dopo un primo confronto tra le parti in tribunale, la palla passa al servizio sociale territoriale per gli approfondimenti, servizio che raduna 19 comuni della zona. «Badi bene — specifica la ex sindaca di Lomazzo, Valeria Benzoni — i sindaci non hanno alcun potere decisionale su queste vicende, che vengono gestite dall’Asci (così si chiama l’azienda sociale, ndr)». I colloqui con la madre non vanno bene: «Sono stati caratterizzati da uno stato di sostanziale confusione», si legge. La donna si rivolge al Centro psico-sociale di Appiano Gentile, anche lì si conferma un quadro di «forte instabilità emotiva». Greta racconta di essere spesso punita dalla madre, una volta anche percossa. I suoi insegnanti aggiungono che talvolta nessuno la va a prendere all’uscita da scuola. Si legge, ancora: «La mamma passa spesso le giornate dormendo, imponendo alla bambina di stare fuori di casa e di non fare rientro, se non una volta sola nell’arco dell’intero pomeriggio». Il 30 agosto 2017 un vicino di casa telefona al 114 Emergenza infanzia, tra le molte cose testimonia che la donna insulta Greta. Così la piccola viene affidata a una comunità gestita dalla Chiesa. Ci arriva il 15 giugno 2018 in condizioni difficili, «non seguita neppure negli accudimenti primari». Lì la situazione migliora, anche nel suo rapporto con il padre, regolato nelle visite. La madre invece non si dà pace, cambia tre avvocati, racconta la storia con altri nomi alla Provincia di Como parlando di bambina “scippata”, si accende il dibattito pubblico. Poi nasce il contatto con la Lega. Il presidente del tribunale dei minori di Milano, Ciro Cascone, non commenta il caso in sé ma specifica solo che «il fatto che Greta sia tornata a casa significa che sta meglio e che quindi il sistema funziona: l’interesse primario è sempre quello dei minori».
Oggi a mezzogiorno il premier libico Fayez al Serraj incontra finalmente il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dopo avere aspettato due giorni in un albergo romano a un chilometro da Palazzo Chigi (Serraj era arrivato lunedì pomeriggio secondo Agenzia Nova) mentre il suo paese è nel mezzo di una guerra civile. Serraj è in missione urgente. Da cinque mesi resiste all’on – da d’urto delle forze del generale Khalifa Haftar (che ha scatenato un’offensiva per prendere la capitale Tripoli) ma non ha più uno sponsor in Europa. Il più forte che aveva era l’Italia. Il governo Gentiloni lo aveva molto appoggiato, ma sono tempi lontani. Il governo Conte uno lo appoggiava ma senza troppa convinzione e tra i due rami – quello grillino e quello leghista – soltanto Salvini aveva preso una posizione netta a suo favore e chiamava “ribelli” i soldati di Haftar. Gli altri avevano scelto una linea attendista, per non scontentare troppo Haftar nel caso di una sua vittoria. Il primo luglio Serraj era volato direttamente a Milano da Salvini per chiedere aiuti anche militari, perché aveva compreso correttamente che era il ministro dell’Interno a prendere le decisioni, ma di nuovo: sono tempi lontani. Adesso è arrivato il governo Conte due e Sarraj vuole sapere come considerare l’Ita – lia: è ancora un alleato? E se lo è, che passi intende fare? Nel luglio 2018 il presidente Trump aveva delegato a Conte la supervisione del dossier Libia ed era stata un’investitura importante perché il governo italiano avrebbe potuto dire agli altri paesi interessati a quello che succede a Tripoli – soprattutto ai francesi – di avere le spalle coperte dall’America. Ma poi il volubile Trump ha preso in simpatia Haftar e gli ha fatto una telefonata che è suonata come un endorsement alla sua guerra “contro il terrorismo”. Come se Serraj, chiuso nel suo albergo romano, fosse un leader terrorista. Ora Salvini non c’è più ma al governo sono tornati ministri del Partito democratico, che in teoria condividono le posizioni dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: si sta con Serraj. Ma a giugno quando è venuto il momento di rifinanziare le missioni all’estero il Partito democratico s’è spaccato, molti non erano d’accordo proprio sugli aiuti dati a Tripoli. Si capisce perché il premier libico sia arrivato in Italia, ha bisogno di chiarezza (come del resto tutti, la Libia è strategica per molti motivi). Le forze di Haftar non sono irresistibili, ma sono appoggiate da governi stranieri. Nella notte tra lunedì e martedì ci sono stati bombardamenti aerei pesanti a Tripoli ed è molto probabile che siano coinvolti asset militari stranieri. Sebbene le notizie dalla capitale libica siano trascurate, è una situazione che non dovrebbe essere tollerata dalla comunità internazionale. Sabato c’è stato anche il quinto attacco aereo di Haftar nel giro di due mesi contro l’aero – porto di Misurata, dove c’è un contingente italiano di trecento soldati che lavora in un ospedale da campo. Oggi arriva a Roma anche il presidente francese Emmanuel Macron, che vedrà Conte in serata. Ieri il canale tv libico Libia Panorama continuava a lanciare la notizia di un incontro a tre fra Macron, Conte e Serraj che dovrebbe avvenire oggi, ma fonti multiple del governo italiano e di quello francese hanno smentito al Foglio. Macron e Conte secondo il programma ufficiale non parleranno nemmeno di Libia – spe – riamo che almeno lo facciano a livello informale – ma parleranno molto di migranti. Ieri un’unità della Guardia costiera ha recuperato novanta migranti al largo di Malta. E’ un nuovo corso rispetto a un mese fa, e segnala con discrezione ai governi europei – in vista del minisummit sull’immi – grazione di lunedì proprio a Malta – che l’Italia è pronta a fare operazioni di soccorso, se poi si trova un accordo sulla ripartizione dei salvati.